Non trovo in montagna

Mei fruto da castagna;

La qua s’usa, zo se dixe,

Ben in pu de dexe guise;

Boza, maura, cota e crua ecc.

Nella Çittara zeneise di Gian Giacomo Cavalli è data come antica un’ode di Barnaba Cicala Cazero, che al tono direbbesi contemporanea de’ trovadori:

Quando un fresco, suave, doçe vento

A ra saxon ciù bella, a ra megiò

Treppà intre fœugge sento

E pà ch’o spire amò;

Me ven in mente quella

No donna za ma stella,

Quando ro ventixœu ghe sta a treppà

Dent’ri cavelli e ghe ri fa mescià.

Rambaldo di Vaqueiras, trovadore del secolo XII, ha una tenzone in forma di dialogo fra l’autore e una dama genovese, la quale gli risponde:

Jular, voi no se corteso

Che me charcheai de chò[204]

Che niente non farò

Anche fosse vos a peso[205],

Vostr’amia non sarò,

Certa ja ve schernirò;

Provensal mal agurano,

Tale noja ve darò,

Sozo, mozo, esclavado,

Nè jà voi non amarò

Ch’ec un bello mario,

Che voi no se, ben lo so[206].

Andè via, frar, en tempo megliorado.

Al Vocabolario genovese latino sono premessi saggi di scritture in quel dialetto, di varj secoli, volendosi mostrare che a principio era similissimo all’italiano, dappoi se ne scostò. I passi qui addotti nol confermerebbero; oltrecchè, se sono simili all’italiano, come provare che siano in dialetto?

Negli Atti della Società Ligure di storia patria (1859, vol. I, p. 129) si indicano come segni dell’esistenza del dialetto genovese le voci miexi nel 1019; pixone, montenello in altre del 1143 e 1148; poi Lunexana, Palavixino, e così frexia, Sardena, fregabrena, merdenpè, noxedo, labuxada nel secolo XII; e nel XIII toagia, toffania, tomao, ruxentarium. Nel vol. VI, pag. 708 d’essi Atti si portò una relazione all’uffizio del Banco di S. Giorgio del 1457, in pretto idioma genovese. «Segnoi, a noi è staeto molesto acceptar questo officio, non per recusar de portà li carrighi publici, li quae poessimo ben fa, ma considerando che anti che a queste compere fussen arrembe et tranferte, ecc.».

Nell’Archivio glottologico, vol. II, p. 162, si reca una quantità di rime genovesi della fine del secolo XIII e del principio del XIV[207].

Il signor Tozzetti Mazzoni (Origini della lingua italiana, Bologna 1831) vanta assai il bolognese dialetto, appoggiandosi a Dante, e soggiunge a pag. 1111: — Del nobile vulgare bolognese, uno de’ più antichi documenti che si conservano, è, a parer mio, la lettera diretta al marchese Maroello Malaspina, scritta nell’anno 1297». Eccola:

«Al nobelle e al savio e posente mis. lo marchexe Maroello Malaspina honorevolle podestà e capitano generale de guerra del chumuno e del povolo de bologna, Zame de mis. Aldrovandrino di Symipuzuli e Paolente Dipananisi, capitani del castello de Savignano, ve se mandano raccomandando. Conta cossa sia a vui mis. (siavi conto) che di domenega Zoane de mis. Landolfu de la capela de s. Apolito e Zoane dal lotino de la capela de santa Maria majore si ferno grande romore. in somo e dagandosse de la pugne l’uno al altro in suso lo volto, e per questa rissa sinfo (si ne fu) grande romore in lo borgo del castello di Savignano, e loro miseno a sagramento e confessorno che quisi era la verità per esso sagramento, e sovra goderno a loro de termene a fare soa defessa e nessuna nonanfatta, ecc.».

Anche altri esempj reca egli, massime a pag. 909; ma sono sempre di persone che s’ingegnano scrivere toscano. È però curioso un libretto di Ovidio Montalbani, Vocabolarista bolognese, nel quale con recondite historie e curiose erudizioni si dimostra il parlare più antico della madre degli studj come madre lingua d’Italia. Bologna 1660, in-12º, di pag. 272.

Uno de’ primi lavori della patria letteratura è il De Vulgari Eloquio di Dante. Potrebbesi parlare delle origini della lingua senza tornar più volte su questo gran rivelatore? Non per questo vogliam portarci all’idolatria, o a crederlo forte in etnografia e in filologia: e già repudiammo chi lo chiama creator della lingua. Tutto fatto egli vi trovò, perfino la versificazione: erano abbozzi, ma preparati a ricevere splendida coloritura; ed egli stampò l’impronta del suo genio sopra un idioma che fin allora non aveva se non quella d’una timida fatica. Egli stesso da principio fu ben lontano dal conoscerne la potenza; nella Vita Nuova ne parla con disprezzo, come di lingua soltanto adatta a cose leggiere; nel Convivio non mostra intenderne gran fatto, poi ne discorre espresso nella Vulgare Eloquenza. Ne componeva il primo libro fra il 1302 e il 1309; poi lo sospese: più tardi scrisse il secondo, e lasciò interrotta a mezzo la dimostrazione ch’era richiesta dalla proposta messa all’entrare del capo XIV. Trattato nel libro secondo delle stanze, forse nel terzo avrebbe dimostrato la struttura della canzone e della licenza, poi nel quarto avrebbe discorso delle rime, e specialmente delle ballate e dei sonetti, sempre come stile, non come lingua; forse anche dovea seguirne un quinto sui poemi più lunghi. Insomma è un’arte poetica, e della lingua poetica (giacchè in prosa poco usavasi il vulgare) è il ragionar suo, il che troppo pérdono d’occhio coloro che ne fanno fondamento a teoriche sopra il parlar comune. Ivi colpisce di «perpetuale infamia i malvagi uomini d’Italia, che commendano lo vulgare altrui e il proprio dispregiano..... abominevoli cattivi d’Italia ch’hanno a vile questo prezioso vulgare»; e riconosceva esser esso già distinto, perfetto e civile ridotto, qual si vedeva in Cin da Pistoja e nell’amico suo (Dante stesso); e lo erige sopra al latino, al francese, al portoghese, come dolce e sottile[208]. E questo vulgare non è già la lingua cortigiana di cui altrove egli si fa predicatore; bensì «quello il quale, senz’altra regola, imitando la balia; s’impara»[209]: ma lo scrittore lo rende perfetto con «eleggere i vocaboli adatti, gettando i rozzi e rabbuffati, e cogliendo i soavi, i gentili, gli efficaci»[210].

Alla qual opera accintosi, conosceva già allora quattordici dialetti in Italia: «Ad minus quatuordecim vulgaribus videtur Italia variari; quæ omnia vulgaria in se se variantur, ut puta in Tuscia Senenses et Aretini; in Lombardia Ferrarienses et Piacentini: nec non in eadem civitate aliqualem varietatem perpendimus. Quapropter si primas et secundarias et subsecundarias vulgares variationes calculare velimus, in hoc minimo mundi angulo non solum ad millenas loquelæ variationes venire contigerit, sed etiam magis ultra». E adduce alquante frasi di ciascun dialetto, tali però che poco ajutano le ricerche nostre, a mala pena riconoscendosi[211]. Ma qui ci basta l’attestarne non già che sussistevano, fatto troppo naturale, ma che sapeansi essere i tipi idiomatici de’ varj dialetti. E per quanto egli s’industriasse a svertare il toscano, esaltandone alcuni che certo non pretesero mai a primato e per fino lo squallido bolognese, il toscano prevalse, anche per merito di lui, che adoprollo a «descriver fondo a tutto l’universo», e divenne il letterario, come il dialetto attico in Grecia dopo Alessandro, come il turingio per la Germania.

Oltre i dialetti di fondo italiano, ce ne rimangono di altra filiazione; in Malta il punico antico; in Algheri di Sardegna il catalano; il teutonico nei Sette Comuni del Vicentino, ne’ Tredici Comuni de’ monti Lessini sul Veronese, a Bosco nel Canton Ticino, e in qualche lembo del Trentino; il romancio nella limitrofa Engadina, e in alcuna parte della Val Leventina e della Val di Blenio nel Canton Ticino; in qualche valle della Sicilia e della Calabria l’albanese o romaico.

Altre voci di dialetti serbano l’impronta delle dominazioni o comunicazioni forestiere, greche a Ravenna, tedesche e spagnuole in Lombardia, arabe e greche in Sicilia, levantine a Venezia, francesi in Piemonte, mentre ne’ paesi de’ Volsci, Sabini, Vejenti, Falisci, Sanniti si riconosce il vecchio latino. Tant’era lontano che tutte le città italiche parlassero il linguaggio stesso.

I dialetti serbansi più fedeli alla loro origine; onde sentiamo tutto di pronunziare e cantare: Lo santo padre si scoprì lo viso — I’ te voglio ben assai — Da li capelli a la fronte e a li occhi — chesto loco, quisto, chillo, ello. Essi conservano parole che non hanno analogia col greco nè col latino o col celtico; e fin elementi grammaticali estranei alle lingue indo-germaniche: segno (lo ripetiamo) che sopravvissero durante la dominazione romana, e rivalsero quando il latino officiale periva.

Gli studj sui dialetti richiedono tal profonda cognizione delle loro finezze, che difficilmente un uomo può attendere a più che a quello che ha dalle labbra materne. Onde trarne utilità filologica, più che i soliti dizionarj, crederei opportuno lo sceverare da ciascuno le parole che, più o meno alterate, derivano dal latino o dal greco; e soltanto sulle residue esercitare l’analisi: le loro corrispondenze o differenze ci avvicinerebbero, o m’inganno, alle favelle primitive degli Italiani. Qualche cosa di simile tentò il barone di Hormayr sui dialetti romanzi del Tirolo, e pretese nelle voci estranee riconoscere il linguaggio degli Etruschi, popolatori antichissimi di que’ paesi, a creder suo[212]. La ricerca fatta con esteso accordo potrebbe guidare a importanti conclusioni, e a provare che i dialetti non son altrimenti una corruzione dell’italiano, bensì linguaggi antichi, che per circostanze non si elevarono a lingua officiale e letteraria.

Ma è scienza affatto nuova quella che ora nello studio dei dialetti porta una veduta generale che tutte le particolarità lessiche, morfologiche, fonetiche riferisce ad un insieme; uno spirito geometrico che alle singole nazioni assegna un posto conveniente; così si cessa di parlarne come di bizzarrie vulgari, accorgendosi che ciascuna società particolare, arbitra di sè, foggiò un dialetto, e che le anomalie, anche in storia naturale, diedero ai giorni nostri le teorie che cambiarono faccia alla botanica.

§ 22º La lingua italiana è patrimonio esclusivo d’una provincia? Sue vicende.

Per quanto in lavori di tal genere s’abbia sempre ad aggiungere e resti sempre a spigolare, noi crediamo aver dimostrato che que’ primi scrittori, di qualunque parte nascessero, e comunque il lor paese natio parli trinciato, o squarti e scortichi le parole, o sdruccioli sulle desinenze, o le strascichi, o adoperi voci bazzesche e croje, quali le lombarde già parevano a Dante, o accumuli frasi sgraziate e villani costrutti, ingegnavansi, come oggi ancora si fa, d’accostarsi all’idioma toscano, non foss’altro perchè più vicino all’ortografia latina.

Il qual fatto generale, se non si fosse voluto disconoscere da coloro che vennero a ragionar poi sopra ciò che generalmente si praticava, avrebbe evitate assai sofisterie e discussioni, che empirono biblioteche intere per rendere avviluppato e controverso ciò che è lampante e consentito col fatto. Perocchè il linguaggio somiglia al diritto. Una logica naturale domina la sua prima formazione; poi qualche alto ingegno ajuta il popolo nel costituirlo; prende il cumulo informe degli elementi di esso, ne trae il meglio, e dà norme alla lingua e la fissa. In quell’alto ingegno il popolo non vede un tirannico comando, bensì la espressione autorevole del suo modo di essere, pensare, sentire, quantunque nobilitato.

Noi ci appoggiammo assai sulla analogia, e questa ci mostra che le varie contrade parlano variamente, sia per indole, sia per derivazione, donde i molteplici dialetti. Un dialetto viene adottato dagli scrittori come lingua comune; essi lo determinano, lo regolano, lo fissano, e in tal forma resta nel tesoro letterario della nazione. Ben altra è la natura dei quattro famosi dialetti greci, dove la varietà riducevasi a pochi accidenti, tantochè tutti poterono adoprarsi mescolatamente in Omero, e il dialetto comune prevalse negli ultimi tempi, e da quel solo, misto ad elementi slavi, derivò il greco moderno. Nell’antica Italia fu il dialetto del Lazio che ottenne la preferenza legale e letteraria: come in Inghilterra quel di Londra, in Francia quel di Parigi, in Ispagna e in Portogallo quel di Madrid e Lisbona, in Germania il sassone, in Polonia il varsaviano e via discorrete.

In Italia il dialetto che gli autori preferirono fin dall’origine fu il toscano, men contaminato di mescolanza forestiera, e più consono al latino. Di esso si valsero i grandi triumviri della nazionale letteratura; donde gli venne tal dignità e importanza, che ad esso cercarono accostarsi tutti quelli d’altri paesi. Abbiamo componimenti ne’ varj dialetti; ma quando il Bernieri celebrava Meo Patacca, Carlo Porta sbertava i Milanesi nel Giovannin Bongee, o Sgruttendio sbizzarriva le Mattinate, o il Meli cantava stupendamente l’Apuzza o la Cicaletta[213], essi sapeano di far lavori, ristretti al proprio paese, non destinati a tutta Italia. Abbiamo dizionarj che le voci e le frasi proprie di ciascun dialetto traducono in italiano; a chi venne mai in mente di farne uno pel toscano? La differenza sua dall’italiano non consisterebbe che in varietà di pronunzia, o in quelli ora vezzi ora sgarbi che mette il popolo nella lingua di cui si serve; incolta se vogliasi, scorretta di grammatica, insulsa di cose, ma pura, propria, calzante.

Le gare municipali, che furono il disastro ma insieme la vita della nostra Italia, tolsero che, in teorica, si volesse accettare la supreminenza del toscano; eppure in pratica era adottato da tutti. Ad ogni modo, se alcuno pretese che al toscano possano contribuire voci anche il milanese, il romagnuolo, il napolitano, non credo verun mai sostenesse da buon senno che la letteratura nazionale possa farsi in romagnuolo, in napolitano, in piemontese.

Lo straniero che chiede d’imparare la lingua nostra, intende sempre la toscana. Quando interroghiamo come si nomini un oggetto, intendiamo come si nomini in toscano. Io penso che ogni dialetto sia una lingua compiuta, ed abbia tutti i termini che le bisognano; nè il toscano manca d’alcuno; giacchè, forse, non è possibile il pensar a un oggetto senza avere la voce a cui fissarlo. V’ha oggetti che la Toscana non ha, non conosce; ma se v’ha paesi dove si trovano ghiacciaj e steppe, coll’acquisto di quella nozione acquistò anche la parola, l’ha fatta sua. Ciò s’avvera pei trovati nuovi, puta quelli dell’elettrografia o delle strade ferrate. Il toscano accetta i nomi de’ singoli oggetti da chi glieli recò, pur talvolta, nell’immensa potenza dell’uso popolare, riconosce in quegli oggetti o gli assimila ad alcun altro che dapprima v’aveva un nome, o cui può darsene uno derivato e intelligibile. Quindi il Kreuzer diventò crazia, il Semel e il Kifel semello e chifello: e allorchè gli dicono i wagons, i rails, il tender, gli slippers....... egli traduce i carrozzoni, i regoli, il magazzino, il bagagliajo, le traversine.....

Se da ciascun dialetto avesse a scernersi il meglio, secondo fantasticano taluni, verrebbe la necessità di conoscerli tutti, il che è impossibile, e porterebbe all’esitanza, ch’è lo stato peggiore nelle scritture come nelle azioni. D’altra parte scegliere il meglio indica avere un tipo al quale raffrontare; sicchè più breve e men fallibile sarà l’attenersi a questo tipo stesso. Se dai singoli dialetti potesse desumersi qualche parola, ne verrebbe che ciascuno scrittore adoprerebbe una lingua diversa, mentre supremo bisogno d’una nazione è l’unità della lingua, dietro alla quale vengono le altre unità.

Primo scopo del parlare e scrivere è il farsi intendere. Meglio a ciò si riesce quanto maggiore è la precisione. In matematica chiunque scrive 7+9 = 16: oppure (a+b)2=a2+2ab+b2, è certo di essere inteso da ognuno che sappia leggerli, di qual nazione egli si sia, perchè quella forma è unica, nè può essere surrogata da altra. La parlata non raggiungerà mai siffatta precisione, ma vi si accosterà, quanto più fissi e convenuti saranno i significati delle parole. E come un grande acquisto è l’avere un peso, un tipo, un titolo solo per le monete, un modulo unico per le misure e i pesi, così sarà prezioso l’aver nella nazione una lingua sola, cioè un solo uso al quale riferirsi.

Il napolitano ha grandemente meritato della favella nazionale, perocchè, oltre le origini greche, in codesto paese avea nido il parlare osco, prevalente tra i vicini e usato altrove nelle Atellane (vedi pag. 12); poi fu dei primi a usar l’italiano. Pure non credo pretenderebbe sostituirsi al toscano, e neppure in questo introdurre parole sue. Avesse pure voci, frasi e dizioni più logiche, più calzanti, più espressive che non le corrispondenti toscane; non le consacrò l’uso, quem penes arbitrium est, et jus, et norma loquendi. A Napoli si fece una ristampa del Vocabolario della Crusca, forse la più notevole per quantità d’aggiunte, e inserzione delle etimologie e sinonimie: ma non so che il Liberatore, il Borrelli, il Rocco, gli altri che vi collaboravano, abbiano messa a registro neppur una voce napolitana.

Distinguasi però la lingua toscana, ch’è una cosa positiva, da stile toscano, che è un non senso. Una è la lingua, differentissimi i modi d’usarla; e se quella può impararsi in Toscana o da Toscani, tutt’altro si richiede per riuscire grande scrittore, cioè gran pensatore. A tutte le armonie immaginabili bastano sette note, e con esse si resero sommi Jomelli, Rossini, Bellini, Verdi, senza sognare di voler mostrare originalità coll’inventarne di nuove.

Un insigne scrittore, che tanto tien conto della lingua da aver avuto il coraggio di rifare un proprio libro, graditissimo all’Italia, sol per uniformarlo all’uso toscano, ripose la sovranità di tal uso in ciò che si dice in Firenze. Sempre è l’amor della semplificazione, dell’unità, della vitalità progressiva, surrogato alla pedanteria di un dizionario, che non s’appoggia se non ad un’autorità secondaria, qual è quella degli scrittori. Perocchè gli scrittori son buoni (dico per lingua) in quanto fan testimonianza dell’uso. Nè a concedere ciò troveranno difficoltà quelli (e non sono molti) che sanno separare la quistione della lingua da quella dello stile.

Ma esso autore fece troppo scarsa la parte degli scrittori in fatto di lingua. Una lingua morta non può essere che imitazione, ricalco; tutto si circoscrive negli scrittori; non si può dire se non quel ch’essi dissero, a rischio d’esser barbari. Non così delle lingue vive. Se gli scriventi non hanno diritto di creare alcuna parola, molto contribuiscono, sia collo scegliere, sia col fissare, sia col derivare o comporre, siccome avviene a chi non parla soltanto, ma riflette alla parola. La quale poi è scritta in libri che la nazione adotta; e quei libri servono di testimonianza e di scuola, si citano, si imitano; e riducono, non immobile, chè non è nella natura di cose umane, ma più durevole lo stato d’una favella.

Il latino aveva l’autorità dell’uso al tempo dei precinti Cetegi come sotto i Costantini; eppure latino intendiamo quel ch’è scritto ne’ classici, anzi negli ottimi di questi.

Il latino stesso però, benchè si estendesse officialmente, ne’ varj paesi restava alterato dai linguaggi preesistenti, pur rimanendo sempre latino. Quando gli autori natii di Roma cessano, e ne sottentrano di provinciali e massime di spagnuoli, anche il parlare si altera. Chi scriveva dopo caduto l’Impero, ingegnavasi sempre e dappertutto imitare il latino classico: perciò lo scritto risentiva dell’individualità, essendo più o men rozzo secondo lo scrivente, perchè era studiato, non parlato. Ignoranti notari e legulei vi mescolano parole che non soleansi dai più corretti, ma che si usavano dal vulgo; gli ecclesiastici, volendo al vulgo farsi intendere, adoprano a tutto pasto i modi e le costruzioni di questo; e così il latino forbito degli scrittori s’accosta al parlato.

Come ne’ paesi artici l’aurora comincia ad albeggiare prima che siano scomparsi gli ultimi rossori del tramonto, così l’italiano sbocciò mentre era vivo tuttora il latino; crebbe via via che questo decresceva, e trovossi perfezionato prima che l’altro disparisse.

L’ingerenza di questo va estendendosi, finchè taluno, per iscrivere i proprj ricordi, le spese, le lettere, adopera affatto il parlar suo, cioè il vulgare: scritto, è vero, ancora con ortografia o alla vecchia o inesperta, ma pur vero italiano; lo usano i predicanti; i narratori di vite di santi o d’altri racconti per la plebe o per la gaudente società, e prima ancora in canti d’amore o di prodezze.

La vitalità di quel tempo trapela anche nell’adottarsi parole straniere e assimilarsele, acconciandole al proprio sistema, dicendo Parigi, Basilea, Brugia, Magonza, Loira, Aquisgrana; il che più non si fa quando la lingua cessa di essere indecisa; introducendole vi si lascia l’aria straniera.

In questo parlare plebeo, in questo vulgare «che seguita uso mentre il latino seguita grammatica», potrebbe egli stendersi una grande epopea, che abbracciasse tutto lo scibile, e cielo e terra? Dante tenzona fra il sì e il no, fra l’opinione de’ suoi amici e il sentimento proprio, fra la negativa espressa nella Vita Nuova e nel Convivio, e la potenza acquistata coll’uso: frate Ilario non credea possibile quegli altissimi intendimenti significare per parole di vulgo, nè giudicava conveniente che una tanta e sì degna scienza vestisse a quel modo plebeo[214]. E Dante gli risponde: «Avete ragione, ed io medesimo lo pensai; e allorchè da principio i semi di queste cose presero a germogliare, scelsi quel dire che n’era più degno; e presi a poetare così:

Ultima regna canam, fluido contermina mundo,

Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvunt

Pro meritis cuicumque suis.

Ma poi, pensando che la gente colta non bada ai poeti e li lascia a’ plebei, temprai la lira in modo conveniente all’orecchio dei moderni».

In Dante, che chiamava Virgilio la maggior nostra Musa, e faceva dire da Sordello lingua nostra la latina[215], è visibilissima ancora l’esitanza fra l’uso e la grammatica, ossia la lotta del latino coll’italiano.

Questo appare già staccato definitivamente nel Petrarca; ma perchè credeva che «le note dei sospir suoi in rima» fossero solo per donne e pel popolo, esso Petrarca riprometteasi la gloria da un poema latino, e latine stendea per lo più le lettere. Il Boccaccio, nel Decamerone, si valse stupendamente de’ modi vivi del popolo, ma latina credette dover tenere la costruzione; donde quel periodare aggrovigliato e ingombro, più lodato che imitabile; che non lieve guasto recò alla letteratura patria dandovi un’aria di ricercata, di attorta, di oratoria, di pretensiva, anzichè la ingenuità, la spigliatura, la concisione che aveva in que’ trecentisti, i quali scriveano come parlavano. Perocchè dall’eloquenza vengono alterate grandemente le lingue, cioè dallo studiar alle parole più che alle cose. E appunto in grazia del Boccaccio fra noi si radicò il concetto insulso, o la sciagurata pratica di due lingue; una dotta, azzimata, compassata, col periodo ritondeggiante, la cadenza studiata; lingua grammaticale o accademica, che titilla le orecchie, lascia gelato il sentimento e nebbiosa l’intelligenza; l’altra schietta, ingenua, perspicua, nè per questo trascurata, che anzi «le negligenze sue sono artificj».

Quantunque fosse compita la trasformazione del latino nell’italiano, pure la pedanteria nel Quattrocento introdusse un latino tutt’affatto italianizzato[216], e un italiano che poco differisce da quel fidenziano che altri maneggiò per celia, e che quelli farebbe creder libri del XIII o XIV secolo, allorchè appena svolgeasi l’italiano dalle fasce latine.

Prendendo la prima opera che mi cade sotto mano, nel vulgarizzamento del leggendario di Jacopo da Varagine, fatto dal Malermi e stampato a Venezia nel 1475, leggo che «Niccolò Jenson franzese, dapoi li instaurati quasi infiniti divini et preclari volumi, li quali per l’antiquità erano stati deperditi et quasi extincti, el divino, del quale fase mentione, volumo de le legende de’ sancti vulgarizzato, con mirabile ingegno et divina arte ha impresso et stampito». Direte che trattasi di uno stampatore ignorante? nol concedo; ma questo stile era comune, e Cesare Ciseriano, nel commento a Vitruvio, stampato il 1521, ha: «Infine alla sua etate (di Francesco Sforza) nulla symmetria di opera de ornamenti che Vitruvio ha descripto non era stata quasi mai dal tempo de’ Romani usque ad id tempus usata in Milano. Ma imperante Galeatio et successive Johanne Galeatio suo filio, et dapoi Lodovico, con più somma opera che poteno curaro havere architecti, che con queste vitruviane symmetrie facessero fabricare et ornare li mediolanensi edificj».

Ed erano già vissuti Dante e Boccaccio non solo, ma il Pulci e il Poliziano. Con buona licenza del Puoti e de’ suoi concittadini, io metto fra questi mal latineggianti anche il Sannazzaro; e senza citare il non t’irascere, il cominciava a tangere, il munger gli uberi, e gli opachi suberi, e l’inducere e producere; non mancano che le desinenze per far latina molta parte delle sue prose. Per esempio: «Napoli è nella più fruttifera e dilettevole parte d’Italia, al lito del mare posta, famosa e nobilissima città di armi e di lettere, felice forse quanto alcun’altra: sovra le vetuste ceneri della sirena Partenope edificata, prese et ancora ritiene il venerando nome della sepolta giovane».

Il buon italiano era però conservato da quei che scriveano naturalmente e come parlavano: poi a quello tornarono gli scrittori del Cinquecento, nuova fioritura della nostra favella. Pure la cognizione e la pratica del latino era tanto comune, che s’insinuava in tutti gli scritti; le lettere, persin le famigliari, portano l’intestazione e la chiusa latina, qualche periodo esce in latino, qualche frase latina vi s’incastra, come oggi facciamo col francese.

Al 14 febbrajo 1525 il cardinale Rorario scriveva al Sadoleto, due prelati tanto colti:

«Sua Santità extima non esser decente a un pontefice prender le arme fra christiani, et se li suoi predecessori lo havevano facto, già se vedea de quanti mali erano stati causa: onde havendo sua santità deliberato gerere se tamquam patrem omnibus communem et servare la neutralità, el re di Franza..... inviò un exercito per lo Stato della Chiesa ad temptandum regnum neapolitanum: donde S. S. fu costretta aut sumere arma, quibus nec poterat nec volebat uti, aut dare fidem regi neutralitatis ecc.».

Il famoso cardinale Aleandro, stando legato in Germania nel 1522, scrive: «Accedit ad id il fastidio dell’animo per le tante paure, che costoro mi dipingono contra omnes ecclesiasticos: et voleano mutarsi habito et nome; del nome si è fatto, saltem del cognome. Del resto vado modestamente ut sacerdos, non facendo però le grida quia agitur de alia re quam de lana caprina: nè mi piace miglior consiglio quam confiteri Christum qui et me confitebitur coram Patre».

Su questo tenore leggo moltissime lettere di quel tempo, e alla ventura prendo una dell’elegante scrittore cardinale Campegio, che al 22 agosto 1524 scriveva all’or lodato Sadoleto: «In Augusta el predicatore che era in S. Mauritio, già corrotto di questa heresia, rediit: et perseveranter, non obstante queste turbolentie, predica pro fide. Intendo la canonizatione di san Brunone essere stata publicata magno populi concursu et devotione».

Ed egli stesso il 25 giugno 1530 al Salviati: «Nunc intendo quam in hoc cedent. S’è etiam proposto di voler eodem tempore cum articulo fidei miscere li gravamini della natione cum sede apostolica, de’ laici contra ecclesiasticos et e contra, ed è stato risoluto che no: ita che la prima sarà la cosa della fede. Io conosco, etiam per quello che vidi a Bologna, che tutte queste cose son troppo peso sopra le mie spalle... Ingenia parva materias grandes non sufferunt, sed in ipso conatu postea succumbunt. Pur mi forzerò di non mancare del debito et omnia consulte agere. S’è ragionato di fare electione di alcuni per restringere le negociationi. Li nominati sono cardinalis Salzburgensis, episcopus Augustæ, de quo nunc aliquid sinistri audio, al qual pur gli ho dato il suo breve ed exhortatolo fingens me longius ire...».

Che più? trovo ora appunto alcune nuove lettere di uno scrittore dei più leggiadramente italiani, Lodovico Ariosto; e sempre cominciano col Magnifici et potentes domini mihi observandissimi: per entro gli cascano intervenientibus utrinque commissariis, e converso, inveteratus malorum, versa vice, et, quæ bene valeant, feliciter valeant, data paritate, Baldaxare, suspecto, ipso, damno, dicto, excellentia, advenire, subditi, prompto; e chiude, ex Castelnovo Carfagnanæ, XII aprilis: observantissimus S. A. comes et ducalis commissarius generalis[217]. Qual meraviglia se alcuno persuadeva all’Ariosto di scrivere in latino quel poema, che più di qualsiasi non toscano accolse e crebbe le ricchezze del parlar nazionale?

Giorgio Trissino, nella dedica della Sofonisba, prega Leon X a non «attribuirle a vizio l’essere scritta in lingua italiana». Anche il Bibbiena, nel prologo alla Calandria, dice che «non è latina, perocchè dovendosi recitare ad infiniti, che tutti dotti non sono, lo autore ha voluto farla volgare alfine che, da ognuno intesa, parimenti a ciascuno diletti».

Già pensavasi sottoporre a leggi convenzionali il fatto spontaneo della parola; ma i primi studj precettivi intorno alla lingua italiana la modellavano sulla latina; nelle grammatiche figuravano ancora verbi deponenti, casi, ordini de’ verbi secondo il reggimento, e così via. Il Vocabolario della Crusca, il primo di lingue moderne, fu ideato sui latini, perciò registrando solo le parole che si trovassero in autori e appoggiandole ad esempj, appunto come si farebbe d’una lingua morta; e perciò non sempre bastando alle infinite gradazioni ed evoluzioni del sentimento e della dottrina.

Molte scienze, oltre la teologica, si insegnavano ancora in latino; in latino si trattavano spesso le cause, sempre gli affari ecclesiastici. I tanti stranieri, che dalla devozione, dall’estetica curiosità, dalle scuole, dalla voluttà, dall’ambizione erano chiamati in Italia, si faceano intendere, non che dai preti e dai notari, ma fin dagli ostieri col latino; di qual natura latino è facile comprenderlo. I governi, la religione, la scienza continuavano anche fra gli stranieri ad usar quell’idioma, siccome più estesamente conosciuto, e già addestrato alle trattazioni; sicchè doveano averlo comune i nostri che in tanta quantità andavano fuori, in virtù della supremazia che la Corte di Roma mantenne all’Italia. E i grandissimi sforzi fattisi dal clero e dai letterati per conservare, non che il primato, ma quasi l’unicità del latino nelle scritture, mentre era non solo comune nel popolo, ma bellissimo nelle composizioni l’italiano, mi adombra e spiega l’opera degli aristocratici romani nel far prevalere la lingua letterata a quella ch’era popolare, e che, mantenutasi ne’ vulghi, ricomparve allorchè la favella colta degradò al mancare degli artificiali sostegni.

Solo al tempo della Riforma, come al resto, così si fece guerra al latino; i Riformati tradussero la Bibbia nelle loro parlate, volendo surrogare l’idea di nazionalità alla grande unità cattolica del medioevo; nelle lingue vulgari dibatterono le controversie religiose, poi anche le politiche e le scientifiche; e le adoperarono alle preci e ai sacramenti, sicchè il latino fu relegato nei santuarj cattolici. Molti nel Cinquecento l’adoprarono alla storia, alla poesia; ma non l’aveano raccolto dalle bocche coi solecismi e i neologismi d’una lingua parlata, bensì eransi rifatti ai classici, e il vanto loro consisteva nello esprimere interessi, fatti, sentimenti nuovi, senza dipartirsi dalle frasi di Virgilio, d’Orazio, di Livio, di Cicerone; e tanto vi s’industriarono, che la prosa, e più la poesia latina potè avere un’altra età dell’oro. Almeno v’è chi tale la giudica, quantunque io sia ben lontano dall’accettare quel giudizio; e tal lingua restava separata affatto dal popolo, e non appoggiata che alle reminiscenze. Il Bembo scriveva l’italiano coll’arte e colla fatica stessa del latino.

Dov’è a notare che sull’italiano operarono poco o punto due fatti, di somma efficacia sopra le altre lingue, la stampa e la riforma.

Nel 600 s’applicarono maggiori studj all’italiano, ben determinandone la natura, affinandone l’arte, scostandosi, è vero, dal naturale per renderlo artefatto e con immagini e metafore secondo il gusto del secolo; pure sceverandolo non solo da ogni influsso esotico, ma anche dal latino. È comune in que’ precettori la raccomandazione di usare, fra due sinonimi, quello che più si scosta dal latino. Il Buonmattei, Celso Cittadini, il Cinonio, lo Sforza Pallavicino (che definiva nascer l’eleganza da piccioli lumi, come da piccole stelle la via lattea), il Bartoli, il Corticelli, Udeno Nisieli diedero buoni avvertimenti; ma non credo giovassero gran fatto al bene scrivere, che in verità allora si scombussolò nelle smancerie secentistiche, dilatatesi dappertutto, eccetto che fra que’ Toscani che osavano scrivere come parlavano.

Nel secolo seguente prevalsero i Lombardi, deridendo il toscano, e contaminati d’una fanghiglia di francesume, la cui inondazione parve ricchezza al Cesarotti, che la eresse anzi in teorica, volendo l’italiano si rifiorisse continuamente con vocaboli e modi forastieri. Nel secolo nostro si tornò alla correzione; ma, ripigliando la primitiva funesta scissura, alcuni adottarono una lingua che intitolano illustre, accademica, cortigiana, letteraria[218]; altri, con opere più che con dispute, assicurarono bel posto alla schietta e limpida, che si arricchisce colla favella popolare e coi modi che provengono da passione. Pur sempre restiamo alla miseria di non avere peranco accertato qual delle due maniere sia la migliore, e da taluni son decantati come sommi maestri quelli che per altri non son che retori e pedanti; e stiamo incerti se ammirare il Bembo o il Caro, il Redi o il Bartoli, il Bresciani o il Manzoni.

A levar questo ingrato dissenso, a toglierci da questo bivio della lingua illustre o plebea, gioverà il porre in sodo e le origini e la costituzionale natura del parlar nostro. Perocchè, se vi ha sguajati che stampano libri professando di non conoscere la lingua, i savj sentono come vadano inseparabili il pensar bene e lo scriver bene; e come il senso comune giudichi ingegnose e incivilite le persone e le nazioni che meglio parlano e scrivono. Si procuri dunque una lingua nervosa, abbondante, chiara, facile, aggiustata, animata, uguale, non vaga, inesatta, esitante: una lingua che possa portare la divisa di Bajardo, Sans peur et sans reproche; con essa si espongano non baje ma cose, non frivolezze corruttrici ma scienza educatrice; sicchè infine si vada a imparar il bene scrivere dagli autori che insegnano il ben pensare; si adopri la lingua di tutti, ma per dir cose che non tutti sanno dire; e coll’eletta concisione di stile, colla precisione di senso e la delicatezza e la grazia, riducansi alla più semplice espressione gli svolgimenti d’un’idea originale.

Così venga, per l’accordo comune, a formarsi anche nella prosa una lingua scritta che si conformi alla parlata; lingua dotta e popolare, semplice e colta, istruttiva senza pedanterie, dilettevole senza trivialità, forbita dai dotti, compresa anche dagli indotti, aggradita dalla intera nazione. Del quale studio viepiù sentesi il dovere or che tutto vien mandato alla peggio da questo sproloquio di sofisti, micidiali non meno alla repubblica letteraria che alla civile. La divina pietà ne salvi una volta questa, per loro colpa, abjettita nazione!