CAPO XV. Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione, sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, e sui disordini introdotti nella moderna Amministrazione comunale.

Della ridente, e vantaggiosa situazione della nostra città si è detto abbastanza nel Capo VI. Aggiungo quì solo che le abitazioni de’ cittadini, le quali si mostravano prima troppo antiche e tetre piuttosto allo sguardo, si vanno ora man mano riducendo al gusto moderno con maggior politezza ed eleganza. Quindi la città suddetta va ora prendendo un aspetto più ilare, e ben diverso da quello che aveva cinquant’anni indietro. Si aggiunga a ciò che l’aumento della Popolazione che va lì ogni dì crescendo ha reso indispensabile l’uscirsi fuori dell’antico recinto della città. Si sono quindi costrutte non poche nuove case e palagi ne’ lati orientale meridionale ed occidentale di essa, e se ne stanno tuttodì costruendo. Quali novelli edificj essendo di miglior gusto, vengono a renderla anche più bella.

Va ora la nostra città ad acquistare anche un nuovo lustro da uno stabilimento, il quale comunque di privata proprietà, è principalmente dedicato al decoro ed ornamento della stessa. Non debbo quì defraudare di quella laude che l’è dovuta la mia Signora Cognata D. Giulia Viesti vedova del fu mio fratello Giulio, e Madre e tutrice del mio nipote Giovannino di lui figliuolo ed erede.

La fama de’ pregevolissimi oggetti di antichità in Ruvo rinvenuti attira ivi di continuo una folla di distinti personaggi tanto Regnicoli che Esteri. Mi ha ciò determinato a riunire in una sola collezione i vasi fittili ereditarj del fu mio fratello Giulio, quelli acquistati da me rimasti tuttavia in Ruvo, e moltissimi altri che negli anni passati mi ho ritirati in Napoli per mio diletto e per le mie letterarie applicazioni.

Questa mia idea è stata energicamente secondata dalla detta Signora Viesti, la quale alle altre sue stimabili qualità unisce anche un animo virile ed un trasporto positivo per gli oggetti di antichità superiore alle inclinazioni del suo sesso: di modo che la di lei attiva ed efficace cooperazione ha influito e valuta moltissimo nel facilitare gli acquisti fatti da entrambi delle moltiplici antiche stoviglie che la nostra famiglia si trova fortunatamente a possedere.

Ella dunque avendo impreso ad edificare pel detto suo figliuolo Giovannino un novello palagio nel sito più bello della nostra città, cioè al largo fuori la Porta di Noja, il primo suo pensiero è stato quello di costruire di pianta appositamente quattro sale capaci di contenere la detta nostra numerosa collezione.

Sarà questo quindi un Museo prettamente Ruvestino, perchè fornito di vasi Italo-Greci trovati tutti in Ruvo. Servirà lo stesso a contestare il gusto squisitissimo ch’ebbe un tempo la nostra città per le scienze e per le belle arti che ivi fiorirono in grado eminente, e la farà distinguere dai dotti Amatori di cotesti pregevoli oggetti che ivi attira una nobile curiosità.

Circa il numero di quella Popolazione il Sig. Consigliere D. Giuseppe Castaldi mio amico, ed un tempo anche mio ottimo collega, nel suo erudito libercolo sulla Magna Grecia alla pag. 52 la riporta a seimila anime circa. È chiaro che nel ciò dire ha seguite le statistiche antiche che fino ai primi anni di questo secolo a tal modo l’hanno riportata. Ma nell’anno 1842 in cui egli ha scritto contava già la nostra città circa dodicimila abitanti, e ’l numero di essi va sempre più innanzi. Ha ora perciò il Regio Giudice di seconda classe.

Cotesto aumento di Popolazione seguito in poco più di trent’anni sembra in verità prodigioso. Bisogna però vagliare anche le cagioni che lo hanno felicemente prodotto. La correzione di tanti abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, e dalla prepotenza Baronale avendo rianimata l’agricoltura, e la pastorizia ch’erano prima annientate, fa sì che coll’una e coll’altra si dà oggi da vivere ad un numero infinitamente maggiore di gente addetta tanto all’una che all’altra.

Le censuazioni de’ fondi rustici de’ Luoghi Pii ordinate ed eseguite dal Tribunal Misto, e le altre censuazioni assai più importanti e più estese che hanno avuto luogo per effetto della Legge del Tavoliere dell’anno 1806 hanno moltiplicato il numero de’ mezzani, e de’ piccioli proprietarj, e ravvivata la energia di una Popolazione agricola schiacciata per lunghissimi anni ed impoverita da ogni sorta di compressione.

Molti del basso popolo possedono oggi i loro fondicelli provvenuti dalle censuazioni suddette con avergli egregiamente migliorati. La chiusura de’ terreni demaniali aperti soggetti un tempo al pascolo promiscuo degli animali de’ cittadini e de’ Locati del Tavoliere, ha prodotti gli stessi vantaggiosi effetti, e rianimata l’agricoltura.

I maggiori possidenti inoltre, deposti gli antichi pregiudizj, danno oggi volentieri i loro vasti fondi a migliorare, o a coltivare a picciole partite agli uomini di campagna. Quindi coloro tra essi che vivono colla sola giornata che guadagnano non sono molti.

Il massimo numero, mentre travaglia alla giornata, attende nel tempo stesso a coltivare o il fondicello proprio, o quello che tiene a migliorare, o a coltivare, il che raddoppia il suo guadagno. Ho veduto io medesimo più d’uno di costoro che dopo avere travagliato alla giornata fino all’ora del vespro, giusta la usanza de’ zappatori Ruvestini, son passati a lavorare fino alla sera li terreni che tenevano da me a coltivare, o a migliorare.

In fine il passaggio per quella città di una nuova e bellissima strada consolare ha resi facilissimi i mezzi di smaltire i ricchi prodotti di quel suolo formato dalla natura per la fertilità, e per l’abbondanza di quanto si può desiderare pe ’l comodo della vita umana. L’accrescimento dell’agiatezza del popolo derivato dall’esposte cagioni ha prodotto anche l’aumento della popolazione.

Cinquant’anni indietro era il mio animo vivamente commosso dalla miseria generale del popolo Ruvestino. È ora sommamente esultante nel vedere che in generale ha la gente del popolo di ambi i sessi deposto l’antico squallore vive con bastante agiatezza, e veste non solo con politezza, ma anche non senza un certo lusso. Vi sono poveri anche in Ruvo. E dove questi possono mancare? Ma la generalità non è più povera e meschina come lo era una volta.

La gente di campagna è ivi laboriosa. Ma non si può fare un elogio bastante di quella classe, la quale è addetta a lavorar la terra coll’aratro nelle masserie di semina. Gli uomini che alla stessa appartengono col linguaggio del luogo sono chiamati Gualani. Son essi indefessi al travaglio sobrj moderati docili ubbidienti, e senza vizj. Travagliano dalla punta del giorno fino alla sera, fanno fissa permanenza nelle masserie suddette, e non vanno alla città a vicenda che ogni quindici giorni la sera del Sabato, e vi restano la Domenica soltanto.

Al contrario i zappatori sono anche buoni e valenti travagliatori. Al tocco però della campana del vespro, quando non travagliano per loro stessi, vogliono lasciar la zappa. Frequentano volentieri le cantine, ed in generale sono nel tratto alquanto più ruvidi e più burberi. Tra i primi ed i secondi vi è un lungo divario. Sembrano uomini di diverse razze, tanto è potente la forza delle abitudini! Meritano quindi i primi una maggiore considerazione.

Le arti sono ivi piuttosto in decadenza. Si è però molto migliorato dallo stato in cui erano prima, e si va sempre più innanzi. Fa ciò sperare che se non potranno queste giugnere a quel grado sublime a cui ne’ tempi antichi si erano ivi portate, il che non potrebbe neppure idearsi, non sarà almeno col tempo la nostra città l’ultima per la civiltà. Li vasi di creta di ogni specie, ed anche di forme vistose ed eleganti, si lavorano in Ruvo molto bene. L’arte anche di fare i crivelli si è raffinata. Si vedono questi traforati con disegni varj capricciosi e molto graziosi. Tanto de’ primi che de’ secondi si fa molto smercio anche al di fuori, e con queste due arti principali vive molta gente.

La gente di Ruvo in generale è di alta statura robusta ben formata, e di buono e sano colorito. Gli uomini sono più belli delle donne. L’uno e l’altro sesso non manca di vivacità, e sveltezza. Sono anche i Ruvestini officiosi garbati, ed ospitali. Le danze popolari sono molto graziose, ed animate. Il canto armonioso e piacevole. Non è improbabile che lo abbiano ereditato dagli Arcadi loro progenitori detti da Virgilio soli cantare periti, poichè le abitudini di tal fatta passano volentieri da una generazione all’altra, e si ritengono dal popolo.

Malgrado il giogo della feudalità è stata la nostra città sempre una città colta, poichè, come ho detto innanzi, abbonda d’ingegni elevatissimi i quali ben coltivati possono far prodigj. Domenico di Gravina innanzi riportato che scrisse la sua cronaca al tempo della Regina Giovanna I disse Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles, divites, et prudentes. Michele Antonio Baudrand nella sua Geografia così ne parla, e ciò che dice fa credere che l’abbia egli visitata, ed abbia ivi conversato con persone istruite. Rubi oppidum Apuliæ in Italia Antonino, quod Rubus in libris Conciliorum, nunc Ruvo. Urbs Regni Neapolitani in Provincia Bariana Episcopalis sub Archiepiscopo Barensi, PARVA, SED SATIS CULTA, sub dominio utili Ducis Andriæ, et ejus Diecœsis non extenditur ultra urbis muros, vix sex militaribus distans a Vigilia in meridiem, et XVII a Bario in occasum, uti novem a Butunto, Andriam versus totidem, et Canusium viginti.

Mancano le notizie degli uomini più illustri che ha potuto produrre ne’ secoli passati. Ne’ tempi a noi più vicini fu illustrata dall’insigne Magistrato Orazio Rocca di cui si è innanzi parlato il quale cessò di vivere nell’anno 1742. Di quelli dell’epoca nostra potrei nominarne molti tanto degli estinti che de’ viventi dotati di bello ingegno e dottrina che han fatto, e fanno molto onore alla nostra patria. Mi limito però al più illustre tra essi, cioè al celebre Cav. Domenico Cotugno mio pro-zio materno che fu il Nestore della Medicina e della Letteratura Napolitana, ed uno di quelli uomini rari, de’ quali in un secolo se ne può vedere appena alcuno. Mi dispenso di dir altro di lui, perchè le sue dotte opere, e la sua fama Europea fanno sì che il solo suo nome, di cui la nostra città si gloria, vale per un elogio.

La sua morte recò dolore a tutti. La nostra città onorò un cittadino tanto illustre con un pubblico funerale che fu celebrato in quella Chiesa Cattedrale con pienissimo concorso di tutte le classi de’ cittadini. Quel Decurionato inoltre decretò che a spese della città se gli fosse formato un mezzo busto di marmo, e si fosse questo situato a futura memoria nella Casa comunale. Fu dato a me l’incarico di proccurarlo, e corredarlo di analoga iscrizione, la quale avendola scritta io medesimo, venne incisa in una lapide ne’ seguenti termini

DOMINICO · COTUNNIO
NEAPOLITANO · ÆSCULAPIO
ANATOMICORUM · PRINCIPI
OMNIGENA · ERUDITIONE · PRÆCLARO
DICENDI · FACULTATE · NEMINI · SECUNDO
LATINI · ET · ITALICI · SERMONIS
SCRIPTORI · ELEGANTISSIMO
SAPIENTIA · PRUDENTIA · BENEFICENTIA
MORUM · SANCTITATE · ET · SUAVITATE
INCOMPARABILI
EGREGIO · ET · CELEBRI · VIRO
CIVI · BENE · MERITO
AD · VIRTUTIS · HONOREM
AD · PATRIÆ · DECUS
AD · RUBASTINÆ · IUVENTUTIS · EXEMPLUM
DECURIONUM · ORDO
HOC · MONUMENTUM · POSUIT
NATUS · DIE · XXIX · IANUARII · MDCCXXXVI
OBIIT · DIE · VI · OCTOBRIS · MDCCCXXII

Passando ora a parlare dell’agro Ruvestino, sono ben poche le città che possono pareggiarlo per la sua varietà e vaghezza, perchè non a tutti i luoghi ha dati la Natura gli stessi doni e le stesse qualità. Dai tre lati orientale occidentale e settentrionale il territorio di Ruvo è simile a quello delle convicine città, colle quali è confinante. Dopo gli orti ed i giardini vicini all’abitato, tutto il di più è coverto di vigne e di alberi di frutta di ulivi e di mandorle. Ma dal lato meridionale ch’è il più esteso e ’l più vasto, è veramente incantevole.

Montandosi da Ruvo a cavallo ed uscendosi alla campagna alla direzione del mezzodì, si trovano in primo luogo gli orti che danno belle e copiose verdure. Sussieguono agli orti le così dette cocevole, o siano le picciole tenute seminatorie vicine all’abitato che si coltivano colla zappa, e danno ogni sorta di prodotti, non esclusa la bambagia. Dopo le cocevole vengono i giardini piantati di ogni sorta di frutta, e specialmente di ciriegie che sono in Ruvo di varie ed eccellenti qualità. Sono state esse per Ruvo sempre un capo d’industria. Quelle volte che mi sono ivi trovato al tempo delle ciriegie sono rimasto ammirato nel vedere la gran quantità de’ forestieri che venivano specialmente dalle città della Puglia a comprarle con molti animali da soma.

Oggi coteste piantazioni si sono diminuite, perchè per più anni di seguito sono state danneggiate da certi vermini detti volgarmente campe. I proprietarj de’ giardini sconfidati dalla perdita fatta per più anni della rendita principale di essi o non hanno più curato di sostituire le novelle piante a quelle già invecchiate, o hanno recise in parte le antiche piante e destinato il terreno ad altri usi.

A me pare che si sia in ciò mancato di pazienza e di costanza. Questi casi non sono nuovi. Coteste campe vi sono state anche in altri tempi; ma non perciò i nostri Antenati si sono scoraggiati. Ma non perciò si sono determinati a distruggere una produzione del nostro suolo pregevolissima, e quindi riputata e ricercata, la quale ha fatto sempre entrare in Ruvo molto danaro.

Dopo i giardini vengono le contrade piantate di vigne e di frutta di ogni specie e di ottima qualità, e principalmente di fichi che sono squisitissimi. Nelle stesse contrade delle vigne vi sono anche le tenute coverte di ulivi e di mandorle che formano due prodotti interessantissimi di quel territorio. È notabile che al principio di coteste vaste contrade, ed alla distanza di meno di un miglio dall’abitato ne’ luoghi denominati Valle nuova, volgarmente Vardenò la Pozza e ’l Pantano, si trovano copiose sorgive di acqua dolce, le quali in tempo di siccità sono di grande ajuto alla Popolazione.

I vini che produce quel territorio sono buoni. Manca però l’arte di fargli. Si fanno inoltre bollire molto poco, ed ordinariamente ne’ palmenti di pietra freddi per loro stessi e non opportuni alla fermentazione. Sono quindi di poca tenuta. La massima parte de’ luoghi addetti alle vigne è adatta a produrre vini del color dell’oro o alquanto più colorati detti cerasuoli. Tra i primi si distingue il vino denominato colatamburro, il quale è molto gustoso e ricercato dagli abitanti delle convicine città e specialmente dai Coratini. Si fa anche del buon moscado poco inferiore a quello di Trani, ove se ne fa molta quantità e molto smercio. Si fa pure il così detto vino zagarese, il quale è un vino dolce piuttosto di uva nera picciola e minuta che ha molto vigore e molta fraganza. È quello stesso vino che si fa anche sulla collina di Posillipo, ed è denominato cacamosca, molto in Napoli pregiato.

Gli antichi vini di Ruvo in generale erano gustosi al palato, ed innocenti, perchè non molto duri e gagliardi. Nella formazione di essi vi prendeva molta parte l’uva greca introdotta probabilmente dagli antichi coloni Greci che seppero ben conoscere le uve che a quel terreno meglio convenivano. Ma i nostri zappatori che amano un pò soverchio le cantine, come innanzi ho detto, e vogliono vini forti e poderosi, colle larghe piantazioni fatte di uve nere, le quali non sono opportune a tutti i luoghi del nostro territorio, lungi dal migliorare hanno anzi guastati gli antichi vini assai più amabili degli attuali.

Le contrade finora descritte sono state sempre chiuse e difese, e portano il nome di Distretto. Furono quindi rispettate anche dal decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 col divieto espresso però di estenderle vie più ed ampliarle, divieto barbaro abolito dalle novelle leggi relative alla chiusura de’ demanj. Dai luoghi suddetti tirandosi sempre innanzi verso il mezzodì si esce in una vasta pianura di terreno tutto raso o con qualche rarissimo albero selvatico isolato. Questa pianura la formano le tre contrade distinte coi nomi di Ralle, Strappete e Matine. Hanno formato esse sempre la parte maggiore dell’antichissimo Demanio comunale, e la sede di numerose masserie di semina come innanzi più volte si è detto. È ivi il terreno tutto coltivabile, tranne que’ piccioli pezzi di saldo sassoso che si trovano di quando in quando disseminati nelle due contrade denominate le Ralle e le Strappete, giacchè quella delle Matine nella massima parte è netta di essi.

Cotesta vasta e fertilissima pianura di molte migliaja di moggia dal lato occidentale della contrada delle Strappete si protende fino all’altra vasta contrada di Calentano, la quale pare che formi parte delle Strappete. È la stessa fino ad un certo punto intersecata da una lunga striscia di terreno boscoso, il quale comincia dall’antichissimo bosco feudale denominato il Parco del Conte, e finisce alla difesa comunale di cui innanzi si è parlato formata nell’anno 1510 ed ampliata nell’anno 1552. Termina di fronte la pianura suddetta nell’antichissimo bosco feudale che ne’ Registri Angioini è chiamato Foresta, il quale cinge presso che tutto il lato meridionale di essa.

La già detta contrada delle Strappete è traversata da un vallone di notabile ampiezza e profondità il quale la fende dall’Occidente all’Oriente. Ha cotesto vallone i segni manifesti di essere stato un tempo il letto di un torrente del quale per altro si è perduta ogni memoria. Il fondo di esso è ora coltivato dall’aratro e la mia famiglia ne possiede un buon tratto che porta il nome di lama dell’Ospedale, forse perchè apparteneva un tempo all’Ordine Gerosolimitano ed all’Ospedale di S. Giovanni di Barletta, come si è detto innanzi del Castello e del territorio del Garagnone. Si noti però che in quella Regione si dà il nome di lama a que’ canali per i quali scorre l’acqua piovana insieme raccolta. Quindi il nome di lama da quel luogo ritenuto fino ai nostri giorni conferma la idea di essere stato un corso antichissimo di acqua.

Che per quel luogo abbia dovuto passare un tempo un amplissimo torrente, oltre l’aspetto del luogo lo pruova anche il seguente fatto. Mi diceva il mio buon Genitore che sessanta e più anni indietro mentre li suoi mietitori stavano falciando il grano nel fondo della lama suddetta videro venire dal lato del detto bosco di Ruvo con gran furia e strepito alla loro direzione uno immenso torrente di acqua, il quale diè loro appena il tempo di salvarsi frettolosamente sulle coste di essa. Che giunta l’acqua nella lama la colmò da capo a fondo trasportando seco grossi sassi, alberi svelti nel bosco, messi recise, lepri e volpi che nuotavano a fior di acqua. Che quel torrente in fine traversando prima il territorio di Ruvo, ed indi il finitimo territorio di Bitonto, era andato a scaricarsi nel mare tra Giovinazzo e Bari. Dal che è facile comprendere che seguita una forte e dirotta pioggia nella contrada delle murge superiore al bosco suddetto in quel sito per lo quale passava un tempo il già detto antico torrente, prese l’acqua quella medesima direzione che lo stesso aveva.

Dalla detta vasta pianura continuandosi il cammino verso il mezzodì si entra nel già detto bosco. Traversato lo stesso per poche miglia si esce nell’ampia contrada delle murge detta da Strabone montosa et aspera. Ma la stessa asperità del luogo dà diletto allo sguardo. Continuo è ivi il variare delle colline formate dal nudo sasso, e delle vallate volgarmente dette canali coverti di verdeggianti seminati. Ed ove lì si vada nella estiva stagione, non è men bello il vedersi quelle colline popolate da un numero immenso di greggi e di armenti che vanno a respirare l’aria fresca, essendo quello un erbaggio estivo preziosissimo ed indispensabile, come più volte innanzi si è detto.

Abbonda quella contrada di serpillo e di timo, il quale mentre rende il latte più odoroso, produce anche eccellente mele. Si ritrae questo dalle arnie che tengono i Ruvestini riunite in un luogo della contrada istessa denominato lama d’api sotto la cura di un massajo bene istruito di cotesta industria, oltre le altre arnie che parecchi di essi tengono nelle rispettive masserie.

La contrada delle murge è di vastissima estensione, e progredisce da quel lato ai territorj di Bitonto, di Altamura, di Gravina, del Garagnone, di Minervino, di Andria e Corato. Non ha la stessa nè fiumi, nè laghi. Le immense acque piovane che discendono dalle numerose e continuate colline di sopra descritte vengono in parte sorbite dai terreni coltivati delle valli o siano canali che intercedono tra una collina e l’altra, ed in gran parte vanno a scaricarsi in certe voragini denominate grave che vi sono in quella contrada. Coteste voragini sono di una profondità che niuno ancora ha potuto misurarla, e nel guardarle incutono terrore.

Dalle acque immense che s’immettono in coteste profondissime voragini pare che siano animate le inesauste sorgive della contigua contrada delle Matine, la quale è molto sottoposta a quella delle murge che sta in un sito elevatissimo. In quanto poi all’antichissimo vallone che traversa la contrada delle Strappete, di cui ho fatta innanzi menzione, pare anche che possa aver la cosa la seguente spiegazione. Non è improbabile che prima che i canali delle murge, i quali sorbiscono ora non poche acque piovane, si fossero dissodati e ridotti a coltura, e prima che le dette voragini si fossero aperte sia dalla forza dell’acqua, sia piuttosto da un forte scuotimento di terra, fosse stato quello l’alveo di un antico torrente che trasportava fino al mare una porzione delle copiosissime acque delle murge, come avvenne nella straordinaria alluvione seguita sessant’anni e più indietro di cui innanzi ho parlato.

Nel vasto territorio di Ruvo finora descritto al tempo del servaggio feudale molto scarse e rare erano le case di campagna che vi si vedevano, e queste piuttosto rozze e meschine. Oggi se ne vedono surte abbastanza e ne sorgono alla giornata. Anche i mediocri possidenti vogliono avere la loro casina di campagna corrispondente alle proprie forze, e tra quelle delle persone più facoltose ve ne sono alcune che possono dirsi lussuose. Accresce ciò il bello di quel territorio, e costituisce nel tempo stesso un miglioramento ed un progresso di quella Popolazione nella civiltà.

Da ciò che si è detto risulta che nel territorio di Ruvo con quattr’ore di cammino si gode tutto ciò che può formare il bello della Natura. Nell’uscirsi dalla città si trovano bellissimi orti, indi si passa ai giardini, alle vigne, agli oliveti ed altri arbusti, ai terreni seminatorj, ai boschi, ed in fine ai colli ed alle valli. Coteste varietà che rapidamente succedono l’una all’altra non possono non essere incantevoli. Dilettano sommamente i sensi e colpiscono lo spirito. Sì fatte combinazioni operate dalla mano possente della Natura non è facile trovarle replicate in altri luoghi. Non fia dunque meraviglia che gli Arcadi conquistatori della bella Regione denominata Peucezia dal loro Condottiere, incantati dalla vaghezza del sito di cui ho ragionato abbiano ivi edificata la nostra città, e decorata la stessa del nome di una delle più illustri città del loro Paese natio. Ben lo meritava la pregevole qualità e varietà di quel territorio così bene adatto a prestarsi tanto all’agricoltura, quanto alla pastorizia a cui erano essi principalmente inclinati.

Non posso però credere giammai che que’ nostri valorosi e colti Antenati, i quali fecero nella nostra città fiorire nel grado il più eminente le belle arti siano stati tanto trascurati quanto lo sono i Ruvestini attuali nel mantenimento delle pubbliche strade che menano alle loro deliziose campagne. Fa un’onta positiva ai medesimi il vedersi che neppure intorno alla città e ne’ luoghi alla stessa adiacenti si può passeggiare con comodità, anzi senza positivo disagio per la gran quantità delle pietre che ingombra le pubbliche strade!

Nè può essere condonabile tampoco alle Autorità municipali la negligenza e la non curanza colla quale soffrono che i proprietarj de’ terreni adiacenti alle pubbliche strade nello spurgargli delle pietre si permettano di gittarne in mezzo alle stesse una buona porzione, e renderle assolutamente impraticabili[270]!

Non è meno riprensibile la negligenza e la non curanza delle dette Autorità municipali sui parieti adiacenti alle pubbliche strade, i quali si lasciano cadere, senza obbligarsi i proprietarj de’ fondi a rifargli di nuovo; dal che ne deriva che le pietre scomposte e disciolte si rovesciano su di esse. Massima poi è la indecenza e la laidezza di un altro abuso introdotto da non molti anni in qua, qual è quello di vedersi ai fianchi delle pubbliche strade rammassato da passo in passo il letame che si lascia a fermentare per lo concime de’ terreni. Oltre però il fetore che tramandano coteste immondezze, e la corruzione dell’aere che producono, simili sozzure disgustano la vista e muovono lo stomaco. Quindi la sordida indiscrezione di pochi, la quale non merita veruna indulgenza, degrada anche la città ed i suoi abitanti nella opinione e nel concetto de’ Forestieri che passano.

Se questi appartengono ad Estere Nazioni, nel vedere tai disordini non mai corretti, ed ogni dì sempre crescenti potrebbero credere forse che manchino nel nostro Paese le Leggi relative alla nettezza delle pubbliche strade, mentre le nostre Leggi tanto giudiziarie che amministrative si sono di proposito occupate di un articolo tanto interessante, e non vi è un solo degl’inconvenienti da me rilevati il quale non sia stato da esse preveduto alla lettera e rigorosamente punito.

Si aggiunga che molti anni indietro si formarono in Ruvo gli Statuti municipali, ed in quella occasione ne fui anch’io consultato dal Sindaco e dagli Eletti. Mi ricordo bene che suggerii loro alcuni articoli molto efficaci a mantenere la nettezza delle pubbliche strade, perchè vedeva che in questa parte principalmente e molto largamente si peccava. Cosa però valgono le Leggi ed i Statuti quando quelle Autorità che dovrebbero fargli rispettare ed eseguire, tollerano con una indifferenza quanto stupida, altrettanto colpevole che siano essi impunemente violati, e sono forse esse le prime a violargli?

La decenza però e la dignità del Governo municipale dovrebbe finalmente porre un termine alle sconcezze di sopra enunciate le quali insultano positivamente la Legge e l’Ordine pubblico. Il mezzo di riuscirvi senza molto impiccio sarebbe facilissimo. In quanto alle pietre gittate sulle pubbliche strade nello spurgo de’ terreni adiacenti, o cadute dai parieti scomposti e disfatti, ove queste non vengano tolte tra un termine designato dai proprietarj di essi, dovrebbero farsi gittar di nuovo ne’ loro fondi a spese de’ contravventori. In quanto poi al letame che si trovi rammassato ai fianchi delle pubbliche strade, ovunque questo si trovi, dovrebbe esser venduto col fatto a beneficio della Cassa comunale, oltre la esazione della multa stabilita dalla legge per tale contravvenzione.

Non sono questi per altro i soli disordini, de’ quali è a dolersi. Ve ne ha anche degli altri assai più gravi che meritano seria attenzione come quelli che menano a distruggere tutto il bene che si è fatto. La disgrazia de’ Comuni, e molto più di quelli che hanno rendite patrimoniali vistose è l’essere infestati dai partiti ed insidiati da una genia d’intriganti, i quali sotto la maschera di zelanti cittadini Patriæ studium in ore, privatum in animo magis habent, come bene a proposito diceva Livio[271].

Si declama altamente contro l’abolita feudalità, mentre col proprio operare non si fa che l’apologia di essa! A che maledirsi le antiche prepotenze Baronali, quando alla depressa dominazione de’ Baroni si cerca sostituire la dominazione propria, e sotto il nome venerando del Comune si vogliono introdurre abusi e gravezze più condannabili di quelle che la feudalità si permetteva? È forse odioso il Dispotismo Baronale, e piacevole e soave il Dispotismo Comunale esercitato da una fazione dominante e soverchiante? A tal modo però non si vuole che lo stesso sistema sotto nomi diversi, o come ben diceva Cornelio Tacito, magis alii homines, quam alii mores[272].

Intendiamoci però bene. L’amministrazione comunale per poter meritare un tal nome, bisogna che sia quanto saggia ed avveduta, altrettanto paterna. Se imita e molto più se sorpassa le durezze Baronali, si degrada, si rende pesante ed esosa, e fa l’elogio della feudalità. Cosa giova alle Popolazioni l’abolizione di essa se dovessero ricadere sotto un giogo più duro e più pesante? Se serve ad un partito, e quindi all’interesse, alle passioni, alle rivalità ed ambizioni private, perde giustamente la fiducia e la stima della Popolazione, e si rende il flagello di essa.

Il servire ad una moltitudine di padroni è cosa assai più dura che il servire ad un solo. I Baroni erano oppressori; ma potevano talvolta usare anche de’ tratti proprj della loro illustre condizione. Chi mai però ha trovata ancora nobiltà ed elevatezza di pensare ne’ ruvidi intriganti e prepotenti de’ piccioli paesi? Guai a quella Popolazione che non si sveglia a tempo, e fa prendere a questa gente una mano troppo lunga! Quai limiti, quai termini aver potrebbe la loro rustica ed insolente albagia?

Molte sono le cose che dovrei dire sui disordini introdotti nell’Amministrazione comunale di Ruvo, sul non poco male che si è fatto e sul molto bene che avrebbe potuto farsi, e non si è voluto per lo spirito di parte e la forza degl’intrighi. Serie ed importanti osservazioni specialmente esigerebbero l’interessantissimo erbaggio delle murge, lo interramento del lago di annaja, e la distruzione del Bosco comunale. La sposizione però de’ veri fatti relativi a cotesti tre articoli e le discussioni di Giurisprudenza, di Regolamenti amministrativi e di Economia Politica che vi han rapporto non potevano aver luogo in un breve cenno istorico.

L’impegno che mi ha sempre animato di giovare il più che ho potuto alla mia patria mi ha fatto determinare ad esporre i miei pensamenti in altra apposita memoria. Non essendo però una bella cosa il lavar la testa all’asino e ’l parlare a chi non vuol sentire, intendo questa indirizzarla a que’ veri e buoni miei concittadini che si sono preservati dalla corruzione, e sentono il loro cuore riscaldato dal santo amore di Patria, onde possano pe ’l bene della stessa porre a profitto le cose che saranno da me osservate e proposte.

A quelli uomini poi della novella generazione che molto presumono, che si credono più sapienti di coloro che gli hanno preceduti, e che sotto la maschera di un falso zelo cuoprono la smania d’influire, di dominare, e di disporre delle cose comunali a loro arbitrio, come più anziano, e meglio istruito delle cose patrie da essi finora ignorate do un sano e salutare consiglio.

Non possono essi certamente darsi il vanto di aver avuta parte a quelle laudabili operazioni che hanno messa la nostra città nel floridissimo stato in cui ora si trova. Abbiano almeno la buona volontà di non distruggere il bene che si è fatto, e ’l talento d’istruirsi delle cose passate, onde non far ricadere la nostra città sotto quelle stesse gravezze che produssero altra volta la miseria generale della popolazione, poichè come bene diceva Cicerone, Nescire autem quod antea quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum[273].