Vedi Garrucci, Iscrizioni graffite sui muri di Pompej. Bruxelles 1853.
Massmann, Libellus aurarius, sive tabulæ ceratæ romanæ in fodina auraria apud Abrudbangam oppidulum transylvanum nuper repertæ. Lipsia 1840. Parla molto del corsivo latino.
«Le parole de’ prischi Latini sentivano d’aglio e cipolla», scrive Varrone. Dov’eransi accolti uomini di ogni paese, si poteva ripromettersi unità ed armonia nella lingua? Schiusa a tutte le importazioni, sottomessa a tutte le influenze successive, cambiava continuo fra tanto movimento. Al tempo di Polibio non erano più intelligibili i trattati conclusi coi Cartaginesi dopo la cacciata dei re: Τηλικαύτη γὰρ ἡ διαφορὰ γέγονε τῆς διαλέκτου, καὶ παρὰ Ῥωμαίοις, τῆς νῦν πρὸς τῆν ἀρχαῖαν, ὥστε τοὺς συνετωτάτους ἔνια μόλις ἐξ ἐπιστάσεως διευκρινεῖν (iii. 22).
Il radunare tutti i frammenti che ci rimangono della lingua latina, per accompagnarla via via sinchè si trasforma in questa nostra italiana, sarebbe necessario prodromo alla conoscenza de’ classici; noi nol faremo che quanto è mestieri al tema assunto.
Regnante Tarquinio Superbo, Sesto e Publio Papirio raccolsero le Leggi Regie romane; ma del codice Papiriano restano solo alcuni frammenti. Ulpiano tramandò questa legge di Romolo: Sei pater filium ter venunduit, filius a patre liber esto; e Festo quest’altra, anteriore a Servio Tullio: Sei parentem puer verberit, ast oloe (ille) plorasit, puer direis parentum sacer estod; sei nurus, sacra direis parentum estod.
In Varrone abbiamo un frammento del carme dei Salj, così disposto dal Grotefend[25]:
Cozoiauloidos eso: omina enimvero
Ad patuila’ ose’ misse Jani cusiones.
Duonus Cerus eset, dunque Janus vevet
... Melius eum regum.
Che s’interpreta: Choroiauloidos (re dei canti) ero: omina enimvero ad patulas aures misere Jani curiones. Bonus Cerus (nome mistico di Giano) erit, donec Janus vivet. Melior eorum regum. Si sa che il carme Saliare è forse il monumento più antico; Varrone lo dice prima verba poetica latina (lib. VI), e nomina Elio valentissimo latinista, che cercò interpretarlo, pure molte cose lasciando oscure (lib. VII).
La scoperta del canto degli Arvali nel 1778, quando non avesse altra importanza, attestò quanta mutazione la lingua subì dal tempo di Romolo, a cui forse risale, fin al tempo delle XII Tavole. I frammenti di queste ci vennero trasmessi modificati. Quintiliano[26] dubita se i Salj intendano essi stessi il loro proprio canto; sed illa mutari vetat religio, et consecratis utendum est; scrupolo che non cadeva sulle leggi, i cui vocaboli erano perciò svecchiati.
Oltre l’iscrizione posta a Duilio nel 494 di Roma, dopo la prima vittoria navale sopra i Cartaginesi, che vedesi in Campidoglio sotto alla colonna rostrata, nel 1780 scopertesi le tombe degli Scipioni, se ne trassero epitafj, che sono documenti, non trascritti come i predetti, ma autentici e originali. Il più antico è di Cornelio Barbato, console nel 456 di Roma, 298 av. Cristo, e dice:
Cornelius Lucius Scipio Barbatus
Gnaivod (GNAEO) patre prognatus fortis vir sapiensque
Quoius (CUJUS) forma virtutei parisuma fuit
Consol censor aidilis quei fuit apud vos
Taurasia Cisauna Samnio cepit
Subigit omne Loucana opsidesque abdoucit.
Ove si noti l’o scambiato coll’u[27], che confondevansi nella pronunzia; l’ei per i alla greca, la m finale taciuta; e il subigit e abducit, non distinguendo il presente dal passato.
Benchè posteriore di qualche anno al 500, sa più d’arcaico l’epitafio di suo figlio Lucio Scipione:
Honc oino ploirume cosentiont R...
Duonoro optumo fuise viro
Luciom Scipione filios Barbati
Consol censor aidilis hec fuet a...
Hec cepit Corsica Aleriaque urbe
Dedet tempestatebus aide mereto...
che s’interpreta: hunc unum plurimi consentiunt Romæ bonorum optimum fuisse virum, Lucium Scipionem filium Barbati, consul, censor, ædilis hic fuit apud vos, hic cepit Corsicam, Aleriam urbem, dedit tempestatibus ædem merito.
Nelle iscrizioni di quel tempo molte cadenze somigliano alle odierne più che alle latine: per esempio Optenui laudem; Pomponio Virio posuit; dono dedro, ecc. Invitiamo a vedere nella deca XXXIX, cap. 8 e 9 di Tito Livio, come da questo elegante scrittore fosse ringiovanito il senatoconsulto contro i Baccanali, dato circa il 568 di Roma. In quell’intervallo non era avvenuta irruzione di stranieri; eppure il cangiamento è ancor più notevole che non dall’età di Augusto all’età di Dante.
Del VI secolo di Roma o di poco posteriore sembra una remissione del Senato a quei di Tivoli che leggesi s’un bronzo trovato in quest’ultima città nel secolo XVI presso all’antico tempio di Ercole, e deposto nella biblioteca Barberini, donde sparve senza che più se ne abbia traccia. Portava:
L. Cornelius Cn. f. pr(ætor) sen(atum) cons(uluit) a. d. III. nonas maias sub æde Kastorus; scr(ibendo) ad(fuerunt) A. Manlius A. f. Sex. Iulius, L. Postumius S(p)f. quod Teiburtes v(erba) fecistis, quibusque de rebus vos purgavistis, ea senatus animum advortit ita utei æquom fuit: nosque ea ita audiveramus uti vos deixsistis vobeis nontiata esse: ea nos animum nostrum non indoucebamus ita facta esse propter ea quod scibamus ea vos merito nostro facere non potuisse; neque vos dignos esse, quei ea faceretis, neque id vobeis neque rei poplicæ vostræ oitile esse facere: et postquam vostra verba senatus audivit tanto magis animum nostrum indoucimus ita utei ante arbitrabamur de eieis rebus af vobeis peccatum non esse. Quonque de eieis rebus senatuei purgati estis, credimus vosque animum vostrum indoucere oportet, item vos populo Romano purgatos fore.
La seconda età della lingua latina contasi dal tempo che la conquista della Magna Grecia e le spedizioni nella Grecia propria introducevano straniera coltura. Continua la bella serie degli epitafj degli Scipioni:
L. Corneli L. E. P. N. (figlio di Scipione Asiatico)
Scipio quaist
tr. mil. annos
gnatus XXXIII
mortuos pater
regem Antioco
subegit.
Tacendo altre, chiameremo l’attenzione sulla seguente, per formole tanto vicine all’italiano (miei, optenui).
Cn. Cornelius Cn. F. Scipio Hispanus (pretore verso il 612 di Roma) pr. aid. cur. q. tr. mil. II. xvir. sl. iudik. xvir. sacr. fac.
Virtutes generis mieis moribus accumulavi.
Progenie mi genui facta patris petiei
Maiorum optenui laudem ut sibei me esse creatum
Lætentur stirpem nobilitavit honor.
Del 645 è questa formola di dedica, scavata a Capua (ap. Orelli, 2487):
N. Pumidius Q. F. M. Rœcius Q. F.
M. Cottius M. F. N. Arrius. M. F. ecc.
heisce magistreis Venerus Ioviæ
murum aedificandum coiraverunt
ped. CCLXX et loidos fecerunt
Ser. Sulpicio M. Aurelio coss.
Ma già la lingua riceveva regola e affinamento mediante la greca letteratura, e qui trovano luogo i frammenti di Nevio, di Pacuvio, di Cajo Lucilio, di Ennio, il quale fece per se stesso il seguente epitafio:
Adspicite, o ceiveis, senis Ennii imagini’ formam,
Heic vostrûm panxit maxuma facta patrum.
Nemo me lacrumeis decoret, nec funera fletu
Facsit. Quur? volito vivo’ per ora virûm[28].
Il latino, ch’era rauco e incolto nel carme Saliare, in Ennio risuona breve e marziale: malgrado il fare arcaico, questi poeti erano studiati nel secolo d’oro della lingua, come da noi i Trecentisti, sebbene Orazio non avesse per essi che disprezzo iracondo. Noi (qui non accogliendoli che come documenti storici) vi scorgiamo come allora si vacillasse nell’uso di certe lettere:
E per a (defetiscor, edor), per i (Menerva, magester, amecus), per o (hemo, peposci);
I per a (bacchinal, beneficere), per e (luciscit, quatinus, consiptum), per o (quicum, abs quivis);
EI per i lungo (inveisa, ameiserunt);
O per au (coda, plostrum, clostrum), per e (advorsum, voster), per i (agnotus, olli), per u (folmen, fonus), principalmente quando segue al v (volgus, vivont, servom);
U per e (dicundum, legundum), per i (existumo, dissupo, optumus), per o (adulescens, fruns, epistula).
AI per æ, AU per o, Œ per i o per u (triviai, caudex, poplœ);
B per v, e viceversa (ferbeo, amavile, vibus);
C per g, qu, x (macistratus, cotidie, facit per faxit);
S per r e x (esit, arbos, nugas);
D per l e r (dacrume, medidies);
F per l’aspirazione h (fostis, fircus);
M per s, e viceversa (prorsum, domus), ecc.
Talvolta si sopprime qualche vocale nel mezzo[29] o in fine di parola[30]: ed anche intere sillabe[31], mentre in altre occasioni si appicciano lettere e sillabe[32].
Molte voci offendono, che poi furono abbandonate dai classici[33].
Altre portavano significato differente da quel ch’ebbero poi; arrhabo per arra o caparra; caudex per un imbecille, come noi diciamo ceppo; flagitium per flagitatio; heres per proprietario; hostis per straniero; labor per malattia; nugæ per nenia; usus per opus...; o vi diedero terminazione diversa.
Adoprarono al singolare parecchi nomi, usati poscia unicamente in plurale (mœne per mœnia); formarono diminutivi, che poi disparvero (digitulus, diecula); declinarono sul terzo modello varj nomi, relegati poi al primo (angustitas, concorditas, differitas, impigritas, indulgitas, opulentitas, pestilitas, tristitas); e così dissero autumnitas, amicities, avarities, luxuries, duritudo, ineptitudo, miseritudo, mœstitudo. Mettevano nomi in generi diversi, come gladium, nasum, collus: servivano ai due generi agnus, lupus, porcus: ærarium, ætas, grando, guttur, murmur, frons, stirps, lux, crux, calx, silex furono concordati col mascolino; finis, præsepe, metus col femminino; col neutro sexus: deliquio, emenda erano neutri con questa terminazione inusata; così dicevasi similitas e similitudo, vicissitas e vicissitudo, dulcitas e dulcedo, claritas e claritudo, inania e inanitas, cupedia e cupiditas, largitas e largitio; ed anche artua e raptio per artus e raptus. Si declinavano come della seconda genum, cornum, gelum ecc.; nella prima il genitivo termina spesso in ai o as alla greca; nella seconda finisce in semplice i il genitivo dei nomi in ius e ium, aggiungesi un e al vocativo dei nomi in r (puere); il genitivo plurale spesso contraesi in ûm; gli accusativi e dativi della terza si terminano in im o em, i od e; si fa il nominativo plurale in is, il genitivo in um o ium. La quarta scambiasi sovente colla seconda declinazione; se ne fa il genitivo uis (domuis, exercituis), e levasi l’i del dativo (anu). Nella quinta il genitivo non si discerne dal nominativo, e si toglie l’i dal dativo (facie per faciei).
Si abusava di termini greci[34] e di composizione di parole che parvero mostruose ai contemporanei di Augusto[35].
Non indico i nomi scherzevolmente formati per onomatopeja da Plauto ed altri, bilsbare, pubulicottabi, buttubata, taxlas.
Più libera andava la formazione degli aggettivi, declinati spesso differentemente[36]; talora anche intesi diversamente da quel che usò dappoi[37].
Alter, solus, nullus e loro conformi non cadevano al genitivo in ius e al dativo in i: celer in neutro faceva celerum; dicevasi gnarures per gnari, gracila per gracilis, hilarus per hilaris, utibilis per utilis, munificior per munificentior, spurcificus per spurcus, tentus per extentus. Così ipsus per ipse, ipsipsus per ille ipse, qui e quips per quis, ips per is, cujatis per cujus, em e im per eum, emem per eundem; hic, hæc, isthæc per hi, hæ, hæc; hisce per his, quojus per cujus, vopte per vos ipsi, me per mihi, sum, sam, sas, sos per suum, suam, suas, suos; ibus per iis ecc.
Molti verbi, consueti in quelle prische scritture, furono repudiati dall’uso, ritenuto arbitro supremo del parlare tanto da Orazio come da Quintiliano[38].
Alcuni vennero usurpati in altro senso, o sotto forme e cadenze che poi deposero quando la conjugazione restò fissata; come corporare far morire, decollare privare, grassare andare e adulare, innubere mutarsi da luogo a luogo, latrocinari militare. Usavano attivamente alcuni che in appresso si ritennero solo al deponente[39], e di rimpatto usavansi come deponenti adjutor, bellor, certor, consecror, copulor, emungor, punior, sacrificor, spolior. Diversamente dai moderni terminavano accepto per accipio, augifico per augeo, blatio per blatero, congrueo per congruo, viveo, diceo, duo per do, creduo, perduo, moriri, scalpurire per scalpere. Diceano poi estur per editur; facitur per fit; osus sum per odi; potestur, posetur e poteratur; donunt per dant; nequinunt, soliunt per nequeunt, solent; ferinunt, prodinunt, scibam, capsi per cepi; descendidi, exposivi, loquitatus, morsi per momordi; parsi, sapivi, soluerim per peperci, sapui, solitus sum. Il futuro della terza e quarta conjugazione usciva talora in ebo e ibo, onde Plauto disse scibo: così gl’imperativi duce, face, dice; e siem, volam, edim per sim, velim, edam; faxo e faxim per faciam, axim per egerim, passum per pansum, sustollere per auferre, ecc. Al passivo infinito aggiungevano talvolta er, come il dicier che neppure spiacque a Persio; dixe per dixisse che è in Varrone. Un’iscrizione presso il Lanzi porta FERONIA STATETIO DEDE.
Nè minor divario correva negli avverbj[40] e nelle preposizioni; dove am per circum, apor per apud, ar e ab per ad, af per a, se per sine, endo per in; e più nelle frasi che se ne formavano[41].
De’ quali modi si dilettarono anche taluni d’età migliore, specialmente Catullo e Sallustio, affettanti l’arcaismo, che è un’altra delle forme della decadenza.
Fomentato dal patriotismo e dalla libertà, invigoritosi nelle lotte esteriori ed interne, fatto robustamente conciso dall’orgoglio nazionale, arricchito dalle spoglie altrui, perfezionato da tanti scrittori, il latino negli ultimi tempi della repubblica aveva acquistato nobiltà di forme, pienezza di senso, eleganza degna del popolo re; e dalle conquiste fu portato sin all’estremità dell’Europa e dell’Oriente.
Eppure Cicerone collocava il miglior parlare ai tempi di Scipione e Lelio, lamentandosi che in Roma fossero accorsi tanti che parlavano scorretto; e piacevasi sulla bocca di Lelia sua suocera udire quella vecchia loquela incorrotta, che gli rammentava Plauto e Nevio: appunto come noi in qualche vecchia fiorentina o in qualche montanaro pistojese crediamo udire Giovan Villani o il Firenzuola.
Via via si andò declinando sotto gl’imperatori. La lingua accettò dall’adulazione parole inaudite alla prisca semplicità; e se non bastarono i titoli di cœlestis e divinus, fin cœlestissimus si volle dire, e sacre si chiamarono le occupazioni del principe, e majestas la sua persona, innanzi alla quale l’uomo cercò quasi annichilarsi, non parlando più di sè ma della sua parvitas, mediocritas, sedulitas. I quali nomi astratti, sostituiti all’aggettivo concreto, sono un carattere di decadenza che vediamo ognor più dilatarsi nelle scritture odierne, ad imitazione dei Francesi dicendo il pauperismo, le notabilità, le capacità, il commercio, il brigantaggio, ecc.
A ribocco furono allora introdotti i modi greci[42]; s’accomunarono alla prosa traslati affatto poetici: e prœmia per spolia, limen belli, claudæ naves, moriens libertas, exedere rempublicam, laudare annis leggiamo in Tacito.
Mentre poi da una parte s’affettava l’arcaismo, dall’altra si foggiavano voci nuove, o vi si attribuiva senso diverso, terminazione variata, alterata costruzione[43]. Mutarono o estesero il proprio senso ægritudo per malattia, advocatio per dilazione, fiscus, famosus per celebre, ingenium applicato a cose inanimi, avus per atavus, gener per marito della vedova del figlio[44], subaudire per sottintendere, decollare per decapitare, imputare per chiedere ci si tenga conto d’alcuna cosa come d’un favore, studere assoluto.
Variaronsi le terminazioni[45]; costruzioni alterate piacquero[46]. Dalle provincie, massime dalla Spagna, venivano alla metropoli elementi ed esempj di guasto; Seneca stesso, gran corruttore, lagnavasi fosse disimparato il parlare latino[47], altrove[48] dice che molte voci erano cadute in disuso, come asilo, che Plinio già chiamava tavano[49]; e deride coloro che prediligevano solo parole viete, mentre altri non soffrivano se non le più divulgate, guastando e vituperando così la favella col seguir l’uso particolare[50]. A. Gellio[51] si duole che ai giorni suoi le parole latine, dal senso ingenuo, fossero passate ad altro o simile o diverso; per abuso od ignoranza di chi le adoperava senza averne appreso il significato. Quintiliano[52] distingue le parole in latine e peregrine, così chiamando quelle che ex omnibus prope dixerim gentibus vennero; e cita rheda e petoritum derivati dai Galli, mappa dai Cartaginesi, gurdos dagli Spagnuoli.
Tutto ciò si riferisce alla lingua degli scrittori. Ma v’è paese dove si scriva appunto la lingua che si parla? Che i Romani usualmente adoprassero la sintassi artifiziosa che troviamo in Livio o in Cicerone, ci vieta di crederlo, primo, il conoscere come i Greci, maestri dei Latini, scrivessero semplicemente e disponessero le parti del discorso alla schietta, anche coloro che facevano studio speciale dello scrivere, cioè i retori. Cresciuti in repubblichette, sublimi nella loro piccolezza, piene di attività, governate a popolo, a questo voleano piacere coll’arte del bello, del cui sentimento ebbe dono specialissimo la Grecia.
I Romani invece ebbero assai di buon’ora l’orgoglio del dominio, s’intitolarono rerum dominos, gentemque togatam, e come i Greci l’originalità e il limpido gusto, così essi ebbero propria la maestà, della quale ai Greci mancava sin la parola. Lo scrivere per essi era uno squisito piacere, procurato all’intelligenza delle persone colte, cioè dei signori, o di quella porzione di cittadini che poteano esercitare la pienezza de’ diritti civili. I bei parlatori aveano forbito la lingua col delectus verborum, cioè mediante l’eufonia e l’analogia, rimovendo le parole troppo usuali od aspre, per attenersi alle dolci, tornite, numerose.
Facile era cadere nella gonfiezza; nè di questa si tennero mondi i sommi autori. È proverbiale l’esse videatur di Cicerone; il quale, ne’ libri retorici, si dilata sul modo di formare i periodi, sulle varie cadenze col giambo o col trocheo; e racconta con che meraviglia il popolo accoglieva certi periodi, fino a prorompere in applausi.
Per poco che uno abbia familiarità coi classici, gli si fa evidente la differenza che corre fra gli oratori e in generale i prosatori d’arte, e quelli semplici, come Cesare negli aurei commentarj, o Cicerone stesso nelle epistole, e più in quelle che a lui dirigevano gli amici e familiari suoi.
Lo scrivere tramandatoci dai classici era dunque ben discosto da quello che appellavano quotidianum sermonem, quo cum amicis, conjugibus, liberis, servisque loquimur. Talora quella favella senza grammatica traforavasi nelle scritture: onde Cecilio ebbe ad avvertire cento generi di solecismi, ad evitarsi da chi volesse scrivere corretto[53]; di Curione si disse che favellava latino non pessimamente, condotto dalla sola domestica usanza, e benchè affatto di lettere digiuno[54]; Tullio vuole l’oratore parli latinamente, il che apprenderà colle lettere e colle scuole elementari[55]; A. Gellio avverte che, quei che chiamansi barbarismi, non dai Barbari vengono, ma da locuzioni del vulgo: quod nunc autem barbare quemque loqui dicimus, id vitium sermonis non barbarum esse, sed rusticum; et cum eo vitio loquentes, rustica loqui dictitabant[56]; e sant’Agostino cita alcuni modi vulgari e poco latini[57].
I grammatici con Fortunaziano insegnavano che longioribus verbis decora et lætior fit oratio; onde si accettarono i composti come inaurare, aggregare, apparere, extinguere, obserare, exprimere, non i loro semplici, i quali però dovettero restare nella lingua del popolo. Anellus e scutella abbiamo in Cicerone, adjutare in Pacuvio, minacias, agnellus e bucca in Plauto, in Lucrezio bene sæpe, come bene impudentem in Cicerone[58]; bellus e russus in Catullo, e russata era una delle fazioni del circo; caballus in Orazio; casa in Apulejo; bellissimum in Terenzio; adjutus in Macrobio; campsare per cansare è in Ennio; cooperculum in Plinio il vecchio; nel glossario d’Isidoro campsat, flectit; santra, apocope d’Alessandra, è in Marziale; in Nonio e nel codice Teodosiano birotta e birotium il biroccio. Cesare già diceva postridie hujus diei (de B. G., I, 23) come noi diciamo oggidì. Festo asserisce che subulo tusce tibicen dicitur, ch’è il nostro zufolo. Pinna chiamavasi la crista cassidi imponi solita, che noi diciamo penna o pennacchio. Tata in varj dialetti odierni chiamasi il babbo; e Valerio Flacco scrive, Attam pro reverentia cuilibet seni dicimus; quasi eum avi nomine appellemus et atavus, quia tata est avi, idest pater. Servio, nei commenti alla Georgica, c’informa che, invece di fimus, plebeamente dicevasi letamen; e A. Gellio[59] che il pumilio dal volgo imperito chiamavasi nano: due voci ora vive in Italia.
Così si ha testa per capo in Ausonio; ruvido in Plinio[60], fracidus in Catone de re rustica; cribellare in Palladio; minare per menare in Apulejo; jornus e tonus per giorno e tuono in Seneca; in altri retornare, putilla, puta, strata, per redire, puella, via; in Plinio molli fermentati panis; in Vitruvio remi strophis religati: il quale stropa per vinco rimane in qualche dialetto (struppolo in napoletano): in molti vadere per ire[61], basium per osculum, belare per balare: campania per campagna l’abbiamo nel nome della Campania felix.
Svetonio narra che Augusto diceva, pro stulto, baceolum, come noi bacello; e tolse la dignità consolare ad uno che, invece di ipsi, avea scritto ixi (essi). così dicevasi granarium, jubilare, pausa, bassus, morsicare, auca (oca), planuria quel che nobilmente chiamavasi horreum, quiritare, mordere, anser, planicies; e sanguisuga per hirudo, majale per verres, rasores per novaculæ, cloppus (clopin fr., zoppo it.) per claudus, parentes per affines, pisinni per filii (piccini). Molto potrebbe spigolarsi negli scrittori d’agraria e d’agrimensura raccolti dal Goes, come botones per mucchi di terra (butte fr.), brancam lupi, campicellus, monticellus, flumicellus, montaniosus, fontana, quadrum e ben altri modi, ignoti allo scrivere letterario. È probabile si dicesse nascere, sequere, irascere, piuttosto che nasci, sequi, irasci; parescere anzichè videri; e così volere e potere per velle e posse: e già ne’ vecchi latini troviamo potesse.
Isidoro (19, 1) nomina barca, quæ cuncta navis commercia ad litus portat: san Girolamo dice che solent militantes habere linteas, quas camisias vocant: e Isidoro: Camisias vocamus quod in his dormimus in camis, e spiega che camus è lectus brevis et circa terram: e altrove dice che «cortinæ sunt aulea, idest vela de pellibus»; e che «mantum hispani vocant quod manus tegat tantum, est enim brevis amictus». Sulpicio Severo dice che vestem respuit grossiorem.
Certi, che ora ne pajono idiotismi italiani, non sarebbe difficile riscontrarli nell’età migliore:
Orazio. Præter plorare.
Virgilio. Dispeream nisi me perdidit iste putus[62].
Lucrezio. Tota nocte pluit. Ad levare sitim fontes fluviique vocabant.
Giustino. Facere amicitiam, literas, fœdus, classes.
Quintiliano. Sic descernet hæc discendi magister, quomodo palæstricus ille cursorem faciet, aut pugilem aut luctatorem... Omnes tres de bonis contendunt.
Plauto. Quid hic vos duæ agitis? — Et nescio quid vos velitati estis inter vos duos. Foris cœnaverat tuus gnatus (Mostell., II. 2. 53). Tribus tantis reddit quam obseveris: rende tre tanti di quel che semini.
Marciano Capella. Il triangolo scaleno omnes tres lineas inter se inæquales habet.
Seneca. Bella res est mori sua morte.
Festo. Ne mutum quidem facere (ad mutire et mussare) che è il nostro far molto.
Catone (De re rust., CLXII) insegna una preghiera da dirsi agli Dei ed a Marte in particolare, «uti tu fruges, frumenta, vina, virgultaque grandire, beneque evenire sinas»; che è il nostro ingrandire e venir bene.
Ovidio. Quantum ad Pirithoum.
In quantum quæque secuta est.
E nei Fasti:
Hei mihi! credibili fortior illa fuit.
Signatur tenui, media inter cornua, nigro;
Una fuit labes: cetera lactis erat.
(cioè più del credibile; segnata di nero in mezzo alle corna; il resto era latte).
Festo scrive res minimi pretii, cum dicimus non hettæ te facio: e noi, Non ti stimo un ette[63].
Non si doveano unire due infiniti, eppure abbiamo in Livio (IV. 47) jussit sibi dare bibere; che è il nostro dar bere, dar mangiare.
Tutto ciò ne fa argomentare che, fra i patrizj latini prevalendo elementi etruschi e greci, di questi si nutrisse la loro lingua, mentre gli oschi e sabini dominavano nella rustica, adoperata dai plebei, la quale noi crediamo sia la stessa che oggi parliamo, colle modificazioni portate da trenta secoli e da tante vicende.
Oltre i comici, che al vulgo mettono in bocca modi affatto insueti agli scrittori colti, troviamo direttamente indicata la lingua plebea e rustica, che doveva essere più analitica, alle desinenze supplendo colle preposizioni, cogli ausiliarj alle inflessioni de’ verbi; e determinava meglio le relazioni mediante gli articoli.
Plauto discerne la lingua nobilis dalla plebeja: la prima dicevasi anche urbana o classica, cioè propria delle prime classi; l’altra rustica o vernacola dal nome de’ servi domestici (vernæ), e anche da Vegezio pedestris, da Sidonio usualis, quotidiana da Quintiliano, il quale muove lamento che «interi teatri e il pieno circo s’odano spesso gridare voci anzi barbare che romane», e avverte che in buona lingua non dee dirsi due, tre, cinque, quattordice[64], e geme che ormai il parlare sia mutato del tutto[65].
Cicerone scriveva a Peto (lib. IX, ep. 21): Veruntamen quid tibi ego in epistolis videor? Nonne plebejo sermone agere tecum?.. Epistolas vero QUOTIDIANIS verbis tenere solemus. Marziale ricorda certe parole da contado, risibili a delicato lettore,
Non tam rustica, dilicate lector,
Rides nomina?
A Virgilio fu apposto d’usare voci da villa, e nominatamente il cujum pecus e il tegmen[66]. Che v’avesse maestri del ben parlare latino l’accerta Cicerone, aggiungendo che non è tanto gloria il sapere il latino, quanto vergogna l’ignorarlo[67]; ed esortando, giacchè s’ha il linguaggio di Roma corretto e sicuro, a seguir questo, ed evitare non solo la rustica asprezza, ma anche l’insolito forestierume[68], Ovidio raccomanda ai fanciulli romani d’imparare linguas duas, cioè il latino e il greco, e di scrivere agli amanti in lingua pura e usitata[69]. Che se la passionata imitazione del greco diede al latino una consistenza che lo preservava almeno dalle profonde e repentine alterazioni, al popolo non importarono questi raffinamenti, e perseverò nell’abitudine di ciò che aveano detto il nonno e la nonna[70].
Abbiamo uno strano libro, sul quale forse non fu ancora detta l’ultima parola, il Satiricon di Petronio. Leggendolo, sentesi un parlare disforme dal consueto; composizioni insolite di parole, come: pietaticultrix, gracilipes, choraula, præfiscini, fulcipedia e gallinæ altiles, e periscelides tortæ, e domefacta per domita; frequenti diminutivi: taurulus, alicula, amasiunculus, manuciolum, palliolus, tunicula, vernaculæ meliusculæ; frasi insolite: non sum de gloriosis; Capuæ exierat; invado pectus amplexibus; defunctorio ictu; e parole che per avventura trovansi anche altrove, ma qui colpiscono per essere in tanto numero: come lautitia, tristimonium, barbatoria; ingurgitare; vicinia, gingillum, catillum, candelabrum, camella, bisaccium, capistrum; plane matus sum: vinum mihi in cerebrum abiit.
Altre sue frasi di schiavi s’accostano alle nostre moderne: — «Non potei trovare una boccata di pane. — Quello era vivere! — Come un di noi — Mi sono mangiato i panni». (Non hodie buccam panis invenire potui. — Illud erat vivere! — Tamquam unus de nobis — Jam comedi pannos meos).
Catone, che scriveva pei campagnuoli, dice, Arundinem prende.
Nell’Asino d’oro, un soldato domanda a un giardiniere quorsum vacuum duceret asinum? Quegli non comprende, onde l’interrogante replica: Ubi ducis asinum istum? e l’altro capisce e risponde. Ciò significa che la voce quorsum non avea corso tra il popolo. Avea corso invece quella di boricco per cavallo di vettura, non usata negli scritti; onde san Girolamo (in Eccles., X) Mannibus, quos vulgo buricos appellant. Il popolo, ne’ migliori tempi, dicea scopare, stopa, basium, bellus, caballus, bigletum, bramosus, brodium, dove gli aristocratici usavano verrere, linum, osculum, pulcher, equus, schedula, cupidus, jusculum.
Maggior colpo mi fa Varrone, dove attesta che i Latini usarono il solo ablativo, e la inflessione fu introdotta soltanto per utile e necessità[71]. Non stiamo ad appuntargli che un sì importante elemento non può intromettersi per proposito; ma consideriamo che le parole nostre italiane sono, la più parte, l’ablativo delle latine. A. Gellio menziona un libro di T. Lavinio de sordibus verbis, il quale sarebbe prezioso al caso nostro[72], ma è perduto; ed egli stesso dice che arboretum ignobilius est verbum, arbusta celebratius; e mette fra i verba obsoleta et maculantia ex sordidiore vulgi usu, botulus, voce che è in Marziale, e da cui il nostro budello[73]: e così dice che sermonari rusticius videtur sed rectius: sermocinare crebrius est sed corruptius[74]: taxare pressius crebriusque est quam tangere[75], donde il nostro tastare[76].
I legionarj nelle colonie e ne’ campi esteri adottarono parole germaniche, e in Vegezio abbiamo, Castellum parvulum, quem burgum vocant. Poichè la lingua scritta era diversa dalla parlata e doveasi impararla, tanto valea studiare quella o la greca[77]. Onde usavasi indistintamente il greco; fin i primi cristiani se ne valsero, e Giustino e Taziano, che pur pubblicavano le loro apologie a Roma: e Tertulliano fu il primo cristiano che scrivesse in latino, benchè il facesse anche in greco: lo stesso Giuseppe Ebreo, onde presentare la sua storia all’imperatore romano, la fece tradurre dall’ebraico in greco: greche sono spesso le iscrizioni anche mortuarie, e con caratteri greci.
Occorre dimostrazione per far convinti che la pronunzia volgare fosse diversa da quella delle persone colte? È essa un accidente sfuggevole, per modo che non si conosce se non per congetture; ma abbiamo qualche notizia certa di alterazioni fonetiche. In essa elidevano spesso la m, la c, la s finali. Oltre l’uso dei poeti antichi che, per esempio, finiscono l’esametro con Ælius sextus, ovvero optimus longe, questo detrimento è attestato da Vittorino (De orthogr.): Scribere quidem omnibus literis oportet, enuntiando autem quasdam literas elidere. Quintiliano (IX. 4) dice che la m appena pronunziavasi: Atqui eadem illa litera, quoties ultima est, et vocalem verbi sequentis ita contingit, ut in eam transire possit, etiam si scribitur, tamen parum exprimitur, ut MULTUM ILLE et QUANTUM ERAT, adeo ut pene cujusdam novæ literæ sonum reddat. Neque enim eximitur, sed obscuratur, et tantum aliqua inter duas vocales velut nota est, ne ipsæ coeant. Cassiodoro[78] cita un passo di Cornuto, ove dice che il pronunziare la m avanti a vocale durum ac barbarum sonat; par enim atque idem est vitium, ita cum vocali sicut cum consonanti m literam exprimere. Era questa una fina distinzione che al volgo dovea sfuggire. E però la m è taciuta in molte epigrafi[79], come per esempio ante ora positu est. La m finale dovea dare alla sillaba un suono nasale, simile all’on, en francese, conservatosi in alcuni dialetti italiani, dove pure non toglie l’elisione colla vocale susseguente. Infatti il cum diede origine a confondere, constantia, conquero; e in italiano originò e il come e il con.
Anche mutavano l’u in o (servom, voltis); pronunziavano o invece di e o di au (vostris, olla per aulla), e il v pel b (vellum per bellum); col che da culpa, mundus, fides, tres, aurum, scribere, sic, per hoc, escono colpa, mondo, fede, tre, oro, scrivere, sì, però. Onde Festo[80] scrive: Orata genus piscis appellatur a colore auri, quod rustici ORUM dicebant, ut auricolas ORICOLAS.
È dell’indole dell’italiano l’omettere la nasale avanti la sibilante, sicchè da mensis, impensa femmo mese, spesa. Ora questo usava già fra gli antichi, e Cicerone pronunziava foresia, hortesia, megalesia, e nelle lapide ricorrono albanesis, alliesis, ariminesis, africesis, ateniesis, castresis, miseniesis, narbonesis, ostiesis, picenesis; come anche clemes, pares, potes per clemens, parens, potens.
Sembra poi che gli Umbri trascurassero regolarmente le finali, massime le nasali, poichè nelle loro iscrizioni troviamo vinu, vutu, nome, tota jovina per vinum, vultum, nomen, totam jovinam (civitatem iguvinam); e anche dagli Osci abbiamo scritto via pompaiiana teremnattens per viam pompejanam terminaverunt. Negli Umbri ancora riscontriamo fuia, habia, habe, portaja, mugatu per fuat, habeat, habet, portet, mugiatur, e fasia per faciat, che ricorre nel volsco.
La terminazione culo dagli Osci e dagli Umbri contraevasi in clo, e lo facevano pure i Romani, sicchè ne nascevano apicla, oricla, circlus, cornicia, oclus, panucla, pediclus, masclus,... che facilmente convertivansi ne’ nostri pecchia, orecchia, cerchio, occhio, cornacchia, pannocchia, pidocchio, maschio.
È presumibile che nella parlata de’ Latini già usassero certi scambj di lettere che troviamo tuttodì nelle nostre, e massime nella toscana. In planus, plenus, glacies e simili, la l fu cambiata in i, come tuttodì fa il volgo dicendo i — padre — voi fare — ai campo — moito — aito. Già Catullo beffava un Arrio, che aspirava le vocali, dicendo hinsidias, hionios, e fu chi quell’Arrio suppose toscano, per indurre che già allora adopravasi in quel paese l’aspirazione, che ora ne è quasi caratteristica. Certamente l’aspirazione del c doveva essere abbastanza usata, se alterò alcune voci greche, come camus in amus, chortos in hortus, cheimon in hiems. Il c confondeasi col t, dicendo indifferentemente condicio, nuncius, servicium, e conditio, nuntius, servitium, come oggi si dice schiantare, schietto, maschio, al par di stiantare, stietto, mastio, e nel volgo andache, ho dacho.
Il v talvolta è soppresso, come in facea, fuggìa, e tra i volgari in arò, arei, laoro, faorire; e forse già diceasi caulis e cavolis, come oggi caolo e cavolo, manualis e manovalis.
Molte volte al semplice o latino è sostituito nell’italiano l’uo, come vuole, duolo, suolo, e probabilmente già faceasi dal volgo, che anche da noi usa ancora pote, vole, dolo.
Inclina anche oggi il volgo a trarre tutti i verbi alla prima conjugazione; e fa vedano, leggano, sentano all’indicativo, e al congiuntivo vedino, legghino, sentino.
Molto si studiò recentemente sopra gli accenti, e se non si saprebbe alla prima indicare come da dixerunt, fecerunt derivassero gli sdruccioli dissero e fecero, non sarebbe difficile provare che vecchiamente si usava disserono, fecerono: da cui disseno, feceno per sincope. Quella desinenza no è caratteristica del plurale, talmente che il popolo talvolta l’applicò anche ad altre voci che ai verbi, come ad eglino ed elleno. Del resto il popolo dice andàvamo, volèvamo dove i colti fanno piana la voce, cioè mantiene l’accento sulla radicale, come fanno costantemente i Tedeschi[81].
Molte voci contraevansi, come populus, circulus, soldum, lardum, sartor, posti, del che è qualche vestigio pur nello scritto; e Quintiliano (I. 6) dice che Augusto pronunziava calda invece di calida. Meus dovette dirsi mius, del che è restato il vocativo mi: e in Ennio abbiamo debil homo.
E che veramente il modo di pronunziare s’accostasse più che lo scritto a questo che usiam noi, ce ne sono argomento i tanti errori delle iscrizioni. Un vaso trovato a Pompei porta scritto, Presta mi sincerum (vinum). Le bizzarre iscrizioni, ivi graffite da mani plebee e soldatesche, oltre le scorrezioni ortografiche, hanno anche errori grammaticali e modi plebei. Per esempio: Saturninus cum discentes rogat. Cosmus nequitiæ est magnissimæ — O felice me[82].
Crescono tali errori nelle epigrafi de’ primi tempi cristiani, errori che ravvicinano le parole alle nostre italiane. Nei recenti scavi a Ostia: Loc. Aphrodisiaes cum deus permicerit. — Cœlius hic dormit et Decria quando Deus boluerit. Dal cimitero di Sant’Elena in Roma fu scavata questa del terzo o quarto secolo: