253.  Atti di discarichi prodotti dall’olim Amministratori della città di Ruvo per la revisione de’ loro conti fol. 40 a 42.

254.  Atti per i creditori di attrasso sopra la Università di Ruvo in Provincia di Bari vol. II fol. 1 a 25.

255.  Fol. 44 e 48 detti atti.

256.  Pe ’l noto Capitolo Non sine prudentis del Re Ladislao dell’anno 1403 era vietato ai Notaj delle città Baronali di stipulare atti a favore de’ Baroni, ed erano questi obbligati a valersi di Notaj di città Regie. Ecco perchè la Casa d’Andria si era valuta de’ Notaj delle Regie città convicine.

257.  Si noti che con questo articolo rimase abolita col fatto la fida nelle cinque vastissime contrade demaniali denominate le matine, le strappete, le ralle, monserino e bel luogo, perchè in esse il terreno è tutto appatronato ed occupato dalle masserie di semina de’ cittadini.

258.  Per effetto di questo patto dall’anno 1805 in poi non sono più venuti fidatarj forestieri del Barone nella contrada delle murge, e quel pascolo estivo preziosissimo è rimasto per lo intero al pieno comodo de’ cittadini. Stabilita col patto IV la preferenza degli animali de’ cittadini, ed inibito col patto quinto nelle murge la fida su i terreni seminatorj de’ particolari e de’ Luoghi pii che sono sparsi in tutti i punti di quella contrada, si venne a rendere impossibile l’ingresso de’ fidatarj forestieri in tutta la continenza delle murge, e quindi finì da se stessa la fida degli animali forestieri.

259.  Mi pregio di quest’antica amicizia di famiglie. Il fu Canonico Teologo D. Giuseppe Sancio, Zio Paterno del Commendatore D. Antonio ed uomo dottissimo, mi diè il S. Battesimo e fu il Direttore de’ miei primi studj di Umanità, ne’ quali fui istituito in Ruvo da un Prete chiamato D. Angiolo Consolo, che se ne occupò colla massima cura ed impegno, di cui son grato e riconoscente alla di lui memoria. La stessa riconoscenza serbo al detto mio Compare Canonico Teologo Sancio che ogni mese in presenza del detto mio maestro prendeva conto del mio profitto e dava allo stesso la opportuna direzione per la mia istruzione.

260.  Tacitus Historiarum lib. I.

261.  Comunque il Duca d’Andria avesse avuta in Ruvo la Giurisdizione Civile e Criminale, aveva il Re sospesa in quell’epoca la Giurisdizione di diversi Feudatari tra i quali anche del Duca d’Andria. Ecco il perchè vi era allora in Ruvo un Governatore e Giudice destinato dal Re.

262.  Tacitus Histor. lib. I.

263.  Dell’uffizio del Camerlengo e della usanza che vi era ancora di chiudersi la sera le porte della città si parla anche nello strumento di transazione stipulato col Duca d’Andria nell’anno 1751 riportato nel Capo precedente.

264.  Polyb. Histor. lib. III.

265.  Cotesto tentativo del Conte di Ruvo era assai malagevole. La popolazione della città di Andria è per se stessa molto ostinata ne’ suoi proponimenti. Per tal ragione soffrì un gravissimo disastro al tempo della Regina Giovanna I minutamente descritto da Domenico di Gravina nella precitata sua Cronaca presso il Muratori Rerum Italicarum Scriptores tom. XII pag. 689 a 691. Molti Tedeschi e Lombardi ch’erano al servizio di Lodovico Re d’Ungheria al numero di settemila tra fanti e cavalli si erano riuniti a Canosa. Dopo aver consumato e devastato quanto vi era in quella povera città presero la risoluzione di portarsi innanzi, ed invadere per loro stessi, e per propria utilità tutti que’ luoghi che avessero potuto. Nominarono quindi tre Capitani, tra i quali vi fu Filippo de Sulz sopranominato Malispiritus Comandante della Città di Andria, come si è detto innanzi al capo VIII pag. 155.

Partiti da Canosa essendosi avvicinati ad Andria, fecero conoscere al Comandante suddetto il loro arrivo. Costui andò loro incontro, e gli assicurò che sarebbe concorso a tutto ciò che si era da essi determinato; ma soggiunse. Quia vero civitas Andriæ dominio suo erat valde fidelis, voluit, et rogavit quod per eos damnum non fieret civibus in exterioribus rebus, animalium scilicet et satorum, sed mite, et curialiter pertransirent, quum ipse eorum denario quæcumque necessaria eos emere permittebat. Se ne contentarono i Tedeschi, e quindi si accamparono come amici in una pianura fuori della città. Il Comandante suddetto rientrato in essa fece tutto conoscere ai suoi abitanti, ed insinuò loro di somministrare alle truppe accampate tutto ciò che alle stesse sarebbe bisognato a pronto pagamento.

I popolari però per loro sventura presero la cosa in senso sinistro, sospettarono un tradimento, e si negarono a somministrare i viveri richiesti. Ne rimase di ciò indignato il Comandante suddetto, e non mancò di avvertirgli che a tal modo esponevano la città ad un grave disastro, ed avrebbero potuto essere obbligati a dare per forza ciò che ricusavano di vendere a pronto contante. Intanto le truppe accampate rimaste senza viveri per due giorni, il terzo giorno spedirono nella città i loro messi per conoscere il perchè si negavano loro i viveri, e qual colpa avevano commessa a danno de’ suoi abitanti per meritare un tal rifiuto. Fu però loro bruscamente risposto dai popolari che non volevano nè donargli, nè vendergli. Si chiusero quindi le porte, e gli Andriesi si posero in armi.

Essendo rimaste le truppe suddette fortemente irritate da cotesto oltraggio, fu presa la risoluzione di vendicarsi colle armi, e devastare la città. Vi erano però tra esse alcuni Capitani Tedeschi, i quali avendo ricevuti per le loro compagnie con anticipazione i soldi fino al dì di S. Giorgio, dicevano ch’erano tuttavia al servizio del Re d’Ungheria. Si protestarono quindi che non avrebbero mai consentito quod fidelissima Terra Andriæ versus Regem Ungariæ vastaretur. Rimasti fermi in tal proponimento, si diressero a Giannotto Brancasio nobile Andriese, gli fecero conoscere le intenzioni de’ loro compagni di depredare la città, lo animarono a difenderla vigorosamente, e si offerirono ad entrare in essa, unirsi coi cittadini, e prestarsi alla loro difesa. I popolari però sospettando che cotesta offerta laudabile, ed onorevole fosse stata insidiosa sconsigliatamente la rifiutarono. Quindi li Capitani suddetti si separarono coi loro soldati dagli altri, non vollero prender parte a tale aggressione, e si accamparono in una pianura verso Barletta per vedere l’esito dell’affare.

Cominciò dopo ciò l’attacco con ugual vigore de’ Tedeschi e Lombardi nell’assaltare la città, e degli Andriesi nel difenderla. Avevano i primi rivolti i loro sforzi contro quella porta della città che porta il nome di porta del castello, perchè era quello il punto più debole di essa. Gli Andriesi nondimeno facendo sforzi straordinarj coraggiosamente gli respingevano a colpi di balestre. In questo mentre surse un subuglio fra il detto Giannotto e suoi seguaci, e ’l Comandante Malospirito, poichè i primi lo chiamavano traditore, ed intelligente dell’aggressione che la città stava soffrendo, e ’l secondo uscì dal castello per respingere tale ingiuria, e malmenare il detto Giannotto. Essendosi però gli animi soverchiamente riscaldati da ambe le parti, si vide il Comandante suddetto obbligato a ritirarsi nel castello per salvare la sua vita. I soldati della guarnigione irritati dal vedere maltrattato a tal modo il loro Capo cominciarono a tirare dalla sommità del castello colle balestre e coi sassi contro i cittadini che difendevano la porta suddetta; il che gli costrinse ad abbandonarne la difesa. Cessata quindi la resistenza, i Tedeschi ed i Lombardi entrarono nella città, e vi commisero tanti eccessi che rifugge l’animo dal commemorargli.

Cotesto racconto che ci viene da uno Scrittore, il quale si trovò in mezzo a tali avvenimenti, porta a conchiudere che la città di Andria soffrì quel lagrimevole disastro per la ostinazione de’ suoi popolari non suscettiva di veruna scusa, poichè il negare i viveri a chi vuol pagargli è cosa inumana, ed il negargli ad un esercito che può prendersegli colla punta della spada pecca della massima imprudenza, e cecità. Cosa dunque il Conte di Ruvo avrebbe potuto contare su di una popolazione di un carattere così duro ed ostinato, la quale nell’anno 1799 era mossa anche dalla forza del sentimento, e di una decisa avversione per i Francesi?

266.  Dicono gli Andriesi che in quella fazione caddero estinti duemila e cinquecento nemici. Pecca ciò di una esagerazione più che soverchia, e molto poco considerata. Troppo ci vuole per poter perire tanta gente in un conflitto di sola fucileria, senza l’artiglieria e senza venirsi alla bajonetta! D’altronde la colonna spedita nelle Puglie fu appena di tremila uomini. Sarebbe rimasta questa distrutta se avesse perduti in Andria duemila e cinquecento soldati ed uffiziali, poichè al numero de’ morti bisogna aggiugnere anche quello de’ feriti. Il fatto però sta in contrario, poichè dopo l’affare di Andria la stessa colonna proseguì le sue operazioni guerresche con avere espugnata la città di Trani, sommessa Moffetta ch’era anche sollevata, occupata Bari, saccheggiate ed incendiate Carbonara, e Ceglia (l’antica Celia) che le opposero resistenza. Sarebbe anche andata più oltre verso la Provincia di Lecce, se non fosse stata richiamata in Napoli per le circostanze che in seguito sarò a dire. Tolte di mezzo dunque l’esagerazioni che mal converrebbero alla Storia, l’attacco di Andria costò ai Francesi la perdita tutto al più di qualche centinajo di uomini, giacchè a niuno poteva esser facile conoscere il numero preciso degli estinti, i quali si fecero subito disparire giusta lo stile ch’essi serbavano di bruciare i cadaveri.

267.  Nello stesso Palagio Ducale andarono a ricoverarsi le povere Monache cacciate dal Chiostro dalla licenza militare. Il Conte di Ruvo ne prese tutta la cura, e nel partire da Andria le affidò al suo Agente perchè le avesse restituite al loro Monistero come fu da costui eseguito col massimo e laudabile zelo.

268.  Di questa verità di fatto ne sono testimone io medesimo. Pochi giorni dopo l’eccidio di Trani mi recai ivi per visitare alcune famiglie amiche. Avendo avuta la curiosità di osservare i luoghi ove si era combattuto, mi assicurai che le muraglie niun danno avevano sofferto dall’artiglieria nemica e stavano in ottimo stato. Ma le baracche di tavola formate al di sopra di esse per i corpi di guardia della gente che le custodiva e le difendeva erano tutte traforate dalle palle della fucileria degli assedianti entrate per i vani delle cannoniere.

269.  Per mero equivoco nel detto capo VI ho detto di esser questi PP. Riformati. Son essi però Minori Osservanti.

270.  La gran quantità delle pietre che la natura ha messe in que’ luoghi obbliga i proprietarj de’ terreni a spurgargli di esse per poterne migliorare la coltura. Cotesta operazione che col linguaggio del luogo si chiama scatenare è per se stessa utilissima. Non è però tollerabile che le pietre che vengono estratte siano gittate sulle strade pubbliche rendendole positivamente impraticabili. Possono le pietre suddette rimanere benissimo esaurite col circondarsi i fondi stessi donde vengono estratte di parieti a secco più alti e più forti del solito che si pratica in quella Provincia. Sarebbe ciò anche conducente a meglio custodirgli e garantirgli dai danni che possono ricevere dagli uomini e dagli animali che passano. Un pariete più avanzato non costa che poche grana di più la canna. È cosa però indegna vergognosa e molto riprensibile che per farsi il misero risparmio di poche grana la canna si abbia la temerità e la indiscrezione di gittar le pietre esuberanti in mezzo alle pubbliche strade! Ed è anche più scandaloso che siano questi eccessi tollerati e guardati con indifferenza dalle Autorità municipali!

271.  Livii Histor. lib. XVI cap. 29.

272.  Tacitus Histor. lib. II.

273.  Cicero Orator. cap. XXIV.

274.  Mazochii Commentaria in Tabulas Heracleenses Diatriba II Section. VI §. I pag. 85.

275.  Mazochius libro supra citato Diatriba I De Magna Græcia cap. V §. 2 pag. 24.

276.  Census et monumenta publica potiora testibus esse Senatus censuit. L. 10 ff. de Probationibus.

277.  Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, et in his Porcius Cato, qui diligentissime scripsit de originibus Italicarum urbium, Luciusque Sempronius et alii, Græcos affirmant profectos ex Achaja multis ante Trojanum bellum ætatibus, nec tamen diserte tradunt ex qua Natione Græca, quave urbe migraverint, ac ne tempus quidem, aut Ducem Coloniæ, aut quo casu patrias sedes reliquerint.

278.  Hunc numulum adhuc singularem, edito jam meo rubastinorum numorum catalogo, dono dedit cl. Ioanni Iatta egregius rubastinus medicus, et studiosus antiquitatum cultor Vitus Tambone.

279.  Millingen supplém. aux considérat. sur la numismatique de l’anc. Italie pl. II f. 5, Eckhel sylloge pag. 84 tab. 8 f. 3.

280.  Avellinii Ital. vet. num. I. I p. 60 n. 40 et p. 87, et suppl. p. 31, Milling. l. c. f. 6 et anc. coins p. 11 tab. 1 f. 13.

281.  Eckh. l. c. Avell. l. c. tom. II p. 17 n. 158.

282.  A Tarentinis, auxilia adversus Bruttios deprecantibus, sollicitatus. Iustin. lib. XII c. 2. Confer quoque Strabonis lib. VI pag. 280 Casaub., Livium lib. VIII cap. 17 et 24, Gellium noct. attic. lib. XVII cap. 21, Aristotel. δικαιὠματα πολέων apud Ammonium in νῆες. Vide Niebuhrii histor. rom. gallicae versionis tom. III pag. 144 seqq. edit. Bruxell.

283.  Milling. anc. coins p. 11 seq.

284.  Saturn. lib. I c. 23.

285.  Eck. doctr. tom. V p. 348, Emeric-David Jupiter t. II p. 376 seq., Creuzer Symbolik tom. III p. 149, 3. edit.

286.  Gell. noct. att. lib. V c. 12, Eck. doctr. tom. V p. 219.

287.  Edidi primus suppl. ad Ital. vet. num. p. 46 emendate: nam perperam Hunterus Agrigentinis tribuit: dedit iterum Milling. anc. coins p. 12, tab. 1 f. 18 seq.

288.  Lib. VIII c. 24.

289.  Acad. des inscr. et bell. l. tom. XII p. 350 seq. Aliter tamen expeditionis et mortis Alexandri annos statuit Frölichius reg. vet. num. p. 33.

290.  Osservazioni sopra talune monete pag. 20.

291.  L. c. p. 62 seq.

292.  Bullet. arch. napol. anno II p. 117.

293.  Plauti Rud. act. III sc. 5 v. 42 seq. Lepidum quoque de duplice Hercule confer Luciani mortuor. dial. 16.

294.  De Dasio Altinio Arpano vide Liv. lib. XXIV cap. 45, Sil. Ital. lib. XIII v. 32 seqq., de Dasio et Blasio salapinis eumdem Livium lib. XXVI c. 38, Appian. bell. annib. cap. 45 et 47, et Valerium Maximum lib. III cap. 8. Denique et Dasius Brundusinus, qui Annibali Clastidium vicum prodidit, memoratur eidem Livio lib. XXI cap. 48. Vide quae scripsimus Ital. vet. num. tom. I pag. 48 et 55.

295.  Lib. XII c. 2.

296.  Schidone.

297.  Giovanni Antonio Goffredo Ragguaglio dell’assedio dell’Armata Francese nella città di Salerno. Edizione di Napoli dell’anno 1649 pag. 26.

298.  Si deve quì leggere piuttosto fuit, non fecit.

299.  

Si decus Italiæ, si nostræ gloria Gentis

Infixa est animo, Lector, honosque tuo,

Si gesta Heroum monumento digna perenni

Vera tibi præbent gaudia, siste gradum.

Hic tres atque decem Galli, pariterque Latini,

Ob laudis stimulum, conseruere manus,

Congressique pares numero, et florentibus annis,

Attamen haud similes viribus, atque animo.

Hoc campo certatum est ferro, hic Gallica Pubes

Experta est nostras in sua damna manus.

Prosiluere omnes in pugnam audacter utrimque,

Sed non pugnatum Marte, manuque pari.

Virtuti Italicæ jactantia Gallica cessit,

Armaque Victori tristis, equosque dedit,

Captivisque ad Barulum ductis ad vespera, tota

Nocte Urbs festivis plausibus obstrepuit.

Fama perennis erit præclaræ, et gloria pugnæ,

Italia æternum quæ resonabit io.