PARTE PRIMA La civiltà ellenica e la schiavitù.

I.

Non è nella guerra, e nemmeno nella violenza in generale, che bisogna cercare l’origine e la causa della schiavitù. La guerra diventa un possente strumento di schiavitù, quando le condizioni sociali, che l’hanno fatta sorgere e progredire, sviluppandosi anch’esse, sviluppano alla loro volta l’istituzione della schiavitù e moltiplicano gli schiavi. Con l’adozione sempre più estesa e progressiva de’ metalli, col convertirsi dell’agricoltura di nomade in fissa, con l’incremento e lo specificarsi de’ mestieri, col sorgere del commercio; con le condizioni insomma, che preparano e apportano la proprietà privata della terra e l’accumulazione della ricchezza e una struttura sociale più varia e distinta da maggiori contrasti, sorge sistematicamente e comincia ad avere sempre maggiore incremento la schiavitù; essa stessa mezzo potente di maggiore accumulazione della ricchezza e di più distinti contrasti sociali[98]. Ed è notevole come, nella varietà delle etimologie, anche la scienza del linguaggio, senza partire da concetti o preconcetti d’ordine economico, ma seguendo l’applicazione puramente tecnica delle sue leggi; se tende, per opera di alcuni suoi cultori, a rifermare l’etimologie che implicano un fatto violento, tende, d’altra parte, per opera d’altri, a ricondurre la varia terminologia, con cui l’antichità indicava i suoi servi, ad un’origine, in cui non predomina punto l’idea della violenza. L’origine di servus a servando, come l’intendevano i giureconsulti latini, non è cosa in cui ci possiamo appagar più, come vi si appagava Agostino d’Ippona[99]; non ci soddisfa più, e, dato il suo rapporto con servare, l’epiteto mette capo forse piuttosto ad una radice, che ha in sè il concetto di una funzione protettrice, o addirittura ad un’altra, che ha in sè il concetto dell’acquistare[100]. E degli altri epiteti comunemente usati per indicare lo schiavo, alcuni (οἰκεύς, οἰκέτης, famulus) indicano chiaramente un semplice rapporto di dipendenza e di appartenenza al gruppo famigliare e a tutto ciò che ne forma il sostrato economico; altri (δοῦλος, δμώς, ἀνδράποδον), contro all’interpretazione di quelli che nella loro etimologia cercavano la traccia di un’appropriazione e di una soggezione violenta, si vanno anche riannodando, mercè un processo dimostrativo più o meno completo, al concetto di casa e di famiglia e ad un semplice rapporto di dipendenza[101].

II.

E questo intimo nesso dell’accumulazione della ricchezza, del modo di produzione e delle relative forme di vita con la schiavitù vera e propria si può scorgere ancora abbastanza distintamente nella stessa incompleta e frammentaria tradizione ellenica. Ferecrate[102] potea rievocare il tempo “in cui nessuno avea schiavi, ma bisognava che esse (le donne) attendessero a tutte le cose della casa. Esse sull’alba macinavano il frumento, sì che il villaggio echeggiava dell’eco del loro lavoro„. Timeo di Tauromenio[103] dicea che “anticamente non era costume patrio degli Elleni di farsi servire da schiavi comperati per prezzo„. E Teopompo[104] attribuiva l’introduzione dell’uso di comperare gli schiavi a’ Chioti; a’ Chioti, a cui si connettevano e Glauco e la scoperta della saldatura del bronzo e le più antiche tradizioni della plastica greca, e lo sviluppo della ceramica, la cultura intensiva accompagnata da una notevole esportazione, e tutti insomma i dati di uno sviluppo commerciale, industriale ed agricolo, rilevante per l’antichità[105]. Il sentimento, magari inconsapevole, di questa stretta relazione tra lo stadio di sviluppo delle forze produttive e la schiavitù, compariva persino ne’ comici come Cratino, Grate e Telechide[106], quando, rievocando il favoleggiato regno di Crono, o rifoggiando utopisticamente la vita, essi eliminavano, al pari di Aristotile, lo schiavo da una società, in cui la produzione e la soddisfazione de’ bisogni si compivano automaticamente[107].

E questa tradizione e questo riflesso, comunque frammentario, del passato hanno valore per noi tanto maggiore, in quanto ne troviamo la conferma e la spiegazione, la riprova e il complemento in dati d’instituzioni e di fatti storici. La forma di soggezione più antica, più importante e più estesa, che troviamo sul limitare della storia greca, non è la schiavitù, ma una specie di servaggio e direi anche di vassallaggio. E bene lo notava Teopompo[108]: “I Chioti primi fra tutti gli Elleni, dopo i Tessali e i Lacedemoni, usarono schiavi, ma non facendone acquisto alla maniera di questi. Si può vedere che i Lacedemoni e i Tessali hanno formata la loro classe servile con gli Elleni che abitavano prima il territorio ora da loro posseduto, asservendo quelli gli Achei, e i Tessali i Perrebi e Magneti, e chiamando gli asserviti, gli uni iloti e gli altri penesti. I Chioti invece acquistano servi barbari, comprandoli a prezzo„. E la ragione della differenza stava appunto nel diverso grado di sviluppo economico degli uni e degli altri, popoli mediterranei i primi, isolani i secondi. La mancanza assoluta, o la scarsezza almeno, di ricchezza accumulata, la inesistenza di un movimento commerciale escludevano in un luogo una produzione diretta e crescente de’ padroni ed un diretto impiego de’ servi, e conducevano invece alla forma più rudimentale del tributo e ad una specificazione del lavoro e ad una formazione di classi, che facea denominanti tutto un esercito in armi e de’ soggetti un ceto di agricoltori. Altrove, a Chio, il concorso di condizioni affatto opposte tendeva a dare alla società un tipo rudimentalmente industriale, e conduceva all’adozione, o, meglio, all’incremento della schiavitù vera e propria. E questo carattere diverso dell’economia de’ popoli mediterranei e di quelli messi sulle grandi vie commerciali dell’antichità permaneva presso a poco invariato col persistere delle condizioni fondamentali. A tempo assai avanzato, al cominciare della guerra del Peloponneso, Tucidide potea far definire da Pericle i Peloponnesiaci (e dovea riferirsi a’ mediterranei, più che a’ littoranei) con un vocabolo assai comprensivo (αὐτουργοί)[109], il quale, oltre alla conseguente scarsezza di schiavi, riesce a denotare la loro economia rudimentale, la loro produzione, che si era fermata, o avea di poco superato lo stadio della produzione casalinga (Hausfleiss)[110]. Dovunque ricorrevano un analogo stadio delle condizioni di produzione e simili condizioni di vita, ricorreva la stessa mancanza di schiavi, e Timeo[111] potea descrivere come di data recente l’introduzione degli schiavi, acquistati a prezzo, tra i Locresi e i Focesi, dandoci anche notizia della resistenza opposta all’innovazione e delle temute sue conseguenze. E noi sappiamo che in Acarnania, in Etolia, nella Locride, nella Focide la vita era agricola e pastorale, e l’industria non vi avea avuto alcuno sviluppo[112].

Quanto a Creta, già sapevamo dalla tradizione di un doppio ordine di servi: uno costituito dall’antica popolazione indigena asservita e addetta alla gleba, ed un altro di schiavi acquistati a prezzo e introdotti, com’è da credere, posteriormente, con lo svolgersi della vita cittadina[113]. Ora le grandi scoperte epigrafiche recenti ci dànno modo d’intendere anche meglio questa bipartizione[114].