CAPITOLO TERZO. LA CONQUISTA ROMANA

La conquista.

La Grecia libera non aveva saputo far degno uso della propria libertà. Essa aveva bruciato a tutti i suoi capi la propria esistenza storica. La Grecia del periodo ellenistico, ossia la Grecia dei secoli IV-II a. C., aveva subito i terribili contraccolpi dell’immenso rivolgimento economico che s’era operato nel mondo antico. A mezzo il II secolo la Grecia sopporterà, invocherà, anzi, la conquista romana, e per essa getterà via l’indipendenza, che tanto le era stata cara e alla quale numerosi beni aveva fin ora sacrificati.

Pur troppo, il mutamento non le sarà apportatore di fortuna. La Grecia diventava provincia romana in un momento critico della storia della grande Città laziale, ora assurta alla onnipotenza di metropoli mediterranea. La Grecia diventava schiava per sempre nell’atto stesso in cui Roma usciva da un periodo veramente grave della sua istoria: da una insurrezione generale dei Paesi mediterranei, che per circa mezzo secolo (dal 201 al 149) essa si era illusa di dominare con l’esercizio di una mite, indiretta, egemonia. A un tratto il grande sogno dei suoi maggiori politici — dei Flaminini, degli Scipioni — era crollato. Le più remote e diverse contrade del mondo mediterraneo le si erano rivoltate tutte insieme, come al richiamo di un segnale convenuto — e le due Spagne, e Cartagine e la Macedonia, e la Grecia —, e l’avevano inchiodata alla croce di una guerra quasi ventennale, che, come la Seconda Punica, era tornata a devastare le risorse della Repubblica, e più volte aveva messo in pericolo il destino di un impero faticosamente conquistato. Appunto per questo Roma, adesso, abbandona ogni pietà, e non esita a schiacciare la rivolta — ferocemente — col flagello e con la spada, col ferro e col fuoco. Sotto la raffica della sua implacabile vendetta si abbatterono Cartagine, Corinto, Numanzia. N’è consigliero, e artefice, al tempo stesso, il più mite, il più squisito degli spiriti dei Romani del tempo — Scipione l’Emiliano —: segno che non era più lecito condursi in modo differente. Pur troppo, è nelle mani di questa implacabile e feroce virago, odiatrice del molle ellenismo di cinquant’anni prima, che cade ora, anch’essa, la Grecia, vinta a Scarfea e a Leucopetra, schiantata a Corinto, e per oltre un secolo espierà sanguinosamente tutte le imprudenze e le leggerezze passate[292].

Ma la Grecia — e non soltanto quella balcanica — ha altresì la sventura di passare sotto il dominio di Roma, allorchè nella società italica si è già compiuta una trasformazione profonda, che, con le sue ripercussioni farà sanguinare tutte le province romane, sino al giorno, che ormai sembra follia sperare, dell’avvento dell’Impero.

Ed infatti, l’Italia del II-I sec. a. C. è un Paese, nel quale le antiche occupazioni indigene sono state abbandonate, quasi del tutto, per sempre. Le vecchie forme dell’agricoltura sono andate in rovina; l’introduzione della mano d’opera servile, che le guerre gigantesche hanno fornito in gran copia; le guerre stesse, che hanno distrutto la piccola e media proprietà; le devastazioni annibaliche; la concorrenza dei prodotti di province assai più ricche e feconde: queste ed altre cause minori hanno fatto sì che la tradizionale agricoltura italica perisca. La grande crisi, di cui l’età dei Gracchi ci sarà testimone, è la conseguenza di un così molteplice processo. Nè più l’Italia riesce a ripiegarsi verso la terra. Le province, il commercio, la speculazione sono ora motivi più lucrosi di guadagno, e per essi l’antica Italia agricola diventa quello che suol dirsi un grande Paese mercantile[293]. È l’età in cui prorompe — talora, per vie coperte, tal’altra sfacciatamente —, ai primi posti della vita pubblica, quella classe che sarà detta dei cavalieri, ossia dei capitalisti, dei nuovi arricchiti.

Sorte non diversa dell’agricoltura subiscono le manifatture e le industrie proprie della vecchia Italia — l’Italia etrusca e greca —, la cui tradizione non si era mai perduta fino a Q. Fabio Massimo e al primo Scipione. Prevale ora, su tutto, la frenesia della speculazione e del commercio; trionfa, su ogni altra classe sociale, la così detta plutocrazia, produttrice di ricchezza, ma di preferenza speculatrice sulla produzione altrui, talora a danno di questa produzione medesima, ed essa lega, trascina, verso quelli propri, gl’interessi della maggior parte della società romana[294], e nelle sue mani stritola il mondo intero, che da Roma dipende, e che a Roma essa finisce di asservire.

In questa situazione di spiriti e d’interessi ha radice l’imperialismo, politico ed economico, romano, che si disfrenerà implacabile fin dalla metà del sec. II a. C., ma in modo particolare nel secolo successivo, da Sulla a Cesare, nell’età delle grandi guerre orientali, mitridatiche, civili, galliche. In tutto questo periodo, mentre i generali romani e i capipartito guideranno gli eserciti: mentre decine di migliaia di soldati mercenari combatteranno contro i nemici di Roma o contro quelli del loro duce improvvisato, si formerà il concetto e si stabilirà saldamente la pratica, che tutto il carico della guerra e dell’impero, tutto il privilegio e il capriccio di Roma e dell’Italia romanizzata devono pesare sui provinciali.

Nel pieno cuore di questa età procellosa cade l’ingresso della Grecia nel novero delle province della Repubblica.

Le contrade greche cominceranno ad apprendere da Sulla, durante la prima guerra mitridatica, quanto costi l’orgoglio del dominio romano. Al generalissimo, intento all’assedio di Atene, la Beozia sarà costretta a spedire ben 10.000 muletti carichi di provvigioni; l’Attica, e la Megaride, a fornirgli il legname delle foreste abbattute; i templi di Epidauro, di Delfo, di Olimpia, a vuotarsi dei tesori, accumulati faticosamente per secoli, nella gloria di lui e del popolo romano. Più tardi, allorquando, durante la seconda guerra civile, Pompeo con uno sforzo supremo s’accingerà a contrastare il passo al fortunoso e audace avversario, tutta, o quasi, la Grecia dovrà donargli il suo sangue migliore: e le Cicladi, e Corcira, e Atene, e la Beozia, e la Focide, e la Tessaglia, e l’Epiro, e Creta; e tutte le città verseranno somme considerevoli nel grembo del generale romano, un tempo più felice di Sulla, ora flagellato crudelmente dalla fortuna[295]. La nuova guerra civile dei triumviri, Ottaviano ed Antonio, contro gli uccisori di Cesare, farà di nuovo contorcere la Grecia in uno spasimo di disperazione. La Grecia aveva favorito la riscossa dei tirannicìdi del 15 marzo 44. Or bene, dopo Filippi, i vendicatori dell’eccidio di Cesare dichiareranno, è vero, di volersi mostrare clementi. Ma uno di essi, Marco Antonio, si farà ripagare la propria personale generosità con circa un milione di lire, quale strana dotazione di un suo eccentrico fidanzamento con la dea protettrice della città di Atene....[296]. Ma egli stesso si ricorderà bene dei torti, un giorno condonati alla Grecia, dieci anni dopo, alla vigilia della guerra di Azio. Allora Antonio mancava di rematori per le sue navi; farà quindi catturare, per ogni parte dell’Ellade, i viaggiatori, i mulattieri, i mietitori e quanti potevano essere atti al mestiere dei remi[297]; mancava di vettovaglie per l’esercito e per la flotta, mancava di bestie da soma e di schiavi pei trasporti; saranno quindi gli abitanti, a colpi di flagello, obbligati a trasportare a braccia, e non per una volta soltanto, il grano occorrente ai suoi uomini[298].

L’uragano devastatore si placherà in sullo scorcio dell’ultimo secolo innanzi l’êra volgare; ma allora esso avrà schiantato e distrutto, per gran parte, la ricchezza, la vita, l’onore di tutto il mondo, da Roma trionfalmente asservito, con la violenza delle armi o con l’abilità della diplomazia.

I divoratori delle provincie.

L’organizzazione delle province, escogitata dalla Repubblica romana, fu, teoricamente — senza dubbio — migliore della sua trista fama. Le province pagavano imposte dirette — decime e stipendia —; pagavano numerose imposte indirette, i cui proventi, però, venivano ora impiegati, non più a beneficio della regione, ma a vantaggio del lontano fisco romano. Ma il terribile male, di cui soffrirono le province, non istava nella teorica norma legislativa, sibbene negli abusi — infiniti — di coloro che erano delegati ad eseguirla o di quegli altri, che speculavano sulla esecuzione.

Fra i primi figurano, e al primo posto, i governatori. I governatori si recavano in provincia, dopo avere speso somme enormi per conquistarsi, attraverso lunghi anni, la popolarità, per varare le loro gratuite magistrature di questori, pretori, consoli, per averle esercitate con dignità, o, più spesso, con isfarzo. La provincia quindi doveva essere, per loro, il campo opimo di risarcimento e di rifacimento di tutti i loro dispendi, troppe volte, anzi, di tutti i loro sperperi. E colà, armato di un potere assoluto — vicereale — esente da tutte le limitazioni, che incombevano sui magistrati in Roma, il governatore romano non esitava a speculare e a frodare sui suoi amministrati, a proposito di ogni cosa e di tutto: dell’acquartieramento delle truppe, dell’alloggio, dovuto o preteso per lui stesso, pei suoi impiegati, pei suoi aiutanti, pei suoi medici, pei suoi sacerdoti, delle requisizioni, della ripartizione e della percezione delle imposte, dei giudizi, dei testamenti, delle opere militari.... Perciò vediamo Cicerone, dopo il governo della Cilicia — un proconsolato, che, rispetto alle consuetudini del tempo, passò come uno dei più singolarmente onesti — riportare in patria un guadagno netto di circa mezzo milione di lire[299]; Verre, che fu un tipo, e non, come erroneamente si crede, un’eccezione[300], riportare dalla Sicilia circa 10 milioni[301]; Sallustio, il moralissimo Sallustio, rovinato dai debiti di una vita dissipata, preposto, nel 46 a. C., da Cesare all’amministrazione della Numidia, o, come si esprime un antico, più propriamente, alla rovina di quel Paese[302], dopo due anni di governo, tornare a Roma quasi impacciato dalle proprie ricchezze, a edificarvi un palazzo senza rivali, a piantarvi giardini, l’uno e gli altri giudicati, più tardi, degni del soggiorno imperiale, e le cui terme, gli acquedotti, il tempio, il Circo, le statue, i colonnati ci offrono ancor oggi, coi loro ruderi, un esempio dei più mirabili monumenti dell’arte antica.

«È difficile dire», esclamava una volta Cicerone[303], «fino a qual segno noi siamo odiati dai provinciali a motivo dell’ingordigia e dell’iniquità dei magistrati, che abbiamo in questi ultimi anni delegato al loro governo. Quale tempio ha loro imposto rispetto? Quale città è stata per essi sacra? Quale domicilio, sbarrato a sufficienza? Le città, un tempo ricche e prospere, sono da costoro ricercate in modo speciale, e ad esse si muove guerra per aver campo di poterle saccheggiare».

Ma Cicerone si riferiva all’esercizio normale del governo delle province, allorquando tutti i mali, di cui queste soffrivano, dipendevano solo dall’applicazione rigorosa del concetto, essenzialmente romano-repubblicano, che ai magistrati inviati da Roma toccava affermare, in tutta la sua assolutezza, il dominio della città ch’essi rappresentavano[304]. Di assai peggio toccò alle province tra l’infuriare delle numerose guerre civili, allorquando, venuto meno ogni freno giuridico, sia pur nominale, i luogotenenti della Repubblica, operavano ciascuno per proprio conto, a null’altro mirando che ad eccitare, ad esaltare la bravura dei soldati, ad accaparrarsi a qualsiasi prezzo la loro fedeltà, a procurarsi gl’istrumenti necessari della vittoria o della salvezza.

La conquista divenne allora un vero e proprio flagello, e l’amministrazione, un bottino, sistematicamente organizzato.

Sarà questo il tempo in cui Cesare largirà a ciascuno dei suoi veterani 2.000 sesterzi e 300 a ciascun cittadino romano, che volesse serbarsi neutrale; il tempo in cui salderà le spese occorsegli durante la terza fase della seconda guerra civile, imponendo ai senatori pompeiani di Utica il tributo di oltre 25 milioni di lire e vendendo all’asta pubblica un milione di Galli; il tempo in cui egli stesso potrà versare nelle casse dello Stato 150 milioni e, nel suo tesoro privato, 20 milioni di lire. Sarà questo il momento in cui lo stoico e morigerato Cassio caverà dal miglior sangue e della Giudea, un tributo di ben 4 milioni, e poichè quei debitori, improvvisati d’ufficio, non si sbrigavano, ordinerà la messa all’incanto di ben quattro città[305].

Tutto ciò, senza calcolare i profitti privati dei legionari e degli ufficiali, i gravami straordinari per esaudizioni di voti, per allestimenti di giuochi pubblici, per nuove costruzioni edilizie; tutto quel contorno di fuochi di gioia, che, volta per volta, accompagnavano l’ebbrezza della vittoria, i fumi del trionfo, e spremevano lagrime di sangue dalle pupille inaridite dei provinciali.

Nè il governatore era solo. Con esso accorreva nella provincia un largo e numeroso stuolo di legati, questori, prefetti, interpreti, littori, mezzani elettorali, amici, «gente tutta egualmente affamata, cui la provincia doveva fare o rifare un patrimonio e per cui doveva rappresentare quasi un’oasi, nella quale, non solo si avevano a godere tutti i possibili diletti, ma si dovevano eziandio fare le provvigioni ed i rifornimenti per proseguire a miglior agio il lungo cammino della vita pubblica e dell’esistenza»[306].

Al governatore e alla sua coorte si aggiungeva quell’orda funesta, d’intermediari fiscali, che furono in provincia i pubblicani. Roma antica non ebbe per secoli un servizio di Stato per la riscossione delle imposte. La Repubblica preferì appaltare altrui tale ufficio, e si servì all’uopo di grandi compagnie di cavalieri romani: i così detti pubblicani. Era quindi naturale che costoro, forti della loro qualità di cittadini romani e della solidarietà del governatore e del governo, cercassero di rifarsi larghissimamente sui provinciali delle somme che essi si erano obbligati a versare all’erario romano[307]. Ma le soverchierie, le violenze, gli abusi divennero infiniti il giorno, in cui, nel 122 a. C., un’incauta, o, piuttosto, temeraria legge di Caio Gracco fece passare nelle mani dei cavalieri quegli stessi giudizî penali, cui gli ingordi percettori di tributi in provincia, potevano finora soggiacere.

Gli esempi dei loro metodi furono veramente impressionanti, e noi avremo più innanzi a riferirne parecchi, relativi a città greche amministrate da Roma. Ma, già fin dal II secolo a. C., è divenuta proverbiale la ferocia dei pubblicani, che giungevano sino a fare schiavi per debiti i provinciali insolventi[308], inaugurando colà dei sistemi di giustizia civile, che in Italia erano stati da tempo aboliti. «Strappateci», perorerà L. Licinio Crasso, in sullo scorcio del II secolo a. C., propugnando la restituzione del potere giudiziario ai senatori, «strappateci dalle fauci di costoro, la cui sete di sangue non riusciamo più a spegnere!»[309] Cicerone ribadirà: «Non esiste nazione che non abbiamo salassata fino all’esaurimento, o così ferocemente domata, da cavarle la voglia di piatire, o così fortunosamente pacificata da aver resa lieta del nostro trionfo e del nostro governo»[310]. «Noi, concedendo ai pubblicani la più intera libertà d’azione, roviniamo i popoli che abbiamo il dovere di proteggere.... Tempo fa apprendemmo dai nostri concittadini di quante sofferenze siano essi motivo ai provinciali: allorquando, infatti, si trattò di sopprimere parecchi pedaggi italici, dovemmo rilevare come le querele non si volgessero tanto contro la natura dell’imposta, quanto contro gli abusi dei delegati alla sua percezione, e le grida di dolore dei cittadini romani in Italia non possono non avvisarci, in modo troppo eloquente, delle dure sorti degli alleati, che stanno ai confini dell’impero»[311]. «Dovunque», s’esprimerà più tardi Livio, «entra un pubblicano, ne esce ogni garanzia di dritto pubblico, ogni libertà per gli alleati»[312].

Ma i cittadini romani e gli Italici non si recavano in provincia solo per governare o per riscotere imposte. Le province erano altresì un campo meravigliosamente fertile di affari e di profitti. Gli Italici venivano a contendervi ai provinciali le industrie, i commerci, i mestieri locali, a privarli della terra avita. Questo sistema, questo spodestamento economico dei vinti, non era lasciato soltanto all’iniziativa privata. Veniva diretto e organizzato dal governo romano. Dovunque la repubblica s’imbattè in un grande centro economico straniero, essa non pensò che ad abbatterlo o a sostituirlo. Così perirono Cartagine e Corinto; così perì Marsiglia, controbattuta, sin dal 118 a. C., dalla romana Narbona, poi da tutta una folla di colonie romane, che Cesare fondò nella contrada: Bézier (Colonia Julia Septimanorum Baeterrae), Fréjus, Arles, Orange, Vienne, Valenza[313]; così decaddero o si spensero Neapoli, sopraffatta da Pozzuoli; Taranto ed Epidauro, da Brindisi e da Apollonia. L’Impero continuerà questa particolar forma di politica repubblicana. Se la Repubblica aveva vietato alla Gallia Narbonese di coltivare la vite e l’ulivo[314], l’Impero estenderà il divieto a tutte le province dell’Europa centrale e settentrionale[315]. E se la Repubblica aveva schiantato Cartagine, l’Impero distruggerà Aden, centro del commercio dell’Africa orientale sino allo Zanzibar e alle Indie[316].

Poi, sulle terre devastate, sulle città impoverite, sul deserto sparso di sale, calavano gli usurai Italici, e si aggiravano tra le ombre dei superstiti, a offrir denaro, a prestarne loro ad interesse, a fare, tra la povertà dei vinti, negozio sfacciato della male acquistata ricchezza[317].

La consorteria dei dominatori.

Tutto questo affaccendarsi di attività private audaci e malsane non poteva seguire senza la complicità, palese o manifesta, del senato, a Roma, e dei governatori, in provincia. E fu questo appunto l’aspetto più sinistro del regime provinciale romano finchè durò la Repubblica. Mai, come sotto l’egemonia di Roma repubblicana, la solidarietà dei Romani della metropoli con tutti i loro concittadini, sparsi pel suo vasto impero coloniale, fu così perfetta ed iniqua. Mai, come sotto il suo regime, l’interesse, l’ingordigia dei cives romani furono identificati con le supreme ragioni di Stato e vennero preposti ai più sacri affetti di uomo, di genitore, di figliuolo, di madre. Le lettere che i più onesti, autorevoli romani spedivano dalla Città eterna ai governatori delle province, sono piene di raccomandazioni perchè essi favoriscano in ogni modo gli affari dei loro amici in provincia[318], e che in loro grazia tengano chiusi uno, o tutti e due gli occhi della loro non difficilissima probità amministrativa.

E che favori si fossero quelli, su cui i più onesti chiedevano la benevolenza dei governatori, noi lo rileviamo dallo stesso carteggio, a questo proposito assai interessante, di Cicerone. «Le vostre raccomandazioni», gli risponde una volta uno dei suoi sollecitati, «le vostre pretese mi riescono assai gravi.... Sono questi, dunque, i vostri clienti? Queste le vostre protezioni? Voi raccomandate un uomo crudelissimo, che ha assassinato, derubato, ruinato innumeri liberi, madri, cittadini romani, che ha devastato intere contrade, uno scimmione feroce, un uomo vilissimo.... Che cosa risponderò a coloro che ne hanno avuto i beni dilapidati, i fratelli, i figliuoli, i genitori assassinati, e anelano giustizia riparatrice?...»[319]. Eppure, anche questa volta il lontano amico concludeva col dichiararsi, non ostante tutto, disposto ad obbedire e ad esaudire la piena volontà del sollecitatore: «Faciam omnia sedulo quae te sciam velle....»[320].

Tale situazione subì un crescendo continuo dal penultimo all’ultimo secolo della repubblica, per cui, se i rapporti fra cittadini e provinciali ebbero a modificarsi, fu solo nel senso di un’oppressione più dura, che, cominciata con lo sfruttamento delle cose, terminò col salasso più spietato delle persone. «Nell’ultimo secolo della Repubblica», scrive un moderno, «tutto il grande commercio è in potere dei Romani; tutto il numerario circolante esce dai loro scrigni o si apparecchia ad entrarvi»; ed essi s’intendono a meraviglia fra loro, e hanno dalla loro parte i pubblici ufficiali, congiurati insieme a ruinare le province ed a porle in istato di fallimento universale. Il loro scopo è di accumulare e di godere; i loro mezzi, l’astuzia e la violenza; i loro ausiliari, la legge e l’amministrazione. Il mondo intero è divenuto teatro del loro saccheggio universale...»[321].

Del resto, con che animo o con che mezzi avrebbero le autorità competenti — qualora lo avessero voluto od osato — potuto rendere giustizia ai provinciali?

«Grandi ostacoli», scriveva Cicerone al proprio fratello, «grandi ostacoli frapporranno i pubblicani alla tua buona volontà e alla tua sollecitudine. Combatterli apertamente equivarrebbe ad alienare da noi e dalla Repubblica una categoria di persone, verso le quali, come privati, siamo tenuti da obblighi non lievi e che noi stessi riconciliammo col governo attuale. Lasciarli fare liberamente equivarrebbe a sancire la rovina dei popoli, che abbiamo il dovere di proteggere e di rendere felici». Agire, quindi, in favore dei pubblicani, senza ruinare la provincia «sarà veramente la massima tra le difficoltà del tuo governo....»[322]. Ma la giustizia, resa dai governatori provinciali, era locale e transitoria; l’appello ai giudici romani od al senato, troppo lontano ed inefficace, mentre il salasso, inflitto loro dagl’Italici, era universale, perenne, onnipresente! I vinti o le città spogliate si trovavano, novantanove volte su cento, nell’impossibilità di inviare un’ambasceria, di sostenere un giudizio, e dinanzi alla rete d’influenze e d’influenzatori, che avvinghiava patroni, avvocati e giudici, le risorse dei ruinati non potevano non essere insufficienti; le loro speranze, pretenziose e fantastiche.

Indiscutibile apoftegma dei dominatori era questo: che il giudizio sulla condotta dei Romani nelle province, non poteva non essere riserbato a Romani. Che peso potevano avere, al confronto, i risentimenti e le opinioni dei provinciali? Nulla, quindi, di singolare se molti tra i più virtuosi romani, fra i più puri spiriti repubblicani — Cassio, Bruto, ed altri con loro trattarono le province con una durezza veramente stupefacente, non solo per noi moderni, ma per moltissimi di altri loro contemporanei, che certo non li valevano. Essi si ispiravano alla più pura teorica della amministrazione repubblicana, quella teorica, che l’Impero comincerà a mitigare, a svalutare, attirandosi, per questo le censure dei vecchi romani temporis acti. Che i governati non trepidassero all’arrivo d’un ufficiale romano; che dei cittadini romani potessero venir gravati di processo, al solo primo reclamo di un gruppo di provinciali; che questi, anzi, avessero riconosciuto il diritto di reclamare, era, per il repubblicano del buon tempo antico, indice sicuro di debolezza civica, di sùbita protervia, di sopravvenuta, deplorevole corruzione[323].

Vane e disperate erano dunque le proteste e le querele, ma — ciò non si era preveduto — esse finivano per riaprire e inacerbire le piaghe medesime dei querelanti. — È stato notato altra volta, dirà Cicerone, che, qualora i giudizi contro i concussionari «non esistessero, ciascun magistrato porterebbe via dalle province solo quanto reputasse necessario per sè e per i suoi figliuoli. Oggi invece che tali giudizi esistono, egli porta seco — e la cifra raggiunge altezze vertiginose — quanto fa d’uopo ai suoi protettori, ad suoi avvocati, al pretore, ai giudici.... Or bene, è possibile soddisfare alla cupidigia del più ingordo fra gli uomini, ma non lo è egualmente procurare il necessario al buon successo di un giudizio, più pernicioso di tutte le rapine....»[324].

Quanto, per gli infelici, non era preferibile giungere, rassegnati, le mani e serrare in silenzio le labbra, praticando, consapevoli o no, quelle norme di rassegnazione cristiana, che sprizzavano dalle viscere stesse delle cose e che attendevano solo la voce fatidica di chi le raccogliesse e le promulgasse!

L’organizzazione provinciale delle terre elleniche.

Quale fu, in particolare, la sorte che Roma fece alle varie contrade elleniche, cadute sotto il suo dominio?

Buona parte della Grecia peninsulare fu incorporata senz’altro alla già esistente provincia di Macedonia: l’Epiro, le isole Ionie, i porti greci d’Illiria. La Grecia propria, ossia la Grecia di mezzo e meridionale, perduto il glorioso nome di Ellade e assunto quello di Acaia, forse in memoria dell’ultima contrada, che aveva guerreggiato con Roma, venne sottoposta a tributo[325] e affidata alla sorveglianza del governatore della Macedonia, in una singolare forma di soggezione politica, che stette fra la servitù provinciale e il protettorato moderno. Ma una buona parte del territorio — quello delle città che più tenacemente avevano resistito a Roma — venne dichiarata, come si diceva, agro pubblico, ossia strappata agli antichi proprietari, e fatta dominio diretto del popolo romano. Così avvenne certamente nella Corinzia, nella Beozia, nell’Eubea, ed in altre meno famose contrade. Noi conosciamo, in modo abbastanza particolareggiato, quello che in simili casi soleva avvenire. Ce ne avverte il ricordo di quanto era toccato alla cittadina beotica di Tisbe, dopo la terza Guerra macedonica, dopo il 168, allorquando, tuttavia, la Grecia non era ancora divenuta provincia romana. Un’apposita commissione si era recata colà, a «riformare» il vecchio ordinamento, economico e politico, della città. Il territorio dei Tisbensi, era stato dichiarato demanio pubblico del popolo romano, che lo aveva ceduto, ma solo in locazione, agli antichi proprietari, i quali perciò avrebbero versato un periodico tributo. Buona parte della popolazione — tutti i cittadini non chiaramente favorevoli a Roma — era stata esclusa dalla pienezza dei diritti politici, dalle magistrature, dai sacerdozi, a cui potevano aspirare soltanto gli amici dei Romani. Le mura della città erano state demolite, e la residenza sull’acropoli, concessa soltanto a cittadini tisbensi dimostratisi indubbiamente fedeli[326].

Sorte uguale toccò, dopo il 146, a buona parte della Grecia. Ma le circostanze più gravi, nei rispetti politici, non furono l’improvvisa perdita della libertà, non lo smantellamento delle fortezze, il disarmo degli abitanti, e neanche la devastazione d’interi territori, o il feroce trattamento usato alla popolazione — in parte asservita e venduta schiava —, non la confisca violenta della gloria secolare dei tesori artistici (cose tutte che seguirono immediatamente alla guerra); fu specialmente il divieto delle antiche confederazioni, nonchè, a ciascuna città, di qualsiasi forma di rapporti, civili ed economici, con le sue vicine o con le antiche alleate. La nazionalità greca era per tal modo atterrata e frantumata: la vita dei singoli municipii, spenta o soffocata!

Quello ch’era toccato alle città il cui territorio veniva confiscato, toccò anche a tutte le altre, che vennero semplicemente sottoposte a tributo. I loro ordinamenti municipali subirono una violenta, radicale trasformazione. Le secolari democrazie furono abolite, e ovunque sostituite con governi oligarchici[327], che, non le singole condizioni locali determinavano, ma venivano forzatamente e meccanicamente imposti dal di fuori. Le antiche assemblee popolari, che qua e là sopravvissero, ebbero ritolto l’antico potere legislativo, e spettò solo ai magistrati formulare quelle proposte di legge, che un tempo erano state gelosa prerogativa di ogni cittadino[328]. Dietro i magistrati stava poi lo Stato romano, nel cui interesse ogni, più o meno ardita, iniziativa municipale doveva ritrarsi e disparire.

Tra la folla dei Comuni sudditi e tributari, esistevano, è vero, in Grecia, come in tutte le province romane, città privilegiate: le così dette città libere, sia sotto la forma di città alleate (foederatae), sottomesse cioè all’osservanza di un patto speciale con Roma, prezzo della serbata libertà, sia sotto l’altra di cittadine libere sine foedere. Atene e Sparta, innanzi ogni altra, godevano di questa ambita e privilegiata condizione. Ma quale singolare libertà non era quella ad esse consentita! La loro costituzione era, come per tutte le altre, fissata, una volta per sempre, da Roma, e la loro sedicente libertà consisteva nel potersi muovere entro il visibilissimo telaio di questa gabbia dorata[329]. Inoltre le città libere restavano legalmente obbligate a prestazioni gratuite di vascelli e di truppe, a forniture di grano a corso forzoso, all’ospitalità verso i funzionari e le legioni romane in viaggio[330]; talora, sebbene più di rado, al versamento delle imposte consuete delle province[331]; in ogni caso, al di sopra di tutto e di tutti, imperava, invisibile, onnipossente, la Maestà del nome romano.

Nei termini del trattato con Roma era infatti inserita la formula consueta di salvaguardia dell’arbitrio romano — maiestatem populi romani comiter conservato[332]; e lo stesso voluto equivoco della dizione lasciava la misura della indipendenza delle «libere» città greche all’arbitrio del più forte. In grazia sua queste obbedivano di fatto ai proconsoli, ricevevano ordini da Roma, sottomettevano al governatore gli atti della propria amministrazione, inviavano annualmente una deputazione al senato per invocarne la decisione degli affari più intimi, senza che per questo potessero appellarsi ad alcunchè di solido il giorno in cui il buono o mal talento della lontana dominatrice avesse voluto dar di frego al concesso, grazioso privilegio[333].

Ma più di tutto amara e gravosa riesciva, anche per loro, quella trasformazione in senso oligarchico delle secolari istituzioni cittadine, che veniva ad equipararle senz’altro alle città suddite[334]. Atene, la città autonoma per eccellenza[335], vide così, all’estrazione a sorte dei suoi magistrati, sostituita l’elezione fra poche centinaia di elettori censiti e restituito all’Areopago l’antico potere di controllo politico[336], che a mezzo il V secolo era caduto sotto i colpi della democrazia ateniese, guidata da Efialte e da Pericle. Per tal guisa, fin dai primi anni dell’Impero, la decimata assemblea popolare, sovrana in principio ed impotente in realtà, fu vista ridurre le proprie attribuzioni ai decreti di elogi e di onori suggeriti dall’alto, e l’antico Consiglio cittadino, ridotto di numero, tramutarsi in un corpo esclusivamente, o quasi, di parata, mentre i magistrati serbavano solo le più ovvie tra le funzioni amministrative.

Come se ciò non bastasse, la politica estera delle città «libere», tal quale era già toccato alle cittadine dell’Italia romana, venne ora compressa e soffocata entro limiti intollerabili. Al pari delle città suddite, esse subivano il divieto sia di comunicare con altre città, sia di stringere alleanze di qualsivoglia genere[337]. Per tal guisa, soffocate all’interno e all’estero, fissate su rotaie salde ed incrollabili, ognora impedite di manifestare i pensieri ed i desiderî più innocui, le sedicenti città libere potevano dirsi tali soltanto di nome[338]. Eppure l’antico regime municipale, come del resto ogni regime politico, per vivere e per generare quei meravigliosi effetti, di cui le innumeri autonomie locali erano state capaci nella Grecia classica, avea bisogno di un’indipendenza quasi assoluta: la subordinazione a un potere estraneo e cervellotico, l’osservanza di norme artificiose, colpivano i suoi organi e le sue funzioni più vitali, ne provocavano la decadenza e la corruzione[339].

I Romani in Grecia.

Accanto a questa teoria, vi fu, al solito, l’assai più lugubre pratica. Quale si dimostrò nella Grecia, ridotta a provincia, il contegno dei Romani?

I magistrati romani, anzi i semplici luogotenenti, traversavano la Grecia, sia spillando danaro alle città immiserite, sia costringendo le autorità locali ad obbedire alle loro intimazioni, sia saccheggiando manu militari i tesori e i capolavori artistici delle metropoli e dei templi, nel silenzio complice o condiscendente del governo e dei suoi governatori.

P. Gabinio Capitone, sia nella qualità di luogotenente, come nell’altra di comes di Sulla, aveva tosto approfittato della partenza del suo generale per arricchirsi, a furia di quelle violente estorsioni, che certo non erano state sua originale invenzione. Lui aveva imitato il giovane ufficiale sullano Caio Antonio Ibrida, infausto proconsole della Macedonia e dell’Acaia, sotto lo specioso pretesto di ammannire una degna pena alle città già defezionate al nemico. In Grecia, Verre, il famigerato Verre, attingerà l’esperienza delle sue future gesta di Sicilia. Ivi egli comincerà con l’estorcere alle città statue e capolavori di arte, e, quando ne sarà sazio, si darà ad operazioni più prosaiche, ma non meno lucrose. Imporrà a Sicione un indebito tributo in danaro, e il primo magistrato cittadino, che avrà l’audacia di contrastargli, sarà messo sotto chiave in uno stambugio, e, perchè sangue non venisse sparso, si adoprerà il fumo delle legna verdi a fargli subire un lento e persuasivo processo d’asfissia. Indi spoglierà il Partenone del suo oro, Delo delle meravigliose statue di Apollo, Diana, Latona, e continuerà la sua via di rapine e di fervidi ritrovati, navigando alla volta delle colonie elleniche dell’Asia Minore, ove, con l’occhio fisso a più superbi destini, si recava ad accompagnare il propretore della Cilicia[340].

Finora non si era trattato che di novellini alle prime armi o di ufficiali romani in viaggio; ma tutti costoro doveva, senza tema di scapitarci, superare il proconsole del 57 a. C., L. Calpurnio Pisone.

Già scaltrito nei segreti dell’amministrazione, Pisone rinnoverà, in Macedonia e in Grecia, in una volta sola, tutti gli eccessi, di cui già molti altri governi provinciali solevano oramai rendersi colpevoli: e l’indebita percezione delle granaglie, e la scorretta amministrazione giudiziaria, e l’imposizione di nuove tasse ad esclusivo vantaggio del governatore, e la violazione delle più gelose libertà personali e municipali, e la rapina dei capolavori d’arte[341], e innumeri altri consimili abusi. «Egli», dirà, accusandolo, Cicerone, «ha abbandonato la Macedonia alle rapine dei Traci e dei Dardani perchè potessero cavarne la somma, a prezzo della quale avea venduto loro la pace...; egli ha estorto delle somme ingenti a Durazzo, ha spogliato i Tessali, imposto un nuovo tributo annuo agli Achei, derubato loro e i loro templi delle statue, dei quadri, dei capolavori d’arte.... Ha così sfruttato, vessato, dilacerato l’Acaia, la Tessaglia, Atene, Durazzo, Apollonia, Ambracia...; ha fatto scempio dell’Epiro, della Locride, della Focide, della Beozia; ha mercanteggiato l’Acarnania, l’Amfilochia, la Perrebia, l’Atamania; ha abbandonato ai barbari la Macedonia, mandato in rovina l’Etolia, scacciato dalle loro terre i Dolopi e i popoli confinanti....»[342].

A tanto crudele destino non isfuggirono le città alleate e «libere». Fra Roma e queste città, non poteva darsi parità di relazioni. Quali che si fossero i termini degli accordi reciproci, era ingenuo supporvi un’eguale forza di obbligazione per amendue i contraenti. La dura realtà delle cose imponeva che l’esistenza, politica ed economica, delle città libere o alleate di Roma venisse mantenuta entro quei ristretti confini, che l’interesse ed i bisogni della grande metropoli reclamavano. Per ciò tutti i personali atti di devozione e di servilismo rimanevano talora assai lungi dal colmare la misura, tanto più che quelle città, sparse sul territorio provinciale, si trovavano, per dir così, a portata di mano, e, a differenza di quelle suddite, offrivano, col loro relativo benessere, maggiori incitamenti all’ingordigia peccaminosa dei dominatori. Così esse divennero zimbello delle voglie di tutti e di tutte le malversazioni degli ufficiali romani. Vedremo ciò che tenterà Verre in Sicilia; ma nel 57 a. C. il già citato governatore della Macedonia, Pisone, userà fare le città libere della Grecia oggetto particolare del proprio quotidiano saccheggio. Bisanzio, Apollonia[343], Durazzo, Atene, e con esse numerose altre del continente ellenico, anzi, per esprimerci col suo accusatore, tutte le città libere greche, provarono le carezze delle sue mani rapaci[344]. Persino Cassio, il severo Cassio, assalirà la «libera» Rodi, la saccheggerà, confischerà gli averi dei privati, truciderà i cittadini più cospicui....

«Quanti proconsoli, esclamava Cicerone, non sono entrati nelle città alleate, come irrompendo in una piazza forte, presa d’assalto, e ne sono usciti lasciando dietro di sè vestigia così eloquenti da far esclamare: ‘Si giurerebbe che vi sia passato, non un uomo, ma una belva feroce!’»[345]. Non è quindi a meravigliare se, nell’ultimo secolo della Repubblica, noi troviamo molte città alleate, da cui Roma si augurava di poter sempre ritrarre il miglior nerbo delle sue milizie, letteralmente incapaci a fornire i contingenti più esigui![346].

Su quella folla d’infelici scendevano, come dovunque, quotidiani, famelici avvoltoi, i mercanti, i capitalisti romani, gli uomini d’affari: i così detti negotiatores.

La Grecia fu, con la provincia di Asia, il maggiore e più sciagurato campo delle loro gesta. Gli Italici, massacrati per ordine di Mitridate nell’88 a. C., ammontarono, nella sola Delo, a circa 20.000[347]. Quarant’anni più tardi, Pompeo potrà reclutare, da Creta e dalla Macedonia, una legione d’Italici[348], due dall’Asia[349], da Cipro circa 2000 soldati[350], altri ancora dalla Tessaglia, dalla Beozia, dall’Acaia, dall’Epiro[351]. E dalla Grecia e dall’Asia è a noi, fra tanta esiguità di notizie, pervenuta la copia maggiore — una copia enorme, rispetto alle rimanenti province — di menzioni di società commerciali romane[352]. Or bene, tutta questa folla di Italici, domiciliati all’estero non erano in massima parte che speculatori, attirati fuori della patria dalla brama di formarsi un patrimonio o di accrescere quello di cui disponevano[353]. Essi non erano, in genere, che dei prestatori di danaro a interesse, pronti ad accorrere là dove la pubblica o privata miseria ne facesse probabile il guadagno e la fortuna. Tale era, pur troppo, la Grecia. Le guerre, le devastazioni, le requisizioni militari e tutte le altre cause, che abbiamo passate in rassegna, avevano ivi provocato o ingigantito la povertà, e la povertà avea costretto privati e municipi a gittarsi in un baratro di debiti. Ma gli obblighi, che i poveri ed i deboli contraggono con i ricchi ed i potenti, somigliano troppo ai patti che, nella favola esopica, le bestie più miti avevano stipulato col re della foresta. I capitali dei doviziosi vincitori furono messi a disposizione dei vinti, ma le usure ne riescirono enormi, ed acerrime, le conseguenze.

Nella prima metà del sec. I a. C., la città di Teno, non ostante la liberalità di taluni dei suoi creditori, non riesce a liberarsi dei debiti che la schiacciano[354]. Nella seconda metà dello stesso secolo, l’amico intimissimo di Cicerone, T. Pomponio, Attico, terrà in Grecia, legati agli uncini dei suoi prestiti, i privati e le città della Macedonia, dell’Epiro, dell’Acaia e delle isole greche, e, probabilmente rivestito delle guarentige e dei poteri della legatio libera, partirà in guerra, quasi si trattasse di nemici in armi, contro i suoi debitori di Sicione, intenzionato a farsi giustizia da sè, se il senato non fosse stato pronto a impedirne lo scempio. Attico era, in fondo, un onesto; ma uomini assai peggiori di lui si aggiravano a migliaia per le città greche: vampiri famelici e voraci, in caccia, non di prosperità, ma di quella miseria, che non avrebbe tardato a generare, per loro, ricchezza. Nè l’attività o le gesta dei così detti finanzieri italici si arrestavano all’industria del danaro. Essi, dicemmo, s’impadronivano degli ultimi resti della produzione e del commercio locale, dimezzando e contendendo agli indigeni le ultime briciole, le estreme risorse della esistenza.

Così la Grecia formicolava di Romani e d’Italici — coloni, operai, negrieri di carne bianca, temibili concorrenti dei pirati[355], trafficatori in bestiame, in grano, in vino, proprietari di terre, largite loro dalla guerra e dallo Stato, impiegati, ispettori, intendenti, subamministratori, che calavano vittoriosi a privare dell’aria e della luce gli agonizzanti della remota provincia, o, magari, letteralmente, a finirli. E nell’Ellade antica, non ostante il talora vantato filellenismo romano, noi rileviamo da per tutto quella caratteristica partigianeria dei governatori in pro degli Italici e a danno dei provinciali, che ribadiva le catene del loro servaggio e ne impediva la resurrezione futura.

Cicerone, che pure una volta si rifiutava di ottemperare alle richieste di Marco Bruto, non cessava di invocare servigi consimili da Servio Sulpicio Rufo, governatore dell’Acaia; e le sue insistenti raccomandazioni non si rivolgono ad una sola persona, ma sono indirizzate a tutta una folla di amici benevoli. Ma, se i più morigerati, come Cicerone, non esitavano a pretendere la rovina d’intere città, il cui destino, a loro modo di vedere, valeva bene l’attaccamento degli amici comuni[356], non diverso, noi abbiamo il diritto di affermarlo, doveva essere il tono delle raccomandazioni di tutti i più cospicui fra i contemporanei e i predecessori. Da per tutto, e da parte di tutti, un richiedere il privilegio per i concittadini e l’iniquità per i provinciali; da per tutto, uno spirito diffuso e sfacciato di clique, un ricorrere di transazioni, di concessioni, di permutazioni di favori, nel cui ingranaggio periva stritolata l’esistenza di un grande e fragile popolo.

Quale complicazione di effetti disastrosi tutto ciò dovesse arrecare, è facile arguirlo, allorchè si pensa che la Grecia era un Paese in decadenza, cui, invece di gabelle e vessazioni, sarebbe stato d’uopo largire le più delicate esenzioni di gravami, e sul quale ogni gravezza era un onere dieci volte più sentito e intollerabile che nelle rimanenti contrade. Allorchè alla Repubblica romana successe l’Impero, la Grecia non era più in grado di reggere alla prosecuzione dello scempio sesquisecolare, e i giustificati lamenti che da tempo risonavano alle orecchie dei Grandi di Roma, indussero il primo imperatore, Augusto, ad adottare i primi rimedi ai mali, di cui il Paese moribondo soffriva[357]. Poco più tardi, il meno ellenofilo dei principi romani, Tiberio, accoglieva per sempre la Grecia tra le privilegiate province imperiali![358].

La Sicilia greca.

Ma già, prima ancora che la Grecia vera e propria passasse sotto il dominio romano, eguale destino era toccato alle città greche della Sicilia. Le sorti della Sicilia greca coincidono esattamente con quelle generali di questa provincia, che era destinata a sperimentare uno dei regimi più duri, sul quale noi siamo, per indiscreta fortuna, informati con sufficiente larghezza[359].

Dei 68 municipi siciliani, esistenti nell’età di Cicerone, tre, tutti colonie greche, erano città così dette alleate, signore cioè (almeno teoricamente) del proprio territorio, e, se n’eccettui il caso, pur troppo non raro, di guerra o di altra necessità, esenti da imposte e da prestazioni, fra cui la più dura era la provvigione del frumentum imperatum, di cui avremo a parlare più innanzi. Cinque, di cui una ellenizzata, erano libere e immuni, cioè a dire in una condizione materialmente analoga alle città alleate, salvo che il loro privilegio, resultando, non già da un trattato, ma da una concessione, era semplicemente precario e la loro immunità non rifletteva l’intero territorio, ma solo quella sua parte ch’era coltivata dai cittadini dei municipi immunes. Trentaquattro altri comuni, fra cui non meno di tredici d’origine greca, erano decumani, cioè soggetti all’obbligo di fornire al governo romano 1⁄10 — la decima — di tutti i prodotti agricoli[360], che al solito non veniva esatto direttamente dallo Stato, ma indirettamente da appaltatori privati. Tutti i rimanenti, in numero, pare, di ventisei, fra i quali, dopo la seconda guerra punica, fu compresa la grande Siracusa, ed in tutto non meno di otto colonie greche[361], giacevano in sull’estremo scalino dell’abiezione provinciale e venivano denominati città censoriae. Il loro suolo, divenuto ager publicus qui a censoribus locari solet, era poscia stato restituito in locazione agli antichi proprietari, ma ciò, in seguito a un bando, che normalmente si teneva dai censori a Roma, forse perchè i concorrenti e i vincitori riescissero in prevalenza romani[362].

La maggior parte, dunque, della Sicilia era sottoposta alla decima. Ma per quanto onerosa si fosse questa condizione, i Siciliani non venivano lasciati in pace per così poco. Lo Stato sovrano poteva abbisognare di ulteriori contribuzioni, o, in sua vece, potevano abbisognarne il governatore ed i suoi numerosi attachés. La Sicilia era quindi costretta a fornire nuovi carichi di frumento, che, nel primo caso, veniva detto frumentum emptum, nel secondo, frumentum in cellam od aestimatum. E se anche il nuovo frumentum emptum non bastava ai bisogni del popolo romano, si ricorreva a qualche cosa come una terza decima — il così detto frumentum imperatum — talora più gravosa delle due precedenti e corrisposta, non già dai soli territorî decumani, ma anche dalle stesse città esenti dall’imposta ordinaria[363].

Tale la malinconica teoria: «giacchè, infatti, chiedeva Cicerone, una decima è stata prelevata in virtù delle leggi e delle consuetudini» e alla prima se n’è aggiunta una seconda per i bisogni della nostra sussistenza ed in virtù di un regolamento posteriore: poichè ogni anno si acquista grano in nome della repubblica, e se ne esige quotidianamente per i magistrati ed i loro dipendenti, quale parte del ricolto, per esigua che sia, credete voi che rimanga al contadino od al proprietario siciliano, di cui costoro possano disporre pel consumo o per la vendita?»[364].

Ma, al solito, il modo in cui i governatori solevano tradurre in pratica queste norme teoriche era assai più tremendo del loro ideale contenuto. Alla Sicilia — prima in ordine di tempo fra le province romane — s’era molto probabilmente voluta fare una condizione di favore. In Sicilia, secondo risulta da tutte le notizie relative all’amministrazione dell’isola, l’imposta principale — la decima — non era appaltata ed esatta dalle onnipossenti romane compagnie di pubblicani. La decima era appaltata, nell’isola stessa, dal pretore, a singole persone del luogo, cittadini romani o no: i così detti decumani. Si era voluto deliberatamente prolungare il regime tributario preromano a cui l’isola era avvezza da gran tempo[365]. Ma tanto liberale concessione metteva la provincia nelle mani del governatore, al di fuori del controllo e delle limitazioni, che su di lui poteva esercitare il senato o il censore romano. Sarà lui soltanto, il governatore, a presiedere le aggiudicazioni e ad assegnare gli appalti a chi vorrà; e, se altrove, talora, i pubblicani soverchiano il proconsole o il propretore, in Sicilia, questi tiene nel suo pugno la sorte delle città tributarie, ed entra a loro danno in combutta coi decumani, che egli potrà scegliere a suo talento[366]. Ecco perchè grande è il nostro errore nel ritenere quell’amministrazione di C. Verre in Sicilia, che si svolse fra il 73 e il 71 a. C., come un fatto transitorio ed eccezionale, come l’aberrazione mostruosa di un magistrato e di un uomo. Invece, secondo acutamente scriveva uno storico di quel periodo, «considerata nel suo complesso, malgrado tutte le sue colpe e al disopra di tutti i suoi non confessabili interessi», quell’amministrazione «sembrava dominata da un criterio direttivo: quello di affermare in tutta la sua estensione e in forma assoluta il dominio romano, di accentrare nel governatore tutta la direzione della vita amministrativa e giuridica della provincia»[367].

Non si trattava dell’opera individuale di Verre, ma di una pratica organicamente connessa con lo speciale regime amministrativo della Sicilia, di una pratica, quindi, costante ed universale, sì che le diffuse notizie che noi possediamo dell’infausto periodo dell’amministrazione di lui, debbono avere, ed hanno, in realtà, un valore più largo ed impersonale di quello che volgarmente loro si attribuisce, e debbono considerarsi come una preziosa miniera esemplificatrice delle vessazioni del governo e delle sue pratiche strabilianti.

La decima! La decima non era in verità che un pretesto od un pietoso velame destinato a nascondere cose assai peggiori. Talora essa valicava il doppio del legalmente stabilito, tal’altra, la metà di quello ch’era stato seminato, e non era impossibile che al coltivatore venisse, con facile rovesciamento di termini, lasciato solo il decimo del raccolto![368]. Nel distretto di Hibla, sotto l’amministrazione di Verre, era stata prelevata una quantità di grano sei volte maggiore del seminato. Da Herbita, la cui decima era stata fissata, un anno, in 18.000 (hl. 9000 ca.) e un altro anno in 25.800 medimni (hl. 12.500 ca.), i decumani avevano saputo spillarne ben 85.600 medimni e 2000 sesterzi per giunta. Dal solo municipio di Etna, essi ritraevano 300.000 moggia (hl. 25.000 ca.) e 50.000 sesterzi (L. 10.000) di utili[369].

Ma tanta mitezza di richieste si doveva unicamente alla temperanza dei percettori dell’imposta. L’appaltatore della decima — il decumano — avea ordinato Verre, era in facoltà di entrare senz’altro in possesso della quantità di frumento, di cui si fosse creduto in diritto, salvo all’agricoltore d’intentargli processo.... Consiglio cinicamente irrisorio! I membri del tribunale competente venivano reclutati tra i satelliti e i complici del governatore, e sede del giudizio era quella scelta all’uopo dal decumano, onde gli agricoltori dovevano abbandonare i campi e l’aratro e intraprendere la via crucis dei tribunali e dei litigi giudiziari....[370].

— «Bisognava» — scrive Cicerone, introducendo uno di quei suoi mirabili dialoghi, riboccanti sarcasmo, delle Verrine, coi quali il loro autore mirava a porre in evidenza tutta l’infamia del governatore romano, — «bisognava dare ad Apronio» (uno dei più feroci caudatari di Verre) «tutto quanto Apronio avesse richiesto».

— «Anche se avesse richiesto una parte superiore al ricolto?

— «Sicuramente», ed «i magistrati avrebbero dovuto sforzarvi l’agricoltore.

— «Ma era lecito reclamare?

— «Senza dubbio»; «ma presso il giudice Artemidoro...: l’alter ego di Apronio.

— «E, se l’agricoltore avesse dato meno di quello che Apronio chiedeva?

— «Sarebbe stato condannato a una multa quadrupla del suo debito.

— «Da chi?

— «Dagli integerrimi componenti la onorata coorte del pretore.

— «E poi?...

— «Poi lo si sarebbe accusato di aver dichiarato una proprietà minore della reale, e lo si sarebbe invitato a scegliere nuovi giudici per decidere sulla sua infrazione alla legge.

— «Nuovi giudici? E tra chi?

— «Sempre fra gl’integerrimi componenti la coorte del pretore!...» — [371].

Non una sola volta, infatti, gli agricoltori avevano tentato le sorti del giudizio[372], ma, ahimè, avevano troppe volte subito la dura prova delle sentenze del tribunale del pretore, o di altri non meno eloquenti surrogati....

Un siciliano, accusato di non avere fatto completa denunzia dei propri possessi, veniva condannato a consegnare, non un solo decimo, ma tutto il frumento delle sue aie[373]. Tre altri contadini venivano costretti a versare, a titolo di decima, una quantità di derrate superiore all’intero raccolto, e, poichè cotal pena era sembrata sì inconcepibile, da ritoglier fin la volontà dell’obbedienza, i loro poderi venivano messi a ferro ed a fuoco, e, quando uno di essi si accinse a protestare, il decumano non esitò ad impiccare l’audace! Espedienti su per giù analoghi placano gli spiriti temerari di due loro compagni di sventura. E tutto questo passava a Roma per esazione delle decime!

Ma se governatori, giudici e pubblicani adottavano coi privati trattamenti così sbrigativi ed inconfutabili, non meno eloquente era il metodo praticato con le città. Più volte queste usavano assumersi la così detta redemptio tributorum, usavano, cioè, riscattare il tributo, assumendo senz’altro l’appalto delle decime. Ma sì pietose intenzioni erano subito frustrate dalla ingordigia dei protetti del governatore, i quali (ed il caso si ripetè con scandalosa frequenza) chiedevano, per allontanarsi, somme e risarcimenti favolosi. I Termitani — citiamo di preferenza esempi tratti da colonie greche — che avevano voluto riscattare la decima cittadina, allo scopo d’impedire che il fortunato concorrente Venuleio si recasse sul posto, si erano dovuti obbligare a fornirgli 7000 moggia di frumento (hl. 600) e 2000 sesterzi (L. 500). Il poverissimo distretto di Lipari era fortunato di riscattare per 30.000 sesterzi (L. 6500) la sua decima di soli 600 medimni (hl. 300). Finalmente, gli Ennesi, dopo aver appaltato le decime per 8200 medimni (hl. 4000), dovevano corrispondere al solito Apronio 18.000 moggia di frumento (hl. 1500) e 3000 sesterzi (L. 600)[374], quale inevitabile pot de vin da versare nelle mani del concessionario.

Tutto questo per la prima decima! La seconda e la terza, del pari che le contribuzioni destinate al pretore, venivano (vivaddio!) risarcite dall’erario. Ma nè il prezzo era liberamente dibattuto dalle due parti, nè — l’abbiamo osservato, e non fa d’uopo insistervi — le obbligazioni teoriche della Repubblica romana differivano gran fatto da quelle tradizionali del leone verso le bestie minori della favola. Il frumentum emptum od imperatum era facile rifiutarlo sotto pretesto della cattiva qualità, e, giacchè in ogni modo bisognava che venisse fornito, le città erano costrette a ricomperare le granaglie da loro versate in più nella prima decima e a corrispondere in moneta sonante il valore degli ettolitri richiesti al massimo dei prezzi correnti, che, naturalmente, il governatore preferiva stabilire[375]. Ma dove trovare il danaro necessario? Occorreva ipotecare l’avvenire, sobbarcarsi a dei debiti, e per l’appunto presso l’usuraio romano, che prestava al 2, al 3, spesso al 4% per mese, cioè a dire dal 24 al 48% per anno. E allora bisognava vendere i buoi, l’aratro, gli strumenti da lavoro; vendere se stessi o fuggire....[376].

Ma non accadeva sempre così. Talvolta si era più generosi: si accettava il frumento e si pagava. Si pagava al prezzo fissato stabilmente dal governo romano, salvo lievi deduzioni. Si deducevano i diritti di visita, di cambio — sicuro, di cambio, in un paese in cui non c’era cambio! —: i diritti, ancora più misteriosi, pro cerario, «nomi questi, esclama Cicerone, non già di diritti reali ma di furti sfacciati», infine il 2% per gli scribae[377].

E che dire del frumentum in cellam, ossia del frumento destinato al governatore o al suo seguito, di cui la Repubblica corrispondeva l’importo? Il governatore, s’intende, avrebbe pagato; ma egli sapeva altresì escogitare i mezzi per non pagare, anzi per farsi pagare. Egli aveva il diritto d’imporre il trasporto del grano là dove avesse meglio creduto; il diritto, poniamo, di imporre ai contribuenti del Lilibeo di consegnare i carichi ordinati, a Panormo od a Siracusa; a quelli di Siracusa, a Panormo o al Lilibeo. Nella prospettiva di un trasporto così dispendioso, i sudditi preferivano fornire i cereali gratuitamente o fornirli magari in danaro sonante, a prezzi fantastici e favolosi[378].

— «Io», diceva ad esempio il governatore, rivolgendosi al contadino, in uno dei citati dialoghi delle Verrine di Cicerone, «io avrei bisogno di comperare da voi del frumento....»; «potrei pagarlo a quattro sesterzi al moggio....

— «Vostra Eccellenza è generoso; io, infatti, non potrei venderlo a meno di tanto.

— «Ma, voi l’avete capito, io non ho bisogno di frumento; io ho bisogno di quattrini.

— «Veramente», replicava l’altro interdetto, «io avevo sperato di fare qualche guadagno; ma se è necessario pagare, pagherò, purchè l’Eccellenza Vostra, mi faccia pagare al prezzo corrente del grano.

— «Il prezzo corrente del grano è di soli due sesterzi al moggio.

— «Cosa può quindi l’Eccellenza Vostra guadagnare da me, giacchè è stata indennizzata con quattro sesterzi per moggio?

— «Cosa posso guadagnare?...» «Io metterò in serbo per mio uso e consumo i quattro sesterzi del senato, e tu.... tu mi verserai otto sesterzi per moggio....

— «Otto sesterzi per moggio? E perchè mai?

— «Perchè?... Tu vuoi discutere, mentre io voglio guadagnare.

— «Vostra Eccellenza si diverte a celiare.

— «Non celierò: il senato vuole che tu mi dia del danaro e che io ti venda del grano. Ti basta?...» — [379].

Questa, la logica feroce degli amministratori delle province!

Ma tutto ciò non esauriva la serie delle gravezze imposte da Roma all’isola malaugurata, nè le altre, che riferiremo, sono più di una piccola parte di quelle di cui siamo informati.

La decima preesisteva alla conquista romana. Il guaio si era che, per l’innanzi, essa aveva sopperito ai bisogni locali, mentre ora andava a pieno beneficio della lontana metropoli del Lazio, ed era quindi necessario, in vista delle sempre incombenti necessità locali, imporre ulteriori tributi. E di tal natura pare debba, fra l’altro, considerarsi un tributo sugli averi pagato indistintamente da tutti i Siciliani, del quale ci informa anche Cicerone[380]. A quelli diretti seguivano i tributi indiretti. La Sicilia era territorio chiuso da barriere doganali. Tutto quanto se ne esportava veniva colpito da un’imposta del 5%[381]. E non solo tutto quanto veniva esportato all’estero, ma, forse anche, tutto quello che ciascun Comune esportava in altri Comuni. Barriere commerciali pare si elevassero fra tutte le città dell’isola, ed è lecito indurre che, in maniera analoga, il trasferimento del possesso e dei possessori fondiari, doveva, come ogni altra forma di libera operosità, venir limitato o recisamente proibito[382].

Ma ai tributi, di cui, bene o male, sappiamo qualche cosa, sono da aggiungere gli altri, diretti od indiretti, di cui nulla di particolare noi conosciamo, ed essi, pare ascendessero senza meno al numero di sei, tra i quali, forse, non sono calcolati i diritti di Roma sulla pesca, sulle saline, sulle miniere[383], sui terreni da pascolo[384], e chi più ne ha più ne metta[385].

L’ordinamento economico non era la sola camicia di forza, con cui il governo di Roma soffocava i suoi governati di Sicilia. Le conseguenze n’erano aggravate dalla forma dell’ordinamento politico e giudiziario. Quale questo fosse, per la Grecia, noi l’abbiamo veduto; non diverso, o peggiore, poteva dirsi il regime della Sicilia.

Dopo la presa e il saccheggio di Siracusa, nel 212, che diede un bottino immenso, superiore a quello che darà la stessa Cartagine[386]; dopo la prima e la seconda resa di Agrigento, nel 262 e nel 210, che ebbe conseguenze più lacrimevoli di quella della stessa Siracusa; dopo il massacro di parte degli abitanti, la vendita come schiavi degli altri[387], dopo il macello degli Ennesi[388] e la distruzione di parecchie città[389], dopo il disarmo generale, dopo mezzo secolo di guerre pressochè ininterrotte, i municipi dell’isola ricevettero nel 132[390], in concessione da Roma, un proprio ordinamento comunale, da cui però veniva bandito qualsiasi spirito di indipendenza e di autonomia locale. I sistemi di elezione dei magistrati locali furono, il più delle volte, regolati dal governatore romano, e, se questi talora poteva essere disposto a dettare delle savie disposizioni, era assai più naturale che lasciasse libero il varco all’intromissione illecita ed all’arbitrio. E di arbitrii e d’invasioni di poteri, legalmente definite, ve ne furono anche troppe. Il diritto di veto del governatore non aveva limiti e riesciva a rimettere quasi intere nelle sue mani le sorti delle elezioni[391]. Ma anche in quei casi, in cui ciò non avveniva, la qualità stessa e la pratica consueta dei suoi poteri tramutava qualsiasi disposizione liberale in una feroce ironia. Anzi tutto (è Cicerone stesso ad avvertircene) l’ordinamento dato alla provincia non aveva, come impropriamente si esprimevano i provinciali[392], valore di legge, nè le ulteriori disposizioni del senato, che parevano regolarne le sorti, esercitavano, rispetto al governatore, alcuna efficacia coattiva. Questi, inoltre, possedeva il supremo ius edicendi, che, assai più delle generiche norme del lontano governo della Repubblica, aveva di fatto il peso di una vera e propria autorità governativa e legislativa[393]. Così Verre, che, lo ripetiamo, non bisogna considerare quale esempio isolato, ma come rappresentante, sia pure cospicuo, di tutto un sistema; Verre aveva facilmente potuto convertire, tutte le norme e le consuetudini elettorali della Sicilia in mirabili strumenti di lucro e di oppressione.