CAPITOLO VIII. I Templi.

Fede e superstizione — Architettura generale de’ Templi — Collocazione degli altari — Are ed altari — Della scelta dei luoghi — Tempio di Venere — Le due Veneri — Culto a Venere Fisica — Processione — Descrizione del tempio di Venere in Pompei — Oggetti d’arte e iscrizioni in esso — Jus luminum opstruendorum — Tempio di Giove — I Sacri Principii — Tempio d’Iside — Culto d’Iside — Bandito da Roma, rimesso dopo in maggior onore — Tibullo e Properzio — Notti Isiache — Origini — Leggenda egizia — Chiave della leggenda — Gerarchia sacerdotale — Riti — Descrizione del tempio d’Iside in Pompei — Oggetti rinvenuti — Curia Isiaca — Voltaire e gli Zingari — Tempio d’Esculapio — Controversie — Descrizione — Opinioni sulla sua destinazione — Ragioni perchè abbiasi a ritener di Mercurio — Descrizione del tempio — Tempio della Fortuna — Venerata questa Dea in Roma e in Grecia — Descrizione del suo tempio — Antistites, Sacerdotes, Ministri — Tempio d’Augusto — Sodales Augustales — Descrizione — Pitture, Monete — Tempio di Ercole e di Nettuno — Detto anche tempio greco — Descrizione — Bidental e Puteal — Tempio di Cerere — Presunzioni di sua esistenza — Favola — I Misteri della Dea Bona e P. Clodio — Il Calcidico era il tempio di Cerere? — Priapo — Lari e Penati — Cristianesimo — Ebrei e Cristiani.

Quanto sono venuto fin qui dicendo ha indubbiamente già indotto nel lettore la convinzione che Pompei, se non avanzasse le altre città del romano impero nel sentimento religioso e nel culto superstizioso, certo non ne fosse ad alcun’altra seconda. Egli ricorda come al tempo della trasformazione di Pompei in militare colonia, assumesse l’appellativo di Colonia Veneria, per ciò appunto ch’essa si fosse posta sotto la speciale tutela di Venere Fisica e ricorda i speciali tabernacoli e numi esposti nelle sue vie, gli amuleti ed emblemi contro il fascino sulle case e botteghe scolpiti od in mostra; cose tutte codeste le quali attestano come la fede religiosa commista alla superstizione, colla quale anzi non era che un tutto, non fosse l’ultima delle qualità degli abitanti di questa città. Più innanzi, favellando delle Case e dell’Arti, accadrà eziandio di far cenno di immagini e storie di numi pinte sulle pareti delle prime e di statue grandi e piccole in marmo od in bronzo rinvenute in ogni parte, di cappellette consacrate ai Lari ed ai Penati nelle principali abitazioni e saranno altrettanti argomenti che ribadiranno e l’opinione non solo che ho più sopra enunciata circa le credenze pompeiane, ma più ancora mostreranno i costumi essenzialmente collegati alla teogonia in tutto l’orbe romano.

Io nel dire, in questo capitolo, de’ Templi, nel visitarne le rovine, necessariamente verrò segnalando qual culto si avessero peculiari divinità: pur non lasciando per ultimo di constatare, come, malgrado le nessune reliquie trovate del culto cristiano, la nuova credenza si fosse tuttavia insinuata in Pompei ed avesse la sua luce di verità e di libertà balenato alla mente di qualcuno; come non fosse unicamente una trovata di fantasia quella dell’inglese Bulwer e del nostro Vecchi l’avere introdotto ne’ rispettivi loro libri episodj di neofiti cristiani.

Premetto per altro alcune generali e brevi considerazioni, che reputo opportune a farsi una giusta idea delle ragioni di tanti e disparati culti e della molteplicità de’ templi; e come in altri argomenti, anche in questo della religione, Pompei riassumerà la storia dell’intero mondo romano.

Il politeismo era la religione dominante di questo mondo romano, e Roma, la capitale a cui traevano sudditi e stranieri d’ogni parte dell’universo, ospitava i numi di tutte le nazioni e ne accoglieva tutte le superstizioni; laonde si possa a buona ragione affermare ch’essa fosse il tempio comune de’ suoi sudditi e fosse stata concessa la cittadinanza a tutti gli Dei del genere umano.

La politica degli imperatori e del Senato, per riguardo alla religione, era felicemente secondata dalle riflessioni della parte illuminata dei loro sudditi e da’ costumi della parte superstiziosa. I diversi culti religiosi che si osservavano nel mondo romano erano tutti considerati dal popolo come egualmente veri; dal filosofo come egualmente falsi e dai magistrati come egualmente utili. Di tal modo la tolleranza produceva non solo una scambievole indulgenza, ma eziandio una religiosa concordia.

E che io dica cose veraci, me ne fa fede Petronio quando esclama:

«Nessuno crede cielo il cielo, nè stima punto Giove[159]» e Giovenale in questi esametri:

Esse aliquos manes et subterranea regna

Nec pueri credunt, nisi qui nondum ære lavantur[160].

Tacito, l’austero Tacito, solo spera che dopo la morte le anime possano aver vita e senso di quanto si fa quaggiù, ma nulla indica ch’egli lo credesse[161].

Meritevole è del resto di osservazione la somma moderazione dell’antichità, veggendosi le nazioni essere meno attente alla differenza che alla somiglianza de’ loro culti religiosi. Il Greco, il Romano e il Barbaro nell’incontrarsi avanti i loro rispettivi altari, facilmente si persuadevano, che sotto nomi diversi e con diverse cerimonie essi adoravano le medesime divinità. I Galli, a cagion d’esempio, nel corso di uno o due secoli, come apprendiamo da Cesare, assegnarono alle loro divinità i nomi di Marte, di Mercurio, d’Apollo[162]. Iside stessa, divinità egiziana sotto altro nome ed anche con egual nome, veneravasi così sulle sponde del Nilo, come su quelle dell’Ilisso, del Tevere o sulle sponde sequane, dove persino Parigi (Parisis) e Issy vuolsi derivassero da quella divinità il loro nome.

Nessun meglio di Erodoto, tra gli antichi, ha fornito la vera indole del politeismo; come Cicerone nel suo trattato De Natura Deorum ne lasciò la miglior guida che seguir si possa in mezzo all’inestricabile labirinto dell’antica teologia, e Omero colla elegante sua mitologia prescrisse le forme più belle e quasi regolari di essa. Ovidio non ne appare, nelle religiose leggende raccolte da tutti i libri e canti degli storici e poeti e da lui nuovamente col numeroso verso ammanite, che quasi il più illuminato ed ispirato de’ suoi sacerdoti. Nelle Metamorfosi la storia degli Dei, nei Fasti ne cantò il culto.

Se però ci è dato d’indagare le origini e la natura della religione de’ Pompejani, de’ quali noi peculiarmente ci dobbiamo occupare, non esitiamo a riscontrarvi tutti i caratteri grecanici. Templi, culto, pitture e marmi, tutto ne rende al proposito chiara testimonianza. I soli riti di Iside, come vedremo a suo luogo, ci avvertono dell’immigrazione degli Alessandrini, e quali solennizzavansi in Pompei, ne lasciano altresì a congetturare che i Greci ellenizzando il culto di Iside, avessero identificata questa divinità con Igia, la Dea della Salute, come argomenta il chiaro E. Brizio, poichè si trovi spesso congiunta con Serapide nell’attitudine propria ad Igia con Esculapio, ed una volta come Igea col serpe attorcigliato intorno al braccio; per cui sia lecito inferirne che anche in tutti gli altri dipinti pompejani, abbiano un rapporto analogo i serpenti dipinti nei lararii, in congiunzione con Iside[163].

Discorrendo ora, pur in generale, sulla naturale costruzione de’ Templi in Pompei, si può osservare che tutti, se si eccettui quello posto nel foro triangolare, si presentano eretti sopra sostruzioni; per lo che siasi dovuto praticarvi gradinate per entrarvi. La facciata d’ordinario è ornata di colonne che vi aggiungono maestà; il sacrario è circondato da mura, l’interno da colonne e da nicchie: il fondo ha un podio, dove si collocavano le statue delle divinità che vi si adoravano. Erano poi decorati di marmi, di pitture, di stucchi e di mosaici e di quelle altre particolarità che verrò notando mano mano che tratterò de’ singoli templi.

Vitruvio, che ho già invocato siccome autorità gravissima in fatto di architettura antica, tratta delle diverse forme architettoniche, delle parti e proporzioni e de’ fregi e d’ogni cosa consueta nella fabbrica de’ templi d’allora e persino delle collocazioni degli altari: quelle regole si riscontrano in buona parte de’ templi pompejani e dirò anzi che informassero anche di poi l’architettura de’ templi cristiani, come anche il culto di essi ha serbato non poche cerimonie pagane, perocchè queste possano essere uniformi espressioni e manifestazioni di adorazione e riverenza, senza condividere dottrine e dogmi, e come, ad esempio nel seguente insegnamento. «Gli altari hanno da esser posti dalla parte d’oriente, e sempre siano più bassi delle statue che saranno nel tempio, acciocchè i supplicanti e i sagrificanti nel riguardare la deità si situino a diverse altezze, secondo richiede il decoro di ciascuna deità. Quindi le altezze si regoleranno in questa maniera: a Giove e a tutte le deità del cielo si faranno quanto più alti si può: a Vesta, alla Terra, al Mare, bassi; così con questi principii si faranno nel mezzo de’ tempi altari proprj e adatti»[164].

Presso gli antichi avevano diverse altezze gli altari: per le deità celesti erano alti e si dicevano specialmente altaria: per le terrene, bassi chiamati propriamente aræ, ed è a questa distinzione che per avventura accenna Virgilio in quel passo delle Bucoliche:

En quatuor aras:

Ecce duas tibi, Daphni, duo altaria Phœbo[165];

quantunque neghi taluno siffatta distinzione, ammessa da Vitruvio tra gli antichi, e tra’ moderni da quel competente scrittore che è Raoul-Rochette[166].

Nè queste regole unicamente esistevano di materiale architettura de’ templi; ma norme altresì vi avevano per la scelta delle località dove erigerli e queste a seconda ancora della degnità dei numi ai quali consacravansi e della natura de’ loro speciali attributi.

«Per gli edifizj sacri, scrive il medesimo Vitruvio, e specialmente degli Dei tutelari, o di Giove o di Giunone, o di Minerva, dee scegliersi il luogo più eminente, da cui si scopra la maggior parte delle mura: a Mercurio nel foro, o pure, come anche a Iside e a Serapide, nell’Emporio; ad Apollo e a Bacco presso al teatro; ad Ercole, quando non vi fossero nè ginnasii, nè anfiteatri, presso al Circo, a Marte fuori della città e specialmente presso il Campo: a Venere fuori della porta: questo si trova fin anche stabilito negli insegnamenti dell’aruspicina etrusca che, cioè, i tempii di Venere, Vulcano e Marte si abbiano ad alzare fuori delle mura, e questo acciocchè non si famigliarizzi dentro la città co’ giovani e colle madri di famiglia la libidine, e tenendo lontana dalle mura la potenza di Vulcano colle preghiere e co’ sagrificj, restino libere le abitazioni dal timore d’incendio. La deità di Marte essendo adorata fuori della città, non vi sarà guerra civile; ma anzi sarà quella difesa da’ nemici e dal pericolo della guerra»[167].

Giova per altro avvertire come siffatte norme non sieno state sempre ed esattamente osservate, perchè si vide in Roma stessa il tempio di Marte nel Foro d’Augusto e quel di Venere nel Foro di Giulio Cesare, erettogli da Giulio Cesare stesso, che pretendeva discendere dalla Dea per parte di Julo figliuolo di Enea, e molti templi di Dei malefici persino erano dentro la città, come quei della Febbre, di Vulcano, della Mala Fortuna, della Pigrizia e va dicendo.

E così trovasi una tale deviazione dalle regole generali anche in Pompei, dove il tempio a Venere Fisica non era fuori della città, ma presso le Porte della Marina e in vicinanza del Forum. E sarebbe stato invero strano e indecoroso spettacolo che la principale divinità tutelare non fosse stata ospitata entro le mura.

Gli è anzi a tale riguardo, che derogando un tratto dal vecchio adagio: ab Jove principium, o, come direbbesi nell’idioma nostro:

Non s’incomincia ben se non da Dio,

mi farò primamente ad occupare del tempio di questa leggiadrissima Dea Venere Fisica o terrestre, come che mi paja doveroso e della buona costumanza il consacrare di preferenza le nostre cure alla signora del luogo.

Nè vi sarà alcuno d’animo sì poco cortese che mi dia torto in grazia di ciò che si tratti della Dea della bellezza e della voluttà.

Tempio di Venere.

Non v’ha chi non sappia Venere, nata dal seme insanguinato di Celo fecondato dalle spume dell’Ionio mare, essere stata una delle più celebri divinità de’ secoli pagani. Se si volesse scrivere una storia dei suoi fatti e ragione de’ diversi nomi, de’ suoi attributi svariati, del culto, delle feste a lei consacrate, di tutto che le si riferisce, sarebbevi materia a più d’un volume: più generalmente essa veniva riguardata come la Dea della bellezza, la madre dell’Amore e del Riso, la regina della Gioja, la compagna delle Grazie e de’ Piaceri. Presiedeva essa alla generazione ed era ad un tempo la protettrice delle cortigiane.

Delle diverse Veneri di cui si trova memoria, non terrò qui conto che delle due riconosciute da Platone[168], la Venere Urania o Celeste, caratterizzata da un diadema sul capo, e la Venere Pandemos, popolare o publica, ed anche terrestre, appellata Physica dai Pompejani. Alla prima faceva cenno Ugo Foscolo che può dirsi il cantore di essa ne’ tempi moderni, come negli antichi della seconda si direbbe Catullo, ne’ mirabili suoi versi de’ Sepolcri, dove apostrofando Firenze, dopo averla salutata ispiratrice all’Allighieri del divin carme, la saluta patria e ispiratrice altresì del Petrarca:

E tu i cari parenti e l’idïoma

Desti a quel dolce di Calliope labbro

Che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,

d’un velo candidissimo adornando,

Rendea nel grembo a Venere celeste.

Ne’ primi tempi la Venere Pandemos presiedeva alla popolazione; poscia valse a indicarla la protettrice delle prostitute e veniva rappresentata assisa su di un becco, simbolo di lussuria e di impurità, onde l’epiteto a lei di Epitragia, ed ascrivevansi a lei mille invenzioni di piaceri, e la scoperta d’una infinità di cose che s’ignoravan dapprima, secondo ne cantò Ovidio:

Mille per hanc artes notæ, studioque placendi

Quæ latuere prius, multa reperta ferunt.[169]

Queste due Veneri erano poi così fra loro distinte, da avere riti e sacerdoti affatto diversi.

Massime al tempo della decadenza, in cui corrottissimi eransi fatti i costumi, era in fiore per tutto l’orbe romano il culto a questa ultima Dea, e feste in di lei onore celebravansi al primo d’aprile, che perciò dicevasi mese di Venere. Vegliavano le donzelle pel corso di tre notti consecutive, si dividevano in parecchie bande e in ognuna di queste si formavano parecchi cori. Quel tempo s’impiegava nel danzare ed inneggiare in onore della Dea: di che un inno o ritmo antico ci informa in questi versi:

Jam tribus choros videres

Feriatos noctibus

Congreges inter catervas

Ire per saltus tuos

Floreas inter coronas

Myrteas inter casas[170].

Figuri il lettore quante dovessero poi essere le feste in Pompei dove Venere Fisica o sensuale, era la Dea principalmente tutelare e quindi la più venerata.

Il Giornale degli Scavi, al quale collaborano illustri e dotti ingegni, nel fascicolo di maggio a giugno 1869 publicò una tavola assai interessante, un dipinto, cioè, trovato nel triclinio di una casa che ha l’entrata di fronte al lato meridionale del così detto Panteon, e consiste in una grande fascia a fondo giallo che occupa tutta la lunghezza di una parete: l’ordine e la distribuzione fornisce l’idea di una sacra processione, e però la sua descrizione trova qui il suo posto, ed io la reputo opportuna al lettore, perchè compie il dir mio intorno al culto di Venere Fisica.

La reco colle parole del chiarissimo E. Brizio, altro de’ più solerti e dotti scrittori del succitato Giornale, che la illustrò:

«Nel centro sovra tre gradini, si eleva un tempio ornato di colonne corinzie: ivi nel mezzo, ove è figurata la cella, sta in imponente atteggiamento la Venere pompeiana cinta la testa di corona murale: una lunga veste violacea la cuopre fino ai piedi, mentre un mantello ampio e leggiero, scendendole dalle spalle, le involge tutta la persona. Solamente le mani rimangono visibili: la destra teneva senza dubbio un ramo, ora svanito; nella sinistra ha lo scettro, ed appoggia parte del braccio sovra il timone al suo lato. Due figure assai più piccole in dimensione le stanno ai fianchi; alla sinistra un amorino con frigio berretto in capo, coperto di larga tunica ed una bulla sul petto, poggiato sovra un piedistallo cilindrico sta ritto al fianco di Venere, tenendosi con la destra allo scettro di lei, mentre porta nella sinistra lo specchio: dall’altro lato evvi Priapo barbato, con berretto alla foggia orientale.... Una giovine donzella vestita da sposa, colla χαλὺπτρα[171] intorno il capo, è in atto di scendere i gradini del tempio.... la destra nell’atto di discendere l’ha pôrta ad Ercole, il quale alla sua volta le ha steso la sua.... Più in lontananza seguita la processione quasi divisa in due parti ed ordinata a vari gruppi.... Due fanciulli coronati di fiori precedono la comitiva, la prima tenendo fra le mani un oggetto, sovra cui sono distesi dei panni: seguono due giovani a pie’ scalzi, involti in tuniche bianche listate di rosso con larghe maniche: portano, sorretta da due lunghe sbarre, una base quadrata, sovra cui si alza un grande albero avviticchiato da un serpe: dietro ad essi poi un gruppo di altri quattro giovani portan sulle spalle una larga tavola, dove posa un piccol tempio a colonne. Qui il gran tempio della Venere pompejana interrompe la processione, la quale si ripiglia dall’altro lato. Viene la prima una sacerdotessa di Iside, coperta di bianca veste con scarpe pur bianche ai piedi: ciascun braccio ha circondato da quattro armille ed ha tre collane intorno al collo e al petto: cammina col braccio destro sollevato, tenendo in mano il sistro. Vengono poscia due giovani involti a quanto pare nella toga e portano una tavola con suvvi una galea d’argento. Per il deperimento dell’intonaco in questa parte, resta impossibile a determinare l’oggetto collocato sovra un’altra tavola più ampia, portata da un altro gruppo di quattro persone. Nudo il torace vien poi dietro il popa reggendo nella destra la scure, e menando innanzi a sè un corpulento bue pel sacrifizio; lo segue uno con l’agnello attraverso le spalle. Finalmente chiude la processione un gruppo di due giovani portanti una κλίνη (sedia) abbellita di fiori, nel cui ricco sedile mirasi una corona.»

Brizio, riconoscendo in tutta questa rappresentazione di gruppi non altro che la solennità di una festa del culto di Venere, celebrata col più grande apparato, crede ravvisarvi l’apoteosi di Ercole, per mezzo delle sue nozze con Ebe, dopo ultimate le sue famose fatiche.

Un tale dipinto inoltre chiarisce per avventura la ragione per la quale i Pompeiani avessero a Venere Fisica accordato il primato su tutte l’altre divinità e l’invocassero propizia ai destini del paese, non già solo come fautrice di dissolutezza, ma piuttosto, — non altrimenti che sotto il nome di Venere Fisica veniva adorata nei paesi della Campania ed in Roma, — quale Dea della fecondità femminile, in qualità di Dea γαμήλια e γενετυλλίς, dell’amore materiale, cioè, ed anche del matrimonio.

L’epiteto di Fisica dato alla Dea Pompejana in parecchie iscrizioni, dice ancora il sullodato Brizio, doveva già persuaderci ad intendere sotto questo nome di amore, non la celeste e sentimentale attrazione di due spiriti, bensì il fervido e sensuale congiungimento di due esseri nell’esuberanza delle loro forze vitali. Considerata sotto questo aspetto, Venere da divinità dell’amore passava facilmente ad essere Dea della forza generatrice, del matrimonio e per conseguenza anche della fecondità femminile: e tale appunto è il molteplice concetto sotto cui veniva adorata dai Pompejani. Parecchi monumenti ne rendono testimonianza, ma le allusioni a Venere come Dea dell’amore sono troppo conosciute, troppo naturali e troppo frequenti nei dipinti, e specialmente nei graffiti pompejani, perchè sia necessario di numerare gli esempi: citerò invece una pittura, sotto alla quale è scritta una formula, che impreca l’ira della Venere pompejana sovra colui che avesse leso il dipinto: ciò rivela l’intensità del culto prestato dai Pompejani a questa forza dell’amore, e quindi a Venere che la simboleggia; poichè non si sapeva rinvenire pena maggiore da esser inflitta al colpevole che l’ira della Dea. La fusione della Dea dell’amore con quella del matrimonio, come sembra di ritrovarla in una iscrizione graffita, ove si dice di una donzella Methe, che ardentemente (chorde) ama Chrestum[172] e viene quindi invocata la Venere pompejana, perchè sia propizia ai loro amori e possano vivere concordi. La mancanza d’ogni illecita allusione e il dolce augurio di vivere concordi, ci avvicina assai più all’idea di due sposi, che non a quella di due amanti di ventura.[173]

Il tempio di Venere vedesi in questa città, come più sopra avvertii, presso il Foro alla sinistra di esso e di fronte alla Basilica; comunque il chiarissimo Garrucci[174], tanto benemerito illustratore di Pompei, ponesse pel primo in dubbio avere esso appartenuto a questa Dea, inclinando piuttosto a credere fosse a lei dedicato l’altro edifizio che trovasi in capo al Foro nel luogo più elevato e che più comunemente è detto tempio di Giove, e questo invece, chiamato generalmente di Venere, opinando sacro a Mercurio, e Maja. Quei dotti uomini che furono il Nissen[175], il Momsen[176], e l’Overbeck[177], di fronte agli eruditi argomenti dal Garrucci addotti ne divisero l’opinione; ma il Brizio li combattè e mi pare vittoriosamente; e pel rinvenimento di due statue, una di Venere e l’altra di Ermafrodito e per l’erma marmorea e panneggiata, che ancor oggi vedesi nel peribolo del tempio e che ritiene di Mercurio, non già come figlio di Maja, ma come sposo di Venere, e per le sigle della lapide votiva pur trovata T. D. V. S. interpretate naturalmente Tutrici Deæ voto soluto, Dea tutelare della città essendo Venere, conchiude riconfermando la primitiva assegnazione, essere veramente il tempio di Venere.

Esso nella prima architettura del santuario, e per conseguenza di tutto l’edificio, è quello di un tempio greco che si venne di poi trasformando, alla severità del dorico stile essendo subentrato nell’arte il gusto della jonica eleganza, fu mutata la faccia anche alle colonne, dandosi loro le basi, convertendo ai capitelli la forma, riempiendo per un terzo le scanalature di stucco e di stucco spalmando anche i triglifi. Esso è assai vasto e decorato di bei marmi. Diciotto colonne d’ordine corintio gli girano all’intorno, e deducesi come esse costituissero un portico coperto in tre lati da un tetto. Nel Santuario che sorge nel mezzo e di cui si vede la base, doveva certamente trovarsi la statua della madre di Cupido. Innanzi ad esso santuario evvi l’altare pei sacrificj e sui due lati leggesi ripetuta la seguente iscrizione, che ricorda i nomi dei quattro magistrati che la fecero costruire:

M . PORCIVS . M . F . L . SEXTILIVS . L . F . CN . CORNELIVS . CN . F .
A . CORNELIVS . A . F . IIII VIR . D . D . S . F . LOCI[178]

A destra si osserva una scultura in marmo bianco, raffigurante una donna elegantemente palliata.

A sinistra su d’una colonna di marmo cipollino leggesi questa iscrizione:

L . SEPVNIVS . L . F .
SANDILIANVS
M . HERENNIVS . A . F .
EPIDIANVS
DVO . VIR . I . D .
D . S . P . F . C .[179]

Pitture dai vivi colori rappresentanti paesaggi, sontuose ville ed istorie con figure, alle quali l’artista sovrappose a corpi mingherlini teste giganti, ornavano le pareti del porticato; ma di esse se ne ha conservate taluna al Museo di Napoli, dove vennero trasportate, le altre essendo state dal tempo o assai guaste o affatto distrutte. Fra’ soggetti summentovati erano quelli di Achille che trascina il morto corpo di Ettore attaccato al suo carro, e Priamo che implora Achille, spiccati entrambi all’Iliade, ed il primo rammentato altresì dalla Eneide.

Nella sua dotta dissertazione sulla Venus physica il Brizio afferma e dimostra come detto tempio di Venere abbia avuto un’origine greca per l’osservanza che vi si appalesa rigorosa di tutte le leggi dell’arte greca, e per la sua grande somiglianza coi templi di Pesto, Selinunte e Metaponto, che seguono le norme dell’antico stile dorico; e quantunque per le grandi trasformazioni a cui andò soggetto l’edifizio, non possa dirsi nulla di certo intorno alla sua epoca, ritiene innegabile che, dopo quello in vicinanza dei teatri nel Foro triangolare, sia codesto il tempio più antico di Pompei.

Non è da ultimo a passar sotto silenzio l’importante iscrizione che trovavasi in questo tempio e che fu trasferita al Museo e la quale suona così:

M . HOLCONIUS . RVFVS . D . V . I . D . TER
C . EGNATIVS . POSTVMVS . D . V . I . D . ITER
EX . D . D . IVS . LVMINVM
OPSTRVENDORVM . HS . ∞ . ∞ . ∞
REDEMERVNT . PARIETEMQVE
PRIVATVM . COL . VEN . COR
VSQVE . AD . TEGVLAS
FACIVND . COERARVNT.[180]

Questa lapide per il cenno che si dà del jus luminum opstruendorum porse occasione a diverse sentenze di dotti ed archeologi; ma il suo più probabile senso si è che l’erezione di questo muro venendo a causare ai continui edifizii privati una grande oscurità, i duumviri indicati nell’iscrizione ne indennizzavano i proprietarj, dai quali compravano quel diritto di servitù col prezzo di tremila sesterzj.

Schöne riconosce questo muro in quello all’ovest del tempio[181] e quivi doveva essersi stabilita la Colonia mandata da Silla, come ne fanno fede le mura della città per tutto questo lato abbattuto e gli edifizj costruiti sovra esse, posteriori alla colonizzazione sillana.

Nella parte postica del tempio, in fondo del santuario, a sinistra vuol essere veduta una cameretta, forse destinata a’ sacerdoti della Dea, decorata di pitture. A mano manca vi è quella di un Bacco col tirso in una mano e un vaso dall’altra, e un vecchio Sileno in atto di suonare la lira: al destro lato invece è praticata una nicchia e poteva essere un larario, o tabernacolo degli Dei lari.

Tempio di Giove.

Più vasto tempio e di superba architettura è quello che non è di molto discosto da quello di Venere e che per una bella testa di Giove che vi si è trovata ed una di Esculapio e di una donna, l’ha fatto assegnare siccome consacrato al più grande degli Dei. Copriva 434 piedi quadrati, grandissima estensione se si ponga mente alla angustia degli altri tempj pagani, ed anche a quella degli altri templi in Pompei ed al costume più generale che si aveva che in essi non convenisse tutto il popolo, come è pratica nella religione cristiana, ma solo i sacerdoti e quanti pigliavan parte a’ sacrificj, od alle matrone, bastando che il popolo deponesse alla soglia le ghirlande e i doni.

Infatti se l’odierno tempio cristiano in Roma occupa 20,000 metri, il tempio più grande di Roma antica, cioè quel della Pace, ne occupava soli 6240; il Panteon ne copre 3182; quello di Giove Tonante 874; 195 quello della Fortuna Virile; e fuor di Roma, 1426 il tempio maggiore di Pesto; 636 quello della Concordia ad Agrigento, e quindi vi tien dietro questo di Giove in Pompei; mentre poi la più parte de’ templi pagani, potevansi dire semplici fani, come quello di Iside in Pompei stessa e gli altri, e come quello sacro a Giove Feretrio in Roma, che, sulla fede di Plinio, non occupava in lunghezza più di quindici piedi.

A questo tempio di Giove dei Pompejani si ascendeva per un’ampia gradinata or rovinata, che tutto fa credere fosse fiancheggiata di statue colossali. Si compone di un vestibolo esastilo che risulta di sei colonne corinzie di fronte e da quattro dai lati, di una cella quadrilatera decorata di otto colonne d’ordine jonico per ciascun lato, onde questo genere di templi aventi colonne ai lati designavasi col nome di peripteri. Di palmi cinquantanove in lunghezza, e di quarantaquattro in larghezza, questa cella ha un bel pavimento in mosaico e le mura dipinte a fresco di un rosso brillante.

Scrive Vitruvio: «Ærarium, carcer, curia foro sunt conjungenda, sed ita uti magnitudo symmetriæ eorum foro respondeat[182]»: or bene tali condizioni riscontrandosi in questo edificio, ed al fondo della cella essendo aperte tre camere fornicate, difese da cancelli di ferro, si argomenta che fosse questo l’erario publico, per riporvi il denaro della colonia e gli archivii.

Per una scala a mano manca di queste tre camere si monta ad un piano superiore, da cui si gode del più bel panorama.

«Le colonne composte di tufo ricoperte di stucco, scrive l’architetto G. Vinci, sono ridotte in pezzi, gli avanzi di due soldati, che non vollero abbandonare il posto, ove forse erano di guardia, giacciono in questo sito: uno di essi era stato schiacciato dall’improvvisa caduta d’una colonna: una moneta di bronzo ed una visiera si raccolsero presso di loro»[183].

Finalmente non obblierò la seguente iscrizione, che da questo tempio in cui fu raccolta or fu portata ad arricchire il Museo:

SP . TVRANNIVS . L . F . SP . N . L . PRON . FAB
PROCVLVS . GELLIANVS .
PRAIF . FAB . PRAIF . CVRATORVM . ALFEI .
TIBERIS . PRAIF . PRO . PR . I . D . IN . VRBE . LAVINI .
PATER . PATRATVS . POPVLI . LAVRENTIS . FOEDERIS
EX . LIBRIS . SIBILLINIS . PERCVTIENDI . CVM . P . R .
SACRORVM . PRINCIPIORVM . P . R . QVIRIT . NOMINISQVE
LATINI . QVAI . APVD . LAVRENTIS . COLVNTVR . FLAM . DIALIS . FLAM
MART . SALIVS . PRAISVL . AVGVR . PONT .
PRAIF . COHORT . GAITVL . TR . MIL . LEC . X .
LOC . D . D . D .[184]

Spiegai altrove che significasse il pater patratus con cui si qualifica Spurio Turannio, cioè perchè il feciale giurava a nome di tutto il popolo, pro toto populo patrabat; dirò solo una parola sul significato dei sacri principii presso i Romani. I sacri principii erano in un campo di guerra, negli alloggiamenti, e nella castramentazione romana in cui ad una delle sue vie si dava il nome di principia, e secondo si spiega dagli archeologi[185], perchè formava il principio dell’accampamento; onde Plutarco in Galba l’appellò Archea (Αρχαια) sive initia quæ Romani principia appellant. Era questo un luogo più sacro e venerabile, perchè qui dal tribuno si rendeva giustizia, qui si conservavano i vessilli e le aquile, qui sovra le are castrensi si immolavano i sacrifici e si custodivano le immagini degli Dei e dei principi, qui si prestava il giuramento e qui finalmente si reputava un gran sacrilegio commettere il benchè menomo delitto. Così Cicerone poteva uscire in quella sentenza favellando de’ Principii: Spes libertatis nusquam, nisi in vestrorum castrorum principiis est[186]. Nel medio evo in Italia il Carroccio tenne luogo de’ Sacri Principi della antichità.

Tempio d’Iside.

In ragione del moltissimo culto che si aveva in Pompei la Dea Iside, il discorso mi chiama a intrattenermi ora e di essa e del suo tempio, che si presenta forse più interessante d’ogni altro.

Abbiamo veduto addietro come Roma avesse ospitato quanti numi stranieri ed accolto quanti riti fossero stati importati dalle genti vinte: pur qualche volta il Senato romano aveva dovuto interporsi per frenarne la strabocchevole inondazione non scevra da funeste conseguenze.

Il Tempio d’Iside in Pompei. Vol. I. Cap. VIII. I Templi.

Infra l’altre, la superstizione egiziana, la più spregevole ed abbietta di tutte, venne più volte bandita da Roma e dall’Italia; ma Silla, se per ispirito di devozione o per ragioni d’interesse non saprei dire, l’aveva ricondotta nel suo ritorno dall’Egitto. Nell’anno di Roma 701, a cagion d’esempio, il tempio di Iside e di Serapide fu demolito in questa città per ordine del Senato, portandovi a tale fatto la mano stessa del Console[187]; ma dopo la morte di Cesare fu riedificato a spesa del publico erario, perchè lo zelo di fanatismo prevalse ai freddi e deboli sforzi della politica. Gli esiliati numi dalle sponde del sacro Nilo tornarono, si moltiplicarono i proseliti, i templi furono riedificati con maggior lustro ed Iside e Serapide ebbero alfine un posto fra le romane divinità. Quali ne fossero anzi gli entusiasmi, e quanto generali, ce lo dicano i seguenti versi di Tibullo:

Nile pater, quænam possum te dicere causa,

Aut quibus in terris occuluisse caput?

Te propter nullos tellus tua postulat imbres.

Arida nec pluvio supplicat herba Iovi.

Te canit, atque suum pubes miratur Osirim

Barbara, Memphitem piangere docta bovem.

Primus aratra manu solerti fecit Osiris,

Et teneram ferro sollecitavit humum.

Primus inexpertæ commisit semina terræ,

Pomaque non notis legit ab arboribus.

Hic docuit teneram palis adjungere vitem,

Hic viridem dura cædere falce comam.

Illi jucundos primum matura sapores,

Expressa incultis uva dedit pedibus.

Ille liquor docuit voces inflectere cantu,

Movit et ad certos nescia membra modos.

Bacchus et agricolæ magno confecta labore

Pectora tristitiæ dissoluenda dedit.

Bacchus et afflictis requiem mortalibus affert,

Crura licet dura cuspide inulta sonent.

Non tibi sunt tristes curæ, nec vultus, Osiri:

Sed chorus, et cantus, et levis aptus amor.

Sed varii flores, et frons redimita corymbis,

Fusa sed ad teneros lutea palla pedes,

Et Tyriæ vestes, et dulcis tibia cantus,

Et levis occultis conscia cista sacris.[188]

Facevasi Iside presiedere singolarmente alla Navigazione ed alla Medicina; onde si capisce perchè Tibullo nella sua Elegia III del Lib. I, lamentando la malattia che lo incolse in Corcira, l’odierna Corfù, e gli aveva vietato seguir Messala, dice a Delia sua amante:

Quid tua nunc Isis mihi, Delia, quid mihi prosunt

Illa tua toties æra repulsa manu?

Quidve, pie dum sacra colis, pureque lavari

Te memini et puro secubuisse toro?

Nunc, Dea, nunc succurre mihi; nam posse mederi

Picta docet templis multa tabella tuis.[190]

Come malato e come viaggiatore per mare, Tibullo aveva più titoli alla protezione della Dea: quelli infatti che redimevansi da alcuna grave malattia, o che si erano salvati da naufragio, non mancavano di consacrare quadri votivi che si sospendevano nel tempio della Dea, di che fa cenno ne’ surriferiti versi il poeta, e fece dire a Giovenale:

. . . . Pictores quis nescit ab Iside pasci?[191]

e noi di presente facciamo del resto nè più nè meno davanti agli altari della Madonna e dei Santi nelle nostre chiese.

Proverà poi l’estensione del culto Isiaco in Roma e le ragioni del favore che vi aveva ottenuto, il lamento di Properzio per l’anniversario che ogni anno ad una determinata stagione vi si faceva delle feste di Iside, nelle quali le donne, colla scusa di un ritiro di dieci giorni e dieci notti, durante il qual tempo non ammettevano consorzio d’uomini e neppur de’ mariti, e dormivano sole nel tempio della Dea, davansi liberamente in braccio ad altri amanti.

Tristia jam redeunt iterum solemnia nobis:

Cynthia jam noctes est operata decem.

Atque utinam Nilo pereat quæ sacra tepente

Misit matronis Inachis Ausoniis.

Quæ Dea tam cupidos toties divisit amantes,

Quæcumque illa fuit, semper amara fuit.[192]

Anche Giovenale stigmatizza l’abuso di questi riti, chiamando Isiacæ lenæ (mezzane) queste sacerdotesse, o devote di Iside, che sotto il manto della religione si davano alla più sfrenata prostituzione.

Augusto stesso, nella sua dimora in Egitto aveva rispettato la maestà di Serapide, quantunque proibisse nel pomerio di Roma ed un miglio all’intorno il culto dei numi egizii. Questi per altro finchè durò il suo regno ottennero voga moltissima, non perduta pur sotto del suo successore, finchè la giustizia di Tiberio fu tratta, al dir di Tacito[194], ad usare qualche severità, dalla quale si scostarono i suoi successori ben presto, e Gibbon è dell’avviso che il sicuro e pieno stabilimento del culto di questa egizia divinità si possa attribuire alla pietà della famiglia Flavia[195].

Se tali erano state sotto la republica e sotto i Cesari in Roma le condizioni del culto isiaco, più fiorenti, nè mai turbate erano state nella bassa Italia e massime in Pompei. Esercitandovelo sacerdoti non provenienti dall’Egitto, ma romani e greci, vi avevano fatto tale un miscuglio di riti superstiziosi che poco del carattere primitivo vi ritenesse. Nondimeno a tanto fu mantenuto e spinto l’entusiasmo che le matrone pompejane spacciassero a loro spesa proprj incaricati in Egitto a pigliare l’acqua del Nilo stesso per le sacre cerimonie; lo che pur facevano le romane, stando alla testimonianza di quel verso dì Giovenale:

A Meroe portabat aquas, quæ spargat in ædem

Isidis[196]

e Meroe era tra le più grandi isole del Nilo e città interessante dell’Africa,

Toccando l’argomento di questo culto, si è invogliati di indagarne le origini e il vorrei fare, molto più che alcuna idea mi sarebbe ingenerata che scostandosi dalle ipotesi più generali, le quali seguendo una interpretazione data a un passo di Erodoto, derivar vorrebbero la famiglia Egizia dalla Etiopia, avvalorando l’opinione colla testa della Sfinge delle piramidi, la quale offre i caratteri distintivi del tipo negro. Io, il carattere dell’architettura principalmente egizia raffrontando con quello del Messico e Indiano e l’analogia fra i riti e le istituzioni di un luogo e dell’altro, argomento piuttosto ad una comune sorgente nell’India; se pure, rammentando quello immenso fenomeno ricordato da Platone della graduata sparizione di quella grande Isola che fu l’Atlantide, non si possa con più ragione congetturare che i popoli che l’abitavano dovendo per necessità abbandonarla, chi da una parte volgesse e chi dall’altra, gli uni passando al Messico, gli altri a popolare le terre fecondate dall’onda sacra del Nilo. La cronaca d’Eusebio appoggierebbe in certo qual modo codesta ipotesi mia, affermando che a un’epoca assai remota Etiopi venuti dall’India si sarebbero stabiliti nell’Egitto.

Ma ciò non accenno che di volo: la materia sarebbe vasta, ardua a trattarsi e superiore alle mie forze ed al tempo che mi è concesso: mi restringerò piuttosto a fornire sotto brevità alcune nozioni intorno alla teogonia egiziana.

Il politeismo egizio riducevasi a stretto rigore all’unità; tutti que’ Dei venendo considerati come altrettante emanazioni d’Amon-Ra, l’essere increato, immutabile, onnipossente, autore, conservatore ed anima della natura, costituente una trinità formata di lui stesso, di Moûth la femmina e la madre, e di Khons il figliuolo nato da essi. Questa trinità ne creava altre e la continua catena scendeva ben anco dai cieli e si materializzava sotto forme umane. Ogni regione dell’universo aveva la sua triade: quella che aveva la direzione della terra componevasi d’Osiride, d’Iside e di Horo, poi d’Horo, d’Iside e di Malouli. Il regno di quest’ultima triade aveva immediatamente preceduto la generazione degli uomini. Ella rappresentava il principio d’ordine nel mondo, mentre Tifone, fratello e nemico d’Osiride, rappresentava il principio del male.

«La leggenda egizia — scrive Clavel — raccontava che dopo aver civilizzato l’Egitto e fondata Tebe, Osiride volle estendere i suoi beneficj alla terra intera, e che visitò tutti i popoli, che sotto i diversi nomi le avevano inalzato altari. Ma al suo ritorno, Naphtis sposa e sorella di Tifone, si invaghì di sua bellezza e rivestendo l’apparenza d’Iside per ingannarlo si unì a lui e diede alla luce Anubi. Tifone così oltraggiato, ne concepì un fiero risentimento, tese agguati ad Osiride, l’uccise e gettò il suo corpo nel Nilo. Iside si mise alla ricerca della spoglia del proprio sposo, e giunse a rinvenirla, meno gli organi della generazione, ch’erano stati divorati da un pesce della specie chiamata fagro. Osiride ritornò dagli inferni, ma nella persona di Horo suo figlio. Poco a poco crebbe in forza e potenza, assunse il nome di Serapide e vinse il cattivo principio, che, latente nell’universo, non cessa di sconvolgerne l’ordine e di produrre ogni sorta di mali.»[197]

Il citato Clavel spiega nella seguente forma il senso che si asconde