Estremi officii ai morenti — La Morte — Conclamatio — Credenze intorno all’anima ed alla morte — Gli Elisii e il Tartaro — Culto dei morti e sua antichità — Gli Dei Mani — Denunzia di decesso — Tempio della Dea Libitina — Il libitinario — Pollinctores — La toaletta del morto — Il triente in bocca — Il cipresso funerale e suo significato — Le imagini degli Dei velate — Esposizione del cadavere — Il certificato di buona condotta — Convocazione al funerale — Exequiæ, Funus, publicum, indictivum, tacitum, gentilitium — Il mortoro: i siticini, i tubicini, le prefiche, la nenia; Piatrices, Sagæ, Expiatrices, Simpulatrices, i Popi e i Vittimari, le insegne onorifiche, le imagini de’ maggiori, i mimi e l’archimimo, sicinnia, amici e parenti, la lettiga funebre — I clienti, gli schiavi e i familiari — La rheda — L’orazione funebre — Origine di essa — Il rogo — Il Bustum — L’ultimo bacio e l’ultimo vale — Il fuoco alla pira — Munera — L’invocazione ai venti — Legati di banchetti annuali e di beneficenza — Decursio — Le libazioni — I bustuari — Ludi gladiatorii — La ustrina — Il sepolcro comune — L’epicedion — Ossilegium — L’urna — Suffitio — Il congedo — Monimentum — Vasi lacrimatorj — Fori nelle tombe — Cremazione — I bambini e i colpiti dal fulmine — Subgrundarium — Silicernium — Visceratio — Novemdialia — Denicales feriæ — Funerali de’ poveri — Sandapila — Puticuli — Purificazione della casa — Lutto, publico e privato — Giuramento — Commemorazioni funebri, Feste Parentali, Feralia, Lemuralia, Inferiæ — I sepolcri — Località — Eccezioni e privilegi — Sepolcri nelle ville — Sepulcrum familiare — Sepulcrum comune — Sepolcro ereditario — Cenotafii — Columetiæ o cippi, mensæ, labra, arcæ — Campo Sesterzio in Roma — La formula Tacito nomine — Prescrizioni pe’ sepolcri — Are pei sagrifizj — Leggi mortuarie e intorno alle tombe — Punizioni de’ profanatori di esse — Via delle tombe in Pompei — Tombe di M. Cerrinio e di A. Vejo — Emiciclo di Mammia — Cippi di M. Porcio, Venerio Epafrodito, Istacidia, Istacidio Campano, Melisseo Apro e Istacidio Menoico — Giardino delle colonne in musaico — Tombe delle Ghirlande — Albergo e scuderia — Sepolcro dalle porte di marmo — Sepolcreto della famiglia Istacidia — Misura del piede romano — La tomba di Nevoleja Tiche e di Munazio Fausto — Urna di Munazio Atimeto — Mausoleo dei due Libella — Il decurionato in Pompei — Cenotafio di Cejo e Labeone — Cinque scheletri — Columelle — A Iceio Comune — A Salvio fanciullo — A Velasio Grato — Camera sepolcrale di Cn. Vibrio Saturnino — Sepolcreto della famiglia Arria — Sepolture fuori la porta Nolana — Deduzioni.
Abbiamo, o paziente lettore, assistito insieme alla vita, anzi alla vita più rigogliosa del mondo romano, interrogando più spesso gli scavi e i monumenti pompejani: ora, percorso quanto fu disumato della infelice città, visitiamo l’ultima parte che ci siam di essa riserbata, la Via delle Tombe che faceva parte del Pagus Augustus Felix, e quindi tocchiamo di tutto quanto riguarda la morte, le pompe funebri, cioè, i sepolcri ed i riti. Non sarà certo privo d’interesse l’argomento, se l’esempio antico rammemorato a’ presenti da Foscolo nel suo carme immortale de’ Sepolcri, potè condurre la generazione attuale egoista a più onesta e dicevole religione e venerazione delle tombe.
Prima però che mettiamo il piede nel pompejano sobborgo, demandiamo a’ libri antichi le costumanze che precedevano la tumulazione: la visita a’ sepolcri non sarà che il complemento del nostro tema. E avanti tutto, ricostruendo colla nostra fantasia sui ruderi d’una di queste case l’intero edificio e animandolo de’ suoi antichi abitatori, conduciamoci al cubiculum, dove sul ricchissimo letto giace il pater familias in preda a morbo letale.
Sul monopodium marmoreo, o tavola di un sol piede, di cui gli scavi offersero un esemplare, stanno i vasi e le ampolle del seplasarius, o farmacista e che il medico ha prescritte; ma l’aspetto dei congiunti accusa che poco oramai si attenda da que’ farmachi studiati.
Quando il medico o la natura avvertivano finalmente che all’infermo più non restava speranza di vita, e che era prossimo al suo estremo fato, la famiglia e i parenti di lui gli si raccoglievano intorno al letto, come se si trattasse di dar l’ultimo saluto a chi fosse per partire per un lungo viaggio. Era infatti per il viaggio che non aveva ritorno. Essi iscongiuravano altresì la morte ed impetravano da Mercurio la grazia che volesse servire di guida all’anima che stava per entrare nella regione de’ morti. E quando l’agonia pareva incominciata, si aveva cura di chiudergli gli occhi, acciò non fosse egli contristato dallo spettacolo che precede la morte, o perchè meno formidabile gliene apparissero le dimostrazioni. Il figlio, o il più prossimo parente, dandogli l’ultimo bacio, ne raccoglieva l’estremo sospiro, e tale era un conforto che auguravansi le madri di ciò fare coi loro figli, giusto quanto Cicerone afferma: Matresque miseræ nihil orabant nisi ut filiorum extremum spiritum excipere sibi liceret[218]. Nè altrimenti era in Grecia fin da più remoti tempi e ce ne persuade Omero nell’Odissea, dove Agamennone si lagna di Clitennestra:
. . . . al marito,
Che fra l’ombre scendea, non chiuse il ciglio
E non compose colle dita il labbro[219]:
e Virgilio attesta dell’uso recato in Italia, quando mette sulla bocca della madre d’Eurialo il lamento:
. . . . nec te, tua funera, mater,
Produxi, pressive oculos...[220]
uso continuatosi sempre dipoi; onde Lucano nella Pharsalia disse pure:
. . . . tacito tantum petit oscula vultu,
Invitatque patris claudenda ad lumina dextram[221].
Reso il quale, per tre volte, a distinti intervalli, si chiamava ad alta voce il morto, ciò che dicevasi conclamatio; e conclamatum est, significava adunque che una cosa più non esisteva.
Ma per apprezzare convenientemente questa cerimonia e le numerose altre che praticavansi in occasione di morte presso i Romani, gioverà vedere dapprima quali fossero presso di essi le credenze sull’anima e sulla morte.
E mi affretto a mettere in sodo come il non omnis moriar non fosse già un principio suggerito al poeta dalla coscienza della immortalità delle sue concezioni intellettuali, sibbene la radicata credenza che si aveva in una seconda vita, dopo questa terrena. Non fu quindi il portato d’una dottrina speculativa o filosofica qualunque, ma fu veramente una credenza questa di lunga mano anteriore all’almanaccar de’ filosofi, anzi precorritrice d’assai alla loro esistenza; di modo che la morte venisse considerata come una semplice mutazione della vita.
Dove poi versasse questa seconda esistenza al di là della tomba, variò la credenza.
Secondo le più antiche opinioni de’ Greci e degli Italioti, che per lo più divisero costumi e credenze insieme, come veramente usciti d’un solo ceppo, per testimonianza di Cicerone: sub terra censebant reliquam vitam agi mortuorum[222], ed anzi pensavano restasse l’anima tuttavia consociata al corpo; onde così spiegar ci possiamo l’espression di Virgilio ne’ funerali di Polidoro:
animamque sepulcro
Condimus, et magno supremum voce ciemus[223].
E l’iscrizione che apponevasi al sepolcro diceva infatti: hic jacet, qui giace, qui posa il tale, non già solo la spoglia del tale, dicitura che, malgrado le ben diverse credenze, pur a’ dì nostri è pervenuta e l’usiamo pure nei nostri ipogei. Era pertanto ragione che si curasse allora di chiudere nel sepolcro dallato al cadavere gli oggetti di cui reputavasi potesse sentire necessità e si spargesse al di sopra vino, latte e miele e si immolassero vittime, come vedremo più avanti, allo scopo di soddisfargliene la fame e la sete, ed anche a quello che avesse il defunto a valersi nella tomba di quel che sulla terra godeva.
Dopo ciò, non è più lecito credere che negli spiriti delle popolazioni greco-italiche avesse potuto attecchire l’idea della metempsicosi ossia della trasmigrazione dell’anima da un corpo all’altro. Nè di meglio credevasi che l’anima, lasciando il corpo, volasse al cielo; perocchè cotale credenza non trovò seguaci che assai più tardi, tutt’al più reputandosi che il soggiorno celeste convenisse, come straordinaria ricompensa a certi eroi, o benefattori della umanità.
Le più antiche generazioni credevano adunque unicamente che l’anima non si separasse dal corpo, che rimanesse fissa a quella parte di suolo, dove erano sepolte le sue ossa; che non dovesse rendere conto alcuno di sua vita anteriore, che non avesse ad attendere nè ricompensa, nè punizione.
Comunque più innanzi s’allargasse la fede e si credesse nel Tartaro, e ne’ Campi Elisi, come luoghi di punizione il primo e di premio i secondi per i fatti della vita terrena, i riti funerarii che mi faccio ora ad esporre risentirono sempre delle primitive credenze, le quali sebbene ci possano sembrare viete e perfino ridicole, secondo giustamente osserva Fustel de Coulanges, hanno tuttavia esercitato l’impero sull’uomo durante gran numero di generazioni: esse hanno governato le anime, rette le società, e la più parte perfino delle istituzioni domestiche e sociali degli antichi sono prevenute da questa sorgente[224].
Ma ho ricordato ora gli Elisii e il Tartaro: debbo darne alcuna nozione, perchè, come dissi, la credenza in essi divenne poi generale e costituì il mistero pagano d’oltretomba.
Secondo i Greci, i Campi Elisi o l’Elisio era la quarta divisione dell’inferno; secondo i Romani invece era la settima.
Vi regnava, per quanto ne testimoniò Pindaro ne’ suoi inni immortali, eterna la primavera, vi alitavano zefiri profumati, vi sfolgoravano sole e astri perpetuamente, vi crescevano fiori e frutta, v’era bandita la vecchiaja, ignoti i mali, senza fine la vita e l’onda di Lete, che tutt’all’intorno circondava quel beato soggiorno, procurava l’obblio delle dolorose memorie del passato. Lo stesso Pindaro ne fa re dell’Eliso Saturno: altri lo volle retto dalle leggi di Radamanto. Diverse pure le opinioni sulla località di esso: Omero ed Esiodo lo collocarono nel centro della terra e sulle rive dell’Oceano.
L’inferno, o Tartaro, era pei Greci un luogo sotterraneo, ove scendevano le anime dopo la morte per esservi giudicate da Minosse, Eaco e Radamanto, e Plutone vi regnava sovrano. Aveva vari spartimenti: l’Erebo ove stava il palazzo della Notte, quello del Sonno e dei Sogni, il soggiorno di Cerbero, cane ringhioso dalle tre gole, delle Furie e della Morte; l’inferno delle anime prave punite nel fuoco o nel ghiaccio; il Tartaro propriamente detto, dove i nuovi Numi avevano precipitato gli antichi, i Ciclopi, i giganti e i titani.
I Romani lo dividevano in sette scomparti: nel primo soggiornano i bambini; nel secondo gli innocenti stati condannati a morte; nel terzo i suicidi; nel quarto gli amanti spergiuri o sfortunati; nel quinto gli eroi che si macchiarono di crudeltà; nel sesto, detto più propriamente il Tartaro, stavano i martiri; nel settimo i Campi Elisii che già vedemmo essere luogo di riposo e di beatitudine pei giusti.
Facile è qui constatare come la dottrina pur del Cristianesimo ammettesse suppergiù, con quasi identità di nome e di destinazione, la credenza dell’Eliso e dell’Inferno, e il Cattolicesimo vi aggiungesse un terzo luogo di depurazione, cioè il Purgatorio, ammettendo in certo qual modo una tal qual legge di progresso, secondo anche la dottrina spiritica moderna, che cioè permettesse alle anime non al tutto superiori ed elette di espiare le colpe non gravi, prima d’essere ammesse nella sede dei santi.
È poi curioso osservare da ultimo, intorno a tale argomento, come i tre più grandi poeti dell’Umanità, Omero, Virgilio e Dante, l’abbiano consacrato nelle loro immortali epopee: perocchè il primo, nel canto undecimo dell’Odissea, guidasse Ulisse ne’ luoghi inferni a trovarvi i campioni della guerra trojana: il secondo vi conducesse, nel canto sesto dell’Eneide, il suo eroe, dove appunto divise tutti quegli scompartimenti che ho più sopra accennati, così lasciandovi memoria di tutte le antiche dottrine circa il soggetto; e l’Alighieri poi, della credenza dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, costituisse anzi tutta la macchina della sua Divina Commedia, nella quale agli scomparti pagani sostituisce di suo capo le bolge ed i gironi, dove pure colloca, secondo il maggiore o minor merito, la maggiore o minore pravità, gli spiriti de’ suoi personaggi, tra’ quali con nova fantasia vede taluni degli uomini del suo tempo ancor viventi.
I morti poi ebbero sempre tra’ Romani una religione: il culto che loro si prestava divenne anzi così obbligatorio, che nelle XII Tavole i relativi diritti degli Dei Mani, — che con questo nome chiamavano generalmente i morti, — vennero positivamente sanciti, secondo il testo conservato di questa particolare legge da Cicerone: Deorum Manium jura sancta sunto; hos leto datos divos habento: sumptum in illos, luctumque minunto[225]. Il medesimo Cicerone, nel Libro De Legibus, rammentò come fosse stato volere de’ maggiori che gli uomini che avevano lasciato questa vita, fossero annoverati tra gli Dei[226].
L’uomo ch’era stato del suo vivente tristo, morto era egualmente un dio: solo serbava nella seconda vita le malvagie tendenze della prima.
Se non che Apulejo lasciò detto che quando i Mani fossero malevoli, si dovessero chiamare larvæ, e quando benevoli, lares; perocchè infatti Manes, Genii e Lares si dicessero promiscuamente. Udiam lui stesso: Manes animæ dicuntur melioris meriti, quæ in corpore nostro Genii dicuntur; corpori renuntiantes, Lemures; cum domos incursionibus infestarent, Larvæ; contra ei faventes essent, Lares familiares[227].
Questa religione de’ morti, scrive il dotto Fustel, che ho già citato, sembra essere stata la più antica in questa razza d’uomini. Prima di concepire e d’adorare Indra o Zeus, l’uomo adorò i morti: ebbe paura di essi e indirizzò loro preghiere. Sembra così che il sentimento religioso abbia di là avuto la sua origine. È forse alla vista della morte che l’uomo ebbe per la prima volta l’idea del soprannaturale e che volle sperare al di là di quel che vedeva. La morte fu il primo mistero: ella mise l’uomo sulla via degli altri misteri: essa sollevò il suo pensiero dal visibile all’invisibile, dal passeggiero all’eterno, dall’umano al divino.
Pur Ugo Foscolo ne’ suoi Sepolcri fe’ rimontare il culto de’ morti allo istituirsi del contratto sociale:
Dal dì che nozze, tribunali ed are
Diero alle umane belve esser pietose
Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi
All’etere maligno ed alle fere
I miserandi avanzi che Natura
Con vece eterna a sensi altri destina[228].
Era forse anche per questo culto che gli Dei Mani si chiamassero Dii patrii ed anche Dii sacri, come si veggono così, indicati sovra alcuni monumenti. — Più avanti toccherò di feste ed onoranze istituite per gli Dei Mani.
Come facciamo oggidì che denunziamo al Municipio l’avvenimento d’una morte, e trattiamo della spesa de’ funerali, allora veniva denunciato il decesso al tempio della dea Libitina, istituito da Numa, nel quale si custodivano tutti gli apparati ed addobbi richiesti per mettere in ordine un funerale e quivi col libitinario, o intraprenditore delle pompe funebri, convengasi sull’indole di quella che ricercavasi e sulla spesa.
Il libitinario spacciava alla casa del morto i suoi schiavi, detti pollinctores, dal polline, dice Servio, o fior di farina onde lievemente spargevasi la faccia del defunto, dopo che il corpo fosse stato dalle donne con acqua calda lavato. — Tale costume di preparare, imbiancandolo, il viso agli estinti si conserva tuttavia in Rumenia, dove lo portarono i Romani antichi, che vi lasciarono indelebili tracce di loro soggiorno e colonizzazione in altre molte consuetudini, nel linguaggio e perfino nella denominazione del paese, che fino a’ dì nostri vanta con noi comune le origini. — Quindi i medesimi pollinctores l’ungevano e imbalsamavano con appositi aromi:
. . . corpusque lavant frigentis et ungunt[229].
Ciò eseguito, lo si rivestiva dell’abito ch’era solito portar vivo, colle insegne che s’era meritato. Così il semplice cittadino d’una toga bianca, il magistrato della pretesta, i censori della porpora; d’una semplice tonaca invece gli abitanti della campagna e i plebei. Gli si poneva in bocca un triente, cioè la terza parte di un’asse, la moneta di rame corrispondente a due centesimi di lira italiana con cui intendevasi pagare Caronte,
Il nocchier della livida palude,
pel tragitto di essa, pur descritto nella Cantica dell’Inferno da Dante, e come il rammenta Giovenale:
. . . . at ille
Jam sedet in ripa, tetrumque novicius horret
Porthmea, nec sperat cænosi gurgitis alnum
Infelix, nec habet quem porrigat ore trientem[230].
Le leggi delle XII Tavole vietando di seppellire l’oro nelle tombe, — osserva giustamente quel dotto scrittore e orientalista che è il prof. Angelo De-Gubernatis, confermano soltanto la esistenza dell’uso nell’antica Roma[231].
Coronandogli di fiori la testa, lo si deponeva su d’un alto letto, d’avorio, se ricco, e coperto di preziose stofe, nel vestibolo, co’ piedi rivolti verso l’uscita di casa, quasi ad indicarne la partenza. Persio così ricorda sommariamente, nella satira III queste funerali cerimonie:
Hinc tuba, candelæ; tandemque beatulus alto
Compositus alto lecto, crassisque lutatus amomis,
In portam rigidos calces extendit[232].
Quest’uso di collocare i cadaveri che si dovevano trasportare, co’ piedi vôlti all’uscita della casa, nota a questo passo Vincenzo Monti, era antichissimo. Omero ne fa menzione nel XIX canto dell’Iliade, ove Achille addolorato per l’estinto amico (Patroclo), così parla:
D’acuto acciar trafitto egli mi giace
Nella tenda co’ piè vôlti all’uscita.
Davanti la porta si piantava il funerale cipresso, l’albero consacrato a Plutone, perocchè esso una volta tagliato più non ripulluli, secondo lasciò ricordato Plinio il vecchio. La presenza del cipresso era indizio di lutto patrizio, come avvertì Lucano nel seguente verso:
Et non plebejos luctus testata cupressus[233].
Di tal guisa restava avvertito il pontefice di tenersi lontano da quella casa, da cui sarebbe stato polluto; così evitavanla coloro che disponevansi a compiere alcun sagrificio, perocchè quell’impuro contatto non avrebbe più loro concesso d’accostarsi agli altari. Così all’eguale intento, e per tutto il tempo che duravano le funebri cerimonie, si solevano velare le immagini degli Dei.
Per sette giorni lasciavasi esposto il cadavere, acciò si avesse tutto l’agio di riprendere i sensi dove un letargo avesse simulato la morte, e vegliava a studio di esso uno schiavo della casa e durante un tal tempo facevansi da que’ della famiglia le maggiori dimostrazioni di dolore:
. . . it clamor ad alta
Atria; concussam bacchatur fama per urbem;
Lamentis, gemituque et fœmineo ululatu
Tecta fremunt; resonat magnis plangoribus aether[234].
L’ottavo giorno un pubblico banditore, percorrendo le vie principali adiacenti alla casa mortuaria, convocava il popolo per celebrare i funerali. Terenzio ci lasciò nelle sue commedie rammentata la formula di tale convocazione:
Quirites exsequias... quibus est commodum ire jam tempus est[235].
Siccome poi, giusta quanto superiormente dissi, le anime delle persone buone si consideravano ricevute nel novero degli Dei benefici, comunque d’ordine inferiore; così ci restò qualche documento che prova come si ponesse nel feretro, presso il cadavere, un attestato di buona condotta, rilasciato dal Pontefice, perchè fosse agevolato il compito de’ giudici eterni. Bannier ne riferisce un esempio in quello che fu posto accanto ad un cadavere dal Pontefice Sesto Anicio, ch’io pur trascrivo, acciò si conosca anche di questo curioso documento la formula. Eccolo: Ego Sextus Anicius Pontifex testor hunc honeste vixisse: Manet ejus inveniant requiem[236].
Funus dicevasi il funerale, a cagione che negli antichi tempi i romani seppellissero di notte al lume di candele, o torcie, che si formavano di funi ritorte, funalia, intrise di pece, portate dai piagnoni. Non fu che più tardi che l’uso di seppellire di notte si restrinse alle classi più povere, le quali non potevano sostener la spesa di splendide esequie.
Ed oltre di tal distinzione, diverse altre erano le specie di funerali. Publicum era quel funerale che si faceva a spesa dello Stato, come in quest’anno in cui scrivo (1873, 29 maggio), Milano praticò a riguardo di Alessandro Manzoni, morto il 22 dello stesso mese e riuscì così imponente e pomposo da potersi dire per lo appunto quel che Plinio scrisse a Romano del funerale pubblico di Virginio Rufo, il quale, se non come Manzoni ebbe a vivere ottantotto anni, ne visse nondimeno ottantatre, compiuti in una beatissima quiete e in non minore venerazione, che stato console per tre volte, arrivò all’apice degli onori privati e sopravvivendo trent’anni alla sua gloria, lesse versi, lesse storie, scritti in suo onore e conversò in certa guisa co’ posteri: Post aliquot annos insigne, atque etiam memorabile populi romani oculis spectaculum exhibuit publicum funus Virginii Rufi maximi et clarissimi civis, perinde felicis[237]. Il Paravia in nota a questa lettera di Plinio, affermò chiamarsi anche censoria questi publici funerali, rimettendo circa alle cerimonie, al lusso ed anche alla stravaganza di queste funebri solennità alle antichità Romane di Adam (vol. III e IV) che ne fece la descrizione. Ma il funerale publico, fatto a spesa dello Stato, che in quest’anno medesimo rimase più memorabile ancora, fu quello che si celebrò in Roma nel 7 giugno 1873, per Urbano Rattazzi, il più eminente uomo di Stato che aveva l’Italia, stato sei volte ministro di re Vittorio Emanuele, morto il 5 dello stesso mese in Frosinone, e il cui nome, come quello di carissimo e venerato amico, io rammenterò nelle lagrime finchè vita mi rimarrà. Non fu pompa solo ufficiale, ma, come fu egregiamente detto, fu vero plebiscito: poichè tutte le città vi partecipassero nel lutto, e con essa i principi reali, i più alti dignitari, senatori e deputati, illustri stranieri e d’ogni ordine cittadini. Splendidissimi del pari poi, ed a spesa del Municipio, Alessandria sua patria gli rinnovò l’undici giugno successivo, quando essa ebbe il cadavere che reclamò e che venendo da Roma ebbe lungo il viaggio le ovazioni delle popolazioni in mezzo alle quali passava.
Funus indictivum appellavasi quel grande funerale in cui veniva invitato il popolo a’ ludi gladiatorii ed alle militari rassegne, che si offerivano ad onoranza di illustre defunto; mentre tacitum o translatitium dicevasi il funerale comune ed ordinario senza veruna ostentazione di potenza. Funus gentilitium era poi quello nel quale si recavano in processione le imagini de’ maggiori della medesima prosapia, gens.
Fatta dal banditore l’ultima conclamazione, il designator, o maestro della funebre cerimonia, assistito da’ suoi littori, o da un suo accolito, accensus, ordinava che la processione si incamminasse per trasferire il cadavere all’ultima dimora, tutti recando, comunque fosse di giorno, torcie accese nelle mani, in memoria dell’antico costume. Apriva la marcia una banda di musicanti, siticines, che suonavano la tibia longa, o flauto funebre, accompagnando con essa un canto lugubre in lode del trapassato, come ci spiegò Novio Marcello: Siticines dicti sunt qui funeratos et sepultos canere soliti erant causa honoris cantus lamentabiles[238].
Il mortoro de’ grandi e delle persone attempate, quando il publico era stato convocato, veniva accompagnato da trombettieri, tubicines, i quali annunciavano che il defunto non era stato tolto di vita dal ferro o dal veleno.
Dietro i musici venivano le prefiche, præficæ, schiave del libitinario incaricate di fare il piagnisteo; ed esse, mediante pagamento, percuotevansi il petto, mandavano grida strazianti e strappavansi i capelli, ostentando un dolore fierissimo che erano ben lungi dal sentire. Così Lucilio nelle satire ci descrive la loro simulata desolazione:
Mercede quæ
Conductæ fient alieno in funere præficæ
Multo, et capillos scindunt et clamant magis[239].
L’uso delle prefiche, comune a quasi tutte le nazioni, si protrasse tardissimo anche fra noi. Nella diocesi di Milano vennero proibite dall’Arcivescovo S. Carlo Borromeo. — E celebravano esse talvolta le lodi del defunto col canto, nænia, e tal altra recitando passi de’ poeti più rinomati che avessero qualche analogia colla circostanza. Erano così insinceri siffatti canti laudativi, che passò di poi nænia per sinonimo di nugæ, ossia bagatelle od inezie. Il nostro Porta, l’insuperabile poeta del nostro vernacolo, disse alla sua volta bosard come on cartell de mort, bugiardo come un cartellone da morto, o, come potrebbesi anche dire, al pari di un epitaffio. Guasco ricorda che dietro le prefiche venissero altre donne: Piatrices, Sagæ, Expiatrices, Simpulatrices, ed erano sacerdotesse che presiedevano a’ sacrificj impetratorj per ottenere l’ingresso del defunto negli abissi, ed espiatorj per purgarsi dai peccati[240].
Seguivano i Popi e i Victimarii: ufficio dei primi era di abbattere gli animali più diletti al defunto padrone, come cavalli, cani, ed uccidere uccelli alla pira funebre: dei secondi di predisporre gli arredi necessarii all’uopo. Essi apparivano nudi fino alla cintura.
Poi quelli che portavano le insegne onorifiche del morto, come le spoglie prese al nemico, i distintivi ed i premii conseguiti dal suo coraggio, ogni cosa però capovolta a dimostrazione di lutto. Portavansi pure le imagini degli avi illustri disposte per ordine cronologico su’ carri, pilenta, le insegne delle magistrature e delle dignità coperte da essi, e siffatto privilegio spettava pure alle donne ne’ loro funerali, dove avessero avuto negli antenati loro taluno che avesse sostenuto una magistratura curule.
Teneva dietro tutto ciò una schiera di mimi e l’archimimus o capo di essi. I primi ballavano danze grottesche al suon de’ crotali, le quali danze chiamavansi sicinnia, i cui salti regolavansi in misura co’ piedi dattili dell’anapesto, metro simile a un dipresso al quinario nostro e del quale eccone esempio tolto a Seneca il tragico:
Il secondo, imitava coll’incesso e co’ gesti il costume, i modi più spiccati e la persona del defunto, come viene attestato dallo storico de’ Cesari, Svetonio[242].
Venivano ultimi i parenti e gli amici, spogliate le dita d’anelli e colla barba intonsa, vestiti tutti della penula oscula, abito di rigore nelle funerali pompe, nelle quali non era permesso portare la toga e comprendevasi essa fra i vestimenta clausa. I figliuoli incedevano colla testa coperta, le figlie invece a capo scoperto: queste poi, la madre e la moglie senza ornamento, colle chiome disciolte ed in nere gramaglie. Le donne solevano mostrare un vivo dolore, straziandosi il seno nudo ed il volto, tanto da spicciarne il sangue, e invocando l’amato defunto ad alta voce, come Properzio desiderava avesse a fare per lui la bella Cinzia:
Tu vero nudum pectus lacerata sequeris.
Nec fueris nomen lassa vocare meum[243]
e ciò non a vana dimostrazione di duolo, ma perchè, secondo spiegano i commentatori, i mani amano il latte ed il sangue.
Dopo di costoro, procedeva la bara, capulum, feretrum, lectica funebris, come poteva venire con tutti questi nomi designata, ed era un letto od anche una lettiga coperta da più o men ricco drappo, a seconda della varia dignità dell’estinto e portata da’ più prossimi parenti o dagli amici, in numero di sei o di otto, e per ciò detta anche exaphorum, od octophorum. Talvolta sorreggevasi essa dagli schiavi dichiarati liberi nel testamento, e tenevano allora in segno di loro recente libertà coperto il capo. I personaggi alto locati erano portati da dignitarj o funzionarj dello stato; la bara di Lucio Cornelio Silla dalle Vestali, quella di Giulio Cesare dai magistrati, quella di Augusto da’ senatori, quella di Tiberio da’ soldati, e Tacito ricorda che il feretro di Germanico venisse portato sulle spalle de’ tribuni e de’ centurioni[244]; ma poi e più innanzi l’urna dell’imperatore Severo fu portata per mano dei consoli medesimi.
Dietro la bara succedeva la caterva de’ clienti, degli schiavi e de’ familiari, conducendo a mano gli animali che dovevano essere sagrificati al bruciamento del cadavere, e finalmente chiudevasi la processione colla carrozza vuota, rheda o carpentum, del defunto e colla turba de’ curiosi e sfaccendati che mai non mancano agli spettacoli che si offrono gratuitamente.
Il funerale corteggio, quando trattavasi di persona illustre o ricca, soffermavasi un tratto nel foro, dove, posto il funebre letto sulla tribuna, un prossimo congiunto, o l’erede beneficato, pronunciava l’orazione funebre in mezzo ai suoni lugubri di una musica mesta, ciò che diede origine alla frase latina laudare pro rostris. Ricorda il lettore come Svetonio, nella vita di Cesare, lasciasse memoria aver questi alla sua volta arringato dai rostri l’orazion funebre per la sua zia (amita) Giulia e per la moglie Cornelia, cogliendo il destro così di vantarsi disceso per una parte da regale prosapia e per l’altra da Venere, affine poi d’inferirne: est ergo in genere et sanctitus regum, qui plurimum inter homines pollent, et cærimonia deorum, quorum ipsi in potestate sunt reges[245].
Il De-Gubernatis nella sua opera sullodata degli Usi Funebri Indo Europei[246], ricorda come Plutarco nella vita di Valerio Publicola riferisca a questo console l’origine della istituzione delle orazioni funebri romane. «Ebber cari i Romani — queste son le parole dello scrittore delle Vite degli uomini Illustri — quegli onori che fece Valerio al suo collega (Bruto) coi quali illustrar ne volle il mortorio, e specialmente l’orazion funebre che recitò in di lui lode egli stesso, la quale riuscì di tanta soddisfazione e fu sì grata ai Romani medesimi, che introdotto indi venne il costume di encomiarsi dopo morte, in tal guisa, tutti i grandi, e valentuomini dai personaggi più insigni. Questa orazion funebre, secondo si dice, fu più antica anche di quella de’ Greci, se pure anche ciò non fu una istituzione di Solone, come lasciò scritto il retorico Anassimene.» Dionigi d’Alicarnasso, nel libro quinto delle sue Antichità Romane, scrive non poter affermare se Valerio sia stato il primo a pronunciare in Roma un discorso funebre, o s’egli abbia invece seguito un costume già invalso tra i re; ma in ogni modo ritiene il costume come romano e rimprovera i tragici ateniesi per averne voluto fare un merito alla loro città, che non conobbe, a suo avviso, le orazioni funebri, se non dopo la battaglia di Maratona, che fu posteriore di sedici anni alla morte di Bruto.
Ripigliava quindi la processione il suo corso e uscendo dalla città[247] pel Circo Massimo e la porta Capena per mettersi nella via Appia, ch’era quella delle tombe, si avviava al rogo, rogus, ed anche grecamente pira, πυρά, che era una specie di altare, o catasta, piuttosto costruita nel recinto sepolcrale detto bustum, o contiguo alla tomba, di ciocchi d’alberi resinosi, non digrossati ne’ squadrati, in masse ad angoli retti, adorna di ghirlande e ramoscelli di cipresso, sulla cima della quale collocavasi dallo schiavo, detto Ustor, il cadavere, asperso di preziosi liquori e avvolto in un lenzuolo di amianto. Dapprima il più prossimo congiunto o l’erede ne aveva riaperto gli occhi, come voleva il rito, reputandosi sacrilegio il privare il cielo degli sguardi di un morto, e curavasi che portasse al dito il suo anello e prima di avvilupparlo nel sudario la moglie e i figli deponevano sulle gelide labbra di esso l’estremo bacio, tributo ultimo che pur a sè stesso augurava ricevere dalla sua Cinzia Properzio:
Osculaque in gelidis pones suprema labellis
Quum dabitur Syrio munere plenus onyx[248].
E si staccavano dalla cara spoglia colle parole consacrate dal rito: Vale. Nos te ordine quo natura voluerit cuncti sequemur[249].
Ciò fatto, il più prossimo congiunto, stornando la testa, appiccava colla rovescia torcia il fuoco alla pira e mentre questa ardeva, gittavansi su d’essa incensi, profumi, vino, capelli e fiori, e lo stesso Poeta or ricordato, pone in bocca alla sua Cinzia, che morte gli toglieva anzi tempo e l’ombra della quale gli era ne’ sogni apparsa, il lamento perchè nè di profumi, nè di vino e neppure di giacinti avesse egli onorato il suo rogo:
Cur ventos non ipse rogis, ingrate, petisti?
Cur nardo flammæ non oluere meæ?
Hoc etiam grave erat nulla mercede hyacinthos
Inficere, et fracto busta piare cado[250].
Altri buttavan su quella fiamma le armi, le phaleræ[251] e le vestimenta preziose del defunto, i cavalli a lui prediletti, i molossi, i papagalli e quanto in vita aveva di meglio amato, e accadde ancora che in mezzo ad essi si slanciassero gli schiavi stessi, come per essere compagni al trapassato nel viaggio d’oltre tomba. Così Virgilio menzionò nell’Eneide il devoto costume:
Hic alii spolia occisis direpta Latinis
Conjiciunt igni, galeas, ensesque decoros
Frænaque, ferventesques rotas: pars munera nota,
Ipsorum clypeos, et non felicia tela[253].
perocchè munera appunto si chiamassero le preziose cose avute in pregio del suo vivente dal defunto.
Nè il popolo restava inoperoso in mezzo alla cerimonia; ma pregava i venti spirassero secondi, giusta il costume de’ Greci rammentato nell’Iliade nei funerali di Patroclo:
Ma del morto Patròclo il rogo ancora
Non avvampa, allor prende altro consiglio
Il divo Achille. Trattosi in disparte,
Ai due venti Ponente e Tramontana
Supplicando, solenni ostie promette,
E in aurea coppa ad amendue libando,
Di venirne li prega, e intorno al morto
Sì le fiamme animar, che in un momento
Lo si struggano tutto esso e la pira[254].
Se il funerale era di condottiero di esercito, cavalieri e fanti riccamente ornati tre volte giravano intorno al rogo, ciò che chiamavasi decursio, mandando dolorosi lai:
Ter circum accensos, cincti fulgentibus armis,
Decurrere rogos: ter moestum funeris ignem
Lustravere in equis, ululatusque ore dedere
Spargitur et tellus lacrymis, sparguntur et arma[255].
Così leggesi anche in Svetonio nella vita di Claudio, come intorno al tumulo di Druso Germanico corresse ogni anno un soldato; e Tacito scrive: Chatti tumulum super varianis legionibus structuri, ad aram Druso sitam disiecerant. Restituit Cæsar arum honorique patris princeps ipse cum legionibus decucurrit[256].
Ed intanto che il fuoco divampava, si facevano le libazioni di vino, di latte e di sangue, alla quale ultima fornivanlo le vittime immolate, i prigionieri, gli schiavi od anche i gladiatori detti bustuari, per ciò che innanzi al rogo combattessero combattimento mortale, avendosi fede, come già notai, che i mani si placassero col sangue.
I più ricchi e prestanti cittadini, siccome m’accadde di mentovare nel capitolo dell’Anfiteatro nel dire de’ ludi gladiatorii, crescevano onoranza con gli spettacoli di gladiatori, che si offerivano gratuitamente al pubblico, e il dittatore Lucio Cornelio Silla li dispose grandiosissimi pe’ suoi funerali nel proprio testamento, secondo si raccoglie nell’orazione di Cicerone, pur da me già citata nei capitoli della Storia Pompejana, recitata pro Publio Sylla.
Ma ad onorare la memoria dei defunti altri modi vi erano. La lettera XVIII del Lib. VII. delle Epistole di Plinio il Giovane ci apprende come Caninio Rufo, per eternare la memoria della propria moglie, disponesse un annuale convito a’ suoi concittadini Comaschi e in un rottame di lapide conservatoci dal Giovio si legge che altri due Caninii della stessa città lasciassero similmente una somma per celebrare un annuale banchetto: eccone il frammento:
ORNAMENTVM ET ROSA PONERETVR
RELIQ. INTER SE SPORTVLAS DIVIDERENT
IN CVIVS TVTEL. DEDERVNT CANINIVS VIATOR
ET CANINIVS EVPREPES HS.
Più munificente e assennato appare dalla medesima lettera XVIII Plinio stesso, quando ci dice aver assegnato 500 mila sesterzi alla sua patria Como per educare i giovani.
Le persone povere, o quelle non così facoltose e in grado di comperarsi il bustum, portavansi all’ustrina, terreno publico destinato a bruciare i cadaveri, le ceneri de’ quali venivano quindi trasportate ne’ sepolcreti di famiglia se l’avevano, o se non l’avevano, al sepolcro comune, al quale accenna Orazio nel verso: