CAPITOLO XIX. Il quartiere de’ soldati e il Pagus Augustus Felix.

Quartiere de’ soldati, o Ludo gladiatorio? — Pagus Augustus Felix — Ordinamenti militari di Roma — Inclinazioni agricole — Qualità militari — Valore personale — Formazione della milizia — La leva — Refrattari — Cause d’esenzione — Leva tumultuaria — Cavalleria — Giuramento — Gli evocati e i conquisitori — Fanteria: Veliti, Astati, Principi, Triarii — Centurie, manipoli, coorti, legioni — Denominazione delle legioni — Ordini della cavalleria: torme, decurie — Duci: propri e comuni — Centurioni — Uragi, Succenturiones, Accenti, Tergoductores, Decani — Signiferi — Primopilo — Tribuni — Decurioni nella cavalleria — Prefetti dei Confederati — Legati — Imperatore — Armi — Raccolta d’armi antiche nel Museo Nazionale di Napoli — Catalogo del comm. Fiorelli — Cenno storico — Armi trovate negli scavi d’Ercolano e Pompei — Armi dei Veliti, degli Astati, dei Principi, dei Triarii, della cavalleria — Maestri delle armi — Esercizj: passo, palaria, lotta, nuoto, salto, marce — Fardelli e loro peso — Bucellatum — Cavalleria numidica — Accampamenti — Castra stativa — Forma del campo — Principia — Banderuole — Insegne — Aquilifer — Insegna del Manipolo — Bandiera delle Centurie — Vessillo della Cavalleria — Guardie del campo — Excubiæ e Vigiliæ — Tessera di consegna — Sentinelle — Procubitores — Istrumenti militari: buccina, tuba, lituus, cornu, timpanumTibicen, liticen, timpanotriba — Stipendj militari — I Feciali, gli Auguri, gli Aruspici e i pullarii — Sacrifici e preghiere — Dello schierarsi in battaglia — Sistema di fortificazioni — Macchine guerresche: Poliorcetiæ: terrapieno, torre mobile, testuggine, ariete, balista, tollenone, altalena, elepoli, terebra, galleria, vigna — Arringhe — La vittoria, inni e sacrificj — Premj: asta pura, monili, braccialetti, catene — Corone: civica, murale, castrense o vallare, navale o rostrale, ossidionale, trionfale, ovale — Altre distinzioni — Spoglia opima — Preda bellica — Il trionfo — Veste palmata — Trionfo della veste palmata — In Campidoglio — Banchetto pubblico — Trionfo navale — Ovazione — Onori del trionfatore — Pene militari: decimazione, vigesimazione e centesimazione, fustinarium, taglio della mano, crocifissione, fustigazione leggiera, multa, censio hastaria — Pene minori — Congedo.

Nel capitolo di quest’opera I Fori, dicendo del Foro nundinario o venale, toccai dell’opinione manifestata da molti che anzi essere un simile foro, quel luogo fosse invece un quartiere di soldati, e venni osservando come da essi si avesse per avventura a scambiare la parte per il tutto, riconoscendo io con altri come in tal foro si ritrovasse un quartiere sia di soldati, sia di gladiatori, come forse meglio sembrasse al Padre Garrucci.

Bréton, malgrado le dimostrazioni fatte da quest’ultimo scrittore, e malgrado che sia tratto a riconoscere ch’egli abbia nella maniera la più positiva stabilito in una dissertazione inserta nel numero tredicesimo del Bollettino Archeologico napolitano del gennajo 1855, che si trattasse in questo luogo di un di que’ Ludi gladiatorii, di cui parla Giusto Lipsio[1], non sa risolversi ancora a non ritenerlo per un quartiere di soldati.

«Io non so in verità, scrive egli, perchè siasi cercato di sostituire questa denominazione di foro nundinario a quella di Quartiere de’ Soldati, che venne a siffatto luogo fin dall’origine assegnato. È evidente che una città dell’importanza di Pompei, una città fortificata, dovesse avere una guarnigione e, per alloggiarla, una caserma. Perchè dunque cercare questa caserma altrove e non nel monumento il più piano e così conforme alla sua destinazione? Le porte strette e poco numerose sarebbero state incommodissime e perfino dannose per un mercato dove una folla numerosa si sarebbe pigiata in disordine, mentre che esse potevano perfettamente bastare a soldati che marciavano per due e regolarmente. Una bardatura di cavallo da sella, armi, cimieri, memidi o calzari di bronzo vennero qui trovati, che a dir vero sono più proprii di gladiatori, che non di soldati; ma che conchiuderne per ciò? Che gladiatori di passaggio a Pompei presero alloggio nella caserma, ciò che è più naturale che prender alloggio nel mercato. Nelle camere non si rinvennero letti: ma si sa che i soldati giacevano per lo più sulla paglia. Il solo grande appartamento che esiste dovette essere destinato al capo della guarnigione. Una sola cucina sarebbe stata insufficiente se il nutrimento di tutti non fosse stato ammanito in comune, e noi vediamo che quella del quartiere de’ soldati era evidentemente destinata alla preparazione degli alimenti d’una gran quantità di persone. Finalmente, quale sarebbe stata in un mercato la destinazione di una prigione così severa come quella che qui vi fu riconosciuta? S’arroge che in nessun luogo della città si rinvenne una così grande quantità di scheletri, non essendosene contati meno di sessantatrè, ripartiti principalmente nelle camere del primo piano. Non è egli quindi supponibile che taluni motivi di disciplina abbiano ritenuto i soldati al loro posto troppo lungo tempo per permettere a tutti di sottrarsi alla morte?»[2]

Questi sono gli speciosi argomenti di Bréton, che potrebbero ben anco essere conformi a verità, se quelli addotti dal Garrucci non fossero stati buoni del pari e convincenti, per conchiudere che dovesse essere invece un ludo gladiatorio. Io non presumo di mettere innanzi un perentorio giudizio; solo permettendomi di ricordare che ho già esternato l’avviso mio che inclina all’ipotesi del Garrucci. Se non che al mio presente argomento ciò che preme di stabilire si è che alla vita romana in Pompei non potesse mancare quanto aveva tratto alla vita militare, e quindi dovevan esistere e una caserma, se forse non ve n’erano anche di più, e posti e stazioni; che infatti alla Porta di Ercolano si trovò morta, l’alabarda in pugno, la sentinella, che fida alla sua consegna, anzichè mancarvi, e cercare come tutti gli altri cittadini lo scampo nella fuga, erasi lasciata soffocare dall’aere graveolenta e seppellire sotto le ceneri e i lapilli.

Ma se qui non erano alloggiati i soldati, se questa non era la caserma, ma un ludo gladiatorio, o locali attinenti solo al foro venale, e dove trovar dovevansi soldati, posto che Pompei, come non è contraddetto, fosse città importante, e di una importanza ben anco militare, avesse mura, saracinesche, opere di fortificazione, e se anzi ben due volte vi furono dedotte colonie militari, l’una volta al tempo e per gli ordini di Silla e l’altra per quelli di Augusto?

Potrebbesi rispondere a siffatta domanda con quei dati storici che Bréton medesimo prepose all’opera sua: «Silla ordonna que Pompei fût reduite en colonie militaire sous le double nom de Colonia Veneria, Cornelia, emprunté aux noms du dictateur et de la divinité protectrice de la ville. Il y envoya des troupes sous le commandement de son neveu Publius Sylla: mais les Pompéiens, regardant ces colons comme des étrangers, leur refusèrent les droits de cité...»

E più sotto:

«Quoiqu’il en soit, les colons furent forcés d’habiter hors de la ville dans un faubourg, qui, lorsque plus tard, Auguste eut envoyé une nouvelle colonie de vétérans, prit le nom de Pagus Augusto-Felix[3]

Da queste nozioni di storia pompeiana, che sono conformi a quelle che ho pur io date nei capitoli del primo volume di quest’opera, inferisco: a che dunque cercar in città caserme e stazioni militari, se i soldati dovevano rimanere fuori della città? Vero è che quanto è scoperto del Pagus Augustus-Felix non ha rivelato quartiere di sorta, ma solo quella parte che l’attraversa ed è la Via delle Tombe e che percorreremo nell’ultimo capitolo di quest’opera; ma rammentiamoci altresì che ancor molto rimane a trarre in luce e che gli scavi ulteriori ponno co’ loro risultamenti diradare ogni dubbio e risolvere la quistione.

Dopo ciò, dinnanzi al fatto delle sentinelle summentovate e dopo le diverse guerre e fazioni guerresche narrate in quest’opera nei capitoli della storia, a soddisfare agli intenti dell’opera ed a chiudere di essa quanto ha riferimento alla vita publica romana, riprodotta in Pompei, entrerò a dire degli ordinamenti militari e di quanto ha tratto all’armamento; ben francando la spesa il conoscere siccome fossero, perocchè non di poco avessero a contribuire a quei trionfali successi ch’ebbero sempre le armi romane. Gli scavi di Ercolano e di Pompei portarono discreto contributo all’archeologia per farci conoscere armi ed attrezzi militari e guerreschi, ed io di questi più innanzi ne tratterò il meglio che mi sarà dato.

Ho già provato, trattando del commercio de’ Romani, che lungi costoro dall’essere, come si crede erroneamente dall’universale, un popolo soldato per istinto, lo fosse invece costretto dalla necessità, e conquistando l’universo non lo facesse che per proteggere la sua indipendenza o per difendersi, che non pugnò insomma che vagheggiando le dolcezze della pace, alla quale, appena il poteva, si abbandonava. Orazio compendia le aspirazioni de’ Romani quando esclama:

O rus quando ego te aspiciam[4]?

I Romani in fatti ebbero a preservarsi dai Sabini, dagli Etruschi, dai Latini, dai Sanniti, in tutti i quali erano elementi di grandissima resistenza; onde Properzio, che tutto abbracciava il sentimento dell’antichità, era nel vero giudicando l’Italia in quel verso che già m’avvenne di dover riferire:

Armis apta magis tellus quam commoda noxæ[5],

più propria, cioè, alle armi, che non alla aggressione e distruzione. Se dunque al soldato romano si può rimproverare un sol vizio, l’avarizia, perchè l’orgoglio è più spesso nel soldato una virtù; di ricambio ebbe l’onor militare come noi l’intendiamo pure oggidì, il rispetto al giuramento, la devozione al suo capo, il gusto della disciplina. I Romani vinsero il mondo con la tattica, la disciplina, la forza d’insieme, la costanza e il sentimento d’essere Romani. Gli altri popoli usavano di armi straordinarie e di macchine, il popolo romano della spada. Anche contro i Germani, individualmente sì bravi e sì forti, era colla pugna corpo a corpo e colla spada che i Romani avevano la vittoria; onde Germanico così poteva dire alle sue truppe: Non enim immensa barbarorum scuta, enormes hastas inter truncos arborum et enata humo virgulta, perinde haberi quam pila et gladios, et hærentia corporis tegmina. Densarent ictus, ora mucronibus quærerent[6]. Potrebbesi e vizio e virtù che ho mentovati, comprovare coi fatti alla mano; ma la storia di Roma è troppo notoria per avere d’uopo di ricorrere a ciò.

Piuttosto m’occuperò qui ad informare il lettore della formazione di questa famosa milizia conquistatrice dell’universo.

E prima devesi portar l’attenzione sulla scelta, dilectus, che era il raccogliere e l’iscrivere i soldati in codici o matricole. Tale scelta veniva fatta tra cittadini e socj o confederati; — rado avvenne che si ricorresse ai poveri ed agli schiavi, — e venivano poi ascritti o a’ fanti o a’ cavalieri. Nella milizia navale si accoglievano anche le persone più abbiette e i libertini.

Il principio della milizia era al diciassettesimo anno, la fine al cinquantesimo. Chi per altro serviva di continuo, terminava i suoi obblighi a’ trentasette anni; gli altri, dove non avessero compiuto il lor servizio al quarantesimo sesto anno, non n’erano liberati e si potevano costringere finchè non avessero compiuti i cinquant’anni. Altro requisito della milizia era il censo, solo volendovisi i ricchi, gli onesti e coloro i quali, avendo beni tutti proprii, in certo modo presentassero solidarietà d’interessi colla cosa publica.

La leva, o coscrizione, delle truppe, testimonio Dionigio d’Alicarnasso[7], si faceva ogni anno, designandosi all’uopo due consoli, che alla loro volta, congiuntamente al popolo, creavano ventiquattro tribuni per capi di quattro legioni.

La cernita si faceva, previa publicazione dell’editto a mezzo del banditore, dai tribuni in Campidoglio, estraendo a sorte dalle tribù e classi, alla presenza dei consoli assisi nelle sedie curuli. I refrattarj che si sottraevano alla milizia, i consoli comandavano venissero ricercati e tradotti in carcere, talvolta puniti di verghe, venduti i loro beni e qualche volta benanco multati dell’estremo supplizio o della morte civile, venduti cioè pubblicamente schiavi o notati d’infamia.

Tre giuste cause sottrar potevano al servizio: la prima era la dispensa, vacatio, per l’età, se già raggiunto il cinquantesimo anno; per onore, se fosse taluno nella magistratura o nel sacerdozio; per beneficio se il Senato e il Popolo consentivano: la seconda causa dicevasi emeritum, ed era per chi aveva compiuti venti stipendj: la terza era vizio o malattia, come i mancini, i gracili, chi mancasse di pollici o altre dita, gli inetti a reggere scudo o gladio.

Nella leva così detta tumultuaria, od anche subitaria[8], che seguiva nell’imminenza di qualche pericolo, non si osservavano grandi formalità, esentandosi soltanto quelli ch’erano gravemente infermi od inabili affatto.

Per ciò che riguardava la cavalleria, spettava ai censori il determinare chi vi dovesse appartenere. Duplice poi era il corpo da’ cavalieri, l’uno costituivasi di quelli che ottenevano dal publico il cavallo e il suo mantenimento, ed erano i soli che una volta dicevansi cavalieri, equites; l’altro di coloro che non l’ottenevano. Costoro potevano allora servire tra i pedoni, pedites. Riguardavasi molto a’ costumi per concedersi il cavallo, e però spettavane la decisione al censore. Dopo, tal facoltà si arrogarono i principi.

Finita la coscrizione, i tribuni congregavano i militi delle rispettive legioni e lor facevano prestare giuramento. Ignorasi però se giurassero uno per uno, o se insieme. Consisteva la formula nel giurare: sarebbero per seguire i consoli a qualunque guerra fossero essi per chiamarli, non mai tentar cosa contraria al popolo, non disertar mai le bandiere, raccogliersi al cenno de’ consoli, nè partir mai senza l’ordine loro.

Eranvi poi gli evocati, che formavano spesso la forza degli eserciti, quasi assunti dietro preghiera o domanda, ed erano per lo più veterani, esperti e prudenti della milizia, che comunque avessero assolti i loro servizj, li riassumevano tuttavia in grazia de’ consoli o de’ capitani. Gli evocati venivano dispensati da certe opere faticose, come del vallo e degli accampamenti e tenuti in maggior onore, spesso considerati quasi centurioni.

I conquisitori erano coloro che si mandavano nelle campagne ad ingaggiare la gioventù per la milizia od a scoprire i refrattarj che vi si tenevan nascosti ed a persuaderli di costituirsi.

Toccato fin qui della cernita, veggiamo dell’ordine della milizia.

Vario era esso sia ne’ militi che ne’ duci: Giusto Lipsio lo considera e distingue, rispetto ai primi, in generi e in parti.

Generi dei pedoni erano i Veliti, gli Astati, i Principi e i Triarj. Veliti coloro che per poca età e ricchezza venivano assegnati a questo infimo genere, e quasi inermi venivano esposti di fronte al nemico; astati perchè dapprima combattevano colle aste, dopo poi, serbando sempre lo stesso nome, combattevano coi pili, specie di giavellotti, e coi gladii; principi, perchè nello schierarsi dell’esercito venivano nel terzo ordine. Parrebbe tuttavia dal loro nome dovessero trovarsi invece nella prima.

Parti della fanteria erano poi queste, nelle quali i generi si dividevano dai tribuni e dai centurioni i militi pedoni, eccettuati i veliti: la Centuria, che si componeva di sessanta militi ed era assegnata ad un centurione; il Manipolo, che si costituiva di due centurie; la Coorte, composta di tre manipoli ed aveva astati, principi o triarii, ed anche per consueto i veliti. Scipione Africano istituì anche la Coorte Pretoria, nella quale s’ascrivevano i volontarii e gli amici e che mai si dipartiva dal Pretore, ad imitazione della Coorte Regia presso i Macedoni; finalmente la Legione, perchè comprendeva tutti gli altri ordini. Romolo l’istituì di tremila uomini; cacciati i Re, crebbe a quattromila; a cinquemila montò nella guerra contro Annibale ed a seimila la portò Scipione quando passò in Africa.

Essendo molte le legioni, — perchè se prima sotto i consoli furono quattro, nella seconda guerra Punica ascesero a venticinque, nella guerra civile fra Cesare e Pompeo se ne contarono quaranta e nell’assedio di Modena cinquanta — ebbero diversa denominazione: il più spesso si distinsero col numero progressivo come prima, secunda, tertia; talvolta col nome del fondatore, come Augusta, Claudiana; alcune dal nome degli Dei, di Marte, di Minerva, di Apollo; altre dalle provincie trionfate, come Italica, Gallica, Cirenaica; ed altre finalmente da qualche onorifica qualità, come la Vittrice, la Fulminante, la Valente, la Ferrea, la Pudica, la Fedele[9].

Gli ordini della cavalleria, erano le torme e le decurie. Dividevansi in dieci corpi. Ogni legione aveva dieci torme tricenarie, ossia tremila cavalieri. Le ale, erano così chiamate a motivo della loro posizione nella battaglia; onde dicevasi ala destra ed ala sinistra, componevansi di soci e di confederati; le torme o compagnie suddividevansi in tre decurie o brigate di dieci uomini.

Tito Livio ne fa sapere, come nel principio della seconda guerra Punica, i Romani, veduta l’inferiorità della loro cavalleria rimpetto a quella de’ Cartaginesi, usassero dei veliti come arcieri e frombolieri per appiccar zuffa avanti le linee e spazzar la via all’esercito[10].

Questa era, per usare del linguaggio militare, la bassa forza: essa per altro si completava coi suonatori di militari strumenti, con operai armajuoli e costruttori di macchine guerresche, tormenta bellica et impedimenta, e conduttori di bagagli, pel trasporto de’ quali non si faceva uso, come di presente, di carriaggi, ma di bestie da soma, perchè di minor impaccio e di servizio più pronto.

Ora dei duci.

Questi pure erano di due generi: proprii, quelli che erano preposti ad una o a qualche parte dell’esercito, come i centurioni, e i tribuni; comuni, coloro che erano preposti a tutti, come i legati e il comandante in capo, imperator.

I centurioni venivan, d’ordine o consenso dei consoli, eletti dai tribuni fra quelli della loro classe: sovente però si toglievano anche da classi superiori, ma per segnalati meriti, massime per militari, distinti. L’elezione dei centurioni era duplice. Nella prima se ne eleggevano trenta, ed altrettanti nella seconda. Il primo eletto denominavasi Primopilo ed era nel suo diritto di intervenire nei consigli militari, in un coi tribuni e coi legati. Talvolta accadde, più per qualche occasione e volontà del duce, che per diritto o costume, che tutti i centurioni venissero ammessi nel consiglio. Insegna poi dei centurioni era un baston di vite, di cui si valevano a punizione de’ soldati.

I centurioni già eletti si eleggono pure alla loro volta gli uffiziali, uragi, o più veramente chiamati optiones. Quando venivano creati dai tribuni, dicevansi accensi; ma quando la loro nomina fu devoluta ai centurioni, ebbero quel nome di optiones ed anche di sottocenturioni, succenturiones. Tergoductores erano que’ sott’uffiziali che compivano le funzioni che or sarebbero de’ sargenti; decani quelli che or si direbbero caporali.

In mezzo a’ centurioni si trasceglievano due, prestanti per vigoria d’animo e di corpo, per essere signiferi, o portatori del vessillo; perocchè quantunque un solo fosse il vessillo, due tuttavia erano i vessillarii o signiferi, acciò l’uno succedesse all’altro in caso di fatica, essendo i vessilli pesanti, od anche all’evenienza di malattia.

Il Primopilo, primopilus ed anche primipilus, era il capo di tutti i centurioni, come il prefetto e principe delle legioni. Egli aveva autorità anche sul collega suo Primopilo sinistro e la tutela dell’aquila, che era lo stendardo principale della legione[11], tanto così che si dicesse aquila come sinonimo di primopilato.

Come i centurioni eran preposti ai manipoli, così i tribuni della milizia erano a tutta la legione che ne aveva sei. Li istituì Romolo, li mantennero i Re ed i Consoli; ma il popolo se ne avocò il diritto e il suffragio, poi esclusa ancora la facoltà nel popolo, e questi volendola rivendicare, restò convenuto che parte ne avesse il popolo e un numero eguale i consoli; i primi detti anche comitiati, avuti in maggior onore; gli altri detti Rutili o Rufuli. I tribuni erano eziandio di due sorta, cavalieri e plebei. Spettava ai tribuni render giustizia e conoscere delle cause capitali, dare il segnale alle guardie e sentinelle, curare le veglie, vigilare le munizioni, provvedere agli esercizi tutti. Portavano l’anello d’oro, gli altri militi non potendolo portar che di ferro.

La cavalleria dividendosi in dieci turme, si pigliavano tre cavalieri per ciascuna turma, e così si avevano trenta duci. Erano insomma tante turme nella cavalleria quante erano nella fanteria le coorti; tante le decurie quanti i manipoli: e per conseguenza altrettanti i duci; con questo solo divario che nella turma ve ne era un solo, mentre nel manipolo ve n’erano due. Nella turma erano tre le decurie e l’uffiziale che comandava la decuria appellavasi decurione. Ciascuna turma aveva un solo vessillo. Spettava ai duci delle turme la nomina degli uragi od optiones; come nella fanteria.

I soci o confederati, in luogo dei tribuni, che solo spettavano ai militi cittadini, avevano i prefetti e venivano costituiti dai consoli, pari nel resto nei diritti e nella podestà ai tribuni. I Legati erano applicati agli imperatori o comandanti in capo, non tanto per comandare, quanto per giovar di consiglio, ed era il Senato che li destinava come pratici della milizia presso del capo. Era grande dignità codesta, perocchè col potere dell’imperatore avesse altresì diritto alla venerazione dovuta ai sacerdoti. Cicerone li chiamava numi di pace e di guerra, curatori, interpreti, autori di bellici consigli, ministri del provinciale interesse. Il loro potere per altro era subordinato a quello del comandante. Incerto era il numero loro, talvolta destinato uno per legione, sempre come sembrava conveniente al Senato. Quelli ch’eran preposti a tutto l’esercito, dicevansi consolari: pretorii quelli assegnati alle legioni.

Il supremo comandante era poi, come dissi, l’Imperatore, imperator, a cui obbedivano cittadini e confederati, cavalieri e fanti. Insegna della carica erano i littori coi fasci: aveva il paludamento, la clamide, e i suoi cavalli portavano fregi militari, bardature ricche d’oro e stragulo scarlatto.

Veniamo ora a trattare delle armi, le quali si dicevano tela se erano per offesa, arma se per difesa.

È a questo punto che mi richiama la speciale attenzione il Museo Nazionale di Napoli, dove colle armi e cogli attrezzi militari e guerreschi di varii altri musei privati, o rinvenuti altrove, si accolsero quelli che si trovarono negli scavi d’Ercolano e di Pompei. Nel dire di questa parte interessantissima del napoletano Museo, mi varrò dell’accurato Catalogo, che come degli altri oggetti tutti riguardanti altre classi, così di questa diligentissimamente delle armi, compilò l’illustre Commendatore Fiorelli, del quale non è parola che basti a dir quanto delle preziosità pompejane ed ercolanesi sia benemerito, e che fu da lui pubblicato in Napoli nell’anno 1869 nella Tipografia Italiana del Liceo Vittorio Emanuele.

Giovi premettere un cenno storico intorno all’ordinamento di tale Raccolta, quale il Fiorelli fe’ precedere al suo Catalogo.

Innanzi che si ponesse mano ad un più ragionevole ordinamento del Museo, le armi antiche che si possedevano erano confuse agli utensili domestici di bronzo: il galerus, l’ocrea, la fibula, i pugiones, e le parmæ, oggetti d’abbigliamento o stromenti militari, trovavansi in buona compagnia coi cacabi, e i lebetes, gli ahena, i clibani e gli infundibula. Argomenti il lettore qual relazione vi avessero, oltre l’avere comune il metallo ond’erano formati, cioè il bronzo.

Ora le Armi Antiche hanno una distinta collocazione, divisa la raccolta in tre classi.

La prima è delle armi greche, le quali provenute da sepolcri di remota antichità, e per lo più ricchi di vasi dipinti, appartengono ai Greci dell’Italia Meridionale anteriori al dominio di Roma, trovate nei luoghi di Ruvo, di Pesto, di Locri, di Egnazia e Canosa; ma siccome esse punto non riguardano Pompei ed Ercolano e neppure quell’epoca che l’opera mia prese a dichiarare, affin di non uscire dal campo nostro, non ne terrò parola.

La seconda classe è delle armi romane ed italiche, rinvenute nelle tombe della Campania e nei campi del Sannio e segnatamente alle pendici del monte Saraceno presso l’antica Bovianum vetus, oggi denominata Pietrabbondante; e fra queste pur talune vennero offerte dagli scavi di Ercolano e Pompei.

Queste galeæ, od elmi, che per essere tutti di bronzo, a stretto rigore dovrebbero dirsi casses, perocchè dapprima la voce galea venisse adoperata a designare un elmo di pelle o cuojo, pel contrapposto di cassis che indicava un elmo di metallo, appartengono a Pompei. L’una (n. 57 del Catalogo speciale e 3474 del generale) ha breve projectura o visiera nella parte posteriore, ove è un foro per attaccarvi la crista, con altro sulla sommità per contenere il piede del cimiero (apex), che addita avere già per avventura spettato a centurione, cui, per autorità di Polibio e di Vegezio, fregiava l’elmo un cimiero, che mancava in quello di semplice soldato. Nei lati di questa galea due cerniere sostenevano le paragnatidi (bucculæ) ora mancanti. La seconda (n. 59 — 3000) appare alterata ed ha avanzi di cerchio di ferro, adattatovi all’intorno, perchè evidentemente adoperata come utensile di cucina. Egualmente si conosce essere stata mutata in trulla la terza galea (n. 62 — 3473), per l’aggiunta di un manico di ferro.

Due galeæ di bronzo (nn. 60, 61 — 2842, 2880) con frontale e bucculæ, aventi sul vertice una piccola falera bucata per immettervi l’apex e dietro un uncino per fermare la crista con le falde posteriori aggiunte e tenute da chiodi, vennero invece raccolte negli scavi d’Ercolano.

Una cuspide di bronzo (n. 80 — 3459); due gladii di ferro (81, 82 — 3459, 9618) due lame di gladio in bronzo (n. 83, 84 — 3461, 3462) furono pur di Pompei; così due teste d’aquila in bronzo, impugnature di gladio (85, 86 — 3458, 12883); un frammento di lorica squamea (93 — 3456) consistente in novantuno pezzetti di osso in forma di squamme, ciascuno con due buchi, ne’ quali passava un filo che li univa tra loro sopra un torace di lino.

La terza classe è delle armi gladiatorie di Pompei e d’Ercolano, credute da molti armi di guerra e per la singolarità delle loro forme cagione di gravissimi errori sulla natura dell’armamento dei legionarii romani, ai quali però queste armi erano affatto estranee, perchè solo destinate ai ludi ed alle pompe dell’Anfiteatro.

Io per altro ho creduto di riserbarne il cenno in questo capitolo, per non iscindere in diverse parti l’argomento delle armi.

Dodici sono le galeæ, di cui una sola di ferro, le altre tutte di bronzo che si trassero dagli scavi di Pompei (nn. 268, 269, 271, 274, 275, 276, 277, 278, 279, 280, 282, 284). Sono degne di considerazione speciale: quella al n. 275 adorna di figure in rilievo rappresentanti cinque muse sulla parte anteriore, il dio Pane nel dinanzi della crista, con trofeo di cimbali, tirsi, tibie, e di una lira graffiti, e due amorini nella visiera, quelle ai nn. 276 e 278 a varii bassi rilievi e quella al n. 282 che ha sulla fronte in rilievo la figura di Roma galeata, che calcando una prora di nave regge nella sinistra il gladio chiuso nella vagina, con due figure virili avanti di sè prosternate e altri gruppi ai lati.

Cinque sono le galeæ di Ercolano, delle quali una di ferro, le altre in bronzo (270, 272, 273, 281, 283). La prima è adorna di bassi rilievi che ritraggono sulla fronte un simulacro di Priapo avvolto in ampia clamide, avente ai lati due guerrieri, con altri fregi minori nelle restanti parti. Quella al n. 283 è veramente insigne, essendo interamente ornata di figure a rilievo esprimenti gli ultimi fatti della guerra di Troja.

Una parma o scudo circolare di bronzo (n. 288) trovata in Pompei ha nel mezzo di argento ed in rilievo il Gorgonio circondato da ghirlanda di olivo, e così un mezzo scudo (n. 287) o galerus, con figure marine.

È di Ercolano un mezzo scudo eguale (n. 286), ma di bronzo e atto alla difesa della testa, venendo per lo più applicato all’omero nelle lotte dei gladiatori Reziarii.

Tredici ocreæ di bronzo (290, 291, 293, 294, 295, 296, 297, 298, 299, 300, 301, 302, 303, 304) son di Pompei, la più parte figurate e le ultime due, simili affatto tra loro, servir dovevano certo ad un solo combattente.

Priva di ornamenti è la sola ocrea di bronzo rinvenuta in Ercolano.

Sei cuspidi di bronzo per lancia offriron pure gli scavi pompejani (305, 307, 308, 309, 310, 311) e una tricuspide (n. 306) che armava forse l’estremità dell’asta di un Bestiario.

I medesimi scavi diedero tre pugnali di ferro, pugiones (312 — 4) con manici d’osso; due frammenti di cingolo di bronzo (315) in cui alternatamente stavano in rilievo borchie con protomi bacchiche e di altre divinità, con calici di fiori aperti, frammezzati di rami d’edera scolpiti a puntini; con balteo di cuojo (316) a borchie di bronzo, e sei dischi dello stesso metallo con protomi in rilievo; e finalmente due corni (521 — 2) o trombe di bronzo che si suonavano dal cornicen, di che verrò più sotto, quando sarà il discorso degli istrumenti musicali della milizia, a parlare.

Tre fibule d’argento (317 — 9) servienti a baltei di cuoio provengono da Ercolano.

È indubitabile che gli scavi che si verranno ad operare nel Pagus Augustus Felix trarranno in luce molte e molte altre armi; perocchè quello fosse il luogo ove dimorava la colonia militare statavi per ben due volte dedotta da Roma.

Enumerate le armi di Pompei ed Ercolano, che si hanno nel Museo napoletano, vengo adesso ad assegnare quello che si aveva ciascun milite facente parte dell’esercito romano.

Ho già detto che i veliti erano quasi inermi; la loro armatura infatti era assai leggiera: un cimiero, galea o galeus, di pelle o lana per coprire il capo; una spada, gladius; un’asta, hasta; una specie di scudo, parma, di legno ricoperto di cuoio e la frombola e con essa avanti l’armata facevano in guerra le prime provocazioni contro l’inimico.

Gli astati avevano un cimiero, galea ærea, di ferro senza visiera, onde Cesare nella pugna farsalica avendo di contro i bellimbusti di Roma che parteggiavano per Pompeo, potè consigliare i suoi colle parole: Faciem ferite, mirate alla faccia, sicuro che per non essere sfregiati al volto avrebbero volte le spalle. Sull’elmo portavano creste e penne; avevano un gladio, uno scudo, scutum, il più spesso ovale, qualche volta curvo come un canale od embrice; onde dicevasi imbricatum, largo due piedi e mezzo della superficie, e quattro di larghezza, costruito di più legni leggieri, come il fico e il salice, ricoperti di pelli coi margini di ferro: vestivano la corazza, lorica, di cuojo o di ferro e armavansi di una specie di giavellotto, pilum, di ferro e pesante, il quale, diretto con arte, trapassava il nemico scudo ed anche i suoi loricati cavalieri; e finalmente avevano la gambiera, ocrea, di ferro, che, secondo Vegezio nel suo trattato De Re Militari, i veliti frombolatori, funditores, portavano alla gamba sinistra, e i legionarii alla destra, dandone la ragione in ciò che nella pugna i primi dovessero atteggiarsi ponendo il sinistro piede avanti, mentre i militi avanzassero invece il destro.

I veliti frombolatori armavano le loro frombe di ghiande missili (glandes), o grosse palle di piombo, in luogo di pietre, delle quali più spesso servivansi. Esse portavano incise lettere allusive, come Fir, per FIRMITER, quasi a dire scaglia forte, o Feri Roma, cioè colpisci o Roma, e il Catalogo delle Armi Antiche succitato, ricorda le ghiande missili dell’assedio di Ascoli (a. u. c. 664, 665) e quelle della Guerra Civile (a. u. c. 705) colle diverse leggende, tra cui nell’ultime Feri Pomp. e Feri Mag. cioè, colpisci Pompeo, colpisci il Magno, cioè il medesimo Pompeo, perocchè appunto dovesse questo gran capitano nel 705 occupare il Piceno per opporsi alle armi di Cesare. Il Museo Nazionale possiede 39 di queste ghiande dell’Assedio d’Ascoli, e 9 della Guerra Civile.

Le armi dei Principi e dei Triarii erano simili a quelle degli Astati; solo i Triarii, a vece dei pili, o giavellotti, portavano le aste, di che valevansi principalmente formandone selve dirette contro le cariche della cavalleria nemica, come si farebbero oggidì al medesimo intento i quadrati alla bajonetta.

Di talune di tali armi fornirono esempi gli scavi pompejani, come più sopra si è detto.

I soldati di cavalleria dapprima non portavano lorica, affin d’essere più spediti, ma una semplice vesta, ed anzi per questa speditezza maggiore, s’accostumavano i cavalli stessi a piegar le gambe e prostrarsi. Pare che non avessero sella, ma qualcosa che le somigliasse onde seder più sofice. Avevan asta più gracile, scudo o parma di cuoio; e quando poi imitarono l’armatura greca, ebbero gladio ed asta più grande e cuspidata, ossia appuntata, scudo, e nella faretra tre o più giavellotti, con cuspide larga, cimiero e lorica.

Ogni legione aveva i suoi maestri delle armi per ammaestrare i soldati. Primo esercizio era il camminare celere, eguale e giusto; quindi era la Palaria, per la quale combattendo contro un palo confitto in terra con armi pesanti, si addestravano a maneggiar le vere con agilità; altri eran: la lotta, il nuoto, il salto, il cavalcare, la marcia che spingevano fino a ventiquattro miglia in sei ore, e il porto dei fardelli. Avevan questi fin sessanta libbre di peso, senza tener conto delle armi, considerate queste come membra del soldato, secondo s’esprime Cicerone: Nostri exercitus primum, unde nomen habeant, vides; deinde qui labor, et quantus agminis ferre plus dimidiati mensis cibaria: ferre si quis ad usum velint: ferre vallum, nam scutum, gladium, galeam nostri milites in onere non plus numerant, quam humerus, lacertus, manus. Arma enim membra esse militis dicunt, quæ quidem ita geruntur apte, ut si usus foret, abiectis oneribus, expeditis armis, ut membris pugnare possint[12]. In tasche di cuojo, portavano frumento bastevole per venti giorni e Tito Livio dice fino per trenta[13], a cui dopo sostituirono il biscotto, che dicevan bucellatum[14].

I Romani non ebbero cavalleria leggiera, ma dopo aver patito a causa della cavalleria leggiera numidica, di essa se ne valsero di poi. Questi feroci soldati pugnavano nudi ed inermi, all’infuori d’una mazza, che maneggiavano con grandissima arte. Erano poi questi barbari di una maravigliosa destrezza nel saltare da un cavallo all’altro. Sul qual proposito rammenterà il lettore come Omero nell’Iliade accennasse alla somma destrezza de’ suoi eroi perfin su quattro cavalli. Teutobocco re dei Teutoni era solito saltar alternativamente su quattro ed anco su di sei cavalli.

Dovendo or dire degli accampamenti, o campi fortificati, castra, comincerò per segnalarne la disposizione, notevole per l’ordine e per l’arte. Essi, se permanenti, chiamavansi castra stativa e il campo si faceva in forma quadrata circondato da fossato, fossa, e da un parapetto, agger, costituente insieme ciò che veniva detto vallum, con palizzate chiamate sudes, come al verso di Virgilio:

Quadrifidasque sudes, et acuto robore vallos[15].

Si formavano all’accampamento quattro porte: prætoria, era la porta che fronteggiava il nemico; decumana, quella della parte opposta e per la quale si conducevan i soldati colti in delitto per essere puniti: le altre, dei lati, dicevansi principales coll’aggiuntivo di destra, o sinistra. Il campo si divideva poi in due parti: la superiore conteneva il quartiere del generale, prætorium, presso alla porta per ciò appellata prætoria, alla cui destra il luogo del questore, quæstorium, e alla sinistra i luogotenenti generali. Nella parte inferiore erano, nel mezzo la cavalleria, e dai lati di essa i Triarii, i Principi, gli Alabardieri e gli alleati.

L’interno era diviso in sette viali, il più largo dei quali correndo in dritta linea tra le due porte laterali e subito di fronte alla tenda del generale, era largo metri 3,04 e chiamavasi via principalis. Più innanzi, ma parallela, vi era un’altra strada detta via quintana, larga metri 3,52 e divideva l’intera parte superiore del campo in due eguali scompartimenti, e questi erano pure suddivisi in cinque altre strade della stessa larghezza.

Fra i Tribuni e Prefetti e dirimpetto alle due porte laterali eravi la parte più sacra degli accampamenti e dicevasi Principia, de’ quali già toccai in addietro. Ivi erano le statue e le principali insegne, vi si ergevano gli altari e si celebravano i sacrificj, a un di presso come nel Medio Evo si immaginò nelle città italiane il Carroccio. Nei Principii si tenevano i consigli dei duci, si amministrava dai tribuni militari la giustizia: tribunos jura reddere in principiis sinebant, come lasciò scritto Tito Livio[16].

Nota Giusto Lipsio che nel campo si inalberavano le banderuole, dalle quali ognuno conosceva il proprio posto.

La milizia aveva poi speciali insegne nel campo, come avverte Lucano in quel verso della Farsaglia:

. . . . . infestisque obvia signis

Signa pares aquilas et pila minantia pilis[17].

Più sopra ho ricordato che la legione aveva l’aquila per insegna, ed era essa d’oro o d’argento, inalberata su di un’asta e si figgeva, in terra, e quei che la portava dicevasi aquilifer. Il manipolo aveva la sua insegna: fu dapprima in un piccol fascio di fieno, posto sulla sommità d’una pertica, donde venne il nome di manipolo, come nota Ovidio nel Lib. III. de’ Fasti:

Illaque de foeno: sed erat reverentia foeno

Quantum nunc aquilas cernis habere tuas.

Pertica suspensos portabat longa maniplos

Unde Maniplaris nomina miles habet[18].

Più avanti fu sostituito il fascio di fieno da un’asta, con un traverso di legno alla sommità e su di esso una mano. Vi si misero anche imagini di numi, poi di imperatori, e l’adulazione vi fe’ collocare anche l’imagine di Sejano al tempo di Tiberio. I portatori di queste insegne furono chiamati imagiferi.

Ogni Centuria aveva la sua bandiera distinta, su cui ponevansi iscrizioni, o ricamavansi le figure dell’Aquila, del Minotauro, del cavallo o del cignale[19].

La cavalleria, alla sua volta, aveva in ogni turma un vessillo consistente in una picca con un traverso nella sommità, al quale s’accomandava un drappo su cui era tessuto a lettere d’oro il nome del generale[20].

Ogni parte del campo aveva a difesa una turma con tre manipoli, o una coorte con veliti, come si evince da Giulio Cesare, De Bello Civili[21]. Al quartiere de’ cavalieri v’erano i triarii, e Sallustio ci fa sapere che alla guardia del Console fosse un manipolo[22] ed una turma d’alleati straordinarii; a quella de’ legati fossero quattro astati ed altrettanti principi; a quella del questore tre.

Le guardie diurne di sentinella dicevansi excubiæ, quelle di notte vigiliæ. Tessera appellavasi la parola d’ordine, perchè consegnavasi alla sentinella una tavoletta di contrassegno in cui era scritto il manipolo al quale ciascuna guardia apparteneva e la veglia che gli toccava, come leggesi in Stazio: