189.  Con una sacra indegnazione e con maggior calore per avventura di Persio, Turno, vissuto sotto il regno di Nerone e vecchio sotto quello degli imperatori di casa Flavia, compose satire che quello imperante stigmatizzarono a fuoco. Vuolsi che le sue composizioni non publicasse finchè visse quel tiranno; ma se ciò fosse, sarebbe stato minore il suo coraggio, nè di lui avrebbe Marziale potuto dettare il seguente epigramma:

Contulit ad satyras ingentia pectora Turnus:

Cur non ad Memoris carmina? Frater erat.

Turno piegò l’ingegno suo sovrano

Al satirico stil: perchè di Memore

Non i versi emular?... Gli era germano.

Epigr. lib. XI, 11. — Tr. Magenta.

Da tal epigramma apprendiamo adunque che Turno fosse fratello di un Memore, poeta tragico, come nel precedente epigramma lo stesso Marziale lasciò ricordato:

Clarus fronde Jovis, Romani fama cothurni.

Del romano coturno illustro e cinto

Della fronda di Giove.

Id. ib. 10.

L’unico frammento rimasto delle Satire di Turno è, come dissi, codesto che traduco: taluni vollero perfino attribuirlo a Lucano, ma i più lo assegnano a Turno.

190.  È chiara in questo verso l’allusione all’incendio di Roma avvenuto sotto il regno di Nerone, il quale ne fu ritenuto autore.

191.  Son note le pazze e infami nozze di Nerone con Sporo, celebrate publicamente in Roma. Questo verso ricorda quello della Sat. II di Giovenale:

Dives erit, magno quæ dormit tertia lecto.

. . . . Sposa che in ampio letto

Terza a dormire adattisi, fia ricca.

V. 60. Trad. Gargallo.

192.  Mena fu liberto e favorito del giovane Pompeo; fu vanitoso sino al ridicolo, e di sua perfidia andò famigerato nella guerra di Augusto e di Sesto Pompeo. Orazio lo berteggia in una satira. Morì nella guerra che Ottavio sostenne contro gli Illirii.

193.  Geta è altro favorito, che eccitò sotto Nerone una sedizione a Roma. Di lui parla Tacito nel lib. II, cap. 72 delle Storie.

194.  Tizio, cavalier romano, preposto a guardia di Messalina. Di lui pure fanno menzione gli Annali di Tacito lib. II, cap. 35.

195.  Lib. VII, ep. 21.

196.  Lib. VII, ep. 24.

197.  Lib. XII, 18.

198.  Études de moeurs et de critique sur les Poètes latins de la décadence. M. D. Nisard. Bruxelles 1834.

199.  

..... Ascondere

Con segni intelligenti

I lusinghieri accenti.

200.  Cic. Pro Cælio. «Libidini, amori, adulterii, banchetti e commessazioni.»

201.  

I Bagni, i vini e Venere

Riducon l’uomo in cenere,

A’ mortali gradita

Fan nondimen la vita.

202.  

Vuoi tu forse ch’io segga in fra codeste

Prosede e avanzi d’Alicarie, amiche

A’ panattier’, sciupate e infette serve?

Pœnulus. Act. I, sc. 2, v. 53-55.

Noti il lettore come Plauto usi della parola scœno, invece di cœno, come dai Sabini si usava allora sostituire nella pronunzia la s al c. Così scœlum per cœlum, scœna per cœna. La medesima cosa si fa oggidì, in alcune parti d’Italia e massime in Toscana.

203.  

La Blitea è una sporca meretrice

La qual non pute che di vino.

204.  Il comico latino che di queste femmine se ne intendeva, nella già citata commedia del Pœnulus non dimenticò la scorta diobolaria, che retribuivasi di due oboli, che è la stessa moneta del dupondium, e a siffatte sciagurate accenna pur Seneca nel Lib. VI Controversiarum, in quel passo: Itane decem juvenes perierunt propter dupondios duos?

205.  

ARGIRIPPO

Non sono morto affatto, ancor mi resta

Qualche poco di vita, e quel che chiedi

Ancor darti poss’io; ma darò solo

Che tu rimanga in mio possesso e sappia

Che un anno intero tu mi serva e intanto

Presso di te nessun altro tu ammetta.

CLEERETA

E se tu il vuoi, quanti ho in mia casa schiavi

Evirerò; ma se d’avermi brami,

Il singrafo mi reca, e come chiedi

E come piace a te, dettane i patti:

Ma insiem portami il prezzo, agevolmente

Il resto accetterò. Son dei lenoni

Pari alle porte de’ gabellieri,

S’apron se paghi, se no, restan chiuse.

206.  

DIABOLO

Fra me, l’amica mia e la mezzana

Leggine i patti, perocchè poeta

In codesti negozi unico sei.

Suvvia, mostrami il singrafo che hai scritto.

207.  Pag. 70. Milano, Edoardo Sonzogno editore, 1872.

Non so trattenermi dal riferire un tale contratto, simile in tutto a’ singrafi di fedeltà di cui sopra è parola.

Gostanzo, il Procuratore, il secondo Notaio.

Pro. Presto, Alessandro, quei patti obbligatorî: state ad ascoltare.

Gos. Ascolto.

Ales. In Christi nomine amen. Millesimo quingentesimo quinquagesimo primo.

Pro. Etc. vieni al merito: lascia stare le clausole generali.

Ales. M. Gostanzo figliuolo di M. Massimo Caraccioli, parte una, e Madonna Andriana da Spoleti parte altera omnibus modis etc. etiam con consentimento di Madonna Dorotea sua figliuola, tutti presenti, e che accettano volontieri etc. son divenuti agl’infrascritti patti, videlicet che la detta donna Andriana lascerà Madonna Dorotea sua figliuola al detto M. Gostanzo un anno intero da star seco dì e notte.

Gos. A lui solo e non ad altri.

Pro. Gliel’aggiungo io. Presto, Alessandro.

Gos. Sì in ogni modo: vedete di grazia d’imbrigliami sì bene quest’asina, non le voglia il trarmi de’ calci.

Pro. Udite pur, seguita.

Ales. E che nel detto tempo non metta in casa nessun amico, parente, o innamorato suo antico, moderno, imaginario, quovis modo.

Gos. Se non me solo.

Pro. Intendo; che non dicesse poi che sete escluso ancor voi; passa oltre.

Ales. Non ricevi nè mandi lettera, non abbi in casa carta e inchiostro per scrivere; non tenghi ritratto degli innamorati vecchi, e passato il terzo giorno gli sia lecito impune et de facto abbruciarli; non vada a festa, a banchetti, nè a chiesa; non inviti nessuno a mangiare, non stia in porta, non facci trebbe, non guardi giù dalle finestre, non oda cantilene o sospir di gente che passi per la strada, e sia lecito al detto M. Gostanzo di chiuder le porte e tenerle chiuse quanto gli piace senza alcuna replica.

Gos. Oh mi piace; oh come va bene!

Pro. Aspettate pur, seguita.

Ales. Levi tutte l’occasioni di farlo sospettare; non calchi il piede a nissuno, non tocchi la mano, non pizzichi, non si levi, non si muova.

Gos. Piano, anzi voglio ch’ella si muova e scherzi meco in camera.

Pro. Con altri, con altri, s’intende.

Gos. Passate oltre.

Ales. Non alzi un occhio, non starnuti, non fiati senza suo consentimento, non rida dietro alla finestra a nessuno, non si lasci baciar la mano, o veder gli anelli, non facci cenno, non motteggi, non guardi, non mostri di tossir e quando è sforzata, non faccia vezzi nè favore a nessuno; di più non si finga ammalata per farsi ungere, stropicciare e sia lecito al detto M. Gostanzo durante il detto termine per qualsivoglia minima occasione di gelosia ch’ella gli dia, chiuder la detta Dorotea in camera, in cucina, in sala, di sotto, di sopra e in qual parte più gli piacerà della casa, quomodocunque et qualitercunque et ella accetti ogni cosa per bene.

Gos. Benissimo; ma voi mi lasciate il meglio e più importante.

Pro. Che cosa?

Gos. Preti, Frati, Scapuccini, Guastallini, Pinzocheri, Chietini, Giovanelli, Riformati, Gabbadei, Zoccolanti, Collitorti nè per confessione, nè per visita, nè per altro non mettano il piede in casa sotto alcun pretesto.

Pro. Buon ricordo per mia fè. Presto, Alessandro.

Gos. Aggiungeteglielo in ogni modo, perchè non sono al mondo lenoni più veementi di queste canaglie.

Pro. Mi meraviglio che la somma Orlandina non ne faccia menzione, donde ho cavato questo estratto. Hai spedito, Alessandro? seguita.

Ales. E che nel sopradetto termine la detta Andriana non abbi alcuna autorità in casa, ma si stia cheta e goda e taccia et attenda solamente a covar il fuoco, cuocer castagne, ber vin dolce, sputar nella cenere, e se pur vuol gridar gridi alla gatta, solleciti il desinare e si faccia legger dal ragazzo qualche leggenda; del resto lasci il dominio della casa in podestà del detto M. Gostanzo, sotto la pena di non ber vino, e di esser staffilata all’arbitrio del detto M. Gostanzo.

Gos. O buono! seguita.

Ales. Dall’altra banda sia obligato il detto M. Gostanzo numerargli subito, senza alcuna dilazione, sessanta scudi d’oro, de’ quali possono disporre a lor modo, senz’alcun obbligo di restituirli.

Gos. Andiam dentro.

208.  

Il pastor Coridon d’Alessi ardea,

D’Alessi bel fanciul, delizia prima

Del suo signor.

Egloga II. Tr. di Prospero Manara.

209.  Vedi Giornale degli Scavi, Nuova Serie n. 13, 1870.

210.  

Nè già di lei, che nuda il piè, calpesta

L’aspra selci, è miglior l’altra che ’l collo

Preme d’assiri lettighier giganti.

Satir. VI, 350. Tr. Gargallo.

211.  

L’ippomane, gli incanti, i beveraggi,

Colchici dovrò dir?

Sat. VI. 133. — Tr. Gargallo.

212.  «Porgi l’acqua fredda, o ragazzo.» Notisi il fridam per frigidam quanto s’accosti alla nostra parola fredda.

213.  «Una bianca m’apprese a odiar le brune.» Vedi Vol. I. Cap. Le Vie, ecc.

214.  «Agli uomini di Nola augurano felicità le fanciulle di Stabia.»

215.  Vedi Plauto: Asinaria Att. V, Scena 2, v. 76 e 84.

Ma dorme ancora il cuculo, o amatore,

Su ti leva e va a casa.

Il cocolo mio, vezzeggiativo delle amanti veneziane, ne sarebbe forse la traduzione e l’applicazione, senza l’idea del disprezzo?

216.  «Non è questo il luogo agli oziosi: passa oltre, o passeggiero.»

217.  

Così del fuoco di sozza lucerna,

Brutta e incrostata il viso, il tetro odore

Del bordello al guancial recò d’Augusto.

Giovenale, Sat. VI. 130-131. Trad. Gargallo.

218.  «E le misere madri di null’altro più pregavano se non che fosse loro concesso di raccogliere l’estremo sospiro de’ figli.»

219.  Trad. di Paolo Maspero.

220.  Æneid. Lib. IX. 486. 487:

Ed io tua madre,

Io cui l’esequie eran dovute, e ’l duolo

D’un cotal figlio, non t’ho chiusi gli occhi.

221.  Lib. III, v. 539-540.

Sol col tacito volto invoca i baci

E del padre la man che i rai gli chiuda.

222.  «Affermavano passarsi sotto terra l’altra vita dei morti.» Tuscul. 1, 16.

223.  

. . . . e con supremi

Richiami amaramente al suo sepolcro

Rivocammo di lui l’anima errante.

Æneid. Lib. III, 67, 68. Tr. Ann. Caro.

L’espression di Virgilio animam sepulcro condimus, resa letteralmente, appoggia meglio la credenza da noi riferita, ed io però tradurrei:

L’anima sua chiudemmo entro il sepolcro.

224.  La Cité Antique, Cap. 1.

225.  «I diritti degli Dei Mani sono santi: questi datici da morte abbiansi come numi e si onorino di spesa e di lutto.»

226.  Lib. II, 22.

227.  «Le anime di virtù maggiore si chiamano Mani, quelle che son nel nostro corpo diconsi Genii; fuori di esso, Lemuri; se infestano colle loro scorrerie le case, Larve; ma se pel contrario ci son favorevoli, si chiamano Lari famigliari.» De Deo Socratis.

228.  V. 91-96.

229.  Virgilio, lib. VI, v. 219:

. . . . intorno al freddo corpo intenti

Chi lo spogliò, chi lo lavò, chi l’unse.

Trad. Ann. Caro.

230.  Satira III. v. 261-267:

. . . . la buon’anima,

Che già siede novizia in riva a Lete,

Trema del tetro barcajuol, nè spera

Varcar su la sua barca il morto stagno;

Miser! nè il può senza il triente in bocca.

Tr. Gargallo.

231.  Storia Popolare degli Usi Funebri Indo-Europei. Milano, Fratelli Treves, 1873, pag. 19. — Perchè alla vera dottrina è sempre gentilezza d’animo congiunta, l’illustre scrittore mi volle onorato del dono di questa sua opera, che mi tengo cara e della quale pubblicamente il ringrazio. E come no, se a’ dì nostri solo compenso a chi si pasce di studio sono o la noncuranza o la calunnia? Oggi è vezzo di portar la politica anche ne’ giudizi letterarii, e chi non s’imbranca coi gerofanti della politica è punito colla cospirazione del silenzio.

232.  Satira III, v. 103-105:

Quindi le tube e le funeree cere.

Steso e beato alfin nel cataletto,

E d’aromi inzuppato, irrigiditi

Slunga vêr l’uscio i piè...

Tr. Vinc. Monti.

233.  

Di lutti non plebei teste il cipresso.

Pharsal. III, 442.

Spiacquemi non usar qui della versione notissima del conte F. Cassi, perchè in questo passo si cavò d’impiccio, col dire semplicemente i funebri cipressi.

234.  Virgilio, Æneid. Lib IV, v. 665-668:

. . . . In pianti, in ululati

Di donne in un momento si converse

La reggia tutta, e insino al ciel n’andaro

Voci alte e fioche, e suon di man con elle.

Tr. A. Caro.

235.  

. . . . Quiriti, a cui fa commodo

D’assistere alle esequie, è questa l’ora.

Phorm. 5. 8. 37.

Ecco per altro la formula più completa della convocazione al funerale: exequias... (E . G . LUCII. LUCII. FILII) quibus est comodum ire, tempus est: ollus (ille) ex ædibus effertur.

236.  «Io Sesto Anicio Pontefice attesto avere costui onestamente vissuto.» Bannier, Spiegazione delle favole.

237.  «Da qualche anno in qua non si offerse altro sguardo del popolo romano una pompa così solenne e memorabile, come i publici funerali di Virginio Rufo, non meno egregio ed illustre, che fortunato cittadino.» Lib. II. epist. 1, Tr. Paravia.

238.  «Detti furono siticini coloro che solevano cantare canti lamentevoli a titolo d’onore, quando a taluno si facevano i funerali e recavansi a seppellire.»

239.  

Le prefiche che seguano pagate

Nell’altrui funeral e piangon molto

E si strappano i crini e ancor più forti

Alzan clamori.

240.  Riti funebri di Roma. Lucca, 1758.

241.  

Spargete lagrime,

Querele alzate,

Lutto e gramaglie

Or simulate,

Del triste coro

Echeggi il Foro.

242.  In Vespasianum, 19.

243.  Lib. II, Eleg. XIII:

Tu verrai dietro lacera

E petto ignudo e chiome,

Nè cesserai ripetere

Del tuo Properzio il nome.

Tr. Vismara.

244.  Annali, III, 2.

245.  «La nostra prosapia di tal guisa congiunge alla santità dei re, che assai possono in mezzo agli uomini, la maestà degli dei che sono i padroni dei re.» Svetonio, In Cæs. VI. Giulio Cesare da parte di madre si diceva discendere da Anco Marzio, re.

246.  Pag. 83.

247.  La legge vietava la cremazione del cadaveri in città a prevenire gli incendj. La basilica Porcia di Roma infatti erasi incendiata per le fiamme dal rogo di P. Clodio.

248.  

Sul freddo labbro gli ultimi

Baci tu allor porrai

Quando versar dall’onice

Assiri odor vedrai.

Id. Ibid.

249.  «Addio: noi ti seguiremo tutti nell’ordine nel quale la natura avrà voluto.»

250.  Lib. IV. Eleg. VII:

Perchè il favor su la mia pira, o ingrato,

Non invocar del vento?

Perchè non arder su l’estremo fato

Stilla di caro unguento?

E t’era grave ancor non compri fiori

Gittar sul mio feretro,

E al cenere libar del vin gli onori

Da lo spezzato vetro?

Trad. Vismara.

251.  Phaleræ. Erano piastre d’oro, d’argento o altro metallo lavorate che si portavano sul petto, come attesta Silvio Italico nell’emistichio:

. . . . phaleris hic pectora fulget,[252]

da persone di grado, che venivano accordate per fatti di valore, come si farebbe oggidì colle decorazioni cavalleresche. Erano anche bardamenti di cavalli.

252.  «Di falere ha costui splendido li petto.»

253.  

. . . . . Altri gridando

Le pire intorno, elmi, corazze e dardi

E ben guarnite spade e freni e ruote

Avventaron nel fuoco e de’ nemici

Armi d’ogni maniera, arnesi e spoglie;

Altri i lor proprii doni, e degli uccisi

Medesmi vi gittar l’armi infelici

E gli infelici scudi, ond’essi invano

S’eran difesi.

Lib. XI, 193-196. Tr. Caro.

254.  Libro XXIII, 257-265. Trad. V. Monti.

255.  

. . . . . in ordinanza

Tre volte armati a pie’ la circondaro

E tre volte a cavallo, in mesta guisa

Ululando, piangendo, e l’armi e ’l suolo

Di lagrime spargendo.

Lib. XI, 188-190.

256.  Annal. Lib. II. VII. Il Davanzati così traduce: «Nè Cesare combattè gli assedianti (i Catti), perchè al grido del suo venire sbandarono, spiantato nondimeno il nuovo sepolcro delle legioni di Varo, per onoranza del padre si torneò.» In nota a questo passo, Enrico Bindi, nell’edizione del Le Monnier 1852 vol. I. p. 65, pose: «Di questo costume antichissimo detto decursio, vedi Senofonte nel sesto di Ciro, Dione, 55; Svetonio in Nerone. Il Lipsio cita Omero, Virgilio, Livio, Lucano e Stazio.»

257.  Sat. Lib. I Sat. 8:

. . . . il camposanto

De la plebaglia...

Così traduce il Gargallo: ma non aveva proprio altro vocabolo da sostituire a quello che la religion nostra ha consacrato?

Non potevasi, a mo’ d’esempio, esser più fedeli all’originale traducendo:

Alla misera plebe era codesto

Il comune sepolcro?

258.  Gruter, Iscriz.:

Sull’ossa tue io verserò quel vino,

Che non bevesti mai, giovanettino.

259.  Dizionario delle Antichità, alla voce Patera.

260.  V. 124-129.

261.  Epist. Ex Ponto, 1, Lib. III:

Uopo è che i corpi esangui ai mesti roghi,

Vengano dati.

262.  

. . . . E di natura impero

Ma il pianto impon, se di fanciulla adulta

C’incontriam ne l’esequie, e se bambino,

Negato al rogo da l’età, si infossa.

Tr. Gargallo.

263.  Pha. Hist. Nat. VII, 15.

264.  Hist. Nat. Lib. II, 55. «Non è lecito ardere un uomo privato in questo modo di vita; la religione ci tramanda doversi seppellire sotto terra.»

265.  La peine de mort, 1871.

266.  Il mio dotto amico dott. Gaetano Pini, fra i più strenui propugnatori della cremazione, perchè la conferenza del 6 aprile riuscisse di pratico vantaggio, propose il seguente ordine del giorno, che ne concreta lo scopo e che venne unanimemente accolto. «L’Assemblea fa voti che nella prossima discussione, la quale avrà luogo in Parlamento, intorno al progetto del nuovo Codice sanitario, già approvato dal Senato del Regno, venga ammesso all’art. 185, come facoltativa, la cremazione dei cadaveri, lasciandone ai sindaci dei Comuni la sorveglianza.» L’altro amico mio, Mauro Macchi, deputato, promise appoggiare tale mozione in Parlamento.

267.  Sat. VI, 33 e segg.

La cena

Funebre irato obblia l’erede, e fetide

Dà l’ossa all’urna, il cinnamo svanito

Non curando, e le casie ammarascate.

Trad. V. Monti.

268.  Vedi Cicerone, De Legibus. Lib. 2, c. 55.

269.  «Essersi sovente ascoltati uomini preclari della nostra città avvezzi a dire: allorquando vedevano le immagini de’ maggiori, queste gagliardissimamente accendere l’animo loro a virtù: vale a dire non tanta efficacia aver quella cera o figura, quanto crescere in petto agli egregi uomini la memoria delle loro gesta con ardente incitamento, nè questo mai sedarsi, finchè la loro virtù non ne abbia raggiunta la fama e la gloria.»

270.  Vv. 151-152.

271.  Vv. 99-100.

272.  

Dal portar dono ai morti il nome prese

Di Feralia quel dì.

Fastorum. Lib. II. Tr. Bianchi.

273.  Fasti. Lib. II:

Hanno il suo onore anche i sepolcri: imponi,

L’ombre avite a placar, qual che tu sii,

Sul rogo alzato non pregiati doni.

Poco chieggono i Mani: ufficii pii

Presso loro a un gran dono han peso eguale.

Non ha la bassa Stige ingordi iddii.

Ad appagar lor brame un coccio vale

Di serti a biotto ivi gettati ornato,

E sparse biade intorno e poco sale:

E sciolte vïolette e pan bagnato

Nel vin pretto: abbia pur cose sì fatte

Il coccio in mezzo della via lasciato.

Nè vieto il più; ma queste ancor sono atte

L’ombre a placare: al posto altar vicino

Aggiunger dei preci e parole adatte.

Tr. G. B. Bianchi.

274.  «Cena ferale in picciola scodella.» V. 85.

275.  Orazio, Lib. III, Od. XIV.

. . . . Di fresche spose o nuova

Schiera, o fanciulli, il vostro infausti detti

Labbro non muova.

Trad. Gargallo.

276.  

Vedrò almen ciò che dir mi fia permesso

Di color le cui gelide faville

La via Flaminia e la Latina asconde.

Trad. Gargallo.

277.  «Così i monumenti sepolcrali, acciò ammoniscano coloro che passano lungo la via sè essere stati, ed essi essere parimenti mortali.» De Lingua Latina, Lib. VI, 1, 5.

278.  

Tolgalo il ciel dal collocar mia fossa

Lungo il rumor di popoloso calle

Che turbi il sonno a le mie placid’ossa.

Così degli amator l’alme più fide

E le tombe si fan favola al vulgo

Che gusta i nomi più famosi e ride.

Copra me pure in solitario canto

Terren, defunto, e sovra lui distenda

Arbor frondosa di bell’ombra il manto:

Me ancor di sabbia inosservato acervo

Chiuso a le belve: sol che il nome mio

Non sia bersaglio al passeggier protervo.

Lib. III, Eleg. 16, vv. 25-30.

Trad. Vismara.

279.  

. . . . ecco, una mano

De’ miei resti sostiene il pondo intero.

Lib. IV, Eleg. XI. — Trad. id.

280.  «Taluno costituiva a sè ed alla propria famiglia.»

281.  «Quelli che il padre di famiglia acquistò per sè e suoi eredi, o per diritto ereditario.»

282.  «Questo monumento non segue gli eredi; o non passa agli eredi.»

283.  Lib. I. Sat. 8:

Mille il ceppo da fronte e lungo l’agro

Piedi trecento ivi assegnava: esclusi

Dal monumento rimanean gli eredi.

Trad. Gargallo.