76.  Sopra la duplice lingua dei Latini, dopo Leonardo Aretino che diceva: Pistores et lanistæ et hujusmodi turba sic intellexerunt oratoris verba, ut nunc intelligunt missarum solemnia: (ep. VI. p. 273); e il Poggio nella Dissertazione convivale: Utrum priscis Romanis latina lingua omnibus communis fuerit, an alia doctorum virorum alia plebis et vulgi, vedansi:

Hermann, De latinitate plebeja ævi ciceroniani.

Philman, Romanus bilinguis, sive dissertatio de differentia linguæ plebejæ et rusticæ, tempore Augusti, a sermone honestiore hominum urbanorum.

Hagedorn, De lingua Romanorum rustica.

Fer. Winkelmann, Ueber die Umganzsprache der Römer.

Celso Cittadini, Della vera origine della nostra lingua.

Il dotto Bartio non metteva dubbio sulla differenza del parlare comune dal latino scritto: Veterum Latinorum in loquendo longe aliam linguam fuisse quam quæ a nobis usu frequentatur, dubium minime esse debet. Advers., lib. XIII. c. 2.

In senso contrario l’Orioli nel Giornale Arcadico del 1855 pose un articolo di affettata erudizione, «Che il latino rustico è falsamente creduto essere, con forme poco mutate, lo stesso che il nostro volgare italiano». Nulla vi ho appreso: bensì molto da Maffei Scipione, Verona illustrata, tom. II. p. 540 e segg.; Gio. Galvani, Delle genti e delle favelle loro in Italia (Firenze 1849); Seb. Ciampi, De usu linguæ latinæ saltem a sæculo quinto; Domenico Barsocchini, Sullo stato della lingua in Lucca avanti il Mille (Lucca 1830).

77.  Questo fenomeno si riproduce anche oggi fra gli Arabi, dove la lingua del Corano è sol propria della letteratura, e fra gli Armeni, ove l’haikano si usa solo nelle scuole.

78.  De orthogr., cap. I.

79.  Cerca l’Index del Grutero.

80.  De verb. signif., XVI.

81.  Fra altri vedi Schuchardt, Der Vokalismus des vulgärlateins. Lipsia 1866.

82.  V. Garrucci. Inscriptions gravées au trait sur les murs de Pompei, e Arm. a Guericke, De lingua vulgaris reliquiis apud Petronium et inscriptionibus parietariis pompejanis. Lipsia 1875.

83.  Novus thesaurus, vol. IV. pag. 1829.

84.  Bullett. di archeol. cristiana, anno v. 78.

85.  E nel Corpus Inscript. Græc., nº 6710, vedesi Ζουλιαε per Juliæ in epigrafe pagana: Zesus per Jesus è in Boldetti, pagg. 194, 205, 208, 266.

86.  Bottari, Pitture, tom. II. tav. 112.

87.  Quando il generale La Romana riconduceva verso la patria il corpo di Spagnuoli che Napoleone l’avea costretto menare in Pomerania, i professori di Gottinga vollero festeggiarlo con un’accademia. Recitarongli anche un indirizzo in latino, ma egli dichiarò non poter rispondere, perchè non capiva il tedesco.

La discordanza fra la pronunzia e la scrittura nasce o dal mancare segni che esprimano certi suoni, o dall’essersi alterata la pronunzia. Ciò rende probabile che in Francia si pronunciasse anticamente come ora si scrive: e ciò rendesi più credibile da chi oda in Piemonte proferirsi autr, aut.

88.  È notevole che san Girolamo avverte che la sua traduzione diversificherà dalle precedenti, ma che mal lo appunterebbero quei maligni, che, mentre chiedono piaceri sempre nuovi, sol nello studio delle Scritture prediligono il sapore antico. Editio mea a veteribus discrepant... Perversissimi homines! cum semper novas expetunt voluptates... in solo studio Scripturarum veteri sapore contenti sunt. Pref. ai Salmi.

La traduzione latina della Bibbia anteriore a san Girolamo, detta l’italica, vorrebbe porsi verso il 185 dopo Cristo, cioè imperando Commodo, pontificando Vittore. Alcuni, e particolarmente il Tischendorf nel Nuovo Testamento stampato a Lipsia il 1864, la credono fatta in Africa, atteso che in Italia usavasi comunemente la lingua greca: opinione sostenuta dal Wiseman, dal Lachman, dal Ranch, dal Lahir.

I loro argomenti non mi persuadono.

I. Sant’Agostino, africano, la chiama itala.

II. Il Wiseman ne adduce prove filologiche, perchè quella versione ridonda di modi antiquati, i quali sogliono ritenersi viepiù nelle provincie lontane dalla capitale. Tali sarebbero i verbi deponenti in significato passivo (hostiis promeretur Deus. Hebr., XIII. 16): composizioni di verbi col super; superædifico, superexalto, o coll’in come intentator: i verbi in ifico, come mortifico per uccido, vivifico, clarifico, magnifico ecc.: altre composizioni rozze, come multiloquium, stultiloquium, sapientificat, e terminazioni in osus, come herniosus, ponderosus; inusitate costruzioni di verbi, come dominor col genitivo, zelare coll’accusativo, faciam vos fieri piscatores hominum (Matt., IV 19); mutazioni di tempi, cum complerentur dies pentecostes invece di completi essent, e in san Luca: Ad faciendam misericordiam cum patribus nostris et memorari testamenti sui. Il Maj, il Rancke, il Vercellone, il Cavedoni notarono nella versione itala moltissime voci non usate da classici, e il De Vit le raccolse nella ristampa del Lexicon totius latinitatis:

Retia rete
abiutus  
advenio accadere
ascella  
maletracto  
manna manata
martulus martello
prendo  
regalía  
satullus  
combino congiungere
glorio lodare
scamellum scannello
boletarium catino
altarium altare;

forme grammaticali errate, plaudisti, avertuit, odiet, odiunt, odivi, lignum viridem, demolient per demolientur, sepelibit, eregit, prodiet, prævarico per prævaricor, partibor, metibor, exiam, exies, perient, scrutabitis, abstulitum est. Ma tutto ciò perde valore ove si ammetta con noi la persistenza d’un parlar vulgare, distinto dal letterario, in Roma stessa; aggiungendo che questi modi e queste enallagi riscontransi talora o in Plauto o nei più antichi. Il Cavedoni (Saggio sulla latinità biblica dell’antica vulgata itala. Modena 1860) prova col Simom, col Westenio, col Millio, col Griesbach, col Martianay, coll’Hug, non presentar essa versione alcun carattere che sforzi a crederla africana: al più, concedendo fosse eseguita a Roma da qualche africano.

III. Tertulliano (de Præscript., c. 36) dice che la fede penetrò in Africa in un colle sacre Scritture per opera della Chiesa romana. Occorrerebbero prove più dirette per mostrare che queste Scritture v’andarono in greco, e per dar ragione dell’esser dappertutto chiamata itala quella versione, se fosse venuta dall’Africa. In Africa poi il latino era stato introdotto dai soldati romani, i quali doveano parlar la lingua popolare, anzichè la classica: talchè, se anche potesse provarsene l’origine africana, nulla pregiudicherebbe al nostro assunto. Al quale serve un passo d’oro di sant’Agostino, De doctr. Christiana, l. II. c. 15, n. 21: Tanta est vis consuetudinis etiam ad discendum, ut, qui in Scripturis sanctis quodammodo nutriti et educati sunt, magis alias locutiones mirentur, easque minus latinas putent quam illas quas in Scripturis didicerunt, neque in latinæ linguæ auctoribus reperiuntur. Ecco già allora la distinzione fra il latino classico e il popolare che diveniva ecclesiastico. Esso Agostino nota spesso nella Vulgata espressioni che non sunt in consuetudine literaturæ nostræ, o magis exigit nostræ locutionis consuetudo (De locutionibus Scripturarum). Così appunta il mane simul ut oritur sol manicabis; e dice: Manicabis latinum verbum esse mihi non occurrit. Eppure, nel senso di levarsi di buon mattino, trovasi nell’antico scoliaste di Giovenale. Altrove appunta il florierat e floriet, eppure si trovano senza osservazioni in Ilario (in Psal. 133); e in un’iscrizione metrica di Magonza si legge, Rosa simul florivit et statim perit. Sicchè le attenzioni di sant’Agostino sulla latinità della Vulgata voglionsi intendere come relative al latino classico. Ed egli stesso (contro Fausto Manicheo, IX. 2) vuole si ricorra ad veriora exemplaria della Bibbia, e tali esser quelli della Chiesa romana, unde ipsa doctrina commeavit.

89.  Vedi Dom Martin, Explications de plusieurs textes difficiles de l’Écriture.

Herman Rönsch, Itala und Vulgata. Marburg 1875, mostra la grande influenza di queste due versioni sulla civiltà e gli studj in Occidente, e sulla trasformazione delle lingue.

90.  Allora troviamo acedia e acidia; agon per agonia; angariare per costringere: anathema, anatomia, apocrisarius, blasphemare camelasia carica di mantenere i camelli; blatta per porpora; canceroma per carcinoma; chaos; decaprotia dieci primi, diabolus, elogiare, enlogium, hypocrisis, idolatria, neotericus, plasma, sitarcia provvigione pei vascelli, sitona intendente alla compra dei grani, ecc. ecc., mastigare (μαστιγῶ), come pure abominatio, beatitudines in plurale, burgus, capitatio, cervicositas caparbietà, collurcinatio per comissatio, computus, concupiscentia, consistorium, constellatio, creatura, cuprum, desitudo, desolatio, dominicum per templum, exibitor, figmentum, habitaculum, hortolanus, incentivum, incentor, incolatus, infeminium e fœminal, inordinatio, juratio e juramentum, latrunculator, legulus, localitas, magistratio, matricula, mediator, notoria lettera, partecipatio, prævalentia, protectio, rectitudo, sanctimonium, sufficientia, triumphator, ecc. E ciò oltre le voci cristiane di abyssus, agape, anastasis, apostata, baptizare, cœnobium, catholicus, clericus, eleemosyna, eremita, ethnicus, gehenna, laicus, martyr, monasterium, orthodoxus, papa, propheta, protoplastes primo creato, scandalum, ecc. E sant’Agostino scrive pausare arma josum, posar giù le armi.

91.  Quum ipsa latinitas et regionibus quotidie mutetur et tempore. Comm. in ep. ad Galatas, II. prol.

92.  Volo, pro legentis facilitate, abuti sermone vulgato. Ep. ad Fabiolam.

Sant’Agostino, Et potui illud dicere cum tracto vobis: sæpe enim et verba non latina dico ut vos intelligatis (Enarr. in Psalm., 123, 8). Sic enim potius loquamur; melius est reprehendant nos grammatici, quam non intelligant populi (In Ps., 138, 20. 8).

93.  È a vedere con che ginnasiale compunzione David Runkenio (Prefazione al lessico latino-belgico di G. Sheller. Leida 1789) si lagni dello stile di Tertulliano: Fecit hic quod ante eum arbitror fecisse neminem. Etenim, cum in aliorum vel summa infantia appareat tamen voluntas et conatus bene loquendi, hic, nescio qua ingenii perversitate, cum melioribus loqui noluit, et sibimet ipse linguam finxit, duram, horridam, Latinisque inauditam, ut non mirum sit per eum unum plura monstra in linguam latinam, quam per omnes scriptores semibarbaros esse invecta. Ecce tibi indicem atrum paucorum e multis verborum qua viris doctis non puduit in lexica recepisse: Accendo pro lanista, captatela pro captatio, diminoro pro diminuo, extremissimus, inuxorius, irremissibilis, libidinosus gloriæ, pro cupidus gloriæ, linguatus, multinubentia pro polygamia, multirorantia, noscibilis, nolentia, nullificamen pro contemptus, obsoleto pro obsoletum reddo, olentia pro odor, pigrissimus, postumo pro posterior sum, polentator, recapitulo, renidentia, speciatus, templatim, temporalitas, virginor, visualitas pro facultas videndi, viriosus pro viribus præstans.

94.  Historiographus, psalmographus, antecantamentum, suppedaneum, mundipotens, semijejunus, justificare, glorificare, congaudere e simili; multilaudus, multiscius, multivira e simili; disunire, abbreviare, exambire, compatior, compeccator, confœderatus, superintendens, multimodus, urbicremus, ventriloquus, unigenitus, deificus, ludivagus, parvipendulus, oviparus, blandificus, docticanus, inaccessibilis, incarnatio.

95.  Accessibilitas, calamitas, almitas, antistatus, christianitas, deitas, infinitas, negotiositas, nescientia, nimietas, populositas, possibilitas, secabilitas, summitas, supremitas, ternitas, uniformitas, visibilitas, ecc. Indi adjacentia, allodium, cambium, mansum, benefactor, epistolarius, disciplina corporalis per supplizio, farinarium per mulino, incultio per oratio inculta.

96.  Abecedarius, affectuosus, bestialis, caminatus, carnalis, clericalis, coævus, coætaneus, complex, disciplinatus, doctrinalis, dulciosus, æquanimus, flectibilis, incessabilis, incitator, interitus (perditus), labilis, localis, magistralis, momentaneus, noscibilis, ottatus, partibilis, passibilis, populosus, præfatus passivamente, primordialis, proficuus, pusillanimus, sensatus, sensualis, spiritualis, superbeatus, vassionalis.

97.  Annullare, aptificare, assecurare, augmentare, calculare, captivare, cassare, certiorare, coinfantiare, confortare, contrariare, decimare, deteriorare, deviare, excommunicare, exorbitare, familiarescere, fœderare, fructificare, humiliare, intimare, jejunare, justificare, latinizare, meliorare, mensurare, minorare, propalare, rationare, repatriare, salvare, sequestrare, subjugare, tenebrare, unire, ecc. Dai quali si trassero moltissimi avverbj in iter, oltre medio per mediocriter, e contra per e contrario, quoquam per unquam, non utique per neutiquam, efficaciter per certe, taliter qualiter, ubi per quo, ecc.

98.  Potremmo aggiungere confœderatio, crassedo, creamen, cruciatio, devotamentum, dubietas, dulcitudo, effamen, erratus, exercitamentum, expectamen, favum, honorificentia, humiliatio, gratiositas, indages, infortunitas, interpolamentum, interpretator, interpretamentum, malitas, malum (pomo albero), missa e remissa per missio e remissio, nigredo, noscentia, oramen per oratio, otiositas, pascuarium per pascuum, peccator-trix, peccamen, præconiatio per præconium, profunditas, rationale per ratio, refrigerium, rescula e recula (cosetta), regimentum, scrutinium, sensualitas, signaculum, speculatio e speculamen, vindicium per vindicta, vitupero per vituperator, unio, ecc. E gli aggettivi abominabilis, accessibilis, addititius, æternalis, anxiatus, astreans per astricus, coactius, cœlicus, concupiscibilis, congruus, cordax per cordatus, creabilis, despicabilis, divinalis, dubiosus e dubitativus, fallibilis, illustris, infernalis, infirmis, meridialis, multiplicus, mundialis, notorius, pagensis, participalis, peculiaris, prædicatorius, sapientialis, scholaris, somnolentus, temporaneus per temporalis, urbanicianus, vigilax, ecc.

99.  La lunga dimostrazione che noi abbiamo qui fatta sembra superflua al Diez, poichè dice: «Le lingue romanze hanno la principale fonte dal latino; non già dal classico usato dagli autori, ma dal popolare. Che questo si usasse accanto al latino classico s’è avuto cura di dimostrarlo con testimonianza anche di antichi; ma non che fosse bisogno di prove, s’avrebbe, al contrario, il diritto di chiederne per sostenere il contrario, giacchè sarebbe un’eccezione alla regola». Vedasi pure il suo Etymologisches Wörterbuch der romanischen Sprache. Bonn 1853.

100.  Hisperica famina, tom. V. p. 483.

101.  Leggonsi a caratteri greci in un codice latino di Urbicio, scrittore d’arte militare sullo scorcio del V secolo; donde li copiò il Fabretti, v. 390.

102.  Sta in fine della Diplomatica del Mabillon, e in Terrasson, Hist. de la jurispr. rom. Vedasi anche Francisque Masdeu, Hist. de la langue romaine. Parigi 1840.

103.  Historia, XIV. 6. 9-10.

104.  Τῆ πατρώᾳ φωνῇ, τόρνα, τόρνα, φράτρε. Theophan., Chronogr., fol. 218. — Επιχωρίῳ τε γλώττῃ.. ἄλλος ἄλλῳ.., ῥετὸρνα. Theophilact., lib. II. 15.

105.  Cui ille, non, inquit, dabo. Ad hoc Justinianus respondit daras. Lib. II. 5. Ma la voce appartiene piuttosto al cronista, del X secolo, che all’imperatore. In una lapide pesarese presso il Lanzi leggesi Dono dedro; e in Festo si indica danunt per dant.

106.  Nella preziosa raccolta di iscrizioni cristiane, pubblicate dal De Rossi, incontro altre prove di quanto ho sostenuto.

In una latina con caratteri greci del 269 v’è Consule Kludeio ED Paterno... ED ispeireito Santo... mortova annorum LV ED mesorum XI: cioè coll’i e col d efelcustici all’italiana.

Scompare la differenza tra l’accusativo e l’ablativo; onde a pag. 82 abbiamo un Pellegrinus che vivea in pace cum uxorem suam Silvanam; a pag. 198 Agrippina pone un monumento al marito, cum quem vixit sine lesione animi: a pag. 133 si invita pro hunc unum ora sobolem: a pag. 103 e 133, de sua omnia, e decessit de seculum. Anche nelle iscrizioni delle catacombe giudaiche, pubblicate dal padre Garrucci, leggiamo cum Virginium (pag. 50), cum Celesinum (pag. 52), inter dicais (fra i giusti). Qua su vedemmo mensorum: e altrove pauperorum, omniorum amicus. E così santa per sancta; sesies per sexies; e posuete per posuit, cioè colla coda al modo toscano; come altrove c’è l’iniziale efelcustica, ispiritus, iscribit (pag. 228 del De Rossi); e la h resa pronunziabile in michi, o tralasciata in oc, ic, ilarus, ora, Onoriu, o eccessiva in hossa, hoctobres, hordine. In una delle giudaiche parlasi d’una Venerosa, che ebbe marito per 15 mesi.

107.  Antiq. Medii Ævi, diss. XXXII.

108.  Vedasi Sebastiano Ciampi, De usu linguæ italicæ saltem a seculo quinto, acroasis.

109.  Papiri dipl., p. 124.

110.  Lapo Gianni nella ballata 2 ha

Io non posso leggera mente trare.

111.  Vedasi Obry, Sur le verbe substantif et son emploi comme auxiliaire dans les conjugaisons sanscrite, grecque et latine.

Sur le participe français et sur les verbes auxiliaires (Nelle Memorie dell’Accademia d’Amiens).

112.  Romani vernacula plurima et neutra multa masculino genere potius enuntiant, ut hunc theatrum et hunc prodigium. Curius Fortunatianus in Pithou, Rhetores antiqui, p. 71.

113.  In Prisciano son già citati fabulare, jocare, luctare, nascere, consolare, dignare, mentire, partire, precare, testare; che nei classici son deponenti.

114.  Nel romancio di Coira, invece del passivo laudor, si dice veng ludans; sunt vegnieus ludans.

115.  Nel pronome personale io, tu, noi, voi conservammo dal latino; egli viene da ille, che forse in dativo faceva illui, prima d’essere contratto in illi; e di là il nostro lui; e da eccum illui il colui. Al plurale vi affiggemmo il no, suffisso de’ verbi plurali (ama-no, soffro-no) e s’ebbe eglino, elleno. Loro, coloro, costoro, sono figliati da illorum, istorum; onde si può tacere il segnacaso, e dire il loro consiglio, il costoro piacere, io dissi lui, alma gentil cui tante carte vergo. Voster è analogo di noster e noi lo preferimmo. Gli antichi diceano tui, sui, meo, più analoghi al latino.

Me pro mihi dicebunt antiqui, asserisce ancora Festo, e noi pronunziamo tuttodì me fece, me diede. Anche nis per nobis, donde il ne; ne dissero ecc. La forma fissionale unica del nome italiano non deriva piuttosto dall’ablativo o dall’accusativo, ma è un esito fonetico, nel quale convergevano i diversi casi obliqui del latino casa, ad casa(m), de casa; donu(m), ad donu(m), de dono; nome(n), nomi(na) coi detrimenti fonetici che prima fecero sparire l’m, poi anche l’s, conservata però in tanti linguaggi neolatini (padres, matres, menos spagnuolo: frades, tempus sardo).

116.  Molti esempj siffatti raccolse A. Fuchs nelle Lingue romancie in relazione col latino (Halle 1849).

Nelle iscrizioni abbiamo miles de stipendiist curator de sacra via, oppida de Samnitibus.

Il da non si trova prima del quinto secolo.

117.  Da inde, ama inde convertivansi in dacci, amane.

118.  È degna d’avvertenza l’analogia comune dell’articolo col pronome dimostrativo: in greco ὁ, ἡ, τὸ e ὅς, ἡ, ὁ: in tedesco der, die, das, e dieser, diese, dieses: in inglese the, this, that: in francese il, le, la.

119.  Il sardo ha il futuro aggi’ abè (avrò): a bider l’hamus (a veder l’abbiamo, vedremo): benner hat a innoge (ha da venir qua, verrà): lu deemus bider: hamus a mangicare (vedremo, mangeremo).

Nel Bonvisin, poeta milanese del XIII secolo, leggiamo:

Plu he lusir ka l sol quando ha venir quel hora;

più lucerà che il sole quando verrà quell’ora.

E altrove: Se nu speram in lu el n’ha sempre defende

ni n’ha abandonar in tute le nostre vicende:

cioè difenderà e abbandonerà.

E altrove: Quanto plu tu he scombate alcun meo benvojente

tanto ha lo piu meritar aprovo l’onnipotente:

cioè tanto più meriterà.

Quilli k han esse toi amisi fortemente scombaterò:

cioè saranno.

E nel Bescapè, pur poeta milanese di quel tempo:

Et a lor si fe una impromessa

Ked el no li a abandonare

Fin kel mond si a durare.

Così leggo, dove il Biondelli legge nolia (nolit) e sia: e vuol dire che a loro (agli apostoli) si fe promessa che egli non li abbandonerà fin che il mondo durerà.

Altrettanto avviene del condizionale. Così in Bonvisin:

«Eo gh’heve vontera offende sed eo n’havesse balìa;

io volentieri l’offenderei se n’avessi il potere.

«Ben sope, anze k el te creasse ke tu havissi perire

ke tu per toa colpa havissi dexobedire,

cioè periresti, disobediresti.

«Se l peccador no fosse, segondo ke tu he cuintao

lo fijo dr onnipoente de ti no have esse nao:

non sarebbe nato.

«Quand el saveva dnanze k’um have pur esse perdudi:

sapeva innanzi che noi saremmo perduti.

In Bonvisin trovasi pure spesso il participio del verbo avere col verbo essere, al contrario di quel che usa in francese.

«E s’eo no fosse habindho, tu no havrissi quel honor

«Dond tu serissi habindo d’omiunca godbio plen

«Eo sont habindo trop molle:

fosti avuto, saresti avuto, son avuto, per stato.

I Siciliani dicono anche oggi aju statu, ai statu, annu statu.

120.  Lezione della voce italiana Si.

121.  Thes., 2088. 3.

122.  Mirari Cato se ajebat quod non rideret haruspex, haruspicem cum vidisset. Cicerone, Minus quindecim dies sunt quod minas quadraginta accepisti.

123.  Non è fuor proposito l’accennare che nella pronunzia i Latini pare facessero come i Francesi d’oggi, leggendo chi, chia, chod, ove scrivessi qui, quia, quod. Lo induco da una delle facezie attribuite a Cicerone; il quale, essendo sollecitato dal figlio d’un cuoco pel suo voto a non so quale dignità, gli rispose Tibi quoque favebo; scherzando sulla consonanza di quoque con coche. E Plauto chiama inquilina (in culina) una cuoca; indifferentemente si usava sequutus e secutus, quum e cum, quotidianus e cotidianus.

Anche in lombardo per qui dicesi chi. Il chi italiano invariabile rappresenta le diverse inflessioni del qui latino. Plinio dice: Ex superiori basilicæ parte, qua feminæ qua viri imminebant, e Giovanni Villani: «Federico regnò anni 37, che re dei Romani, e che imperadore. — Con 300 cavalieri, che tedeschi e che lombardi».

Plauto: Quei dixti tu vidisse me osculantem? Che di’ tu?

Terenzio. Invenite, efficite qui detur tibi: ego id agam mihi qui ne detur. È il nostro, Fate che vi sia dato.

Il qui è spesso cambiato in italiano con ci: quinque, cinque: quicumque, chiunque: quisque unus, ciascuno.

In un epitafio del 530 leggesi Petrus filius CONDUM Asclipi. E a vicenda s’una tazza di vetro Dianan (Giona) de ventre QUETI (cheti) liberatus. Vedi Bull. d’archeologia cristiana, 1874, pag. 145, 154; e il De Rossi l’ha per un’altra prova della pronunzia dura del c avanti le vocali e, i, sostenuta dal Corssen, dallo Schuchardt, Der Vokalismus des Vülgarlateins, dal Neumann, Prononciation du c latin. Unde promitto me ego chi supra (qui sopra). Arioald pro me et meos heredes tibi Gaidoaldi vel ad tui heredes ipsa suprascripta terra vidata...ab omni homine defensare. Lupo, i, 599. — Questa formola ego chi sopra ricorre frequentissima nelle carte successive bergamasche in esso Lupo.

124.  A. W. Schlegel argutamente osserva che la voce verbum non fu conservata in nessuna delle lingue neolatine. E ciò forse perchè la teologia le avea dato un senso mistico, che temeasi profanare coll’uso giornaliero. Invece adottarono la voce parabola (in italiano parola, in francese parole, in provenzale paraula, in ispagnuolo palabra, in portoghese palavra), voce di origine greca, e che non potè derivarsi che dai libri santi, dove significa allegoria, similitudine. Observations sur la langue et la littérature provençales. Parigi 1818, p. 109.

125.  Impetratum est a consuetudine ut peccare suavitatis causa liceret — Sæpe brevitatis causa contrahebant, ut ita dicerent, multimodis, vas’argenteis, palm’et crinibus, tecti fractis. Cicerone in Bruto — Ego sic scribendum quidquid judico, quomodo sonat. Quintiliano, Inst., cap. II.

126.  Plutarco, in Temist.; Giustino, XX; Valerio Mass., II, 2; Trifonino, in lib. 48, ff. De re judic.Sant’Agostino: Opera data est, ut imperiosa civitas non solum jugum, verum etiam linguam suam domitis gentibus per pacem societatis imponeret.

127.  Dione, lib. X: all’anno 796 di Roma. Sifilino, in Claudio.

128.  «Dalla magione del meschino gastaldo passato nel palazzo ove stava ad albergo, il conte scôrse nell’alcova il signore in giubba e colla camicia, sopra un sofà bigio ricamato e colla tazza e con un limone, attorniato da gioviale brigata e da paggi; scudieri cogli sproni facevano guardia, e un astrologo spiegava l’almanacco, ecc.». In questo solo periodo paggio, astrologo, sono greci: gioviale, palazzo è latino antico; signore, scudiero, conte, latino basso; sofà ebraico (sophan alzare); almanacco, ricamato, giubba, camicia, meschino, alcova, limone arabo; magione celtico; gastaldo, brigata, sprone, guardia tedeschi; bigio ibero, ecc.

Così nel vivere usuale ci vestiamo di damasco, di mussolina, di indiane, di nankin, di frustagno (fostat), marocchino, cordovano, bulgaro, pantalone, makintosh, kirie, spencer, brandeburgo, pompadour; adopriamo majoliche, bielle, bajonette, pistole, campanelli (campania), crovatte; andiamo in berline, in landau, in brougham; mangiamo persiche, ciriege (kerras), cotogne (da cydon), granoturco, gransaraceno, castagne (castannan nell’Asia Minore), avellane (da avellino), scolopini; adopriamo pasquinate, arlecchinate, i ciceroni, urbanità, palazzi, denaro.....

129.  Max Müller sostenne l’efficienza delle lingue tedesche, in modo che i nuovi idiomi sarebbero il latino, venuto in bocca dei Tedeschi. Non espongo i suoi argomenti, perchè riguardano principalmente il francese; ma la sua teoria vacilla se si ammetta quel che noi sosteniamo, che nel latino scritto ci si conservò solo una parte della lingua; e nel non scritto e parlato poteva essere un’infinità di parole; che noi supponiamo d’origine forestiera; mentre derivavano da quel ceppo che è comune al latino, al greco, al tedesco.

Insistiamo solo su questi punti:

1º I Tedeschi erano piccol numero a fronte degli Italiani: altrimenti e il loro paese natìo sarebbe rimasto spopolato, e nel nuovo avrebbero fatto prevalere il linguaggio tedesco.

2º Con poche parole nuove introdotte, e alcune forme grammaticali impoverite, la lingua italiana, o (per non dare come assentato quel che ora cerchiamo) il latino del medioevo è simile al latino, mentre diversifica grandemente dal tedesco e per le voci e per la costruzione.

3º Questa somiglianza è tanto maggiore quanto più si va indietro, cioè presso all’invasione; mentre dovrebb’essere il contrario se gl’invasori avessero introdotto la nuova lingua.

4º L’accento latino è, generalmente, conservato nell’italiano; e nulla abbiamo di quella proprietà speciale, per cui, in tedesco, la radice mantiene l’accento e nelle derivazioni e nelle composizioni. Ora l’alterazione sarebbe avvenuta naturalmente, se il latino fosse stato trasformato dalla lingua de’ Tedeschi.

130.  Ciò è frequentissimo nel Codice Longobardo; e tacendo quelle che spiegano voci meramente tedesche, vi leggo barbam, quod est patruus (Rot. 164); novercam, idest matriniam (ib. 185); privignum, idest filiastrum (ib.); si quis palum, quod est caratium, de vite tulerit (ib. 298); cerrum, quod est modo laiscum o hiscum (ib. 305). Sulla lingua dei Longobardi e l’influenza di essa sulla latina, vedasi Federico Blühme, Die Gens Langobardorum, ihre Sprache. Bonn 1874.

131.  Nel 730 due notari di Pisa sottoscrivevano, uno Ego Ansolf notarius rogitum et petetum subscripsit et deplevit: e l’altro, Ego Rodualt notarius scripsi et explevi; nel 750 Ego Teofrid notario rogito ad Raculo hanc cartula scripsit; nel 757 Ego Alpertus notarius hac cartula scripsit. Ne’ Documenti Lucchesi, in uno del 765 è soscritto Ego Rixolfu presbitero, Ego Martinus presbiter: in uno del 713 Ego Fortunato religioso presbiter. In una carta del 722, uno sottoscrive Ego Talesperinus eximius episcopus rogatus ad filio meo Ursone testi subscripsi: e un altro, Ego rogatus ad Orsum testi subscripsi.

132.  Anche in sanscrito il pronome dimostrativo è sas, sa, tat.

133.  Vedi Barsocchini, Sullo stato della lingua in Lucca avanti il Mille. Lucca 1830.

134.  Anche nell’impero orientale fu detta romaica la lingua dei Greci; e romancio chiamasi tuttora il dialetto semilatino che parlasi in alcune valli de’ Grigioni. Alberico, nella Cronaca ad an. 1177: Multos libros, et maxime vitas sanctorum et actus apostolorum, de latino vertit in romanum.

San Pier Damiani dice di un francese, vivente in Roma, che, scholatisce disputans (cioè in latino, in parlar da scuole), quasi descripta libri verba percurrit; vulgariter loquens, romanæ urbanitatis regulam non offendit, cioè non lede le grazie del parlare romanzo (Opusc. XLV. c. 7).

Secondo Benvenuto da Imola, la contessa Matilde linguam italicam, germanicam et gallicam bene novit. Antiq. ital., I. 1252; e soggiunge che Gallici omnia vulgaria appellant romantia; quod est adhuc signum idiomatis romani, quod imitari conati sunt. Ib., I. 1229.

Giovanni Mandeville nell’Itinerario: Et sachez que j’eus cest livre mis en latin pour plus brievement diviser: mais pour ce que plusieurs entendent mieu roumant que latin, je l’ay mis en roumant; cioè in francese.

135.  Falso putavit Sangalli monachus me remotum a scientia grammaticæ artis, licet aliquando retarder usu nostræ vulgaris linguæ, qua latinitati vicina est. Martène, Vet. script. ampla collectio, I. 298.

136.  Quando l’arcivescovo Grossolano ebbe dal pontefice il palio, il popolo milanese gridava: Heccum la stola (Landolfo Jun., nei Rerum italic. Script., V. 476). Nella vita del beato Pietro Orseolo (Antiq. ital., II. 1031): Ait abbati lingua propriæ nationis, C abba, frusta me; hoc est, Virgis cede me. Poco poi abbiamo il grido d’arme de’ Crociati Deus lo volt. Nel 1179 Alberto Studense, Data sententia volenti loqui deposito non est data audientia; sed hostiarii clamabant, Levate, andate. Le donne romane all’antipapa Ottaviano davano lingua vulgari il titolo di smanta compagno. Baronio, ad ann. 1154.

I Milanesi contro il messo di Federico Barbarossa gridavano Mora, mora.