Tutto lo mondo vive sanza guerra,

Ed eo pace non posso aver neente.

O Deo, come faraggio?

O Deo, come sostenemi la terra?

E par ch’eo viva en noja de la gente.

Ogni omo m’è selvaggio:

Non pajono li fiori

Per me com’già soleano,

E gli augei per amori

Dolci versi facevano agli albori[149].

Di Lodovico della Vernaccia da Firenze, verso il 1200 versato in civili maneggi, il Crescimbeni reca un sonetto, che comincia:

Se ’l subjetto preclaro, o cittadini,

Dell’atto nostro ambizioso e onesto

Volete immaginar, chiosando il testo

Non vi parrà che noi siamo fantini?

S’alli nostri accidenti, ed intestini

Casi ripenserete, con modesto

Aspetto inchinerete il cor molesto;

Fien radicati al cor in duri spini.

Dalle poesie di Noffo, notaro d’Oltrarno, vivente nel 1240, scelgo una canzoncina:

Vedete s’è pietoso

Lo meo signore Amore,

A chi ’l vuol obbedire,

E s’egli è grazïoso

A ciascun gentil core

Oltre a l’uman desire.

Ch’io stava sì doglioso

Ch’ogni uom diceva, el muore,

Per lo meo lontan gire

De quella in cui io poso

Piacer tutto e valore

Dello mio fin gioire.

E stando in tal maniera,

Amor m’apparve scorto,

E ’n suo dolce parlare

Mi disse umilemente:

Prendi d’Amore spera (speranza)

Di ritornare a porto,

Nè per lontano stare

Non dismagar (iscoraggiarti) neente.

Guido delle Colonne da Messina, nella seconda metà di quel secolo, «poetava gravemente», come disse Dante nel Vulgare eloquio:

Ben passa rose e fiori

La vostra fresca ciera,

Lucente più che spera;

E la bocca aulitusa[150]

Più rende aulente odore

Che non fa una fera

Che ha nome la pantera,

Ch’in India nasce ed usa.

Benchè paja anteriore, Odo delle Colonne gli è coevo:

Va, canzonetta fina,

Al bono avventuroso,

Ferilo a la corina: (cuore)

Se il trovi disdegnoso,

Nol ferir di rapina,

Che sia troppo gravoso;

Ma feri lei che ’l tene,

Ancidela sen (senza) fallo;

Poi fa sì ch’a me vene

Lo viso di cristallo;

E sarò fuor di pene,

E avrò allegrezza e gallo[151].

Quell’Jacopo notaro da Lentino, che Dante mette a fascio con frà Guittone d’Arezzo, cantava di qua dal dolce stile:

Mia canzonetta fina,

Va, canta nuova cosa;

Moviti la mattina

Davanti alla più fina,

Fiore d’ogn’amorosa,

Bionda più ch’auro fino:

Lo vostro amor ch’è caro,

Donatelo al notaro

Ch’è nato da Lentino.

Di Rinaldo d’Aquino, messo dall’Alighieri fra’ buoni trovadori, s’ha otto canzoni, di cui ecco un saggio:

Guiderdone aspetto avire

Da voi, donna, a cui servire

No m’è noja.

Ancorchè mi siate altera,

Sempre spero avere intera

D’amor gioja....

Donna mia, ch’io non perisca

S’io vi prego, non v’incrisca

Mia preghiera.

La bellezza che in voi pare

Mi distringe, e lo sguardare

Della ciera.

A re Manfredi, che governò le Sicilie dal 1258 al 66, è diretto il Fior di retorica, dove frà Guidotto da Bologna, a vantaggio de’ laici che non sono alliterati, cioè non sanno di latino, raccolse alcuni precetti di Cicerone volgarizzandoli; avvegnachè mal agevolmente si possa ben fare, perchè la materia è molto sottile a me non ben saputo, e le sottili cose non si possono bene aprire in vulgare. V’avea già dunque persone che adopravano l’italiano a componimenti studiati, se per loro il frate bolognese preparò un trattato di retorica. E diceva loro: «Qualunque persona vuole sapere ben favellare piacevolmente, si pensi di avere prima senno, acciocchè conosca e senta quello che dice; poi prenda ferma volontà di operare giustizia e misura e ragione, acciocchè dalla sua parola non possa altro che ben seguitare; e questo libro legga sicuramente, e senta meco certi ammaestramenti che sono dati dalli savj in sul favellare; e da che gli ha letti e ben impressi, si usi spesse volte di dire; perchè il ben parlare si è tutto dato alla usanza, che ogni cosa si acquista per uso, et abbassa molto per disusare, e senza usare non può essere alcuno bono parlatore».

Già adducemmo canzoni popolari.

In tutta Europa vicino al Mille si ha esempj di Ludi e Rappresentazioni, ma sempre latini. Nessuno invece ne resta in Italia: forse perchè si fecero subito in italiano; i quali modificati poi col variar della lingua, giunsero fino a noi, creduti d’età più tarda. Tale forse la rappresentazione che, nel 1243, si fece in Prato della Valle a Padova; e quella che nel 1273 a Siena, per festeggiare l’assoluzione dalla scomunica.

§ 17º Della lingua romanza e della siciliana.

Non è del nostro assunto il librare il merito de’ poeti di Sicilia e del Reame: ma quanto alla lingua, non crediamo usassero quella del loro paese, bensì se ne proponessero una, comune alla gente colta; quella che Dante intitolò cortigiana.

Se fosse dimostrato che, prima d’altrove, in Sicilia siasi parlato italiano, n’avrebbe rinfianco il nostro asserto sulla scarsa efficienza dei Barbari. Ma altro è parlare, altro è scrivere, e immiseriscono la questione quelli che attribuiscono la formazione delle lingue ad alcuni, e foss’anche a tutti i letterati, mentre solo dal popolo esse riconoscono vita e sovranità. Forse che filosofi e poeti hanno l’intelligenza che inventa e la possanza che fa adottare le parole? Al più, sanno dall’uso arguire le leggi. Per ispiramento ghibellino e per adulazione a Federico II e sua Corte si asserì che in questa siasi primamente sostituita nel poetare la lingua italiana alla provenzale; e Dante imperiale dice: «Perchè il seggio regale era in Sicilia, accadde che tutto quello che i nostri precessori composero in vulgare si chiama siciliano: il che ritenemmo ancora noi, e i nostri non lo potranno mutare»[152]. Or bene, noi sfidiamo a trovare verun altro che mai intitolasse siciliano il parlar nostro. Solo il Petrarca, per condiscendenza d’erudito, scrive che il genere della lingua poetica apud Siculos, ut fama est, non multis ante seculis renatum, brevi per omnem Italiam ac longius manavit[153]. Ove del resto s’intende di poesia, non di lingua; e potrebbe darsi che Federico, udite in Germania le canzoni che i Minnesingeri ripetevano per le Corti, volesse averne alla sua in lingua italiana[154]. Era dunque la Corte siciliana un centro di poesia erotica, colta, alla foggia provenzale. Dante stesso, quando antepone i Siciliani, non vuole intendere del loro parlare; anzi i parlari riprova tutti, e quel della gente media di Sicilia non trova migliore degli altri; ma poichè colà sedevano que’ da lui vantatissimi Federico e Manfredi, e accoglievano il fior di tutta Italia, al contrario de’ sordidi e illiberali principi del restante paese, dice che gli scrittori riuscivano in nulla diversi da ciò ch’è lodevolissimo. Nè si creda (conchiude) che il siculo e il pugliese sia il più bel vulgare d’Italia, giacchè quei che bene scrissero se ne discostarono[155].

Non basta quest’ultima confessione a scassinare il suo edifizio?

Plauto, nel prologo dei Menecmi, professa non avere atticizzato, ma sicilizzato (atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen non atticissat, verum at sicilissat).

Anche Cicerone (in Verrem) rinfaccia al suo competitore Cecilio d’avere imparato le lettere greche non in Atene ma al Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. E forse la poca finezza del parlare nascea dall’usarsi in quell’isola insieme il greco e il latino e fors’anche il cartaginese pel commercio. Infatto Diodoro vanta d’aver imparato la lingua di Roma in grazia del commercio che i Romani faceano in Sicilia (Introduzione).

Certo però il siciliano odierno tiene molto dell’antichissimo latino, giacchè vi si dice argentu, locu, pani, che è il latino pretto, colla m e la s fognate all’arcaica; vi si dice jocu, jugu, judici dove il toscano fece giuoco, giogo, giudice: e amau, laudau per amò, lodò, e così via. E senza ricorrere al paradosso del Galiani, una riprova del nostro assunto si trova in monsignor Crispi, Sul dialetto parlato e scritto in Sicilia: e in Di Giovanni De div. Sicul. officiis, dove mostra le mutazioni di lingua, che prevalsero in Sicilia secondo i tempi.

Giulio Perticari, oltre adottare le teoriche del Cesarotti, del Muratori, del Napione nel rattizzare col Monti quistioni sopite, trapiantò fra noi il paradosso del francese Raynouard, supponendo che dalla corruzione della lingua latina uscisse una comune, che si parlava da tutte le nazioni neolatine, le quali poi separandosi formarono lingue proprie; opera di letterati più che del popolo[156]. Argomentò in conseguenza, che in ogni parte d’Italia si scrivesse con pari correzione o scorrezione. Per sostenerlo recò passi d’autori di vario paese: nè prese scrupolo di far qualche alterazione al loro dettato, sicchè paressero meno corretti i toscani, meno scorretti gli altri; donde conchiudere contro la superiorità, che ai Toscani concedono tutti, almen nella pratica. Senza tener conto delle mutazioni a lui imputabili, si noti che di quelle poesie non abbiam forse nessun esemplare contemporaneo e autentico; e nel trascriverle avrà molto operato o l’imperizia o il capriccio degli scrivani: fors’anche passarono tradizionalmente per le bocche, modificandosi secondo e i tempi e il paese; quello poi che o primo le ridusse in iscritto o le ricopiò, adattolle al gusto e alla pronunzia sua: e i Toscani poterono intoscanare le poesie d’altri paesi, come i Lombardi avranno guasto le toscane[157]. N’è conseguente la poca diversità che si nota fra i primi poeti; e che anch’essa deriva dalla differente coltura dei singoli, e dalla trascrizione, in cui si perde l’immagine del primitivo idioma.

Poi anche oggi potrebbero addursi deh quanti Toscani che scrivono men bene del Giordani e del Puoti (rimoviamo l’invidia col nominar solo i morti); ma domanderemmo se questi si proponessero scrivere il parmigiano e il napoletano, o se piuttosto cercassero il toscano, anzi il solo toscano senza fiato del dialetto natio: e vi riuscissero con arte maggiore di quei troppi che, avendolo dalla madre, ne sconoscono il merito e le finezze.

Pel proposito dunque del Perticari sarebbe importato provare che nel regno di Federico II si parlava qual veramente troviamo scritto da lui e da’ suoi. Prove dirette ci mancano; forse n’è alcuna in contrario.

Ciullo d’Àlcamo vorrebbero vivesse col Saladino, cioè fra il 1174 e il 1193, giacchè canta,

Se tanto aver donassimi

Quant’ha lo Saladino;

ma la menzione che fa degli agostari lo tirerebbe a più tarda età, essendo essi battuti da Federico II il 1222: se non che rifletterono che il loro nome è più antico, e fin de’ tempi longobardi, a fede del Muratori[158].

Di Ciullo è notissima una lunga cantilena a botta e risposta; della quale non conosciamo veruna lezione buona, nè manoscritti antichi che ce la possano sincerare. A me parve che il poeta in essa mettesse a dialogare l’amante in lingua toscana o cortigiana, coll’amica nel suo dialetto pugliese, mal riprodotto da lui o dal copista siciliano. Così (mutando qualche parola a idea, piuttosto che coll’appoggio di codici) leggeremmo:

Amante. Rosa fresca aulentissima

Cha pari in ver l’estate,

Le donne ti desiano,

Pulzelle e maritate.

Tragemi d’este focora

Se t’este a bolontate:

Per te non ajo abent o nocte o dia,

Pensando pur di voi, madonna mia.

Madonna. Se di mene trabàgliti,

Follia lo ti fa fare,

Lo mar potresti arrompere

Avanti e semenare,

L’abere d’esto secolo

Tutto quanto assembrare...

Averimi non poteria esto monno...

Cerca la terra ch’este granne assai

Chiù bella donna di me troverai.

Amante. Cercata ajo Calabria,

Toscana e Lombardia,

Puglia, Costantinopoli,

Genua, Pisa, Soria,

Lamagna, Babilonia

E tutta Barberia,

Donna non vi trovai tanto cortesi,

Perchè sovrana di mene te presi.

Madonna. Poi tanto trabagliastiti,

Facioti meo pregheri

Che tu vadi, eddomannini a mia mare e a mon peri,

Se dari mi ti degnano, menami a lo monsteri (al monastero),

E sposami davanti della genti

E poi farò li tuoi comannamenti.

Qui è sentita abbastanza la differenza fra i due parlari, e come nel secondo abbondino gl’idiotismi siculi.

Dante, inteso a menomare il vanto de’ Toscani, e supponendo che la lingua fiorisca per le Corti e per gli studj, non rifina di vantare il siciliano dialetto: ma ciò prova di già che era distinto dal toscano, mentre nol sono le poesie che sopra accennammo o recammo.

I Siciliani misero grande impegno, in questi ultimi tempi, a trovare vestigia antichissime di loro vernacolo. Le poesie addotte da Lionardo Vigo (Canti popolari siciliani, Catania 1857), quand’anche potesse provarsi che appartengono all’età di Guglielmo il Buono, poco gioverebbero all’assunto nostro, giacchè nulla è più facile a mutarsi dietro ai tempi che le canzoni in bocca al popolo. Sol proverebbero che un vulgare esisteva, e in fatto un rituale del bretone Augerio, che fu il primo vescovo di Catania, prescrive le formole pel battesimo degli adulti, soggiungendo che, si nescit literas, hæc vulgariter dicat. Si ha un atto di permuta di case fra Leone Bisinianos ed Effimio abate di Santo Nicola di Xurguri, scritto in greco, che a tergo della pergamena è tradotto in vulgare, che da buoni argomenti credesi contemporaneo[159]. E comincia: «Eu Leon Bisinianos cum la Madonna mia mugleri et Nicolao lu meu legitimo figlo, cum lu nomu di la santissima cruchi, cum li manu nostri propri scriviamo insembla cum lu meu figlo Nicolao cum tutta lu nostru bona voluntati et intentioni senza dolo alcuno lu presenti cambiu et permutationi chi fazo cum li nostri possessioni, li quali suno siti et positi a la citati vechia a Palermo a la rimini menzo di Ximbeni di la parti di fora di la porta de Xaltas chi confina cum lu muro, etc. etc... A li misi di ottubre a lo sexto jornu di lo dicto misi di la seconda indictioni in tu annu milli e sexantadui.

Questa data, impastata dell’êra romana e della bisantina, risponde al 1153; e l’essere nel testo indicato soltanto l’ottobre, e non il giorno come nel transunto, fa credere che questo sia contemporaneo[160].

Di un anonimo siciliano il Trucchi pubblicò un frammento cavato dal Libro reale della Vaticana, nº 3793, giudicato della prima metà del millecento, quando a Palermo fiorivano nel palazzo reale le manifatture di seta, dalle quali nel 528 dell’egira, 1133 di Cristo, fu lavorata l’insigne dalmatica di re Ruggero. In esso frammento si legge:

Levasi allo mattin la donna mia

Ch’è vie più chiara che all’alba del giorno:

E vestesi di seta caturìa (di Catura)

La qual fu lavorata in gran soggiorno

Alla nobile guisa di Soria

Che donne lavorarlo molto adorno.

Il su colore è fior di fina grana,

Ed è ornata nella guisa indiana.

Ed ha un’ammantadura oltremarina

Piena di molte perle prezïose...

Quand’ella appar con quella ammantadura

Allegra l’aire, e spande la verdura,

E fa le genti star più gaudïose.

Della Corte di Sicilia sopravvive qualche frammento di Federico II, di Enzo suo figlio.

Il Barbieri, nell’Origine della poesia rimata, cap. XI, riferisce il principio d’una canzone in siciliano del re Enzo:

Allegru cori, plenu

Di tanta beninanza

Suvvegnavi, s’eu penu

Per vostra innamuranza,

Chil non vi sia in placiri

Di lassarmi muriri talimenti

Chiu v’amo di buon cori e lialmenti.

Or dello stesso principe infelice n’abbiam una in italiano, che suona ben diversa:

Va, canzonetta mia,

E saluta messere,

Dilli lo mal ch’i’ aggio,

Chè lei che m’ha in balia

Sì distretto mi tiene

Ch’eo viver non poraggio.

Salutami Toscana

Quella ched è sovrana,

Ed in cui regna tutta cortesia.

E vanne in Puglia piana,

La magna capitana,

Là dove è lo mio core notte e dia.

Di Pier della Vigna, che «tenne ambe le chiavi del cuor di Federico», recheremo questo sonetto:

Perocchè amore no se po vedere

E no se tratta corporalemente,

Quanti no son de sì folle sapere

Che credono ch’amore sia neente!

Ma po’ ch’amore se faze sentere

Dentro dal cor signorezar la zente,

Molto mazore pregio de’ avere

Che se ’l vedesse visibilemente.

Per la virtute de la calamita

Come lo ferro attra’ e non se vede,

Ma si lo tira signorevolmente.

E questa cosa a credere me invita

Che amore sia, e dammi grande fede

Che tutto sia creduto tra la gente.

I seguenti versi di Ruggerone da Palermo s’accostano all’anno 1230:

Canzonetta giojosa,

Va allo fior di Soria,

A quella che lo mio core imprigiona:

Di’ alla più amorosa,

Che per sua cortesia

Si rimembri del suo servidore.

Altri di Rinieri da Palermo, sono citati dal Trissino.

Il suddetto Barbieri adduce un’altra canzone di Stefano protonotaro da Messina, vissuto attorno al 1250, che comincia:

Pir meu cori allegrari

Ki multi longiamenti

Senza alligranza e joi d’amuri è statu,

Mi ritorno in cantari,

Cà forsi levimenti

Da dimuranza turneria in usatu

Di lu troppu taciri.

E quandu l’omo a rasuni di diri,

Ben de’ cantari e mustrari allegranza;

Ca senza dimustranza

Joi siria sempre di pocu valuri,

Dunca ben de’ cantar onni amaduri.

Questa è in siciliano, ma quest’altra in italiano scrisse il medesimo:

Assai mi piacerìa

Se ciò fosse che Amore

Avesse in sè sentore

D’intendere e d’audire;

Ch’eo li rimembreria,

Come fa servidore

Perfetto a suo signore,

Meo lontano servire,

A fariali assavire

Lo mal di che non oso lamentare

A quella che ’l meo cor non può obliare:

Ma Amor non veo, e di lei son temente,

Per che ’l meo male adesso è più pungente.

Ci resta il processo per assassinio tentato sopra Federico II, ma le risposte sono stravolte dal notajo.

Nelle Effemeridi letterarie di Roma del 1772, tom. IX, p. 158, si riportano alcuni brani di un codice Chigiano, che pretendesi scritto in Sicilia e prima dei Vespri, e forse versione dal provenzale. Una cronaca anonima dal 1279 all’82, stampata dal Gregorio[161], e che in miglior lezione trovavasi manoscritta presso il principe di Sangiorgio Spinelli in Napoli, comincia: «Quistu esti lu rubellamentu di Sichilia, lu quali hordinau, effichi fare messer Iohanni di Prochyta contro lo re Carlo». S’anche non è contemporanea, certo è antica; e vi sentite tutti gl’idiotismi moderni di Sicilia: «Multu corrucciatu in visu (Procida esortava a) non lassari quista cussi fatta imprisa, cussi grandi... Lu papa lu conuxia, e ricippilu graziosamenti»[162].

Fu raccolta dalle labbra popolari una canzone, o frammento di poesia, dove, tra altro, si ode:

Senti la Francia ca sona a mortoria:

No, ca la Francia un veni cchiù’n Sicilia.

Viva Sicilia ca porta vittoria!

Viva Palermo! fici mirabilia.

Sunati tutti li campani a gloria,

Spinciti tutti l’armi terribilia,

Ca pr’in eternu ristirà a memoria

Ca li Francisi ristaru ’n Sicilia...

Nun v’azzardati a veniri ’n Sicilia

Ch’hannu juratu salarvi le coria (uccidervi).

E sempre ca virriti ’ntra Sicilia

La Francia sunirà sempri mortoria.

Oggi a cu’ dici scisciri ’n Sicilia

Si cci tagghia lu coddu pri so gloria:

E quannu si dirà qui fu Sicilia

Finirà di la Francia lu mimoria.

Il canto ha tutta l’aria d’essere contemporaneo dei famosi vespri, ma via via s’ammodernò: pure attesta che avevasi una poesia alla moderna, e che vi s’adoperava il dialetto corrente.

Il Giambullari, il quale, nel Gello, sostiene un’opinione conforme alla nostra, dice che Guglielmo Ragonesi affermava essere stato Beltrano Ragonesi di Gaeta il primo che innestò il siciliano col toscano: ma ch’egli attribuisce tal merito a Lucio Drusi. Perocchè «que’ nostri antichi terminavano la maggior parte delle parole con lettere consonanti, ed i Siciliani, per l’opposito, le finivano con le vocali; Lucio, considerando la nostra pronunzia e la siciliana, e vedendo che la durezza delle consonanti offendeva tanto l’orecchio, cominciò, per addolcire e mitigare quell’asprezza, non a pigliare le voci de’ forestieri, ma ad aggiugnere le vocali nella fine delle nostre. Il che, sebbene per allora non piacque molto se non a pochi, dopo la morte di esso Lucio, conoscendosi manifestamente la soavità e la dolcezza di tal pronunzia, cominciarono i Toscani a seguir la regola detta, e non solamente nelle composizioni rimate, ma nelle prose ancora e nel favellare ordinario dell’uno con l’altro. Di qui venne questa pronunzia».

Ripugna affatto alla natura delle cose che un uomo solo cangi il sistema d’una favella: può bene cambiar qualcosa di ortografia, come fecero il Trissino e Voltaire, ma non il parlare d’un popolo. E tanto più chi veda come i Toscani, neppure i più plebei e più isolati, non soffrano voci terminate in consonante, e anche alle forestiere appiccino una vocale.

Nel dialetto napoletano il Mazzocchi[163] dice che faceansi tutte le iscrizioni del XIV e XV secolo: oggi però o niuna o ben poche se ne trovano. In Napoli, sulla piazzetta di San Pietro Martire, sopra un sepolcreto dodici versi fanno corredo ad uno scheletro portante il falcone in una mano, il logoro nell’altra, e dicono:

Eo so lo morte, chachacio (che caccio)

sopera voi jente mondana

amalata e la sana,

dì e notte la perchaccio

no fugia nesuno ine tana

p. scampare de lo mio lactio

che tucto lo mundo abractio

e tucta la gente umana

perchè nessuno se conforta

ma prenda spavento

ch’eo per comandamento

de prendere a chi ven la sorte

siave castigamento

questa fegura de morte

e pensavie de fare forte

in via de salvamento.

Da sinistra un mercante versa un sacco di moneta sull’ara, e fa colla Morte il seguente dialogo:

Merc. Tuto te voglio dare se mi lasi scampare.

Morte. Se tu me potisse dare quanto se potè ademandare, no te scampara la morte se te ne vene la sorte.

Sugli orli corre questo scritto:

† mille laude factio a dio patre e a la santa

trinitate che due volte me aveno

scampato e tucti li altri foro annegate.

Francischino fu dr. Brignale feci fare

questa memoria ale m. CCCLXI de

lo mese de agusto XIIII indiccionis.

Ben anteriore sarebbe la cronaca di Giovanni Villani, ma fu raffazzonata da Leonardo Astrino di Brescia nel 1626, colla pretesa di quello alla prima composizione restituire. Dal Pelliccia[164] recasi un istrumento del 1208, ove si sente quel dialetto, ma sono avvertito che è falso. Teniamo però questo «Banno et commandamento per parte de monsignor lo re Lanzolao re di Sicilia etc. che Dio lo salva e mantenga etc. de lo vicemiralia de lo ditto riame per parte de la maiestà de lo ditto segnore re, che ben se guarde omne pescator che va pescanno che non pescano a li mari de s. Pietro ad Castello senza licenzia de li gabellotti ad pena de uno augustale per uno, et chi lo accusa ne avrà lo quarto».

Gio. Boccaccio ha una burlevole «pistola in lingua napoletana», che comincia: «Facciamote, caro fratiello, a saperi che, lo primo jorno de sto mese, Machiuti filiao, et appe uno biello figlio masculo, che Dio nee lo garde, e li dea bita a tiempo e a hiegli anni ecc.». Egli sul miserando caso della Lisabetta di Messina cita una canzone, usata dai Siciliani, i cui primi due versi

Qual esso fu lo mal cristiano

Che mi furò la grasta?

son di fatto del dialetto di Sicilia.

Giovan Villani fiorentino fa parlare molti nel dialetto ad essi natio, e da quei di Sorrento dire a Ruggero di Lorìa:

«Messere l’ammiraglio, come te piace, da parte del comune de Surienti; istipati queste palombole, et prindi quissi augustarj per un taglio de calze, e piazesse a Dio, com’hai preso lo filio, avessi lo patre».

Una cronaca della morte di Manfredi leggesi nel lavoro del De Renzi sopra Gio. da Procida, pag. 234: come un’altra cronaca a pag. 299.

Matteo Spinelli da Giovenazzo, dal 1247 al 68 vergò le cronache napoletane mescendovi il dialetto del suo paese (Rer ital. Scrip., tom. VII):

«Me venne proposito di notare, per una delle gravi cose successe in vita mia, lo fatto di quisto messer Rugiero de Sanseverino, come me lo contao Donatiello di Stasio da Matera servitore suo. Me disse che, quando fo la rotta da casa Sanseverino allo chiano de Canosa, Aimario de Sanseverino cercao de salvarse, et fugio inverso Biseglia per trovare qualche vasciello de mare, per uscirne da regno. Et se arricordao di questo Rugiero, che era piccierillo di nove anni; et se voltao a Donatiello che venia con isso, et le disse: A me abbastano questi dui compagni: Va, Donatiello, et fòrzati di salvare quello figliuolo. Et Donatiello se voltao a scapizzacollo, et arrivao a Venosa alle otto ore, et parlao allo castellano; et a quillo punto proprio pigliao lo figliuolo, et fino a quaranta augustali, et un poco di certa altra moneta, et uscio dalla porta fauza, senza che lo sapesse nullo de li compagni, et mutao subito li vestiti allo figliuolo et ad isso, con un cavallo de vettura, con nu sacco di ammandole sopra, pigliaro la via larga, allontanandose sempre da dove poteva essere conosciuto»[165].

Si accosti questo scrivere a quello di Ricordano Malespini fiorentino. Il quale dice aver cominciato il 1200 la storia sua; e forse vi corre sbaglio, ma ad ogni modo passò finora pel primo che scrivesse storie in toscano[166].

«Io Ricordano fui nobile cittadino di Firenze della casa de’ Malespini, e ab antico venimmo da Roma. E’ miei antecessori, rifatta che fu la città di Firenze, si puosono presso alle case degli Ormanni in parte, e in parte al dirimpetto delle case dette degli Ormanni; e dirimpetto alle nostre case era una piazzuola, la quale si chiamava la piazza de’ Malespini, e chi la chiamava piazza di Santa Cecilia. E io sopradetto Ricordano ebbi in parte le sopradette iscritture da un nobile cittadino romano, il cui nome fu Fiorello: ebbe le dette iscritture di suoi antecessori, scritte al tempo, in parte quando i Romani disfeciono Fiesole, e parte poi; perocché ’l detto Fiorello l’ebbe, che fu uno de’ detti Capocci, il quale si dilettò molto di scrivere cose passate, ed eziandio anche molto si dilettò di cose di strologia. E questo sopradetto vide co’ suoi proprj occhi la prima posta di Firenze, ed ebbe nome Marco Capocci di Roma».

§ 18º Del toscano.

Chi si ostinasse nella priorità del siciliano, dovrebbe dire che questo avesse un peccato d’origine, e che, nato nella Corte, colla Corte perisse, mentre il toscano si perfezionò col popolo. Ma non fa mestieri d’altri argomenti per farci credere che, all’organarsi dell’italiano, nè a Napoli nè in Sicilia si parlasse un dialetto che sia divenuto lingua comune; mentre ciò si prova del toscano, ove, dando alla parlata la terminazione e l’ortografia latina, si aveva una fortunata conformità col vocalismo popolare. Dopo i poeti citati potremmo addurre esempj di Noffo notaro d’Oltrarno, di Gallo pisano, di Buonagiunta Urbicani da Lucca, di Meo de’ Macconi da Siena, di Guittone d’Arezzo, di Chiaro Davanzati di Bondie Dietajuti, di Brunetto Latini, col quale tocchiamo a Dante.

Che se diffidiamo delle prove tratte da poesie, non ce ne mancano altre. Già n’è occorsa qualche iscrizione. Nel camposanto di Pisa leggesi questa:

✠ Die sce Marie de sectebre anno dni mllo ccxliii indict. i. manifesto annoi e al più delle PerSONE CHE NEL TEMPO DI BUONACOSO DE PALUDE LI PISANI ANDARO CUM GALEE CV E VE VAC. C. A PORTO VENERE STEDTERVI P DIE XV E GUASTARO TUCTO E AREBBERLO PreSO NON FUSSE LO CONTE PANDALO CHE NON VOLSE CHESA TRAITORE DE LA CORONA E POI N ANDANMO NEL PORTO DI GENOVA CUM CIII GALEE DI PISA E C VACCHECTE E AVAREMOLA COBADUTA NO FUSSE CHEL TEMPO NO STROPIO. DNS DODUS FECIT PUBLICARE HOC OPUS.

Una siffatta sta al Mulino del Palazzo in val di Merse senese:

MCCXLVI AL TEPO DE GUALCIERI DA CALCINAIA PODESTÀ — GUIDO STRICA — RANIERI DI LODI; ORLANDINO DE CASUCCIA FEICE.

La riferisce il Repetti[167]: mal però asserisce che questa lingua non fu «mai, almeno nelle cose pubbliche, usata innanzi la metà del secolo decimoterzo». Oltre i già detti, abbiamo scritture originali, quali d’ufficio, quali pagensi, che provano come fosse comune colà il parlare che fu adottato dagli scrittori; tanto da accontentare il Muratori che si querelava più volte di non aver potuto ritrovare nulla dell’italiano, che pure dovette adoperarsi per secoli nelle prediche e nei conti mercantili. In un bel documento senese, pubblicato nell’appendice nº 20 dell’Archivio storico del Vieusseux, portante le spese e le entrate di madonna Moscada dal 1234 al 43, il vulgar nostro vedesi bell’e formato:

«Queste sono dispese de la casa a minuto da chinc’indrieto.

»Anno Domini MCCXXXIIII del mese di dicembre... Si à dato madona Moscada e Matusala lo mulino di Paternostro ad afito alo priore di san Vilio per VII mogia meno VI staja di grano di chieduno ano, ed ene ricolta chiuso da san Cristofano del deto afito. E ano impromesso di recare a loro dispese overo grano overo farina, per ciaschedun mese, tredici staja e mezo di grano o di farina, qual noi piacese; a pena del dopio. La pena data, lo contrato tenere fermo. E Matusala impromise di fare, se la casa si discipasse, di farla a le sue dispese per la sua parte; e se bisciogno v’avesse macine, per la sua parte, di recavile ale sue dispese fino al mulino e di murare lo petorale alle mie dispese... E se lo steccato si disfacese per aqua o per altro fare del mulino, lo deto priore lo dee rifare de legname comunale a le sue dispese...

»Anno Domini MCCXXXVII da genajo indrieto, ala signoria de l’escita di Giacopino e per tutte le signorie que[168] sono iscrite di che in chesta carta, si è compito sere Lambertino; e da genaio indrieto, com’è scrito di sopra, si è chiamato pagato da Matusala per la quarta parte dele piscioni di val di Montone: et o riscrivo lo compimento qued eli che per queste razoni di soto ecc.».

E di questo tenore seguita per quarantacinque carte in-4º piccolo. Ivi pure furono stampate le Ricordanze di Guido di Filippo di Ghidone dell’Antella, quaderno domestico e d’affari, chominciate a scrivere in kalen di marzo anno MCCXXXXVIII; e sentite s’egli è italiano compito.

«Ne l’anno MCCLXXVIII andai a dimorare con la compagnia de li Schali e chon loro stetti dodici anni, tra in Firenze e fuori di Firenze. Per la detta compagnia tenni ragione in mano in Proenza. Per loro stetti nel reame di Francia, in Proenza, in Pisa, in Corte, Napoli et in Acri, et fui loro compagno».

Nell’arcivescovado di Firenze si conserva una donazione ai frati Umiliati, che mostra si stendeano già in italiano i protocolli.

«Anno MCCL etc., in palatio de Gàligariis... ad sonum campane ad consiglium vocati fuerunt consules judicum mercatorum... propositum fuit — se si debbano concedere a’ frati di San Donato a Torre, stante l’utilità che apportano alla città per l’esercizio dell’arte della lana, terre e case poste nel popolo di San Paolo e di Santa Lucia, e si concedono»[169].

Corrispondenze del 1290 e 91 della ditta Consiglio de’ Cerchi e Compagni in Firenze e Giacchetto Rinucci e Compagni in Inghilterra, convincono come frequente e regolare si tenesse il carteggio in italiano[170]:

«Diciesette dì di febbrajo avemmo due lettere che ne mandaste;... Recollene il primo corriere di Langnino: e del mese di marzo n’avemo avuto anche cinque piccole lettere che m’avete mandate per altre genti; e sedici dì di marzo avemo anche una lettera che la ci recò il corriere di pagamento di Langnino ecc...

»Noi avemo pagata per voi, per vostre lettere, a Cambino Bonizzi e a Paganello Bencivenni e alla moglie di Diotajuti Montieri quella quantitade della moneta che ne mandaste dicendo. In altre lettere v’avemo iscritto il parere nostro di quello che volemo che per ugnanno si faccia per noi in Inghilterra e in Iscozia sopra la coglietta, e ancora in lane di magioni. Nostro intendimento si è di volere che si faccia 200 sacca di lana coglietta tra in Inghilterra e in Iscozia, in quelle luogora che più utilitade credete che si ne possa fare.

»... Sopra ’l fatto delle saje di Luja non fae mestiere più di scrivere, ch’assai vi n’avemo scritto per altre lettere; ed è nostro intendimento che, quando avrete questa lettera, quelle che rimandare ci dovete per ugnanno ci avrete rimandate in Fiandra».

In alcuni capitoli del 18 giugno 1297 della Compagnia d’Or San Michele sta:

«Anche ordiniamo che, conciossiacosachè, per cagione del mercato del grano e per altre cose che si fanno nella detta piazza sotto la loggia, la tavola di messer santo Michele si impolveri e si guasti, li capitani siano tenuti di farla stare coperta acciò kessi (che si) conservi nella sua bellezza et non si guasti. Salvo kel sabbato dipo’ nona, disfacto il mercato, la debbiano fare discoprire et stare discoperta per tutto il dì de la domenica, et così si faccia per le feste solenne che mercato non si faccia. Che non si mostri, overo si scuopri la figura di detta nostra donna senza torchi accesi».

Nell’archivio di Siena è lettera, che nel 1253 scrivea Tuto Enrico Accattapane a Ruggero di Bagnole, capitano di quel popolo per Corrado re de’ Romani e di Sicilia:

«A voi, mesere Rugiero da Bagnole, per la grazia di Dio e di domino re Currado capitano del comune di Siena, Tuto Arrigo Acatapane vi sie va raccomandando. Contio vi sia, che io sono in Peroscia, e giosevi giovedì due die entrante ottobre, con una grande quantitae di cavaieri della valle di Spuleto e delle contrade di la giuso; e quandio gionsi in Peroscia sì vi trovai Aldobrandino Gonzolino, unde sappiate che io me ne volea venire coi detti cavaieri per chello che io voleva esere in Siena colloro innanzi voi per vedervi, e perchè voi intendeste i pati che sono da me e dalloro anzi ch’ellino vi scrivessero, i quali pali apaiono per carta a mano di notaio; unde io facio contio che i pati son cotali ch’eglino vi deano servire a vostra volontà di die di notte con buoni cavalli domi».

La città di Siena possiede una serie di statuti, dettati in lingua volgare nei secoli XIII e XIV; il più antico dei quali (Statuto di Montagutolo, nº 50 nel R. Archivio) va dal 1280 al 1297. Il principio è tale: «Questo ene il breve e li statuti e li ordinamenti del Comune e delli uoni (uomini) da Montagutolo dell’Ardinghesca, facto et ordinato et composto per li massari del decto Comune sotto gli anni del nostro Signore Mille CCLXXX del mese di Iennaio Indictione VIIII. Ad honore e buono stato del Comune di Siena e de’ Conti da Civitella et ad honore et riverentia Didio e de la beata Vergine Maria e di tucti Santi e le Sante di Dio et ad mantenimento e buono stato del Comune e delli uomini del decto Castello e de la sua corte e distrecto e di tutti coloro che avessero ragione col decto Castello e nel suo distrecto».

Di data legale abbiamo al 1265 la pace concordata in Tunisi fra l’ambasciatore pisano e quel re:

Terminus pacis.

«Et fermosi questa pace per anni XX. La quale pace sempre sta ferma in de lo soprascripto termine a di XIII de lo mese di sciavel anni LXII, et DC secondo lo corso de li Saracini, e sub annis Domini M CC LXV, indictione VII, tertio idus augusti secondo lo corso de li Pisani...

Lo testimoniamento et lo datale di questa pace.

»Et testimoniove dominus Parente per culoro che lui mandono in sua buona volontade et in sua buona memoria et in sua buona sanitade, che questa pace a lui piace, et cusì la ricevette et fermove. Et inteseno li testimoni da lo scheca grande et alto et cognosciuto secretario et faccia di domino Elmira Califfo Momini, et faccitore di tutti li suoi fatti, lo quale Dio mantegna et in questo mondo et in de l’altro. Et rimagna sopra li Saracini la sua benedicione. Baubidelle filio de lo Scheca, a cui Dio faccia misericordia. Buali Aren filio de lo Scheca alto, cui Dio faccia misericordia».

Tale mistura d’italiano e di latino rivela un notajo, o piuttosto un traduttore rozzo, che conserva alcune formole notarili quali usavansi negli istrumenti, e vi mescola il parlare che aveva consueto, vergato a guida della pronunzia. E appunto a tal modo venne formandosi l’italiano. Dapprincipio nel latino s’insinuarono alcune voci e frasi, insolite allo scrivere eletto, ma quali usavansi dal vulgo. Via via ch’erano adoperate, acquistavano una specie d’autenticità; e alle giù ammesse unendone altre ancora insolite, il numero ne aumentava, sin al punto che le italiane furono il maggior numero, e il minore le latine[171].

La mistura appare cresciuta nel testamento della contessa Beatrice di Capraja del 1278[172], il quale da Sebastiano Ciampi fu stampato con tutte le scorrezioni grammaticali e grafiche, ponendolo a confronto colla traduzione dei Trattati morali di Albertano Giudice, fatta l’anno stesso da Soffredo del Grazia, notaro pistoiese, e ch’esso Ciampi stampò colla medesima improba pazienza. Questi trattati terminano così:

«Or finisce lo libro del consolamento e del consiglio, lo quale Albertano giudice di Brescia de la contrada di sancta Agata compuose’ ne li anni d. MCCXLVI del mese de aprile, ed imagoregato in su questo vulgare ’ne li anni d. MCCLXXV del mese di sectembre.