Non fia meraviglia che i due antichi Geografi Pomponio Mela, e Tolomeo non abbiano parlato della nostra città. Il titolo che diè il primo al suo libercolo Geografico fu De situ Orbis. Non si occupò quindi di altro, meno che di percorrere e cennare la situazione del Mondo allora conosciuto, e delle diverse Regioni che lo componevano. Pochissime sono le città ch’ebbe la occasione di nominare nel fare tal succinta descrizione. Lo dichiarò ei medesimo nella prefazione premessa al suo libercolo, poichè disse: Dicam autem alias plura, et exactius: nunc autem ut quæque erunt clarissima, et strictim.
Tolomeo fu di lui più largo in questa parte. Ma tranne le città principali, o almeno da lui credute tali, di tutte le altre, benchè sicuramente antiche e conosciute, non se ne incaricò nè punto nè poco. Ne diè di ciò la ragione, poichè disse che la minuta descrizione di esse apparteneva, non già alla Geografia, ma bensì alla Corografia, nel che non saprei dire quanto sia stato adeguato il di lui avviso[2].
Farebbe però una giusta sorpresa il non trovare la città di Ruvo nominata neppur da Strabone che fu un Geografo minutissimo, alla di cui attenzione non isfuggirono neppure le città distrutte, se il di lui silenzio rispetto alla nostra città non fosse derivato da una manifesta alterazione sofferta dal seguente luogo della sua dottissima, ed accuratissima opera, ove della città di Ruvo che non si vede punto nominata doveva per necessità parlarsi.
Descrive questo Scrittore le due strade per le quali da Brindisi si andava a Roma, e dice: Una, qua muli ire possunt per Peucetios, qui Pediculi dicuntur, ac Daunios, ac Samnites Beneventum usque, qua in via urbes sunt Egnatia, Celia, Netium, Canusium, Herdonia[3]. Descrive poi l’altra strada che passava per Taranto, Uria, e Venosa e soggiugne: Coeunt ambæ viæ apud Beneventum ad Campaniam. Inde Romam usque jam Appia via ducit per Caudium, Calatiam, Casilinum, usque Venusiam reliqua sunt dicta. Tota via a Brundusio Romam est stadiorum CCCLX[4].
Rispetto alla prima strada descritta da Strabone la quale traversava l’antica Peucezia, quel Netium che si vede situato tra Celia e Canosa ha messi a tortura gli Eruditi, ed i Geografi. Hanno tutti convenuto che Netium Νήτιον è un nome sconosciuto alla Geografia antica intruso per errore nel testo di Strabone. Quindi chi ha proposta una emendazione e chi l’altra; ma niuno di essi ha colpito al segno. Niuno di essi ha saputo finora vedere ove giace la lepre, sia per la mancanza della conoscenza de’ luoghi, sia per la mancanza di quell’interesse che porta sovente gli uomini a penetrare nel fondo delle cose, e scoprire quelle verità che son rimaste per lungo tempo ottenebrate. Tocca dunque a me il troncare cotesto nodo Gordiano, ed entrare in una discussione interessantissima per l’argomento che mi ho proposto.
Xilandro sul trascritto luogo di Strabone, dopo aver parlato dì Celia, soggiugne: De Netio nihil habeo: nisi forte sit Aletium Plinii. Ma cotesta emendazione da lui proposta, con un forte per altro, non può aver luogo. L’Aletium di cui parla Plinio nel luogo che sarà più giù riportato lo alloga ne’ Salentini. Quindi Cristofaro Cellario ha opinato che sia l’attuale città di Lecce sita tra Brindisi, ed Otranto[5]. Ma il Canonico Mazocchi opina che sia questo un nome intruso, o corrotto nel testo di Plinio[6]. Comunque ciò sia, non si potrebbe situare giammai tra Celia e Canosa nell’antica Peucezia una città la quale, ove sia esistita, apparteneva ai Salentini, o sia all’antica Calabria a cento miglia e più di distanza da Celia.
Isacco Casaubono nelle sue annotazioni a Strabone sulla parola Νήτιον fa la seguente osservazione. Netium nusquam in isto tractu nominatam reperio, valdeque vereor ne ex proxima voce Κανυσιον orta sit illa και Νήτιον, quod mihi Ptolomæi maxime tabulæ suadent. Ma è una idea molto stentata quella di far sorgere cotesto Νήτιον dal raddoppiamento della parola Κανυσιον che nulla ha di comune con Νήτιον. Nè basterebbe tampoco a provare la non esistenza della città denominata Netium per la sola ragione che Tolomeo non parla di essa, poichè questo Scrittore, come innanzi si è detto, non si è incaricato tampoco di tante altre antiche città, sulla esistenza delle quali non vi può cader quistione. Quindi la sola osservazione solida e vera del Casaubono è stata Netium nusquam in hoc tractu reperio nominatam.
Giacomo Palmerio sullo stesso luogo di Strabone s’incarica di ciò che aveva detto Casaubono, ed osserva: Putat Casaubonus τό Νήτιον esse male repetitum ex Κανυσιον quod apud Ptolomæum non notatur ea urbs, seu locus. Sed cum videam in tabulis Peutingerianis in eo tractu post Celiam Ehetium, puto non esse vocem expungendam hoc loco ex Strabone Νήτιον; sed vel corruptam esse ex Ehetium tabularum, vel Ehetium corruptum in Tabulis ex Νήτιον. A buon conto, la emendazione proposta da Palmerio parte dal dire che il Νήτιον di Strabone, e l’Ehetium della Tavola Peutingeriana possano essere la stessa cosa.
Ma vale ciò lo stesso che il voler spiegare ignotum per ignotum. Se sconosciuto agli antichi Scrittori è il Netium intruso nel testo di Strabone, ignoto è del pari l’Ehetium della Tavola Peutingeriana. D’altronde non sempre dalle Tavole Peutingeriane si possono prendere argomenti per le cose relative alla Geografia antica. È ad osservarsi in primo luogo che nelle Tavole suddette si vedono segnate molte nuove città, le quali non vi erano al tempo di Strabone, di Plinio, e di Tolomeo. Quindi mal si argomenta da esse all’epoca di Strabone quando le città che si vedono notate sono sconosciute agli antichi Scrittori.
In secondo luogo è anche ad osservarsi che le Tavole Peutingeriane furono pubblicate da Marco Vesero. Nella sua prefazione alle stesse ei ci fa conoscere il modo in cui vennero nelle mani di Corrado Peutingero, da cui presero il loro nome. Dice inoltre che non ne fece costui molto conto, e quindi non curò di pubblicarle. Soggiugne ch’ei le crede un Itinerario militare formato ai tempi di Teodosio, non già da un Geografo, o da un dotto Matematico, ma bensì da quell’impiegati nelle Armate di quel tempo che si chiamavano Metatores. Si adoperavano costoro a designare i luoghi degli accampamenti, e parla di essi Vegezio nel lib. I cap. 7.
Osserva quindi che manca alle Tavole suddette qualunque esattezza Geografica: che molti inoltre sono i luoghi che si trovano in esse o mancanti, o corrotti[7]. Dice anche lo stesso Filippo Cluverio nella sua prefazione alla Geografia antica. Nè sono queste osservazioni che possono fallire, poichè basta guardare le Tavole Peutingeriane per ravvisarsi a colpo d’occhio la imperizia di chi le ha delineate. Facendosi poi alle stesse attenzione, passim si scorge la corruzione de’ nomi de’ luoghi, e delle città in esse riportate.
Nondimeno poichè non tutto è guasto ed alterato, ed anche perchè talvolta i nomi alterati corrispondono in certo modo ai veri, si può trarre da esse un partito, ed è utile tenerle presenti, senza che però si faccia da ciò dipendere la decisione di quelle cose che mettono capo nella Geografia antica. Del resto nella quistione di cui si tratta standosi anche alla Tavola Peutingeriana che segna i luoghi dell’antica Peucezia quell’Ehetium del Palmerio si vede in essa situato tra Celia e Taranto, e non già tra Celia e Canosa. Nulla quindi cotesto luogo che nella Tavola suddetta si vede al di là di Celia dal lato orientale può aver che fare col preteso Netium di Strabone che verrebbe a ricadere nel lato occidentale di essa. Osta la posizione de’ luoghi.
Aggiungo inoltre che il chiarissimo Signor Millingen ha opinato che l’Ehetium della Tavola Peutingeriana corrisponda all’antica città della Peucezia denominata Azetium, le di cui monete portano la leggenda ΑΖΕΤΙΝΩΝ ovvie nella Puglia, ma riputate per lungo tempo incerte. Egli crede che gli Azetini debbono essere lo stesso Popolo riportato da Plinio sotto il nome di Ægetini nel libro III cap. XI. Crede in fine che cotesta città doveva stare nel sito attuale di Rutigliano perchè nel territorio di Rutigliano dice di essersi trovate molte monete colla detta leggenda[8]. Ma data anche per vera tal conghiettura, la Terra di Rutigliano sta al di là di Celia verso Taranto come l’Ehetium della Tavola Peutingeriana. Quindi la emendazione proposta dal Palmerio manca di fondamento.
Giacomo Surita nelle sue annotazioni sull’Itinerario di Antonino, di cui sarò in seguito a ragionare, sotto la rubrica ab Æquotutico Hydrunto ad Trajectum sulla parola Herdonia propone un’altra emendazione della parola Νήτιον di Strabone, la quale non è più felice delle altre che si son premesse. Strabo lib. VI pag. 282 Brundusio Romam tendentibus duas vias fuisse: una inquit mulis vectabilis per Peucetios, qui Pediculi vocantur, et Daunios, et Samnites usque Beneventum, in qua via urbs est Egnatia, post eam Celia, et Neritum, et Canusium, et Herdonia. Legendum enim Neritum arbitror, unde Plinius Neritinos, non Netium.
Ma il sostituire la parola Neritum al preteso Netium di Strabone è un salto mortale il quale fa torto a Surita. Colla proposta emendazione tra Celia ch’era nella Puglia Peucezia, e Canosa ch’era nella Daunia, come più giù saremo a vederlo, si verrebbe a situare la città denominata Neritum da Tolomeo, e Neretum nella Tavola Peutingeriana. Ma questa città che porta oggi il nome di Nardò formava parte dell’antica Calabria, o sia de’ Salentini a cento miglia e più di distanza da Celia, come lo ha ben dimostrato Cristofaro Cellario[9], e come lo pruova anche lo stesso luogo di Plinio a cui il Surita si è riportato. Osta quindi alla detta emendazione la situazione de’ luoghi. Cotesto luogo di Plinio lo ha contentato anche il P. Giovanni Arduino Gesuita nelle sue note alla Storia Naturale di questo Scrittore stampata in Parigi nell’anno 1741. Ha egli proposta una giustificazione della parola Netium intrusa nel testo di Strabone, la quale pecca di violenza. Il luogo di Plinio di cui sto ragionando nella edizione del P. Arduino è il capo XVI del libro III; ma nelle altre edizioni è il capo XI del lib. III[10]. Vi sono inoltre in cotesta edizione delle varietà dall’edizioni precedenti, che anderò a notarle una per una. Vengo intanto a riportare questo Luogo di Plinio come si legge nella detta edizione del P. Arduino colle note opportune che saranno da me aggiunte ove l’uopo lo esigerà.
Premetto che Plinio ha quì divisa l’Italia in Regioni. Nella seconda Regione ha allogati Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos. Sotto il nome di Apulia vi ha compresa tanto la Daunia, che la Peucezia. Dopo aver riportate le città marittime della detta seconda Regione, passa ad enumerare le Popolazioni delle città interne, e dice; Beneventum auspicatius mutalo nomine, quæ quondam appellata Maleventum, Auseculani[11], Aquiloni, Abellinates cognomine Protropi, Compsani, Caudini, Ligures, qui cognominantur Corneliani, et qui Bebiani; Vescellani, Æculani[12], Aletrini, Abellinates cognominati Marsi, Atrani, Æcani, Alfellani, Attinates, Arpani, Borcani, Collatini, Corinenses, et nobiles clade Romana Cannenses, Dirini, Forentani, Genusini, Herdonienses, Hyrini, Larinates cognomine Frentani, Merinates[13], ex Gargano; Mateolani, Netini[14] Rubustini[15], Silvini, Strabellini, Turmentini, Vibinates, Venusini, Ulurtini. Calabrorum Mediterranei; Ægetini, Apamestini, Argentini, Butuntinenses[16], Deciani, Grumbestini, Norbanenses, Paltonenses[17], Sturnini, Tutini. Salentinorum: Aletini, Basterbini, Neretini, Valentini, Veretini.
Ora è quì notabile che la parola Neritini in tutte le altre edizioni di Plinio, come innanzi ho detto, è riportata due volte. La prima volta si vede unita ai Rubustini, ed ai Silvini. La seconda è allogata ne’ Salentini. Ma non essendovi nell’antica Geografia due città di questo stesso nome, e la città denominata Neritum, o Neretum trovandosi solo ne’ Salentini e non altrove, bisogna dire che sia stato questo un nome erroneamente raddoppiato nel testo di Plinio, come ha bene a proposito osservato anche Cristofaro Cellario nel luogo che sarò or ora a riportare. Quindi bisogna cassarlo in quel luogo ove si vede riunito ai Rubustini ed ai Silvini, e ritenerlo nel luogo che sussiegue, ove si vede allogato ne’ Salentini ai quali realmente apparteneva, come appartiene anche oggi la città di Nardò ch’è l’antico Neritum.
Il P. Arduino però uscendo da questa regola del retto ragionare, per dare esistenza a quel Netium che niuno ha saputo vedere ove sia stato, ha troncata e mutilata la parola Neritini che si legge in tutte l’edizioni di Plinio unita ai Rubustini ed ai Silvini, e ne ha formata la parola Netini di sua assoluta creazione. Quindi nella nota undecima sul trascritto luogo di Plinio fa la seguente osservazione: Netini a Netio oppido prope Canusium, Herdoniamque, Nήτιον Straboni lib. VI pag. 282, Nerentinos, quos hic libri quidam addunt[18] expunximus, cum inferius Salentinis, ut sane oportuit, reddantur.
Una emendazione però di tal fatta è troppo licenziosa, anzi violenta. Niuno quindi può applaudirla; tanto più che l’arbitraria mutilazione della parola Neritini di Plinio che l’Arduino si ha permessa, mena ad introdurre nella Geografia antica una città perfettamente sconosciuta a tutti gli antichi Scrittori, e malamente intrusa nel testo di Strabone da un errore degli amanuensi.
In mezzo a tanta discrepanza di opinioni, e di emendazioni della parola Νήτιον Cristofaro Cellario osserva che vi è quì sicuramente un’ambiguità. Riporta ciò che ha detto Luca Olstenio tanto sul preteso Netium, quanto sull’antica città di Celia. Passa a rassegna le due opposte opinioni di Casaubono, e del P. Arduino sulla parola Nήτιον, e le censura entrambe; ma non ha voluto impegnarsi a disciorre il nodo di una quistione che si è resa complicata per poca riflessione di tanti Uomini per altro dottissimi.
Tandem etiam ambigua quædam sunt adiicienda. Strabo vias Brundusinas recensens unam monstrat, quæ regredientem ferat per Egnatiam, Celiam, Netium, Canusium, Herdoniam. Non quidem Κελια Strabonis, et Ptolomæi, quæ in Mediterraneis Peucetiorum scribit, sive Cælium Plinii lib, III cap. XI, tam dubiæ positionis est, ut nullo modo investigari possit, quam Holstenius pag. 276 testatur nomen retinere quatuor, aut quinque millibus passuum supra Barium in mediterraneis, per quam etiam hodie via publica ducit[19]. Unde Frontinus de Coloniis libro Cœlinum agrum denominat, et Harduinus eo nummum Caracallæ refert inscriptum Ael. Munic. Coel. Ant., quasi Ælium Municipium Cælium Antoninianum. Sed Νήτιον Netium est quod maxime locorum scrutatores vexat. Strabonis verba sunt έφ’ ή οδώ Εγνατία πόλις εῖτα Κελια, καί Νήτιον, καί Κανύσιον, καί Ερδονία. Qua via est Egnatia, dein Celia, et Netium, et Canusium, et Herdonia. Casaubono videntur expungendæ voces καί Νήτιον, tanquam ex una Κανύσιον bis perperam exscripta natæ, quod violentum consilium est merito improbatum ab Holstenio: qui primum quidem ad Natiolum Tabulæ, quasi inde deminutum referebat; sed quod hoc in alia via deprehendebat, sententiam postea mutavit[20], nec vero certiorem aliam substituit, nisi quod dicit Νήτιον Strabonis esse Ehetium Tabulæ, quamvis ordo variet[21]. Harduinus Plinii lib. III cap. XI Netinos inseruit, ex Codice veteri an ingenio suo non ostendit, ubi priores Neretinos legerunt, qui paulo post repetuntur, et alterutro loco vel vitiosum, vel pravatum vocabulum videatur. Strabonem ergo sequutus expunxit syllabam, et Netinos reliquit tanquam lectionem genuinam[22].
Filippo Ferrario intanto, senza essersi incaricato della disputa che vi è tra gli Eruditi sulla parola Νήτιον, e senza aversi data la pena di esaminare se cotesta città abbia mai avuta esistenza, ha dato per vero che il preteso Netium di Strabone sia lo stesso che l’attuale città di Andria sita tra Ruvo e Canosa[23]. Ma Michele Antonio Baudrand nelle sue note al Lessico del Ferrario osserva: Netium oppidum Apuliæ Peucetiæ quid sit non constat, et Neritum scribendum esse autumat Surita. Nella sua Geografia poi ripete la stessa osservazione e dice: Netium oppidum Apuliæ Peucetiæ Straboni quid sit non constat, quanquam Andriam urbem interpretatur Niger, et Neritum scribendum esse annotavit Surita ad Antonini Itinerarium[24].
Dalle cose premesse risulta che gli Uomini dottissimi di sopra mentovati tutti han convenuto che quel Νήτιον intruso nel testo di Strabone è un nome sconosciuto all’antica Geografia, tranne il solo P. Arduino, il quale ha creduto dare allo stesso quella esistenza che non ebbe mai alterando, e mutilando la parola Neritinos che si legge nel luogo di Plinio di sopra riportato. Mentre però hanno riconosciuta questa verità, ed hanno quindi creduta indispensabile una emendazione, le loro opinioni in questa parte sono cadute in una positiva divergenza, la quale non può non destar meraviglia.
Ha taluno opinato, come si è veduto innanzi, di doversi cassare la parola Νήτιον, senza essersi incaricato che tra Celia e Canosa vi è la distanza di circa cinquanta miglia, e questo cammino non si poteva fare colla vettura in una sola giornata. Quindi cassandosi Νήτιον era indispensabile sostituire a questa un’altra città intermedia di fermata tra Canosa e Celia. Si sono altri incaricati di questa giusta osservazione; ma la città intermedia di fermata che hanno sostituita al preteso Νήτιον o si è trovata meramente ideale, o l’hanno presa da una Regione diversa e lontanissima, e quindi non suscettiva di essere allogata tra Celia e Canosa.
Sembra veramente incredibile che niuno di tanti bravi Uomini abbia fatta attenzione che tra Celia e Canosa vi era realmente quella città intermedia di fermata che la distanza de’ luoghi suggeriva che non fosse mancata, ed era questa la città di Ruvo. Quindi quel Νήτιον altro non è che un nome guasto e corrotto intruso nel testo di Strabone in quel luogo ove per necessità doveva esservi scritto Rubi. A confermare questa osservazione basterebbe riflettere che Strabone fu come innanzi si è detto uno Scrittore minutissimo, e molto accurato. Quindi non si può mai credere che mentr’egli si occupò di proposito a descrivere l’andamento della strada che da Brindisi menava a Roma traversando la Peucezia, avesse omessa una città non ignobile, qual era sicuramente la città di Ruvo, messa senza verun dubbio sulla strada suddetta da lui descritta.
Che sia questo un positivo assurdo generato unicamente dalla corruzione del testo di Strabone lo pruovano concludentemente le seguenti osservazioni tratte dagli antichi Scrittori. Secondo l’erronea posizione del testo di Strabone le città di fermata sulla strada suddetta da lui indicate sarebbero Egnatia, Celia, Netium, Canusium, Herdonia. Or questa stessa strada fece il Poeta Orazio nel suo viaggio da Roma a Brindisi con molta lepidezza da lui descritto. Il solo divario nelle fermate che in esso vi è fu che in vece di pernottare a Celia andò a pernottare a Bari che, come innanzi si è detto, è a poche miglia di distanza dall’antica Celia.
Orazio però partito da Canosa non andò certamente a pernottare a quel Netium ch’è un nome puramente ideale. Andò bensì a pernottare a Ruvo ch’era la città intermedia di fermata tra Canosa e Celia, tra Canosa e Bari.
Inde Rubos fessi pervenimus, utpote longum
Carpentes iter, et factum corruptius imbre.
Postea tempestas melior, via pejor ad usque
Bari mœnia piscosi[25].
Ecco la città intermedia di fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia. Da Bari Orazio passò ad Egnazia, e di là a Brindisi termine della stessa via descritta da Strabone, e del suo viaggio.
Giova quì anche osservare che se il luogo di fermata tra Celia e Canosa fosse stato quel Netium, che da taluni si è spacciato con poca riflessione di essere stato lo stesso che l’attuale città di Andria, ne sarebbe da ciò risultato un cammino molto mal ripartito, e quindi assolutamente incoerente. Ed in vero da Celia, oggi Ceglia, ad Andria vi è la distanza poco minore di quaranta miglia, e da Andria a Canosa quella di nove, o al più dieci miglia. Ma in quale Itinerario antico, o nuovo si trova un cammino di due giornate ripartito con una simile insensatezza?
Si aggiunga a ciò che troppo lungo sarebbe stato anche il cammino da Celia al preteso Netium secondo il sistema di viaggiare di quel tempo, e la qualità delle vetture che si adoperavano. Orazio dice di aver fatto da Canosa a Ruvo un lungo cammino utpote longum carpentes iter. Ma da Canosa a Ruvo non vi sono che venti miglia a farsi. Quanto più lungo sarebbe stato il cammino da Celia a Netium (Andria), essendovi una distanza ch’è quasi il doppio? Sotto tutti i rapporti quindi si rende chiaro e manifesto che quel Νήτιον è un nome corrotto, ed intruso in quel luogo di Strabone ove vi era scritto Rubi, vera ed unica città di fermata intermedia tra Celia e Canosa su quella strada da Roma a Brindisi che imprese egli a descrivere.
Queste giuste osservazioni le rafferma vie più l’Itinerario dell’Imperatore Antonino. La strada che in esso è tracciata da Roma fino ad Otranto è quella stessa che Strabone ha descritta, cioè la prima che traversava la Daunia, ed indi la Regione Peucetica. Giunta quindi la stessa da Roma nella Puglia è dall’Itinerario suddetto così riportata. Ecas (Troja) M. P. XVIII. Erdonias M. P. XVIIII. Canusio M. P. XXV. Rubos M. P. XXIII. Butuntus M. P. XI[26] Barium M. P. XII.
Or cotesto Itinerario stabilito dalla pubblica Autorità tronca tutte le quistioni sulla parola Νήτιον, poichè fissa la città di Ruvo come il luogo intermedio di fermata tra Canosa e Bari, donde poche miglia lungi era Celia. Lo fissa inoltre con quella giusta proporzione che vi dev’essere nella ripartizione del cammino, poichè segna ventitre miglia da Canosa a Ruvo, ed altrettanti da Ruvo a Bari.
Pietro Vesselingio inoltre nella bellissima edizione che ci ha data dell’Itinerario di Antonino stampata in Amsterdam nell’anno 1735 vi ha unito un altro antico Itinerario dalla città di Bordò della Francia fino a Gerusalemme che si crede dell’epoca dell’Imperator Costantino. In cotesto Itinerario che presenta il ritorno del viaggiatore da Gerusalemme a Bordò si vedono notati non solo i luoghi di fermata ove si pernottava detti Mansiones nell’Itinerario di Antonino, ma anche quelli ne’ quali si cangiavano a mezza strada le vetture, o gli animali da tiro che nell’Itinerario Gerosolimitano sono indicati col vocabolo Mutationes, come anche il detto Vesselingio lo ha avvertito nella prefazione allo stesso premessa.
Dopo essersi nel detto Itinerario descritti i luoghi per i quali allora si passava nel tratto di strada che vi è da Otranto fino alla città di Bari indicata col nome di Beroes, si vengono a segnare gli altri luoghi da Bari in qua, e si dice così: Civitas Beroes M. XI. Mutatio Botontones (Bitonto) M. XI. Civitas Rubos M. XI. Mutatio ad quintum decimum M XV. Civitas Canusio M. XI. Mutatio XI. Civitas Gerdonis (Erdonia) M. XV etc.
Dal che risulta sempre più dimostrato che il luogo di fermata intermedio tra Bari e Canosa, o tra Celia e Canosa è stato sempre, ed in tutti i tempi la città di Ruvo, e non già quel supposto Netium di Strabone che si è da taluni inconsideratamente smaltito di essere stato lo istesso che l’attuale città di Andria.
Che sia questo un puro sogno lo prova concludentemente lo stesso Itinerario Gerosolimitano, il quale il luogo della Mutazione, o sia del cangiamento della vettura, o degli animali tra Ruvo e Canosa lo reca così Mutatio ad quintum decimum. Risulta da ciò chiaramente che cotesto luogo anonimo della Mutazione suddetta non doveva esser altro che un albergo messo nella campagna per dare ai viandanti il comodo di cangiar la vettura, o gli animali, come si fa anche oggi per lo cangiamento delle poste, poichè ove non vi sono città o villaggi, si cangia la posta ne’ designati alberghi messi in campagna sulle strade Consolari.
Quindi molto bene avverte Vesselingio nella precitata sua prefazione: Porro Mansio quid sit nullus puto ignorat. Mutationes sunt veredorum, vel animalium ad iter. Eæ vehiculis, et animalibus, eorumque pabulis instructæ erant: sed non ceteris rebus ad usum vitæ humanæ peregrinantibus necessariis. Ideoque distinguuntur in libris nostris, ut XI Cod. Theodos. tit. I cap. IX.
Or se tra Canosa e Ruvo sull’antica Via Appia detta poi Trajana vi fosse stata a mezza via la pretesa città denominata Netium (ora Andria), la Mutazione si sarebbe situata nella città suddetta, e non già in un albergo messo in mezzo alla campagna. Ed in vero nello stesso Itinerario il luogo della Mutazione tra Bari e Ruvo si vede stabilito nella città di Bitonto che sta alla metà del cammino tra l’una e l’altra. Si vede lo stesso replicato anche in tutti gli altri luoghi, ne’ quali tra due città di fermata ove i viandanti pernottavano dette Mansiones, vi era una città intermedia ove situar si poteva la Mutazione delle vetture o degli animali.
Era ciò anche nel buon senso. Le vetture han bisogno di risarcimenti e gli animali addetti alle stesse han bisogno di ferrature, di medicine, e di assistenza quando sono ammalati. A questi bisogni si può supplire con molto maggiore facilità ne’ luoghi abitati che in mezzo ad una campagna. Se tra Ruvo e Canosa vi fosse stato quel supposto Netium, si sarebbe ivi situato il luogo della Mutazione, e non già in mezzo ad una campagna, ove non vi potevano essere artieri e maniscalchi. Le Mutazioni si situavano a tal modo quando non si poteva fare altrimenti e quando mancava la vicinanza di una città.
Francesco Maria Pratilli nei suo libro sulla Via Appia ha creduto che il luogo della Mutazione ad quintum decimum tra Ruvo e Canosa segnato nell’Itinerario Gerosolimitano sia stato nel sito, o nelle vicinanze di quell’antica osteria che porta oggi il nome di Guardiola messa a mezza via sull’antica strada che da Ruvo mena direttamente a Canosa. Conferma questa sua conghiettura col dire che nelle vicinanze della osteria suddetta ha ei medesimo osservato che tuttavia esistono i tratti delle grosse selciate della via Trajana la quale passava per quel luogo[27].
Cotesta sua conghiettura non è improbabile, e forse la detta antica osteria non per altra ragione si trova tuttavia in quel sito solitario, se non perchè era quello un tempo il luogo della mutazione ad quintum decimum indicata nell’Itinerario Gerosolimitano che si è conservata per osteria ne’ tempi posteriori[28]. Ma questo istesso esclude la esistenza del preteso Netium di Strabone che si vuol credere lo stesso che l’attuale città di Andria, e ciò per un’altra convincentissima ragione.
La predetta osteria detta Guardiola è lungi da Andria due miglia e mezzo. Or se l’antica via Trajana che da Canosa menava a Ruvo passava pe ’l sito della detta osteria, è chiaro per se stesso che passar non poteva per quel sito ove attualmente sta la città di Andria che n’è discosto due miglia, e mezzo. Questa osservazione rende chiaro vie più che quel luogo di Strabone il quale ha situata la supposta città denominata Netium sulla strada consolare che da Brindisi menava a Roma è manifestamente corrotto e viziato, perchè tra Ruvo e Canosa non vi era alcuna città per la quale fosse la stessa passata.
Ma si dia di scure alla radice. Come potersi affermare che il preteso Netium di Strabone viva nell’attuale città di Andria se questa città molti secoli dopo di Strabone fu fondata dai Normanni? Lo contesta ciò Guglielmo Appulo ne’ seguenti versi del suo Poemetto Normanno:
Unfredum totus cum fratre Drogone tremebat
Italiæ populus, quamvis tunc temporis esset
Ditior his Petrus consanguinitate propinquus.
Condidit hic Andrum, fabricavit et inde Coretum,
Buxilias, Barolum maris ædificavit in oris[29].
Al Conte Pietro di cui quì si parla era spettata la città di Trani nella Dieta che tennero i Normanni nella città di Melfi per dividersi tra loro di accordo le città della Puglia che avevano conquistate colle loro armi[30]. Il Conte Pietro quindi ch’era il più ricco di essi cercò di accrescere la sua dominazione colle città di Barletta, Andria, Corato, e Bisceglia che sono tutte a poca distanza intorno a Trani ch’era in quel tempo la città principale. Quindi il nostro Storico Gio. Antonio Summonte dice che il Conte Pietro Normanno fu fondatore di Andria, Corato, Bisceglia e Barletta[31].
L’abate Troyli riporta la favoletta spacciata da Domenico Pingerna Arciprete di Andria, il quale lasciò scritto che sia stata quella città edificata da Diomede, e che abbia preso il suo nome dall’isola di Andro sita nel mare Egeo poco lungi da Samo. Contraddice egli cotesta storietta coll’addurre anche ciò che ne han detto Arrigo Bavo nella descrizione del Regno di Napoli, e Ferdinando Ughellio nella sua Italia Sacra, i quali convengono che fu la città suddetta edificata da Pietro Normanno Conte di Trani[32]. È una cosa questa per altro che si confuta da se stessa, perchè priva di qualunque autorità istorica e suggerita solo dalla fantasia di chi ebbe la vaghezza di scriverlo.
Per altro lato si conoscono, come anderemo a vederlo nel capo III, le città che gli antichi Scrittori credettero di esser state fondate da Diomede nella Daunia però, non già nella Peucezia, ove non si estese giammai la sua dominazione. Se tra queste vi fosse stata anche Andria non si sarebbero fatte tante dispute su quel Netium di Strabone di cui ho innanzi lungamente ragionato, poichè cotesta pretesa antica città Diomedea l’avrebbero gli antichi Scrittori riportata col suo nome di Andria o Andro, il quale è assolutamente ignoto alla Geografia antica.
Non posso però convenire col Summonte che anche Barletta e Bisceglia siano state fondate di pianta dal detto Conte Pietro, perchè coteste due città marittime già esistevano molto prima della venuta de’ Normanni nelle nostre Regioni. Ciò che dice Guglielmo Appulo ne’ versi di sopra trascritti si deve intendere che il Conte Pietro abbia fondate le due novelle città di Andria e Corato, e semplicemente restaurate e fortificate le due antiche città di Barletta e Bisceglia. Ed in vero pos’egli una differenza tra le prime e le seconde, e cercò questa di esprimerla nel miglior modo che seppe farlo col mediocre latino in cui si vede scritto il precitato suo poemetto proprio della poca nitidezza dello stile di quel tempo.
Parlando di Andria disse condidit hic Andrum. Passando a parlar di Corato soggiunse fabricavit et inde Coretum. Ma per Bisceglia e Barletta si valse del vocabolo ædificavit, e disse Buxiliam, Barolum maris ædificavit in oris. Le parole condidit e fabricavit fanno intendere che il Conte Pietro fu il fondatore delle prime due città fatte di pianta. La parola ædificavit di cui si valse per Bisceglia e Barletta esprime il concetto che le abbia semplicemente restaurate, ampliate, o fortificate. Ond’è che Gotofredo Guglielmo Leibnizio nella sua prefazione al Poemetto di Guglielmo Appulo sulla parola ædificavit fa la seguente osservazione: Munisse puto hoc noster ædificare appellat[33].
Nè può dirsi diversamente poichè a Guglielmo Appulo, che visse al tempo di Roberto Guiscardo, non poteva certamente essere ignoto che le predette due città già esistevano molto prima della venuta de’ Normanni. La città di Barletta posteriore ai tempi di Strabone, di Plinio, e di Tolomeo era già surta al tempo di Teodosio, poichè per tralasciare altre testimonianze, si vede segnata nella Tavola Peutingeriana sotto il nome di Balulum, ed in altre edizioni di Bardulos, il quale fu dappoi o corrotto, o invertito in quello di Barulum.
Nella stessa Tavola vi sono anche Turenum Trani, e Natiolum Giovinazzo. Non vi è Buxilia, detta da altri Vigiliæ, perchè questa nuova città a quel tempo non era ancora surta. Ma non vi può esser dubbio che sia stata la stessa anteriore alla venuta de’ Normanni, poichè dall’Autore della dotta Dissertazione sulla Italia medii ævi colla carta Corografica alla stessa annessa che va tra le Opere del Muratori, sono citate le autorità, le quali contestano che Sergius (alias Georgius) subscribitur Concilio II Niceno anno 787 Episcopus Vigiliarum[34].
Ritornando ora all’attuale città di Andria, Gioviano Pontano parla della valorosa ed ostinata difesa sostenuta da Francesco del Balzo che nella prima guerra coi Baroni del Regno seguiva le parti del Re Ferdinando I di Aragona. Dice che nel terribile ed indefesso assedio che la detta città ebbe a soffrire, gli abitanti di essa non atti alle armi trovavano uno scampo, ed un ricovero nelle grotte delle quali abbonda: Ceterum non exiguum ad salutem popularium remedium erat quod Andria non modica ex parte antris habitatur, unde sunt qui nomen duxisse illam credunt: his se pleræque mulieres, et imbecillis ætas continebant[35]. Da tutt’altro quindi che dal Netium di Strabone, o dall’Isola denominata Andro si è ripetuta la etimologia del suo nome.
Ed in vero le città veramente antiche e specialmente quelle che furono abitate da Greche Colonie serbano sempre le tracce della loro antichità. A Bari, a Celia, a Bitonto, a Ruvo, a Canosa, oltre le monete che abbiamo, si trovano di continuo vasi fittili, ed altri pregevoli oggetti scampati alla ingiuria del tempo. Ma non vi è un solo esempio che simili cose siansi trovate giammai in Andria. Il che basta a smentire tutte le filastrocche smaltite dagli Eruditi sul preteso Netium di Strabone che non ha mai esistito. Non perciò la città di Andria non è una città bella, popolata, colta, ricca e ben meritevole di essere annoverata tra le migliori città della Provincia di Bari.
Dalle cose premesse pare che sia rimasta risoluta la gran quistione sulla parola Netium di Strabone. Si è dimostrato concludentemente che cotesta città puramente immaginaria la fece sorgere l’errore degli amanuensi, i quali la intrusero nel testo in luogo della città di Ruvo che per necessità doveva esservi scritta, perchè questa era la città di fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia. Avendo Strabone impreso a descrivere quella stessa strada da Roma a Brindisi che fu percorsa da Orazio, ed indi fu segnata anche negl’Itinerarj stabiliti dalla pubblica Autorità, è chiaro per se stesso che tutto ciò che si discosta da questi sicuri elementi non deve credersi che guasto e corrotto.
Parla in fine di Ruvo anche Giulio Frontino nel suo libro de Coloniis. Bisogna però premettere che l’oggetto di questo Scrittore non fu di scrivere da Geografo, ma bensì di formare uno stato de’ terreni colonici. Nel riportare quindi le operazioni e le ricognizioni seguite nella Puglia, fu questa divisa in due Provincie che furono da lui chiamate Provincia Apuliæ, e Provincia Calabriæ. Nella prima riportò i terreni colonici delle città della Daunia, tra le quali si vede allogato l’agro Lucerino, Venosino, Salpino, Canosino etc. Nella seconda poi si leggono i seguenti nomi, fra i quali vi è anche l’agro Ruvestino: Brondisinus ager pro æstimio ubertatis est divisus. Cetera in saltibus sunt assignata, dividuntur sicut supra legitur Provinciam esse divisam. Botontinus, Celinus, Genusinus, Lyppiensis, Metapontinus, Orianus, Rubustinus, Rodinus, Tarentinus, Varnus, Veretinus, Uritanus, Ydruntinus ea lege, et finitione finiuntur, qua supra diximus. Maxime autem vicinorum exempla sumenda sunt, et consuetudines regionum intuendæ, ut secundum signorum ordinem, atque rationem veritas declaretur[36].
Dalle cose premesse risultano due circostanze. La prima che Ruvo è sicuramente una città antica, poichè fanno di essa menzione gli antichi Scrittori innanzi riportati. La seconda che la sua denominazione latina (giacchè della greca ne parlerò in seguito) fu Rubi. Non bene a proposito quindi nelle Tavole della Geografia antica stampate nell’anno 1694 nella Tipografia del Seminario di Padova Auctore N. Sanson Abbavillæo Christianissimi Galliarum Regis Geographo si vede la nostra città segnata tra le città della Puglia Peucezia col nome di Rubustum. È chiaro che l’autore delle Tavole suddette prese questo nome dai Rubustini di Plinio, e dal Rubustinus ager di Giulio Frontino. Ma non avvertì che dal Poeta Orazio, dall’Itinerario di Antonino, dall’Itinerario Gerosolimitano, ed anche dalla Tavola Peutingeriana è la nostra città chiamata Rubi e non già Rubustum.
Roberto Stefano scansò questo errore; ma cadde in altro errore assai più grave allora che sulla parola Rubi fece la seguente osservazione: Rubi Ruborum tantum pluraliter. Oppidum Campaniæ a ruborum frequentia, seu a colore ruboris. Horat. I serm. V v. 94[37]. Fa veramente meraviglia come abbia situata la nostra città nella Campania, senz’aver avvertito che il Poeta Orazio a cui si è riportato disse che nel suo viaggio da Roma a Brindisi, essendo partito da Canosa andò a pernottare a Ruvo, e da Ruvo passò a Bari che non è stata mai una città della Campania, ma bensì della Puglia Peucezia! Ne fu quindi Roberto Stefano giustamente redarguito da Baudrand nelle sue note al Lessico Geografico di Ferrario, ove sulla parola Rubi osserva: In Thesauro linguæ latinæ in Campania locatur, a qua longissime abest Rubus urbs Apuliæ.
Ambrogio Calepino nel suo Dizionario ha situata la città di Ruvo nella Terra di Bari. Ha però errato nell’aver detto che vi sia stata anche nella Campania un’altra città dello stesso nome, e nell’avere attribuiti li precitati versi di Orazio a questa e non a quella. Rubi est etiam oppidum Campaniæ a Ruborum frequentia, sive a rubore dictum. Horat. in Serm. I sat. 5 etc. Ma oltre che una città di questo nome non è mai esistita nella Campania, non merita veruna scusa nell’avere invocata la testimonianza di Orazio che ha parlato di Ruvo della Peucezia, non già di cotesto ideale Ruvo della Campania.
Hanno anche largamente errato coloro i quali hanno confusa la nostra città con Rufræ della Campania, e con Rufrium degl’Irpini. A coteste sonore aberrazioni rispondono Surita, e Vesselingio nelle loro note sull’Itinerario di Antonino. Il primo sulla parola Rubos in esso riportata osserva: Plinius lib. III cap. XI Rubustinos populos recenset, qui in exemplari Toletano Rubisini cognominantur. Horatius Canusio se Rubos venisse ostendit sat. V lib. I vers. 94. Quo loco miror cur venerit in mentem Dionysio Lambino egregio ejus Auctoris Commentatori affirmare eam urbem esse Campaniæ, præsertim ipso attestante Canusio, quod Dauniorum Apulorum oppidum erat, Rubos pervenisse, et qui antea prædixerat
Incipit ex illo Montes Apulia notos
Ostentare mihi, quos torret Atabulus.
Il secondo poi dice: Rubos esse notat Botiandus ad vitam Laurentii Sipontini editam die VII Januarii, qui Rubos cum Rufris Virgilii, et Rufrio Livii idem esse oppidum existimant: His neque accedit, ita nec obloquitur. Rectius L. Holstenius in Ital. A. Cluverii p. 271 Rufrium, et Rufras distinguit: Hæ in Campania erant: illud in Hirpinis. Rubustini in Apulia incolebant, inibique eos collocat Frontinus de Coloniis pagina 127. Civitas Rubi, et Rubensis Episcopus memorantur in Chronico Lupi Protospatæ anno MLXXXII.
Non è quindi scusabile tampoco Cristofaro Cellario, Geografo per altro eruditissimo, per esser caduto nello stesso errore. Alla fine della sezione III cap. IX del libro II ci ha data una carta che porta il seguente titolo Græcia magna, sive pars ultima Italiæ. In cotesta carta vedesi molto bene la nostra città allogata in Apulia Peucetia tra Canosa e Bari. Ma colla massima incoerenza si vede da lui segnata col doppio nome Rubi Rufrum, mentre cotesto Rufrum è alla stessa perfettamente estraneo!
Tanto più ciò sorprende quanto che Cellario si è messo in contraddizione di se stesso. Avendo egli parlato specialmente tanto della città della Campania chiamata Rufræ, quanto del Rufrium degl’Irpini, come ha potuto poi attribuire il nome sia dell’una, sia dell’altra alla nostra città che nella sua carta l’ha egli stesso allogata in una Regione diversa, qual è la Peucezia? Della prima di esse dice così: Supra Theanum in ortum hibernum sunt Rufræ Virgilio lib. VII vers. 739 = Quique Rufras Batulumque tenent, atque arva Celennæ. Obscura nomina: Campaniæ tamen cum ceteris quæ præcedunt, quæ sequuntur vindicanda. Servius ibi. Rufras, Batulumque castella Campaniæ a Samnitibus condita. Holstenius auctor est Præsentiani in Theanensi Diœcesi lapidem inventum cui inscriptum est
M. AGRIPPÆ L. F. PATRONO
RUFRANI COLONI[38].
Per la seconda poi osserva: Tandem in extremo Hirpinorum ultra Compsam Cluverius Rufrium Livii, quod et Rufræ Virgilii idem ipsi oppidum est, cujus ductu nescio, collocavit. Nos Holstenium sequuti Rufras a Rufrio supra separavimus, ut illis Campaniæ vindicatis, sicut vindicavimus, Rufrium solum supersit investigandum. De hoc Livius lib. VIII cap. XXV. Eodem tempore etiam in Samnio res prospere gestæ, tria oppida in potestatem venerunt Allifæ, Callifae, Rufrium. Samnio attribuit, sed laxis finibus descripto, ut Hirpinos etiam, qui ortu Samnites sunt, comprehendat. An sit oppidum, quod hodie Ruvo vocatur, quod credit Cluverius, judicent peritiores illarum Regionum[39].
O che però Rufræ e Rufrium siano una stessa cosa, o che siano due luoghi diversi, il che per altro non lo vedo chiaro abbastanza, manca ogni ragione per potersi attribuire cotesti nomi alla città di Ruvo della Peucezia. Quel Ruvo di cui ha quì parlato Cluverio non è la nostra città, ma bensì una misera ed infelice Bicocca che porta anche questo nome, e forma ora parte della Provincia di Basilicata volgarmente detta Ruvo della Montagna, per distinguerla dalla nostra città riputata per una delle città della Marina. Con poca riflessione quindi il Cellario ha confuso un luogo coll’altro ed ha attribuito alla nostra città quel doppio nome che niuno ancora ha immaginato neppure.
L’unico suo nome latino ha Rubi che lo ha ritenuto anche ne’ mezzi tempi, come ne fa pruova la più volte citata Dissertazione e la carta corografica che va tra le Opere del Muratori. Questo nome, si vede segnato ne’ Registri Normanni, Angioini, ed Aragonesi, de’ quali si parlerà in seguito, in tutti i Dizionarj ed in tutte le carte della Geografia antica, tra le quali vi è anche quella della Italia che ci ha data il Muratori nel primo tomo della sua Grande Raccolta de’ Scrittori delle cose Italiche.
Non manco quì d’incaricarmi che tra i Commentatori di Orazio ve n’è stato alcuno il quale ha creduto che fosse stata la nostra città la Patria del Poeta Ennio. Mi piacerebbe in vero il poter vantare un cittadino tanto illustre. Ma Verrebbe ciò a confondere la nostra città coll’altra antica città chiamata Rudiæ, la quale era sita nell’antica Calabria tra Taranto e Brindisi, e fu la vera Patria di Ennio.
Quindi Cicerone parlando di quel Poeta, ch’è da Orazio chiamato Pater Ennius, disse: Rudium hominem Majores nostri in Civitatem receperunt[40]. Strabone dice: Tarentum versus compendioso itinere per Rodias proficiscantur urbem Græcam Ennii patriam poetæ[41]. Presso Pomponio Mela si legge: Et Ennio cive nobiles Rudiæ[42], e Silio Italico dice di lui