CAPO III. La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che vennero nella Italia prima della Guerra di Troja.

Dionigi di Alicarnasso, comunque Greco di Nazione, fa un magnifico elogio delle bellezze della Italia, ed un’ampia descrizione de’ suoi pregi; dà alla stessa la preferenza su di qualsivoglia altro Paese per la fertilità del terreno e la moltiplicità de’ prodotti di esso, per la bontà de’ paschi, la temperatura del clima e tanti altri vantaggi, de’ quali la Natura l’è stata prodiga[45].

Plinio II ripete gli stessi encomj in pochi versi. Jam vero tanta ei vitalis, ac perennis salubritatis cœli temperies, tam fertiles campi, tam aprici colles, tam innoxii saltus, tam opaca nemora, tam munifica silvarum genera, tot montium afflatus, tanta frugum, et vitium, olearumque fertilitas, tam nobilia pecori vellera, tot opima tauris colla, tot lacus, tot amnium, fontiumque ubertas totam eam perfundens, tot maria, portus, gremiumque terrarum commercio patens undique, et tanquam ad juvandos mortales ipsa avide in maria procurrens. Neque ingenia, ritusque, ac viros lingua, manuque superatas commemoro gentes. Ipsi de ea judicavere Græci, genus in gloriam suam effusissimum, quotam partem ex ea appellando Græciam magnam[46].

Non fia dunque meraviglia se le nostre belle Regioni si attirarono sempre il desiderio dell’estere Nazioni che recò alla povera Italia infiniti malanni. Siamo però giusti, se le invasioni de’ Popoli settentrionali dopo la caduta del Romano Impero vi portarono la ignoranza, la barbarie e ’l pesantissimo giogo della feudalità, la moltitudine delle antiche Colonie Greche che vennero quì a stabilirsi vi portò i lumi, le scienze, le belle arti e quella civiltà, la quale fu utilissima a dirozzare i suoi antichi abitanti che non senza un fondamento di ragione i Greci gli chiamavano Barbari.

Conobbe di buon ora questa verità un gran Popolo che si stava formando per conquistare l’impero del Mondo, cioè il Popolo Romano. Persuaso lo stesso dopo la espulsione dei Re che per rendersi grande un Popolo sono necessarie le buone leggi, nell’anno trecentesimo di Roma spedì li suoi Legati in Atene ed alle città Greche stabilite in Italia, per dimandare alle stesse quelle leggi che fossero state per se più opportune, e cotesta saggia missione ebbe il suo effetto[47].

Con ragione, perchè nelle Greche città dell’Italia fioriva la celebre Scuola Pitagorica madre feconda di tanti Uomini insigni. Si sono in esse distinti i sommi legislatori Caronda e Zeleuco, Archita valente tanto nel comando degli eserciti che nella scienza del Governo, Timeo gran Filosofo ed Astronomo e sommo Politico, e tanti altri Uomini illustri che lungo sarebbe l’enumerargli.

Dai lumi diffusi e dai grandi Uomini formati dalla Scuola Pitagorica han creduto i Greci Scrittori che sia derivato il nome di Magna Grecia, che Plinio nel luogo innanzi riportato lo ripete dai pregi delle Regioni abitate dalle Greche città[48]. Che che però ne sia della etimologia del nome suddetto, un dottissimo Scrittore Romano, qual è Cicerone, lasciò scritto: Pythagoras, qui cum Superbo regnante in Italiam venisset, tenuit Magnam illam Græciam cum honore et disciplina, tum etiam auctoritate, multaque sæcula postea sic viguit Pythagoreorum nomen, ut nulli alii docti viderentur[49]. Ed in altro luogo: Platonem ferunt ut Pythagoreos cognosceret in Italiam venisse, et in ea, tum alios multos, tum Archytam, Timeumque cognovisse[50]. Ed in vero A. Gellio ci fa sapere che Platone, benchè non fosse stato ricco, comprò per diecimila danari a lui donati dal suo amico Dione Siracusano tre libri di Filoleo Filosofo Pitagorico[51].

Vi è gran quistione tra gli Eruditi se la Magna Grecia sia stata ristretta alle sole città piantate su i tre seni di mare Locrese, Scillatico, e Tarantino[52], o pure sotto questo nome siano andate comprese anche tutte le altre Greche città sparse per la Italia. Tal discussione non è del presente argomento. Si può osservare ciò che ne ha dottamente scritto il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo Commentario sulle Tavole di Eraclea ove ha esaurita la materia.

Pare ch’egli ammetta la così detta Magna Grecia nelle principali città testè indicate colle Regioni rispettive, ed una Grecia sparsa e disseminata in tutte le altre non poche città della Italia abitate da Colonie Greche. Comunque ciò sia non è meno vero che anche queste città partecipavano della stessa coltura e delle stesse istituzioni. Facendosi attenzione a ciò che dice Dionigi di Alicarnasso, i Romani spedirono i loro Legati per aver buone leggi partim ad Græcas urbes, quæ sunt in Italia, partim Athenas. Non alle sole città quindi della così detta Magna Grecia essi si diressero; ma bensì a tutte le città Greche della Italia; il che pruova che tutte avevano ugualmente la fama di essere ben governate. Oltre che li monumenti delle belle arti che si sono trovati anche nelle altre città Greche che non formavano parte della così detta Magna Grecia, sono una sicura testimonianza che pari in esse era anche la coltura.

L’emigrazioni de’ Greci in Italia sono state molte e seguite in diversi tempi prima della famosa Guerra di Troja e dopo di essa. Non è mio proponimento di entrare in queste indagini che hanno tenute occupate altre penne assai più dotte. Mi limiterò quindi a parlare soltanto di que’ Greci i quali si stabilirono in quella Regione in cui è sita la città di Ruvo, e debbono in conseguenza credersi i fondatori di essa. Rimonta questa indagine ad un’epoca molto rimota, la quale mi dà dritto di allogare la nostra città tra le più antiche città Greche della Italia.

Il prelodato Dionigi di Alicarnasso che visse ai tempi di Ottaviano Augusto, e benchè Greco di Nazione essendosi recato in Roma, s’invogliò ad istruirsi molto bene delle cose d’Italia, dopo aver riportate le diverse opinioni relative ai primi abitanti di essa detti Aborigini, soggiunse ciò che siegue. Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, et in his Porcius Cato, qui diligentissime scripsit de originibus Italicarum urbium, Luciusque Sempronius, et alii[53] Græcos esse affirmant profectos ex Achaja multis ante bellum Trojanum ætatibus, nec tamen diserte tradunt ex qua Natione Græca, quave urbe migraverint: ac ne tempus quidem, aut Ducem coloniæ, aut quo casu patrias sedes reliquerint, fabulamque sequuti Græcanicam, nullius Græci Auctoris eam confirmant testimonio. Itaque rei veritas quomodo se habeat incertum est. Quod si istorum sana est narratio, non possunt esse coloni alterius generis, quam Arcadici. Nam hi primi Græcorum, trajecto sinu Ionio, domicilium in Italia statuerunt deducti ab Oenotro Lycaonis filio. Is quintus fuit ab Æzeo, et Phoroneo primis Peloponnesi Principibus, nam e Phoroneo genita est Niobe, ex qua, et Jove fertur natus Pelasgus. Æzei vero Lycaon fuit filius, et hujus filia Dejanira. Ex Dejanira et Pelasgo prognatus est alter Lycaon, cujus Oenotrus fuit filius XVII ætatibus prius quam apud Trojanos bellatum est[54]. Et tempus quidem hoc est missæ in Italia coloniæ: migravit autem Oenotrus a Græcia non contentus portione sui patrimonii. Cum enim essent Lycaoni XXII filii, opus erat in totidem partes dividi Arcadiam. Hanc ob causam Oenotrus relicta Peloponneso, classeque parata trajecit mare Jonium, unaque Peucetius, unus e fratrum numero, comitante eos bona parte popularium: ajunt hanc gentem fuisse olim frequentissimam. Adjunxerunt se his et alii Græci, quibus non sufficiebat ager proprius. Itaque Peucetius quo primum appulerunt in Italiam super Japygiæ Promontorium suis expositis, sedem ibi fixit, et ab eo horum locorum incolæ dicti sunt Peucetii[55].

Continua poi a dire che Oenotro col maggior numero della sua Gente passò oltre e continuò a navigare fino al mare detto allora Ausonio ed indi Tirreno. Che ivi sbarcato edificò delle città, e dal suo nome fu quella parte della Italia chiamata Oenotria. Nelle cose da lui dette si riporta all’autorità di Ferecide Ateniese che dice a niuno secondo nel tessere le genealogie. Qui de Regibus Arcadiæ sic loquitur. Pelasgo ex Dejanira Lycaon natus est. Huic nupsit Cyllene Nais Nympha, a qua mons Cyllene dicitur. Deinde recensitis horum filiis, locisque, quos eorum quisquis habitandos ceperit, Oenotri et Peucetii sic memorat. Et Oenotrus, a quo Oenotri nominantur in Italia, ac Peucetius, a quo Peucetii appellantur in sinu Jonio.

Pausania aggiugne che de’ figli di Licaone il Primogenito si chiamava Νύχτιμος, e questi succedè nel Regno. Nomina quindi gli altri numerosi suoi fratelli i quali occuparono molti luoghi dell’Arcadia, fortificarono le antiche città, e ne fondarono delle nuove e soggiugne: At natu minimus Oenotrus pecunia, et viris a fratre Nyctimo acceptis, classe in Italiam transmisit, a qua fuit ea in qua consedit Terra de Regis nomine Oenotria vocitata. Atque hæc prima a Græcis colonia deducta[56].

Passa indi Dionigi di Alicarnasso a parlare di un’altra spedizione di Arcadi in numero però assai più ristretto che la dice partita sessant’anni prima della Guerra di Troja dall’antica città dell’Arcadia denominata Pallantium. Condottiere di essa fu Evandro figliuolo di Mercurio e di una Ninfa e Profetessa Arcadica chiamata Temi. Che furono questi bene accolti da Fauno Re saggio e prudente che dominava allora in que’ luoghi, ove surse dappoi la città di Roma, e si stabilirono vicino al fiume Tevere. Di questa seconda spedizione di Arcadi ne parla anche Pausania[57].

Dalle notizie quindi che si son premesse si ha che Peucezio con una porzione degli Arcadi ed altri Greci del Peloponneso sbarcò super Japygiæ Promontorium in sinu Jonio, cioè nel seno Tarantino, e che dal suo nome prese la Regione il nome di Peucezia. Si estese questa per lungo tratto nel paese adiacente al mare Adriatico. Avvenne però coll’andar del tempo che in quella parte dell’antica Peucezia ch’era intorno al Promontorio Japigio sopragiunsero altri Greci che ivi si stabilirono. Dal che prese quella contrada nuovi nomi e fu chiamata Messapia, Japigia, Salentini, Calabria. In fine qualunque sia stata la estensione primitiva del Paese denominato Peucetia, rimase questa in seguito ristretta a quella parte della Puglia che porta oggi il nome di Terra di Bari.

Strabone che visse al tempo di Augusto e di Tiberio, dopo aver descritta la spiaggia d’Italia fino all’antica città di Metaponto passa a dire: Contingit Metapontum Japygia, quam et Messapiam Græci dixere. Incolæ alios Salentinos dicunt, qui circa Japigium habitant Promontorium, alios Calabros. Supra hos versus Septentrionem sunt Peucetii, Græco sermone Audanii cognominati. Incolæ quidquid post Calabriam est Apuliam vocant: fuerunt etiam ibi qui Pediculi dicerentur, maxime Peucetii.

Si osservi che allora si chiamava Calabria non già quella Regione che porta oggi questo nome. La Calabria attuale apparteneva un tempo ai Bruzj, ed in parte anche alla Magna Grecia. La Calabria di cui parla Strabone era quella lingua di terra, o sia quell’Istmo il quale da Taranto a Brindisi è racchiuso tra il seno Tarantino e ’l mare Jonio detto oggi Terra d’Otranto. Cotesto Istmo finisce al Promontorio detto dagli antichi Salentino o Japigio, oggi Capo di S. Maria di Leuca. Messapia Peninsulæ formam obtinet istmo interclusa, qui a Brundusio Tarentum usque porrigitur spatio CCCX stadiorum: navigatio circa Japygium Promontorium est circiter CCCC. Metaponto distat stadiis CC fere Tarentum ortum solis versus.

Passa poi a descrivere il seno Tarantino e la città di Taranto fondata da una colonia di Spartani. Parla della sua antica potenza e floridezza, ed indi della sua decadenza causata dalla mollezza e dal lusso. Esalta la fertilità del terreno di quella Regione, comunque soggetto alla siccità. Enumera le antiche città che in essa vi erano, e la diversità della loro origine, dalla quale erano surte le diverse nomenclature imposte a quella penisola. Quindi conchiude: Communi vocabulo Messapiam, Japygiam, Calabriam, et Salentinam appellant. In fine passa a parlare delle due strade che da Brindisi menavano a Roma delle quali si è largamente ragionato nel capo primo[58].

Dice lo stesso anche Plinio: Connectitur secunda Regio (Italiæ) amplexa Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos CCL M. P. a sinu qui Tarentinus appellatur ab oppido Laconum in recessu hoc intimo situm, contributa eo maritima colonia, quæ ibi fuerat. Abest CXXXVI M. P. a Lacinio Promontorio, adversam ei Calabriam in Peninsulam emittens. Græci Messapiam a Duce appellavere: et ante Peucetia a Peucetio Oenotri fratre, in Salentino agro. Inter Promontoria C. M. P. intersunt. Latitudo Peninsulæ a Tarento Brundusium terreno itinere XXXV M. pass. patet, multoque brevius a portu Sasina. Passa indi a riportare le antiche città della Penisola suddetta[59].

Da ciò che dice questo Scrittore risulta ch’ei conviene anche nella venuta di Oenotro e Peucezio nella Italia, giusta il racconto fattone da Dionigi di Alicarnasso, poichè ha per vero che quella Penisola, la quale prese dappoi il nome di Messapia, Japigia, Calabria e Salentina formò parte da principio anche della Peucezia a Peucetio Oenotri fratre. L’arrivo però de’ nuovi Ospiti che fecero cangiare il nome alla detta penisola restrinse l’antica Peucezia, e di un solo Stato ne formò due, o per dir meglio formò due confederazioni diverse di città Greche tra loro distinte.

Ed in vero si rileva anche da Diodoro Siculo che Agatocle Tiranno di Siracusa cum Japygibus, et Peucetiis societatem armorum iniit[60]. Il che pruova ch’erano questi due Paesi che si governavano separatamente. Ove dunque si dimostri che la nostra città sicuramente Greca formava parte dell’antica Peucezia rimasta sempre sotto la dominazione degli Arcadi che furono i primi ad occupare quella Regione, la sua origine Arcadica ne viene in conseguenza.

Dopo avere Strabone descritta l’antica Calabria di cui si è finora ragionato, passa a parlare della Peucezia con essa confinante. Ne ha parlato piuttosto con sobrietà, ma non senza una positiva utilità per l’argomento che mi ho proposto, poichè avendone indicati i confini, mi mette ciò in grado di dimostrare concludentemente che la città di Ruvo formava parte dell’antica Peucezia, e quindi deve credersi per necessità fondata dagli Arcadi, i quali non furono mai sloggiati da quella Regione come lo erano stati dalla Japigia.

Dice dunque il precitato Scrittore: A Brundusio autem prætervehenti Adriatici maris oram urbs occurrit Egnatia, quæ commune est diversorium tam navigantibus, quam terra petentibus Barium: navigatur autem Noto. Atque huc usque juxta mare Peucetiorum se Regio profert: in mediterraneis usque ad Silvium tota est montosa, et aspera Apennini montis multas partes recipiens: INCOLÆ EX ARCADIA VIDENTUR IMMIGRASSE[61]. Con queste ultime parole conviene anche Strabone nella dominazione acquistata da Peucezio in quella Regione, giacchè è questa la sola notizia che si ha dell’arrivo degli Arcadi in que’ luoghi.

Questo Scrittore indica Egnazia e Bari come le ultime due città della Peucezia dal lato del mare, poichè queste erano in quel tempo le sole due città ch’esistevano sul litorale dell’Adriatico. Nè dopo Bari ve n’era alcun’altra. Le belle città che ora si vedono dopo Bari sono surte man mano ne’ tempi posteriori. Le più antiche di esse sono Giovinazzo, Trani e Barletta. Dopo di esse viene Bisceglia. L’ultima e la meno antica è Molfetta.

Strabone si è limitato alle sole due città marittime Egnazia e Bari. Non si è incaricato del rimanente litorale allora disabitato tra la città di Bari e la foce dell’Ofanto, ove terminava l’antica Peucezia. Con migliore accorgimento ed esattezza lo ha ciò supplito Tolomeo, il quale dice: Apulorum Peucetiorum in Jonio Pelago Egnatia, Barium, Aufidi fluminis ostium[62]. Il che protende com’era regolare i confini della Peucezia fino alla foce dell’Ofanto.

Dalla parte di terra poi nell’estendere li confini della Peucezia fino all’antica città chiamata Silvium dice Strabone che quella Regione usque ad Silvium tota est montosa et aspera, perchè occupata da una diramazione degli Apennini. Non può questa esser altra che la vasta contrada che porta oggi il nome di Murge, coverta tutta di alture che formano un masso di vivo sasso, la quale corrisponde perfettamente per la sua asperità a ciò che questo Scrittore ne ha detto.

L’antica città denominata Silvium che ha egli indicata come l’ultima città della Peucezia dentro terra ha messi in quistione gli Eruditi ed i Geografi. Xilandro e Casaubono credono che questo luogo di Strabone sia viziato, e che cotesto Silvium non sia mai esistito. Ma nell’Itinerario di Antonino nel tratto di strada a Benevento Tarentum si legge anche questo luogo: Eclano M. P. XV. Sub Romula M. P. XXI. Ponte Aufidi M. P. XXII. Venusia M. P. XVIII. Silvium M. P. XX. Blera M. P. XIII. Sub Lupatia M. P. XIIII. Canalis M. P. XIII. Tarento M. P. XX.

Quindi Surita nelle sue note al detto Itinerario ammette la esistenza della detta città; ma crede di doversi leggere Silvianum e non Silvium, poichè dice che a questo modo la trova segnata in altri antichi esemplari, i quali sono in questa parte per necessità erronei. Pietro Vesselingio poi nelle sue note allo stesso Itinerario ha opinato che Silvium non sia stata una città, ma bensì un luogo di semplice fermata detto dai Scrittori Latini Mansio, come si è innanzi avvertito; ed aggiugne sull’autorità di Luca Olstenio che sia stato quello stesso luogo che porta oggi il nome di Gorgoglione.

Non posso però convenire che Silvium sia stata una Mansione, e non una città per tre ragioni. La prima perchè nel precitato Itinerario di Antonino i luoghi che non erano città, ma semplici villaggi si vedono riportati col distintivo Vicus. Quelli che avevano abitanti, ma non formavano comunità sono chiamati Castellum o Villa. Quelli in fine, ove non vi erano abitanti, ma semplici alberghi per dar ricovero ai viandanti ed alle vetture, sono chiamati Mansiones. Ond’è che nell’Itinerario suddetto non vedendosi Silvium indicato con alcuno di questi nomi, è necessità conchiudere che sia stata una città come tutte le altre che si vedono in esso riportate senz’alcuno di cotesti distintivi.

La seconda è che Plinio nel luogo riportato innanzi al capo I pagina 15 tra le Popolazioni della parte interna della seconda Regione dell’Italia annovera anche i Silvini. Pruova ciò concludentemente che il Silvium di Strabone e dell’Itinerario suddetto non era una Mansione, come ha creduto Vesselingio, ma bensì una città che aveva un numero di abitanti meritevole di entrare nella classe delle Popolazioni da Plinio enumerate.

La terza che toglie ogni dubbio è il seguente luogo di Diodoro Siculo. Nella Olimpiade CCCXVIII ei riporta i seguenti fatti. In Italia Samnites Soram, et Atiam urbes Populo Romano societatis fœdere conjunctas expugnaverunt, et divenderunt captivos. Consules igitur cum validis copiis impressione in Japygiam facta, prope Silvium urbem castra locavere. Ea, cum a præsidio Samnitum custodiretur, ad dierum aliquot obsidione tentarunt Romani, et per vim tandem capta, plus quam quinque captivorum millia, magnamque spoliorum copiam abstulerunt[63]. Dal che chiaro risulta ch’era Silvio una città considerevole.

Nella Tavola Peutingeriana si legge una città denominata Silutum a venticinque miglia di distanza da Venosa. Pare che debba questo essere il Silvium che nell’Itinerario di Antonino è riportato a venti miglia lungi dalla stessa città di Venosa. Nulla fa il divario di cinque miglia nelle distanze rispettivamente indicate, il quale ha potuto derivare dalla poca esattezza della Tavola suddetta. Ciò che importa è che nelle vicinanze di Venosa non vi è stata mai altra città che avesse portata il nome di Silutum. Quindi Silutum e Silvium debbono credersi una stessa città, giusta il giudizioso avviso dell’Autore della dotta Dissertazione e della Carta corografica dell’Italia recata dal Muratori, ed innanzi citata, il quale osserva Silvium in Peutingeriana Silutum dicitur[64].

Ed in vero nella Tavola suddetta si vedono segnate in continuazione l’una dopo l’altra allo stesso modo in cui sono riportate nell’Itinerario di Antonino le tre città Venusia, Silutum, Sublupatia. Manca solo Blera o Plera che nel detto Itinerario sta in mezzo tra Silvium e Sub Lupatia. Cotesta mancanza ha potuto derivare o da una omissione del disegnatore della Tavola Peutingeriana, o da un cangiamento che il tempo aveva portato sia ai luoghi, sia all’andamento della strada consolare. La sostanza però della cosa è la stessa, poichè la Tavola suddetta ci presenta in una continuazione sulla detta strada di Taranto le tre città Venusia, Silutum, Sublupatia. Dal che è a conchiudersi che il Silutum della Tavola è lo stesso che il Silvium di Strabone e dell’Itinerario di Antonino.

Il P. Arduino nelle sue annotazioni al luogo di Plinio innanzi riportato sulla parola Silvini fa la seguente osservazione: Silvini ab oppido Apulorum Peucetiorum, quod apud Strabonem lib. VI pag. 283 Σιλούιον vocatur, nunc dicitur il Gorgoglione. Cristofaro Cellario così parla della stessa città: Apud hos montes fuisse Silvium oppidum ex Strabonis descriptione constat. Ait enim lib. VI pag. 195 sicut Barium sit extremum in ora maris oppidum Peucetiorum, ita in mediterraneis ad Silvium usque oppidum. Dicuntur Silvini a Plinio lib. III cap. XI. Ex situ Holstenius interpretatur locum, qui nunc il Gorgoglione appellatur[65].

Io però che ho bastante conoscenza de’ luoghi non so trovare affatto nella Regione montosa et aspera di Strabone quel sito chiamato il Gorgoglione di cui ha parlato Luca Olstenio, e dopo di lui tutti gli altri di sopra riportati, i quali hanno replicata la stessa cosa. Vi è quì sicuramente un equivoco di nomi che bisogna dilucidarlo. Osservo quindi che nella parte estrema delle Murge, o sia della Regione montosa et aspera della Peucezia al dir di Strabone, vi è l’antico feudo un tempo della Famiglia Mazzaccara denominato il Garagnone sito nel punto medio tra Venosa e Ruvo. Ha lo stesso un’ampia dotazione di territorio, parte del quale sta nell’aspra contrada delle murge, e parte nella fertile pianura che passate le murge s’incontra nell’andare a Spinazzola ed a Venosa.

Sorge ivi una collina, sulla quale è edificato un antichissimo castello che porta il nome di Castello del Garagnone. Pratilli sulla via Appia cenna appena che nel sito appunto del Garagnone vi sia stata l’antica città denominata Silvium, e soggiugne: Presso questo luogo del Garagnone si riconoscono in una assai scomoda e lunga valle ammonticchiate e confuse molte selci dell’Appia, ed altre in parte dal terreno sepolte. Non vi si trova altro vestigio di antica fabbrica, ma in un marmo a traverso sepolto si legge la seguente iscrizione etc.[66].

Bisogna dire però che il Signor Pratilli passò per quel luogo dormendo, poichè non altrimenti poteva avvenire che non si sia da lui veduto l’antichissimo castello del quale ho testè parlato, ove vi è oggi una così detta Panetteria messavi dal proprietario di esso per provvedere di pane i coltivatori ed i pastori che dimorano nelle adiacenti campagne. Il sito di cotesto castello corrisponde perfettamente al sito dell’antica città chiamata Silvium indicato da Strabone. Dice questo Scrittore che la già detta contrada della Peucezia montosa et aspera si estendeva usque ad Silvium. Il castello del Garagnone è nel sito preciso ove termina l’aspra contrada delle murge, e comincia la vasta e fertile pianura alla stessa sottoposta di cui si è testè parlato.

Questo dunque e non altro è il Silvium di Strabone, e non già il Gorgoglione erroneamente indicato da Luca Olstenio in vece del Garagnone. Ed in vero l’Itinerario di Antonino segna venti miglia da Venosa a Silvio sulla strada consolare che menava a Taranto. Altre undici miglia segna da Silvio a Blera, o come altri vogliono a Plera, che Pietro Vesselingio dopo Luca Olstenio credè l’attuale città di Gravina ex itineris ductu, et intervallis. Altre quattordici miglia segna lo stesso Itinerario da Blera a Sub Lupatia che nella Tavola Peutingeriana è detta Sublupatia. Gli Scrittori predetti hanno osservato che quest’ultima antica città sia l’attuale città di Altamura[67].

Ora il castello del Garagnone si trova appunto nella linea indicata dall’Itinerario suddetto. La esistenza inoltre nel sito di sopra designato giusta le indicazioni date da Strabone di un castello antichissimo pruova colla massima evidenza di esser stato quello un tempo un luogo abitato e fortificato. Accresce molto peso a queste osservazioni la seguente circostanza.

Domenico di Gravina nella sua Cronaca che va tra le Opere del Muratori scritta al tempo della Regina Giovanna Prima, di cui parlerò in seguito, dice che essendo partito dal castello di S. Maria del Monte, ch’è un forte e magnifico castello edificato su di una delle alture delle Murge dodici miglia lungi da Ruvo, pervenimus ad casale Guaranioni distans ab ipso castro per milliaria octo, et applicantes ibidem, quia jam hora tarda affuerat, ipsa nocte ibidem quievimus. Indi soggiugne: Judex autem Nicolaus præfatus, quia quasi solus advenerat cum tribus, aut quatuor sociis ad receptionem officii prædicti, requisivit et rogavit Fratrem Rengaldum Ordinis Sacræ Domus Hospitalis Præceptorem in Casali præfato, quod nobilitate sua et dicti Domini honore, de sua familia, et hominibus dicti Casalis viros sibi concederet usque Gravinam sociandos eumdem. Qui curialiter id spopondit; et venerunt nobiscum, causa societatis Judicis Nicolai præfati, viri providi dicti Casalis equites quasi viginti[68].

Il che pruova che in quel tempo era il Garagnone un villaggio, o sia Casale tuttavia abitato e ben popoloso, altrimenti non avrebbe potuto dare una scorta di venti uomini a cavallo. Conferma ciò vie più la conghiettura da me proposta che nel sito di quel castello che tuttavia esiste vi doveva essere la città denominata Silvium distrutta dappoi dalle guerre e ridotta ad un villaggio che ora non esiste più tampoco, e quindi si è più facilmente errato nell’averlo denominato il Gorgoglione.

Per non mancare di esattezza non lascio quì di avvertire che quel Gorgoglione di cui ha parlato Luca Olstenio non è un nome ideale. Vi è nel nostro Regno un picciolo Borgo nella Diocesi di Tricarico, il quale porta tal nome. È però questo in altra Provincia ed in una Regione ben lontana dal sito dell’antica città denominala Silvium oggi Castello del Garagnone come risulta dai seguenti documenti.

Carlo Borrelli nel suo libro intitolato Vindex Neapolitanæ Nobilitatis ha pubblicato un prezioso documento Normanno che si conserva nel Grande Archivio del Regno. È questo il Catalogo de’ Feudatarj e Suffeudatarj che al tempo del Re Guglielmo il Buono contribuirono la loro quota de’ soldati per la spedizione di Terra Santa. Nel riportarsi in esso i Feudatarj e Suffeudatarj della Provincia di Basilicata si legge la seguente Rubrica: Comitatus Montis Caveosi = Isti sunt Barones, qui tenent feuda de Comitatu Montis C.

Si recano i nomi di diversi Suffeudatarj di parecchie Terre e Castelli in gran parte tuttavia esistenti ed in parte distrutti, che appartenevano alla detta Contea di Montescaglioso, e tra essi vi è un certo, Patritius, qui tenet feudum Gurgulionis, quod est feudum II militum. Della Terra di Gorgoglione si parla anche in un Registro di Carlo II di Angiò che si conserva nel detto Grande Archivio. Si rileva da esso che quel Sovrano nell’anno 1309 diresse sua lettera al Giustiziere della Provincia di Basilicata, ed ordinò che si fossero rilasciate le contribuzioni fiscali agli uomini ed alle Università Guardiæ, Mesianelli, Gurgulionis, et Tulbii (Tolve) in considerazione de’ danni sofferti nella guerra dai suoi nemici[69]. Da altro Registro di Giovanna II dell’anno 1415 che si conserva del pari nel Grande Archivio, si rileva che la Terra Gurgulionis nella Provincia di Basilicata era tassata per cinque once l’anno, sulle quali le fu dalla Regina rilasciata un’oncia e quindici tarì[70].

Dai premessi Registri quindi risulta che la Terra denominata Gorgoglione era nel cuore della Basilicata, e formava parte della Contea di Montescaglioso con altri feudi siti tutti nell’interno di quella Provincia. Il Garagnone al contrario sta nella parte estrema della Provincia di Bari, cioè nell’antica Peucezia, ove Strabone allogò la città denominata Silvium, come lo provano li seguenti Registri Angioini.

Il Re Carlo I di Angiò con sua lettera del dì 9 dicembre 1273 scritta da Corato fece sentire Magistro Juris che risedeva in Barletta, Quod Casale Guarilioni possessum per Magistrum et Fratres Hospitalis S. Joannis Jerosolimitani in Regno morantes ad nostrum demanium pertinet pleno jure. Gli ordinò quindi che gli avesse citati a comparire innanzi alla Gran Corte e produrre i titoli giustificativi che credevano avere super prædicto casali, seu feudo[71].

Da altro Registro del Re Roberto dell’anno 1324 risulta che fu da lui scritta al Giustiziere della Terra di Bari Lettera Regia, colla quale gli disse che Fra Bernardo de Bellaffario Luogotenente del Priore dello Spedale di S. Giovanni Gerosolimitano di Barletta gli aveva esposto che Castrum Guaralionem[72] in decreta tui Justitiariatus Provincia situm era franco dal pagamento del servizio militare per concessione e privilegio ottenuto dall’Imperatore Errico. Che avendo quindi dimandato di godere di tale franchigia, diè il Re le disposizioni opportune[73].

Un altro Registro Angioino di cui non si sa l’epoca contiene una informazione presa di tutti li Feudatarj e Baroni della Terra di Bari per ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro Rotondo. In cotesta informazione si legge ciò che siegue: Et in Guaranione invenit idem Commissarius quod locus Guaranioni est Hospitalis Sancti Joannis Jerosolimitani de Barolo, et dictum Hospitale est immune a servitio pro eodem loco: tamen invenit ipsum locum valere Per annum uncias triginta[74]-[75].

Non si conosce come il Castello del Garagnone sia uscito dalle mani dell’Ordine Gerosolimitano. È sicuro però che ne’ tempi posteriori è stato posseduto in feudo da diverse persone, e fino ai nostri giorni ha ritenuto sempre, come attualmente anche ritiene lo stesso nome, il che lo compruovano li seguenti notamenti del Cedolare della Provincia di Bari che si conservano nel Grande Archivio.

Nel Cedolare dell’anno 1500 si legge il Duca di Gravina Possessore del Garignone. Nell’anno 1528 fu conceduto a Filiberto de Chalon Principe di Orangia lo stato di Gravina et Castrum Garignoni. Nell’anno 1536 passò il feudo del Garagnone a Fortunato Grimaldi che fu per esso tassato in adoa. Nell’anno 1615 si vede tassato in adoa Ercole Grimaldi pro Castro Garagnoni inhabitato. Nell’anno 1643 il Principe di Cellamare acquistò Castrum Guaragnone inhabitatum. Nell’anno 1705 D. Giulia Nicastro acquistò Castrum Guaragnone. Nell’anno 1710 Tommaso Mazzaccara acquistò il detto Castrum Guaragnone. Alla Famiglia Mazzaccara dopo l’abolizione della feudalità è stato il Garagnone spropriato dai suoi creditori.

Ha quindi errato Luca Olstenio allora che ha detto che l’antica città della Peucezia denominata Silvium stava nel sito denominato il Gorgoglione. Cotesto errore di nome la trasporterebbe nel centro della Basilicata, molto lungi da quella linea che si trova indicata da Strabone, dall’Itinerario di Antonino e dalla Tavola Peutingeriana, la quale corrisponde perfettamente al Castello del Garagnone.

Non manco quì di osservare che mentre Strabone indica Silvio come l’ultima città della Peucezia dal lato meridionale, Tolomeo la estese fino a Venosa[76]. Plinio però situò questa città nella Daunia, poichè disse: Dauniorum coloniæ Luceria, Venusia, Oppida Canusium, Arpi[77]. Al contrario il Poeta Orazio ch’era Venosino e meglio di ogni altro esser poteva informato delle cose della sua Patria, pose in dubbio se questa apparteneva alla Puglia o alla Lucania

. . . . . sequor hunc Lucanus an Appulus anceps,

Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus

Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis:

Quo ne per vacuum Romano incurreret hostis;

Sive quod Appula gens, seu quod Lucania bellum

Incuteret violenta[78].

Ciò per altro nulla pregiudica l’argomento che mi ho proposto. L’ultima città della Peucezia dal lato meridionale o che sia stata Venosa o che sia stata Silvio, sarà sempre vero che la città di Ruvo abbia formato parte di essa, poichè Silvio (oggi il castello del Garagnone) è circa venti miglia al di là di Ruvo, e Venosa circa quaranta miglia. Rimane ora ad esaminarsi il confine occidentale dell’antica Peucezia, ov’era in contatto colla Daunia, onde vedersi che da quel lato era Ruvo l’ultima città della stessa.

Prese la Daunia il suo nome da Dauno valoroso Principe Illirico, il quale obbligato a lasciare il suo Paese a causa delle sedizioni insorte, venne a stabilirsi nella Puglia, e colla forza delle armi si costituì una dominazione. Capitò dopo di lui nella stessa Regione anche Diomede insigne Guerriero uscito dalla famosa scuola di Chirone. Dopo aver egli comandati gli Argivi nella Guerra di Troja, ed essersi distinto con belle ed ardite azioni, fu costretto anche ad allontanarsi dalla sua Patria.

Tra le favole Omeriche vi è anche quella che mentre Diomede si batteva con Enea con superiorità e vantaggio sul campo di battaglia sotto Troja, la Dea Venere per salvare il proprio figliuolo dal periglio in cui lo vedeva, lo circondò di una nube, e Diomede osò di ferir la Dea in una mano. Ma questa si vendicò della ingiuria ricevuta, perchè al di lui ritorno dalla Guerra di Troja gli fece trovare la sua moglie adultera per essersi invaghita di Cillabaro. Si dice quindi che per tal cagione non abbia Diomede voluto più rivedere la sua Patria, e dopo esser stato bersagliato anche nel mare con furiose tempeste, mercè la protezione di Minerva sbarcò nella Puglia, fece amicizia con Dauno, lo ajutò nelle guerre ch’ebbe costui a sostenere, divenne di lui genero, ed acquistò la dominazione di una parte della Daunia.

Strabone dunque dopo di aver parlato della Peucezia nel luogo innanzi riportato, continua a dire: Contigua est Dauniorum Regio: insequuntur Appuli, cum Frentanis. Necesse est autem, cum non nisi priscis temporibus Peucetiorum, et Dauniorum nomina usurparint incolæ: sed omnis ista Regio Apuliæ nomine fuerit comprehensa, nec nunc quidem fines istarum gentium certo posse describi: itaque neque nobis quidquam de his adseverandum. Con ragione fa quì menzione della incertezza de’ confini tra le due Regioni, poichè si è veduto innanzi che anche al tempo di Tolomeo che visse assai dopo di Strabone, era tuttavia incerto se Venosa fosse appartenuta alla Peucezia o alla Daunia.

Niuna incertezza però vi poteva o vi può essere circa il confine occidentale della Peucezia colla Daunia, di cui sto ragionando, poichè Tolomeo, come innanzi si è detto, protende la Peucezia fino alla foce dell’Ofanto, e da ciò che Strabone seguita a dire chiaramente risulta anche fino a qual punto la Daunia si estendeva da quel lato. A Bario ad Aufidum flumen, super quo Canusium jacet emporium, stadia CCCC. Ad ipsum emporium a mari adverso amne stadiorum sex navigatio[79]. In propinquo est Salapia Argyripensium navale. Etenim non procul a mari in planicie sitæ sunt duæ urbes, quæ, ut ambitus earum docent, quondam Italicarum fuerunt maximæ, Canusium, et Argyripa: nunc eæ sunt minores. Quæ nunc Arpi principio Argos Hippium, deinde Argyripa nominata fuit. Utramque Diomedes fertur condidisse, campusque, et multa alia extant vestigia, quæ Diomedis in ea regione fuisse testantur dominationem, utpote Luceriæ (quæ et ipsa antiqua Dauniorum urbs, hodie humilis est) vetusta donaria in fano Minervæ: et in vicino mari duæ sunt insulæ Diomedeæ appellatæ, quarum colitur altera, alteram esse ferunt desertam[80]; in hac nonnulli fabulantur Diomedem e medio sublatum, ejusque socios in aves mutatos, etiamnum quodammodo superesse, et vitam vivere humanæ æmulam ratione victus, et comitate erga homines probos, fugaque flagitiosorum[81]-[82].

Situa quì dunque Strabone due città edificate da Diomede nella Daunia, una sulla dritta e l’altra sulla sinistra dell’Ofanto, cioè Argiripa e Canosa, e fa indi menzione anche del Campo di Diomede. Era questo poche miglia lungi da Canosa verso il mare nel sito del Villaggio di Canne reso celebre dalla sanguinosa sconfitta che diè Annibale ai Romani. Di questo campo appunto ove seguì la terribile battaglia che compromise la sorte di Roma, parlò Livio nel riportare la predizione che si trovò scritta ne’ libri di Marcio da lui chiamato Vates Illustris ne’ seguenti termini: Amnem Trojugena Cannam Romane fuge, ne te alienigenæ cogant in Campo Diomedis conserere manus. Sed neque credes tu mihi donec compleveris sanguine campum, multaque millia occisa tua deferet amnis in pontum magnum ex terra frugifera piscibus, atque avibus, ferisque, quæ incolunt terras, iis fuat esca caro tua, nam mihi ita Jupiter fatus[83].

Arnobio anche dice: Diomedis campi Romanis cadaveribus aggerati sunt[84]. E Silio Italico: Infaustum Phrygiis Diomedis nomine campum[85]. Ed in altro luogo dice che Paolo Emilio per dissuadere l’altro Console Varrone dal dar la battaglia, gli ricordava le sinistre predizioni che vi erano sull’esito di essa, e gli teneva il seguente discorso

Jamque alter tibi, nec perplexo carmine coram

Fata cano vates, sistes ni crastina signa,

Firmabis nostro Phœbeæ dicta Sibillæ

Sanguine; nec Graio posthac Diomede ferentur,

Sed te, si perstas, insignes nomine Campi[86].

Or se secondo Strabone la Puglia Daunia dal lato orientale, col quale confinava colla Puglia Peucezia terminava al di là dell’Ofanto nella città di Canosa e nel villaggio di Canne, ov’era precisamente il campo di Diomede, è conseguenza che la città di Ruvo, sita venti miglia al di là di Canosa e di Canne, era la prima città della Peucezia che s’incontrava nell’andare da Roma a Brindisi, e l’ultima nel venirsi da Brindisi a Roma.

Non altrimenti disse Plinio. Dopo aver egli parlato della spiaggia marittima della Peucezia fino a Bari, giacchè altre città marittime non vi erano in quel tempo dopo di Bari, passa a dire: Hinc Apulia Dauniorum cognomine a Duce Diomedis socero, in qua oppidum Salapiæ Hannibalis meretricio amore inclytum, Sipontum, Uria, amnis Cerbalus Dauniorum finis: portus Agasus, promontorium Montis Gargani a Salentino, sive Japygio CCXIV M. pass. ambitu Gargani: Portus Garnæ, Lacus Pantanus, flumen portuosum Frento, Teanum Apulorum: itemque Larinatum Cliternia: Tifernus amnis. Inde Regio Frentana. Ita Apulorum genera tria: Teani duce e Graiis. Lucani subacti a Calchante, quæ loca nunc tenent Atinates. Dauniorum præter supra dicta Coloniæ Luceria, Venusia, Oppida Canusium, Arpi, aliquando Argos Hippium Diomede condente, mox Argyrippa dictum[87].

Separa allo stesso modo Tolomeo la Puglia Peucezia dalla Puglia Daunia con avere indicata Canosa come l’ultima città della Daunia. Apulorum Dauniorum in Jonio pelago Salpiæ, Sipus, Apenestæ, Garganus mons. Apulorum Peucetiorum in Jonio pelago Egnatia, Barium, Aufidi fluminis ostium. Apulorum Dauniorum mediterraneæ civitates Theanum, Nuceria Apulorum, Vibarnum, Arpi, Erdonia, Canusium. Apulorum Peucetiorum mediterraneæ civitates Venusia, Celia[88].

Giulio Frontino similmente comunque la Daunia l’abbia chiamata Provincia Apuliæ e la Peucezia l’abbia inclusa nella Provincia di Calabria, l’agro Canosino lo riportò nella prima, e l’agro Rubustino nella seconda. Or se rimane concludentemente dimostrato che la città di Ruvo era nella Peucezia e di Greca fondazione, non vi può esser dubbio sulla sua origine Arcadica, poichè costa che gli Arcadi occuparono quella Regione prima della Guerra di Troja, e vi si sostennero, per cui ritenne sempre la stessa il nome di Peucezia preso da quello del Condottiere degli Arcadi ed altre genti del Peloponneso che vennero ivi a stabilirsi. Onde con ragione disse Strabone: Incolæ ex Arcadia videntur immigrasse.