Per farmi strada a riportare i fatti relativi alla nostra città avvenuti nel principio del secolo XVI è indispensabile raccapitolare la storia della caduta della Dinastia Aragonese, e del modo in cui passò questo Regno a Ferdinando il Cattolico. Morto il Re Ferdinando I di Aragona nel dì 25 Gennajo 1494 gli succedè nel Regno il di lui figliuolo primogenito Alfonso II il quale fu incoronato in Napoli nel dì 8 Maggio dello stesso anno. Scoppiò ben presto sul di lui capo quella procella già preparata che la prudenza e la destrezza del suo genitore aveva tenuta per qualche tempo sospesa.
Carlo VIII Re di Francia gli mosse guerra per i motivi riportati dagli Storici del Regno, e specialmente da Giannone nel libro XXIX della sua Storia Civile. Era Alfonso generalmente odiato dai suoi sudditi. Appena le truppe di Carlo VIII si mostrarono ai confini tutto il Regno si pose in fermento. La città di Aquila, e con essa quasi tutto l’Abruzzo alzò la di lui bandiera. Queste notizie scoraggiarono Alfonso, e gli fecero obliare quella gloria militare che si aveva acquistata in tante guerre alla testa degli eserciti. Capì troppo tardi che la maggior forza di un Re la costituisce l’amore del suo popolo. Rinunziò quindi il Regno al suo figliuolo Ferdinando, giovane di alte speranze, ed andò a cercare un ricovero nella Sicilia. Sbarcato a Mazzara passò indi a Messina, e si ritirò in un Convento di Frati a menare una vita austera.
Cercò Ferdinando II di riunir l’esercito per opporsi all’armata nemica; si avvide però che la Nobiltà e ’l Popolo persistevano nello stesso odio contro suo Padre, e che mancava all’esercito la buona volontà. Credè quindi sano consiglio l’allontanarsi dal Regno, ed imbarcatosi col suo zio Federico e colla vecchia Regina sua avola, partì da Napoli. Si fermò prima nell’Isola d’Ischia; ma nel dì 20 Marzo 1495 sciolse le vele, e si recò anch’egli nella Sicilia. Consultatosi ivi col suo Padre Alfonso si determinò a rivolgersi a Ferdinando il Cattolico per ricuperare il Regno col di lui soccorso, consiglio troppo incauto, perchè aveva costui sul Regno di Napoli delle pretensioni che aveva fino a quel punto profondamente dissimulate.
Intanto Carlo VIII era entrato in Napoli nel dì 21 Febbrajo dell’anno suddetto non solo senza resistenza; ma anche largamente festeggiato ed applaudito. Non seppe però profittare di queste favorevoli disposizioni. Ei si diè ai piaceri ed ai sollazzi, ed i suoi uffiziali erano dediti alle rapine, ed a far danaro. Colla loro alterigia inoltre ed insolenza disgustavano tutti. Il festeggiamento quindi si cangiò ben presto in avversione e malcontento.
In tal posizione delle cose Ferdinando il Cattolico che covava de’ progetti sul Regno di Napoli accolse ben volentieri l’invito ricevuto. Non tardò a spedire nella Sicilia un uomo di guerra valoroso ed abile, cioè Consalvo Ernandez Aghilar di Cordova che la jattanza Spagnuola decorò col nome di Gran Capitano prima che le sue operazioni militari avessero potuto renderlo meritevole di esso. Sbarcato Consalvo colle sue truppe nella Calabria riportò sui Francesi rilevanti vantaggi.
Si era nel tempo stesso formata contro Carlo VIII una formidabile lega tra i Principi d’Italia, la Republica di Venezia, Ferdinando Re di Castiglia, il Papa Alessandro VI etc. Temendo egli di rimanere quì tagliato, si determinò ad uscire dal Regno per ritornare in Francia colle sue migliori truppe. Gli convenne però aprirsi il passo con una fiera battaglia che fu costretto di dare alle Truppe Veneziane appostate al fiume Taro.
Rimase nel Regno poca truppa sotto il comando del Signor Monpensier di Casa Borbone e del Signor d’Obignì di Nazione Scozzese. I Napolitani ciò vedendo spedirono segretamente persone nella Sicilia per sollecitare Ferdinando a ritornare nel Regno. Non tardò egli ad eseguirlo, e si presentò nella Rada di Napoli con sessanta grossi legni e venti più piccioli. Essendosi accostato al lido per poter sbarcare colle sue truppe al Ponte della Maddalena, uscì dalla città Monpensier coi Francesi per opporsi allo sbarco.
Ma i Napolitani presa questa opportunità, si levarono in armi, occuparono le porte, favorirono lo sbarco, ed introdussero festevolmente nella città il Re Ferdinando II nel dì 5 Luglio del detto anno 1495. Dopo ciò gli costò molto poco l’andare discacciando man mano i Francesi troppo deboli dai luoghi occupati. Gli rimaneva solo a ripigliare Taranto e Gaeta allora che fu da immatura morte rapito nella età di ventotto anni nel dì 8 di Ottobre dell’anno 1496.
Non avendo lasciati figliuoli ed essendo a lui premorto anche il suo Padre Alfonso, gli succede nel Regno il suo Zio Federico Principe di rara bontà, di esimie virtù, e tanto amato e venerato da tutti quanto era stato odiato il suo fratello Primogenito Alfonso. La sua elevazione al Trono fu di generale allegrezza. Anche que’ Grandi del Regno che per particolari risentimenti avevano seguite le bandiere di Carlo VIII si sommisero con alacrità a Federico, e furono da lui accolti colla massima benignità. Ma il migliore dei Re di quell’epoca non fu favorito dalla fortuna.
Morì nell’anno 1498 Carlo VIII Re di Francia. Ritornato egli nel suo paese dopo la battaglia del Taro aveva pensato ad occuparsi di tornei e di giostre, senz’aver preso più pensiero delle cose d’Italia e del Regno di Napoli. Gli succedè nel Trono Luigi XII, il quale si propose fermamente di conquistare lo Stato di Milano e ’l Regno di Napoli. Quindi nell’anno 1500 venne in Italia con poderoso esercito. Scacciò dai suoi Stati, e fece anche prigioniero il Duca di Milano. Vide lo sventurato Re Federico la tempesta che andava a cadere anche su di lui, e fu costretto dalla necessità ad implorare anch’egli un soccorso da Ferdinando il Cattolico, malgrado la giusta diffidenza che aveva delle di costui intenzioni. Ma ben si può dire che cadde quì sventuratamente la pecora in bocca del lupo.
Tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII era stato già conchiuso un segreto Trattato messo sul tappeto con Carlo VIII, ma non ultimato ancora quando avvenne la di costui morte. Era rimasto con esso stabilito che avrebbero entrambi adoperate le loro armi per torre a Federico il Regno di Napoli. La preda fu divisa nel seguente modo. Al Re di Francia toccar doveva la città di Napoli, la Piazza di Gaeta, la Provincia di Terra di Lavoro con tutto l’Abruzzo, la metà dell’entrata della Dogana delle pecore di Puglia, e ’l titolo di Re di Napoli e di Gerusalemme. Al Re di Spagna toccar doveva il Ducato di Calabria e di Puglia, l’altra metà dell’entrata della Dogana suddetta, e ’l titolo di Duca di Calabria e di Puglia. Si convenne che ciascuno di essi avrebbe atteso a conquistar colle armi la sua parte, senza che l’uno fosse stato obbligato ad ajutar l’altro, e che il trattato conchiuso sarebbe rimasto nel massimo segreto.
Stante cotesta segreta combinazione la richiesta del Re Federico fu da Ferdinando il Cattolico accolta con trasporto. Venne subito spedito di nuovo nella Sicilia Consalvo di Cordova con truppe e colle segrete istruzioni corrispondenti. Cadde costui nella bassezza di usare anche un tratto di perfidia non degno di un uomo di valore. Si fece dare dal Re Federico diverse città della Calabria sotto il pretesto di volerle per la sicurezza delle truppe che seco aveva menate in di lui soccorso; ma in realtà volle porsele in mano per facilitare vie più la conquista di quella porzione del Regno che col segreto trattato era stata attribuita al Re di Spagna. Ecco come rimase spogliato del Regno il buon Re Federico assai degno di una sorte migliore.
Ben presto però, e propriamente nell’anno 1501 vennero i due Re a discordia tra loro, poichè, come bene osserva Cornelio Tacito, Arduum est eodem loci potentiam et concordiam esse[208]. Nel segreto trattato non erano state bene e con avvedutezza definite, e circoscritte le Provincie divise. Data al Re di Francia la Provincia di Terra di Lavoro e l’Abruzzo, ed al Re di Spagna il Ducato di Calabria e di Puglia, a qual de’ due spettar dovevano il Contado di Molise, la Valle di Benevento, la Basilicata ed i due Principati? Ciascuna delle parti gli voleva per se. Ma la maggiore altercazione era per la Capitanata.
A dire il vero per la Capitanata la lettera del trattato non era nè ambigua nè oscura, e favoriva il Re di Spagna, poichè cotesta Provincia ha formata sempre parte della Puglia, ed era chiamata Puglia Daunia, come l’ho dimostrato nel Capo III. Ma i Francesi che troppo tardi erano venuti a conoscere l’importanza di essa, a dritto o a torto la volevano per loro.
Per evitarsi una rottura li Baroni del Regno fecero tutti gli sforzi onde la cosa fosse terminata con una combinazione amichevole. Proposero ed ottennero un colloquio tra il Duca di Némours Vicerè di Luigi XII e Consalvo che quì governava per Ferdinando il Cattolico. Nulla però si potè combinare, e fu risoluto fra i due Capitani che si fosse attesa la determinazione de’ due Sovrani, ed intanto nulla si fosse innovato contro lo stato in cui erano le cose. Ma dopo ciò il Duca di Némours che si vedeva di gran lunga superiore di forze, uscì da questo accordo ed intimò la guerra a Consalvo ove non gli avesse prontamente rilasciata la Capitanata.
Alle minacce susseguirono i fatti, poichè i Francesi occuparono la Capitanata, la Terra di Bari, la Terra di Otranto e la Calabria. Poche città marittime potè Consalvo conservare. Nella Terra di Bari gli rimasero soltanto due città, cioè Barletta ed Andria. Tutte le altre furono occupate dai Francesi. Consalvo con poca gente, senza danaro e con una provvigione di vittovaglie anche molto tenue non fu al caso di poterlo impedire[209]. Ecco come la città di Ruvo fu occupata anche dai Francesi. E poichè era tuttavia una Piazza forte, ed importante per la guerra suddetta, fu provveduta di buona guarnigione di fanti e di cavalli sotto il comando del Signor de la Palisse, il quale aveva sotto li suoi ordini anche l’Abruzzo. Quindi ebbero luogo quelli avvenimenti che passo ad esporre.
Se Luigi XII non si fosse addormentato su di questi prosperi successi, ed avesse continuato a rinforzare il suo esercito, e spingere innanzi la guerra con vigore, gli sarebbe stato molto facile scacciare gli Spagnuoli dal Regno di Napoli. Non seppe però profittare di tal vantaggiosa posizione, e diè troppo tempo a Consalvo di avere rinforzi di truppe e di danaro. La solita insolenza anche de’ Francesi diè occasione ad un avvenimento che si rese famoso, ed influì moltissimo ad incoraggiare l’esercito di Consalvo ed avvilire quello de’ suoi nemici.
Nella Guarnigione Francese stabilita a Ruvo vi era un Cavaliere chiamato Carlo de Togues intitolato Signor de la Motte. Mentre stava costui prigioniere in Barletta parlò coi Capi dell’esercito Spagnuolo con disprezzo degli uomini d’armi Italiani. Ettore Fieramosca Cavaliere Capuano che apparteneva ad una compagnia di uomini d’armi Italiani sotto il comando di Consalvo, per vendicare la ingiuria fatta al nome Italiano mandò al Signor de la Motte quella disfida, a cui susseguì il famoso combattimento tra i tredici Cavalieri Francesi usciti da Ruvo, ed altrettanti Italiani usciti da Barletta, il quale ebbe luogo in un campo designato tra Andria e Corato poche miglia lungi da Ruvo.
L’esito di quel combattimento gloriosissimo per l’Italia fece apprendere che ben disse Plinio nel luogo innanzi riportato di essere gl’Italiani superiori a tutti per l’ingegno, per la lingua e pe ’l valore. Per eterna memoria di quel fatto d’armi tanto per noi glorioso fu sul luogo istesso del combattimento eretto un monumento solidissimo con analoga iscrizione. Io ben me lo ricordo per essermi ivi recato più volte nella mia gioventù per contemplarlo colla massima compiacenza. Ora però non vi è più.
Si crede che lo avessero fatto disparire i Francesi nel tempo che hanno occupati que’ luoghi[210]. Se la cosa va così, non hanno potuto essi certamente fare disparire anche que’ libri che ci hanno tramandate le notizie di quel classico avvenimento. Ma non perciò non è a riputarsi riprensibile la oscitanza delle Autorità amministrative tanto locali che Provinciali nel non aver fatto rimettere di nuovo un monumento tanto per l’Italia glorioso. Fa anzi meraviglia come tuttavia a ciò non si pensi affatto!
Del combattimento suddetto ne parlano Francesco Guicciardini, Paolo Giovio, Gio: Battista Cantalicio ed altri. Questi Scrittori però ne hanno parlato molto in accorcio. Il pieno e minuto racconto di esso non che la intera corrispondenza di lettere tra Ettore Fieramosca e ’l Signor de la Motte si ha da un libriccino stampato o piuttosto ristampato in Napoli nell’anno 1633. L’autore di esso è ignoto. Lo stile non elegante. Ma chi lo ha scritto ha contestato di essere stato presente ai fatti che ha fedelmente riportati.
Cotesto libercolo dell’antica edizione, la quale si è resa rara, l’ho avuto dalla cortesia, ed amicizia dell’egregio e coltissimo D. Gaspare Selvaggi Segretario della Commissione di Pubblica istruzione. Mi sono determinato a ristamparlo alla fine di questo mio Cenno istorico per un doppio riflesso. Il primo perchè non credo mai superfluo il moltiplicare le copie di uno scritto che riporta compiutamente tutte le circostanze di un fatto tanto glorioso al nome Italiano. Il secondo perchè i preliminari di esso avendo avuto luogo nella mia Patria, ben può dirsi che formano parte della storia di essa.
Passando ora agli avvenimenti che susseguirono a quel combattimento, quanto il mio animo ha esultato nell’averlo commemorato, altrettanto rimane addolorato ed irritato dalle nuove sciagure non meritate che vennero a piombare sulla povera mia patria. Francesco Guicciardini, dopo aver parlato delle strettezze alle quali erano ridotti gli Spagnuoli rinchiusi ed assediati nella città di Barletta colla giunta ben fastidiosa di essersi ivi introdotta anche la peste, passa ad encomiare la virtù, e la costanza di Consalvo, il quale tollerando tutte le privazioni ed incoraggiandogli col suo esempio, gli teneva a bada colla speranza di vicini soccorsi. Indi soggiugne il seguente racconto, il quale per altro pecca di poca esattezza in diverse circostanze che non mancherò di rilevare.
In tale stato ridotta la guerra, cominciarono per la negligentia e per gl’insolenti portamenti de’ Francesi ad essere superiori quelli che fino a quel giorno erano stati inferiori, perchè gli uomini di Castellaneta, Terra vicina a Barletta[211] disperati per i danni ed ingiurie che pativano da cinquanta lancie Francesi che v’alloggiavano, prese popolarmente l’armi, li svaligiarono, e pochi dì poi Consalvo avendo notizia che Monsignor de la Palissa, il quale con cento lancie e trecento fanti alloggiava nella Terra di Rubos, distante da Barletta dodici miglia[212] faceva guardie negligenti, uscito una notte da Barletta, et condottosi a Rubos, et piantate con grandissima celerità le artiglierie, le quali per essere il cammino piano aveva facilmente condotte seco, l’assaltò con tale impeto che i Francesi i quali si aspettavano ogni altra cosa, spaventati dall’assalto improvviso, fatta debole difesa, si perderono rimanendo cogli altri Palissa prigione, e ’l giorno medesimo se ne ritornò Consalvo a Barletta, senza pericolo di ricevere nel ritirarsi da Nemurs, il quale pochi dì innanzi era venuto a Canosa, danno alcuno, perchè le genti sue alloggiate per tenere Barletta assediata da più lati, e forse per maggiore loro comodità in più luoghi, non poterono essere a tempo a congregarsi. Passa dopo ciò a riportare il già detto famoso combattimento de’ tredici Cavalieri Francesi ed altrettanti Italiani, e parla di esso come di un fatto posteriore alla espugnazione della detta città di Ruvo[213].
Ha però quì il Guicciardini errato in tre cose essenziali. La prima nell’aver detto che i Francesi fecero poca resistenza, mentre questa fu vivissima, e ’l Signor de la Palisse che gli comandava non merita di essere tacciato nè di negligenza, nè di codardia, poichè fu sempre presente nel più forte e nel più caldo della mischia, e vi rimase anche ferito. La seconda nell’aver detto che la nostra città fu espugnata quando il Duca di Némours era già ritornato a Canosa, mentre questi era partito per Castellaneta col nerbo delle sue truppe per vendicare la ingiuria fatta ai Francesi dagli abitanti di quella città. Consalvo profittò della di lui assenza e della lunga distanza di Castellaneta per tentare sulla città di Ruvo quel colpo di mano che gli riuscì così bene.
La terza è stata nell’aver detto che il precitato famoso combattimento de’ tredici Cavalieri Francesi coi tredici Italiani susseguì alla espugnazione della nostra città, mentre non vi può esser dubbio che l’abbia preceduta. Pare che il Guicciardini abbia ignorata la circostanza che i tredici Cavalieri Francesi furono scelti dalla cavalleria che stava alloggiata in Ruvo, la quale dappoi colla presa della città rimase prigioniera di guerra, come lo stesso Guicciardini lo ha detto. Andiamo dunque a rettificare cotesti errori colla testimonianza di altri Scrittori meglio informati de’ fatti allora avvenuti.
Paolo Giovio nella vita di Consalvo, dopo aver parlato del già detto famoso combattimento de’ tredici Cavalieri Francesi con altrettanti Italiani, passa a dire che mentre il Duca di Némours stava sotto le mura di Castellaneta, e non già a Canosa come ha creduto Guicciardini, gli pervenne un messo. Is attulerat Consalvum Barolo profectum Rubos ad opprimendum Paliciam contendisse. Is enim de Namurtii profectione certior factus, ex occasione sumpto consilio, celeriterque expedito, noctu eductis omnibus copiis, tormentisque, ita ut Decuriones Barolitanos non obscuræ fidei obsides futuros secum duceret, Rubos advolavit. Tantaque vi, tormentis admotis, oppugnare adortus est, ut prostrato ingenti ruina muro[214], collata veluti acie dimicaretur, et non uno in loco Hispani admotis scalis subire mœnia niterentur. Certatum est per septem horas summa contentione; nam Palicia infracto animo, ubi periculum posceret adhortando, pugnandoque suis non deerat. Cum pro vallo cataphractos equites pedibus dimicantes irrumpentibus opposuisset, et per sagittarios Vascones idoneis locis dispositos crebra vulnera subeuntibus inferebantur. Sed ipso demum Palicia vulnerato, et cataphractis incumbentium hostium impetu pondereque prostratis potius, quam interfectis, Hispani in oppidum irruperunt: cum alii eodem fere tempore, conscensis scalis, muri coronam cepissent. Primum quod illatum est repulsis Gallis vexillum fuit Francisci Sances, qui Regis Hispaniæ erat dispensator. Muralis vero coronæ decus datum est Trojano Morminio nobili Neapolitano, qui primus muri pinnam apprehendisse conspectus est. Multis igitur primo impetu cæsis, reliqui Galli omnes cum Rubustanis civibus capti sunt, eminente inter ceteros Palicia cum Amideo Allobrogum equitum Præfecto, et Peralta Hispano, qui ante turbatam pacem sub Gallo Rege stipendia merens, in officio sibi permanendum esse censuerat. Passa poi a dire ciò che Consalvo fece dopo, del che si parlerà in seguito[215].
Gio: Battista Cantalicio seguì Consalvo nelle sue militari spedizioni, e per la di lui influenza e protezione fu elevato al Vescovado di Atri e di Penne. Fece quindi di lui il suo Eroe, e credè di dargli la immortalità con un suo Poemetto intitolato Consalvia, il quale servì solo a farlo conoscere per un cattivo verseggiatore e non migliore Grammatico. È pieno lo stesso della più bassa adulazione, della quale n’è stato giustamente censurato. I fatti però che riporta, ed ai quali era stato egli presente, sono gli stessi. Parla prima del combattimento de’ tredici Campioni di ambe le parti. Passa indi a dire che pervenne a Consalvo la notizia del fatto di Castellaneta e di altri svantaggi avuti dai Francesi nella Terra di Otranto, non che della partenza del Duca di Némours per que’ luoghi, e viene quindi a riportare la fazione seguita a Ruvo ne’ seguenti termini:
Ipse quoque interea ne duceret ocia noster
Sæva Ducem contra molitur bella Palizam,
Haud procul a nobis, qui tunc fortissima habebat
Castra Rubis, equitumque manus, peditumque potentes,
Deque sagittifera numero bis gente ducentos.
Ergo ubi dispositas acies vidit esse suorum,
Phœbus in occiduis quum jam caput abderet undis,
Dux prudens simulavit iter, quo callidus hostes
Redderet ancipites, nec quo trahat agmina scirent,
Vel tormenta ferat; sed tandem nocte peracta,
Prima luce Rubos tunc non ea bella timentes
Acriter invadit, pugnatur. At illa per omnem
Pugna diem trahitur, donec jam sole cadente,
Urbe manu forti nostri potiuntur adepta.
Diripitur, prædæque datur. Gens Gallica tota,
Cumque sua victus capitur Dux gente Paliza,
Tota per Aprutii Populos qui Regna tenebat,
Quique Ducis secum gestabat signa Sabojæ.
Passa poi ad enumerare i principali Capitani tanto Italiani che Spagnuoli, i quali presero parte a quella fazione, e seguita indi a dire
Hos inter primos Sances Franciscus adhæsit
Strenuus, atque acer muris insignia primus
Intulit, et sociis aditus reseravit apertos.
Tu quoque Parthenopes pugnans Morimine fuisti
Gloria magna tuæ, qui desuper hoste furente
Mœnia magnanima prensas sublimia dextra,
Et conjecta super tot vertice tela repellis,
Judicioque tuo melius mutata repente
Hostibus oppressos diffregit machina muros.
Hinc Loffreda suam quassans non segniter hastam
Margariton meruit per fortia prœlia laudem
Inter Parthenopes juvenes non infima fama.
Exportata Rubis igitur quam maxima præda
Ducitur ad Barolum: tergis it magna revinctis
Mortalis captiva manus: hinc tollitur ingens
Armorum spolium, numerus quoque magnus equorum,
Et pecoris quidquid fuerit, Bacchusque, Ceresque,
Et quæcumque fuit victis ablata supellex.
Hoc est esse viros, hoc est et vincere scire
Obsessi ducant si de obsidione triumphos.
Seguita a dire il Cantalicio che dopo ciò era intenzione di Consalvo di andare a cercare il Duca di Némours passando più oltre, ma ne fu trattenuto dal seguente riflesso:
Certe Ducis magni fuerat sententia jam tunc
Ulterius proferre gradum, hostesque profectos,
Proregemque sequi, qui signa minantia contra
Castellaneti tunc mœnia versa ferebat.
Sed tenuit permagna Ducem, fœcundaque præda,
Ne qua inter nascens discordia tot caligatos,
Verteret in rixas victricia castra suorum[216].
Ma fu questa una delle tante insulse ampollosità e millanterie del Cantalicio. Non aveva Consalvo così poco senno. Cercò anzi di affrettare il più che gli fu possibile il suo ritorno a Barletta con tutte le truppe per tema che gli fosse piombato addosso il Duca di Némours che aveva forze superiori. Cotesta sua previdenza la nota il Guicciardini nel luogo innanzi trascritto, e l’encomia Paolo Giovio, il quale seguita a dire: Sequentique die, non plane toto direpto oppido, eadem usus celeritate Barolum est reversus pene prius quam Nemurtius, qui ex itinere adjunctis sibi Helvetiis, et coacto ampliori equitatu, festinanter adventabat, de Paliciæ calamitate doceretur.
Fa la stessa osservazione Mambrino Roseo nelle sue note alla Storia di Pandolfo Collenuccio, il quale riporta i fatti suddetti allo stesso modo. Con meravigliosa prestezza era uscito colle sue genti da Barletta, e con alcuni pezzi di artiglieria era ito ad assaltare Rubi, luogo importantissimo per quella guerra, dove era restato con pochi Monsieur de la Palisse, onde di questa nuova fastidito il Francese si mosse verso Barletta a gran giornate ricordandosi del savio consiglio che gli aveva dato l’Acquaviva che non dovesse partirsi pronosticando quello ch’era avvenuto.
Intanto Consalvo con la maggior prestezza del Mondo data la batteria, e poi l’assalto a Rubi, dopo molto travaglio la prese essendo fatto prigioniero la Palisse con molti altri Cavalieri Francesi, e fatto questo se ne tornò a Barletta con meravigliosa prestezza[217].
Lascio gli altri Scrittori che potrei addurre, poichè ciò che si è detto è bastante a dilucidare il triplice errore nel quale è caduto il Guicciardini. Passo ora a considerare questo fatto sotto il rapporto morale, poichè non si può dare una iniquità maggiore di quella che commise Consalvo verso gl’innocenti Ruvestini. Era stata la loro città occupata dai Francesi non già perchè fossero stati questi da essi chiamati, ma perchè erano i più forti. Consalvo che avrebbe dovuto opporsi a tale occupazione, se ne stava chiuso ed assediato in Barletta, e fu ben fortunato che i Francesi inebriati ed assonnati dai vantaggi riportati non si affrettarono ad incalzarlo vie più quando era facile l’annientare la poca forza che gli era rimasta.
Avendo colto il tempo e la occasione opportuna di sorprendere la città di Ruvo, la resistenza gli fu fatta dal Signor de la Palisse, e dai soldati Francesi ch’erano sotto il di lui comando, non già dal Sindaco e dalla Popolazione di Ruvo. Se ai Francesi si fossero uniti anche gli abitanti della città, sarebbe stato il discorso ben diverso. La vittoria riportata quindi gli dava dritto di appropriarsi tutto ciò che apparteneva ai Francesi, e non già di saccheggiare e depredare le sostanze de’ poveri cittadini con avergli spogliati di tutto finanche delle vittovaglie, del vino, del bestiame, e di tutto ciò ch’era necessario alla vita, come non senza una positiva impudenza glie ne ha fatto un vanto il Cantalicio suo Panegirista. Molto meno aveva diritto di menare prigionieri a Barletta que’ cittadini che non avevano con lui combattuto per estorquerne anche un riscatto dopo avergli spogliati di tutto, come ci fa anche sapere Paolo Giovio nel luogo testè riportato. Quale viltà! Qual sordidezza!
Non solo i Ruvestini non erano colpevoli di nulla per aver mancato Consalvo per la sua debolezza di opporsi ai Francesi che occuparono quella città, ma avevano dovuto anche tollerare il peso non lieve di una guarnigione numerosa di fanti e di cavalli. Con qual principio dunque di onestà, di morale e di Religione abbandonò Consalvo quella povera città all’avidità, alla rapacità ed alla brutalità della sua soldatesca? A tal modo cercava egli compensare i servigi che la sua cassa vuota ed esausta non poteva pagare alla stessa?
La di lui gloria militare, che non gli contendo, non può certamente cancellare il torto immenso che fa alla di lui memoria quel tratto di vile iniquità. Ben diceva il detto Paolo Giovio nel luogo innanzi citato che Consalvo poco curava che si fosse parlato male di lui quando ciò che operava era profittevole alle sue vedute guerresche. Anche la guerra però ha le sue leggi, le sue regole di giustizia, e que’ riguardi che son dovuti alla morale. Il Generale di un’armata regolare non deve operare come un capo di masnadieri, e spogliare chiunque gli capita nelle mani.
Ogni tempo però viene. Ei pagò il fio delle sue iniquità. Malgrado gl’importanti servigj resi per fas et per nefas a Ferdinando il Cattolico, ne fu mal corrisposto. Dopo la splendidissima figura fatta nel Regno di Napoli, venne richiamato e finì lì suoi giorni in una umiliante oscurità. Sì fatti cangiamenti non gli opera sempre il caso. Vi concorre sovente anche la mano occulta della Provvidenza che confonde la superbia degli uomini, e riserba alle iniquità la meritata pena. Non enim (diceva un grand’Uomo del Gentilesimo) approbatum est non esse curæ Diis securitatem nostram, esse ultionem, ut non modo casus, eventusque rerum, qui fortuiti sunt, sed ratio etiam, causæque noscantur[218]-[219].
Fa però in verità positivo ribrezzo che la penna di un Ecclesiastico siasi a tal segno degradata che abbia fatto un pomposo elogio della iniqua depredazione della città di Ruvo e del copioso bottino che l’Eroe dalla stessa decantato ne riportò a Barletta! Negli elogj però de’ grandi Uomini i loro errori e le loro colpe o si scusano destramente o si passano sotto un prudente silenzio; ma non si esaltano, ma non si encomiano e si applaudiscono come ha fatto il Cantalicio senza veruna dignità e contegno.
Si vede bene che la sua picciola testa troppo inebriata dall’onore della Mitra ottenuta per la influenza e protezione di Consalvo in quel tempo potentissimo, obliò le massime del Vangelo, e qualificò la Pirateria come una virtù eroica! Non fia ciò meraviglia, poichè nella dedica che fece a Consalvo del suo infelicissimo Poemetto (se può lo stesso meritare questo nome) obliò anche il suo carattere e cadde nella bassezza di dichiararsi un Vescovo suo tributario. Decebat propterea me tributarium Episcopum tuum aliquid afferre tributi, quo possis immortalitatem consequi! Il merito di un concetto di tal fatta lo valutino quelli Uomini rispettabili che sono investiti della stessa alta Dignità Chiesastica. Andiamo innanzi.
In quanto ai pubblici registri di quell’epoca relativi alla città di Ruvo si è detto nel Capo precedente che Federico di Aragona aveva venduta la nostra Città a Galzarano de Requesens Conte di Trivento, e di Avellino. Rimasto il Regno a Ferdinando il Cattolico, lo stesso con suo privilegio del dì 13 Novembre 1504, lodandosi altamente de’ servigj da costui resi nella guerra contro i Francesi, gli confermò tutti i suoi feudi, e tra questi gli fu confermata anche Civitas Rubi Provincia Terra Bari cum castro, fortellitio, vaxallis, vaxallarumque reddititus feudatariis et subfeudatariis domibus et possessionibus, vineis, olivetis, jardenis terris cultis, et incultis, herbagiis, tenimentis, territoriis, querquetis, nemoribus, pascuis, arboribus, silvis, redditibus, bajulationibus etc.[220].
A Galzarano de Requesens succedè Isabella sua figliuola. Ebb’ella per marito D. Raimondo di Cardona che fu Vicerè di questo Regno. Li conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono al Cardinale Oliviero Carafa. Civitatem Ruborum cum ejus castro seu fortellitio, hominibus vaxallis, bajulationibus, e con tutte le altre clausole generali. Su di questo contratto fu dal detto Ferdinando il Cattolico accordato l’assenso nel dì 23 Agosto 1510. Da altro Registro del dì 20 Gennajo 1520 si ha che la detta città dal Cardinale Oliviero Carafa passò al Conte Antonio Carafa suo nipote. E da altro Registro del dì 10 Giugno 1523 risulta che dal Conte Antonio passò al Conte Fabrizio Carafa suo figliuolo[221]. Si lasciano gli ulteriori passaggi, poichè la nostra città non essendo uscita mai più dalle mani di cotesta famiglia, non interessa conoscere la serie degl’individui di essa che l’hanno posseduta in feudo fino ai nostri giorni.
L’ordine cronologico esigerebbe che fossero quì riportati man mano gli altri pubblici Registri dell’epoca di cui sto ragionando. Il maggior numero di essi però è relativo a due circostanze che gittarono la nostra città nell’ultima desolazione. La prima cagione di essa furono gl’intollerabili abusi introdotti nel territorio di Ruvo dai Locati Abruzzesi del Tavoliere di Puglia. La seconda fu ogni specie di abusi e di eccessi che si permise la prepotenza Baronale della famiglia Carafa. Da queste due cagioni rimase distrutta l’agricoltura, la pastorizia ed ogni industria agraria di quella Popolazione, e fu inoltre la nostra città spogliata de’ suoi dritti, e vessata da gravose estorsioni e depredazioni che la ridussero alla estrema povertà, anzi al suo fallimento.
Mi obbliga ciò a separare le materie e parlare di questi fatti in due diverse rubriche. Comunque siano essi spiacevoli, formando parte della storia della nostra città, non possono essere trasandati. Chiamandomi essi inoltre per necessità a ragionare de’ diritti di quella Popolazione sul proprio territorio, e de’ gravissimi discapiti risultati dalla conculcazione di essi, è utile che siano queste cose conosciute dai miei concittadini tanto presenti che futuri.
Il Mondo è una ruota. Come avviene per le mode che spesso riproducono le cose antiche, così succede anche per gli abusi che si fanno spesso risorgere sotto novelli nomi. Anderò quindi ad occuparmi separatamente ne’ due seguenti capi tanto de’ diritti del Regio Tavoliere sul territorio di Ruvo, e dell’abuso di essi fatto dai Locati Abruzzesi, quanto delle interminabili gravezze sofferte dalla prepotenza Baronale che mi toccò combattere. Ma tratterò cotesto doppio argomento dopo che avrò quì riportati alcuni fatti che possono da essi segregarsi.
Domenico di Gravina nel luogo innanzi riportato tacciò di poca previdenza i Ruvestini per non aver curato di mantenere in buono stato le antiche fortificazioni della città. Attribuì a tal cagione il guasto che soffrirono dalle masnade di Roberto Sanseverino, e forse non ebbe torto. È da credersi che siano stati essi ammaestrati da quella trista esperienza, poichè al tempo dell’altra aggressione di Consalvo di Cordova di cui si è testè parlato, le mura della città erano in buono stato. Oltre i Scrittori di sopra riportati i quali dicono che stavano i Francesi in una città ben fortificata Qui tunc fortissima habebat castra Rubis, si è veduto innanzi che i soldati di Consalvo non poterono altrimenti penetrare in essa che dopo esser caduto un pezzo di muraglia sotto i colpi dell’artiglieria, e dopo essersi superati altri punti colla scalata.
Dopo quella fazione un tratto dell’antica muraglia che in parte guarda il sud ed in parte l’est, il quale era rimasto allora forse danneggiato, si vede riedificato dalle fondamenta. La costruzione però di esso più recente è ben diversa dalle antiche mura torri e bastioni che cingevano un tempo la nostra città per tutti i lati. Le mura del già detto tratto di fortificazioni che tuttavia esistono sono solidissime e rivestite al di fuori di pietre quadrate ben connesse e ben lavorate, a differenza dell’antica muraglia, la quale era formata per lo intero di fabbrica semplice, e fiancheggiata di tratto in tratto dalle torri, delle quali alcune poche erano rotonde, e tutte le altre quadrate. Ma coteste torri insiem colle mura, tranne solo qualche piccolo pezzo che n’è rimasto, son oggi scomparse del tutto.
Nel già detto novello tratto di muraglia vi sono due grandi torrioni merlati. Tra l’uno e l’altro torrione vi era una delle quattro antiche porte della città formata anche di pietre lavorate assai più grandi e solide e ricche di ornati. Cotesta porta col linguaggio popolare era chiamata Portanò che può corrispondere o a Porta nuova, perchè di nuovo riedificata, o piuttosto a Porta di Noja, perchè di là si usciva per prendersi la via di Noja, come anche di Bitonto e di Bari[222]. Delle dette porte della città era questa la più solida e meglio fortificata. Aveva anche la così detta Saracina per mezzo della quale poteva rimaner munita di una seconda porta ferrata ad un solo pezzo che sarebbe discesa colle catene dalla parte superiore dell’edificio. Vi era su di essa lo Stemma della città sotto del quale si leggeva il seguente distico non senza ragione motteggiato di ampollosità dal Pratilli:
Quondam magna fui totum urbs celebrata per orbem,
Si modo non eadem splendida fama patet.
Sotto questo distico vi erano le seguenti cifre MCCCCCXVI, le quali fanno conoscere l’epoca della sua costruzione posteriore all’aggressione di Consalvo di Cordova. Al di sopra di essa vi era anche una fortificazione ben solida con delle feritoje e colle statuette de’ tre Santi Protettori della città S. Cleto, S. Biase e S. Rocco ch’è il più venerato dai Ruvestini, ha una statua di argento, ed è da essi onorato di una sontuosa festa[223].
Nell’entrarsi per la porta suddetta sul lato dritto vi era l’antica casa comunale di cui si parla nello strumento dell’anno 1608 di sopra riportato. Si ascendeva alla stessa per un portone, ed un’ampia scala scoverta che tuttavia esiste, ed ha il suo ingresso dall’atrio delle pubbliche carceri. Era quell’edifizio di due piani. Il primo di essi consisteva in un gran magazzino ove si riponeva il grano della pubblica annona. Il secondo che cuopriva anche lo spazioso androne della porta suddetta della città, era composto di cinque o sei comode stanze. Una porzione di esse era addetta all’Amministrazione Municipale ed alla convocazione de’ pubblici Parlamenti. Nell’altra il Governatore e Giudice locale amministrava la Giustizia civile e penale.
La detta nuova muraglia ed i due grandi torrioni che fiancheggiavano la porta suddetta avevano i loro fossati dalla parte esterna, i quali sono stati ricolmi e ripianati ne’ tempi a noi più vicini. Nel sito di quello che stava sulla dritta della Porta suddetta furono situate le beccherie che tuttavia vi sono. Nell’altro che stava sulla sinistra fu formato uno spianato per lo giuoco del pallone. Cotesto esercizio utilissimo alla salute, ed a fortificare il corpo si è mantenuto in Ruvo fino al tempo della mia fanciullezza, ed io ben me lo ricordo. È ora andato in disuso, come è avvenuto per tante altre cose buone che prima erano in pratica.
La detta bellissima Porta ora non esiste più. Tra le vertigini dell’anno 1820 vi fu anche quella che nella città di Ruvo fu la stessa diroccata. Venne però ciò operato arbitrariamente senza intelligenza del Decurionato, e senza il permesso delle Autorità amministrative superiori, da un crocchio di se-dicenti sapienti del tempo. Sulle prime si spacciò il pretesto che la porta suddetta fosse stata cadente e non senza un grave pericolo avrebbe potuto lasciarsi così.
Ma un discorso di tal fatta insultava il Pubblico, poichè bastava aver occhi per vedere che avrebbe potuto la stessa sfidare altri dieci secoli almeno. Redarguito quindi tal pretesto con amarezza da altri cittadini che mal soffrivano un operare soverchiamente licenzioso, si cominciò a dire che le antiche Porte della città impedivano la libera circolazione dell’aere, ed erano quindi pregiudizievoli alla salute degli abitanti. Vi è però in Ruvo tant’aria e tanta ventilazione che si passa volentieri al soverchio. Si è detto innanzi che per tal ragione gli antichi abitanti furono obbligati a sloggiare dal vertice della collina, ove fu da principio la città edificata, e formarsi nuove abitazioni più al basso di essa.
Ma sia pure tutto quello che que’ Signori dicevano, quale autorità essi avevano di atterrare un pubblico edificio ch’era costato alla nostra città una spesa considerevole? Chi gli aveva dichiarati Magistrati Sanitarj inappellabili perchè avessero potuto credersi nel potere di decretare ed eseguire a tal modo i loro decreti? La Storia di tutti i tempi mi ha fatto apprendere che l’oltraggio maggiore che si è potuto fare ad una città è stato quello di atterrarle le sue mura e le sue Porte. La sapienza de’ Romani Giureconsulti dava il nome di città soltanto a quella, quæ muris cingitur[224]. Le mura e le Porte delle città furono da essi considerate come luoghi sacri ed intangibili[225]. Ci tocca ora ammirare la moderna sapienza distruggitrice di quelle mura, e di quelle Porte che hanno tante volte salvate le città dai più gravi disastri! E si stanno smaltendo queste frottole mentre la città di Parigi che ha un milione di abitanti ed un circuito immenso si sta attualmente cingendo di muraglie e di bastioni!
Smantellata intanto la Porta suddetta convenne poco dopo ricostruirsi dalle fondamenta l’antica casa comunale di cui si è innanzi parlato. Le fabbriche di essa erano molto annose e non solide abbastanza. Avendo perduto l’appoggio del fortissimo androne della Porta della città che le sosteneva, cominciarono a minacciar ruina, e fu necessario abbatterle e riedificarle. La novella casa comunale fu costrutta colla maggiore solidità, ed eleganza. Benchè non molto ampia, è uno de’ più belli edificj di Ruvo, e ben si può dire che nel suo piccolo presenta una idea della magnificenza Romana. In questa occasione in luogo di quel distico ampolloso che vi era una volta sulla diroccata Porta furono da me formati nove versi esametri, e questi essendo stati incisi in una lapide, fu dessa incastrata nel muro della facciata della novella casa comunale che guarda il largo denominato di Porta di Noja. Cercai di rilevare in essi senza ampollosità e magniloquenza i veri pregi della nostra città, ed i prodotti del suo vasto e fertile territorio che niuno certamente potrebbe contraddirle. I versi suddetti sono i seguenti.
Hospes, me Græci quondam tenuere coloni.
Antiquas inter non certe ignobilis urbes,
Dives agris, fortisque fui, sollerter et artes
Excolui, quod sculpta[226] probant, et picta decore
Vasa sepulcretis quæ condit terra vetustis.
Optima cuncta mihi, cives, cœlumque, solumque,
Lac, fructus, segetes, mel fragans, grataque vina.
Ægrotos sano[227], validorum corpora firmo.
Siste Rubis gressum si vis bene ducere vitam.
Allora che scrissi cotesti versi il meno che avrei potuto immaginare era che la novella casa comunale per la quale furono essi destinati sarebbe un giorno appartenuta alla mia famiglia. Tanto però è avvenuto per la seguente combinazione. Dopo la spesa non lieve che costò alla Cassa comunale la ricostruzione di quell’antichissimo edificio, si pose in campo la formazione di un’altra casa comunale più ampia e più grandiosa. Si pensò quindi di far l’acquisto di un antichissimo, e sdruscito Palagio che apparteneva un tempo alla estinta famiglia Avitaja, ed era passato ad un Monte di Beneficenza. Preso dunque cotesto edificio con contratto enfiteutico, si sono spese, e si stanno spendendo bene o male molte migliaja di ducati per restaurarlo, ed adattarlo agli usi dell’Amministrazione comunale.
Contratto cotesto novello ed arduo impegno fu risoluta l’alienazione della già detta antica casa comunale riedificata. Essendosi determinato di darla anche con contratto enfiteutico, furono aperte le subastazioni. Un puntiglio fece determinare il fu mio fratello Giulio, che non aveva certamente bisogno di una casa, a concorrere alle stesse. Rimasta la casa suddetta a lui come maggiore offerente appartiene ora al mio nipote Giovannino suo figliuolo ed erede. Così vanno le cose de’ Comuni.
Da altri Registri posteriori all’anno 1516 che si conservano nel Grande Archivio si rileva che essendo continuate le usurpazioni de’ Terlizzesi nel territorio di Ruvo, pendeva per tal causa un giudizio nell’anno 1522 nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria tra la Università di Ruvo da una parte, la Università e molti particolari di Terlizzi dall’altra. Lo pruova ciò un decreto emesso da quel Tribunale nel dì 24 Luglio 1522, col quale diè le opportune provvidenze relative all’esame testimoniale che si stava compilando[228].
Da altro Registro si ha il decreto definitivo emesso del giudizio suddetto dallo stesso Tribunale nel dì 26 Giugno 1523. Furono con esso condannati trenta Terlizzesi proprietarj di fondi rustici nominalmente riportati a pagare alla Città di Ruvo la bonatenenza, ed altri pesi fiscali[229]. Non si conoscono le contrade ove li fondi suddetti erano siti perchè manca il processo, e nel decreto non sono specificate. Pruova però cotesto giudicato le ingiuste vessazioni, e le usurpazioni de’ Terlizzesi.
Nell’anno 1600 vi era tuttavia il gravissimo inconveniente che i soldati avevano il loro alloggio ordinario a carico delle Università nelle case de’ particolari. Avevano i Baroni di quel tempo il privilegio di esentare da cotesta dura suggezione quello de’ loro feudi che avessero voluto, e farlo Camera riservata. Era questo il vocabolo col quale era tale esenzione indicata. La Casa d’Andria intenta sempre a smugnere il più che avesse potuto la nostra povera Città, come più giù anderemo a vederlo, non lasciò la occasione di venderle a prezzo carissimo un tal favore.
Costa dunque dai registri di quell’epoca che il Duca d’Andria e Conte di Ruvo nell’anno 1600 presentò sua dimanda al Primo Conte di Lemos Vicerè di questo Regno. Disse che a preghiere de’ Cittadini di Ruvo aveva fatta ne’ mesi passati quella Città sua Camera riservata; et volendo ora detti Cittadini dare ad esso esponente quello si suole dai Vassalli ai loro Signori per avere tal grazia[230], dimandò quindi il permesso che avessero potuto di nuovo congregarsi per deliberare ciò che dovevano dargli per tal causa, giacchè la prima deliberazione presa sull’assunto non aveva avuto effetto. Il Vicerè con suo rescritto del dì 5 Giugno accordò tal permesso.
Nel dì 28 Giugno dello stesso anno si unì la Università in pubblico parlamento preseduto dal Dottore Claudio Fraja Governatore e Giudice Baronale, al quale era vietato dalla legge di prender parte in un atto che riguardava l’interesse del Barone. Intervennero al parlamento suddetto il Sindaco, gli Eletti e non più di settantuno Cittadini. Disse il Sindaco Orazio Rocca che si era altra volta proposto lo stesso affare, e nulla si era combinato perchè l’offerta fatta a detto Illustrissimo nostro Padrone non era piaciuta, onde non intende in conto alcuno per la quantità di moneta in detta congregazione stabilita venire alla detta transazione.
Pose in veduta quanti disturbi, dispendj, ed altre cose che per onestà si taceno, avvenivano in quelle città le quali erano caricate del detto alloggio, e propose che si fosse fatta all’Illustrissimo Signor Duca nostro Padrone una offerta più vantaggiosa. La deliberazione presa fu che si fossero al Duca offerti ducati diecimila con queste condizioni e patti quo in ogni futuro tempo detto Illustrissimo Sig. Duca, e Conte di Ruvo nostro Padrone, suoi eredi e successori, quod absit, venessero a vendere di qualsivoglia sorte, o pignorare, et affittare questa Città di Ruvo, sicchè desso novo Signore, padrone, creditore, o affittatore non ne venesse a fare camera perpetua, o non ne potesse fare camera, o per volontà de’ Superiori, o per qualsivoglia altro che potesse occorrere de jure et de facto a non essere Camera ordinaria questa Città, onde ne patisse alloggiamenti ordinarj, o vero contro la forza di questa convenzione detto Illustrissimo Sig. Duca, suoi eredi e successori venissero ad non fare camera ordinaria perpetuamente loro, o vero per volontà de’ Superiori o per qualsivogli altro che potesse occorrere de jure et de facto questa Città ne venesse a patire detti alloggi ordinarj, che tunc et eo casu, imo ex nunc prout ex tunc detto Illustrissimo Sig. Duca si abbia da obbligare di restituire detti ducati diecimila una con l’interessi, danni patiti e da patire a questa università. E poichè li detti ducati diecimila da offerirsi mancavano, fu risoluto anche di contrarsi un debito.
Non è quì intanto ad omettersi che costa dallo stesso registro lo stato molto gravoso in cui era allora quella popolazione. Le gabelle imposte per far fronte ai pesi che incumbevano alla Università montavano ad annui duc. 12000. 2. 16. È notabile che la gabella del pane che colpiva più delle altre la povera gente era data in appalto per annui ducati 7113, somma molto esorbitante atteso il numero non ampio della popolazione di allora. Aveva inoltre 27000 ducati di debiti coll’annualità al 7 al 7½ all’8, ed al 9 per cento. Lo stato dunque della nostra città non era affatto felice.
Il Duca d’Andria nondimeno presentò al Vicerè la detta deliberazione presa nel parlamento del dì 28 Giugno 1600, e questi con sua decretazione del dì 4 Settembre rispose Regia Camera Summariæ de supplicatis se informet, et referat. Si presentò il Duca a quel Tribunale, giacchè suo, e non della popolazione di Ruvo era l’impegno di menare innanzi l’affare che gli portava diecimila ducati di guadagno. Produsse due documenti diretti a pruovare che il Regio Assenso si era accordato a due altre simili convenzioni passate tra il Principe di Avellino e la Università di S. Severino, e ’l Marchese di Morcone e la Università di detta Terra. Allegando questi due esempj insistè che fosse stata allo stesso modo autorizzata anche la convenzione fatta tra lui, e la città di Ruvo.
La Regia Camera della Sommaria dietro l’avviso dell’Avvocato Fiscale, con sua Consulta del dì... Novembre 1600 rispose al Vicerè che stanti li precitati esempj allegati, ove gli fosse così piaciuto, avrebbe potuto accordare il suo assenso anche alla convenzione combinata tra il Duca d’Andria e la Università di Ruvo per la somma però di ducati 8000 tantum e non più. Soggiunse bensì Non lasciando però di dire a V. E. et supplicarla resti servita di tenere la mano, et serrare questa porta di concedere assensi sopra simili donazioni, con fare alcuna Prammatica, o ordine che ex nunc in antea non si facciano simili accordi, et donativi, giacchè quelli potranno causare molto danno alle Università[231].
Non s’ingannarono que’ saggi Magistrati nel fare questa giusta osservazione, giacchè il novello debito contratto dalla nostra città per tal causa aggiunto agli altri che già aveva, ed alle Baronali estorsioni che crescevano sempre da un anno all’altro, la trasse a quella rovina di cui si parlerà al luogo opportuno. Passo ora a ragionare del dritto del Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino, e de’ gravissimi abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, i quali rovinarono l’agricoltura non meno che la pastorizia della nostra povera città.