209. Numerio Popidio Ampliato, padre, a sua spesa.
210. «Numerio Popidio Celsino — Numerio Popidio Ampliato — Cornelia Celsa.»
211. Napoli e Contorni. Pag. 360.
212. Vedi Cap. II. pag. 47.
213. Amm. Marcell. Lib. 22.
214. Dizion. della Mitologia di tutti i Popoli, alla voce Esculapio.
215. Questioni Pompejane, p. 74.
216. Corp. inscrip. regni Neapol. N. 2189.
217. Romolo figlio di Marte fondò la città di Roma e regnò trentott’anni. Il primo egli de’ Capitani, uccise il capitano de’ nemici Acrone re de’ Ceninesi, ne consacrò le opime spoglie a Giove Feretrio, ed ammesso nel novero dei numi, venne chiamato Quirino.
218. Pompeii, p. 115.
219. Pompeii, p. 117.
220. Poesie di Alessandro Guidi, La Fortuna. Milano 1827.
221. «Marco Tullio, figlio di Marco, duumviro incaricato della giustizia, eletto tre volte quinquennale, augure, tribuno de’ militi, eletto dal popolo, eresse sul proprio suolo e con proprio denaro il tempio alla Fortuna Augusta.»
222. Pompeii I. 95.
223. «Area privata di Marco Tullio figlio di Marco.»
224. «Agatemero di Vezio, Soave di Cesia Prima, Poto di Numitore, Antero di Lacutulano Ministri primi dell’augusta Fortuna, per comando di Marco Stajo Rufo e Gneo Melisseo duumviri e giudici, essendo consoli Publio Silio e Lucio Volusio Saturnale.»
225. «Essendo consoli Tauro Statilio, Tito Platilio Eliano, Lucio Stazio Fausto, invece della statua che secondo la legge dei Ministri della Fortuna Augusta doveva porre per decisione emessa sulla relazione del Questore Quinto Pompeo Ametisio, decretarono che due basi marmoree venissero collocate in luogo della statua.» Nel testo le parole ministorum, basis, marmorias, poniret in luogo di ministrorum, bases, marmoreas, ponere, devonsi evidentemente attribuire alla ignoranza dell’artefice che le ha scolpite.
226. Tacito Annales, 1, 15 e 54. V. anche Reines Inscr. 1, 12.
227. Petronio, Satyricon 30, 2. Orelli, Inscript. 3959.
228. Pag. 43.
229. Virgil. Æneid. XII. 170:
«Cento abbatteva ben lanute agnelle (bidenti).»
230. Phædr. 1. 17:
«Una pecora (bidente) vide entro una fossa
Giacente un lupo.»
231. Hor. III. Od. 23. 14. Poichè il Gargallo, a questo passo non traduce, ma perifrasa, mi sostituisco a lui:
«Con sagrificj di ben molte agnelle (bidenti)
Placare i Numi.»
232. Tab. 19 e 20. «Evvi in Pompei figura di un bidentale scavato, perchè il puteale aveva un tempio rotondo di otto colonne senza tetto, ornato del solo epistilio, con iscrizione scolpita in caratteri osci, che suona latinamente così: Nitrebes ter meddixtuticus septo conclusit, cioè: Nitrebio tre volte Meddixtuticus chiuse con questo recinto.» Il Meddixtuticus era il supremo magistrato di Pompei, e lo aveva ogni città della Campania. La parola è d’origine osca composta dalle due voci meddix, giudice, curatore, imperante, e tuticus, magno, sommo. Ennio così ricorda il Meddix:
Summus ibi capitur Meddix, occiditur alter.
Tito Livio nel lib. 22 delle sue Storie, c. 19, rammenta Cneo Magio di Atella come Meddixtuticus in quelle parole: Præerat Statius Metius, missus ab Cn. Magio Atellano, qui eo anno meddixtuticus erat; e altrove lo stesso storico (lib. 26, c. 6) fa menzione di Seppio Lesio che copriva la stessa carica: Meddixtuticus, qui summus magistratus apud Campanos est, eo anno Seppius Lesius erat. Siccome poi il Rosini nella sua Dissertatio Isagogica (pag. 38), riferisce un’iscrizione ercolanese in cui son nominati L. Labeo, L. Aquilius meddixtuticus etc.; così ne trae argomento ad opinare che fosse cotesto un gemino magistrato, di cui uno avesse alternamente il comando in tempo di guerra, come i consoli in Roma. Vedi anche Lanzi: Saggi di lingua etrusca. Tom. 2, pag. 609.
233. Forcellini, Totius Latinitatis Lexicon. Voc. Bidentalis. Cita a prova due iscrizioni edite dal Grutero.
234. Satyra 6 del Lib. II.
In tribunal ti prega
Roscio, pria delle due, trovarti seco
Per domani.
Trad. Gargallo.
Per conservare il carattere storico, il traduttore avrebbe dovuto dire puteale invece di tribunale.
235. Orlando Furioso, c. XII. st. 1 e 2.
236.
«Senza Cerere e Bacco si raffredda Venere.»
Eun. act. 4, sc. 5, v. 6.
237.
Misero me che sol le patrie frondi
Sotto il tuo sguardo ottenni e il cereale
Del calcidico serto ambito dono,
Lib. V, 4, 226. Epicedion in Patrem.
Giovanni Veenhusen a questi versi appone una nota latina, che al par di essi traduco: «Aristide in Eleus scrive, essere stata la prima gara ginnica inventata da Eleusi, della quale erano biade il premio al vincitore. Egualmente opinar si può de’ premj riportati da Stazio nel certame napoletano, che fossero della eguale natura; se non ami piuttosto credere che accenni ai ludi di Cerere istituiti in Napoli e dei quali pur tocca nella selva a Menecrate.» (Libro IV delle Selve, Selva 8, 50.)
238. Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa pubblica, in nome suo e di Marco Numistro Frontone, ha eretti a propria spesa e dedicato alla Concordia e alla Pietà Augusta un Calcidico, una Cripta e de’ Portici.
239.
Fui già pedal di fico, inutil legno,
Quando tra il farne un scanno od un Priapo,
Dubbioso il fabbro, è meglio, disse, un Dio.
Eccomi dunque Dio, di ladri e uccelli
Altissimo terror.
Trad. di Gargallo.
240.
..... i Lari a noi guardano ognora
Le anguste vie, del nostro aver custodi.
Ovid. Fast. Lib. II.
241. Vedi Svetonio, Aug. 31; Plauto, Mercat. v. 2, 24; Tibullo I, 1, 20 e 10, 15.
242. Reco nella nostra lingua:
Taluni usciti da parente, esatto
Osservator del sabato, non altro
Adoran che le nubi e il firmamento
E tra l’umana e la suina carne,
Da cui s’astenne il genitor, non fanno
Divario alcun, ben presto circoncisi.
Usi poi nello spregio aver di Roma
Le leggi, apprendon il giudaico dritto
E quanto ad essi nel volume arcano
Lasciò Mosè, religïosamente
Osservano. Non essi al vïandante
Che il suo Dio non adora, additeranno
Il cammin, nè all’infuor del circonciso
La ricercata fonte; e n’è ragione
Che nel settimo giorno il padre loro
Nello sciopro si tenne e negli offici
Della vita non ebbe alcuna parte.
243. Vol. XLVII. p. 206. Venezia. Tip. Emiliana, 1818.
244. Veglie Storiche di Famiglia. Milano, 1869. Vol. I, p. 16.
245.
Della città la parte è qui che il nome
Prende del bove.
246.
I Portator’ di simboli nel foro
S’adunano pescario.
247. Lib. VII. Così traduce Magenta:
Qualunque cosa d’Ombria a te conduce,
O d’Etruria il castaldo o il tusculano,
O quel tre miglia da costì lontano,
Tutto ciò la Subura a me produce.
248.
Di Cesare son questi i fori, ei disse,
Questa è la via che dai sacrati luoghi
Assume il nome.
Tristium, Lib. III.
249. «Singolare ne sarebbe dovunque la struttura e maravigliosa anche per consenso degli Dei».
250.
Poi mi getto a dormir senza pensiere
Di dovermi levar insiem col sole,
E Marsia riveder.
Trad. Gargallo.
251. Tien nel gran foro i consacrati templi. Lib. III.
252. «Se ciò approvate, andatevene, o Quiriti. — Procedete al suffragio, col favore degli Dei, ed ordinate voi quello che i padri sancirono.»
253. De Architectura, lib. 1, c. 7.
254. V. Popidio figlio d’Epidio Questore ha fatto costruire i portici.
255. Lib. V. c. 1 e 2.
256. Pompei descritta da Carlo Bonucci: Foro Civile.
257. Lo squarcio che reco è la traduzione della traduzione francese dell’opera del Bonucci, perchè io non potei avere che questa. Quando l’Italia era sbocconcellata, i libri che si publicavano in Napoli era difficile che pervenissero alle nostre biblioteche di Lombardia e viceversa.
258. A Marco Lucrezio Decidiano Rufo duumviro, tre volte quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri, Marco Pilonio Rufo.
259. A Marco Lucrezio Decidiano Rufo, duumviro, tre volte quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri, per decreto de’ Decurioni, eretto dopo la morte.
260. A Quinto Sallustio figlio di Publio, duumviro, incaricato della giustizia, quinquennale, patrono delle Colonie, per decreto de’ Decurioni.
261. A Cajo Cuspio Pansa figlio di Cajo, duumviro incaricato della giustizia, quattro volte quinquennale, per decreto de’ decurioni, col danaro publico.
262. A Cajo Cuspio Pansa, pontefice, duumviro, incaricato della giustizia, per decreto de’ decurioni eretto con denaro publico.
263. «Scrive Rutilio avere i Romani istituito le nundine, perchè per otto giorni i contadini dessero opera a’ lavori de’ campi, nel nono poi interrottili venissero a Roma pel mercato e per ricevervi le leggi e riportassero con maggior concorso di popolo gli sciti e consulti (voti popolari), i quali, proposti per diciasette giorni, facilmente si potevano da tutti conoscere.»
264. «A Marco Claudio Marcello figlio di Marco patrono.»
265. Lib. VII c. 70.
266. Così parmi di dover tradurre:
«Possano i Numi esterminar chi primo
L’ore inventò, chi primo in questa nostra
Città poneva un quadrante solare!
Lo sciagurato m’ha per mio malanno
Tagliato a pezzi il giorno! Oh! non avevo
Ne’ miei giorni d’infanzia altro orologio
Che lo stomaco mio, ed era quello
Il migliore, il più esatto ad avvertirmi,
A men che nulla da mangiar vi fosse.
Ora, quantunque la cucina piena,
Non si serve la tavola che quando
Al sol talenta, e di tal guisa avviene
Che dall’istante in cui la città intera
Da’ quadranti solar’ venne segnata,
Quasi tutta la gente non si vegga
Che scarna trascinarsi ed affamata.»
267. I. Sylv. I. 29.
Quivi i Giulii delubri venerati,
Del belligero Paolo indi la reggia
Sublime.
268. Satyra IV. Lib. I.
Del foro
Nel bel mezzo, e nel bagno (in chiuso luogo
S’ode più grata risonar la voce)
Recitan molti i loro scritti.
Trad. Gargallo.
269. Satyra III. Lib. I.
Ecco a tutti i cantor vizio comune;
Pregati, non c’è capo che s’inducano
A cantar tra gli amici: non pregati,
Non la finiscon mai.
Id. ibd.
270. Æneid. Lib. VIII:
E come pria cader vedrai le stelle,
Porgi solennemente a la gran Giuno
Preghiere e voti.
Trad. del Caro.
271.
Convien pregar perchè la mente sia
Sana nel corpo sano.
272. «La miglior parte di ciascun giorno sono le sette delle prime, non delle ultime ore del giorno.» Lib. I.
273.
Poichè del dì la miglior parte è scorsa,
Quel che avanza cercate allegramente
Di ben esercitar le vostre membra.
274. Satyra V Lib. I. Sermonum:
Al giuoco Mecenate,
A letto andiam Virgilio ed io; chè il giuoco
De la palla a’ cisposi e agli indigesti
Certo non fa buon pro.
Trad. Gargallo.
275. Specie di lettiga, o palanchino, portato da due muli, uno davanti, l’altro di dietro, ad uso più specialmente delle donne.
276. Quando si annunzia l’ora del bagno, cioè la nona nel verno, e la ottava nella state. Plinio Lib. III. Epist. I.
277.
Con i clienti ei dissipa
La prima e second’ora mattutina;
L’altra ai rauci causidici destina.
Sino alla quinta s’occupa
In varie cure; alla quiete è data
La sesta; ogni opra a settima è cessata.
L’ottava della nitida
Palestra basta agli esercizii e sprona,
Gli eccelsi letti a premere la nona.[278]
Alta, Eufemo, è la decima
Ora a’ miei libri, quando per tua cura
Le dapi eterne al ventre suo misura.
Epig. Lib. IV. 8. Trad. Magenta.
278. I letti del triclinio sui quali i Romani sedevano a mensa. Nel capitolo che tratterà delle Case ne parleremo.
279. «Imperocchè quivi erano e i mercati delle merci e le trattative dei contratti, le proposte delle nozze e le pratiche delle transazioni.»
280. «Paolo, Maria, Pietro, Lorenzo e Giovanni tengono nella città il nome di patriarcato.»
281.
Nefasto è allor che taccionsi i tre stili
Del pronunziare[283]; e quello è giorno fasto,
In cui lice trattar cause civili.
Nè creder già che il giorno quanto è vasto
Sua ragion serbi: talor fasto fia
La sera quel che al mattin fu nefasto.
Che quando fatto il sagrificio sia,
Può di tutto parlarsi; e al pronunziare
Si apre al nobil pretor libera via.
Trad. di G. B. Bianchi.
282.
Quando grida il Liburno: olà correte,
Egli già siede.
283. I tre stili, tria verba, sono le tre seguenti formule del pretore: Do, Dico, Addico; ed ecco, secondo il Sigonio, il significato di queste parole: «Il Pretore dicebat ex. gr. aliquem liberum esse. Addicebat v. g. ad un’altra famiglia come nell’adozione. Dabat, ex. g. il possesso dei beni, o i giudici, poichè il Pretore era cosa straordinaria che facesse da giudice.»
284.
Nembo d’altre faccende al capo, a’ fianchi
Ecco assalirmi. «In tribunal ti prega
Roscio pria delle due trovarti seco
Per domani.» I notai, Quinto, per oggi
Preganti di tornar: l’affar rammenta
Ch’è di tutto il collegio: è grande, è nuovo.
Fa che Mecena a queste tavolette
Ponga il suggel. Mi proverò; le dici,
Replica, insiste — «Purchè il vogli, il puoi.
Trad. Gargallo.
285.
Fugge intanto il ribaldo, e me abbandona
Sotto il coltel. Quand’ecco l’avversario
Gli vien tra’ piedi e — O tu svergognatissimo
Dove? dove? gli introna ad alta voce.
E a me — Mi faresti tu da testimonio?
Allor subito subito l’orecchio
Gli presento, strascinalo in giudizio;
Di qua, di là rumor.
Trad. Gargallo.
286. Se scientemente sbaglio, allora Giove mi respinga, salva però sempre la città, dai buoni, come io getto questa pietra.
287.
«Ai Triumviri andrò e i vostri nomi
Denunzierò.»
Asinar. I. 2. 4.
288.
Nè la bianca benda
La composta ricopra onesta chioma,
Nè la stola che a pie’ lunga discenda.
Epist. ex Ponto III. 3, 51. Art. Am. 1, 31.
289.
Vergogna egli è che due, testè già amanti,
Veggansi avversi divenir d’un tratto:
Odia Venere tali litiganti.
Sovente avvien che sia processo fatto
A chi s’adora, ma trïonfa amore,
Se un odio acerbo non dettò quell’atto.
Un dì assistetti a giovane amatore:
Stava l’amante sua nella lettica,
Fieri oltraggi ei diceale in suo furore.
«Che principio al processo ora s’indica,
Grida, e avanzi la rea» — ella apparia; —
Ma restò muto nel veder l’amica.
L’una tabella e l’altra allor gli uscìa
Dalle mani, per correre all’amplesso,
Dicendo: hai vinto, hai vinto, amica mia!
Meglio è così ch’ora ne sia concesso
Ambo in pace partir, anzi che al foro
Dal talamo passar per un processo.
E sia per tanto la sentenza loro:
«Senza lite ella tenga i doni tuoi.»
Remed. Amor. v. 659-671,
mia traduzione.
290.
Se de’ suffragi suoi libero avesse
Il popolo a venir, qual mai ribaldo
Seneca preferir dubiteria
Un istante a Neron, al cui supplicio
Vi vorrebbe più assai che d’un serpente,
D’una scimia e d’un sacco?
Mia trad.
291.
A codesto sguajato, acciò non chiaccheri,
Si spezzeran in fede mia le gambe.
292. «È delitto imprigionare un cittadino romano: scelleraggine il farlo battere con verghe; quasi parricidio l’ucciderlo; ma che dirò il sospenderlo in croce?» Cicero, Orat. In Ver.
293.
A far baldoria andrai
Fiaccola in mezzo a quei che per la gola
Ritti e fitti all’uncin fumano ed ardono.
Sat. I. v. 155. Trad. Gargallo.
294. «Rifletti al carcere ed alla croce, e all’albero infitto per mezzo all’uomo sì che gli esca dalla bocca.»
295.
Ei diverrà l’adultero di Roma,
Tremando ognor ch’abbia a pagar il fio
Del maritale onor dovuto a l’onta:
Nè credersi vorrà più fortunato
De l’astrifero Marte, a non lasciarsi
Coglier mai nella rete. Ira gelosa
Vendetta più crudel talor ne trae
Che quella dalle leggi al reo prescritta:
Uno uccide col ferro, un altro sbrana
Con sanguigno staffil: ci ha sin di quelli
Che sviscerar si sentono per altra
Bocca che per l’usata, un mugil vivo.
Sat. X. III. 317. Trad. Gargallo.
296.
Oh allor te misero ti colga il danno,
Che stretti i piedi, dentro le viscere
Rafani e mugili ti cacceranno.
Carmen XV.
297. Dufour. Storia della Prostit. Vol. I. Cap. XV.
298.
Una gran causa trattasi nel foro
D’un amico e vuo’ essergli avvocato.
Epidicus. Act. III. x. W.
299.
Lo scoppiante polmon rompiti, o gramo,
Per veder, lasso alfin, di palme intesti,
De le tue scale onor, verdi festoni.
Qual prezzo a tanti strilli? Un presciutello
Ben magro, di pelamide salate
Qualche bariglioncin, viete cipolle
(Mensil dono degli Afri), ovver del vino,
Per Tevere approdato, un cinque fiaschi.
Che se quattro comparse un aureo in saldo
T’abbian valuto, pattüita usanza
Parte di quello a’ curïali addice.
— Emilio ottien più del dover; e a noi
Qual merito si dà di maggior opra? —
N’è cagion la superba ne l’androne
Quadriga in bronzo eretta; e n’è l’equestre
Sua statua la cagion. Vè come, assiso
Su feroce destrier, del curvo astile,
Già da lunge ammiccando, i colpi assesta;
Già medita fra sè pugne e trofei.
Così sossopra va Pedon: Matone
Va fallendo così: ne fia diversa
Di Tongillo la fin, c’usa lavarsi
Con immenso alicorno, e col seguace
Suo treno inzaccherato infesta il bagno;
O il collo a Medi gestator premendo,
In lettiga a lung’aste il foro scorre;
Vasi argentei e mirrini, e ville, e servi
Sceso a comprar. Quel suo piratic’ostro
Di tirio stame a pro di lui fidanza.
Pur queste appariscenze a lor son lucro:
La porpora dà prezzo; le ametiste
Dàn prezzo a l’Orator: compie a costoro
E strombettar, ed ostentare un censo
Maggior del vero: omai già più non serba
A lo splendor confin prodiga Roma.
I bisnonni orator tornino al mondo:
Sesterzi chi darìa, se grossa gemma
Non gli vedesse sfolgorar dal dito?
In prima in prima il litigante adocchia
Se otto servi ti portino: se diece
Ti circondino intorno; se una seggiola
Ti tenga dietro, ed i togati avanti.
Quindi arringando Paolo fea pompa
D’un cammeotto a fitto, e quindi a prezzo
Maggior che Cosso e Basilo arringava:
Va di rado facondia in cenci avvolta.
E quando il duol di lacrimosa madre
Lice a Basilo esporre? e chi su’ rostri
Soffre un Basilo udir, benchè facondo?
Te Gallia accolga, o meglio, di causidici
Nutricatrice l’Africa, se agogni
Espor la lingua mercenaria a prezzo.
300. «Per passare poi la vecchiaja con decoro e con credito, qual può mai essere più onorata via che l’occuparsi dello interpretare le leggi? Io per me insin dalla mia giovinezza mi son provveduto di questo soccorso, non solamente per farne uso nelle cause e nel foro, ma per aver eziandio un ornamento ed un pregio col quale, quando mi sieno colla vecchiezza venute meno le forze (il qual tempo già s’avvicina), io mi assicuri di non avere in casa mia a patir solitudine.» De Oratore Lib. 1. XLV. tr. di Gius. Ant. Cantova.
301. Lib. 1, c. 13.
302. «La curia, dove il Senato cura la republica.»
303. L’erario, la carcere e la curia si hanno a situare accanto al foro; ma in modo tale, che la grandezza loro sia proporzionata a quella del foro. E soprattutto dee principalmente la curia corrispondere all’eminenza del municipio, o città che sia... Oltre a questo, a mezza altezza delle mura vi si hanno a tirare attorno attorno delle cornici o di legname o di stucco. Che se queste non vi si fanno, dissipandosi in alto la voce de’ disputanti, non giungerà chiara all’orecchio degli ascoltatori; come all’incontro quando le mura avranno queste cornici attorno attorno, si sentirà bene la voce, perchè vien trattenuta da quelle, prima che si dissipi in alto. — Trad. di Berardo Galiani.
304. Le basiliche unite ai Fori si hanno a situare nell’aspetto più caldo, acciocchè possano i negozianti radunarvisi l’inverno senza sentire l’incommodo della stagione... E se il luogo fosse più lungo del bisogno, si situeranno piuttosto nell’estremità le Calcidiche, appunto come si veggono nella Basilica Giulia Aquiliana. — Vitruvio, De Architect. Lib. V. e I
305. Dec. IV, c. 36.
306. Pompeja. Pag. 125 in nota.
307. L’usò il Salvini nella versione dell’Iliade per camera degli sposi:
Egli scese nel talamo odorato
Di cedro e in alto soffittato.
308. Ad Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa publica, i Tintori.
309. Parole della classica traduzione di Tacito del Davanzati il quale le voci arcta ed obscura rende per prigionia nè stretta nè dubbia.