Tersu decimu calendas febraras
decessit in pace quintus annoro
octo mensorum dece in pace.
In un’altra sta:
Gaudentius in pace qui vixit annis XX
et VIII mesis cinque dies biginti
apet depossone X kal. octobres.
Il Muratori[83] adduce epitafj del cimitero di Santa Cecilia in Roma, d’età certo antica, che dicono:
Qui jacet Antoni
Dio te guardi
et Jacoba sua uxor.
Madoña Joaña
uxor de Cecho
della Sidia
e in San Biagio sotto al Campidoglio:
Ite della dicta echiesa.
In più d’un sigillo antico è scolpito vivat in Dio o in Diu[84].
In altre iscrizioni l’apostrofe sta spesso in luogo della m, onde clarissimu’, multo’, annoro’: Zulia per Julia è citato da Celso Cittadini[85], in una lapide presso il Bosio; Olympios bixit annos tres, meses undeci, dies dodeci in pace; in altre bresciane si ha Asinone, Caballaccio, Marione, Musone, Paulacius.
In alcune incontri perfino l’i efelcustico, che sembra singolarità del nostro vulgare, leggendosi in una iscrizione delle Grotte vaticane AB ISPECIOSA. In una pittura delle Catacombe è figurata un’agape, e vi si legge Irene da calda — Agape miscemi[86]. E in un’altra iscrizione: Bellica fedelissima virgo impace.
Quello che Quintiliano dice che «ciò che mal si scrive, di necessità mal si pronunzia», può anche voltarsi a dire che mal si scrive ciò che mal si pronunzia: e l’essere le iscrizioni per lo più di cristiani, cioè di gente ineducata e affettuosa, appoggia sempre meglio il mio assunto, che il parlare nostro odierno sia il vulgare medesimo di Roma antica.
Questo accadeva nelle vicinanze di Roma; ora che doveva essere nelle provincie, discoste dal luogo dove meglio si parlava e proferiva, e dove sopravviveano i prischi dialetti? Racconta Erasmo che, essendo venuti ambasciatori d’ogni gente d’Europa per congratularsi con Massimiliano d’Austria fatto imperatore, recitarono un’orazione, tutti in latino, ma pronunziandola ciascuno a modo del suo paese, sicchè fu creduto si fosse ognuno espresso nella lingua materna[87]. Argomentatene come dovesse alterarsi il romano idioma su bocche sì diverse, e come soffrirne l’ortografia, attesochè, quando più la coltura scemava, gli scrivani s’attenevano mentosto al letterario che all’uso della pronunzia.
Se dunque si avesse a scrivere un libro, non più per la classe eletta e letterata, ma pel popolo, sarebbe dovuto riuscire pieno di que’ modi, che noi asseriamo correnti fra il vulgo, e inusati alla raffinata letteratura. Or questo libro c’è, non fatto dopo già sfasciato il latino, ma ai tempi di Tacito e di Svetonio, quando appena l’età dell’oro cedeva a quella d’argento, quando Barbari non erano intervenuti ancora a mescolare elementi eterogenei. Alludiamo alla versione della Bibbia, che risale al primo secolo; e fu poi riformata da san Girolamo, il quale pure viveva prima dell’invasione dei Barbari[88]. Ora, in essa abbondano gl’idiotismi, che sono sentenziati per errori e barbarismi, sebbene molti abbiano riscontro nei classici. Quell’in sæculum sæculi ripetuto, è in Plauto: Perpetuo vivunt ab sæculo ad sæculum: (Miles glor., IV. 2). «Viderunt Ægyptii mulierem quod esset pulchra nimis» (Genesi, XII. 14) risponde al plautino Legiones educunt suas nimis pulchris armis præditas (Amphitr., I, 1). Il Servitutem qua servivi tibi (Gen., XXX. 26) all’Amanti hero servitutem servit (Aulul., IV. 4): l’Ignoro vos (Deut. XXXIII. 9) al Ne te ignores (Captiv., II. 3): il Feci omnia verba hæc (III Reg., XVIII. 36) al Feci ego isthæc dicta quæ vos dicitis (Casina, V. 4). Bonum est confidere in Domino quam confidere in homine, dice il Salmo CXII. 8; e Plauto: Tacita bona est semper quam loquens (Rudens, IV. 4). Il Miscui vinum de’ Proverbj, (IX. 5) è sostenuto dal Commisce mustum della Persa, I. 3; il Tibi dico surge di san Marco, V. 41, dall’Heus tu, tibi dico, mulier del Pœnul., V. 5; il Dispersit superbos mente cordis sui di san Luca, I. 51, dal Pavor territat mentem animi dell’Epidic., IV. 1[89]. Anzi io credo che i siffatti fossero forme popolari, già vive al tempo di Nerone, e sopravvissute ne’ vulgari odierni, come tant’altri di cui diamo un saggio:
Mensuram bonam... et supereffluentem dabunt in sinum vestrum. Luca, VII. 38.
Repone in unam partem molestissima tibi cogitamenta. IV Esdra, XIV. 14.
Et nemo mittit vinum novum in utres veteres. Luca, V. 37.
Populus suspensus erat audiens illum, XIX. 48.
Quærebant mittere in illum manus, XX. 19.
Sed meno misit super eum manus. Giov., VII. 44.
Quasi absconditus vultus ejus et despectus, unde nec reputavimus eum. Isaia, LIII. 3.
Non est dicere, quid est hoc, aut quid est istud. Eccl., XXXIV. 26.
In electis meis mitte radices. Eccl., 24.
In tempore redditionis postulabit tempus, XXXIX. 6.
Habebat Judam semper charum in animo, et erat viro inclinatus, II Macab., XIV. 24.
Ipsi diligunt vinacia uvarum. Osea, III. 1.
Sed rex, accepto gustu audaciæ Judaeorum, IV Macab., XIII. 18.
Etiam rogo et te, germane compar, adjuva illas. Paolo ad Philip., IV. 3.
Moyses grandis factus. Paolo ad Hebr., XI. 24.
Cum dixerint omne malum adversum vos. Matteo, V. 11.
Et omnes male habentes curavit, VIII. 16.
Mulier, quae sanguinis fluxum PATIEBATUR. IX. 20.
Corripe eum inter te et ipsum solum. XVIII. 15.
Apud te facio pascha. XXVI. 18.
Par turturum. Luca, II. 24.
Spero os ad os loqui. II Giov., 12.
Oblatus est... et non aperuit os suum. Isaia, LIII. 7.
Voi ci vedete i nostri modi «dar la buona misura, metter radice, mettere da una banda, essere inclinato ad uno, prenderci gusto, compare, diventar grande, dire tutti i mali, aver male, patir un male, tra sè e lui, far pasqua, bocca a bocca, non aprir bocca, stare sospeso, mettere le mani addosso, non crederlo lui, ecc.». Notiamo per ultimo questo di san Luca, VII. 40: Simon, habeo tibi aliquid dicere. E in illa hora, come diciamo in allora.
Mentre i precettori sentenziano la versione della Bibbia di corruzione e barbarie, il buon critico in quei salmi sente l’idioma del Lazio prendere un vigore inusato, e, per secondare la sublimità de’ concetti e l’idea dell’infinito, ripigliare la nobile altezza che dovette avere nei sacerdotali suoi primordj, un’armonia diversa da quella che i prosatori cercavano nel periodeggiare e i poeti nell’imitazione dei metri greci, e che pure è tanta, da farla ai maestri di canto preferire persino all’italiano.
Questo rifarsi della favella plebea, questo ritorno verso l’Oriente dond’era l’origine sua, avrebbe potuto ringiovanire il latino, infondendogli l’ispirato vigore delle belle lingue aramee e la semplice costruzione del greco; ma troppo violenti casi sconvolsero quell’andar di cose; e quando l’Impero cadeva a fasci, era egli a promettersi un ristoramento della letteratura?
Nell’età che intitolarono del ferro, la crescente adulazione trovò qualificazioni enfatiche a lusingare i fortissimi e felicissimi ed incliti e provvidentissimi e vittoriosissimi monarchi, e quella serie di illustri e magnifici conti, patrizj, maestri ed altri. Gl’imperatori, man mano che scadevano di grandezza e potenza, si puntellavano con titoli ampollosi, parlando in nome della loro serenitas, tranquillitas, lenitudo, clementia, pietas, mansuetudo, magnificentia, sublimitas, perfino æternitas come fece Costanzo. Al greco si ricorse non solo dagli scienziati, ma anche negli uffizj civili e domestici, massime dopo trasferita la capitale a Costantinopoli[90]. Partita allora la gente meglio stante colla Corte, ringhiera e senato a Roma ammutoliti, nè corpo di scrittori o impero di tradizioni conserva l’aristocratica castigatezza; sicchè il latino, come uno stromento complicato in mani inesperte, dovette alterarsi viepiù quanto più sintetico, e perchè non procede per mezzi semplici secondo il rigoroso bisogno delle idee, ma con tanti casi e conjugazioni e artificiosa inversione di sintassi.
Sottentra allora il pieno arbitrio dell’uso, cui stromenti sono il tempo e il popolo, operanti nel senso medesimo. Il popolo vuole speditezza, e purchè il pensiero sia espresso, non sta a curarsi d’esattamente articolare la parola o di valersi di tutti gli elementi, lusso grammaticale. Alla finezza di declinazioni e conjugazioni sostituì la generalità delle proposizioni e degli ausiliarj, specificò gli oggetti coll’articolo, mozzò le desinenze. Pei quali modi la lingua latina non imbarbariva come suol dirsi, ma tornava verso i principj suoi, riducendosi in una più semplice, poco o nulla distante dalla nostra odierna; la lingua scritta accolse in maggior copia voci e forme della parlata, modificate secondo i paesi: donde quel lamento di san Girolamo, che la latinità ogni giorno mutasse e di paese e di tempo[91].
Ajutarono siffatta evoluzione gli scrittori ecclesiastici, che più non dirigendosi a corrompere ricchi e ingraziante letterati, ma recando al vulgo le parole della vita e della speranza, non assunsero la lingua eletta, ma la comune, la vernacola. Essi mostrano sprezzare l’eleganza e persino la correzione; sant’Agostino dice che Dio intende anche l’idiota, il quale proferisca inter hominibus; san Girolamo professa voler abusare del parlar comune per facilità di chi legge[92]. Gregorio Magno era uno degli uomini più colti del suo tempo, amava le belle arti, come provano e gli edifizj che procurò e l’innovamento della musica; a’ suoi giorni ancora nel Foro Trajano si tenevano circoli per leggere Omero e Virgilio, come oggi a Napoli e a Roma si legge l’Ariosto. Eppure Gregorio sentenziava di affettazione il voler ridestare le tradizioni della grammatica classica; e guidato dal senso pratico, vide che quei che diceansi barbarismi non erano che trasformazione, e non esitava a dichiarare che non evitava il barbarismo e il solecismo. Or quando esso ed altri santi Padri professavano non volersi attenere alla grammatica, nessuno li supporrà così bizzarri da far errori di proposito; bensì scrivevano come si parlava dal popolo pel quale scrivevano, e farsi capire da questo premeva a loro ben più che l’evitare gli appunti dei grammatici.
A torto però si attribuisce ai soli scrittori ecclesiastici[93] il peggioramento del latino. Anche gli scrittori profani rifuggivano al rancidume, adoprando fortivile, interibi e postibi, obaudire per obedire, penitudo, pigrare e repigrare, prolubium, rancescere, repedere per reddere, rhetoricare, sublimare, usio per usus. Quali abbandonavansi a incondite novità di parole, di composti[94], di desinenze, di significato: crebbero gli astratti[95]; formaronsi nuovi aggettivi[96], nuovi verbi[97].
Di desinenze cambiate offrono esempio i nomi adoptatio, ædifex, agrarium per ager; albedo, altarium, alternamentum, baptismum, cautela, colludium, concinnatio, ecc.[98] e i verbi effigiare, exhereditare, honorificare, magnificare, obviare, significare, resplenduit, ecc.
Diez (Grammatik der romanischen Sprache. Bonn 1836) fa ricche e metodiche comparazioni di tutti gli idiomi romanzi, donde appajono le trasformazioni del latino, sia successive in uno stesso paese, sia contemporanee in paesi diversi. Poi dagli scrittori della bassa latinità Gellio, Palladio, Tertulliano, Petronio, Celio Aureliano, Arnobio, Giulio Firmico Materno, Lampridio e gli altri della Storia Augusta, Ausonio, Ammiano Marcellino, Vegezio, Sulpicio Severo, i santi Gerolamo e Agostino, Marciano Capella, Macrobio, Sidonio, trae una quantità di voci, inusate dai classici, e passate nelle sei lingue romanze.
Trascegliamone qualcuna, attinente all’italiano:
Contro i solecismi non aveasi più per salvaguardia la schiettezza della favella corrente, onde dicevasi: pacem alicui tribuere; vilissime natum esse; bona opera facere; peccata remittere; homo pleraque haud indulgens, per in plerisque; vita interficere; contemplatione alicujus; affectionem habere per habere in animo; profugere villam per e villa; in pendenti esse; insuper habere; erat in sermone per rumor erat; urinam facere; trahere sanguinem per genus ducere. Nè si schivavano inusati reggimenti de’ verbi; benedicere, fungi, frui, erudire coll’accusativo; incumbere, queri, renunciare, contrahere, petere col dativo; amare in aliquo, privare a re, ambire ad aliquid.
Come avviene quando la lingua e la letteratura si staccano dal supremo canone del senso comune, si sbizzarrì a segno, che un tal Virgilio Marone a Tolosa insegnava a’ suoi discepoli dodici latinità «per circondare l’eloquenza di un nuovo lustro, e non comunicare ai profani le alte dottrine che devono essere privilegio di pochi». L’una chiamavasi usitata ch’era la lingua comune; poi l’assena o abbreviata, la semedìa tra il parlar volgare e il dotto; la numerìa che alterava il numero dei nomi; la lumbrosa che allungava il discorso, adoprando quattro vocaboli invece di uno; la syncolla che invece ne abbreviava quattro in una; seguivano la metrofia, la belsabia, la bresina, la militena, la spela, la polema; tutte producendo alterazioni, di cui non conosciamo la ragione. E, per un esempio, invece di ignis, il fuoco era chiamato ardor, calax, quoquevihabis, spiridon, rusin, fragon, fumaton, ustrax, vitius, saluseus, ænon; e con questo gergo scriveansi opere di sistematica barbarie.
Un tal fatto, nuovo nella storia della letteratura latina, raccogliamo dai Classicorum auctorum fragmenta, pubblicati dal Maj, e vaglia questo esempio: Bis senos exploro vechros, qui ausonicam lacerant palatham. Ex his gemella astant facinora, quæ verbalem sauciant vipereo tactu struem. Alterum barbarico auctu loquelarem inficit tramitem, ac gemello stabilitat modello, quaternaque nectit specimina: inclytos literaturæ addit assiduæ apices: statutum toxico rapit scripturæ dampno; literales urbanæ movet characteres facundiæ; stabilem picturæ venenoso obice trasmutat tenorem. Alius clarifero ortus est vechrus solo, quo hispericum reguloso ortu violatur eologium, sensibiles partimi num corrodit domescas. Cetera notentur piacula, qua italicum lecti faminis sauciant obrizum, quod ex his propriferum loquelosi in hac assertione affigis facinus[100].
Un singolare documento ci rimane nei comandi, onde i tribuni dirigevano l’esercizio militare: Silentio mandata implete — Non vos turbatis — Ordinem servate — Bandum sequite — Nemo dimittat bandum — Inimicos seque[101]. Quel bandum per vexillum, quel sequite e seque e turbatis, imperativi insoliti, corrispondono alle contorsioni, che in ogni parlare si fanno pel comando delle milizie.
Dell’anno 38 di Giustiniano conservasi un istromento sopra papiro, fatto in Ravenna e già pieno di modi all’italiana, come domo quæ est ad sancta Agata; intra civitate Ravenna; valentes solido uno; tina clusa, buticella, orciolo, scotella, bracile, bandilos[102]. Ammiano Marcellino dice che i Romani del suo tempo giacevansi in carruccis solito altioribus[103]; e carroccia per carrozza dice oggi il vulgo lombardo. La Storia Miscella riferisce, al 583, che, mentre Commentiolo generale guerreggiava gli Unni, un mulo gittò il carico, ed i soldati gridarono al lontano mulattiere nella favella natia, Torna, torna, fratre; onde gli altri lo credettero un ordine di tornare indietro, e fuggirono[104]. Ajmonio racconta che Giustiniano ebbe prigioniero il re di certi barbari, e fattoselo sedere a lato, gli comandò di restituire le provincie conquistate, e poichè quegli rispose Non dabo, l’imperatore replicò, Daras; forma nostrale del verbo dare al futuro[105]. Il Maj pubblicò una glossa del grammatico Placido, che dice: Mu adhuc consuetudine est; e tuttora usiamo mo. Il De Rossi nel Bullettino Archeologico reca un epitafio anteriore a Costantino, ove è detto Spiritum Maximi refrigeri Januarius, forma ottativa per refrigeret, quale l’usiamo oggi[106].
Nell’Historia Augusta si trova vos ipse: ad fratre suo: ad bellum Parthis inferre: in Cassiodoro abbiamo pretiare per estimare; in Sidonio cassare, cervicositas, papa, serietas.
Dopo altri, il Muratori[107] adduce iscrizioni del 260, e fino del 155 dopo Cristo, cioè del tempo degli Antonini, che potrebbero credersi di età barbara, eppure contengono atti ufficiali. Un istromento ravennate del 540 è poco men rustico che uno dell’800. Per non esser troppo lunghi noi torremo solo dal lib. VI, p. 546 delle Miscellanee del Baluzio una formola del 422, che può stare con qualsivoglia de’ secoli barbari: Ob hoc igitur ego ille, et conjux mea illa, commanens orbe Arvernis in pago illo, in villa illa. Dum non est incognitum, qualiter cartolas nostras, per hostilitatem Francorum, in ipsa villa illa, manso nostro, ubi visi sum manere, ibidem perdimus; et petimus, vel cognitum faciemus, ut qui per ipsas stromentas et tempora habere noscuntur possessio nostra, per hanc occasionem nostrorum pater inter epistolas illas de mansos in ipsa villa illa, de qua ipso atraximus in integrum, ut et vindedit ista omnia superiu conscripta, vel quod memorare minime possimus judicibus brevis nostras spondiis incolcacionibus, vel alias stromentas tam nostris, quam et qui nobis commendatas fuerunt, hoc inter ipsas villas suprascriptas, vel de ipsas turbas ibidem perdimus. Et petimus, ut hanc contestaciuncula, seu planetaria, per hanc cartolas in nostro nomine collegere vel adfirmare deberemus. Quo ita et fecimus ista, principium Honorio et Theodosio consulibus eorum ab hostio sancto illo castro Claremunte per triduum habendi, et custodivimus, seu in mercato publico, in quo ordo curiæ duxerunt, aut regalis, vel manuensis vester, aut personarum ipsius castri, ut cum hanc contestaciuncula seu plancturia, juxta legum consuetudinem, in præsentia vestra relata fuerit, nostris subscriptionibus signaculis subroborare faciatis; ut quocumque perdiciones nostras de supra scripta per vestra adfirmatione justa auctoritas remedia consequatur, ut nostra firmitas legum auctoritas revocent in propinquietas[108]. Il Marini adduce una carta del 564, dove leggesi uno orciolo aureo, uno butte, una cuppa, uno runcilione[109].
A questa età ritroviamo dichiaratamente il nome di lingua italiana; poichè verso il 560, Venanzio Fortunato, poeta trevisano, cantava:
Ast ego sensus inops, italæ quota portio linguæ.
Importerebbe di colmare la lacuna che resta fra il lessico del Forcellini e quello del Ducange. L’uno dà il latino classico, l’altro il latino barbaro: ma realmente nei tempi di decadenza, nel IV, V e VI secolo, si usarono molte voci, che il Ducange non appoggia che ad autorità del IX e X secolo. Il vocabolario dunque di que’ secoli toglierebbe ogni soluzione di continuità. Un buon avviamento vi diede Quicherat (Addenda lexicis latinis investigavit, collegit. Parigi 1862) aggiugnendo al Forcellini circa 7000 articoli, tolti da autori della decadenza.
In quel parlare comune, se non ce ne restasse così poco, io penso troveremmo già l’italiano nelle sue maniere e lessiche e grammaticali.
Quanto al fondo, una lingua è l’altra, giacchè quasi tutte le parole nostre son latine. Ma troppo difficile sarebbe l’indovinare perchè, di due parole viventi nel latino, l’una fosse preferita; così:
Possiamo credere avvenisse così di altre voci che ora usiamo diverse affatto, ma che forse avevano un sinonimo, non mai usato dagli scrittori che possediamo, ma passato nella lingua, come enim, nunquam, etiam, igitur, ergo, ideo.
Abbiamo mora e remora, forse v’era demora, donde il nostro dimora. Potea esservi sucursus, come cursus e recursus. Fatigare ci lascia presumere vi fosse fatica, come litigare, fustigare, navigare, da lis, fustis, navis. Talvolta il nome si formò da un aggettivo, come annales e diarii sottintendendo libri; come ficatum jecur il fegato che mangiavasi coi fichi.
Dedotta una parola dal latino, se ne derivarono altre; come da obblio obbliare, da pettine pettinare, da prezzo prezzare e i suoi figliuoli; da scimia scimiottare. Talvolta la derivazione è diversa da quel che parrebbe: e p. es. posare e riposare derivano il primo da ponere, il secondo da pausare.
In alcune voci variò l’accento, come in ardere, movere, ridere, rilucere, mordere, mungere, nuocere, rispondere, ora abbreviate e più di rado allungate, come in sapere, cadere, e principalmente in nomi, quali filiolus, linteolus, cristallinus.
Il nostro avverbio in mente viene spontaneo da forme latine, avendo in Ovidio celeri mente e insistam forti mente, in Quintiliano bona mente factum, in Claudiano devota mente, e già in Virgilio Manet alta mente repostum[110].
Nella negazione punto, mica, fiore, negotta ci rimase solo la cosa a cui si paragonava; onde Plauto (Pseudolus, I. 4) neque guttam boni consilii: e Festo dice: rem nullius pretii dicimus non hecte te facio. E già nel basso latino troviamo quel vezzo nostro di unire due negative; Petronio ha nemini nihil boni facere; poi nelle formole del Mabillon: nec per meum nullum ingenium nunquam perdedit; e nel Berquigny (Diplomata, t. I. 1086) nullus non praesumat de his speciebus nihil abstraere. Il modo era greco: οὐκ ἐποίησε τοῦτο ὀυδᾶμον ὀυδείς.
Talvolta una parola cambiò senso: ammazzare non significò più uccidere colla mazza; necare fu ristretto all’annegare; tropus del basso latino ci diede troppo; via dovea dirsi per volta, rimastoci in tuttavia, e un via uno.
Quanto alla forma, alla grammatica, le principali differenze consistono,
1. nell’indicare la relazione con preposizioni, anzichè col variare le desinenze; ossia surrogare le pre-posizioni alle post-posizioni degli idiomi agglomeranti;
2. nel premettere ai nomi l’articolo determinato o indeterminato;
3. nel formare coll’ausiliario molti tempi del verbo attivo e tutti quelli del passivo: smettendo cioè il verbo che esprime la passione in atto (legor), per prendere quello dell’azione in effetto (ho letto)[111].
Lasciam via alcune varietà particolari, come i comparativi, come il neutro[112], come il verbo deponente, che non falsarono l’analogia ma l’estesero, e che del resto sono sporadiche, e derivanti esse pure, per vie indicate dai filologi, da un tipo anteriore e comune[113].
Gli usi grammaticali che accenniamo si riscontrano anche in altri idiomi del ceppo indo-europeo; fra gli altri nel persiano e nel tedesco; il che autorizza a credere esistessero già nella lingua parlata a Roma[114]. Ce lo conferma il vedere come talvolta scivolassero anche nello scritto.
E prima le declinazioni sembra che, col tempo, si riducessero tutte alla II, col plurale in i quale passò nell’italiano; nel quale del resto sopravvive qualche traccia di declinazioni in io e me, egli e lui, che e cui; sicchè non può dirsi un sistema innovato di grammatica[115].
Già anticamente, per esprimere le relazioni, ricorrevasi, oltre le cadenze, spesso alle preposizioni, quando per ragioni di chiarezza, quando di varietà. Quintiliano (I. 4) dice: Noster sermo articulos non desiderat; e Gellio (N. Atticæ, II. 25) che il volgare differisce dal latino perchè manca di declinazioni e della varietà di desinenze; e Nonnio reca molti esempj di preposizioni adoprate per la maggior chiarezza. Ad Augusto, Svetonio appone di scrivere meno colla retta ortografia, che secondo la pronunzia, tralasciando lettere e fin sillabe, errore comune (cap. 88); e facendo prima cura l’esprimersi chiaramente, soggiungeva le preposizioni ai verbi, e iterava le congiunzioni, alla chiarezza sagrificando la grazia (cap. 86). Di fatto nel famoso suo testamento troviamo impendere in aliquam rem, invece di alicui rei; includere in carmen invece di carmine o carmini. Nè questo vezzo è raro ne’ classici:
Plauto. Filius de summo loco — Hunc ad carnificem dabo.
Terenzio. Ne partis expers esset de nostris bonis — Si res de amore secundae essent — Alere canes ad venandum.
Lucrezio. Portante de genere hoc.
Cicerone. Homo de schola — Declamator de ludo — Audiebam de parente nostro. E così
Efugere de manibus (Rosc. Am., 52).
Cæsar de transverso rogat ut veniam ad se (15. Att. 4).
Se gladio percussum ab uno de illis. (Milon. 24).
Ecco altri usi del de al modo nostro:
Ut jugulent homines surgunt de nocte latrones. Orazio, Epist.
Una pars orationis de die dabitur mihi. Plauto, Asin., III. 1.13.
Fac ut considerate naviges de mense decembre. Cic. ad Quint., 2, 5.
Vos convivia lauta de die facitis. Catullo, 47, 5.
De principio studuit animus occurrere magnitudini criminis. Cicero, Sull., 24.
E altrove:
Atticus pecuniam numeravit de suo. Cic. ad Planc.
Succus de quinquefolio. Plin., 26. 4. 11.
Orazio. Cætera de genere hoc — De medio potare die — Rapto de fratre dolentis.
Virgilio. Solido de marmore templa instituam, festosque dies de nomine Phœbi — Quercus de cœlo tactas.
Fedro. De credere (in un titolo).
Ovidio. Arbiter de lite jocosa — De duro est ultima ferro — Nec de plebe deus — De cespite virgo se levat.
Plinio. Genera de ulmo.
Svetonio. Partes de cœna[116].
Negli Agrimensori si ha «caput de aquila, rostrum de ave, monticelli de terra».
In Cicerone abbiamo: Ad omnes introitus, armatos opponit — Ad meridiem spectans — Quid ad dextram, quid ad sinistram sit — Esse sapientem ad normam alicujus.
Varrone. Turdi eodem revolant ad aequinoctium vernum — Quod apparet ad auricolas.
Cesare. Magnam hæc res contemptionem ad omnes attulit.
Livio. Patrum superbiam ad plebem criminari — Incautos ad satietatem trucidabitis — Restituit ad parentes (II. 13). — Restituti ad Romanos (XXIV. 47).
Parimenti nei classici troviamo il pronome usato al modo italiano, e l’inde per l’onde o il ne nostro:
Plauto. Cadus erat vini; inde impievi cirneam.
Cicerone. Romani sales salsiores quam illi Atticorum.
Virgilio. Ille ego qui quondam ecc.
Ovidio. Stant calyces, minor inde faba, olus alter habebat[117].
E nel Vangelo: «Exiit Petrus et ille alius discipulus — Currebant duo simul, et ille alius præcurrit».
Da ciò era ovvio il passaggio all’articolo determinante[118]: ma neppur dell’indeterminato scarseggiano esempj.
Cicerone. Cum uno forti viro loquor — Sicut unus paterfamilias — Ita nobilissima Græciæ civitas sui civis unius acutissimi monumentum ignorasset — Tamquam mihi cum M. Crasso contentio esset, non cum uno gladiatore nequissimo.
Orazio. Qui variare cupit rem prodigaliter unam.
Cesare. Inter aures unum cornu existit.
Curzio. Alexander unum animal est temerarium, vecors.
Seneca. Historici, cum unam aliquam rem nolunt spondere, adjiciunt, ecc.
Plauto. Qui est is homo? unus ne amator? — Est huic unus servus violentissimus — Unum vidi mortuum efferri foras.
Plinio. Tabulam aptatam picturæ anus una custodiebat.
Plinio il giovane. Tanta gratia, tanta auctoritas in una vilissima tunica. Vedi pure Cornelio Nipote in Hannib., XIII; e Tacito, Ann., II. 30. Uni libello.
Terenzio. Inter mulieres quæ ibi aderant, forte unam adspicio adolescentulam — Ad unum aliquem confugiebant.
Del qual ultimo verso vienmi a grand’uopo un commento, appostovi da Donato mentr’era ancor viva la latina lingua: Ex consuetudine dicit UNAM, ut dicimus UNUS est adolescens. Unam ergo τῷ ἰδιοτισμῷ dixit, vel unam pro quandam.
Si sa che in Omero non si trova l’articolo, onde Aristarco asserisce ἐλλείτει γὰρ ὁ ποιητὴς τοῖς ἄρθοις ἀεί. Quando lo s’incontra, ha un valore diverso. Così τῆ δεκατῆ non vuol dire il decimo giorno, ma quel giorno, che era il decimo.
In ciò forse l’imitarono gli scrittori latini, tralasciando gli articoli, ma ricompajono abbondanti nella Bibbia, come i segnacasi: Et ecce una mulier fragmen molæ desuper jaciens, illisit Abimelech. Giudici, IX. 53.
Petrus sedebat foris in atrio, et accessit ad eum una ancilla. Matteo, XXVI. 69.
Per diem solemnem consueverat præses populo dimittere unum vinctum, quem voluissent, XXVII. 15.
Et videns fici arborem unam, venit ad eam. XXI. 19.
Interrogabo vos et ego unum sermonem. Ivi. 24.
Interrogabo vos et ego unum verbum. Marco, XI. 29.
Unus autem quidam de circumstantibus. XII. 47.
Nella flessione dei verbi, delle sei forme organiche amo, amabam, amavi, amaveram, amavero, amabo, le sole tre prime ritenemmo: le altre si circoscrivono cogli ausiliarj. Ma già il verbo si trova conjugato al modo nostro. Invece del futuro usano il passato futuro, duravero, respiravero, il quale sincopato in duraro, respiraro, equivale all’odierno, o piuttosto potè formarsi coll’habeo: dicere habeo usavano, e il vulgo a dir ho, donde dirò; siccome i nostri dicono fu nato per nacque, ebbe trovato per trovò, fece offensione per offese, ecc. Parimente si ha in provenzale dir vos ai, in ispagnuolo hacere lo he; e nel greco moderno θελω pel futuro, εκω pel passato[119]. Di fatto quando anticamente si diceva io abbo, io aggio, usavasi pure io amarabbo, io amaraggio; ora che si declina ho, hai, ha, si dice amer-ò, amer-ai, amer-à. La stessa coincidenza appare nel francese e nel provenzale, nello spagnuolo, nel portoghese: anzi nel provenzale antico si ha pregarai vos, o pregar vos ai.
Già nella legge longobarda di Luitprando, tit. 108, § 1, si ha: veni et occide dominum tuum, et ego tibi facere habeo bonitatem quam volueris — Feri eum adhuc, nam si feriveris ego te ferire habeo. Il Grutero porta un’iscrizione del VII secolo, che legge: Quod estis fui, et quod sum essere habetis (Nº 1062). D’origine simile sarebbe il condizionale. Or ecco esempj degli ausiliarj avere e stare: