106.  Deca Terza, vol. terzo, pag. 11 dell’ediz. di Venezia, per G. Battaggiu, 1823.

107.  A lui si debbono il palazzo reale di Caserta, architettato dal Vanvitelli, il teatro San Carlo, per non dir di tante altre grandiose opere, degne non che di un re di piccolo reame, di possente imperatore; ma fu pur egli che osò far arrestare in Parlamento un membro di esso, ed inoltre era un Borbone.

Poichè ho accennato al palazzo di Caserta, che si pretende essere la reggia più sontuosa che esista in Europa, m’unirò anch’io ai voti espressi dall’universale in quella provincia che, cioè, l’Amministrazione della Real Casa, meglio sentendo la propria dignità, non abbia a cederlo al Demanio. Vendere quella proprietà sarebbe un’offesa a quel sentimento delle popolazioni che la Monarchia certo non ha interesse a scalzare.

108.  

Tempo trarrà quanto è sotterra a luce.

v. 24, traduzione di Gargallo.

109.  Part. I, Cap. 399. «Noi speriamo che questa etimologia non sarà scambiata per un delirio, se si vuol ben considerare che la parola orientale Hercul, cioè monte arso che si incontra ad ogni passo dal promontorio di Miseno a quello di Sorrento, da cui derivò pur il nome d’Ercolano, ci indica evidentemente la storia delle devastazioni vulcaniche alle quali questa contrada andò soggetta da’ tempi più rimoti. Nelle epoche successive i Greci e gli Italiani, sì poetici nelle loro idee e nelle loro sensazioni, attribuirono alle intraprese di Ercole gli effetti straordinarj de la natura ed elevarono templi al semidio là dove non esistevano altro che le traccie del fuoco.» Vedi addietro il Capitolo II.

110.  

«La diletta Pompeja alle saline

D’Ercole presso.»

111.  Æneid. Lib. VII, 738:

E fu re de’ Sarrasti, e de le genti

Che Sarno irriga.

Traduzione di Annibal Caro.

Popoli Sarrasti eran quelli che stavano intorno al promontorio Sorrentino, cioè i Campani orientali, gli Irpini e i Picentini.

112.  Appiano, parlando delle mura di Cartagine, le dice triplici, con torri, fornici e casematte, stalle per elefanti, celle per cibi, ecc. «Murum fuisse triplicem, quorum quisque alius 30 cubitos esset, absque loricis et turribus. Quæ turres 200 pedum spatio inter se distabant et 4 contignationes singulæ habebant. Ipsi muri fornicati et capaces: et duplici quasi contignatione facti: in quorum parte ima elephanti 300 stabulari poterant, et adjunctæ iis cellæ ac repositoria ad cibos: super eos 4000 equi, item cum receptaculis pabuli hordeique Viris ipsis ibidem diversoria et habitacula, pedibus 20000, equitibus 4000. Atque hic bellicus apparatus in solis mœnibus erat.»

113.  Marci Vitruvii Pollionis De Architectura Libri Decem. Ve ne hanno infinite edizioni: commendevole assai quella curata da Gio. Gottlieb Schneider di Sassonia. Lo Stabilimento Privilegiato Nazionale di G. Antonelli di Venezia publicò quest’opera tradotta dal marchese Berardo Galiani col testo a fronte. 1851.

114.  Mi ricorda infatti aver letto un’eguale osservazione in un racconto pompejano di Theophile Gautier, dal titolo Arria Marcella. Parlando egli della porta che conduce alla Via delle Tombe, e che è questa appunto detta di Ercolano, così si esprime: «Cette porte en briques, recouverte de statues et dont les ornements ont disparu, offre dans son arcade interieure deux profondes rainures destinées à laisser glisser une herse, comme un donjon du moyen âge à qui l’on aurait cru ce genre de défense particulier. Qui aurait soupçonné Pompei, le ville græco-latine, d’une fermeture aussi romantiquement gothique? Vous figurez vous un chevalier romain attardé, sonnant du cor devant cette porte pour se faire lever la herse, comme un page du quinzième siècle?» Un trio de Romans, Paris, Victor Lecou, 1852.

115.  Ruines de Pompei. T. II, p. 101.

116.  Bull. Inst. 1865. p. 184. 1867. p. 87.

117.  Giornale degli Scavi. Nuova Serie. N. 5, dicembre 1868.

118.  «I Censori provvedevano nella città a selciare colla arena le vie, e fuori della città a gittarvi ghiaja ed a praticarvi i margini.»

119.  V. Giornale degli Scavi, N. 2, settembre 1868.

120.  Orat. pro M. Fontejo. Si sa che M. Fontejo Pretore, dopo d’avere per un triennio successivo alla pretura, amministrata la Gallia, reduce a Roma, a petizione de’ Galli, venne accusato da M. Pletorio in due azioni. Difendendolo nella seconda Cicerone, questi nel dire dell’accusa che riguardava le vie, così ricorda la Domizia: Cum majoribus reip. negotiis impediretur; et cum ad remp. pertineret, viam Domitiam munire, legatis suis primariis viris, C. Annio Bellieno, et C. Fontejo negotium dedit.Via Domitiana, della quale è l’argomento mio, è il titolo del terzo componimento di Stazio del lib. IV delle Sylvæ, e così è ancor un dato maggiore a conforto di quel che dico di questa via.

121.  Vien ricordato da Stazio che la via Appia fosse la regina delle vie in que’ versi:

. . . . qua limite noto

Appia longarum teritur regina viarum,

e vi accenna Orazio nel parlar della Via Numicia che dinota prossima all’Appia:

Brundusium Numici melius via ducat, an Appi.

Epist. Lib. I.

122.  «La terza via da Reggio, traversando i Bruzi, i Lucani e il Sannio conduceva nella Campania e metteva alla Via Appia.»

123.  In Sympos.

124.  Pudor me habet alimontia illa proferre mysteria, quibus in Liberi honorem Patris phallos subrigit Græcia. Vedi anche il Vossio alla voce Fascinum.

125.  Non vuo’ persi apparati, ecc. Lib. 1, Od. XXXVIII.

126.  Capit. III.

127.  

Una bianca m’apprese a odiar le brune.

128.  

Odii, ma torni. Io, non richiesto, l’amo.

Venere Fisica Pompejana scrisse.

129.  

Altri ama, altri è amato; io non me ’n curo.

130.  

Chi non se ’n cura, ama.

131.  

Venga ognun che ama: col bastone io voglio

Romper le coste a Venere e fiaccarla.

La sua parola mi ferisce il core....

Nè poterle il baston spezzar sul capo!

132.  Auge ama Arabieno. Mete Cominia commediante ama di cuore Cresto; sia ad entrambi propizia Venere Pompejana e vivano sempre concordi.

133.  Pirro al collega Cajo Ejo salute. Di malanimo io udii che tu sia morto: statti sano adunque.

134.  Soave vinaja ha sete; prego che abbia sete di più. Sitit per sitiat accusa la volgarità di chi scrisse.

135.  Fu portata via un’urna da vino dalla bottega — A chi la restituirà — Verranno dati — Sessantacinque sesterzj: e se il ladro — taluno arresterà — avrà il doppio — Januario qui abita.

136.  «Quando il zampone è cotto, se lo si appresta al commensale, non solo il gusterà, ma ne leccherà il vaso e la pentola.» — Olla era infatti un ampio vaso di assai ordinario uso, più comunemente d’argilla cotta. La forma essendo di fondo piatto, di lati rigonfi, bocca larga ed avente coperchio, corrisponde a quel vaso stesso che i Lombardi chiamano egualmente olla, ma serviva all’uso della moderna pignatta. Cacabum, di cui se ne trovò un originale in bronzo negli scavi pompejani, era pur un vaso per cuocere carni e vegetali, più spesso d’argilla cotta. Di poco differiva dall’olla; non aveva però il fondo piatto, ma tondo, onde mettevasi al fuoco sul treppiede, tripus; la bocca si restringeva ed ai lati aveva manichi.

137.  

Barbaro è quei che non m’invita a cena.

138.  Cap. 33.

139.  Cosmo è d’una nequizia grandissima.

140.  Perchè tu fai quotidianamente lo stesso.

141.  Così tradusse senza riguardo quel sommo che fu Vincenzo Monti:

Niun qui, dici, a sgravar l’alvo si butti;

E le due serpi vi dipingi, e al piede;

Pisciate altrove, è sacro il luogo, o putti.

142.  L’ira di Giove, di Giunone e de’ dodici Dei a chi avrà pisciato qui o sporcato. De Rich, Dizion. Antich. voc. Anguis.

143.  Ultimi giorni di Pompei. Capitolo II.

144.  Pompeja, par Ernest Bréton. Paris, L. Guerin et C. éditeurs, 1869, p. 134.

145.  Pompeii, p. 133.

146.  Così al Lib. V. 25, Honorem ob eam munificentiam ferunt matronis habitum, ut pilento, ad sacra ludosque, carpentis festo profestoque uterentur.

147.  

Cui le sacre carrette ivano appresso

Coi santi simulacri e con gli arredi,

Che traean per le vie le madri in pompa.

Così traducea Annibal Caro; ma per la migliore intelligenza della mia citazione, meglio varrebbe tradurre letteralmente:

Nelle molli pilente i sacri arredi

Traean per la città le caste madri.

148.  

Era, e i noti il dicean serici veli,

Il cocchio del berton mezzo fallito.

Lib. IV. 8. Trad. di M. Vismara. Il Poeta prende la parte per il tutto, chiamando serici carpenti, ciò che il traduttore chiamò serici veli del cocchio. Nella qual ultima parola non si ha riprodotto il nome proprio e speciale del cocchio, cioè il carpento.

149.  Vedi Imp. Giulian. Cod. 12. 51. 4. e gli Imperatori Valentiniano, Valente e Graziano ibid. 7.

150.  

Meglio ne porti sovra il docil collo

L’esseda belga imposta.

Qui son tratto a ricordare la definizione degli odierni omnibus fatta col seguente verso onomatopeico:

Maxima rhedarum patet hic, patet hac, patet illac

Omnibus.

151.  «Il tribuno della plebe facevasi condurre nell’esseda.»

152.  

O l’onda azzurra colla pinta nave

Solcammo, o tratti dalla svelta rota

Dell’esseda noi fummo.

153.  

Carri e tregge e carrette e navi affrettansi

traduce Gargallo: ma come non si nominano Essede, pilente e petoriti?

154.  

Alle mule i petoriti già avvinti

Troverai pronti.

155.  

Le cornipede mule agili traggono

I petoriti a cui vennero avvinte.

156.  Plin. His. Nat. 34, 17, 48.

157.  Capit. V. pag. 200. Firenze, Chiari, 1845.

158.  

Breve era il proprio censo

Ricco il comun, nè portico

Privato ergeasi immenso, ecc.

Trad. Gargallo.

159.  Nemo cœlum cœlum putat, nemo Jovem pili facit. Petron. Satyricon c. 44.

160.  Juven. II. 149.

«Che vi sien mani e sotterranei regni

Pur non credono i bimbi, in fuor di quelli

Che non ancor si lavan nel catino.»

161.  In Agricola 4. 6.

162.  De Bello Gallico, VI. 17.

163.  Giornale degli Scavi, maggio, giugno 1869.

164.  Libro IV. Cap. IX.

165.  

«Ecco le quattro are:

Dafni, a te due, e due altari a Febo.»

Egloga V.

166.  Monuments inédits d’antiquité figurée, tav. XXVI. 2.

167.  Id. Lib. I. cap. VII.

168.  Nel Convito. Vedi anche l’epigramma XIII di Teocrito.

169.  

Mille per lei si dicono

Arti d’amor trovate,

Che prima in mezzo agli uomini

Vivevano ignorate.

170.  

Per tre notti continue

Gli spensierati cori,

Scelti fra tanto numero,

Coronati di fiori,

Correr vedresti lieti

Pe’ tuoi boschi e mirteti.

171.  Latinamente Calyptra, e quindi anche in italiano caliptra, essendo voce derivata dal greco, ed era, secondo Vesto, genere di abbigliamento muliebre, o più precisamente, come si vede in questa pittura, un velo o zendado.

172.  Vedi il precedente Capitolo VII.

173.  Giorn. Scavi di luglio e agosto 1869.

174.  Questioni Pompejane, p. 72.

175.  Das Templum, p. 207.

176.  Inscr. Neap. 2199.

177.  Pompeji Tom. I, p. 101.

178.  Marco Porcio figlio di Marco, Lucio Sestilio figlio di Lucio, Gneo Cornelio figlio di Gneo, Aulo Cornelio figlio di Aulo, quadrumviri, fecero erigere questo monumento per decreto dei decurioni.

179.  Lucio Sepunio Sandiliano figlio di Lucio, Marco Erennio Epidiano figlio di Aulo, duumviri di giustizia, fecero erigere a loro spesa questo monumento.

180.  «Marco Olconio Rufo duumviro di giustizia per la terza volta e Cajo Egnazio Postumo duumviro di giustizia per la terza volta, per decreto dei decurioni, ricomprarono per tremila sesterzi il diritto di chiudere le finestre ed ebbero cura di erigere un muro privato fino alle tegole pel collegio de’ Venerei corporati.» Di questi Venerei parlano altre iscrizioni pompeiane, e che poi si dicessero corpi e corporati se ne ha un esempio in Dimmaco, Lib. XI ep. 103. Coerarunt certo per curarunt. L’interpretazione surriferita, accettata pure dal De Mazois, non viene accettata dal Bréton, che nelle abbreviature COL . VEN . COR . invece di leggere COLLEGII . VENEREORVM . CORPORATORVM, crede non potersi leggere che così: COLONIE . VENERIÆ . CORNELIÆ, perchè, dice egli, la parola corporatio non potrebbesi tradurre per comunità, mentre significa corpulenza. Pompeja, pag. 59. Bréton però erra nel negare la significazione data dal Mazois e da altri alla parola corporatus. Se questo participio passivo del verbo corporare (ridurre in corpo) può significare formato di più sostanze, significa anche membro di un corpo morale, come venne anche adottata la parola corporazione in questo senso dalla lingua nostra. Veggasi poi all’uopo il Grutero, Inscript. 45, 8; 406, 5.

181.  Bull. Inst. 1866, p. 11, citato dal chiarissimo Brizio nel Giorn. Scavi, settembre e ottobre 1869.

182.  L’erario, la carcere e la curia si hanno a situare accanto al Foro; ma in modo tale che la grandezza loro sia proporzionata a quella del Foro. Traduz. Berardi, De Architectura. Lib. V. C. II.

183.  Descr. delle Rovine di Pompei, Napoli 1832, p. 135.

184.  «Spurio Turannio Proculo Gelliano figlio di Lucio nipote di Spurio, pronipote di Lucio della tribù Fabia, prefetto de’ Fabbri per la seconda volta, prefetto de’ curatori dell’alveo Tiberino, prefetto e propretore di giustizia nella città di Lavino, padre patrato del popolo di Laurento per segnar l’alleanza; secondo i libri sibillini, co’ pretori de’ sacri principii del popolo romano, de’ quiriti e del nome Latino che si conservavano presso la città di Laurento, Flamine, Diale, Marziale, Salio, Presule, Augure, Pontefice, Prefetto della Corte Getulia e tribuno militare della Legione X, cui fu dato il luogo per decreto dei decurioni.»

185.  V. Giusto Lipsio, De Milit. Roman. Lib. V.

186.  Non più speranza di libertà esiste se non nei principii de’ vostri accampamenti.

187.  Dione I, XL; e Valerio Massimo I, 3.

188.  Lib. 1. Eleg. 8. Così parmi tradurre:

O Nilo, o padre, oh, come posso io d’onde

Tu proceda narrar, e come e dove

Misterioso il capo tuo s’asconde?

Per te, la terra tua, s’anco non piove,

Dal ciel non fia che l’acque mai sospiri,

Nè l’erba chieda le rugiade a Giove.

T’inneggia e cole come onora Osiri

La strania gioventù, nè per te fia

Che Menfi il bove a ricercargli giri.

Osiri, il primo cui la man venìa

Componendo l’aratro industrïosa

E col ferro solcò la terra pia.

Ei pur fu primo ch’ebbe in grembo ascosa

Alla terra inesperta la semente

E colse ignote frutta ardimentosa.

E insegnò come a’ pali la recente

Vite si debba maritar, le frondi

Toglier soverchie coll’acciar tagliente.

Opra è di lui s’anco da’ piedi immondi

I tumefatti grappoli pigiati,

I sapor elargiron più giocondi.

Tanto licor la voce a’ modulati

Canti piegò e le membra ancor non use

Addestrò a’ moti armoniosi e grati.

Bacco per lui tutte le gioje infuse

In petto degli affranti agricoltori,

Ov’eran pria tolte le angosce chiuse,

Bacco sollievo degli afflitti cuori,

Ancor che invendicato il pie’ trascini

La sonante catena infra i dolori.

Non teco, Osiri, son tristi destini

E mesto volto; ma le danze e i canti

e i lievi amor’ t’allietano i cammini.

Son teco i fior più varii ed olezzanti,

E d’eriche la fronte redimita,

Le crocee palle[189] a’ brevi pie’ cascanti,

Le tirie vesti e il suon de la gradita

Tibia son teco e la leggiera cesta

Sola de’ tuoi mister sacri istruita.

Questa è la cesta misteriosa che si portava ne’ sacrificj d’Osiride, in memoria del cofano in cui fu chiuso da Tifone, il famoso Re egizio. «Quando Osiride, scrive Plutarco, fu di ritorno da’ suoi viaggi, Tifone gli tese insidia, avendo indotto nella sua trama altri settantadue uomini, senza tener conto di una regina d’Etiopia, che si chiamava Azo, partecipe e complice della congiura, ed avendo segretamente presa la misura del corpo di Osiride, fece fare un cofano della stessa lunghezza, maravigliosamente bello, quadrato e squisitamente lavorato, il quale ordinò recare nella sala in cui banchettava la brigata. Ognuno si compiacque ammirar sì bell’opera e stimarla, e Tifone fingendo celiare, disse darebbela volentieri a colui che il corpo avesse eguale alla misura di un tal cofano. Tutti della compagnia, l’un dopo l’altro, lo provarono, ma non fu trovato ben proporzionato, nè eguale ad alcuno. Finalmente Osiride vi entrò e s’adagiò, ed allora i congiurati accorrendo vi imposero il coperchio e assicurandolo con chiodi, vi sparsero sopra piombo fuso e portaronlo al fiume, gettandolo pel confluente del Nilo, che si chiama Janitico, dentro il mare; onde fino oggidì questa bocca è esecrabile agli Egizj e la chiamano abbominevole. De Iside et Osiride.»

189.  Palla chiamavasi una sopravveste lunga, ampia e fluente propria della donna onesta; eguale al peplo greco.

190.  Traduco io ancora:

Che fa, Delia, la tua Iside intanto,

Che fa per me? Che giova a me che l’arie

Abbi a stancar de’ sistri tuoi cotanto?

E ch’io rammenti le pietose e varie

Lustrazïoni e le frequenti offerte

E le tue notti caste e solitarie?

Vieni e m’aita, o Dea, corri solerte:

De’ tuoi templi le tavole votive

Le mie speranze di guarir fan certe.

191.  

Chi non sa che i Pittori Iside ingrassa?

192.  

Ecco il tristo anniversario

Per gli amanti e pei mariti:

Cinque e cinque notti Cinzia

Già passò fra i sacri riti.

Mal ne venga a quella Inachide,[193]

Che alle vaghe Ausonie donne

Queste infauste cerimonie

Da l’adusto Nil portonne.

Quella Dea, che spesso vedove

Degli amanti fa le piume,

Quella Dea qualunque siasi,

Sarà sempre un triste Nume.

Lib. II. Elegia XXXIII. Trad. di Michele Vismara.

193.  Io, figlia di Inaco, amata da Giove, convertita in giovenca e finalmente divenuta Iside.

194.  Annali II, 85. V. anche Giuseppe Antichità I, XVIII, c. 3.

195.  Decad. Imp. Rom. Vol. I, cap. II.

196.  

Da Meroe la sacra onda recava

Per ispargere d’Isi il tempio...

197.  Histoire pittoresque des Réligions. T. II, p. 185. Paris, Pagnerre 1845.

198.  Vedi anche Macrobius: Saturnaliorum lib. I. cap. 20, 21; e l’opera Des Divinités Egyptiennes. Paris, Lacroix, 1866, p. 161, e Dupuis, Origines de tous les cultes, T. III. p. 218 in cui si danno eguali spiegazioni — In Plutarco De Iside et Osiride.

199.  Epig. lib XII. 29.

Coi lini e i sistri involasi

Lo schiomato drappel

Se Ermogene si accosta al sacro ostel.

Trad. Magenta.

Come la Dea linigera ricordata da Ovidio nel l. delle Metamorfosi (v. 747) significava Iside; così linigeri venivan detti certi suoi preti, che andavano a capo raso, onde Marziale li chiamò calvi, e nudi fino alla vita o coperti da indi in giù di una lunga sottana di lino. V. anche Giovenale, Sat. VI, 533.

200.  Sveton., in Claudium.

201.  Collana degli antichi storici greci volgarizzati. Erodoto è tradotto dal corcirese Andrea Mustoxidi. Lib. II, p. 300.

202.  Il Mazzoldi nelle sue Origini Italiche provò con isplendida erudizione che il culto d’Iside è d’origine italica. Vol. II.

203.  Cap. XIV.

204.  

D’Iside profanavi, io ben rammento,

Il delubro, d’Ausidio assai più empio,

Testè e di Ganimede il monumento.

E della Buona Dea l’asilo e il tempio

Profanavi di Cerere (e in qual loco

Non faria donna del pudor suo scempio?).

Mia traduzione.

205.  «Numerio Popidio Celsino figlio di Numerio restituì dalle fondamenta col suo denaro il tempio d’Iside dal tremuoto rovinato. I Decurioni per si fatta liberalità, essendo egli d’anni sessanta, lo ascrissero graziosamente nel loro numero.»

206.  «Lucio Cecilio Febo pose, concedendone il luogo i Decurioni.»

207.  Lettisterni, letti triclinari su cui ponevansi le statue degli Dei, a’ quali in data cerimonia religiosa, offerivasi sontuoso banchetto.

Patere eran vasi usati a contenere il vino con cui era fatta una libazione, versandolo dalla patera sulla testa della vittima o sull’ara. Le qualità comuni eran di argilla, le più preziose di bronzo, d’argento ed altresì d’oro, sommamente e squisitamente ornate; talora con manico, più spesso liscie.

Lebeti, vasi profondi a ventre pieno e rigonfio, (Ovidio Metamorfosi, XII. 243) di bronzo e di metalli preziosi e destinati ad esser tenuti sotto le mani o i piedi per raccogliere l’acqua lustrale che un domestico versava sopra essi da un boccale, gutturnium, prima e dopo il pasto.

Accerre, come i turiboli, erano incensieri. Orazio ne fa cenno nel libro III delle Odi, Ode ottava, a Mecenate.

Prefericoli. Secondo Festo, eran vasi di metallo senza manico e largamente aperti di sopra, atti a tenere i sacri utensili portati in processione in certe solennità religiose.

Simpuli. Ramajoli, o chiccherine con lungo manico, adoperati nei sagrifizj a prendere il vino in piccole quantità da qualche vaso, per libazioni.

Mallei. Grossi magli di legno, di cui servivansi i beccai e i popi nei sagrifizj per atterrare il bue prima che il cultrarius gli tagliasse la gola.

Secespiti. Sorta di coltelli pei sagrifizi con una gran lama di ferro aguzza e manico rotondo.

Cultri. Coltelli di cui servivasi il cultrarius, o ministro del sacerdote, che ammazzava la vittima.

Litui eran le verghe degli Auguri curve in cima, come a un di presso i pastorali dei vescovi cattolici, che ne tolsero il modello dalla pagana liturgia.

Crotali. Specie di strumento musicale particolarmente adoperato nel culto d’Iside e Cibele per accompagnarsi alle danze religiose. Si componevano di due canne fesse pel mezzo o di due pezzi di legno o di due metalli incavati congiunti con un manico diritto. Se ne teneva uno per mano e se ne battevano i due pezzi come le nacchere spagnuole o castagnette napoletane.

Aspergilli. Parola non dell’antichità, ma degli antiquari, ad indicare gli aspersorj per le purificazioni, massime avanti i sagrificj agli Dei infernali (Cic. Leg. II. 10; Ovid. Fast. v. 679; Virg. Æneid. IV. 635) — Vedi Dizion. delle Antichità Greche e Romane di Antony Rich. Milano 1869.

208.  Così traduco:

De’ sistri suona

La nilotica riva e la zampogna

Egizia guida i farii salti, ed Api

Colle corna dimesse intanto mugge.

Pharos, onde forse si appellarono e quelle sacre danze e i cori dei sacerdoti e delle sacerdotesse della egizia Dea, è il nome di un’isola poco lungi dalla città di Alessandria.