1. Saturn. I, 1.
2. Pompeja. Pag. 136.
3. Pag. 9.
4. Sat. 6:
O villa, e quando io rivedrotti?
Trad. Gargallo.
5. Lib. 3. 22:
Terra nata dell’armi all’alta gloria
Non al crudo terror.
Trad. Vismara.
6. Ann. 2-14. «Quelle targhe e pertiche sconce de’ barbari fra le macchie e gli alberi non valere, come i lanciotti e le spade e l’assettata armatura. Tirassero di punta spesso al viso.» Tr. di Bernardo Davanzati.
7. Lib. IX, 5.
8. Tit. Liv., lib. XXXV, 2 e 23.
9. Rosini, Antiquit. Roman. Lib. X, cap. 4.
10. Lib. VII, cap. 4.
11. Plin. Nat. Hist., lib. X, 5.
12. Sc. II. 16. — «Osserva dapprima qual regime abbiano gli eserciti nostri, quindi qual fatica e quanta cibaria portino in campo per mezzo mese ed attrezzi d’uso; perocchè il portar il palo, lo scudo, il gladio, e l’elmo i nostri soldati non contino nel peso, più che gli omeri, le mani e le altre membra, afferman essi le armi essere le membra del soldato, le quali così agevolmente portano, che dove ne fosse il bisogno, gittato il restante peso, potrebbero coll’armi, come colle membra proprie combattere.»
13. Ep. 57.
14. Nelle nostre provincie, massime nella Bresciana, esiste un pane dolciato che si chiama bussolà, dal bucellatum romano, ma il bucellatum, come esprime il nome, era nel mezzo bucato, onde portarlo all’uopo sospeso o infilzato, viaggiando, sull’asta.
15.
Ed aste scisse in quattro parti, e pali
Acuminati.
Georgica II, v. 25.
16. Hist. Rom. Lib. XXVII.
17.
Movendo aquile, insegne, aste latine
Contro latine insegne, aquile ed aste.
Lib. I. v. 7. Trad. del conte Franc. Cassi.
18.
Eran di fieno: ma quel fieno istesso
Da ciascun riscotea tanto rispetto,
Quanto l’aquila tua ne esige adesso.
Si stava in cima a lungo palo eretto
Un manipol di fieno, onde di fanti
Certo drappel manipolar fu detto.
Trad. di G. B. Bianchi.
19. Tacito, Ann. XV. 29.
20. Svetonio, In Vespasianum, 6.
21. Lib. I. 43.
22. De Bello Jugurt. LXV.
23.
«La tessera dà il segno
Ove di guardia scritte son le veci.»
Lib. X.
24. Just. Lips. De Milit. Rom. v. 9.
25. Lib. IV. II. 79:
Or del tardo pastore entro le mura
La buccina risuona.
26. Lib. XI. 475:
E già la roca
Tromba ne va per la città squillando
De la battaglia il sanguinoso accento.
Tr. Annibal Caro.
27.
Non la tuba diretta e non il corno
Di ricurvo metal.
28. v. 734:
Con il corno ricurvo
Il richiamo squillò e il lituo adunco
Colla stridula voce i suoni emise.
29. Thebaid. 2. 78;
S’udian per tutto rimbombare i vuoti
Bossi e di bronzo i timpani sonanti.
Trad. di Selvaggio Porpora,
pseud. del Cardinal Guido Bentivoglio.
30. Dion. d’Alicarn. II, 73.
31. Servio, X, 14.
32. Vol. I, cap. III.
33. Trad. di Felice Bellotti.
34. Così Cicerone nel Lib 2, Divin, 34: Attulit in cavæ pullos, is qui ex eo nominatur pullarius.[35]
35. «Portò nel sotterraneo i polli, quegli che per tale officio dicesi appunto pullario.»
36. Varie iscrizioni lo attestano. Grutero riferisce sotto il n. 557, 6, la seguente. M. Pompejo, M. F. Ani. Aspro, 7 Leg. XV Apollinaris Alimetus Lib. pullarius fecit. E Muratori sotto il n. 788, 4, la seguente: L. Avillius L. F. Asperinus pullarius Leg. VI Claudiæ.
37. «Non aver egli abbastanza atteso, per avviso de’ pullarii, agli auspicii.»
38.
Lega le curve mura una corona
Fortificata.
39. Lib. III, 7. «Con duplice corona di fanti circondano la città e pongono una terza fila di cavalleria esternamente.»
40. De Architect. lib. X, c. 15.
41. Lib. 20. «In questa persuasione il soldato percuoteva con l’asta lo scudo, facendo grande strepito, quasi un sol uomo approvava i detti ed i fatti.»
42. In Grecia questo inno sacro del trionfo appellavasi θρίαμβος. Diodoro Sic. IV, 5.
43. Virgil. Æneid. 6. 670.
44. De laudib. Stilic. III. Così traduco:
Degli antichi nel campo era costume
Cinger di quercia glorïosa il fronte
Del valoroso che fugato avesse
Il suo nemico e un cittadin caduto
Sottratto avesse a inevitabil morte.
45. Silius Italicus, Lib. XIII:
Abbi l’onore, o vincitor, cingendo
Le tempia tue della mural turrita
Corona.
46. Elegia, Lib. I, 153:
A te, Messala, e sovra il mare e in terra
Pugnar s’addice, onde le spoglie mostri
La casa tua dei debellati in guerra.
47. Plutarco in Marcello.
48. Trist. IV. 11, 20:
Leggerà dunque ne’ trionfi il popolo
I vinti capitan, le città prese.
Tr. di P. Mistrorigo.
49. Idem, ibid.:
Vedrà carchi di ferri i re precedere
A’ destrier coronati e baldanzosi.
50. Tibullo, Lib. 1. Eleg. 8:
. . . . lo porterà l’eburneo cocchio
E gli aggiogati candidi cavalli.
51.
E mentre tu, vivi! Trionfa! esclami;
Tutti ripeterem: Trionfa! Vivi!
E arderemo odorosi timiami
A fausti Divi.
Lib. IV. 2, Trad. Gargallo.
52. «A te, o Giove Ottimo Massimo, e a te Giunone regina, e a voi dii tutti custodi e abitatori di questa rocca, volonteroso e lieto io rendo grazie, e supplichevole, prego perchè, salva meco in questo giorno per le mie mani la Romana Repubblica e ben sostenuta, abbiate a conservarla eguale, siccome fate, a favorirla e proteggerla benigni.» Rosini. Antiqu. Rom. Lib. X. Cap. XXIX.
53. Cicero. In Verrem.
54. Lib. 2. c. 8.
55. «Sancirono i nostri maggiori pertanto che dove un reato militare si fosse da molti commesso, si dovesse castigare a sorte in alcuni, acciò il timore a tutti, la pena a pochi toccasse.» Orat. pro Cluentio.
56. «Il tribuno prendendo la bacchetta, lievemente toccava il condannato. Allora quanti trovavansi nel campo, chi con bastoni, chi con sassi lo uccidevano.»
57. Vitruv. VI, 7, 5. A. Gell. XVI, 5.
58.
Il vestibolo ancora è per mia idea
Detto da Vesta: invochiam lei venuti
Quivi, che i primi tien luoghi tal Dea.
Fastorum, Lib. VI. Trad. G. B. Bianchi.
59. «Parato prega sia fatto Pansa edile.» Altri invece tradussero: Parato invoca Pansa edile. Colla prima versione ch’io pongo potrebbe rovesciarsi la supposizione generalmente fatta colla seconda, che, cioè, la casa appartenesse a Pansa, e farla ritenere invece, come vorrebbe Marc Monnier, di Parato, perchè non sarebbe credibile allora che Parato siasi recato a esprimere il proprio voto precisamente sull’uscio di Pansa: questi almeno per pudore non lo avrebbe permesso. Ma l’opinione di Monnier sarebbe tolta, se fosse vero ciò che qualche archeologo sostenne che Paratus fosse sinonimo di institor o dispensator, dello schiavo, cioè, incaricato della vendita delle derrate del padrone. Non saprei in tal caso con quale autorità di scrittura antica avvalorare quest’ultima pretesa.
60. «Fabio Euporio capo de’ liberti, invoca l’edile Cuspio Pansa.» Pomp. Antiq. Hist. 1. 109.
61.
Già mi fan da padroni i miei vicini,
E quanto in casa mia si fa, per entro
Dell’impluvio mi guardano.
Att. II. ist. 2.
62.
E questa Dea, che chiamiam Vesta, credi
Esser null’altro che la fiamma viva.
Fast. Lib. VI, 291. Tr. G. B. Bianchi.
63.
Non han Vesta, nè il foco effigie alcuna.
Id. Ibid. v. 298.
64.
«Ha più vigore il rinnovato foco.»
v. 143.
65.
O, disse, infelicissimo consorte,
Qual dira mente, o qual follia ti spinge
A vestir di quest’armi? Ove t’avventi
Misero? Tal soccorso e tal difesa
Non è d’uopo a tal tempo: non s’appresso
Ti fosse anche Ettor mio. Con noi piuttosto
Rimanti qui. Che questo santo altare
Salverà tutti: o morrem tutti insieme.
Lib. II, 523-528. Tr. Caro.
66. In Æneid. Lib. III, 134. Vedi Æneid. IX, 259 e V. 744.
67. «Ciascuno faccia i sagrificj secondo il proprio rito.» — De Lingua Latina, VII, 88.
68.
... Non più ci vuol di tanto
A far che Trebio e rompa il sonno, e corra
Con le corregge penzolon, temendo
Che al baglior delle stelle, o sin da l’ora
Che dal pigro Boote il freddo plaustro
Ricircolando volgasi, l’intera
Salutatrice turba abbia già tutto
Del salve mattutin l’orbe compiuto.
Sat. V. 19-23. Tr. Gargallo.
69. Lib. VII, 23.
70. «Acciò un luogo più recondito non desse adito alla licenza».
71. Satyricon XXVIII: «Questi, disse, è Menelao, presso il quale appoggiate il gomito.»
72. Adelph. Att. II. sc. 5:
Stender per noi comanda i letticciuoli
Ed apprestar ogn’altra cosa.
73. Epist. Lib. I. X. 22:
Pur tra recinto di colonne fassi
Fronteggiar bosco, e lodasi magione,
Che a l’occhio apre di campi ampio prospetto.
Trad. Gargallo.
74. «Dinnanzi al crittoportico c’è un sisto olezzante di viole. Il calore del sol che vi batte è accresciuto dal riflesso del crittoportico, il quale come mantiene il sole, così vi scaccia e mantiene i venti boreali; e quanto è il caldo che si ha sul davanti, tanto è il fresco che si gode di dietro. Esso arresta del pari i venti australi, e così rompe e doma i venti più opposti, gli uni da un lato, gli altri dall’altro. Ameno nel verno, lo è ancor più nella state. Poichè prima del mezzogiorno, il sisto, dopo di esso lo stradon gestatorio e la vicina parte dell’orto sono confortati dalla sua ombra, la quale, secondo che cala o cresce il giorno, qua e là cade or più corta, or più lunga. Lo stesso crittoportico non è mai tanto privo del sole, quanto allora, che il più cocente raggio di esso cade a piombo sovra il suo colmo. Oltre a ciò per le aperte finestre vi entrano e giuocano i zefiri; nè il luogo è mai molesto per un’aria chiusa e stagnante.» Epist. Lib. II. 17. Trad. Paravia.
75. Liv. XXXIX. 14.
76. Vol. secondo. Puntata 18.ª, pag. 347.
77. «A Marco Lucrezio Flamine di Marte, Decurione in Pompei.»
78. È ben inteso che qui si parla del diritto più antico: in seguito queste leggi si vennero modificando ed erano già da tempo mutate quando a Pompei toccò l’estrema rovina.
79. Fustel de Coulanges: La Cité Antique, Liv. II, ch. 1.
80. Vedi Aulo Gellio IV, 3, Valerio Massimo II, 1, 4, e Dionigi d’Alicarnasso II, 25.
81. Governo degli Spartani.
82. In Solone, 20.
83. Cantù. Stor. degli Italiani. Vol. I. Cap. XXIII.
84. Liv. II, La Famille, Chap. II, Le Mariage, Pag. 43. Paris. Librairie Hachette e C. 1872, 4.me edit.
85. Lib. III, 3, 38.
86. Questioni Romane, 50.
87. Notti Attiche.
88.
Niun merito è dunque, o misleale,
Nïuno, o ingrato, che da me ti nasca
O bimba, o figliuolin? La gioja intanto
De l’educar, e imprimer su’ registri
Le prove d’uom prolificante, è tua.
L’uscio inghirlanda, sei papà; ti ho dato
Incontro a’ detrattor scudo e cimiero.
Di padre i dritti hai già; se’ scritto erede
Per me: d’ogni legato or se’ capace,
E di fiscal caducità ti ridi.
Beni ancor giungerai molt’altri a questo,
Di tre se arrivo il novero a fornirti.
Sat. IX, v. 82-90. — Tr. Gargallo.
89. Lib. II, epig. 92.
90. Epistolar. C. Plinii Cæcilii Secundi. Lib. X. ep. XCVI. Ediz. Venezia, Tip. Antonelli.
91. «Fu consuetudine presso gli antichi che colui il quale passasse in altra famiglia, avesse prima ad abdicare a quella nella quale era nato.» Ad Æneid. 11. 156.
92. Perdita delle cose sacre.
93. Detestazione delle cose sacre. XV. 27.
94. Top. 6.
95. De Legibus, 11, 8.
96. Id., ibid. 11.
97. Sat. V, 289 e segg.
— Olà! quel servo in croce. — E per qual fallo?
Chi accusa? chi testifica? Rifletti;
Non tardasi mai troppo, ove si tratti
Della morte d’un uomo. — È uomo un servo?
Sciocco! È innocente? E sia; io così voglio,
Così comando; il mio volere è legge.
Trad. Gargallo.
98. De Re Rustica. XII. 1. 2.
99. «L’ingiuria fatta anche allo schiavo non si deve dal Pretore lasciare inulta.»
100. Lib. VI, 39:
.... che la testa ha aguzza e in moto
Tien sempre i lunghi orecchi al par d’un asino.
Trad. Magenta.
101. De Clementia I, 24.
102. Milano. E. Daelli e C. 1863 nella Biblioteca Rara.
103. Oraz. Sat. 11. 6. 66; Ovid. Fast. 11. 631; Petronio, Satyricon, 60.
104.
«Quest’opera non fe’ barbaro artiere
Mangiator di polenta.»
Plaut. Mostellaria. Act. 3, sc. 2 v. 14º.
105. Sat. II, 5, 79. Non raccapezzandomi sulla versione del Gargallo, mi provo io:
Parca nel regalar, della cucina,
Assai più che di Venere, curante
La gioventù si mostra.
106. Od. XIV. Lib. II. Ad Posthumum.
«L’erede tuo que’ cecubi
Dissiperà più saggio,
Che cento chiavi or serbano
Del sole ignoti al raggio.
Tal vin facendo scorrere
Pe’ pavimenti alteri,
Cui non spumeggi il simile
Ne’ salici bicchieri.»
Trad. Gargallo.
Orazio dice nelle cene dei Pontefici; Gargallo vi sostituisce i salici bicchieri. Il lettore s’avvede tosto che il traduttore ha mutato il pensiero del poeta, e la citazione, nella traduzione, non farebbe al mio caso. I Salii erano i dodici sacerdoti di Marte che custodivan gli ancili o scudi sacri, mentre i Pontefici eran bensì sacerdoti, ma sopraintendevan alla religione dello stato e alle cerimonie di essa.
107. Od. XXXVIII. Lib. I. Ad Sodales.
«.... compagni a Divi
Con saliari — cibi festivi
I pulvinari — tempo è d’ornar.»
108. «Son citaredi a’ pulvinari degli Dei ed a’ banchetti de’ magistrati.»
109. «Cesare dittatore nella cena del suo trionfo, distribuì anfore di vin Falerno nel banchetto e cadi di Chio. Lo stesso nel trionfo ispanico largheggiò Chio e Falerno. Al convito poi del suo terzo consolato diè vin Falerno, Chio, Lesbio e Mamertino.»
110.
Qui i Romulei magnati e i trabeati
Cesare volle colle mille schiere
Che sedessero insieme a laute mense.
111.
. . . . i cibi apprestansi
Alla tua mensa in aurei piatti accolti.
Trad. Magenta.
112.
«Se i ricchi nappi onde l’Egitto abbella
I conviti di Roma, o quei che tinge
Partico fuoco d’iride sì bella.»
Lib. IV. Eleg. V. Trad. Vismara.
113. «Così crebbe il numero de’ versatili soffitti delle cene, che d’un tratto l’uno appresso all’altro succeda e si mutino tanti quante sieno le portate.»
114.
Frugan costor per gli elementi tutti
Come appagar la gola; nè al capriccio
Mai d’ostacolo è il prezzo.
Tr. Gargallo.
115.
A un pranzo u’ niun (temendone
L’ugne) il mantil recò;
Via la tovaglia Ermogene portò.
Ep. Lib. XII, 29. Trad. Magenta.
116. Æneid., lib. I, 703. — Il Caro poco fedelmente traduce:
. . . . Con Cerere a le mense
Gli aurati vasi e i nitidi canestri,
E i bianchissimi lini eran comparsi.
Avremmo avuto meglio serbato il costume d’allora se avesse tradotto:
Distribuiscon da’ canestri il pane
E recan le tovaglie, a cui fur rasi
I velli,
e avremmo appreso che le tovaglie potevan essere di pelli levigate; ma i traduttori soglion mirare più all’eleganza che alla precisione. Eppure, volgarizzando dall’antico, non si dovrebbe mai perdere di vista il concetto storico, pel quale anche i poemi diventano documenti di storia importanti. Giova il ripeterlo.
117.
Piccanti rape e rafani e lattuche
Gli fean corona: intingoli che stuzzicano
Lo stomaco impigrito. Eranvi acciughe,
Carote ed acquerello di vin coo.
Serm. VIII. Lib. 2. Trad. Gargallo.
118. «Nè riporre speranza nell’antipasto, perocchè tutto ora ho soppresso: mentre per lo addietro soleva deliziarmi d’olive e delle tue salsiccie.»
119. Lucano vi allude nel verso:
Quippe bibunt tenera dulces ab arundine succos.
Però che bevan gli Indi
Della tenera canna i dolci succhi;
e Domiziano di queste canne di zuccaro ne fe’ gitto alla moltitudine fra tante altre squisite cose.
120. Tre furono gli Apicii e tutti celebri per la loro ghiottornia. Il primo visse al tempo di Silla; il secondo sotto l’impero di Augusto e Tiberio e fu il più famoso e venne celebrato da Giovenale, da Seneca e da Plinio; il terzo sotto Trajano e rinomato inventore del marinar le ostriche, delle quali mandava all’imperatore desideratissime giare, quando quest’ultimo trovavasi a guerreggiare tra i Parti. Tanto impose l’abilità degli Apicj, che i cuochi si divisero persino in Apicj ed Antiapicj, come trovasi menzionato in Plinio il Giovane.
121.
D’Esopo il figlio insigne margherita,
Già di Metella da l’orecchio svelta,
In aceto stemprò, mille migliaja
Per bere di sesterzj in pochi sorsi.
Satira III. Lib. II. Trad. Gargallo.
122. «Sorbiva preziosissime perle liquefatte coll’aceto.»
123. «Nè bevon meno e coll’olio e col vino sfidano le forze, e giù cacciatili nelle svogliate viscere, lo rimettono per la bocca e rigettan col vomito tutto il vino.»