CAPO IV. Li pregevoli vasi fittili ed altri oggetti di belle arti antiche trovati in Ruvo, confermano vie più la sua origine Arcadica.

Di quando in quando si sono trovati in Ruvo vasi fittili Italo-Greci. Da principio gli faceva scuoprire solo l’azzardo. I vasi rinvenuti a questo modo non han potuto esser molti, e da que’ villani non erano prezzati. Nella mia giovanile età mi dicevano i vecchi che gli uomini di campagna, i quali nello scavare il terreno trovavano gli antichi sepolcri, crucciati che in vece di trovarvi moneta, trovavano vasi di creta, gli rompevano colle zappe! Di quì è che ne’ fondi suburbani, ove i sepolcri sogliono trovarsi, si vedono disseminati nel terreno non pochi pezzi di vasi antichi rotti ed infranti. Quanto i tempi ora sono cangiati! Son oggi que’ popolari in tanta prevenzione che credono di doversi convertire in oro ogni pezzo di creta antica qualunque!

La Gente colta di quella città rese avvertiti i villani che questi oggetti avevano anche un valore. Quindi li pochi vasi che si trovavano cominciarono ad essere rispettati. Mi dicevano i vecchi che se n’erano anche venduti ai forestieri che capitavano in Ruvo. Ma di qual merito essi abbiano potuto essere s’ignora perfettamente. E se sono stati pubblicati si è mancato d’indicarsi il luogo ove sono stati rinvenuti. Ne’ vasi pubblicati da Lord Hamilton ve ne ha uno di ottimo pennello che rappresenta Bellerofonte montato sul Pegaso che combatte la Chimera. Ho io un altro vaso trovato in Ruvo che rappresenta la stessa favola. Allora che mi venne sotto gli occhi il rame del vaso di Hamilton non potei non rimaner colpito dalla perfetta simiglianza che lo stesso ha col mio.

Variano li due vasi soltanto nelle deità presenti al combattimento, e tali variazioni sono state familiari ai Pittori tanto antichi che moderni, quando hanno replicato lo stesso soggetto. Ma le tre figure di Bellerofonte, del Pegaso e della Chimera sono talmente tra loro conformi che bisogna per necessità convenire di esser stati ambi i vasi dipinti dalla stessa mano e sul medesimo modello. Come altrimenti potersi trovare nell’uno e nell’altro una perfetta identità del disegno, delle figure, delle fisonomie, delle stature, de’ contorni e di tutte le più minute circostanze? Debbo credere quindi che il vaso di Hamilton sia stato trovato anche a Ruvo, e sia uno di que’ vasi i quali sono stati pubblicati senza che siasi conosciuto o indicato il luogo ove si son trovati.

Il primo che cominciò in Ruvo a fare dei scavamenti per ispecolazione fu un Prete chiamato D. Giuseppe Adessi di talenti non volgari, ma strani abbastanza. Tra i vasi da lui rinvenuti ve ne furono de’ buoni, ma non di prim’ordine per quanto ne ho inteso. Non si conosce tampoco quali questi siano stati, e se siansi pubblicati. Ne ritrasse da essi un guadagno che se avesse saputo conservarlo, avrebbe potuto estendere vie più la sua specolazione, la quale in quell’epoca non aveva competitori. Le sue ricerche però non poterono andare molto innanzi, perchè gli mancavano i mezzi. A buon conto fino al primo decennio di questo secolo il nome della città di Ruvo era sconosciuto all’Archeologia, e de’ vasi fittili Ruvestini non si aveva veruna opinione perchè quando anche fossero stati pregevoli, non si conosceva, o non veniva indicato il luogo ove si erano rinvenuti.

Li primi vasi di Ruvo che fecero moltissimo rumore per la loro somma eleganza e bellezza, e per la importanza delle cose in essi dipinte gli trovò nell’anno 1810 un artigiano chiamato Rinaldo di Zio nello scavare le fondamenta di una casa a non lunga distanza dalle antiche mura della città nel largo detto di Porta Nuova o di Porta di Noja, della quale parlerò in seguito. Informato il Governo di allora di cotesta importante scoverta fu il de Zio obbligato ad esibire i vasi da lui rinvenuti con averne ricevuto un compenso soverchiamente parco. Si trovarono questi di un pregio così sublime che furono ritenuti per ornamento del Real Palagio. Ma negli avvenimenti dell’anno 1815 furono trasportati nella Germania, ed ora per quanto ne ho inteso, insieme con altri pregevoli vasi trovati anche allora a Canosa, sono nel Museo di S. M. il Re di Baviera amantissimo degli oggetti delle belle arti antiche.

La scoperta de’ vasi suddetti di un ordine assai superiore a quelli che per lo innanzi si erano in Ruvo rinvenuti, e ’l rumore sparso, non privo di fondamento per altro, che nello stesso sepolcro si fossero dal de Zio trovati anche altri oggetti preziosi di non lieve valore, pose in fermento lo spirito de’ Ruvestini. La specolazione de’ scavamenti cominciò allora a porsi in moda; ma nell’anno 1822 giunse al furore e fu portata ad un punto da non potersi oltrepassare. Costano questi un poco soverchio attesa la qualità del terreno tutto pietroso, il quale non si può smuovere e profondare senza moltissimo travaglio. Gli antichi sepolcri di Ruvo, ove i vasi si trovano, sono tagliati ed incavati nel vivo sasso di maggiore o minore ampiezza secondo la qualità della persona sepolta, e la quantità degli oggetti che vi si riponevano.

Quelli che si son trovati ne’ sepolcri Ruvestini sono stati i seguenti, cioè vasi fittili, idoletti ed altri lavori di creta, vasi, idoletti ed altri oggetti di bronzo, qualche vasellino di alabastro, e più frequenti quelli di vetro colorato di molta bellezza, cimieri, corazze, gambali, lance, spade, frecce, morsi di cavalli, e nella mia collezione ho anche una colonnetta di avorio di elegante lavoro. Si sono trovati anche oggetti di argento e di oro specialmente di ornamenti muliebri, e nel Real Museo vi è una collana d’oro ivi rinvenuta e molto ben conservata, di squisito lavoro.

Cotesti sepolcri incavati nel vivo sasso venivano coperti con una gran tavola di pietra o con più tavole unite insieme ove una sola non fosse stata sufficiente. Or per potersi portare gli scavamenti fino al vivo sasso, ove i sepolcri sono incavati, si deve durare non poco stento. Molta è la resistenza che oppone il terreno di sua natura pietroso. In que’ luoghi poi, ne’ quali nel corso di tanti secoli i riempimenti di terra, di pietre o di sfabbricine sovrapposti sono stati maggiori, si è dovuto scavare fino a venti, ventiquattro e trenta palmi di profondità. Il farsi quindi cotesti scavamenti all’azzardo, e senza veruna sicurezza di trovarvi de’ sepolcri, sgomentava in certo modo i specolatori.

Per potersi perciò più agevolmente sostenere la spesa non indifferente che per essi occorreva si formarono diverse compagnie, le quali scavarono da capo a fondo quasi tutti i terreni suburbani, ne’ quali sogliono trovarsi tanto i sepolcri che i sepolcreti. Era tanta quindi la quantità degli operaj impiegati a questa operazione e della gente che vi accorreva per curiosità, che i contorni della città presentavano l’aspetto di una fiera. Questa folla richiamava anche li venditori di frutta, di comestibili e di vino per ismaltire le loro merci. Spesse volte avveniva che si scuoprivano le tracce de’ sepolcri verso la sera. Si proseguivano allora gli scavamenti colle fiaccole accese, onde i sepolcri scoverti non fossero stati la notte da altri vuotati, e la campagna suddetta si mostrava in più luoghi illuminata.

Questo furore fece ivi disotterrare tanti capi d’opera che hanno destata l’ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, ed hanno reso illustre il nome di una città ad essi per lo innanzi presso che ignoto. Se tutti i vasi trovati in Ruvo coi scavamenti suddetti si fossero riuniti in una sola Collezione, non so se avrebbe potuto questa esser pareggiata da qualunque altra Collezione tanto pe ’l numero che per la eccellente qualità e varietà de’ vasi. Essendo stati però cotesti scavamenti suggeriti dallo spirito d’interesse e dalla speranza del guadagno, non era d’attendersi da coloro che si rendevano proprietarj de’ vasi suddetti questo sentimento sia patrio, sia letterario.

Angustiava ciò sommamente il mio spirito. Vedeva bene che questi tesori sarebbero caduti in mano de’ specolatori, i quali gli avrebbero fatti passare all’Estero, senza che si fosse conosciuto neppure che l’onore e ’l vanto di avergli prodotti apparteneva alla mia patria, com’era avvenuto per i vasi precedentemente disotterrati. L’acquistargli tutti, quando anche mi fosse stato ciò facile, superava le forze di un privato non prevenuto e non preparato ad un avvenimento straordinario che fece uscire in poco tempo dalla terra migliaja di oggetti, i quali avrebbero potuto gradatamente esser tratti fuori di essa nel corso di lunghissimi anni. Mi determinai quindi a salvarne quanti avessi più potuto: nel che fui secondato anche dal mio fratello Giulio ch’era animato dagli stessi sentimenti, e prematura morte mi ha rapito.

Mi convenne nondimeno superare fortissimi ostacoli i quali furono i seguenti. In mezzo a tanto bisbiglio e molto più ne’ scavamenti che seguivano in tempo di notte una porzione de’ vasi che si rinvenivano era fraudata o dagli operaj adoperati, o da alcuno degli stessi socj lasciato a sorvegliargli. Se la scoverta di tanti pregevoli monumenti fu di molto utile all’Archeologia e di sommo onore della mia patria, non è meno vero però che lo spirito d’interesse che aveva provocati gli scavamenti suddetti portò molta corruzione nella morale del Popolo Ruvestino. Ne seguiva da ciò che i vasi fraudati a questo modo non si volevano vendere ai proprj concittadini, onde le fraudi commesse non si fossero scoverte, ma si mandavano a vendere di nascosto ne’ paesi convicini. Coloro che gl’incettavano gli vendevano ai specolatori, dalle mani de’ quali mi è convenuto ricuperarne parecchi che non erano a lasciarsi; ma il maggior numero di essi probabilmente è passato all’Estero.

Per gli altri vasi poi que’ proprietarj di essi che sentivano qualche amore di patria ci preferivano volentieri nel vendergli, perchè sapevano bene che da noi non si compravano per ispecolazione, ma bensì per conservargli e dedicargli all’onore della stessa. Altri però erano a ciò negati, malgrado che si fossero da noi pagati assai meglio di quello che si pagavano dai specolatori, e questa verità è stata confessata dagli stessi Ruvestini. L’unico principio di tal ripugnanza era che vi ha degli uomini specialmente ne’ piccioli paesi, i quali non sanno che invidiare negli altri quella elevatezza di pensare di cui non son essi capaci. Il che mi ha obbligato sovente a ricomprare a prezzo ben caro dai Rivenditori diversi vasi che credei meritevoli di essere conservati. Conto tra essi quelli che rappresentano la disfida tra Marsia ed Apollo, e ’l Ratto di Proserpina tentato da Teseo e Piritoo rimasti spogliati delle loro vesti, ed incatenati da una Furia, quali due vasi sono bellissimi.

È quì anche d’aggiugnersi che ne’ sepolcri grandiosi di Personaggi illustri presso che tutti i vasi e vasellini che si trovavano erano pregevoli. Ma ne’ sepolcri delle persone mediocri il numero maggiore di essi era di poca o di niuna considerazione. Ma spesse volte tra tante cose di niun pregio vi era anche qualche oggetto che meritava di essere acquistato da chi si aveva proposto non già di avere una partita di vasi Ruvestini; ma bensì di formarne una collezione compiuta, la quale esige una maggior ricchezza specialmente nella moltiplicità, e varietà delle forme, de’ modelli, de’ disegni, e dello stile di dipingere che ne’ vasi di Ruvo è anche vario secondo la diversità sia delle scuole, sia del tempo in cui furono dipinti.

Era però impossibile il far la scelta di que’ pezzi che si volevano. Bisognava o comprar tutta la partita, o lasciarla. Spesse volte per qualche testa pregevole di uomo, o di animale, o per qualche vaso, o vasellino di nuova forma, e di singolar bellezza mi è convenuto prendere una intera partita, la di cui massima parte ho dovuto buttarla per vilissimo prezzo, giacchè se avessi voluto conservare tutti i vasi che ho comprati per tal causa, mi sarebbe stato di molto imbarazzo il dare ad essi un luogo. Mi portava ciò ad un forte sbilanciamento di spesa che più di una volta mi ha messo in una positiva strettezza, onde non perdere le occasioni che mi si presentavano di arricchire la Collezione che mi aveva proposto di formare de’ migliori, e più scelti oggetti che avessi potuto.

A tal modo, ed a traverso de’ predetti ostacoli è riuscito a me, ed al fu mio fratello Giulio di acquistare tanti vasi Ruvestini, quanti sono stati bastanti ad illustrare la nostra Patria, ed a rendere pregevole una privata Collezione. Posso poi dire francamente, e senza tema di esserne redarguito che niun’altra Collezione forse può pareggiarla pe ’l numero, e per la diversità, e qualità de’ bicchieri detti Rhyton de’ quali è la stessa doviziosamente fornita, poichè in niun’altra delle antiche città Greche dell’Italia se ne son trovati tanti, e di tante diverse specie, quanti in Ruvo. Se tutti i bicchieri ivi rinvenuti non si fossero sparpagliati, e moltissimi di essi non fossero passati all’Estero, qual collezione spettacolosa avrebbero potuto formare! Gli stessi scavamenti Nolani che sono stati i meno sterili di questi pregevoli oggetti, non ne hanno dati che pochi, e di specie limitate, e non così varie come quelli di Ruvo.

Vi sono quindi nella nostra Collezione molti bicchieri con teste umane, tra le quali anche di Etiopi. Tra queste ve ne ha una bellissima di Ercole coperta dalla pelle del Lione da lui ucciso. Ve ne sono anche con teste di Satiri. Molte teste di bue, di vacche e di vitelli, di montoni, di castrati, e di pecore, molte di capre, di cani di diverse specie, e di volpi, due di cinghiali, ed una di porco, tre di cervi, e due di daini, tre di mule, una di cavallo, una di lione, una di tigre, ed una di scimmia, due bicchieri sostenuti da coccodrilli, e due da dragoni, tre altri con teste di grifo, uno sostenuto da Scilla coi suoi due cani fatti a rilievo, un altro sostenuto da una sfinge. Vi sono inoltre vasellini per liquori coi seguenti animali, uno con un uccello, un altro con un delfino, uno colla testa di un gatto, un altro con quella di un vitello, ed un altro con quella di un grifo, due lioncini interi, due cani leporieri interi, due vitelli anche interi coricati a terra, un coniglio, una rana, ed un graziosissimo Sileno. Oltre però le dette teste, e vasellini fini, e tutti colorati, vi ha anche una gran quantità di teste rustiche tanto umane che di animali dette terre cotte[89].

Non è intanto quì ad omettersi che uno de’ già detti bicchieri da me acquistati ci fa apprendere una usanza degli antichi, la quale non mi è occorso finora di rilevarla da alcuno degli antichi Scrittori Greci, e Latini che ho letti. Ci fa sapere Anacreonte che ai cavalli si apponeva il marchio alla coscia

Equi solent inustum

Coxis habere signum[90].

Si legge in Apulejo Nec non et equum illum quoque meum notæ dorsalis cognitione recuperavimus[91]. Il chiarissimo Canonico Mazocchi ha dette molte belle cose sui cavalli denominati Koppatias, e Samphoras dal marchio rispettivo che avevano alla coscia in lettere greche[92].

Tra i miei vasi ve ne ha uno di forma bellissima, e di egregio pennello che rappresenta il corso animatissimo di quattro quadrighe che girano intorno a quattro colonne a tutta scappata. Due de’ cavalli delle quadrighe suddette hanno il loro marchio alla coscia dritta. Uno di essi è quello di un pesce, e può ciò farlo credere un cavallo Tarantino, poichè nel maggior numero delle monete Tarantine vi è il Delfino, ed al rovescio un cavaliere in varj atteggiamenti per indicare quanto i Tarantini valevano nell’esercizio dell’equitazione e nelle manovre di cavalleria. L’altro ha il marchio che forma un globetto di figura sferica con due linee circolari ed in mezzo una crocetta. Lascio agli Archeologi l’investigare a quale delle Regioni riputate dagli antichi Scrittori per i buoni cavalli che producevano abbia potuto appartenere il cavallo marchiato a questo modo.

Parla anche Virgilio del marchio che si apponeva al bestiame

Aut pecori signum, aut numerum impressit acervis[93]

Post partum cura in vitulos traducitur omnis,

Continuoque notas, et nomina gentis inurunt[94].

Ma non mi è occorso ancora di leggere che gli Antichi imprimevano ai muli il marchio non già alla coscia, ma bensì alla guancia, come si pratica oggi nel nostro Regno, giacchè non mi è noto l’uso degli altri Paesi. Che cotesta nostra usanza però sia antichissima me lo ha fatto apprendere una delle teste di mule trovate in Ruvo che io posseggo, la quale ha il suo marchio ovale alla guancia sinistra.

Ritornando ora, dopo questa non inutile digressione, ai vasi di Ruvo non è possibile descrivere colla penna la eleganza, e la moltiplicità delle forme specialmente de’ vasellini ivi rinvenuti. Bisogna vedergli e considerargli per giudicare da essi quanto era ferace la fantasia degli Artefici Ruvestini nell’immaginare tanti modelli diversi, e spesso anche bizzarri, e capricciosi, i quali non s’incontrano volentieri ne’ vasellini delle altre antiche città Greche. Io ne ho riuniti moltissimi veramente vistosi. Ma quanti altri han dovuto scapparmi!

Nè si può dubitare che in Ruvo siano stati lavorati, e ciò per una doppia ragione. La prima perchè ne’ scavamenti fatti si sono anche trovate le officine con una gran quantità di vasi, e vasellini rustici di quelle stesse forme che hanno i vasi dipinti estratti dai sepolcri. La seconda perchè la creta de’ vasi antichi trovati in Ruvo è quella stessa creta finissima, leggiera, ed atta a qualunque lavoro che attualmente si trova nelle cave dell’agro Ruvestino. È quella stessa creta che dà oggi da vivere a molta gente, la quale si occupa a lavorare vasi di creta di ogni specie, ed anche di belle ed eleganti forme, ricercati specialmente da tutta la Puglia, e dalla finitima Provincia di Basilicata. Quest’arte quindi si è ivi ereditata dagli Antichi, poichè come bene osserva Cornelio Tacito Sed nostra quoque æetas multa laudis, et artium imitanda posteris tulit[95].

Lo stile di dipingere degli antichi Pittori Ruvestini, quanto è nobile, e grandioso, altrettanto è semplice, spianato, pieno di naturalezza, e senza caricatura, o come i nostri Pittori direbbero non manierato. Una porzione de’ vasi da me acquistati avendola fatta venire in Napoli per mio piacere, furono questi osservati tra gli altri dotti personaggi anche dal chiarissimo cav. D. Francesco Maria Avellino che conosce così bene la materia, e rimase fortemente colpito dalla bellezza, ed importanza di essi. Giunto in Napoli dappoi l’egregio sig. Odoardo Gerhard, dopo aver veduti i vasi che ho in Napoli, s’invogliò di vedere anche quelli che in molto maggior numero erano rimasti in Ruvo ove io lo diressi a mio fratello. Ebbe inoltre da me alcuni lucidi di essi che mi aveva richiesti. Quindi fu che anche l’Istituto di corrispondenza Archeologica di Roma cominciò a parlar con elogio de’ vasi di Ruvo.

Questo rumore portò la conseguenza che si pose una più severa attenzione perchè i vasi degli ultimi scavamenti Ruvestini caduti nelle mani de’ specolatori non avessero potuto passare all’Estero. Quest’oggetto fu conseguito almeno in gran parte. Per queste provvide misure tra gl’immensi tesori del Real Museo si vagheggiano ora, e si ammirano non pochi eccellenti vasi di Ruvo dallo stesso acquistati. Hanno questi riempiuto in un modo molto soddisfacente il vuoto che vi era di scelti vasi di Puglia, de’ quali non ve n’erano abbastanza. Ha fatto inoltre il Governo eseguire in Ruvo de’ scavamenti per conto proprio non senza un profitto per i nuovi pregevoli oggetti che hanno essi fruttato al detto Real Museo. Si è in fine stabilita ivi anche una Commissione incaricata di sorvegliare gli scavamenti, onde gli oggetti pregevoli di antichità che si trovano non siano venduti agli Esteri senza la intelligenza della Direzione del Real Museo. È tutto ciò risultato a sommo onore della nostra città, ed ha pienamente appagati i miei voti.

Non è quì ad omettersi un altro singolare monumento dell’antica Pittura Ruvestina che ora adorna anche il Real Museo. Il fu Canonico D. Michele Ficco verso la fine dell’anno 1833 scavò le fondamenta di una casa fuori l’antico recinto della città sulla strada de’ Cappuccini. Trovò ivi un grandioso sepolcro; ma uno de’ lati di esso fabbricati di pietre di tufo quadrate si trovò mancante. Era stato lo stesso disfatto in tempo antico nell’essersi scavato un pozzo nel sito istesso del sepolcro. Si trovò questo spogliato anche de’ vasi, ed altri preziosi oggetti che doveva contenere, per esser stata ivi sepolta una persona distinta. Si arguiva ciò da alcuni vistosi frammenti di vasi rotti trovati nello stesso sepolcro, e dalla seguente circostanza.

Negli altri tre lati ch’erano rimasti intatti si trovò dipinta colla massima eleganza una danza funebre divisa in due cori, uno di diciotto giovani donne, e l’altro di nove. È però chiaro per se stesso che i due cori esser dovevano uguali di numero, e che il coro di nove giovani donne doveva averne altre nove nel lato del sepolcro che si trovò mancante. Alla testa di ciascuno de’ due cori vi è un giovane danzatore. Uno di questi due giovani tocca una lira di sette corde che regola la danza. Quindi il giovane suddetto danza ad un tempo, e suona la lira.

Le donne sono tutte vestite in perfetta conformità, cioè con una lunga tunica, ed al di sopra di essa un peplo che cuopre loro la testa e le spalle. Delle dette vesti e dei pepli il colore è vario; ma il taglio, e ’l costume è lo stesso. Tanto le tuniche che i pepli sono orlati di strisce di colore diverso. Tutte le donne al di sotto del peplo hanno la testa ravvolta sia da un fazzoletto, sia da una cuffietta di color rosso con i ciuffi di capelli inanellati ch’escono al di fuori sulle tempia. Tutte hanno i loro orecchini perfettamente conformi. Li due giovani vestono una tunica di color bianco orlata di strisce rosse, la quale è assai corta, e finisce molto al di sopra delle ginocchia. Tanto i due giovani che le donne fanno una stessa mossa la quale sembra, blanda, seria, e molto grave.

Di cotesta danza funebre il sig. Raul-Rochette avendone avuta da Ruvo una copia, la pubblicò a Parigi colla tavola corrispondente nell’anno 1836[96]. Ei conviene che sia questa una pittura unica nel suo genere. Osserva che de’ sepolcri di Ruvo se ne son trovati altri anche dipinti ma senza figure. Che in altri luoghi da lui indicati se ne son trovati con delle figure; ma non già con una danza funebre così grandiosa, e possiam dire anche nuova. Sarebbe stato però desiderabile che avesse parlato di essa con minore sobrietà come l’argomento che aveva per le mani lo avrebbe esatto.

Osservo intanto che nel parlare dell’atteggiamento in cui si vedono le donne suddette, dice Qui se tiennent par la main en dansant. Facendosi però migliore attenzione alla posizione delle loro braccia, ed al modo in cui si tengono per la mano, si vedrà a colpo d’occhio che viene dalle danzatrici suddette eseguito quell’intrecciamento che nelle odierne scuole di ballo è chiamato la catena.

Cotesto pregevole e singolare monumento non avrebbe dovuto muoversi dal sito ove fu trovato. Nel disfarsi la fabbrica venne per necessità a rompersi anche l’intonaco sul quale la danza suddetta era dipinta. Il quadro quindi perdè la sua unità, e soffrì molte lesioni. Non è poco che n’è di esso rimasto tanto quanto ha potuto dar luogo alle illustrazioni degli Archeologi.

Io ne vidi in Ruvo i pezzi quando il guasto suddetto era già seguito, e non era più al caso di poterlo impedire. Il proprietario di essi ch’era molto mio amico gli offrì a me per quel prezzo che avessi creduto giusto. Io gli feci osservare che questi oggetti in mano di qualunque particolare sarebbero andati vie più in discapito, e lo consigliai che gli avesse offerti al Real Museo, ove si conosce assai bene l’arte di conservare le pitture di questa specie. Così egli fece, e debbo attendermi che l’Accademia Ercolanese dia una più compiuta illustrazione a questo pregevolissimo monumento, che ci ha messa la prima volta sotto gli occhi una danza funebre.

Ne’ dipinti Ruvestini di prim’ordine è d’ammirarsi non solo la perfezione del disegno, la eleganza e la franchezza dello stile, ma anche la istruzione de’ dipintori. Le cose ricercate, e non ovvie che si vedono dipinte ne’ vasi di Ruvo esigevano uomini pienamente istruiti della Storia, della Favola, e della Mitologia. È anzi notabile che non isfuggivano al loro pennello le circostanze le più minute relative ai fatti, o alle persone che formavano il soggetto de’ loro lavori. Potrei ciò compruovarlo colle corrispondenti osservazioni su di molti vasi di Ruvo; ma mi limito a due soltanto che formano parte della mia collezione.

In uno di essi è dipinto il combattimento ch’ebbe luogo sotto le mura di Troja tra il valoroso Achille e Pentesilea Regina delle Amazoni venuta in soccorso de’ Trojani, di cui parlò anche Virgilio nel libro I dell’Eneide vers. 494 e seguenti. Quinto Smirneo, detto anche Quinto Calabro che si propose di supplire quelle cose che vedeva omesse nella Iliade di Omero, dopo aver delineata la somma bellezza, e ’l nobile portamento della Regina suddetta, non che le sue bravate, passa a descrivere l’armamento della illustre Guerriera allora che andò alla battaglia contro i Greci che assediavano Troja. Parte dell’armamento suddetto dice che lo formavano due giavellotti messi sotto lo scudo: Mox ex aula prodire festinans duo sumpsit pila sub scuto.

Guardandosi il vaso suddetto si vede in esso maestrevolmente rilevata la bellezza, e la maestà di Pentesilea, non che la qualità del di lei armamento nel modo preciso in cui si trova descritto da Quinto Smirneo. Nè furono obliati li due giavellotti, le aste de’ quali al di lei fianco sinistro si vedono uscire da sotto lo scudo amazonico lunato che tiene imbracciato, il che certamente costituisce una di quelle minutezze che pruovano la somma avvedutezza, ed istruzione del Pittore.

Passa indi Quinto Calabro a parlare del colpo mortale della terribile asta di Achille che stramazzò la valorosa Guerriera, e dice così.

Illi enim accedenti graviter succensus Pelei filius:

Et subito una cum ipsa transverberavit equi corpus,

Veluti si quis verubus ad ignem flammantem

Viscera transfigit, cœnam festine apparans.

Sic etiam Penthesileam una cum insigni equo

Penitus transadegit ementa hasta

Pelides: quæ mox cum pulvere, et morte commiscetur[97].

Nel vaso di cui sto ragionando si vede Pentesilea a cavallo che combatte ancora con Achille che sta a piedi. Ma la punta dell’asta di Achille si vede diretta in modo che il colpo che andava a vibrare avrebbe potuto ad un tempo trapassare il collo del cavallo poco al di sopra del punto in cui questo si unisce alla spalla, ed andare indi ad incontrare il corpo della illustre Guerriera che lo montava nel modo preciso descritto dal precitato Poeta.

Coteste minutezze mentre per un lato giustificano la esattezza del pennello, pruovano per l’altro che colui che dipinse il vaso non era istruito meno di quello che lo fu Quinto Calabro del nobile portamento della Regina delle Amazoni, del suo vestire ed armamento, e della qualità del colpo mortale partito dall’asta di Achille che trapassò ad un tempo tanto il cavallo, quanto la bella Guerriera.

L’altro vaso rappresenta la Dea Venere seduta sulla sponda di un letto elegantissimo donde è surta per vestirsi, ed adornarsi. Si vede la Dea coronata. Sul capo di essa vi è un’amorino che svolazza, ed ha nelle mani la di lei famosa zona[98]. Le tre Grazie sono occupate al di lei acconciamento. Una di esse che sta alla sinistra ha nelle mani una ghirlanda di fiori per adattargliela. L’altra che sta sulla dritta ha nella mano dritta uno specchio, e nella sinistra un cassettino. La terza curvata a terra nell’atteggiamento il più grazioso che possa idearsi attende a calzarle una pianella molto elegante al piè dritto. Sotto il letto vi è una colomba. Al lato sinistro di esso si vede un giovane guerriero nobilmente vestito con berretto frigio, ed elegantissimi calzari, il quale sotto il braccio sinistro ha due lance poggiate a terra ed inclinate sulla parte sinistra del petto, e della spalla. Si vede lo stesso confuso ed attonito che abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste che solleva colla mano dritta.

Non è difficile il vedere che il dipinto di questo vaso è preso dal bellissimo Inno di Omero scritto per la Dea Venere. Si dice in esso che invaghita ella di Anchise Principe Trojano, si recò sul Monte Ida ove questi dimorava, fingendosi la figlia di Otreo che aspirava alle di lui nozze. Avendogli ispirato caldo amore, giacque con lui la notte nel suo letto, e rimase incinta di Enea. Levatasi poi dal letto il mattino si manifestò ad Anchise. Ne rimase costui confuso ed attonito, ed abbassando il viso pe ’l timore, e la sorpresa cercò cuoprirselo col lembo della sua veste. La Dea lo ammonì fortemente a serbare il segreto minacciandolo dell’ira di Giove se lo avesse palesato.

Nel nostro vaso dunque si vede copiato alla lettera il precitato Inno di Omero. Presenta lo stesso tutti gli ornati di Venere descritti dal gran Poeta, cioè la corona che aveva in testa, li suoi giojelli, le sue splendide vesti, la sua famosa zona, non che la somma eleganza del letto di Anchise, ov’ella giacque con lui. Sono però notabili due minutezze, le quali danno maggior risalto all’abilità non meno che alla istruzione del Pittore. La prima è quella di vedersi dipinto Anchise nello stato di confusione, e di stupore in cui cadde allor che venne a conoscere di aver giaciuto con una Dea. Si vede lo stesso nel vaso che abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste; il che corrisponde perfettamente a ciò che si legge in Omero

Ut autem vidit collum, et oculos pulchros Veneris,

Timuitque, et oculos declinando vertit alibi.

Iterum autem retro veste coopertus pulchram faciem,

Et illam precatus, verba alata dixit etc.

La seconda è che Omero nel descrivere la somma eleganza del letto di Anchise, rileva la seguente circostanza, cioè ch’era lo stesso coperto a questo modo

Vestibus mollibus stratum: et insuper

Ursorum pelles jacebant, gravivocumque leonum,

Quos ipse occiderat in montibus aliis.

Nel vaso suddetto non si è omesso di dipingere anche maestrevolmente coteste pelli di fiere che si vedono delineate negli orli del letto sotto i ricchi pannamenti che lo cuoprono. Coteste minutezze pruovano che il Pittore che dipinse il vaso conosceva parola a parola l’Inno di Omero, e quindi si studiò colla massima accuratezza che il suo dipinto fosse stato una perfetta copia di esso.

Ho voluto parlare di questo vaso anche perchè avendo permesso anni indietro ad un riputatissimo Archeologo Estero di prendersene il lucido, ho ritratto da questa mia condiscendenza un doppio dispiacere.

Il primo e ’l più sensibile è stato quello di averlo veduto pubblicato come une des productions de la ceramique grecque les plus elegantes qui soient encore sorties des fouilles de Nola[99]! Il che mi ha molto e giustamente esacerbato, poichè si è tolto alla mia Patria il pregio di averlo prodotto, senza che abbia potuto capirne il perchè, avendolo io comunicato all’Editore come un vaso di Ruvo, e non già come un vaso di Nola.

Il secondo è stato quello che la copia di esso non corrisponde affatto alla singolare eleganza, e bellezza dell’originale, la quale è rimasta diminuita per metà[100], come ne hanno convenuto anche tutti coloro che ne hanno fatto il confronto tra l’una e l’altro.

Intanto non essendo rimasto contento tampoco della spiegazione data dal Sig. Raul-Rochette al vaso suddetto, credo di aver detto abbastanza per rettificarla prendendo per guida il precitato Inno di Omero. Nondimeno vengo ad esporre anche i motivi per i quali credo che la spiegazione suddetta non possa essere adatta al dipinto del vaso di cui si tratta dal quale debbono partire tutte le osservazioni archeologiche.

È chiaro che il precitato Archeologo trasportato dalla sua vasta erudizione si è impegnato in ragionamenti astrusi lasciando la via facile, e spianata che gli presentava l’Inno di Omero che non poteva certamente essergli ignoto. Si è da lui detto che nel vaso di sopra descritto vi è dipinta la Toletta di Elena, e che quel Principe Frigio che sta nell’atteggiamento innanzi cennato sia Paride.

Ha poggiato cotesto suo avviso principalmente su quel luogo di Pausania ove sono riportati i dipinti del famoso Pittore Greco Polignoto che vi erano in un antico tempio al di sopra di Cassotide. Confesso però la debolezza de’ miei talenti. Non sono giunto a capire qual rapporto possa avere col dipinto del nostro vaso il luogo di Pausania a cui il Signor Raul-Rochette si è riportato. E perchè possa ognuno giudicare da se stesso se sia questo un mio travedimento, o un giusto concetto che presenta la cosa medesima, metto in nota le precise parole di Pausania[101].

Ma prescindendo da ciò, come attribuirsi ad Elena quella colomba che si vede sotto il letto, la quale si sa ch’è l’augello di Venere? Come attribuirsi ad Elena la famosa zona di Venere che l’ha nelle mani un amorino che svolazza sul capo della bellissima donna che siede sul letto? Sono cose queste che principalmente si notano nel nostro vaso, e dicono quello che non vi è certamente nel luogo di Pausania testè trascritto.

Una migliore attenzione avrebbero dovuto riscuotere anche le tre giovanette occupate a vestirla ed adornarla. Il numero di esse indica le tre Grazie non solo secondo i Poeti, ma anche secondo lo stesso Pausania[102]. Ma le tre Grazie non sono state mai assegnate ad Elena, ma bensì a Venere. Lo ha detto lo stesso Greco Scrittore Gratiæ vero Veneri præ ceteris Diis attributæ sunt[103]. Ci fa Plinio inoltre conoscere che il valente Greco Pittore Nicearco dipingeva Venere sempre inter Gratias, et Cupidines[104]. È quindi risaputo che le Grazie erano sempre compagne di Venere, e che i templi dedicati ad Amore, ed a Venere lo erano ordinariamente anche alle Grazie[105].

D’altronde come adattarsi a Paride quel contegno che si osserva nel Principe Frigio dipinto nel nostro vaso? Per qual ragione doveva Paride mostrarsi confuso, timido, e nell’atteggiamento di cuoprirsi il viso col lembo della sua sopravveste innanzi ad Elena ch’era la cagione di tutti i malanni di Troja? Quel contegno sta bene per Anchise rimpetto a Venere, come lo ha maestrevolmente descritto Omero, ma non già per Paride rimpetto ad Elena.

Qual bisogno poi aveva Elena di far la sua toletta su quello stesso letto nel quale aveva la notte dormito? Le sarebbe mancata forse un’altra stanza più adatta all’uopo nell’ampia Regia di Priamo? Sta bene tal posizione a Venere per un doppio riflesso. Il primo perchè si trovava nella casetta di campagna di un cacciatore celibe, qual era Anchise, ove non vi potevano essere gabinetti opportuni per adornarsi le Principesse, e ’l Pittore si adattò maestrevolmente a tal circostanza.

Il secondo perchè l’elegantissimo letto di Anchise dal quale Venere levossi si trovava particolarmente descritto nell’Inno di Omero, e quindi si vide il Pittore suddetto obbligato a farlo entrare anche nel piccolo quadro che imprese a dipingere, poichè il nostro vaso non è che un’urna di mezzana grandezza. Con molto ingegno quindi unì le due cose, e fece seder Venere su quello stesso letto che si aveva proposto di far entrare nel picciolo e ristrettissimo campo assegnato al suo pennello.

Ma ove su quel letto in vece di Venere si faccia sedere Elena, l’ingegno del Pittore cadrebbe nel nulla, e la sua idea sarebbe troppo triviale, quasi che Elena nella grandiosa Regia di Priamo non avesse avuto altro luogo per adornarsi, e fare la sua toletta, che il proprio letto!

Mi scuserà quindi il Sig. Raul-Rochette se per questi ragionevoli motivi non ho potuto convenire nella spiegazione da lui data al pregevolissimo vaso Ruvestino, e non già Nolano, come a lui è piaciuto dire. Lungo poi sarebbe il descrivere la esattezza, e la minutezza degli altri vasi Ruvestini. Valga il giudizio che ne ha dato il chiarissimo Sig. Millingen. Malgré le silence des Historiens à l’égard de cette Ville, ses monuments qui y ont été decouverts portent des temoignages incontestables de son opulence, et du gout éclairé de ses habitans pour les beaux artes.

Les vases peints, dont la fabrique devait être à Rubi, rivalisent par leur grandeur, la varieté des formes, le nombre de figures, et le grand intérêt des mythes représentés avec les plus beaux de ceux jusqu’à présent connus. Des objets anciens en or, bronzes, et verres d’une grande beautè trouvés en meme tems prouvent que tous les artes y furent cultivés avec un egal succes[106].

Or la perfezione, e la bellezza de’ dipinti Ruvestini e degli altri oggetti di belle arti costituisce un altro non lieve argomento della origine Arcadica della nostra città. Dionigi di Alicarnasso seguitando a parlare de’ primi Arcadi che vennero a stabilirsi nella Italia con Oenotro, e Peucezio dice Dicuntur etiam Graecarum literarum usum prædictæ Genti recens ostensum primi in Italiam transvexisse, instrumenta quoque musica, lyram, trigona, ac lydos: cum ad id temporis non nisi pastoralibus fistulis usi fuissent, nec ullo præter has invento musico: leges etiam tulisse, et vitam antea ferinam majori ex parte mitem, ac mansuetam reddidisse: sed et artes, et studia, multave alia emolumenta contulisse in publicum, et propterea gratiosi fuisse apud suos hospites.

È perciò che i vasi di Ruvo superano di gran lunga non meno per bellezza, e per eleganza, ma anche per istruzione i vasi della città di Canosa colla quale era confinante. Ho veduti ivi anche de’ vasi grandiosi per la loro mole come quelli di Ruvo; ma in generale son essi privi di quella ricchezza, e varietà delle favole che trabocca ne’ vasi Ruvestini, e di quella finezza di pennello, ed eleganza anche degli ornati de’ quali questi ultimi fanno larga pompa. È anche Canosa un’antica città Greca; ma fu fondata da Diomede, e non dagli Arcadi, i quali come più colti e più istruiti nelle scienze, e nelle belle arti le fecero meglio fiorire anche nelle città da essi fondate.

Si aggiunga a ciò che tra gli oggetti fittili trovati in Ruvo sono state frequenti le teste del Dio Pane. Nella mia collezione ne ho due molto belle. Si sa che il Dio Pane era molto venerato dagli Arcadi. Lo stesso Dionigi di Alicarnasso nel luogo innanzi citato seguita a dire: Arcadibus deorum antiquissimus, et honoratissimus est Pan. Dice lo stesso anche Virgilio.

Pan Deus Arcadiæ venit, quem vidimus ipsi

Sanguineis ebuli baccis, minioque rubentem[107].

Pan Deus Arcadiæ captam te Luna fefellit

In nemora alta vocans, nec tu aspernata vocantem[108].

Si legge inoltre presso Pausania: Panos lapideum signum, cui Synois cognomentum a Synoe Nympha, quæ una cum ceteris Nymphis, et seorsim ab illis Pana creditur aluisse[109]. Erano queste le Ninfe Arcadiche, dalle quali il Dio Pane si diceva educato. Ond’è che Natale Comite nella sua Mitologia dice di cotesto Dio: Hunc memoriæ prodidit Pausanias in Arcadicis a Nymphis susceptum, et educatum, et a Synoe Nympha præcipue existimarunt antiqui. Pana Montium esse Præsidem, omniaque armenta, et greges, quæ in montibus vagarentur, in hujus esse tutela, quippe cum his ab Arcadibus fuisset in Menalo monte educatus[110]. Dal che è a conchiudersi che gl’idoli del Dio Pane che si trovano in Ruvo confermano vie più la origine Arcadica della nostra città, la quale ritenne il culto di quella falsa deità che avevano gli Arcadi.

Metto nella stessa linea il vedersi nelle antiche monete Ruvestine o le armi di Ercole, o Ercole medesimo col Lione Nemeo come si rileva dalle due tavole delle monete suddette innanzi premesse. Aggiungo che ne’ vasi fittili Ruvestini si trovano dipinti con frequenza i fatti di Ercole. Io ne ho più d’uno e tra questi un vaso coll’apoteosi di quell’Eroe elegantemente dipinta, oltre il bicchiere di cui innanzi ho parlato colla testa di Ercole di singolar bellezza. Ci fa sapere Diodoro Siculo che quell’Eroe aveva gli Arcadi in perpetuam belli societatem, e che fu da essi assistito anche nella spedizione contro i figliuoli di Eurito chiamati Toxeo, Molione e Pizio che gli avevano negata Jole da lui presa per forza dopo avergli uccisi[111]. Avevano quindi gli Arcadi un culto anche per Ercole, e vedendosi questo ritenuto tanto nelle monete che ne’ vasi fittili Ruvestini, conferma vie più la origine Arcadica della nostra città.

Si sa che i Popoli tanto antichi che moderni nelle loro trasmigrazioni hanno portato sempre con essi quel culto che avevano nel loro Paese natio. Onde ben disse Dionigi di Alicarnasso che per conoscersi la origine Grechesca di una città, Primum et præcipuum locum tribuo ceremoniis, quæ cuique Populo in colendis Diis et Geniis sunt Patriæ. Has enim diutissime servat tum Græca, tum barbara Natio, nec quidquam eis censent immutandum iræ divinæ metu. Lo conferma coll’esempio di molti Popoli antichi rimasti tenacissimi nella osservanza del loro culto rispettivo[112].

Osservo in fine che il massimo numero de’ bicchieri detti Rhyton rinvenuti in Ruvo in gran copia lo formano le teste di buoi, di vacche, di vitelli, di animali pecorini diversi, e di capre. Erano questi gli animali familiari agli Arcadi, i quali erano pastori. Amano gli uomini di avere sotto gli occhi quelli oggetti per i quali si sentono inclinati, molto più se questi costituiscono il loro comodo, e la loro agiatezza, come ben potevano costituirla gli animali suddetti nell’agro Ruvestino opportunissimo anche alla pastorizia. Quindi i bicchieri colle figure di cotesti animali che rendevano più liete le mense degli antichi abitanti della nostra città, contestano anche i loro costumi Arcadici.

Chiudo il mio discorso sui vasi fittili di Ruvo colla seguente osservazione. Il Principe di Canino Luciano Buonaparte pubblicò mentr’era ancora in vita una porzione de’ vasi da lui trovati in grandissimo numero a Canino e Corneto, oltre quelli che sono stati pubblicati dall’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma. In uno di essi vi sono le seguenti lettere H E, le quali tanto da lui che da altri Dotti si sono credute le lettere iniziali del nome del Pittore che dipinse il vaso.

Le stesse lettere si trovano in uno de’ miei vasi di Ruvo, il quale per la esattezza del disegno sembra delineato dal pennello di Raffaello. È in esso dipinta la favola del cieco Fineo liberato dalle Arpie dagli Argonauti. Si vede la nave Argo ligata al lido del mare. Tra gli Argonauti sbarcati vi sono i due Guerrieri alati Calai e Zete figliuoli di Borea, i quali spiegando in alto il volo colle loro armi impugnate, inseguono le Arpie. Fuggono queste spaventate portando nelle loro mani le cose rapite alla mensa che si vede imbandita innanzi al cieco Fineo che siede alla stessa.

Non ha questo vaso veruna leggenda greca. Si vede bensì sul campo di esso dipinto un picciolo vaso della stessa forma del vaso principale rovesciato a terra. Sulla pancia di esso si leggono le stesse lettere H E che vi sono nel vaso del Principe Buonaparte di cui innanzi ho parlato.

Se regge l’avviso che siano queste le lettere iniziali del nome del Pittore, pare che non sia improbabile che ambi i vasi han potuto esser dipinti dalla stessa mano. In generale i vasi di Canino e di Corneto non sono certamente migliori di quelli di Ruvo, ed in varie cose sono da essi superati[113]. Nel particolare poi il dipinto del vaso di Fineo è ben difficile che possa essere pareggiato. Un Pittore di un nome chiaro e riputato, qual essere doveva sicuramente l’autore del vaso di Fineo, ha potuto dipingere tanto nell’uno che nell’altro luogo come han fatto sovente anche i Pittori illustri de’ tempi a noi più vicini.

Han potuto pure i vasi di Ruvo essere mandati altrove, come si sono trovati in Ruvo anche vasi di Nola, e di altri luoghi, e come si mandano oggi i vasi di porcellana o di alabastro da un paese all’altro. Ho buona ragione di credere che l’autore del vaso di Fineo sia stato un Pittore Ruvestino perchè la creta di esso è Ruvestina, e perchè ho avuti sotto gli occhi altri vasi trovati anche a Ruvo dello stesso stile. Conto tra questi un bellissimo unguentario scappato a me, ed acquistato dal Francese Sig. Durante nel quale era colla massima eleganza dipinto Bacco montato su di un Elefante con numeroso seguito di uomini, e di donne.

Un altro unguentario assai più grande dello stesso stile forma parte della collezione della mia famiglia. È in esso dipinta con singolar maestria la disfida tra Tamiri, o Tamiride, e le Muse in presenza di Apollo. Vi sono anche delle leggende greche, ed è notabile che ha questo vaso conservate in gran parte le antiche dorature delle quali era fregiato.

Non ometto che tanto nel vaso di Fineo, quanto nell’unguentario di Tamiri, e nell’altro unguentario di Bacco acquistato dal Sig. Durante, è a notarsi un raffinamento dell’arte col quale si è il pittore ingegnato di superare gli svantaggi inseparabili dalla dipintura sulla creta. Chi dipinge sulla tavola, sulla tela, sulla pietra, o sui metalli ha l’ajuto delle ombre, de’ chiaroscuri, delle mezze tinte, e di tutti gli altri mezzi dell’arte per dare alle persone ed alle cose ch’entrano nel quadro quella posizione che a ciascuna di esse conviene, per separare l’una dall’altra, e per far sì che la pittura produca l’effetto di presentarle all’occhio di chi le guarda nel posto di avanti, di dietro, di lato etc. come l’uopo lo esige.

Questi mezzi mancano a chi dipinge sulla creta. Quindi invano si cerca cotesta illusione ne’ vasi fittili antichi. Malgrado ciò, l’autore de’ vasi di Fineo, di Tamiri, e di Bacco si è ingegnato di supplire questo svantaggio per quanto ha potuto coll’aver data ai personaggi ed alle cose entrate nel quadro una posizione così ben calcolata e misurata, e così bene intesa che se l’effetto suddetto non lo ha conseguito in tutto lo ha sicuramente ottenuto in gran parte.