Centum lanigeras mactabat rite bidentes[229]
Bidens jacentem in fovea prospexit lupum[230]
Tentare multa cæde bidentium Deos[231]
Stando pertanto alla definizione di Festo, tutti i templi minori sacri a qualsiasi divinità, nel cui mezzo fosse un’ara acconcia al sacrificio de’ bidenti, dicevansi bidentali.
Del monumento di cui ora m’intrattengo, così Carlo Rosini, nella sua Dissertatio Isagogica, già da me citata altrove, rende conto: habet figuram bidentalis Pompejis effossi, quod puteal medium, et templum rotundum octo columnarum sine tecto, sed epystilio tantum ornatum habebat, cum inscriptione oscis litteris exarata, quæ latine ita sonat: Nitrebes ter Meddix tuticus septo conclusit[232].
Non è poi inopportuno osservare, — a meglio far ritenere sacro questo greco tempio ad Ercole, come dio minore, e non a Nettuno ch’era fra gli Dei Consenti o maggiori, — che i sacerdoti che sagrificavano i bidenti si dicevano sacerdotes bidentales, ed eran quelli che dediti ad Ercole e forse agli altri Semoni, Dei Minori, avevano in cura i templi di minor levatura, chiamati bidentali[233].
Il monumento pompejano in questione costituivasi adunque d’un puteale circondato d’un bidentale in forma di tempio monoptero.
Avverrà poi che si trovi nelle opere de’ romani scrittori scambiata la parola puteale perfino per tribunale, leggendosi anzi in Orazio:
Ante secundam
Roscius orabat sibi adesses ad puteal cras[234].
Di ciò fu causa che il più antico puteale costruito nel Foro di Roma nell’anno 559 di sua fondazione dal pretore Sempronio Libone; questi avendo stabilito il proprio tribunale presso tale monumento, divenne codesto il punto di riunione degli oratori, ed avendone i suoi successori imitato l’esempio, puteale divenne ben presto sinonimo di tribunale.
È curioso che anche nella mia Milano, ne’ tempi scorsi e fino al nostro secolo, si avessero a raccogliere intorno al Pozzo di Piazza Mercanti legulei e faccendieri legali, a trattazione d’affari ed a ricevimento di volgari clienti, sì che avesse poi ad invalere nel comune linguaggio l’ingiuria a cattivo o tristo avvocato di chiamarlo avvocato del pozzo. Oggi invece il nostro Pozzo di Piazza Mercanti è modesto convegno de’ poveri fattorini di piazza.
Nella Via delle Tombe, per la quale ci metteremo in ultimo, ci avverrà di trovare un altare sepolcrale, scoperto nel 1812, fatto di tavole di travertino quadrangolari di bello ed elegante lavoro, eretto, secondo l’iscrizione ripetuta da due parti, in memoria di Marco Allejo Lucio Libella padre, duumviro, prefetto e censore, e di Marco Allejo Libella figlio, decurione, morto a diciassette anni, dalla pietà di Alleja Decimilla figliuola di Marco e sposa del primo. Costei è in detta iscrizione indicata Sacerdos Publica Cereris (publica sacerdotessa di Cerere).
Sulle pareti esterne della Basilica, che più innanzi visiteremo, e che eran ricoperte di stucco, sulle quali vennero dipinte capricciose rappresentazioni architettoniche, si lessero parecchie iscrizioni, o fatte col pennello o graffite, d’ogni natura e colore, di cui taluna già riferii parlando delle Vie e fra le stesse mi richiamò la speciale attenzione codesta:
. . . . AQVIAMI QVARTA SACERDOS CERERIS PVBL.
Dalle quali due iscrizioni, che ci fanno fare la conoscenza di Quarta e Decimilla sacerdotesse di Cerere, e forse anche dalle altre due iscrizioni che si leggono sul mausoleo di Mamia e sul cippo di Istacidia, indicate soltanto come pubbliche sacerdotesse (sacerdos publica) e lo erano per avventura entrambe della suddetta medesima divinità, ci è dato inferire esservi stato in Pompei un tempio sacro a Cerere, la dea che insegnò agli uomini l’arte di coltivare la terra, di seminare le biade, di raccogliere le messi e fabbricare il pane. La Campania, così frugifera, non poteva di certo non erigerle templi ed altari. — Sorella a Giove, l’incestuoso dio ebbe da lei Proserpina, la quale mentre coglieva fiori in Sicilia, venne rapita da Plutone che la trasse nel suo regno inferno. Claudiano, di questo Ratto, ordì un vago poemetto, egregiamente voltato in versi italiani da quel valente che è l’abate Giuseppe Brambilla da Como; e quali poi per esso rapimento fossero gli spasimi della madre, venne pittorescamente così espresso dall’Ariosto nel suo Orlando:
Cerere poi, che dalla madre Idea
Tornando in fretta alla solinga valle,
Là dove calca la montagna Etnea
Al fulminato Encelado le spalle,
La figlia non trovò dove l’avea
Lasciata fuor d’ogni segnato calle,
Fatto ch’ebbe alle guance, al petto, ai crini
E agli occhi danno, alfin svelse due pini;
E nel fuoco gli accese di Vulcano,
E diè lor non poter esser mai spenti,
E portandosi questi uno per mano
Sul carro che tiravan dui serpenti,
Cercò le selve, i campi, il monte, il piano,
Le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti,
La terra e il mare; e poi che tutto il mondo
Cercò di sopra, andò al Tartareo fondo[235].
È noto il resto della favola che fece Proserpina, sposa al sire del tartareo regno.
Restò per tutto ciò sacra a Cerere la Sicilia specialmente, dove que’ fatti s’erano compiuti e dove le furono istituite feste. Roma l’ebbe pure in reverenza sotto i nomi di Vesta dapprima, quindi della Bona Dea. Nella festa principale che le si faceva a’ diciannove d’aprile in suo onore e dicevasi cereale, celebravansi i suoi misteri nella casa del Console, cui non intervenivano che le donne, pena la morte agli uomini che introducendovisi li avessero profanati di loro presenza, ed eran preceduti da otto giorni d’astinenza e di castità, ciò che veniva detto essere in casto Cereris. — Non v’ha a questo proposito chi non rammenti, letto che abbia le arringhe di Cicerone, quanto scandalo e scalpore avesse menato e di quanta calamità fosse origine la profanazione di que’ misteri fatta da Publio Clodio, che mentite le spoglie femminili, si introdusse nella casa di Cesare, ove essi celebravansi, per amoreggiarne la moglie Pompea, altrimenti troppo vigilata. Scoperto, rumore, come dissi, ne venne per tutta Roma grandissimo. Cesare, comunque lusingato dagli amici che Pompea non gli fosse stata infedele, ripudiavala, allegando la moglie di Cesare non dover pur essere sospettata. Cicerone stesso che ne avea fatto un capo grosso che mai il maggiore, raccolse odj implacabili, ond’ebbe poi da Clodio adeguate al suolo e casa e ville ed esilio dall’Italia, da cui richiamavalo poscia Pompeo, e finalmente ricercato a morte da Antonio, per istigazione di Fulvia sua moglie, vi perdeva la vita per mano di sicarj; riempita poi tutta quanta la città di disordini e stragi.
Nel linguaggio del Lazio, Cerere pigliavasi metaforicamente pel pane, come Bacco pel vino, onde in Terenzio si legga:
Sine Cerere et Baccho friget Venus[236].
Ma finora questo tempio di Cerere, ch’io presuppongo essere stato in Pompei per quelle due iscrizioni che ho accennato, è un desiderio soltanto che i futuri scavi saranno per soddisfare; quando accogliere non si voglia la mia conghiettura che forse ai riti di Cerere non servisse il Calcidico, o edificio di Eumachia, del quale verrò ampiamente parlando nel Capitolo che tratterà appunto del Calcidico, esaminando pur le diverse altre opinioni. Perocchè se calcidica chiamò Stazio la corona con cui nelle sacre cerimonie o ludi di Cerere, che celebravansi in Napoli, solevansi cingere gli adepti; nulla di più probabile che nel Calcidico di Pompei, città campana, come Napoli, si celebrassero i sacri riti di Cerere e ne fosse anzi il Calcidico il tempio che noi cerchiamo. Eccone i versi:
Hei mihi quod tantum patrias ego vertice frondes
Solaque Chalcidicæ Cerealia dona coronæ
Te sub teste tuli[237].
D’altra parte Eumachia, colei che a propria spesa erigeva il Calcidico, non era essa pubblica sacerdotessa? Tale la indica l’iscrizione seguente che fu letta sull’architrave di marmo della facciata principale di questo edificio, scolpita in bei caratteri onciali:
EVMACHIA L. F. SACERD. PVB. NOMINE SVO
ET M. NVMISTRI FRONTONIS FILI. CHALCIDICVM CRIPTAM PORTICVS
CONCORDIÆ AVGVSTÆ PIETATI SVA PEQVNIA
FECIT EADEMQVE DICAVIT[238].
Vero è che in questa iscrizione non è indicata che come sacerdotessa, senza dirla addetta al culto di Cerere, al par di Mamia e di Istacidia summentovate; ma per le suddette cose, l’idea del Calcidico la farebbe ritenere piuttosto sacerdotessa di Cerere che d’altra divinità.
Se poi si pon mente che Arnobio, apologista della religione cristiana che scriveva nei primi anni del quarto secolo, ha questo passo: «Vorrei vedere i vostri dei e le vostre dee alla rinfusa nei vostri grandi Calcidici ed in questi palagi del cielo»; credo che la mia conghiettura resti meglio avvalorata, poichè i calcidici ove sono gli dei e i palagi del cielo, non possano altrimenti spiegarsi che coll’idea dei templi.
Un ultimo argomento mi si conceda, e questo desunto da qualche particolarità della struttura dell’edificio, ad appoggio di questa mia nuova supposizione.
Nell’impluvium di esso si sono vedute delle vasche, ed han lasciato supporre l’esistenza di sacerdoti addetti ad esso, forse per purificazioni od altri riti religiosi, e allora non è egli naturale argomentare la presenza di un tempio? — Al dottissimo Fiorelli e ai suoi egregi discepoli lo studio e la risoluzione dell’archeologico quesito che lor propongo in queste pagine.
Ad ogni modo io di tal tempio a Cerere consacrato doveva far cenno in questo capitolo: forse chi sa non ritorni non affatto inopportuno fra qualche tempo a concretar alcuna migliore idea sulla scoperta d’altro delubro, e fors’anco di qualche simulacro, a questa divinità consacrato.
Detto dei templi pompejani, a fornire l’intero quadro religioso, dovrei dire qualche parola di quell’altro nume derivato da Grecia, a cui alcuni pretesero dedicato uno dei templi che abbiamo insieme visitato e che infatti in Pompei si vede spesso ritratto o sui freschi delle domestiche pareti, o sugli utensili, o altrimenti in parecchi luoghi publici; intendo dire di Priapo,
Il barbuto guardian degli orti ameni,
come lo appella l’Alamanni.
Se nei mille oggetti trovati in Pompei, se nei tanti preziosi gingilli pur di dame pompejane, è perfino assai spesso riprodotto sotto forme itifalliche e nei più ridicoli modi, perocchè lo si trovi ben anco alato, trafitto da frecce e va discorrendo, e se di dice che presso i Romani la sua immagine e gli attributi suoi, ch’erano gli organi della generazione, si sospendessero al collo delle donne e de’ fanciulli, e impunemente si veggano tuttora in qualche taberna di Pompei eretti a segno di buon augurio; nondimeno non si ha finora prova inconcussa che l’osceno dio avesse tempio in questa città. Noterò per altro che questo di dar forma itifallica o priapica a molti oggetti e perfino a stoviglie ed a vasi a bevere, e di fabbricar frequenti priapi, non fosse uso pompejano unicamente, ma del tempo e massime di Roma, e vi ha certo riferimento non dubbio il principio della Satira VIII del Libro I. di Orazio:
Olim truncus eram ficulnus, inutile lignum;
Cum faber, incertus, scamnum faceretne Priapum,
Maluit esse Deum. Deus inde ego furum, ariumque
Maxima formido[239].
Passo quindi oltre, e appena faccio un cenno del pari degli Dei Lari Compitali o de’ Crocicchi,
qui compita servant
Et vigilant nostra semper in urbe Lares[240],
gli altari dei quali vedevansi per appunto sugli angoli de’ viottoli cittadini; e dei Lari della campagna chiamati perciò rurales[241], non che degli Dei Penati, protettori del domestico focolare, che avevano fra le domestiche pareti sacelli (lararium) e sagrificj; ma de’ primi ho toccato alcun poco eziandio parlando delle vie; de’ secondi accadrà di dire qualche parola ancora nel Capitolo delle Case.
Gli scavi di Pompei non misero, ch’io mi sappia, in luce oggetto alcuno che ne possa condurre a ritenere irrecusabilmente introdotta già la religione di Cristo all’epoca di sua distruzione. Tutto, per altro, ne porta a ritenere che già vi fossero neofiti, come ve n’erano nella vicina Neapoli, che altra delle dodici città campane, ebbe sempre comune le sorti con Capua e colle altre città sorelle.
Sappiam dagli storici come gli Ebrei dopo la conquista de’ Romani nell’Asia si fossero, al par degli altri popoli, diffusi nel restante dell’orbe romano e tenuti molto più nell’Urbe; sappiamo egualmente che anche i Cristiani esercitassero in segreto nelle catacombe i loro sacri misteri e facessero opera di propagazione; Nerone gli aveva accusati perfino d’essere gli autori dell’incendio ch’egli aveva fatto appiccare alla città.
Giovenale confondeva per avventura insieme ebrei e cristiani in questi versi della Satira XIV che piacemi recare; perocchè e pel medesimo Dio che costoro adoravano e per molti medesimi riti e per la poca profonda conoscenza che si aveva generalmente di essi, questi da quelli si dicevano originati e nell’apprezzamento si confondevano facilmente insieme:
Quidam sortiti metuentem sabbata patrem,
Nil præter nubes et cœli numen adorant,
Nec distare putant humana carne suillam
Qua pater abstinuit; mox et præputia ponunt,
Romanas autem soliti contemnere leges,
Judaicum ediscunt et servant ac metuunt jus,
Tradidit arcano quodcunque volumine Moses,
Non monstrare vias, eadem nisi sacra colenti,
Quæsitum ad fontem solos deducere verpos.
Sed pater in causa, cui septima quaque fuit lux
Ignava, et partem vitæ non alligit ullam[242]
Disprezzo delle leggi romane ed odio per le altre genti erano infatti accuse date agli ebrei ed anche a’ primi cristiani, imputati questi ultimi perfino di sagrificare e mangiare bambini nelle loro agapi; comunque non occorra qui di provare accadesse proprio allora perfettamente il contrario, troppo nota la carità di que’ primi seguaci del Cristo.
Ecco ora come la nuova fede del Nazareno venisse nella Campania introdotta, stando almeno alla tradizione, che da taluni critici per altro, i quali la sanno tutta quanta, si vorrebbe infirmare.
«La maggior gloria dell’inclita e nobilissima città di Napoli, scrive Gaetano Moroni nel suo Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica, è di aver ricevuta la fede cristiana dallo stesso principe degli Apostoli e primo Sommo Pontefice San Pietro, il quale partito d’Antiochia per portarsi in Roma a fondare la sua sede, passò per Napoli, ove trovata Candida inferma, si informò da essa della religione e costumi de’ napoletani, la guarì dal suo male, ed istruendola ne’ misteri della religione cristiana, la battezzò. La pia donna chiese a San Pietro lo stesso benefizio a pro del suo parente Aspreno, anche infermo, al quale l’apostolo gliela impartì, inviandogli il suo bastone, che tuttora è alla cattedrale; e portatosi Aspreno da San Pietro fu da esso guarito, battezzato e consacrato sacerdote e vescovo della città; e ricevuto il prezioso deposito della fede, imitando il suo maestro che nell’anno 44 giunse in Roma, istruì il gregge a sè affidato e verso l’anno 79 passò nel cielo. Vuolsi che ne fosse successore S. Patrona, uno de’ settantadue discepoli»[243].
Stando a tal tradizione, condita al solito da puerilità e miracoli, il primo vescovo Aspreno sarebbe morto l’anno stesso della eruzione vesuviana che seppellì Pompei.
Bulwer, accogliendo egualmente la credenza che in Pompei fosse già entrata la luce dell’Evangelo, vi immaginò l’interessante episodio di Olinto e la conversione di Apecide, fratello di Jone, la protagonista del suo romanzo, alla divina religione di Cristo; ed altrettanto sembrò opinare nel suo bel libro intorno a Pompei il già per me lodato C. Augusto Vecchi; nè io poi mi so addurre argomenti che ripugnar possano alla pietosa sentenza di questi due valentuomini ed egregi scrittori.
Chi può dire che ne’ quartieri che ancor rimangono a disotterrare di Pompei, non si abbia a discoprire qualche cosa la qual confermi una tale supposizione? La parte ancor non nota è quella che doveva essere abitata dalle classi più povere; e tra i più poveri e nelle menti men colte metteasi d’ordinario più prestamente la luce delle evangeliche dottrine.
All’avvenire pertanto è riserbato ben anco lo sciogliere una tale questione, che finor non ripugna ammettersi del modo che ho detto.