Ad Halaesa, ove non si poteva essere senatore che a trent’anni, furono per prezzo — egregio espediente di tirannide — creati senatori fanciulli di diciassette o sedici anni, senza riguardo, senza preoccupazione d’ogni altro limite di censo o di condizione personale[394]. Ad Agrigento, ove i posti senatorii dovevano essere egualmente ripartiti fra gli antichi ed i nuovi coloni, ne vennero — sempre per prezzo — mescolate e confuse indifferentemente le proporzioni[395]. Da per tutto poi i censori, la cui nomina, in forza della loro qualità di compilatori del ruolo delle imposte, era, pei provinciali, cosa d’interesse assai delicato[396], furono direttamente creati da Verre, anzi la loro elezione, messa senz’altro all’incanto. E, usciti dal mercato di Siracusa, ove il nuovo genere di asta venne bandito, i nuovi censori, stimolati dal pungolo del dispendio enorme, che loro era costata la carica, non tardarono a volersene rifare sulle viscere degli amministrati[397].

La cosa non andava diversamente riguardo all’ordinamento giudiziario.

È inutile, anche a tale proposito, svolgere i particolari teorici del lacunoso ed oscuro ordinamento giudiziario della Sicilia, che aveva preceduto il dominio romano e che questo si diceva avesse rispettato. La teoria non contava nulla; contava moltissimo la pratica; e la pratica di Roma repubblicana fu, di solito, assai poco esemplare. Il governatore poteva ciò che voleva, o, meglio, giudicava a priori in luogo di quelli che ne avevano il diritto, imponendo a costoro il proprio giudizio, che, novantanove volte su cento, corrispondeva al soddisfacimento dell’interesse proprio o dei propri accoliti. Ma la sua fertile fantasia sapeva escogitare anche di meglio; sapeva, nel solenne editto, comminare delle pene a chi indebitamente si fosse attribuita la funzione di giudicare[398], salvo a far dipendere la decisione sulla legalità o meno della carica dalle disposizioni del giudicante. E poteva anche di più: se la prima sentenza, per sciagura, tutt’altro che consueta, non fosse andata a suo genio, il governatore invitava nuovamente coloro che erano stati assolti o condannati a convenirgli dinanzi a giudizio[399]. Era il colmo, ma era, pur troppo, la realtà!


La Sicilia fu governata atrocemente; ma essa fu anche, con l’Asia Minore e con la Grecia, il Paese nel quale la concorrenza dei dominatori agli indigeni fu più crudele e fortunosa. Non per nulla i timocratici comizi centuriati del 242 avevano deliberatamente forzato il senato romano a iniziarne la conquista! Così tutto quanto di vitalità indigena, morale, intellettuale, economica, vi era fin allora fiorita, la conquista romana si affrettò a soffocare, a stroncare o a confiscare a vantaggio di gente d’oltre mare. Questa invadenza forestiera riescì all’Isola non meno fatale della soffocazione o dell’esaurimento impostole dal governo. Il passaggio dei campi e delle aziende agricole, ai più cospicui cittadini romani, portò direttamente al latifondo, all’impiego su larga scala del lavoro servile, cioè ad un nuovo esaurimento del suolo, alla provocazione di torbide e cruente discordie, fra cui, non ultime, le Guerre servili.

Della decadenza della Sicilia, e, in conseguenza, delle città greche, che vi sorgevano e vi avevano gloriosamente brillato, noi abbiamo prove eloquenti. In soli tre anni, dal 73 al 71 a. C., a detta di Cicerone, gli agricoltori di Leontini erano discesi da 84 a 32; quelli di Mutyca da 187 ad 86; quelli di Agyrrium da 250 ad 80; quelli di Herbita da 252 a 120[400]. In quattordici anni, dal governo di C. Norbano a quello di Verre, la produzione dell’isola, era scemata in misura tale, da riescire impossibile, anche con mezzi straordinari, l’esazione di tutto quanto altra volta s’era potuto ricavare con la mitezza e la legalità[401]. «Il Paese sembrava» oramai «desolato dai torbidi di una guerra lunga e crudele. Le pianure e le colline, per l’innanzi sì floride e ridenti, erano precipitate nell’abbandono e nella devastazione. La terra stessa sembrava piangere ed invocare i perduti coltivatori.... Il territorio di Etna, un tempo ben coltivato e fonte principale degli approvvigionamenti romani, e la piana di Leontini, che mai aveva saputo o fatto sapere cosa significasse carestia, apparivano allora così orridi e sfigurati da costringerci a ricercare invano in quelle — tra le più ubertose regioni della Sicilia — l’aspetto della Sicilia medesima....». Tutto un’esercito di agricoltori era fuggito, rinunziando, non solo alla terra, ma al focolare della patria.[402]. «L’incendio attizzato dalla violenza dei decumani, aveva distrutto, non solo le proprietà, ma tutti i beni dei contadini; dai beni era passato a violare le guarentige dei liberi.... Alcuni erano stati impiccati, altri flagellati a verghe, altri imprigionati.... altri condannati dall’Esculapio o dall’usciere del pretore.... Neanche la furia di schiavi ribelli e fuggiaschi avrebbe osato altrettanto!»[403].

Le altre città greche.

Tutto quanto è stato detto della Sicilia, è mestieri ripetere dell’Asia greca, l’una e l’altra, ed in pari misura, territorî classici della decima e della devastazione romana[404]. Ivi, l’abbiamo notato, sterminata fu la copia degli speculatori, romani e italici, piccoli e grandi, che l’invasero[405]: i massacri, ordinati da Mitridate nell’88, costarono la vita a 80.000, fors’anche a 150.000, Italici[406], e molti dovettero essere gli scampati alla strage. Ivi stesso più colpevole che in Sicilia fu la condotta dei magistrati della Repubblica, e, giacchè il bottino era più abbondante, più sottile il meccanismo e più intensi gli armeggii delle loro clientele[407].

Quelle terre infelici, che, sotto il piede di Roma, venivano d’un tratto a scontare la felicità conquistata sotto il governo dei Seleucidi, o dei loro successori, toccarono anche la mala sorte di essere, nel lungo periodo di Roma repubblicana, teatro di taluna fra le più grandi guerre del tempo: la triplice mitridatica e la seconda e la terza guerra civile, le quali, se apportarono al tesoro romano, o a quello privato dei singoli generali romani, immense ricchezze, determinarono colà la più tremenda delle catastrofi. Pur troppo, anche in questa contingenza, essa fu, il maggior numero di volte, consapevolmente organizzata dai conquistatori.

Qui, nella terra sacra ai grandi Vespri asiatici dell’88 a. C., una tassa straordinaria imposta da Sulla, quattro anni dopo (84 a. C.), e che a lui venne anticipata dai capitalisti romani, salì, nel giro di pochi anni, in forza degl’interessi pagati, al sestuplo dell’importo originario[408]. Per saldarla, le città dovettero cedere ai creditori gli edifizi pubblici, le riserve metalliche, i capolavori d’arte, gli schiavi, gli oggetti preziosi; e i privati, dopo aver subìto per lunghi anni torture, capestri e prigionie, e, dopo essere stati costretti a giacere all’aria aperta, bruciando d’estate per l’arsura, gelando d’inverno, immersi nel fango e nel ghiaccio, per il freddo, dovettero sacrificare all’ingordigia romana, le loro case, le loro terre e fin la libertà delle mogli, dei figli, di se stessi[409]. A rammentare quanto avevano sofferto, la schiavitù, esclama Plutarco[410], segnava un’ora di tregua e di pace! Più tardi, nel 63, la provincia subì lo sgoverno del pretore L. Valerio Flacco. Egli — si disse — addossava alle città delle somme enormi per l’equipaggiamento di flotte immaginarie, e a ciascuna, altre somme per i suoi personali bisogni[411]. Il suo governo oscurò la trista fama di quello di Verre in Sicilia, ma non gli fu impossibile trovare, quale suo difensore, lo stesso implacabile accusatore del famigerato pretore siciliano, nè difficilissimo ottenere dai tribunali romani l’assoluzione! Più tardi ancora, Bruto e Cassio si faranno anticipare da tutte le città asiatiche il tributo di ben dieci annate e il triumviro Antonio, entusiasta del suggestivo precedente, reclamerà subito dopo, quale doverosa obbligazione, un nuovo anticipo decennale....[412].

Cicerone, che pure più volte aveva cooperato ai danni delle province asiatiche[413], era nondimeno costretto a riconoscere le terribili responsabilità, che gravavano sui metodi romani. «Io so», egli scriveva al fratello, proconsole nella provincia d’Asia, subito dopo il suo cliente L. Flacco, «io so che l’opinione pubblica apprezza e loda il tuo grande interessamento. Le città non contraggono più debiti, e molte sono state in grazia tua liberate dall’enorme fardello degli antichi. Moltissime, quasi deserte, tra cui due, una la più gloriosa della Ionia, l’altra della Caria — Samo ed Alicarnasso — ti sono debitrici della propria resurrezione.... L’onore, le fortune e la tranquillità dei cittadini più agiati hanno cessato di essere alla mercè della calunniosa delazione, tremenda ministra dell’ingordigia dei pretori. Gli oneri sono equamente ripartiti.... Immenso è il beneficio che tu hai arrecato all’Asia con l’abolizione dell’iniquo e gravoso tributo che essa pagava agli edili.... Un alto personaggio si è lagnato pubblicamente in Roma perchè il tuo editto contro ogni percezione di imposte straordinarie a titolo di giuochi pubblici, gli aveva impedito di risparmiare circa 200.000 sesterzi (50.000 lire). Figurarsi un po’ l’ammontare dell’imposta, allorquando chiunque bandiva a Roma dei giuochi poteva permettersi un simile salasso!» Io mi spiego gli scatti d’ira e di protesta del tuo primo anno di governo: «l’iniquità, l’ingordigia, l’insolenza, avevano trasceso ogni misura, e ti rivoltavano....»[414].

Ma la realtà era più eloquente della calda prosa ciceroniana. Abbiamo più innanzi riferito la imposta straordinaria, con cui Sulla volle castigare il paese, e gli utili enormi, che dalla sventura ebbero a ritrarre i finanzieri romani. Ebbene, senza i loro anticipi usurarî, gli Asiatici, più tardi, non saranno in grado di corrispondere l’eguale e regolare imposta, istituita — sia pure per breve tempo — da Sulla medesimo. Il male era così radicato da impedire che le vittime facessero a meno del cancro che le divorava!

Analoga era la condizione delle rimanenti città, sparse pei territori, che più tardi costituirono la provincia di Bitinia e del Ponto, e, più tardi ancora, l’altra della Tracia. E per quanto esse siano state, talora, trattate con una certa mitezza, fino a ricevere il titolo di libere[415] (ma non per questo, il più delle volte, di esenti da tributo)[416], le necessità di Roma e della sua politica estera non valsero a raddolcirne la sorte. Più interessante è, per la serie delle nostre osservazioni, il destino delle città greche di Creta e della Cirenaica, di cui la prima, per quanto, in età storica, decaduta dall’originaria grandezza, non discese mai così basso come dopo la conquista romana, che seguì a un lungo periodo di astiosa protezione. Dopo fiera, tenace resistenza, le principali città caddero, l’una dopo l’altra, in mano dei conquistatori, e la devastazione e il saccheggio, che ne accompagnarono la resa, non permisero che mai più si rilevassero (67 a. C.)[417]. Delle città cretesi, la sola Cnosso potè d’ora in avanti dirsi in certo modo degna di tal nome; ma nel 36 a. C., la sua popolazione era così rada, da dover essere ricolmata dalla colonizzazione romana[418].

La Cirenaica, la cui storia costituisce qualcosa d’indipendente dagli altri Paesi greci, da cui ebbe diverse le cause dello sviluppo e della decadenza, fu, nel 96 a. C., lasciata in eredità a Roma dai principi dell’Egitto, i Tolomei. I fortunati eredi non credettero, per motivi loro particolari, di farne una nuova provincia; essi si affrettarono però a confiscare in favore del demanio pubblico i beni degli antichi sovrani[419], a stabilire un’imposta sui principali prodotti del Paese[420], ad obbligare la popolazione alle consuete requisizioni militari[421]. Più tardi la contrada divenne senz’altro provincia, e per l’appunto stipendiaria[422]. Ma il Paese venne tosto depredato, oltre che dai barbari, dai pubblicani. Il sylphium, che aveva costituito un tempo la sua ricchezza e la sua specialità, era, nell’età di Plinio (sec. I-II d. C.), disparso: i pubblicani vi avevano sostituito le colture armentizie, e, più tardi, gli abitanti medesimi, incapaci di resistere alla pressione tributaria («ob intolerandam vectigalis nimietatem»)[423], avevano sradicato gli ultimi campioni di quel prezioso prodotto locale.

Gran che di diverso non avvenne, o, almeno, nella enorme oscurità che c’ingombra, possiamo arguire non avvenisse, dei confiscati ex-demanî regi della Cirenaica. Questi furono in sulle prime concessi in fitto ai pubblicani, i quali vi introdussero, come nel resto del Paese, la pastorizia. Poscia, trascurati dal governo, divennero preda del primo occupante, e possiamo essere sicuri che tali furono, assai più che i Cirenesi, i barbari invasori ed i cittadini romani[424].

Ma al pari delle province consorelle, la felice Cirene ebbe a patire, oltre che dai pubblicani, dallo sgoverno dei magistrati. La guerra civile fra Cesare e Pompeo arrecò alla provincia disastri incalcolabili. La successiva amministrazione del triumviro M. Antonio fece quanto poteva per aggravarli, e, sempre di lì a poco, in seguito al passaggio della regione dal governo di Antonio a quello di una figliuola di Cleopatra, spettò ai ministri egiziani il tristo vanto di completarne la rovina[425]. Neanche l’Impero le portò pace. Nel 21 d. C., il proconsole della Cirenaica, Cesio Cordo, veniva accusato, e quindi condannato, per concussione. Trentasei anni dopo, nel 59, un tal Pedio Bleso, rinnovando, in questi primi tempi, relativamente tranquilli, dell’età imperiale, le gesta di Verre, osò violare il tesoro di Esculapio e far pubblico mercato dell’arrolamento militare. Ancora, undici anni dopo, troviamo, per colpe analoghe, condannato all’esilio e alla restituzione del mal tolto, un tale Antonio Flamma[426].

Anche Cipro, al pari di Cirene, antico dominio dei Tolomei, veniva, nel 58, occupata da Roma, e riunita in provincia unica alla Cilicia. M. Porcio Catone, che ne era stato il conquistatore, poteva, con la confisca e la vendita all’asta del tesoro regio, raccogliervi ben 7000 talenti (L. 40.000.000)[427]. Ma assai peggio toccò a Cipro con l’annessione alla Cilicia. Nel 56 a. C. gli abitanti di Salamina, non più in grado di saldare con mezzi propri le imposte, dovettero ricorrere a dei prestatori romani, i quali non mancarono di far ascendere ad altezze vertiginose la somma prestata. I 106 talenti (L. 700.000 circa), cui infatti, nel 52-51, calcolati gl’interessi di legge, il debito sessennale ammontava, rappresentavano, a giudizio dei creditori, appena la metà della somma dovuta. Il pagamento ne riusciva impossibile[428]. Ma costoro non si scoraggiarono e, ottenuto dal governatore dell’isola uno squadrone di cavalleria, assediarono l’aula senatoria, e vi fecero perire per fame cinque dei componenti l’augusto consesso[429]. Il nuovo governatore romano, Cicerone, giunse in tempo a interrompere quell’orgia di rapacità e di ferocia. Ma non per questo ebbe uguale fortuna nell’imporre il rispetto della legge. I creditori, temendo che il loro ineseguibile debito divenisse nullo in virtù di una legge Gabinia, ottennero un decreto del senato, che lacerava senz’altro le clausole di tal legge. E, siccome ciò non bastava a garantire il pagamento delle usure pretese, ne ottennero un secondo, con cui venne regolata l’incostituzionalità del primo. Intermediario, anzi promotore dell’uno e dell’altro fu, per colmo d’ironia, M. Giunio Bruto, il futuro vendicatore della maestà delle leggi romane, oltraggiate da Cesare!

Cicerone alla lettura dei decreti del senato non ritrovò l’energia che occorreva per resistere, ma non si sentì da tanto da consegnare agli usurai, mani e piedi legata, una città, alla quale era legata tanta parte della gloria ellenica nell’epica guerra nazionale contro la Persia di quattro secoli innanzi. Invocò un temperamento: che il debito venisse saldato, ma gli interessi non esorbitassero dal tasso legale. I creditori, forti delle patrie influenze, non accettarono; i più ragguardevoli personaggi dell’aristocrazia romana gli si sferrarono contro, e l’affare rimase in tronco. Evidentemente, non tutti i governatori avrebbero nudrito gli scrupoli di Cicerone, e la sua prossima dipartita avrebbe risolto la vertenza in modo ben diverso di come egli aveva sperato[430].

Così, anche per volontà e per opera di uomini, periva la Grecia antica. Appiano, il più dedicato degli storiografi dell’età classica, narra come, durante la campagna d’Africa, a Cesare, attendato a piè delle ruine di Cartagine, fosse apparso in sogno un esercito infinito di doloranti, e come egli, destatosi di un tratto, coll’occhio ancora gravido di tanta simbolica visione, avesse affidato alle sue tavolette il proposito di colonizzare Cartagine[431]. «Quell’esercito in lagrime», commenta una squisita anima di storico moderno (Amedeo Thierry), «quell’esercito, che nel sogno, reale o immaginario, implorava pietà, era l’esercito infinito delle nazioni conquistate»[432]. Ricreare Cartagine, ricreare l’Italia, ricreare la Grecia, l’Asia, la Sicilia, l’Occidente, l’Oriente: ecco la grande riparazione, di cui Roma era debitrice alla civiltà umana. E fu il nobilissimo compito, che l’Impero raccolse, in espiazione, dalla Repubblica, e che mirabilmente eseguì.

Note al capitolo terzo.

292.  Su questa fase della politica romana cfr. G. Ferrero e C. Barbagallo, Roma antica, Firenze, Le Monnier, 1921, I, cap. XI.

293.  Questa trasformazione dell’economia sociale romana, cui risponde una parallela rivoluzione spirituale in senso imperialistico, è stata per primo ed egregiamente messa in luce da G. Ferrero nel vol. I della sua Grandezza e decadenza dei Romani (Milano, Treves), di che la maggior parte dei suoi critici non si accorse. Il lettore può confrontare anche G. Ferrero e C. Barbagallo, op. cit., cap. X.

294.  Pol., 6, 17: «.... Tutte queste cose sono esercitate dal popolo e, per dir così, tutti sono legati ai guadagni e agli affari che ne derivano: alcuni geriscono per proprio conto le concessioni; altri stanno in società con costoro; altri garantiscono per i concessionari; altri, a nome di questi, impegnano, in concessioni e intraprese pubbliche, le loro sostanze....».

295.  Cfr. Caes., De bello civ., 3, 3, 1-2; 5, 1-2; Lucan., Phars., 3, vv. 181 sgg.

296.  Dio. Cass., 48, 39, 2.

297.  Plut., Anton., 62, 1.

298.  Id., op. cit., 68, 4.

299.  Cic., Ad fam., 5, 20, 9.

300.  Ciccotti E., Il processo di Verre, Milano, 1895, pp. 231 sgg. e J. Carcopino, La loi de Hiéron et les Romains, Paris, De Boccard, 1919, pp. 283 e passim.

301.  Cic., In Verr. A. I, 18, 56; A. II, 1, 10, 27.

302.  Dio. Cass., 43, 9.

303.  De Imperio Cn. Pomp., § 65.

304.  Cic., Pro Font., §§ 30 sgg. e 33 sgg.

305.  Joseph., B. J., I, 11, 2; Cfr. Person, L’administration des provinces romaines sous la République, Paris, 1878, pp. 148, 167-69.

306.  Ciccotti, Il processo di Verre, 31-33; Person, op. cit., 264 sgg.

307.  Cfr. Cic., In Verr. A. II, 3, 32, 75.

308.  Diod., 36, 3, 1-2; Cic., In Verr. A. II, 3, 32, 75.

309.  In Cic., De Orat., I, 225.

310.  Cic., De Prov. Cons., 12, 31.

311.  Ad Q. fr., I, 1, 10, 33.

312.  Liv., 45, 18, 4-5.

313.  C. Jullian, La Gaule romaine, IV (1913), 30 sgg.

314.  Cic., De rep., 3, 9, 16.

315.  Svet., Dom., 7; Mayr, op. cit., p. 46; Weise, Beiträge zur Gesch. d. rom. Weinbaues in Gallien und an der Mosel, Hamburg, 1901, pp. 3-5, 8.

316.  Mayr, op. cit., 49-50.

317.  Cfr. E. Belot, Hist. des chevaliers romains, Paris, 1873, II, 154 sgg.

318.  Cic., Ad fam., 13, 9, 3; 55, 1-2; 65.

319.  Ad fam., 5, 10, 1-2.

320.  Ad fam., 5, 10, 2.

321.  Person, op. cit., 144; cfr. Cic., Pro M. Font., 5, 11 sgg.

322.  Cic., Ad Q. fr., I, 11, 32.

323.  Cfr. Tac., Ann., 15, 21.

324.  In Verr. A. I, 14, 41.

325.  Paus., 7, 16, 9; cfr. Marquardt, De l’organisation financière des Romains, 242-43; Brandis, Achaia, in Pauly-Wissowa, Realencyclopädie ecc., coll. 190-91, 194.

326.  Dittenberger, Sylloge Inscriptionum graecarum, n. 300; Eph. Epigr., I, pp. 278 sgg.

327.  Paus., 7, 16, 9; cfr. Dittenberger, Sylloge ecc., 242 (= C. I. G., 1543).

328.  Brandis, Achaia, in Pauly-Wissowa, Realencyclopädie, I, col. 193.

329.  Marquardt, Organisation de l’Empire, I, 105 sgg.

330.  Marquardt, op. cit., I, 103; Person, op. cit., 154 sgg.

331.  Tac., Ann., 15, 45.

332.  Cfr. Cic., Pro Balbo, 16, 35-36.

333.  Cfr. Marquardt, op. cit., I, 104 sgg. Si vegga per altro ciò che fu fatto della libera Ambracia durante la Terza macedonica (Liv., 38, 43, 3; 42, 67, 9), allorchè la Grecia non era ancora divenuta provincia romana.

334.  Marquardt, op. cit., I, 105 sgg.

335.  Strab., 9, 1, 20.

336.  Marquardt, op. cit., I, 309 sgg.

337.  Idem, op. cit., I, 102.

338.  Cfr. l’esempio tipico di Chio (Fustel de Coulanges, Mémoire sur l’Ile de Chio, pp 300 sgg., in Questions historiques, Paris, 1893).

339.  Fustel de Coulanges, La cité ant., p. 457.

340.  Cic., In Verr. A. II, 1, 17, 44 sgg.; 18, 47-48; 5, 72, 184 sgg.; 48, 126 sgg. Cfr. Hertzberg, Die Gesch. Griechenlands unter d. Herrschaft der Römer, Halle, 1866-75, I, 422-23; Ciccotti, Il processo di Verre, Milano, 1896, 87 sgg.

341.  Cic., In Pis., 35, 86; 87; 90; Idem, Pro Sest., 43: De prov. cons., 4, 6-7.

342.  Cic., Pro Sest., 43, 93 sgg. e In Pis., 40, 96; cfr. De prov. cons., 2, 3-4 e In Pis., 17, 40.

343.  Cic., De prov. cons., 3, 5-6; 4, 6 sgg.; In Pis., 40, 96.

344.  Cic., In Pis., 35, 86 e passim.

345.  Cic., De imperio Cn. Pompeii, 5, 13; Ad Att., 5, 16, 2.

346.  Cic., Ad fam., 15, 1, 5. Circa la devastazione delle città libere greche, cfr. eziandio Tac., Ann., 15, 45; Juv., Sat., 8, vv. 98 sgg.

347.  App., Mithr., 28.

348.  Caes., De bello civ., 3, 4, 1.

349.  Caes., op. cit., 3, 4, 2 e passim.

350.  Caes., op. cit., 3, 103, 1.

351.  Caes., op. cit., 3, 4, 2.

352.  Cfr. l’Appendice alla monografia del Kornemann, De civibus rom. in provinciis imp. consist., Berolini, 1891, pp. 98 sgg. e tutto il volume di J. Hatzfeld, Les trafiquants italiens dans l’Orient hellénique, Paris, 1919.

353.  Kornemann, op. cit., pp. 25 sgg.; Hatzfeld, op. cit., 193 sgg.

354.  Cfr. J. G., XII, 2, 860 passim.

355.  Person, op. cit., 115-16.

356.  Ad Att., 6, 2, 9; 5, 21, 12; 6, 1, 5.

357.  Cfr. G. Ferrero, Grandeur et décadence de Rome (trad. fr.), Paris, Plon-Nourrit, 1907, V, pp. 158 sgg.

358.  Tac., Ann., I, 76. Circa la situazione in genere della Grecia nell’età di Roma repubblicana, cfr. eziandio Hertzberg, op. cit., I, pp. 323-27, 334 sgg., 386 sgg., 416 sgg.

359.  Su quanto segue cfr. Marquardt, Organ. pol. ecc., II, 52 sgg.; Id., Org. fin. ecc., 237 sgg.; Ciccotti, Il processo di Verre, pp. 60 sgg. e il recentissimo citato volume di J. Carcopino, La loi de Hiéron et les Romains.

360.  Cic., In Verr. A. II, 3, 7, 18.

361.  La difficoltà di fissare il numero delle colonie greche di Sicilia proviene dallo stato lacunoso delle nostre notizie circa la loro distruzione e le successive fondazioni. Cfr. Pais, Alcune osservazioni sulla storia e sull’amministrazione della Sicilia durante il dominio romano (estr.), Palermo, 1888, pp. 108.

362.  È stato motivo di vivace discussione (cfr. Holm, Storia della Sicilia, trad. it., III, p. 153, n. 33), se oggetto della locazione fossero la terra o le sue imposte. La maggiore difficoltà della seconda ipotesi, che noi abbiamo implicitamente scartata, sta nel fatto, riconosciuto dai suoi medesimi sostenitori (Holm, op. cit., III, 153), che le città in parola non avrebbero soggiaciuto a condizioni peggiori delle decumanae, mentre, quasi con certezza, erano state conquistate con la forza (cfr. Pais, op. cit., p. 63). Del resto, l’origine della questione ci sembra assai poco legittima. Cicerone (In Verr. A. II, 3, 6, 13) parla espressamente di locazione del territorio (is ager a censoribus locari solet) e la restituzione del medesimo, cui poco prima egli aveva accennato, può benissimo intendersi come una vera e propria locazione, una delle tante bizzarre sedicenti forme di restituzione, di cui Roma soleva compiacersi.

363.  Marquardt, Org. fin., 239-40.

364.  Cic., In Verr. A. II, 3, 98, 227.

365.  Cfr. Carcopino, op. cit., 86 sgg.

366.  Idem, 106-07.

367.  Ciccotti, op. cit., 231. Del resto, nelle sue Verrine, Cicerone era costretto a concludere: «Se poi volete far credere che le mie accuse cadono su più di un pretore e interessano più di una provincia, non io paventerò la vostra difesa, ma mi dichiarerò patrocinatore di tutte le province». (In Verr. A. II, 3, 93, 217; cfr. 89, 207).

368.  Cic., op. cit., A. II, 3, 63, 147.

369.  Id., op. cit., A. II, 3, 43, 102, 32; 75, 45, 106.

370.  Id., op. cit., A. II, 3, 10, 25.

371.  Cic., In Verr. A. II, 3, 29, 70.

372.  Id., op. cit., A. II, 3, 13, 33.

373.  Id., op. cit., A. II, 3, 21, 53-54; 23, 57; 56.

374.  Cic., In Verr. A. II, 3, 42, 99; 37, 84 sgg.; 42, 100.

375.  Cic., In Verr. A. II, 3, 73-77, 170-79.

376.  Person, op. cit., 178-79.

377.  Cic., In Verr. A. II, 3, 78, 181.

378.  Cic., In Verr. A. II, 3, 81, 189; cfr. Person, op. cit., 179-81.

379.  Cic., In Verr. A. II, 3, 85, 196-97.

380.  In Verr. A. II, 2, 53, 131; 56, 139.

381.  Cagnat, Les impôts indirectes chez les Romains, Paris, 1882 (trad. it. in Bibl. storia econ., vol. V), 81.

382.  Ciccotti, op. cit., 77-78.

383.  Id., op. cit., 65-66.

384.  Marquardt, Org. pol., II, 317.

385.  Circa l’ordinamento finanziario della Sicilia, cfr. anche Holm, op. cit., III, 136 sgg.

386.  Liv., 25, 31, 11; cfr. Holm, op. cit., III, 105-6.

387.  Cfr. Holm, op. cit., III, 110.

388.  Liv., 24, 39, 1 sgg.

389.  Diod., 23, 9, 5.

390.  Person, op. cit., pp. 10-11; Marquardt, Org. pol., II, 49.

391.  Ciccotti, op. cit., 66 sgg.

392.  Cic., In Verr. A. II, 2, 13, 32.

393.  Ciccotti, op. cit., pp. 75-76.

394.  Cic., In Verr. A. II, 2, 49, 122.

395.  Id., op. cit., A. II, 2, 50, 124.

396.  Id., op. cit., A. II, 2, 53, 131.

397.  Ciccotti, op. cit., 116-18; Holm, op. cit., III, 272 sgg.

398.  Cic., In Verr. A. II, 2, 13, 33.

399.  Cfr. Holm, op. cit., III, 153 sgg.; Ciccotti, op. cit., 109 sgg.

400.  Cic., In Verr. A. II, 3, 51, 120.

401.  Ibid., A. II, 3, 49, 117; 53, 124.

402.  Ibid., A. II, 3, 18, 46, 47.

403.  Ibid., A. II, 3, 26, 66.

404.  Marquardt, Org. polit., II, 242.

405.  Hatzefeld, op. cit., 45 sgg., 101 sgg., 160 sgg.

406.  Val. Max., 9, 2, 3; Plut., Sulla, 24, 5.

407.  Cfr. Cic., Ad. Q. fr., 1, 14, 40; Fl. Joseph., A. J., 16, 2, 2.

408.  Plut., Lucull., 20, 4.

409.  Id., op. cit., 20, 1-2; cfr. App., Mithr., 63.

410.  Id., op. cit., 20, 2.

411.  Cfr. Cic., Pro Flacco, 12, 27 sgg.; 15, 34 sgg.; 18, 42 sgg.

412.  App., De bell. civ., 5, 5.

413.  Cfr. Ad fam., 13, 56, 1 sgg.; 65, 1 sgg. e passim; Ad Att., II, 16, 4.

414.  Ad Q. fr., I, 1, 8-9, 25-26; 13-14, 39-40.

415.  Marquardt, op. cit., 1, 114.

416.  Cagnat, op. cit., 79-80.

417.  Höck, Kreta, Göttingen, 1823-29, III, 506 sgg.

418.  Strab., 10, 4, 9.

419.  Marquardt, Org. pol., II, 429.

420.  Noi troviamo infatti prelevata sui pascoli di Cirene la nota imposta di scriptura (Marquardt, Org. fin., 317).

421.  Rossberg, Quaestiones de rebus Cyrenarum prov. rom., Frankebergae, 15.

422.  Marquardt, Org. fin., 243: pagava, cioè, non la decima, ma un tributo fisso in danaro (stipendium).

423.  Solinus, 27, 48, ed. Mommsen (1895).

424.  Rossberg, op. cit., 17-19.

425.  Rossberg, op. cit., 52 sgg.

426.  Rossberg, loc. cit.

427.  Plut., Cato, 38, 1.

428.  Cic., Ad Att., 5, 21, 12.

429.  Id., op. cit., 6, 1, 6; 2, 8.

430.  Cfr. su Cipro, Engels, Kypros, Berlin, 1841, 1, 451 sgg.; Bardt, Der Zinswucher d. M. Brutus, Berlin, 1898 (progr.); Sternkopf, Der Zinswucher d. M. Brutus, Dortmund, 1900 (progr.).

431.  App., Punic., 136.

432.  Tableau de l’Empire romain, Paris, 1876, pp. 65-66.