Dopo aver parlato del risultamento de’ giudizj promossi contro la Casa Baronale, il quale benchè seguito in epoche diverse esigeva un prospetto continuato, do un passo indietro per ripigliare il filo degli avvenimenti li più importanti che hanno avuto luogo nella nostra città dalla fine del secolo XVIII in poi. Prima dell’epoca troppo infausta e memoranda dell’anno 1799 che pose a soqquadro tutto il Regno, ed ha lasciate delle piaghe che non hanno potuto ancora rimarginarsi, fu in Ruvo eseguita una operazione molto utile all’agricoltura.
Vi sono in quella città diverse Confraternite e Monti addetti al sollievo de’ poveri, i quali secondo la Polizia di quel tempo erano sotto la tutela di quel Tribunale che portava il nome di Tribunale Misto, perchè composto di Magistrati in parte secolari ed in parte Ecclesiastici. Erano cotesti Corpi Morali molto ricchi di beni fondi e specialmente di vigne, le quali hanno bisogno di una cura e vigilanza particolare. Amministrate però coteste proprietà da persone le quali non potevano avere un interesse diretto al miglioramento di esse, dovevano per necessità andare in discapito, come avviene a tutte le proprietà fondiarie de’ Corpi Morali, le quali hanno proprietarj che non possono amministrarle da loro stessi.
Si prese la saggia risoluzione di concedere li fondi suddetti in enfiteusi perpetua. Si volle a tal modo assicurare in primo luogo una rendita certa, la quale non avesse potuto mai discapitare sia per la poca fedeltà ed esattezza degli Amministratori, sia per la poca diligenza di essi. Si pensò anche a promuoverne con questo mezzo il miglioramento il quale oltre la pubblica utilità che veniva a risultarne, assicurava vie più la rendita de’ canoni enfiteutici che sarebbero andati a costituirsi. Fu la cosa in vero molto bene ideata tanto sotto i precitati rapporti, quanto sotto quello del maggior vantaggio che reca allo Stato la moltiplicazione de’ piccioli proprietarj.
Fu di tale operazione incaricato un Uomo di legge nostro concittadino dotato di bei talenti e cognizioni, di somma probità, e di un impegno sempre deciso pe ’l bene pubblico. Fu questi il Signor Commendatore D. Antonio Sancio, il quale dopo avere occupate altre luminose cariche sostenute con somma laude e rettitudine, è oggi Intendente della Provincia di Napoli e mio rispettabile amico[259]. La menò egli ad effetto col massimo zelo, e ’l risultamento è stato brillantissimo, poichè que’ fondi i quali erano condannati all’abbandono, si videro in pochi anni risorti ad uno stato floridissimo. Fu questo il primo passo che ivi si diè a quel progresso dell’agricoltura, ch’è andato dappoi sempre più innanzi in un modo meraviglioso.
Mentre coteste operazioni felicemente seguivano giunse l’epoca fatale dell’anno 1799. Era io allora, come innanzi ho detto, Avvocato della nostra città ne’ Tribunali di Napoli, e si trovavano nel fervore i giudizj avviati contro la Casa d’Andria. Le persone sagge ed impegnate al vero bene della comune Patria ch’erano allora alla testa del Governo Municipale, nelle cose le più importanti dipendevano sempre dai miei consigli e dalla mia direzione.
Alla fine del mese di Gennajo dell’anno suddetto l’Armata Francese era entrata già in Napoli sotto il comando del Generale Championnet dopo la terribile anarchia che aveva preceduto l’ingresso di essa. Ammaestrato da ciò ch’era avvenuto quì ed in altri luoghi credei opportuno tenerne di tutto avvertito il Sindaco di quel tempo, e raccomandargli fortemente che avesse badato bene a prendere le misure le più efficaci per prevenire qualunque disordine e mantenere la pubblica tranquillità. Gl’inculcai principalmente e con calore che non avesse permessa affatto alcuna novità, e che avesse fatto rimaner le cose nello stesso piede in cui si trovavano, ed atteso l’andamento naturale e regolare degli avvenimenti.
Sventuratamente però la mia lettera scritta al Sindaco in questi sensi soffrì un ritardo di posta. Capitarono intanto altre lettere o soverchiamente calde o poco prudenti, le quali inculcavano la sollecita piantazione di quell’albero senza radici che i Francesi dell’anno 1799 propagavano da per tutto per produrre soltanto il frutto delle civili discordie, delle sedizioni, delle rivalità ed aggressioni reciproche tra quelle Popolazioni che avevano inalberate insegne diverse.
Le lettere suddette fecero mancar la riflessione e diedero un forte impulso alla piantazione di quell’albero che generò ben presto que’ disordini che si era da me cercato di prevenire. La operazione suddetta per altro seguì senza il minimo mal umore del popolo Ruvestino per se stesso docile e tranquillo. Anzi i popolari medesimi per una mera vaghezza di novità si offerirono a tagliare e trasportare nella città uno degli alti cipressi che stavano nel Convento de’ Cappuccini fuori dell’abitato, il quale si fece servire all’uopo con ben tristo augurio.
Ne’ tempi di turbolenze non mancano uomini o malvagi o ciarlieri, i quali si dilettano di spargere notizie allarmanti. Si era stabilito a Ruvo un Maestro armiere nativo di Corato chiamato Ciro Giacomo volgarmente detto Ciriaco. Qualche giorno dopo la piantazione dell’albero si era costui recato nella città di Trani sia per le sue faccende, sia piuttosto con cattiva e maligna intenzione. Al ritorno da Trani divulgò la falsa notizia ch’erano alla marina sbarcati gl’Inglesi, i quali cannoneggiavano e bombardavano quelle città che avevano piantato l’albero.
Il Popolo non calcola la verisimiglianza o inverisimiglianza delle cose che si dicono, e come bene osserva Cornelio Tacito, facili civitate ad accipienda, credendaque omnia vera si tristia sunt[260]. Spaventato il basso Popolo di Ruvo dal timore delle cannonate e delle bombe Inglesi ch’erano lontane mille miglia, cominciò a tumultuare e corse a furia a tagliar l’albero. E poichè i Popolari non avevano capito per nulla cosa cotesto albero fosse significato, ragionavano nel modo che siegue: Giacchè i Galantuomini hanno voluto piantar l’albero, avrebbero potuto porre in cima di esso una parrucca e non già la coppola che portiamo noi. A questo modo avrebbero veduto gl’Inglesi che si era lo stesso piantato dalle parrucche e non già dal Popolo.
Cosa è il ragionare della Rivoluzione qualunque sia il colore che questa prenda! Un discorso di tal fatta intanto pruova che la massa del popolo fu spinta, non da cattiva intenzione, ma unicamente dal timore. Non mancarono però uomini perversi e turbolenti, i quali per poter dominare comandare e depredare, profittarono di quel fermento, traviarono il popolo e posero la città in una perfetta anarchia. Non fu quindi più rispettato nè il Sindaco, nè il Regio Governatore e Giudice[261], il quale temendo della propria vita, ebbe a fuggirsene. Non costò poco agli uomini dabbene ed agli Ecclesiastici l’impedire, durante lo stato di anarchia, quello spargimento di sangue di cui si erano macchiati altri luoghi della Provincia. Si ebbe però molto a stentare per salvar la vita ad un povero Notajo incaricato della esazione delle contribuzioni che si pagavano allo Stato. Niuna parte costui aveva avuta alla piantazione dell albero, e non era fatto per qualunque opinione politica. Ma pe ’l solo odio del suo spiacevole uffizio volevano gli anarchisti bruciarlo vivo.
Queste notizie amareggiarono oltremodo il mio spirito. Interessava molto i Francesi la occupazione delle Puglie ove vi erano delle città insorte. Fu risoluta la spedizione di una colonna di tremila uomini comandata dal Generale Duhems. La mia patria mi era cara, come cari anche mi erano li miei genitori che stavano in Ruvo colle mie sorelle allora nubili. Conosceva bene come i Francesi dell’anno 1799 trattavano le città che davano loro la occasione di adoperar la forza.
Venni anche a sapere che il fu Conte di Ruvo Ettore Carafa il giovane emigrato dal Regno per causa di opinioni politiche, e rientrato in esso per sua fatale sventura al seguito dell’armata Francese, andava a far parte della colonna che partir doveva per le Puglie coi soldati di una nuova legione che si stava da lui formando dai militari dello sbandato esercito del Re, e da altra gente collettizia degli Abruzzi, e delle altre Provincie del Regno. Non poteva certamente crederlo amico de’ Ruvestini, e molto meno della mia famiglia attese le liti promosse contro la sua Casa in parte decise e da me guadagnate, ed in parte tuttavia pendenti come innanzi ho detto.
Questi riflessi mi spinsero fortemente a determinarmi di rischiar la mia vita in que’ tempi torbidi, e partir per Ruvo prima che i Francesi fossero giunti nella Provincia di Bari, onde tentare tutti i mezzi per rimettere in quella città il buon ordine e la calma, e salvare a tal modo la mia Patria ed i miei cari genitori, per i quali avrei versato fino all’ultima stilla il mio sangue, da que’ disastri che avrebbero potuto essere la conseguenza dello stato di perturbazione in cui si stava. Partii quindi da Napoli nel mese di Febbrajo dell’anno 1799 col fu mio fratello Giulio. Era egli allora Tenente del quarto Reggimento de’ Cacciatori del disciolto esercito del Re Ferdinando, giovane di straordinario coraggio, e che si era molto distinto nella infelice campagna dell’anno 1799. Si unì con noi anche qualche altro giovane Ruvestino che stava in Napoli animato dagli stessi sentimenti.
Credei però cosa prudente il non andare direttamente a Ruvo. Tirammo bensì a Spinazzola in casa di una mia sorella ivi maritata. Presi di là le notizie esatte dello stato in cui si trovava la nostra città, e delle disposizioni in cui era la sana parte degli abitanti di essa che la formavano il Clero i Galantuomini ed i Proprietarj. Venni ad assicurarmi ch’erano essi rimasti sorpresi compressi e schiacciati da un sommovimento popolare non preveduto. Erano però intolleranti di stare sotto il comando ed a discrezione di pochi bricconi idioti e bestiali, poichè si sa che il Popolaccio aut viliter servit, aut superbe imperat. Erano quindi dispostissimi ad una vigorosa risoluzione che avesse rimesse le cose di nuovo nel loro antico stato regolare.
Assicuratomi di queste disposizioni e combinato l’occorrente per via di lettere segretamente, montai a cavallo coi miei compagni di viaggio e partimmo da Spinazzola al far della notte, per poterci trovare nelle vicinanze di Ruvo allo spuntar del giorno, essendovi tra l’uno e l’altro luogo la distanza di ventiquattro miglia. Giunti nel luogo combinato e designato, trovai alcuni Gentiluomini Ruvestini, ed altre persone armate di loro fiducia e tutti a cavallo. Erano essi usciti chetamente la notte dalla città per venirci incontro. Tutti uniti entrammo in essa di buon mattino quando il popolo n’era uscito pe ’l solito lavoro della campagna.
La prima operazione fu quella di situarsi una guardia al campanile della Chiesa Cattedrale. Si fece così per impedirsi che si fossero suonate le campane a stormo, giusta le istruzioni date dai Capi rivoltuosi nel caso di qualunque novità, onde richiamare nella città il popolo sparso per la campagna. Si trattava di un colpo di mano abbastanza rischioso. Vi bisognava tutta la celerità per non farsi sorprendere da una moltitudine male avvezza ed abituata da trenta giorni e più a comandare e far da padrona, poichè Nec cunctatione opus ubi periculosior sit quies, quam temeritas[262].
In meno di tre ore fu riunita una Guardia civica abbastanza forte e numerosa composta dai Galantuomini, dai proprietarj, dai negozianti e dai capi artieri di buona morale e di conosciuta probità. Tra tutti costoro vi erano parecchi buoni cacciatori avvezzi al maneggio delle armi e quindi temuti anche dal Popolo. La Guardia suddetta occupò subito la pubblica piazza e fissò ivi il suo corpo di guardia, senza perdere di veduta qualche altro sito importante della città.
Erano allora giunti colà i soldati Ruvestini sbandati dal disciolto esercito del Re. Si riflettè che quanto sarebbe stato pericoloso il lasciare questa gente a discrezione di se stessa e senza occupazione alcuna, altrettanto sarebbe stato utile l’impegnarla al servizio della città per lo mantenimento del buon ordine, al che era conducente una forza regolare e disciplinata. Fu dunque risoluto di prendersi i migliori de’ soldati suddetti ed unirgli alla Guardia civica pagandosi a ciascuno di essi carlini tre al giorno. E poichè mancavano i fondi per pagarsi loro i soldi dalla cassa comunale, si supplì con una soscrizione volontaria di tutti i possidenti. Questa misura fu utilissima, poichè i soldati suddetti si prestarono con fedeltà zelo e fermezza al mantenimento del buon ordine. A misura che dopo il vespro si andò ritirando il Popolo dalla campagna nella città rimaneva attonito, ma senza dir motto, del nuovo ordine di cose che trovava in essa stabilito. Non vedeva più nella pubblica Piazza i Capi rivoltuosi che davano ordini e contrordini, ma bensì le legittime Autorità locali che avevano una forza imponente per farsi rispettare ed ubbidire. Essendo però il popolo suddetto per suo carattere docile e non turbolento, non istentò molto a ritornare alle antiche abitudini. Ne rimasero però molto indispettiti i Capi tumultuanti ai quali era dolce il dominare il comandare e ’l far danaro. Ma il loro mal umore fu inutile e vennero obbligati a rinunziare alla loro cattiva intenzione o di buona voglia o colla forza.
Era indispensabile anche rimettersi l’amministrazione della giustizia senza la quale non vi può essere nè tranquillità interna, nè buon ordine. Il Regio Governatore e Giudice era sparito a causa dell’anarchia. Si trovava allora quella Provincia abbandonata a se stessa e senza le Autorità superiori alle quali avesse potuto ricorrersi per farlo supplire. Il Capo Politico di essa o sia il Preside che risedeva a Trani, ed i Magistrati di quella Regia Udienza Provinciale di cui il Preside era anche il Capo, erano stati sparpagliati dalla feroce e sanguinaria anarchia suscitata in quella città dalla gente marinaresca ch’era ivi allora numerosissima. Se ne tenne quindi discorso a Monsignor Vescovo.
Reggeva allora la Cattedra Vescovile di Ruvo Monsignor D. Pietro Ruggieri uomo dabbene e di rette intenzioni. Ei nel dì seguente a quell’ora che il Popolo era più affollato si recò nella pubblica Piazza accompagnato dalle Dignità del suo Clero, e predicò insinuando a tutti colle massime del Vangelo la pace la tranquillità il buon ordine, e la ubbidienza alle Autorità legittime. In presenza di Monsignor Vescovo si parlò anche al Popolo tanto dal Sindaco che da me sulla necessità che correva di supplirsi chi avesse amministrata la giustizia in luogo del Regio Governatore e Giudice ch’era stato costretto ad allontanarsi da Ruvo.
Rammento colla massima compiacenza che tanto in quella occasione quanto in ogni altra vennero dalla Popolazione di Ruvo accolti sempre non solo con docilità, ma anche con favore i miei discorsi e le mie insinuazioni, perchè era convinta e persuasa che da me si voleva il bene della comune Patria, e ne aveva data una pruova efficace con avere impreso a difenderla vigorosamente contro la potenza della Casa d’Andria che da tutti era temuta. La proposta quindi venne ammessa in quella piena Assemblea popolare preseduta dal Vescovo ch’ebbe luogo nella pubblica Piazza.
Secondo le leggi e regolamenti allora in vigore ogni qual volta era vacante l’uffizio del Regio Governatore e Giudice veniva nominato dal Governo un Luogotenente che n’esercitava interinamente le funzioni. Questo posto lo aveva più volte coverto il fu D. Matteo Caputi distinto Gentiluomo Ruvestino bene affetto al Popolo. Per non uscirsi quindi dal solito, rimase costui eletto Luogotenente. Tanto le Corti Baronali che le Regie avevano in quel tempo i loro Mastrodatti detti oggi Cancellieri. Non era il popolo contento del Mastrodatti che vi era e dimandò che se ne fosse nominato un altro. Non sarebbe stato ciò regolare, ma bisognò contentarlo, poichè in certi casi lex est legem non servare.
Riordinato a tal modo il Governo della città su quel piede in cui era prima, si praticò lo stesso anche circa i rapporti esterni onde prevenirsi qualunque inconveniente. Delle convicine popolazioni altre avevano preso al cappello il nastro rosso, altre il tricolorato. Erano queste nemiche tra loro e da tale nimicizia ne seguivano ogni dì disordini rappresaglie ferite ed uccisioni. Si scrisse quindi dal Sindaco a tutte le città vicine che la nostra città era in buona corrispondenza ed amicizia con tutte, e che gli abitanti di esse che vi si sarebbero portati per causa di commercio o per altre loro faccende sarebbero stati bene ed amichevolmente accolti secondo il solito.
Ha la nostra città fino ad un’epoca non molto da noi lontana conservate le sue antiche mura. Mi ricordo bene che nella mia età puerile tra gli uffizj municipali vi era anche quello del Camerlengo. Conservava questi le chiavi delle quattro porte della città che si chiudevano ogni sera e si aprivano di buon mattino, onde la gente avesse potuto uscire al lavoro della campagna[263]. Provvedeva anche il Camerlengo una Guardia urbana notturna a cui erano i cittadini tenuti prestarsi. Si aumentava questa di numero quando le vicine campagne erano infestate da qualche forte compagnia di masnadieri, ed in questi casi erano alla stessa chiamati i più valenti cacciatori, i quali nella nostra città non sono mai mancati. Ottima istituzione!
Nell’anno 1799 era questa andata in disuso e le antiche mura della città, che tuttavia vi erano, in più luoghi erano maltrattate e davano in essa un facile ingresso, perchè non se n’era più curato il mantenimento che formava prima uno degli esiti comunali. Le circostanze del tempo fecero conoscere la necessità di restaurarsi nel miglior modo possibile que’ luoghi di esse ch’erano più danneggiati. Si tennero di nuovo la notte chiuse le porte e si facevano girare per la città le pattuglie notturne della Guardia civica. Di giorno poi delle quattro porte se ne tenevano aperte due soltanto, cioè la Porta del Castello e la Porta di Noja con essersi situato a ciascuna di esse un picchetto di Guardia civica. Quella del Buccettolo e quella di S. Angelo, ora anche abbattute, si tenevano chiuse.
Fu tal provvedimento diretto ad impedire che sia di notte, sia di giorno fossero entrate nella città persone sospette di cattiva intenzione o facinorose che avessero potuto perturbarla. Si venga ora e si giustifichi la mania di distruggere le antiche mura e le porte delle città! Le sue forti mura e le sue porte nell’anno 1799, per tralasciare i fatti più antichi, salvarono la ricca città di Bari dal saccheggiamento tentato più volte, e sempre in vano, dalle numerose torme armate de’ così detti suoi casali. Tenga Dio sempre lontano il flagello delle rivoluzioni. Ma non siamo stati noi forse testimonj di cotesti sconvolgimenti dopo una lunghissima pace e perfetta tranquillità? La Storia serve ad istruire gli uomini, Præteritæ quippe res optima gerendarum rerum documenta sunt[264].
Nel rifarsi un tratto di muraglia vicino alla Porta del Castello avvenne disgraziatamente che una parte di essa crollò. Rimasero sepolti sotto le sue rovine cinque poveri muratori che vi travagliavano e caddero con essa da su in giù. Avutone l’avviso accorsi subito sul luogo e trovai molto popolo spettatore di sì lagrimevole disastro. Niuno però osava muoversi a soccorrergli per la giusta tema che la rimanente muraglia gli fosse caduta addosso. Sarebbero quindi quegl’infelici infallibilmente periti. Avendo veduto che per incoraggiare gli astanti erano inutili le parole e le persuasive, mi spinsi innanzi di botto e montando sull’alto della breccia della caduta muraglia, cominciai colle mie mani a sbarazzar le pietre che cuoprivano li cinque disgraziati muratori.
Tanto bastò per vedermi seguito all’istante da cento altre persone. In meno di un quarto d’ora le pietre rimasero sbarazzate e furono tratti fuori li cinque muratori che sotto di esse stavano sepolti. Fortunatamente si trovarono tutti viventi, benchè pesti chi più chi meno dalle contusioni e dalle ferite riportate. Si prese cura di fargli diligentemente medicare ed assistere dal Dottor Cerusico del luogo, e si ristabilirono tutti perfettamente. È facile da ciò vedere che il discorso più eloquente che si può tenere al popolo è il proprio esempio.
In questo stato erano le cose della nostra città allora quando terminati gli affari della Capitanata la colonna delle truppe Francesi spedita nelle Puglie passò nella nostra Provincia. Il General Broussier succeduto nel comando di essa al General Duhems fissò il suo quartier generale a Barletta, perchè le due prime città della stessa a sei miglia ciascuna di distanza da Barletta, cioè Andria e Trani erano in armi preparate a far resistenza ai Francesi. Era anche con lui il Conte di Ruvo Ettore Carafa colla sua nascente legione, circostanza la quale lo rendeva potentissimo. Non posso che compiangere la sua sorte infelice, ma debbo rendere omaggio alla santa verità. Non solo ei non mostrò alcun risentimento coi Ruvestini; ma gli trattò anzi con benevolenza e cortesia. Con vera nobiltà di pensare non mischiò punto nelle cose pubbliche il privato interesse o risentimento.
Mi recò una giusta sorpresa l’aver letto nella Storia dell’Italia di Carlo Botta che il Conte di Ruvo abbia fatta allora incendiare dai Francesi la città d’Andria sua patria, perchè ivi era nato, ed ivi era stato anche allevato nella sua fanciullezza. Ma non può meritare veruna scusa il vedersi replicata la stessa cosa in una Storia del nostro Regno pubblicata dopo da uno Scrittore Napolitano. A quest’ultimo che non era Forestiere come Carlo Botta fa molto torto l’aver ciarlato tanto de’ fatti avvenuti nell’anno 1799 specialmente nella Provincia di Bari, senz’avergli conosciuti e senz’aversi data la pena d’informarsene prima con esattezza da quelle persone che gli conoscevano.
Rispetto dunque al disastro sofferto dalla città di Andria è da sapersi che la risoluzione presa da quella Popolazione di levarsi in armi e resistere ai Francesi fu vie più fomentata dall’arrivo di alcune centinaja di uomini armati de’ casali di Bari che ivi si recarono per rinforzarla. Il Conte di Ruvo che prevedeva le conseguenze che ne sarebbero da ciò derivate fece tutto il possibile per acchetare quella città fino ad esporre la propria vita. Sono stato assicurato da persone ch’erano presso di lui e dagli Andriesi istessi che si portò fin anche solo a cavallo fin sotto le mura di Andria per parlare a quelli abitanti, e ne fu corrisposto a colpi di fucilate tirate sia dai cittadini istessi, sia dagli ospiti casalini ivi sopraggiunti, i quali niuno interesse avevano alla salvezza di quella città.
Or qualunque voglia credersi l’effetto che il Conte di Ruvo avrebbe potuto augurarsi da cotesto tentativo con una popolazione sollevata e decisa a resistere, bisogna convenire che non si sarebbe certamente esposto di persona a tanto rischio, senza che il di lui animo fosse stato riscaldato dall’amore della sua patria, e da un desiderio di salvarla così potente che non gli fece punto calcolare il pericolo della sua mossa[265]. Lo confermano ciò vie più i fatti che sussieguono.
Il Generale Broussier si recò di persona ad attaccare la città di Andria; ma si mostrò in quel rincontro o molto poco previdente o molto poco esperto nell’arte della guerra. Era allora la città suddetta circondata dalle sue antiche mura piene per tutti i lati di feritoje, ma troppo deboli contro la forza dell’artiglieria. Partito il Generale suddetto da Barletta colle sue truppe dopo la mezza notte, si trovò in faccia alla città suddetta all’alba del dì 23 Marzo 1799. Avvertito dagli Andriesi l’arrivo del nemico, tutte le campane cominciarono a suonare a stormo, e la gente armata ch’era tutta al di dentro si distribuì dietro la intera muraglia e prese posto alle feritoje già dette.
Le porte della città non erano munite nè di fossati, nè di ponti levatoj, ma erano al piano ed accessibili. Il modo regolare quindi di attaccarla sarebbe stato quello di fracassare alcuna delle porte ch’erano chiuse, o far cadere qualche pezzo della vecchia e debole muraglia a colpi dell’artiglieria, e poi far avanzare la truppa all’assalto. Ma il Generale suddetto, mentre le porte erano serrate, e non aveva pensato neppure a far preparare e condurre seco le scale da Barletta per potersi assaltare le muraglie, contro tutte le regole dell’arte della guerra fece avanzar la truppa in colonna contro la porta principale della città detta porta del castello che mena a Trani.
Avevano gli Andriesi un solo cannone ottenuto dai Tranesi, e situato alla porta suddetta. La prima scarica di esso fatta a metraglia da un abile artigliere fece molto danno nelle file della colonna nemica che si spingeva innanzi senza una conveniente precauzione. Una seconda scarica a palla smontò un pezzo di artiglieria di campagna ch’era alla testa della colonna suddetta. Giunta questa vicino alle muraglie a tiro di fucile, si divise per circondare anche gli altri lati della città. Cominciò allora un fuoco terribile colle continue scariche che partivano dalle feritoje delle muraglie, il quale durò circa due ore con gran disuguaglianza. Non tutti gli aggressori avevano potuto avere la opportunità di prender posto dietro sicuri ripari. Non pochi di essi erano rimasti esposti a petto scoverto alle fucilate, mentre gli aggrediti appostati dietro la muraglia non potevano essere offesi in verun modo dal fuoco perfettamente inutile della fucileria Francese. Durò cotesto cattivo giuoco fino a che li Guastatori Francesi appressatisi sotto una grandine di palle alla già detta porta principale della città riuscirono a romperla non senza molto stento a colpi di scuri, e fecero entrare in essa la truppa.
L’errore imperdonabile del Generale cagionò la perdita di parecchi soldati ed uffiziali, e fu giustamente ed acremente censurato non solo dagli uomini di guerra, ma anche da chiunque non mancava di senso comune. Intanto anche dopo entrata la truppa nella città incontrò una viva e coraggiosa resistenza, la quale alla fine riuscì inutile contro una forza assai superiore di numero bene agguerrita e padrona già di tutti i mezzi di distruzione[266].
In questo rincontro il Conte di Ruvo intercedè, pregò e si gittò finanche ginocchioni innanzi al General Broussier per potere salvare la città almeno dall’incendio; ma fu tutto inutile. Si mostrò costui inesorabile, perchè irritatissimo dalla perdita fatta della sua gente causata per altro dalla sua poca avvedutezza e previdenza. Si seppe inoltre che il Conte di Ruvo indignato di cotesta sua durezza spinse contro di lui un rapporto, il quale produsse l’effetto che il Generale suddetto fu richiamato dal comando delle truppe spedite nelle Puglie.
Sono questi i veri fatti. Io che mi trovava allora in quella Provincia posso parlarne assai meglio di Botta che scrisse su gli altrui fallaci rapporti, e di chiunque altro ha replicato come un pappagallo ciò che da Botta si è detto. Questi fatti gli ho saputi da persone degne di fede che si trovarono presenti ai medesimi, dagli stessi Andriesi, e dalla pubblica voce che gli rese notorj alla intera Provincia. Si lasci dunque in pace un disgraziato defunto, al quale tutt’altro può essere imputabile che l’incendio della sua patria.
Del resto si è voluto anche esagerare il danno sofferto da quella città, mentre ho tutta la ragione dì compiacermi di quelle propizie circostanze che concorsero a diminuirlo. L’incendio non potè prender piede per essere opportunamente sopraggiunta una dirotta pioggia. Il massimo numero degli abitanti fu salvo primo perchè moltissimi di essi rifuggirono sotto la protezione del Conte di Ruvo nel suo ampio e grandioso Palagio Ducale rispettato dalla soldatesca furibonda sparsa per la città[267]: secondo perchè si nascose nelle grotte sotterranee, che in essa vi sono mentovate dal Pontano nel luogo riportato nel capo I pag. 26.
Gli effetti li più preziosi de’ cittadini furono salvati coll’esser stati nascosti o in quelle stesse grotte ignote ai Francesi, o nelle campagne ov’erano stati precedentemente trasportati dai più ricchi possidenti che avevano preveduto quel disastro che venne la detta città a soffrire. D’altronde il saccheggiamento degli altri effetti meno preziosi rimasti nelle case non durò che poche ore. Le premurose insistenze del Conte di Ruvo, che riscuoteva dai Francesi tutto il riguardo per la sua illustre condizione pe’ suoi talenti e pe ’l suo sommo coraggio, fecero sì che il General Broussier il giorno istesso colle sue truppe se ne ritornò a Barletta. Il che diè anche l’agio agli abitanti di uscire dai loro nascondigli ed occuparsi di proposito a finire di estinguere l’incendio, il quale fece perciò pochissimo danno. Un buon numero in fine degli uccisi dal furore de’ soldati entrati colle armi alla mano fu, per quanto mi venne riferito, della gente venuta dai casali di Bari, a cui non erano noti tampoco i detti nascondigli, e quindi non le fu facile sottrarsi alla strage che susseguì alla presa della città.
Ben diversa però fu la sorte della povera città di Trani espugnata dopo l’affare di Andria. Era assai più imponente l’apparato di guerra che la stessa ostentava. Le sue mura ed i suoi bastioni che stavano in buono stato erano circondati da un largo e profondo fossato, e muniti di circa trenta pezzi di artiglierie di diverso calibro. Si erano presi questi dal suo antico castello, ove si tenevano in deposito sotto la custodia di pochi soldati invalidi. Cosa però valgono i cannoni quando mancano gli uomini che possano sostenergli?
Cotesto apparato intanto e la trista sperienza fatta nell’attacco di Andria posero il General Broussier in molta prevenzione, e lo resero più cauto. Quindi la città di Trani fu attaccata con tutte le regole dell’arte della guerra. Furono presi dal castello di Barletta quattro pezzi di grossa artiglieria, coi quali fu piantata una batteria contro la porta della città che guarda l’occidente sulla strada di Barletta. Contro l’altra porta che guarda l’oriente detta la porta di Bisceglia furono situati gli obizzi che lanciavano nella città qualche granata per dar terrore, giacchè non avevano i Francesi larga provvisione di questi projettili.
Poco o nulla però fu l’effetto della batteria de’ cannoni. Era la stessa situata a lunga distanza dalla muraglia per la seguente ragione. Vi è da quel lato fuori della città ad una certa distanza l’antico castello. Ove dunque la batteria suddetta si fosse più ravvicinata alla città, sarebbe stata colpita di lato e smontata dai cannoni del castello. Cotesta batteria dunque tirava solo per far rumore, e per bucare le case adiacenti alla porta contro la quale era piantata.
Massimo però era il fastidio che dava agli assediati la fucileria della fanteria nemica. Aveva questa circondato il lato orientale, e meridionale della città, giacchè il lato settentrionale è tutto sul mare, e ’l lato occidentale aveva, come innanzi ho detto, di fianco il castello. Si era appostata dietro le case che stavano fuori della città, e dietro i parieti de’ giardini adiacenti alla muraglia a mezzo tiro di fucile. Mentre a tal modo si teneva al coverto dal fuoco della Piazza, incomodava moltissimo coloro che la difendevano colle continue scariche di fucileria. Teneva inoltre pronte le scale trasportate da Barletta a bella posta per poter montare all’assalto quando fosse giunto il momento opportuno.
In tal posizione delle cose que’ cannoni situati sulle muraglie che sarebbero stati utilissimi agli assediati se intorno alla Piazza vi fosse stato un regolare spianato, erano loro di sommo imbarazzo subito che gli aggressori avevano potuto situarsi dietro sicuri ripari a mezzo tiro di distanza. Le loro palle entrando per i vani delle cannoniere davano un mortale fastidio agli assediati. La gente marinaresca che formava il massimo numero di coloro che difendevano le muraglie non assuefatta a sentirne il sibilo, se ne spaventò ben presto. Quindi al terzo giorno dell’assedio le abbandonò con una vigliaccheria uguale alla crudeltà, ed alla ferocia colla quale aveva massacrati i più illustri cittadini. Tutti i marinari fuggirono al porto, ove tenevano maliziosamente pronte le barche per poter prendere il largo, e lasciare al macello i loro compagni d’armi.
La loro fuga scoraggiò anche gli altri, e tra essi parecchi militari, ai quali non mancava l’ardire e la volontà di sostenere vigorosamente l’assedio; ma vedendosi ridotti a poco numero, si sgomentarono di continuare la resistenza contro una forza molto maggiore disciplinata e coraggiosa. Pensarono quindi a salvarsi anch’essi. Gli assedianti vedendo cessato il fuoco, e le mura della città sbarazzate di gente, dubitarono da principio di qualche insidia che avesse voluto tendersi a loro danno per fargli uscire dai loro ripari ed avvicinare alle muraglie. Essendosi però assicurati di ciò ch’era avvenuto, discesero ne’ fossati, si appressarono alle stesse, appoggiarono le scale, ed entrarono nella città a loro bell’agio, senza quella resistenza che si è spacciata da chi ha scritto non bene informato delle cose, e senza che cotesta tranquillissima scalata fosse costata la perdita di un solo uomo.
Si era preveduto per altro ove sarebbe andata a finire la bravura de’ marinari Tranesi. Essendosi capito il loro disegno di fuggire per la via del mare, erano state spedite da Barletta molte barche armate, le quali si erano schierate in faccia al porto di Trani per impedire che fossero essi scappati sui loro piccioli navigli detti paranze. Il vento però gli favorì e riuscirono ad uscire dal porto, e prendere il largo colle loro famiglie, e col meglio che poterono trasportarsi. Molti però di essi avendo avuto poco accorgimento ed essendo sbarcati in luoghi non lontani da Trani, furono colti dai Francesi ch’erano padroni del litorale e moschettati a centinaja come vili conigli. Quella strage rese in Trani per lunghi anni meno numerosa la gente di mare.
Pagarono costoro a prezzo ben caro la pena della loro vigliaccheria e della prodizione fatta ai loro compagni d’armi che difendevano la Piazza con molto coraggio. Era questa forte abbastanza e le sue mura nulla avevano sofferto dalla batteria de’ cannoni di cui innanzi ho parlato[268]. Quando anche non fosse stato possibile continuarsi la resistenza, si avrebbe potuto ottenere facilmente una vantaggiosa capitolazione. I Francesi entrati nel Regno nell’anno 1799 non erano molti. Non volevano quindi perder gente, e non s’impegnavano a superar colla forza e collo spargimento del sangue ciò che potevano combinare colle trattative. Se i detti marinari quindi avessero tenuto fermo il piede e non fossero vilmente fuggiti, non sarebbero certamente i Francesi entrati in Trani colle armi alla mano.
Non avrebbe però meritato quella povera città il durissimo trattamento che ricevè da essi. Cadde questo tutto a danno della gente dabbene, la quale dopo esser stata crudelmente flagellata dall’anarchia soffrì dai Francesi una compiuta desolazione. L’incendio animato vie più da un vento impetuoso che sventuratamente surse durò per più giorni e ridusse in cenere presso che tutta la città, e con essa anche il bellissimo Teatro che vi era ed indi si è rifatto. Il saccheggiamento fu lungo spietato e ridusse i poveri abitanti alla estrema mendicità. Non poteva guardarsi quella infelice città senza versar lagrime di amarezza.
In quella dolorosa occasione i Ruvestini si distinsero con avere accolte molte famiglie Tranesi che rifuggirono nella nostra città. Molte altre rimaste in Trani furono da essi largamente provvedute di danaro di viveri di vestimenta e di biancherie delle quali avevano il massimo bisogno. La Popolazione di Trani fu anche soccorsa di viveri dalla nostra città. Il Popolo di Ruvo guardava attonito le spaventevoli fiamme ed i globi di fumo che uscivano dalla città di Trani, la quale era a vista, e rendeva grazie al Cielo ed ai buoni cittadini che si erano cooperati a tener lontano dalla nostra città lo stesso disastro.
Mentre seguivano queste fazioni di guerra fu operato in Ruvo tranquillamente quel cangiamento di Governo che le circostanze del tempo e la presenza di una forza imponente rendeva indispensabile. Un tal cangiamento però durò ben poco, poichè i Francesi per i rovesci sofferti nell’alta Italia furono costretti ad uscire dal Regno. Quelli che stavano nella nostra Provincia essendo stati per tal causa richiamati frettolosamente in Napoli, nel lasciarla la sommisero ad una contribuzione di guerra, a cui soggiacque anche la nostra città. Fu questo per altro il minor male che avvenir le poteva in quel trambusto. Caduto ben presto il Governo Repubblicano istallato dai Francesi, si ritornò sotto la dominazione del Re. Seguì però tal passaggio con perfetta calma e tranquillità, e senza il minimo disordine. Abituato di nuovo il Popolo Ruvestino al buon ordine ed ammaestrato anche dagli avvenimenti precorsi, serbò quel contegno laudabile ch’era a desiderarsi.
Riordinate le cose del Regno dopo le più gravi convulsioni sofferte, si ripigliarono nell’anno 1803 li giudizj contro la Casa d’Andria e ne seguì la transazione dell’anno 1805 di cui si è largamente parlato nel capo precedente. Nell’anno 1804 le cure del Governo municipale si rivolsero ad un articolo interessantissimo, cioè alla rinnovazione delle antiche selciate delle strade interne della città. Erano queste formate di pietre non grandi già logore e consumate dal tempo e rese impraticabili specialmente in tempo d’inverno. Era facilissimo lo sdrucciolare e molte persone ne riportavano alla giornata le membra slogate o infrante dalle cadute. Si univa a questo un altro gravissimo inconveniente qual era quello che l’acqua ed il fango ristagnava in più luoghi s’imputridiva corrompeva l’aere, e comprometteva la salute di tutti gli abitanti.
La somma strettezza e povertà della cassa comunale non aveva permesso per lo innanzi di darsi un riparo. Giunte però le cose ad un punto che non si poteva far passare più oltre, il Sindaco D. Francesco Devenuto, di cui ho fatta innanzi onorevole menzione, nel pubblico parlamento del dì 22 Aprile 1804 così ragionava ai numerosi cittadini in esso intervenuti. Non vi ha dubbio che noi viviamo sotto un clima salubre ed invidiabile per la sua dolcezza ed amenità a differenza di altre Popolazioni, giacchè la città è posta in un sito dominante e delizioso lungi da qualunque naturale contagio o infezione. Ma abbiamo la sventura che questo impareggiabile clima viene contaminato dalla succidezza enorme delle strade della città di estate e d’inverno per le acque che ristagnano in varie lagune. Quindi si corrompono e putrefanno, ristagno che deriva dalla cattiva struttura delle selciate. Da questa cagione reale ed effettiva ne avvengono le malattie non meno nella stagione di està e di autunno, che quasi di continuo in tutto il corso dell’anno, e ad evidenza si scorge che dopo minuta pioggia, spirando i venti australi ed umidi, si rende l’aere talmente infetto dal lezzo ch’esala dal mezzo delle strade ove tali acque putride ristagnano, che non vi ha persona la quale non va afflitta da dolori nella vita, conseguenza vera della respirata aria mal sana, e quindi non traspirata per le cause accidentali dell’atmosfera.
Quindi nel parlamento suddetto furono proposti e presi gli espedienti per la formazione delle nuove selciate colla imposizione di un novello carico sulle gabelle civiche. Perchè la cosa fosse ben riuscita e lo scolo delle acque piovane avesse avuto un regolare declivio che ne avesse impedito il ristagno, ne fu formato il piano dall’architetto da me proposto fu D. Ignazio Stile, quanto valente specialmente nella Scienza idraulica, altrettanto onesto. Cotesta operazione però esigeva una spesa fortissima perchè si trattava di rinnovare per lo intero le selciate della città. Coi mezzi ordinarj sarebbe andata la cosa molto a lungo e sarebbe forse rimasta anche non compiuta. Il notabile aumento d’introito che la cassa comunale venne ad avere colla transazione dell’anno 1805 e coll’essersi indi guadagnata anche la causa della difesa, accelerò cotesto segnalato beneficio che quella Popolazione lo deve al zelo ed al disinteresse di que’ pochi, ma bravi cittadini che presero a petto loro la difesa di quelle cause che hanno prodotto tanto vantaggio.
Ecco come le strade interne della nostra città si vedono ora lastricate di belle e grandi pietre quadrate. È però quì d’avvertirsi per lo futuro regolamento che le pietre che si cavano nella nostra Provincia ed in conseguenza anche a Ruvo, mentre son atte a qualunque lavoro, non hanno però molta durezza. Quindi le selciate delle nuove strade interne formate in Ruvo si videro ben presto approfondate dalle ruote delle vetture. Grandissimo è il numero di esse ch’entra nella città e batte di continuo le strade suddette per lo trasporto della immensa quantità de’ generi che si raccolgono nel suo vasto territorio, e di tutte le altre cose che bisognano all’uso della vita.
Nel sito quindi del passaggio delle ruote si pensò sostituire una linea di pietre assai più dure, le quali avessero potuto opporre una maggior resistenza alla impressione di esse. Si trova anche nel territorio di Ruvo un’altra qualità di pietra che porta il nome di pietra livida dal suo colore piombino. Gli Architetti Napolitani addetti alle strade Provinciali che l’hanno osservata assicurano che supera la stessa in durezza le pietre delle lave del Vesuvio dette basoli, delle quali sono lastricate le strade di Napoli. Si trova la pietra suddetta nella contrada di S. Lucia. Io ne ho molta nel mio fondo denominato il Parco del Conte ed accordai al Sindaco il permesso di farne tagliare quanta ne avesse voluta per valersene all’uopo, come fu eseguito.
Nell’autunno dell’anno 1805 mi toccò fare un viaggio in Ispagna per trattare un rilevante affare. Mi trovava a Madrid allora che fu data la celebre battaglia navale di Trafalgar nella quale perderono la vita tanto il famoso Ammiraglio della Squadra Inglese Nelson, quanto quello della Squadra Spagnuola Gravina ch’era Siciliano ed anche valentissimo uomo di mare. Venni ivi a conoscere che il nostro Regno si trovava compromesso in una nuova guerra colla Francia. Cercai quindi di accelerare il mio ritorno in Napoli.
Giunto quì trovai il Paese nella massima trepidazione. Non tardò molto e si ebbero sicure notizie che una poderosa armata Francese era in marcia a questa volta. Il Re Ferdinando rimasto solo dagl’Inglesi e dai Russi ch’erano quì sbarcati, ed indi furono obbligati a partire dalla forza degli avvenimenti seguiti nella Germania, prese la risoluzione di ritirarsi nella Sicilia. Memore della terribile anarchia che si era quì suscitata nell’anno 1799 dopo la partenza del Re, non posi tempo in mezzo. Nel giorno istesso della partenza del Re fissai una carrozza, e ’l dì seguente partii per Ruvo col mio fratello Giulio, onde attendere ivi il risultamento delle cose. Mi determinai a questa mossa perchè calcolai ch’era quello il luogo di maggior tranquillità per me in mezzo ad una popolazione buona, ed a me attaccata.
Vidi per la strada che la notizia già precorsa della partenza del Re aveva resi gli animi delle Popolazioni titubanti, ed inquieti. Giunto nella nostra Provincia ebbi a convincermi che la sperienza del passato è una grande scuola per gli uomini. Divulgata appena la notizia della partenza del Re, tutte le città cominciando da Trani ch’era allora il capoluogo, per proprio impulso, e senz’attenderne neppure la permissione del Preside ch’era allora il Capo Politico della Provincia suddetta, posero in piedi una imponente Guardia civica, onde prevenire qualunque perturbazione dell’ordine pubblico. Anzi i Magistrati istessi del Tribunale di Trani che avevano più degli altri motivo di temere un sommovimento di tanti carcerati che ivi vi erano, furono i più attivi e zelanti nell’organizzarla.
Si fece lo stesso anche a Ruvo; ma in verità non ve ne sarebbe stato neppur bisogno. Serbò quella Popolazione in tale occasione tanta tranquillità e buon ordine che ben posso dire di non esservi stato neppure un solo che avesse mostrata cattiva intenzione. In mezzo a quella commozione generale ch’era inseparabile da un cangiamento di Governo, non ebbe a notarsi qualunque minimo inconveniente. Fu quindi quello per me veramente un tempo di ozio letterario. Stabilito il nuovo Governo, e sedata quell’agitazione che aveva prodotta l’ingresso dell’armata Francese nel Regno, mi ritirai in Napoli per continuare l’esercizio dell’Avvocheria.
Passando ora alle novità che nella nostra città ebbero luogo per effetto del nuovo ordine di cose quì introdotto, vi erano in Ruvo tre Conventi di Frati, cioè uno de’ PP. Domenicani, l’altro di Cappuccini, e l’altro de’ Minori osservanti sotto il titolo di S. Angelo di cui ho parlato innanzi nel Capo VI[269]. Il primo di essi dal nuovo Governo fu soppresso perchè era ricco. Il secondo lo fu del pari, poichè coi nuovi regolamenti introdotti era incompatibile che due conventi di Frati mendicanti fossero rimasti a carico dello stesso Comune. Si è ora ricreduto da queste vedute, ed i Cappuccini sono ritornati di nuovo in Ruvo.
Li PP. Domenicani avevano un bel convento, ed una magnifica Chiesa fuori dell’abitato al largo della Porta di Noja. Il convento rimasto per alcuni anni in amministrazione nelle mani vandaliche degli Agenti Demaniali ne rimase non poco maltrattato. Fu dappoi dal Governo Militare donato una colla Chiesa al Comune di Ruvo, e l’Amministrazione municipale cominciò a prenderne qualche cura. Ritraeva dai membri di esso una picciola rendita, poichè la massima parte dell’edificio serviva per quartiere ad una Brigata di Gendarmeria a cavallo stabilita in quella città. In quanto alla Chiesa, una delle Confraternite di detta città sotto il titolo di S. Maria della Purificazione ebbe il permesso di passare dalla Chiesa di S. Luca, ove prima era stabilita, a quella assai più grandiosa de’ soppressi Domenicani con essersi incaricata di mantenerla, come la mantenne con quella decenza ch’era conveniente.
Vi sono nella città di Ruvo varie pie Istituzioni, o siano Monti destinati dalla volontà de’ fondatori a dare i sussidj ai poveri. Coteste Istituzioni mentre onorano moltissimo lo spirito di carità de’ nostri antenati, davano anche larghi mezzi per potersi soccorrere la misera gente, specialmente nel tempo che le dirotte piogge, e le copiose nevi impediscono alla stessa di guadagnare il proprio vitto col lavoro della campagna. Dai nuovi regolamenti Francesi furono introdotte tanto in Napoli che nelle Provincie le Commissioni di Pubblica Beneficenza. Lo scopo di cotesta novella Istituzione, per quanto a me pare, è stato quello di riunire tutte le rendite provvenienti dalle pie disposizioni di questa natura in una sola massa, e disporre di esse in quel modo che si crede conveniente al bene ed al bisogno generale della Provincia, non già al sollievo de’ poveri di que’ luoghi soltanto ove tali pie fondazioni si trovano ordinate.
Io son uso a dir le cose come le sento. Non fu mai del mio gusto l’applaudire alle novità che hanno quì avuto luogo per la sola ragione che si son fatte ad esempio di ciò che si pratica al di là de’ monti. Lodo le cose buone, ma non posso appagarmi di quelle nelle quali vedo che alla sostanza delle cose si sono sostituiti de’ vocaboli speciosi che alla stessa non corrispondono. Come uomo di legge non sono e non sarò mai persuaso che i legati e le donazioni fatte ad una classe di designate persone, quali sono i poveri di un Comune, possano essere invertite a vantaggio di altre persone non comprese nella disposizione ed estranee alla volontà ed alle affezioni del disponente. Son anzi convinto di valere ciò lo stesso che distruggere la volontà di coloro, i quali sulla roba che loro apparteneva erano Legislatori, e quindi avevano pieno dritto di disporre di essa a favore di quelle persone o di quella classe di persone ch’erano loro più predilette.
Ma messe da banda coteste considerazioni di Diritto di non lieve peso, si venga al fatto il quale fa svanire tutta la magia de’ vocaboli. Dimando se cotesta Pubblica Beneficenza è valuta per la nostra città quello stesso che valevano li Monti suddetti stabiliti dai nostri antenati? Quante cose potrei dire! Ma queste discussioni, le quali potrebbero forse riuscire anche spiacevoli, non appartengono alla Storia. Non posso però tradire la mia piena convinzione che i poveri della mia patria ne hanno riportato da cotesto novello ordine di cose un positivo discapito. È ciò inevitabile quando alla legge imposta dai fondatori di coteste pie istituzioni vien sostituito l’arbitrio di coloro che ne prendono ingerenza. Li poveri di Ruvo certamente anderebbero assai male se nelle loro maggiori urgenze non fossero soccorsi dallo spinto di carità di que’ proprietarj spesse volte suggerito anche dalla prudenza, e dall’impero della necessità, poichè la fame può spingere gli uomini ai disordini. Quindi il calcolo vero, ed adeguato della cosa lo lascio alla saviezza ed alla considerazione del Governo.
Nell’anno 1808 diverse Provincie del Regno e principalmente quelle delle Puglie furono infestate dal terribile flagello de’ bruchi. In conseguenza anche il territorio di Ruvo soggiacque a danni gravissimi per essere stato da cotesti nemici sterminatori invaso nel mese di agosto dell’anno suddetto, e devastato fino all’anno 1813.
Durante tale invasione mi recai in Ruvo nella stagione di primavera. Fu per me uno spettacolo affatto nuovo e di non lieve sorpresa l’avere osservato il primo sviluppamento delle immense masse delle già dette locuste. Sbucciate queste dalle uova deposte ne’ terreni saldi specialmente delle murge, si univano e marciavano in colonne ben compatte di larghissima fronte, e della lunghezza di miglia. I luoghi per i quali passavano se erano erbosi rimanevano perfettamente denudati di qualunque specie di verdura che veniva da esse divorata. Se erano seminati, gli lasciavano atterrati e mietuti dai loro denti come se si fosse adoperata la falce.
Le anzidette colonne devastatrici marciavano andando sempre innanzi, senza conoscere ostacoli, e senza mai deviare. Se nel cammino incontravano un pariete di qualunque altezza, un pagliajo, o anche un edificio rurale, si rampicavano lo sormontavano fino al tetto, e si gittavano indi di là al lato opposto. Se incontravano uno stagno, s’immergevano in esso. Ne perivano moltissimi annegati. Ma servivano questi di ponte al passaggio degli altri alla sponda opposta. Se una colonna di soldati marciasse colla stessa intrepidezza ed ostinazione, qual resistenza se le potrebbe opporre? Essendo entrato col mio cavallo nel mezzo di una delle colonne suddette, ne rimase lo stesso spaventato dal movimento di essa, e dal rauco susurro dei moscherini che la formavano.
Marciando essi a tal modo nel loro nascere si nutrivano delle verdure che incontravano sul cammino, s’ingrossavano ed acquistavano la forza necessaria a levarsi in alto col far uso delle ali. Da piccioli moscherini divenuti grossi ed alati, le immense nubi che venivano a formare oscuravano il cielo. Si spandevano allora da per tutto per la campagna, ed invadevano gli orti i giardini le vigne e gli arbusti divorando le piantazioni di ogni specie, non esclusa la bambagia, e rodendo non solo le frondi, ma anche le cortecce degli alberi.
La città istessa non era tampoco esente dal loro schifoso contatto. Ne rimanevano ingombre le strade le piazze, ed i tetti delle abitazioni. Entravano anche nelle stanze se non si usava la diligenza di tener chiuse le invetriate. Ne rimanevano sporche pur le vivande che si cuocevano ne’ focolari da quelli che s’intromettevano per i camini.
Grande quindi per tutti i lati era la desolazione delle Popolazioni afflitte da cotesto terribile flagello che le riduceva alla miseria, e comprometteva finanche la loro sussistenza. Diversi furono gli espedienti escogitati per distruggere un nemico così formidabile. Vi furono anche diverse Istruzioni stampate del Ministro dell’Interno di quel tempo tanto relativamente alle operazioni da farsi per conseguire quest’oggetto, quanto per la esazione e ripartizione tra i proprietarj de’ fondi rustici della spesa non lieve che queste esigevano. Era però la cosa per se stessa assai malagevole.
Si pensò da principio di spedire molta gente provveduta delle grandi coverte di tela grossolana che in quella Provincia si chiamano racane per raccorre i bruchi mentr’erano ancora moscherini, e non avevano messe le ali, come innanzi si è detto. Se ne prese a tal modo una quantità ben considerevole. Ma poco ciò suffragava avuto riguardo alle masse immense di milioni di milioni de’ già detti moscherini che sarebbe convenuto distruggere. Mancavano le braccia sufficienti all’uopo. Mancava anche il tempo proporzionato a sorprendergli prima che si fossero resi alati, e quindi sparpagliati sulla intera campagna.
Fu assai più profittevole il mezzo di cercarsi le uova che deponevano sotterra ne’ luoghi saldi smuovendo il terreno colle picciole zappe, e distruggendole prima della fetazione. Con tal misura generalmente presa si fece molto e ’l numero di essi si andò man mano diminuendo. Ma non era possibile che una porzione delle ovaje non fosse sfuggita all’attenzione di coloro che le cercavano. Quindi cotesto flagello che tenga Dio sempre da noi lontano, sarebbe senza fallo continuato per anni ed anni se la mano potentissima della Provvidenza non fosse concorsa a liberarcene.
Nella està dell’anno 1813 dopo che le locuste suddette avevano messe già le ali, e prima che fosse giunto il tempo in cui deponevano le uova perforando il terreno, surse un vento impetuosissimo di libeccio che le sospinse sul mare Adriatico, ove rimasero sommerse. Si osservò che i pesci i quali si erano di esse cibati divenivano tanto fetidi che non si potevano mangiare.
Nell’anno 1809 cessai dalle funzioni di Avvocato della nostra città perchè venni obbligato ad assumere una carica di Magistratura da me non ambita e non dimandata, perchè era ben contento del rango a cui era giunto nell’Avvocheria e della fortuna che in tal carriera mi aveva assicurata. Non lasciai perciò di prestarmi a tutto ciò ch’era conducente al bene della mia Patria tutte le volte che ne venni richiesto. Ciò che fu da me operato perchè non fosse rimasto soppresso il Vescovado di Ruvo l’ho detto innanzi nel capo VII. Richiamò inoltre la mia attenzione un articolo dell’ultimo Concordato colla S. Sede che doveva mandarsi in esecuzione.
Si trovava in esso stabilito che in ciascuna Diocesi si doveva formare la dotazione per un Seminario. Riflettei che la Diocesi di Ruvo non si estende al di là delle mura della città. Ove quindi si fosse venuto a fondare in Ruvo quel Seminario che per tal ragione non vi è stato mai, avrebbe potuto avere tutto al più otto o dieci alunni. Riflettei inoltre che nella città di Bitonto si trovava già fondato un Seminario. Dipendendo quindi ambe le Diocesi dallo stesso Vescovo, il Seminario di Bitonto avrebbe potuto essere opportuno anche per i giovani Ruvestini avviati al Chericato.
Per altro lato ho sempre opinato che la soverchia moltiplicazione de’ Seminarj non è di veruna utilità, attesa la somma difficoltà di aversi buoni Maestri, specialmente di Belle Lettere, de’ quali vi è gran penuria. Se in vece di tanti Seminarj Diocesani venissero a stabilirsi in ciascuna Provincia due o tre Seminarj Provinciali, colla riunione delle rendite de’ diversi Seminarj Diocesani si potrebbero avere a tal modo per la educazione della Gioventù di tutte le Diocesi Seminarj fondati con maggior nerbo e provveduti di buoni Maestri, de’ quali non è facile averne quanti se ne vogliono.
Questi riflessi mi suggerirono la idea che nella esecuzione del precitato articolo del Concordato sarebbe stata cosa utilissima per la nostra città se in luogo del Seminario si fosse ottenuto lo stabilimento di una Casa de’ PP. delle Scuole Pie. Considerai che sarebbe stato ciò conducente alla istruzione non solo de’ Cherici, ma anche di tutta la Gioventù Ruvestina. Che la nostra città produceva talenti elevatissimi, i quali si perdevano per la mancanza delle scuole. Che quindi si sarebbe venuto a fare molto guadagno se si fossero ivi stabilite le scuole pubbliche regolate da Uomini rispettabili e versati nella istituzione ed educazione della Gioventù.
La mia idea piacque a tutte le persone sensate, e venne accolta anche con fervore dal Decurionato che la secondò energicamente. Fu quindi determinato che ove ciò si fosse ottenuto, il Convento e la Chiesa de’ soppressi Domenicani che la nostra città teneva in dono dal Governo, sarebbe rimasta ceduta ai PP. delle Scuole Pie che sarebbero venuti ivi a stabilirsi. Dopo ciò ne fu dalla nostra città rassegnata al Re l’analoga dimanda ragionata. Il Sindaco in nome del Decurionato mi scrisse con calore che l’avessi portata innanzi come venne da me eseguito, non senza però avere incontrato un forte ostacolo per le circostanze che passo ad esporre.
Erano incaricati della esecuzione del Concordato suddetto per parte del Re S. E. il fu Sig. Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora di Grazia e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, e per parte della Corte di Roma Monsignor D. Alessandro Giustiniani Nunzio allora Apostolico, ed indi Cardinale. Rimessa ad entrambi la supplica rassegnata al Re dalla nostra città, il primo pensando da Filosofo gustò molto bene il progetto con essa proposto. Il secondo però si atteneva strettamente alla lettera del Concordato, e voleva in ogni conto in Ruvo un Seminario. Nè fu possibile rimuoverlo da questa idea a cui rimase fermamente attaccato.
Il Sig. Marchese Tommasi aveva molta bontà per me. Era inoltre persuaso che io cercava unicamente il bene della mia Patria, e che niun altro poteva essere al caso di calcolare più, e meglio di me ciò che sarebbe stato per la stessa di maggiore utilità. Mi riuscì trarlo nell’impegno positivo di far valere il suo avviso, benchè contraddetto da Monsignor Nunzio. Quindi per opra sua rimase il Re pienamente convinto che la nostra dimanda era meritevole di favore, e si degnò scrivere di proprio pugno una lettera al S. Padre, colla quale lo pregò a prestare il suo consenso che in luogo del Seminario si fosse in Ruvo stabilita una Casa de’ PP. delle Scuole Pie.
Avendo Sua Santità benignamente aderito a tal richiesta ch’era partita da una mano così alta, fu Monsignor Nunzio obbligato ad acchetarsi. Quindi lo stabilimento di una Casa de’ PP. delle Scuole Pie nella città di Ruvo venne ordinato con Real Rescritto del dì 12 Ottobre 1819, ed indi confermato con Real Decreto del dì 20 aprile 1820 relativo allo stabilimento di alcuni Conventi, e Case Religiose ne’ Reali Dominj al di qua del Faro.
Parve però che Monsignor Nunzio fosse rimasto in certo modo piccato di essersi ciò ottenuto senza il di lui concorso. Diè un argomento del suo mal’umore allora che si venne a fissare la dotazione della Casa suddetta da stabilirsi a Ruvo. Ei che non aveva mostrata mai stitichezza nella dotazione de’ Conventi che si andavano a rimettere per la esecuzione del detto Concordato, al Convento delle Scuole Pie di Ruvo non voleva dar altro che l’annua rendita di circa ducati novecento che si ritraeva da diversi fondi demaniali rimasti ivi disponibili. Valeva però ciò lo stesso che rendere inutile la grazia ottenuta, perchè con annui ducati novecento non avrebbe potuto certamente sussistere una comunità di tal fatta.
Il Marchese Tommasi che voleva evitare di portar più oltre anche questo articolo subalterno, m’insinuò che avessi praticati degli uffizj presso Monsignor Nunzio, e per valermi delle sue precise espressioni, che gli avessi dato anche del fumo. Non tardai ad eseguirlo, e valga il vero ricevei da lui un’accoglienza la più cortese gentile ed obbligante. Lo pregai caldamente per una competente dotazione, e gli dissi che dalle sue mani attendeva la nostra città il compimento di un’opra così santa. Ei rimase molto soddisfatto di questa parte. Dopo pochi giorni venne tutto ultimato. Con Real Rescritto del dì 3 Giugno 1820 la Casa de’ PP. delle Scuole Pie di Ruvo ricevè una dotazione non solo conveniente, ma anche comoda, poichè i beni fondi alla stessa assegnati essendo stati migliorati, e venendo amministrati con quell’avvedutezza, ed accorgimento che mancava agli Agenti demaniali, hanno dato anche un notabile aumento di rendita.
Non debbo quì defraudare di quella laude che gli è dovuta il Sig. Primicerio D. Domenico Chieco di cui ho fatta innanzi anche onorevole menzione. Era egli in quel tempo Vicario di Monsignor Manieri Vescovo di Ruvo e di Bitonto. Ei spiegò tutto il zelo, ed energia nel secondare con tutti i mezzi ch’erano nel suo potere cotesta operazione utilissima alla comune Patria. Venne la stessa appoggiata solidamente dai rapporti fatti al Ministero da Monsignor Vescovo. Questo zelo lo serbò fino all’ultimo, poichè dopo ottenuto l’intento si occupò ben anche a far restaurare, e preparare il già detto Convento de’ soppressi Domenicani ove i PP. delle Scuole Pie vennero a stabilirsi.
Ecco come si trovano essi stabiliti in Ruvo. Non può lodarsi abbastanza il zelo col quale si occupano ad istruire la Gioventù Ruvestina nelle Lettere, ed allevarla nelle Pratiche religiose. Ho però da essi inteso con positivo rancore, ed indignazione che vi sono (salva la pace de’ buoni) taluni genitori, li quali non s’incaricano punto d’informarsi neppure da essi della condotta, e del profitto de’ loro figliuoli!!! Miserabili! A tal modo valutano il segnalato beneficio che hanno ricevuto? I genitori però che non curano la buona riuscita de’ loro figliuoli sono maledetti da Dio, e disprezzati dagli uomini.
Verso la stessa epoca ebbi anche la occasione di occuparmi di un altro articolo interessantissimo per la nostra città. Tra gli esiti messi a carico di quel Comune nello stato discusso, o sia budjet, vi è quello di annui ducati mille circa per la formazione delle strade Provinciali. Più di ogni altro luogo aveva la nostra città bisogno di esse. Li due tratti di strada specialmente da Corato a Ruvo, e da Ruvo a Terlizzi frequentati per necessità più di tutti gli altri, si erano resi tanto orribili che superavano la immaginazione. Non erano più trafficabili senza grandissimo disagio, ed anche senza pericolo nè colla vettura, nè a cavallo, nè a piedi.
Intanto mentre li tre Comuni di Ruvo di Corato e di Terlizzi avevano versate somme rilevantissime per molti anni nella Cassa delle strade Provinciali, neppure un ducato si era speso ancora pe ’l loro comodo! Vi era il progetto per la formazione di una nuova strada interna, la quale cominciando da Canosa, e passando per Andria Corato Ruvo Terlizzi e Bitonto andar doveva a Cisternino. Ma le carte relative allo stesso si erano messe in oblio e servivano di pascolo alle tignuole.
Li Signori che componevano la Commissione delle opere pubbliche di quella Provincia erano Baresi. Consisteva il loro zelo nell’adoperarsi che tutte le nuove strade che si facevano a spese della Provincia fossero cominciate dalla città di Bari, onde le loro Dame da qualunque lato avessero voluto uscire a diporto in carrozza non fossero state incomodate dalle scosse. Tutte le altre città della Provincia non le consideravano altrimenti che come contribuenti per servire al loro comodo, ed alla loro delizia!
Fremevano di ciò principalmente i Ruvestini che messi in mezzo a due tratti di strada precipitosissimi, ne risentivano un maggiore discapito. Essendomi recato a Ruvo m’informò il Sindaco dell’intrigo che vi era a Bari, e mi diè le più calde premure perchè mi fossi ivi recato di persona per tenerne al Sig. Intendente della Provincia un discorso positivo, ed efficace. Occupava allora quella carica il fu Sig. Conte di Montaperto D. Gennaro Tocco de’ Principi di Montemiletto, uomo di elevati e perspicacissimi talenti di belle cognizioni, e di rettissime intenzioni. Era egli molto mio amico. Avendolo pienamente informato di tutte le premesse circostanze, ne rimase fortemente penetrato.
Quindi accogliendo la nostra dimanda ordinò definitivamente che senza ulteriore ritardo si fosse messa mano alla strada suddetta da Canosa a Cisternino, e nell’indicare i punti li più urgenti dai quali dovevano cominciarsi i lavori, vi comprese principalmente il tratto di strada tra Corato Ruvo e Terlizzi. Dietro l’efficaci disposizioni da lui date feci assistere presso la Direzione de’ Ponti e Strade perchè si fosse messa mano all’opra come si fece. Cotesta nuova e bellissima strada che ha rimpiazzata la via Trajana ora è compiuta. Il vantaggio che ne ha da ciò riportato la nostra città è immenso. Oltre il comodo accesso che ora vi è alla stessa, è venuta anche a rimanere accresciuta la sua ricchezza. Cotesta strada facilita il commercio interno, lo smaltimento de’ prodotti del suo vasto territorio, e ’l trasporto di essi alla marina per imbarcarsi, il quale era per lo innanzi molto malagevole. Il passaggio inoltre di una bella strada consolare trafficata di continuo porta sempre un notabile guadagno ai luoghi che traversa. Si vedono ora in fine moltiplicate in Ruvo anche le carrozze per le quali mancava prima una strada praticabile, ed è questo anche un progresso nella civiltà.
Non è quì a passarsi sotto silenzio un punto della detta nuova strada veramente incantevole. In quel tratto di essa che mena da Corato a Ruvo, la prima contrada che s’incontra dell’agro Ruvestino porta il nome di Bel luogo, la quale era una delle cinque contrade che formavano l’antico Demanio della città. Respondent rebus nomina sæpe suis. È quello in vero il punto più bello e più gajo dell’agro Ruvestino, il quale prima della formazione della novella strada era poco conosciuto dagli stessi abitanti della nostra città. È questo elevatissimo, ed ha sottoposta una ben larga e spaziosa vallata coverta di piantazioni e di praterie, la quale termina alla marina, e diletta sommamente lo sguardo. Domina inoltre tutte le belle città messe sul litorale dell’Adriatico da Barletta a Bari. Un sito così delizioso che il decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 aveva condannato al pascolo delle bestie, si vede ora coverto di belle e ridenti piantazioni e casine di campagna che ne hanno accresciuto infinitamente il valore non meno che la vaghezza.
Anni indietro il nostro ottimo Sovrano Ferdinando II viaggiando per le Puglie, e percorrendo la già detta novella strada di Canosa, si compiacque di passare anche per la nostra città. Giunto al punto di Bel luogo rimase talmente colpito dal magnifico colpo d’occhio che questo gli presentava che fece fermare la sua carrozza per meglio comtemplarlo. Chiamato indi a se il capo della Guardia urbana Ruvestina a cavallo che aveva l’onore di scortare S. M. dai confini del nostro territorio, volle essere informato del nome di quel sito incantevole, e de’ nomi di ciascuna delle sottoposte città della Marina ch’erano a vista. Giunto indi a Ruvo ebbe la bontà di smontare dalla carrozza e traversare la città a piedi seguito da tutta la popolazione giuliva, ed esultante che l’era uscita incontro con aver lasciato in quel dì qualunque lavoro, del che ne mostrò il Re espressamente una piena soddisfazione.
Nel movimento costituzionale dell’anno 1820, malgrado la effervescenza che vi era in altre convicine città, fu serbata in Ruvo la massima tranquillità, e ’l più saggio contegno. Nè vi fu ivi alcuna novità fino a che il Re colla sua proclamazione del dì 6 Luglio comunicata alle Provincie per telegrafo venne a spiegare la sua intenzione. Furono in quell’epoca richiamati alle bandiere tutti i soldati congedati. Non vi fu un solo soldato Ruvestino che non avesse prontamente ubbidito, o che vi fosse stato bisogno di condurlo colla forza.
Molti di essi dopo il congedo ottenuto si erano ammogliati, ed aveano procreati de’ figliuoli. Questa circostanza rendeva più pregevole e valutabile la loro prontezza nell’ubbidire, perchè venivano le loro famiglie a rimanere senza il capo che le alimentava. Questa considerazione avendo commosso l’animo de’ Proprietarj Ruvestini, fu aperta tra essi una volontaria soscrizione. Con questo mezzo venne a formarsi un fondo di sussidj a favore delle famiglie de’ soldati congedati, ed ammogliati che partivano per l’esercito, durante il tempo che sarebbero rimasti sotto le bandiere. A questa bell’opra che onora molto la umanità, ed i sentimenti de’ numerosi soscrittori che vi concorsero, e merita un luogo nella Storia, prese anche parte il Capitolo di Ruvo.
Un altra interessante operazione ebbe luogo dopo l’anno 1820. Ne’ terreni appatronati seminatorj siti nel Demanio di Ruvo vi era l’antica consuetudine che dopo falciate le messi, potevano entrarvi a pascere indistintamente gli animali de’ cittadini. Era stato cotesto dritto confermato anche dal precitato decreto di Revertera, e di Guerrera dell’anno 1549, poichè nell’essersi ordinata l’apertura de’ parchi, e delle mezzane, come si è detto alla pagina 199, fu soggiunto Atque in eis libere pasculari possint tam pecudes Regiæ Dohanæ, quam dictæ civitatis.
Poco importante era in quel tempo cotesto dritto civico perchè gli abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, e dai Baglivi Baronali avevano nel territorio di Ruvo annientata la pastorizia. Corretti però gli abusi Baronali colla transazione dell’anno 1805, e quelli de’ Locati Abruzzesi colla Legge del Tavoliere dell’anno 1806, e restituito il Demanio al libero uso de’ Cittadini, il dritto suddetto cominciò a valere moltissimo. Il passaggio istantaneo però dalla servitù alla libertà è ordinariamente accompagnato da disordini e da inconvenienti.
Cotesta libertà di pascolo in un vasto Demanio che si era racquistata fece sorgere una folla di specolatori, de’ quali la ingordigia ed insolenza non cedeva punto a quella de’ Locati Abruzzesi, e de’ Baglivi Baronali. Tutta quella parte del Demanio ch’è più vicina all’abitato, ove vi sono le masserie di semina, si vide ingombrata da picciole, ma numerose partite di pecore di capre e di porci specialmente de’ beccaj. Cotesta gente indiscreta ed insolentissima non rispettava nè le riserbe di erba per i bovi aratorj, tutto che convenute espressamente colla transazione dell’anno 1805, nè i seminati istessi. Era quindi inevitabile venirsi con essa alle prese ogni giorno. Le risse che ne seguivano erano continue, ed avrebbero potuto giugnere a qualche cosa di peggio.
Era questa in vero una bella specolazione di vivere bene a spese altrui! Li proprietarj delle masserie erano esposti alla eventualità delle buone, e delle cattive ricolte, e pagavano il peso fondiario allo Stato. E poichè quasi tutti i terreni di esse sono de’ Luoghi Pii censiti per effetto delle Leggi del Tavoliere dell’anno 1806 e 1817, avevano anche pagate quattro annate di entratura alla Cassa del Tavoliere, e stavano corrispondendo ai diretti padroni de’ terreni suddetti i canoni convenuti coll’aumento del decimo stabilito a favore de’ Pii Luoghi colla Legge dell’anno 1817. Intanto non erano padroni del frutto naturale dell’erba de’ loro fondi, la quale veniva divorata gratuitamente e senza pagamento alcuno dagli animali di cotesti specolatori ai quali nulla la stessa costava!
Per ovviarsi a cotesto ben cimentoso inconveniente si rese indispensabile far uso della Legge del dì 3 Dicembre 1808, la quale permette la chiusura de’ terreni appatronati demaniali ed aperti soggetti alla precitata consuetudine del pascolo civico. È risaputo che coll’articolo XLVII di essa è tal chiusura permessa senza pagamento alcuno se la consuetudine suddetta provviene da un dritto di compascuo. Coll’articolo XLVIII poi è prescritto che ove la stessa provvenga da una riserva fattasi dal Comune sui terreni demaniali aperti occupati dalla coltura, n’è permessa anche la chiusura col pagarsi però alla Cassa comunale un censo a titolo di affrancazione.