194. Nelle Veterum Oscorum inscriptiones (Napoli 1841), Jannelli pretende dichiarare da 300 monumenti scritti.
195. Inscriptiones umbricæ et oscæ quotquot adhuc repertæ sunt omnes ecc. Berlino 1841.
196. A. Gellio, XVII. 17. Le iscrizioni osche sono le più facili a intendere, come aasas aras, dolud dolo, ligud lege, genetai genitrici, kvaisstur quaestor, regaturei rectori, aikdafed ædificavit, deicum dicere, fefacust fecerit, herest volet, prufatted probavit, set sit, alttram alteram, pùs qui, amaricatud immercato, malud malo, anter inter, contrud contra, inim enim, nep neque ecc.; — mentre le etrusche danno etera altera, clan natus, phuius filius, avils ætatis, turce donum, tece posuit. Nella tavola osca di Banzia Suve pis contrud exeic fefacust si quis contra hoc fecerit: PIS CEUS BANTIUS FUST qui civis Bantinus fuerit. Esso Fabretti conchiude: «La fratellanza dei vetusti dialetti sparsi in Italia, riconosciuta dai segni alfabetici, si dimostra meglio coi ripetuti raffronti delle voci umbre ed osche ed etrusche in tra loro o coll’idioma latino; così l’osco deded e con etruschi caratteri tetet, era tez nell’Etruria, e forse dede nell’Umbria, e dedet e dede (dedit) nelle bocche del popolo romano. Con gl’idiotismi ed arcaismi che occorrono spesso nella latina epigrafia, si avranno argomenti per discorrere fondatamente intorno alla origine della lingua italiana, più remota di quel che generalmente non credesi: moltissime forme popolari verranno innanzi, raccolte dai monumenti de’ più bei tempi di Roma repubblicana, e dai modesti funebri ricordi dei primi martiri della Chiesa». Vedi qui sopra, a pag. 160.
197. Braich diceva l’antico gallo, e i lombardi brasc; come dicono cadenn al modo del bretone e dell’irlandese; provecc (Ciascun fait gran provecc qui bien tient ce qu’il oie) come nel francese antico; fioeu come nell’Anjou; ciao come nel gallese; uss come in altri francesi dialetti. Il milanese bagai risponde al bugale in bretone, come smorzà per ispegnere: sango de mi, dove te cascet sentesi nel Berry come nel Milanese: cova per gallina nel Delfinato. Moltissime voci lombarde sono identiche colle provenzali. Alcune vennero dal greco senza attraversare il latino, come toma (πτῶμα), usmà (οσμᾗ) annusare, peston (πιστὸν), trabescà (τρέπω), rud (ῥύπος), magàri (μάκαρι): altre dal latino che non furono adottate dall’italiano comune, quali sidella (situla), offella (offa), mica (mica panis); medina per zia, cogoma per bricco, prestin per forno, pasquèe per piazzuolo erboso, sbergnà per canzonare da spernere, e assai altre, massime nella montagna. Navascia diciamo la bigoncia in cui si pigia l’uva; e Festo definisce nevia lignum cavatum ut navis, quo in vendemiis uti solent. Illò per in quel luogo dicono i villani, e Festo ci avverte pure che pro huc, HOC veteres dicere solebant, sicut pro illuc, ILLO.
198. Vedasi Il Vangelo di S. Matteo volgarizzato in dialetto cosentino... del principe L. Luciano Bonaparte. Londra 1862.
199. Per brevissimo saggio di dialetti di paesi lontani accenniamo:
| Friulano | Milanese | Reggino | |
| sang | sang | sangu | sangue |
| madonne | madonna | madonna | suocera |
| diaul | diavol | diaulu | diavolo |
| ligrie | legria | lligria | allegria |
| brazz | brazz | brazzu | braccio |
| trezzis | trezz | trizzi | treccie |
| mollar | mollà | mollar | lasciarsi cadere di mano |
| ven | ven | veni | vieni |
| lusive la luna | lusiva la luna | dduciv’a luna | splendea la luna. |
200. Vedi Mazzoni Toselli, Origine della Lingua Italiana, p. 120. Egli parla d’un poema del 1360 in dialetto bolognese.
201. Vedi Scorsa d’un Lombardo negli Archivj Veneti, per C. Cantù. Milano 1855. Nell’archivio notarile di Venezia è un testamento di Maria vedova Gradonio de Troja del 1297 settembre, che dice:
«Questo sie lo testamento de Maria, relicta de gradonio de troja. Ordeno soldi XVI de grossi per mese (messe). Eba mio fio Antonio adeso soldi XXX de grossi che lo voi andar a lo pasazo per mi quando elo andera: ese elo non andase, sia tegnuto un altro per mi mandar. Per congregacion grossi VII simbolo per zascuna. Laso ad almengarda soldi vi de grossi. A nida soldi vi de grossi cheo li de dar. A dona lena grossi VII simbolo A sor Margherita soldi II de grossi. A lo nodar che fa lo testamento mio grossi XXII questo cheo e ordenato si sia trato delo fito dela casa e si sia pagato quelo che lago per lanema mia eo elagato ecc.». V. Atti dell’Ist. Veneto, 1862, p. 363.
In un poema in terza rima di Francesco di Carrara il vecchio, pubblicato dal Lami nelle Delizie, occorrono idiotismi veneti; impazzo, fiòlo, maraveia, angossa, fazza. Nelle carte di Emanuele Cicogna è un poema sulla vita di Gesù Cristo, copiato nel 1420, dove si trova, fra tant’altre bizzarrie, stagno per fermo, qual si usa tuttora in Lombardia; e «dumente che de la catolica fede sia zelatore» invece di purchè, come anche oggi dicesi in Lombardia domà. Per quanto l’amor patrio la ripudii e la critica la appunti, non si può con certezza asserire falsa la lettera di Dante a M. Guido da Polenta, scritta da Venezia il 30 marzo 1313. In essa egli lamenta che il Consiglio veneto non intendesse il latino. «Giungendo alla presenza di sì canuto e maturo collegio, volsi fare l’ambasciata vostra in quella lingua, la quale, insieme con l’impero della bella Ausonia, è tuttavia andata ed anderà sempre declinando: credendo forse ritrovarla in questo estremo angolo sedere in maestà sua, per andarsi poi divolgando, insieme collo Stato loro, per tutta Europa almeno. Ma ohimè! che non altramente giunsi nuovo ed incognito pellegrino, che se testè fossi giunto dall’estrema ed occidentale Tile: anzi io poteva assai meglio qui ritrovare interprete allo straniero idioma s’io fossi venuto dai favolosi antipodi, che non fui ascoltato colla facondia romana in bocca. Perchè, non sì tosto pronunciai parte dell’esordio, ch’io mi avea fatto, a rallegrarmi in nome vostro della novella elezione di questo ser Doge, che mi fu mandato dire o ch’io cercassi di alcuno interprete, o che mutassi favella. Così mezzo fra stordito e sdegnato, nè so qual più, cominciai alcune poche cose a dire in quella lingua che portai meco dalle fasce; la quale fu loro poco più familiare e domestica che la latina si fosse».
Ciò attesterebbe che fin d’allora usavasi il dialetto veneto anche in materie gravi e di Stato. Del qual dialetto abbiamo nuovi documenti nelle parole e frasi che il signor Luigi Pasini racimolò in carte dell’Archivio generale, dove fin nell’XI secolo abbiamo i nomi Valentino de pantano, Orso Zorzi Gambaserica, Stephanus de Calle, Dominicus Zane, e i luoghi de Dorsoduro, da Cavanna, patriarcado, i fondamenti dananti ripa, e bene repremere et sapare l’uva e pigiarla a pede coverto. Questa messe cresce ne’ secoli seguenti, ma è a dolere ch’egli ce ne dia le voci staccate, anzichè la frase stessa. Il documento del 1223 porta la denunzia e stima di alcune proprietà, dove troviamo:
la casa et la terra de loponte de albrigeto et cognato ejus, libre CCCC
la casa et la terra de tomao ferrario, libre CXIJ ecc.
e nell’anno seguente:
illi de ca viadro laboraverunt domum suam da riauto sine parabola
illi de ca zorzo laboraverunt domum suam da rialto sine parabola
matheo barbani de san paulo gita motiglioni IIJ per far atana (altana?) super rivo.
Oltre le carte già addotte da me e dal Romanin, n’è del 1260-61, dove si legge: Ancora fo ordenado che se alcun frar de la scuola sera infermo, lo gastoldo coli degani sia tegnudo de visitar quelo do fiade alla domada, o alcun delli a saver le soe condicion e farli ogni consolacion per si e per li suoi frari.
Più n’abbondano in appresso. Un bando del 1374 in lingua padovana comincia: «De comandamento del magnifico segnor messer Francesco de Carrara, de la cità de Pava e del destreto imperial vicario, per uno trombeta sia fato publica crida in gi logi uxè (usati) en la forma enfrascrita ecc.». E segue l’enumerazione de «zascheduna generazion e qualitè de delito del quale, secondo raxon o ver statuti de le dite citè de Verona o de Vicenza o de i so destriti, o de zascheduni altri logi subieti al magnifico predicto Cansignore, encora en pena personale, o ver se cum arme ree atrocelmente avesse ferio o empiagò alguno ecc.».
Dov’è a notare la caratteristica de’ dialetti veneti di scempiar, le consonanti; e quel che Dante già avvertiva che «i Padovani in tutti i participj in tus e i denominativi in tas fanno brutta sincope, come è mercò e bontè».
202. Questa prova fu testè con maggior ampiezza e diligenza rinnovata dal signor Giovanni Papanti: I parlari italiani in Certaldo alla festa del V centenario di monsignor Giovanni Boccaccio. Livorno 1875.
203. Alo nom del nostr segnor Yhu Xpst amen. A lan de lassoa natività Mcccxxi ala quarta indicion en saba a XXV dì del meis de loign en lo pien e general consegl de la compagnia de messer saint Georz de Cher a son de campana et a vox de crior. En la caxa de lo dit comun de Cher al mod uxà e congregà el fu statuì e ordonà per col consegl e per gle consegler de lo dit consegl e per gle rezior de la dita compagnia gle quai adonch gli eran en gran quantità e gnun de lor discrepant fait apres solemn parti che gli infrascript quatrcent homegn de la dita compagnia seen et debien esser perpetuarmeint e se debien nominer un hospicii co e hospicii de la compagnia de sein Georz. I quagl homegn debien e seen entegnu perpetuarmeint consegler a drit e learmeint la ditta compagnia e i consol e gli homegn de colla compagnia a bona fay, non declinand a alcuna voluntà se no alchuna utilità del corp de colla compagnia.
204. Che mi cercate di ciò.
205. Vi fossi anche a peso, vi dispiacessi.
206. Che ho un bel marito, che voi non siete, ben lo vedo.
207. I documenti più antichi de’ varj dialetti sono raccolti in molti lavori recenti. Scritture in modenese del XIV e forse XIII secolo stanno nel fascicolo VIII degli Opuscoli religiosi, letterarj e morali di Modena, t. III. p. 211; sono laude de’ Battuti, esistenti in un codice, finito di scrivere il 17 luglio 1377; ma i cui componimenti sono forse da riferire al tempo che quelle Compagnie vennero istituite, cioè verso il 1260.
208. Vulg. El., I. 11 e 10.
209. Vulg. El., I. 1.
210. Vulg. El., II. 17. Manzoni esaminò quest’opera per confutare il Perticari e il Trissino (1868); e meglio il D’Ovidio nell’Archivio Glottologico, 1873: tutti dunque posteriori al nostro lavoro e con altri intenti.
211. P. E. del lombardo burla quella frase Inte l’ora del vesper ziò fu del mes d’october, che gli par rea più del vero. Non è qui il luogo a discutere le bizzarre dottrine di Dante in quest’opera, sol noteremo alcuni punti:
«Il vulgare italiano antico illustre cortigiano (egli dice) è quello il quale è di tutte le città italiane, e non pare che sia di niuna; al quale i vulgari di tutte le città d’Italia s’hanno a misurare, ponderare, e comparare».
Sembra voglia dire che la lingua che si scrive è una che non si parla in nessun luogo. Chi s’adagerebbe a tale sentenza? Rimproverando i Fiorentini perchè «arrogantemente si attribuiscono il titolo del vulgare illustre», rinfaccia loro due vocaboli, introque e manicare. Or bene; questi due vocaboli egli stesso adopera nella Divina Commedia:
Sì mi parlava, ed andavamo introcque. Inf., XX.
E quei pensando ch’io ’l fessi per voglia Di manicar. Inf., XXX.
Ma il suo scrivere, quanto alle parole, è identico con quel dei toscani suoi contemporanei, sicchè, s’egli asserisce d’aver usato lingua diversa, «ciò tanto gli si dovrebbe credere (dice il Machiavelli) quanto ch’ei trovasse Bruto in bocca di Lucifero».
Del toscano fa altrove grandi elogi, e dice essersi valso del vulgare fiorentino, propriamente quello che parlavano suo padre e sua madre. «Questo vulgare fu congiungitore delli miei parenti, che con esso parlavano... perchè manifesto è lui esser concorso alla mia generazione, e così essere alcuna cagione del mio essere... e così è palese e per me conosciuto esso essere stato a me grandissimo benefattore... Se l’amistà s’accresce per la consuetudine, manifesto è in me sommamente cresciuta, che sono con esso vulgare tutto mio tempo usato». Convivio, Trattato I, cap. 13.
212. Questo partito sembrerebbe opportuno anche per un dizionario etimologico italiano, dove s’abbandonassero le voci derivate più o meno direttamente dal latino e dal greco, e si esaminassero quelle che hanno origine diversa: p. e. ammiccare, astio, avello, avventare, baccello, bagliore, balza, berlina, bieco, bigoncia, bilenco, bisbiglio, bolso, boria, broncio, brutto, bufera, bussare, caffo, ceffo, ciacco, cimento, covone, crusca, dileggiare, elsa, foggia, frasca, gara, gire, gozzo, masso, minestra, melma, nastro, pazzo, pentola, pergamo, peritarsi, pezzente, pignatta, salassare, schiaffo, ticchio, tomajo, topo, tralcio, vetta, vizzo, vuoto, zolla, zuffa.
Molte voci abbiamo derivate dal greco, che non trovansi in latino, come
| masticare da | μασταζειν | zio | θεἳος |
| spata | σπάθη | liscio | λισσός |
| tomba | τύμβος | mustacchi | μύσταξ |
| ballare | βαλλίζειν | piatto | πλαύτς |
| botte | βύτις | pitocco | πτωχός |
| borsa | βύρσα | tapino | ταπεινός. |
Girare, che è in Plinio, Nat. Hist., viene da γῦρος, donde noi traemmo giro. Magari!, che i Latini diceano utinam, è dal greco μακάριος, e trovasi già in Ciullo d’Alcamo (macara se dolesseti), e in altre lingue romanze, come nel romancio di Coira, magari ca ei fuss bucca ver, così non fosse vero! e nel valacco màcar cë: nel serbo makar; nell’albanese màcar.
In Calabria si dice tuttora crai, poscrai per domani e posdomani; velte per tronco; vertola per bisaccia.
I grammatici ne dicono che gli Etruschi chiamavano καῶρα la capra: come i Siculi καγχαλος il ganghero.
Il napoletano dice strata, più vicino al latino che strada; e annare, comannare, siccome nel latino primitivo imbattiamo innulgentia, verecunnus, e in Plauto, tenno, distenno, dispenno.
213. Veramente le poesie del Meli, a cambiar ben poco, riduconsi italiane, dal che sono troppo lontane quelle degli altri:
Già nni invita, già nni chiama
Primavera ’ntra li ciuri (fiori):
Ogni frunda nni dici, ama;
L’aria stessa spira amuri.
Vola un zefiru amurusu
’ntra na nuvola d’oduri;
Chi suavi e graziusu
Scherza e ridi cu li ciuri.
Manna lampi d’alligria
Lu pianeta risplennenti,
Chi rinnova, chi arricria,
Chi abbellisci l’elementi.
214. Anche il Boccaccio dice che «molti uomini savj moveano generalmente una quistione che, conciossiachè Dante fosse in iscienza solennissimo uomo, perchè a comporre così grande, di sì alta materia e sì notabile libro com’è questa sua Commedia, nel FIORENTINO IDIOMA si disponesse?».
215. Purg., VII. 17: Di rimpatto Virgilio domanda a Ciampolo: «Conosci tu alcun che sia latino sotto la pece?» cioè italiano: e altrove dice a Dante: «Parla tu, questi è latino»; ed era Guido da Montefeltro, cui poi, nel Convito, Dante chiama «il nobilissimo nostro latino»; e terra latina l’Italia.
216. Cicco Simonetta scrive nel suo taccuino: 1476 die lunæ XXI octobris, ivi ex Mediolano ad S. Mariam de Gratiis de Modœtia, ibi audivi duas missas ab fratribus loci, et ibi vovi non comedere in die veneris de pinguedine sive de grasso. E tale è l’andare di tutto il latino d’allora.
217. Archivio storico italiano, nº 29 del 1862. Anche adesso, ma più pochi anni fa, i Piemontesi mescolavano moltissime parole prettamente francesi al loro idioma; e aveano sempre in bocca cependant, jamais, ce matin, désormais, en attendant, vite, c’est à dire, à mon tour, au pis aller, voilà, c’est ça, ecc. L’aristocrazia non avrebbe mai detto altrimenti.
218. Il Cesari e il Puoti cercarono nella lingua l’eleganza ma non ne spiegarono la natura. — Fr. H. Jacobi diceva che ogni filosofia, in ultima analisi, non è che lo studio sempre più profondo dell’invenzione del linguaggio.
219. Questa lista sarebbe dunque stata scritta verso il 1454; non nel 1423, come porta ordinariamente.
220. Questa cifra manca nell’originale: io l’ho posta presuntivamente. Nel 1490 la rendita totale fu di ducati 1,149,400; le spese ordinarie, d. 211,400; i salariati d. 37,570.
221. Sotto nuovo aspetto considerò Cicerone il sig. D’Hugues professore di Tolosa, cioè come proconsole in Cilicia (Une province romaine sous la république, Parigi 1876), mostrando in che orribile servitù fossero le provincie sotto la sfrenata podestà dei proconsoli, che cambiavansi ogni anno con tutti gl’impiegati; colonia di aristocratici affamati che succedeva alla colonia dei satolli.