137. Muratori, Ant. estensi, I. c. 36.
138. Documenti conservati nell’archivio della curia di Milano. 1854. pag. 20. Al Concilio IV lateranense del 1215 Rodrigo di Toledo fece un discorso in latino, e perchè anche i laici lo comprendessero, fu ripetuto in tedesco, spagnuolo e francese.
139. Alludono all’impresa di Casteldardo, ripigliato dai Bellunesi l’aprile 1196:
Un’iscrizione italiana del 1360, sulla porta della chiesetta di S. Cristoforo a Longarone di Belluno, dice:
MCCCLX fo fata questa glexia al onor de
misier Jexu Χρο e de madona sª Maria e de
misier ser Xροforo e de mis. s. Jachomo,
fata p. Charlo q. maistro Dlavazo (Delavanzio) dotor de
gramadga d. Cividal.
140. Non ha adunque ragione Scipione Maffei (del quale va utilmente consultato, intorno all’origine della lingua, il vol. II, pag. 540 e segg. della Verona illustrata) quando nella parte IV, cap. 4, adduce una epigrafe veronese, asserendola la più antica, come la più insigne italiana. Sulla iscrizione veronese una lunga dissertazione pubblicò Carlo Cipolla nell’Archivio veneto del 1876, vol. XI, p. II, pag. 277 e segg., dando le varie lezioni di essa, e di altri scritti del tempo. Esso dal marmo la lesse a questo modo:
MERAVEIARTE PO LETORCHE MIRI LAGRANMAGNIFICENCIAEL NOBEL QUARO
QUAL MONDO NONAPARO. NEAN SEGNOR. CUMQUELCHEFE MEYZIRI
OUERONESE POPOL. DALUYSPIRI. TENUTOENPACE. LAQUAL EBE RARO
ITALIANNELKARO. TE SATURO LA GRATIA DEL GRAN SIRI
CANSIGNO∞ FO QUEL CHE ME FECI INIRI. MILLE TREXENRO SETATATRI EFARO
POZONSEEL SOLUNPARO DE ANI CHEL BON SIGNO ME FE FINIRI.
Si interpreta:
Maraveiar te po, lector, che miri,
La gran magnificencia, el nobel quaro
Qu’ al mondo non à paro
Ne an segnor com quel che fe mei ziri.
O veronese popol, da luy spiri
Tenuto en pace, la qual ebe raro
Italian. Nel karo
Te saturò la gratia del gran siri.
Cansignor fo quel che me fece iniri,
Mille trexento setantatri e faro,
Po zonse el sol un paro
De anni ch’el bon Signor mi fe finiri.
Dopo più di 100 pagine il Cipolla chiude esortando a nuova illustrazione.
Poc’anzi a Genova fu trovato un loculo del XIII secolo con epigrafe dei Lercari, scolpita attorno ad un bel bassorilievo di metallo con Maria SS. e il Bambino. L’epigrafe è siffatta:
✠ MCCLVIIII AD . DIES . XVI .
AuGVSTI ANTE TE
RCIAm . TRANSIERV
NT . De . HOC . SeCuLO . DOMIN
A . SIMONETA . et . PRE
CIVARIus LERCARIus . EIus
FRATER: . QuE ANIME . IN PACE . RE
QuIESCANT . ANTE . DEVM . AMEN: .
TU . QI . QI . NE . TrOVI . Per . DE . NO . NE . MOVI.
Questa ultima linea ci sembra in volgare, e noi la spieghiamo così:
Tu che qui ne trovi, in grazia, o per dio non ci muovere.
141. Monumenta Hist. patriæ, Chart. I. 765.
142. Ib., 843.
143. Libro I, c. XI.
144.
Canto pro quale causa
Gemat Sardinia misera,
De tristi vultu et lacrimas
Mandet inconsolabiles.
Il Madau nel 1778 in lode dell’arcivescovo Melano stampò versi, che sono latini, e insieme sardi del dialetto di Logudoro:
Melani nomen celebre
Cantet superba Calaris,
Et Sarda terra applaudat
Cum jucunda memoria.
Ipse venit de nobile
Et illustre prosapia,
Et veras etiam glorias
Occultat pro modestia
e così segue per 18 strofe. In Sardegna si sente tuttodì claros dies, obscuras noctes, nemos (bosco), pecus. Chi vi ode proverbj come questo, Opus bonu non queret pressa (opera buona non richiede fretta), inclina a credere che la voce pressa vivesse nell’antico latino.
145. Huillard Bréholles, Cod. Dipl., tom. IV, p. 457.
146. Sta nella Storia degli Italiani, vol. V. p. 340. Nel ritmo per la cattura di Lodovico II imperatore a Benevento l’871 leggo:
Audite omnes fines terræ orrore cum tristitia
Quale scelus fuit factum Benevento civitas.
Ludhovicum comprehenderunt sancto pio augusto
Beneventani se adunarunt ad unum concilium ecc.
Che vi manca a divenire, e vorrei dire a tornar italiano?
Il Maj (Class. Auctores, v. 492) reca un trattatello sulla medicina, in versi, copiato nel XV secolo da Pier Cennini di Firenze, che al fine scrive: Crispi mediolanensis diaconi ad Maurum mantuensem præpositum explicit: Sed profecto Crispus iste neque poeta est, nec versificator bonus: quippe non ex lege metrorum, sed ad suarum aurium sonum versus composuit, idest rythmum tantum.
147. È pregiudizio volgare che sia una particolarità dell’Italia l’avere tanti dialetti, mentre, principalmente in Francia, si parli dappertutto una sola lingua. Nulla di più falso, e n’abbiamo una prova recentissima. L’abate Sire, direttore del collegio di San Sulpizio, fa tradurre in tutte le lingue del mondo la Bolla che definisce il dogma dell’Immacolata Concezione. Volle pur farla mettere nei varj dialetti di Francia.
La Francia settentrionale diede cinque traduzioni: in fiammingo, in picardo, in sciampagnino, in vallone, nel vecchio normanno, qual conservasi ancora nel Calvados, nella Manica e nelle isole di Jersey e Guernesey.
La Francia orientale diede nove traduzioni: la Lorena in lorenese tedesco ed in lorenese francese; l’Alsazia nel dialetto del Basso Reno ed in quel dell’Alto Reno; la Franca-Contea in due dialetti dell’Alta Saona, del Doub, del Jura; la Borgogna in borgognone della Côte-d’Or, in maconese di Saona e Loira; in bressino dell’Ain.
La occidentale diede la traduzione bretone nei quattro dialetti di Saint-Pol de Leon, di Tréguies, di Quimper, di Vannes; la poitevina, la vandeana.
La Francia centrale diede la traduzione berrisciona, la nivernese, la borbonese, la limosina, quella delle Marche; in quattro varietà della lingua d’Auvergne; ne’ due dialetti più interessanti del Lionese. Ancor più la Francia meridionale. La Savoja porse tante traduzioni quasi quante le valli. Il Delfinato nei dialetti dell’Isero, della Drôme, delle Alte Alpi. Il Contado nella lingua degli antichi trovadori. La Provenza in quelli di Marsiglia e di Aix; le Alpi Marittime nell’italiano nizzardo; la Corsica nei dialetti di Bastia e di Ajaccio. La Linguadoca nelle lingue antiche delle Sevenne, e nel linguadochese puro di Montpellier e in quel di Tolosa, coltivato nei giuochi floreali; la Guienna nei dialetti di Rouergue e di Quercy, dell’Agenais, segnalato ultimamente da Jasmin; del Périgord, del Bordelese, del Medoc, delle Lande. La Guascogna coi dialetti di Dax, d’Auch, di Bigorre, e col basco del Labour, della Soul, della Bassa Navarra. Il Béarn diede il suo dialetto; il paese di Foix l’ariegese, il Rossiglione quel della Cerdagna.
Le provincie ove non rimase che la lingua nazionale sono la Turena, l’Angiò, il Maine, l’Orleanese e l’Isola di Francia.
148. Si noti che ne’ Trovadori ci ha i Discordi, componimenti ove si alternano due o tre lingue, e fra esse l’italiana. Così in Rambaldo di Vacchiera, citato dal Crescimbeni, abbiamo
Io son quel ben che ben non ho.
149. Siam costretti a mettere da banda la canzone e due sonetti di M. Aldobrando da Siena, che vorrebbesi nato nel 1112, morto nell’86. Oltre che si credette error di cifra per 1212, vengono dalla troppo sospetta officina sarda.
150. Ciera per faccia, rimasto ai Lombardi: gli Spagnuoli dicono cara. Spera specchio. Aulitusa olente, odorosa.
151. Radice perduta di galante, ringalluzzire ecc. Gallare d’allegrezza fu registrato dalla Crusca.
152. Vulg. eloq., lib. I. cap. 12.
153. Præf. ad epist. famil.
154. Dico dubitando, perchè il Castelvetro sostiene che alla Corte di Federico non si scrisse che provenzale e siculo, nulla d’italiano. Il Trucchi toglie a mostrare che molte delle poesie attribuite a Federico II e a Pier della Vigna (come quella Poi che a voi piace, amore) son di tutt’altri.
155. Quod si vulgare sicilianum accipere volumus, scilicet quod prodit a terrigenis mediocribus, ex ore quorum judicium eliciendum videtur, prælationis minime dignum est. Si autem ipsum accipere nolumus, sed quod ab ore primorum Siculorum emanat, ut in præallegatis cantionibus perpendi potest, nihil differt ab illo quod laudabilissimum est... Quapropter superiora notantibus innotescere debet, neque siculum neque apulum esse illud quod in Italia pulcherrimum est vulgare; cum eloquentes indigenas ostenderimus a proprio divertisse.
Nei diplomi dei re di Sicilia trovansi i titoli di ρήξ, δοῦκας, πρίνκυπος, φουρεστερίος, κανονίκος, βισκομιτος. In carte siciliane leggiamo στράτα, κολτούρα, κάμπος, φωσσα nel 1091: nel 92 καστέλλος, γρούττα; nel 94 σκάλα; nel 1101 πετζα, nel 1112 υιλλάνοι; e così altrove φούνδακα, φούρνον, πόρτα, δεφενδεύειν, ὀρδινάμος, κογνατοι.
156. Scrittori del Trecento. L’opinione del Raynouard fu ripudiata da chiunque trattò poi dell’origine delle lingue romanze; ed espressamente da M. Ampère, Formation de la langue française, cap. III, p. 23-34; Ed. du Méril, Introduction à Floire et Blancefort; Fauriel, Leçons sur Dante et les origines de la littérature italienne. Intorno agli errori di fatto del Perticari è a consultare Giovanni Galvani, Dubbj sulla verità delle dottrine perticariane nel fatto storico della lingua. Milano 1845.
157. Francesco Palermo nell’esaminare i Mss. della già Biblioteca Palatina di Firenze, de’ quali formò il catalogo, si convinceva a molte prove, il toscanesimo che si trova nelle scritture antiche di altri paesi d’Italia esservi stato introdotto da trascrittori toscani. Quindi l’apparenza, abbracciata in luogo di realtà, che in su’ principj fosse spontaneo il parlar toscano per tutta Italia, ovvero vi fosse una lingua nobile italiana, fino dai primi tempi. «I trascrittori toscani, non servili come gli odierni copisti, nello abbattersi a voci e maniere che sentissero del forestiero (e cominciava il forestiero dai confini delle proprie terre), o per necessità di riuscire più intelligibile, o per avversione al disarmonico e al rozzo, lo riducevano nel loro volgare. E anche nella stessa città, quelli che di tempo in tempo trascrivevano lo stesso libro, l’uno riformava più o meno la scrittura dell’altro, cambiando parole e frasi, conformandosi al modo corrente del favellare. Il quale vezzo continuarono anche gli stampatori. E così poi, come gli scrittori e stampatori toscani rintoscanivano le opere di altre provincie italiane, gli amanuensi e stampatori del di là di Toscana imbarbarivan del loro dialetto i libri di questa provincia». Discorso Proemiale, IX. Fra mille esempj ne citerò un solo. In essa Biblioteca Palatina abbiamo una Devozione, cioè una rappresentazione pel venerdì santo, che evidentemente mostrasi scritta in romano, ma copiata nel 1375 da qualche veneto, che trasformò al modo del suo paese assai parole o frasi; talchè le sono scritte or alla romana or alla veneta, p. e. zornata e jornata; e qualche volta ne resta fino tolta la rima. Per es., trovava a mene, e correggeva a mi, e così mancava la rima con pene.
Vedasi pure il Salvini nelle note alla Perfetta Poesia del Muratori.
158. Diss. XXVIII. Nelle Nuove Effemeridi siciliane 1875 luglio-agosto, Giuseppe Pitré epilogò le ultime opinioni sulla natura e sul tempo del Contrasto di Ciullo d’Alcamo, e conchiude portandolo dopo il 1231, ma travestito dai varj copisti.
159. V. Morso, Palermo antico, p. 466; Palermo 1827.
160. Vedi la prefazione del Vigo all’accennata raccolta.
161. Conspiratio Johannis Prochytæ ex Bibl. script. qui res in Sicilia gestas sub Aragonum imperio retulere, a Rosario Gregorio edita; Panormi 1791.
162. Aggiungono la Vinuta de lu re japica a la gitati di Catania, scritta da frate Atenasio di Aci nel 1287, e la cronaca di frà Simone da Lentini.
Ego frater Simon de Lentinio instandu in Chifalù anno domini 1358 in la quatragesima mi misi in cori incomenzari la conquesta di Sicilia, fatta per li Normandi, la quali era in gramatica (cioè in latino) scrubulosa et grossa, et mali si potia intendiri: secundu lu meu pocu vidiri la volsi traslatari in nostra lingua ecc.
Ne vide una copia nella Biblioteca di Parigi Antonio Marsand (Mss. Italiani della regia Biblioteca Parigina. Parigi 1835), bibliografo lodato e citato da chi vanta e biasima senza aver veduto. Oltre ignorar chi sia questo frà Simone, mentre poteva raccorlo dal Mongitore e dal Di Gregorio, lo crede contemporaneo alla conquista normanna, cioè avanti il 1100, ed «è in lingua siciliana, stranamente barbara: poichè i Siciliani ed i Barbari, cercando allora d’intendersi scambievolmente, ed affaticandosi di pronunciare alcune parole barbare latinamente, ed alcune latine barbaramente, venne così ad introdursi allora fra i Siciliani una terza lingua, che potremmo veramente chiamare la lingua madre di tutte le lingue barbare»!!
Vedasi pure De Giovanni, Cronache siciliane de’ secoli XIII, XIV, XV. Bologna 1865.
Nel vol. III delle Memorie di Sicilia è inserita una dissertazione di Giuseppe Crispi, intorno al dialetto parlato e scritto in Sicilia quando fu abitata dai Greci, corredata d’esempj che scendono fino alla dominazione normanna, cioè al sottentrare dell’italiano. Il dizionario forse più antico a stampa, certo il primo che s’occupasse di dialetti, è il siciliano-italiano-spagnuolo di Cristoforo Scobar. Venezia 1520.
163. De cathedralis ecclesiæ neap. semp. un.
Pugliese si chiamò sempre il dialetto della bassa Italia, e in quello scrissero molti, nessuno nel napoletano prima che il Sannazzaro l’adoprasse nella farsa lo Glomero. Re Alfonso nel 1442 ordinava gli atti si scrivessero non più in latino, ma in pugliese. Ne discorsero ampiamente il Galeani e Rafaele Liberatore, considerandone l’indole come grandemente diversa da quella degli altri tutti dialetti d’Italia per vocali più aperte, pronunzia più larga e rotonda, sostituire vocali più molli e liquide, mutare il g e il b in v, affiggere i pronomi possessivi (patreto, vitama, casata); a tacer quelle ch’essi dicono gagliofferia e scurrilità, poichè queste tengono piuttosto all’indole dei parlanti che alla parlata.
Vogliono alcuni che le antiche Atellane continuassero nel Napolitano, e fossero quelle che poi si chiamarono farse cavajuole (Vedi Minturno, Poetica, lib. II. p. 169), specie di egloghe o dialoghi contadineschi, probabilmente così dette da Cava, poichè «i popolani di Cava erano stimati in Napoli bizzarri, pronti di mano e feroci», dice il Capecelatro ne’ Diarj, II. 1, 139, 214. Il Partenopeo, cioè Giovan d’Antonio, ha una farsa intitolata Scola Cavajola, che è un chiasso ridicolo, riuscente a zuffe e picchiate. Il Niebuhr vedrebbe nelle Atellane l’origine del Pulcinella.
Il Galiani, con lodi senza misura nè riflessione, sostenne che il dialetto napolitano fu la lingua primitiva d’Italia, usata sul serio fino a mezzo del Cinquecento. È un paradosso, come allora, e come egli principalmente ne usava; e si conosce la lepidissima risposta fattagli da Luigi Serio nel Lo Vernacchio, ma tutte le ragioni che egli adduce appoggiano il nostro assunto.
164. Raccolta di varie cronache e diarj ed altri opuscoli appartenenti alla storia del regno di Napoli.
165. È autentico? lo nega affatto Guglielmo Bernhardi, in un lavoro pubblicato a Berlino il 1868, Eine Fälschung des XVI Jahrhunderts. Già faceva senso il vedere alterati i fatti e i tempi: taluno li supponeva tradotti dal latino; il duca di Luynes, che ne fece un commento storico e cronologico (Parigi 1839), suppose avesse lo Spinelli notato gli avvenimenti senza indicar l’anno, e un copista li disponesse come credeva: sul qual dato arbitrario esso Luynes prese a riordinarli poco felicemente, come fece pure il Pabst ristampandoli nel vol. XIX dei Monumenta germanicæ hist. Camillo Minieri Riccio stampò quella Cronaca ridotta alla sua vera dizione e alla primitiva cronologia (Napoli 1865). Il Bernhardi sostiene che sia una contraffazione del XV secolo, probabilmente opera del Di Costanzo, che pel primo ne fe’ cenno nel 1572, e che volle così dare a Napoli la gloria d’aver prodotto il primo storico italiano, e incensar alcune famiglie facendole partecipi agli avvenimenti d’allora. Le ragioni di lui sono confutate dal Minieri Riccio (I notamenti di M. S. difesi ed illustrati, Napoli 1870).
166. Rer. Ital. Script., VIII. pag. 906 e 927. Recentemente ne parlò Arnoldo Busson, Dier florentinische Chronik des Malespini, und deren Benutzung durch Dante, Inaspruck 1869. Sostiene egli che il Malespini ebbe sottocchio la cronaca di Martin Polacco, sicchè non potette cominciare a scrivere che nel 1278, e forse solo nel 1293, e ancora se n’occupava nel 1299: probabilmente la continuazione di Giacchetto fu dal 1302 al 1309 quando morì Carlo II di Napoli.
167. Dizionario Geografico ad vocem.
168. Sul que per che dicemmo a pag. 89. Nella poetessa anglo-normanda Maria del XIII secolo troviamo questo proverbio, bien seit chat cui barbe il loiche: ben sa il gatto cui lecchi la barba.
169. Vedi Richa, Notizie storiche delle chiese fiorentine, t. IV, part. II. p. 253.
170. Ap. Emiliani Giudici, Storia della letteratura.
171. La contropruova l’abbiamo nel francese, senza uscir di casa nostra. Fra le carte angioine conservate nell’Archivio di Napoli, v’ha registri, dove a caso scegliamo, fra i pubblicati da Camillo Minieri Riccio (Napoli 1852): A Raulin de Quilon chatelain du chatel de leuf (di Castel dell’Ovo) militi familiari provisio pro reparatione dicti castri previa extimatione, in qua sint presentes sindici universitatis Neapolis... fol. 102 cujus vigore Johan Buczut et seigneur de Grif de Naple despendeurs deleuvre de reparatio du chatel de salvateur pour la Universitè de Naple, recipiunt quantitatem a Thesaurariis regiis etc. E così via: sono del 1281. Nel dialetto di Cambray, nel 1300 dicevasi: Le sir de Creki adonc ne fut occhi (ucciso)... Ravisez bien, chey my, maugrey tant de misère. (Ravvisatemi bene, son mi, malgrado tante miserie).
172. Era stato stampato dal Lami. Monum. della Chiesa Fiorentina, tom. I, pag. 75, poi con maggior diligenza da Filippo Brunetti; infine da L. Ferri a Padova nel 1841.
173. Così bara e feretro; brando e spada; alabarda, partigiana e asta, lancia; forbire e pulire; gonfalone, bandiera e vessillo; flotta e armata; bizzarro e iracondo; laido e brutto; giardino e orto; ricco e dovizioso; guadagnare e lucrare; snello e rapido; guiderdone e premio; magione e casa; e così via. Non mi si oppongano voci tedesche di più antica data, giacchè queste non derivarono dagli invasori, bensì dalla lingua ariana, madre comune del tedesco e del latino; del qual latino, del resto, ripeto che non possediamo se non la piccola parte adoperata dai pochi scrittori che ce ne sopravanzarono.
174. Il vernacolo di Marsiglia è somigliantissimo a quello di Milano.
175. Tale è la Nobla Leycon de’ Valdesi, che vorrebbesi del 1100. Appartiene alle poesie valdesi anche la Barca, da cui leviamo questi versi:
De quatre element ha Dio lo mont formà,
Fuoc, ayre, ayga e terra son nommà;
Stelas e planetas sont fey de fuoc;
L’aura e lo vent han en l’ayre lor luoc;
L’ayga produy li oysel e li peyson,
La terra li jument e li om fellon.
La terra es lo plus vil de li quatre element,
De lacal fo fayt Adam, paire de tota gent.
O fanc! o polver! or te ensuperbis!
O vaysel de miseria, or te enorgolhis!
Horna te bene quer vana beota (beltà),
La fin le mostrare que tu aures obra.
Raynouard, Choix des poésies orig. des Troubadours, tom. II, pag. 103.
176. In Lombardia dicesi rasol della vite, dal sanscrito rasà, cui somiglia più che il greco ῥάξ e il racemus latino. In Calabria si dice piria e piriare, e Petronio ha pyriare per scaldare, da πύρ. E così flaga per un gran fuoco che serve a far lume, da φλέγω.
La Grammatik der romanischen Sprachen di Federico Diez (Bonn 1836-44, in 3 volumi, e 2ª edizione 1856-61) è un vero codice delle leggi fisiologiche e patologiche, secondo le quali i vocaboli si formano e sformano nelle lingue romanze. Esso non ricorre a lingue straniere, ma al solo latino, mostrando le norme con cui una voce di questo si trasforma nell’italiano, nel francese, nello spagnuolo, nel portoghese, nel provenzale. Vedasi anche sir G. Lewis, An essay on the origin and formation of the romance languages, containing an examination of M. Raynouard’s theory on the relation of the Italian, Spanish, provençal and french to the latin. Londra 1863.
G. I. Ascoli, in questo genere facile princeps, nell’Archivio Glottologico italiano (1875 e seguenti) indaga come nessuno mai fece il processo generale della formazione dell’italiano, e del modo di farne stromento o segno dell’unità intellettuale e civile, credendo a ciò conduca ancor più la penna che la lingua, e la fusione idiomatica dipenda dalla civile e intellettuale. Non assentendo a coloro che vanno troppo a cercare le etimologie o derivazioni degli idiomi nostri negli ariani, neppure arride a quelli che la base italica della parola romanza credono affatto aliena dal latino letterario, mentre lo studio rivela più sempre le diversità simultanee o successive, portate dall’evoluzione storica, e le salde e dirette attinenze fra il latino delle scuole e ciascuna delle lingue romanze, e massime il ragguaglio fra quello e queste e l’ampia tela geografica e cronologica in cui la parte latina si trasformò.
Saviamente avverte come facilmente acquisti gloria o nominanza chi si mette a studj nuovi (l’abbiamo visto testè colla geologia)... laonde taluni col pretesto di glottologia negligono la filologia, e vilipendono lo studio dei classici.
Il nostro Saggio è molto anteriore alla propagazione di questi studj, oltrecchè l’intento nostro era puramente storico, come poneva il tema proposto nel 1863 dall’Accademia Pontaniana, al quale noi rispondevamo.
177. Adduciamone alcune poche, classificandole:
Parentela e affinità. — Fui, fia, fiastru, frate, sora, nepotu, genere, nuora, socra, muiiere, vechiu, june, veduva, amica, vecinu.
Cariche e mestieri. — Principu, principesa, duca, duchesa, capitanu, conte, gubernator, ministru, cancellariu, consiliariu, secretariu, assessor, nobilu, residente, jude, procurator, medicu, doctor, ingenieru, majestru, negotiatoriu, pictor, musicu, comediantu, carbonariu, spreziariu, barbieru, macelariu, caldarariu, funariu, olariu, ciabotariu (ciabattino), fauro, argentariu, ferariu, murariu, pescariu, pastoriu, boariu, vacariu, porcariu, pecurariu....
Abitazione e vestito. — Casa, castelu, corte, palatu, portioriu, fondamenta, pariete, camera, cucina, stala, granariu, armariu, arca, scamnu, candelabru, candela, lumina de cera o de sevu, foca, fumo, esca, caminu, fumariu, carbone, vestamentu, camiscia, calciuni, maneca, colaru, vas, acu, forfeci, scope, fusu, secure, chiae, bastonu, sacu....
Vitto. — Prandgiu, cina, colazie, pastetu, merinda, pane, farina, lardu, untu, aceto, rosol, vinu de doi, dei trei qui; albu, rosciu, muscatu, butelia, ola....
Corpo. — Capu, vultu, facie, fronte, temple, nasu, ochiu, orechie, buca, dinte, umero, dosu, braciu, mana, palmo, degetu, unghie, sinu, latu, costa, stomachu, genunchiu, polpa, nerva, vena, carne, sange, pele, os, cornu....
Azioni. — Stà, sedè, dormè, saltare, avere, vedere, tacere, cadere, auscultare, sonare, fàcere, stringere, arare, jocare, ducere, ardere, armare, cantare, cercare, dare, frangere, figere, fermare, gustare, implere, rinascere, pascere, perdere, piacere, radere, curere, vendere.
178. In Lombardia dicesi cicion (coccolo), dessedà, impremudà; e possiamo supporre si usassero in latino, giacchè il valacco ha coconu, desceptare, imprumutare.
| valacco — quum è? | lombardo — comè? |
| valacco — nòma, numai | lombardo — nomà (appena). |
179. Xilander prese ad esame lo skip che si parla dagli Albanesi e dagli Arnauti, e mentre prima credeasi in parentela colle lingue tartare, o misto informe di neo-latine, attestò fosse ramo antichissimo delle indo-europee, derivato dal parlare che si osava colà prima della conquista romana.
180. Eliade, Parallelismu dal intre limba romena sci italiana. Queste affissioni di particelle, che pajono differenziare la lingua italiana dalla latina, in questa non sono inusitate, avendovi tune, quippe, cuivis, eccum, eccillum, ergone, intellestin’. Forse ce n’aveva altre, più simili alle nostre: forse gli elementi delle nostre non aveano in latino le ragioni eufoniche o anche grammaticali, per cui noi le unimmo. Basti l’accertare che non è un sistema nuovo.
181. Non voglio dire che la conquista non operi mai sulla lingua d’un paese, ma ci vogliono certe condizioni, di coltura superiore o almeno pari, di numero proporzionato, di spodestamento degli indigeni, di mancanza di precedente letteratura: tutte condizioni che non esistevano per l’Italia, mentre si riscontrano eminentemente nell’inglese, lingua ibrida, dove si combinano due elementi distintissimi, benchè entrambi d’origine ariana; l’anglo-sassone e il franco-normando. Su di ciò vedasi l’opera di Giorgio Marsh (ministro degli Stati Uniti presso il re d’Italia) The origin and history of the english language and of the early literature it embodies. Londra 1862.
Per coloro che nei nostri dialetti gran parte vorrebbero attribuire al celtico, noteremo com’egli riscontri che, in paese di tanta ingerenza celtica com’è quell’isola, pochissimo abbia tal lingua contribuito alla composizione de’ dialetti inglesi, neppure nella Scozia, ove moltissimi resti di cimrico appajono nei nomi geografici e genealogici.
182. Vedi a pag. 78.
Altra particolarità della nostra lingua è l’accoppiare l’aggettivo singolare al pronome plurale; voi siete stato allegro. Quest’è proprio delle lingue semitiche, come può vedersi nei primi versetti del Genesi.
183. Queste voci erano perfetti sinonimi nel latino? Il loro passaggio all’italiano potrebb’essere un criterio per determinarlo, e così aggiungere qualcosa al bellissimo trattato di Luigi Döderlein (professore di Colmar morto nel 1863) dei sinonimi e delle etimologie della lingua latina (sei volumi, Lipsia 1826-1838). Egli raccomanda immensamente lo studio delle sinonimie, come lavoro filosofico già accessibile all’ultima infanzia e alla prima giovinezza, e che porge al maestro l’opportunità di famigliarizzare l’intelletto colla luce, arricchire di molte nozioni positive, ampliare anche l’orizzonte del pensiero.
Il Döderlein distingue tre classi di sinonimi:
I. Quelli che hanno una parentela apparente, fondata solo sul tradursi colla stessa voce nella lingua nostra, come liberi e infantes; animal e bestia; hærere e pendere. Il confonderli in latino è un vero solecismo.
II. Quelli tra cui si può stabilire non distinzione sicura, ma che esprimono idee tanto vicine, che fin gli antichi prendeano talvolta l’uno per l’altro: p. e. ater e niger, lascivus e petulans.
III. Quelli la cui differenza non potrebbe assicurarsi sopra testi classici, e che probabilmente neppur gli antichi distinguevano, come fatigatus e fessus, etiam e quoque, pene e prope.
184. Como. In chiozzoto dicesi «cummodo che può farlo»
185. De Rossi, Inscriptiones Christianæ ecc.
Anche nel materiale potrebbero mostrarsi infinite somiglianze di idiotismi nostri coi greci. Per nè più nè meno diciamo a capello; e il greco προς τρικα: noi allevarsi la serpe in seno, ed essi οφιν εν τῳ κολπῳ θαλτειν: noi per bevere molto, alzare il gomito, ed essi μασχαλην αιρειν: noi amarsi come il lupo l’agnello, ed essi ως λυκος αρνα φιλει: noi alzar le mani per dare busse, ed essi αιρειν τας χειρας: noi andare secondo la corrente, ed essi κατα ρουν φερισθαι: noi aver a mano per avere in pronto, ed essi δια χειρας εχειν: noi aver il ventre di pollo per non essere mai satollo, ed essi κοιλιαν εχειν αλεκτρυονος: noi aver in bocca alcuno per parlarne, ed essi εχειν εν στοματι: noi comperar le brighe, ed essi πριάσθαι πραγματα: noi dar il cane ad uno per canzonarlo, ed essi λυειν κυνα ετι... noi a chi è affiochito diciamo vedesti il lupo, ed essi λυκον ειδες. Il nostro cantar a sordi è il greco κωφῳ αειν: il nostro dir un carro di villanie è il greco αμαξην βρασφημιον κατασκεδαζειν: il nostro tutto da capo a piedi è il loro παντα εκ των ποδων εις την κεφαλην: d’uno scemo diciamo non ha sale, e i Greci αλμην ουκ ενεστιν αυτῳ: d’un seccante m’empie le orecchie, e i Greci πληρει μοι ωτα.
Anche i Greci dicono bocca (στομα) per foce d’un fiume, e cielo della bocca ουρανος: belare (βληχισθαι) per piangere: accasarsi per maritarsi (συνοικειν): essere in istrada (εν τῃ ωδῳ ειναι) per esser incamminato: star fra l’incudine e il martello (μεταζυ του ακμονος και σφορας): esser in pensiero per alcuno (ειναι εν φροντιδι περι τινος): gettarsi nel fuoco (δια πυρος ριττειν εαυτον) per esser pronto a far di tutto: nè anche per sogno (ουδ’οραν): mettere le mani addosso (την χειρ επιβαλειν) per catturare: scommettere la testa (περι της κεφαλης τεριδοσθαι): stuzzicare il vespajo (τας σφηκιας ερεθιζειν): temere della propria ombra (την αυτον σκιαν φοβεισθαι).
I nostri proverbj «chi va collo zoppo impara a zoppicare — chi troppo tira, la corda si strappa — far d’una mosca un elefante — metter il carro innanzi a’ buoi — il lupo cangia pelo non natura — il ventre non ha orecchi — insegnar nuotare ai pesci — lavar il capo all’asino — tenere l’anguilla per la coda — una rondine non fa primavera» equivalgono ai Greci ανχωλῳ περοικησεις υποσκαζειν μαθασῃς: πορραγησεται τεινομενον το καλωδιον: ελεφαντα εκ μυιας ποιειν: ἠ αμαξα τον βουν ελαυνειν: ο λυκος την τριχα, ου την γνωμην αλλαττει: γαστρην ουκ εχει ωτα: ικθον νηκεσθαι διδασκειν: ονου κεφαλην πλυνειν: απ’ ουρας την εγχελην εχειν: μια χελιδων εαρ ου ποιει.
Chi s’aspetterebbe di trovar in Tucidide il latte di gallina, ορνιθων γαλα? e così mangiar cipolle (κρομμυα εσθιειν) per piangere: e voler mangiare uno (φαγειν τινα) per isbranarlo: e mostrare le calcagna (το κοιλον του ποδες δειξαι) per fuggire: e menare per il naso (της ρινος ελκειν): e un chiodo caccia l’altro (ο πατταλος εξεκρουσε πατταλον).
186. Thesauro, templo, clarezza, judicio, tene, pensero...
In principio si tenne la preposizione a nel valore del latino: onde in frà Guittone abbiamo «Lungiando a se peccato e villania» (Rime, 1, 59): «Io non posso o non voglio a femina astenere... buono scernendo a male e male a buono» (Lettera 35); e nel Bencivenni (Esposizione del paternostro, 75): «Chi vuole ordinatamente fare, elli dee cominciare a se medesimo». (Fior. Virtù, 24). «Insino a ora (da ora) chiunque di voi chiederà, io adempirò la sua domanda». Questo segno dell’ablativo facea confusione con quello del dativo, onde si sostituì da.
Molte volte è usata dai primi scrittori dove i latini metterebbero ad; non imitati dai successivi. Così frà Giordano da Rivalta, nella pred. 139: «Maria era povera, e non si pur parea; ed elessela in così grande stato a far vergogna alla prima reina»: e Giovanni Villani, 467: «Partita sua masnada a più bandiere»; Ott. comm. di Dante, 3. 639: «Alla memoria si è da sapere» (quo ad).
187. Vollero dare come padovanismo la frase del libro I, § 39, ove dice che gli Albani vengono trasportati a Roma, raptim quibus quisque poterat elatis. Ma questo è piuttosto un ellenismo, χρῶμαι ὧν ἔχω. Morkof ha una dissertazione De patavinitate liviana. Questi provincialismi sono tanto più notevoli, in quanto il commentatore di Virgilio, pubblicato dal Maj (Classicorum auctorum fragmenta, tom. VII, p. 269), scrive: Dicunt Patavini gentiles se Romanorum.
188. Sumpto cultu gallico, non ignarus linguæ fugiebat, pro Gallo habitus. Val. Max., lib. III.
189. Latine loqui a Latio dictum est, quæ locutio adeo est versa, ut vix ulla ejus pars maneat in notitia. De verb. signif.
190. A. Gellio, xi. 7.
191. Lib. XXXII. c. 21. Fin al tempo di Cicerone la lingua latina in Spagna pareva pingue quiddam atque peregrinum sonare (Pro Archia, 10); e san Girolamo esortava una madre a insegnare presto a suo figlio la latina lingua, quæ, si non ab initio os tenerum composuerit, in peregrinum sonum lingua corrumpitur, et externis vitiis sermo patrius sordidatur. Ad Laetam, ep. 107.
192. Livio, xl. 42.
193. Festo ad vocem Oscum.