CAPITOLO QUARTO. FINIS GRAECIAE

Il mondo greco in sui primi dell’êra volgare.

Finora, noi siamo venuti indagando le conseguenze più dirette dei fatti o dei processi storici, a cui, nella fatale decadenza della Grecia antica, abbiamo assegnato una parte principale. Ma non è dagli effetti isolati di ciascuno, sibbene dalle molteplici, infinite, reciproche combinazioni, che il lettore deve attendersi spiegata la fine del Paese, di cui in queste pagine andiamo indagando le cause dell’ultima ruina.

Il regime a schiavi poteva essere sollecitato verso una rapida e benefica trasformazione; controbilanciati da altre influenze, gli effetti perniciosi dell’imperialismo e della guerra incessante potevano diventare motivi di prosperità, materiale e morale; il rivolgimento economico del mondo antico poteva ispirare, agli Elleni della Grecia classica, nuove audacie, ridestare le secolari, dormienti energie della razza; fin la conquista straniera poteva essere scossa o riparata. Ciascuna, insomma, delle cause, che abbiamo successivamente illustrate, poteva ritrovare, in sè o fuori di sè, un limite alla propria azione demolitrice. Ma questa doveva riescire completa ed insanabile, allorquando, come di fatto avvenne, il pericolo minacciò da tutte le parti, ed il popolo, che vi soggiacque, ne vide gli effetti più semplici e più immediati crescere di forza e di virulenza e suscitare e propagare nuove, interminabili serie di sciagure.

Quale adunque era la sorte, che tanto avverse fortune avevano procurata alla Grecia, negli anni, in cui, a forze unite, erano riescite a batterla in breccia come muraglia crollante? Quali furono, in una parola, le condizioni, morali e materiali, del mondo ellenico nell’ultimo secolo, o giù di lì, dell’êra cristiana, allorchè il processo di decadenza della Grecia può dirsi consumato?

Volgevano i primi lustri dell’Impero, la battaglia di Azio aveva segnato un termine all’orrore delle guerre civili, e il geografo Strabone, reduce da un mesto pellegrinaggio in molti dei Paesi, che avevano costituito il vario e vasto impero della civiltà ellenica, segnava sulle sue tavolette cerate quei ricordi, coi quali egli doveva tramandarci la più interessante illustrazione della Grecia antica[433].

L’Epiro, un tempo fiorente di uomini e di prodotti naturali, è adesso in massima parte deserto, e fra i villaggi rompenti le distese dei ruderi degli antichi centri cittadini, il silenzio pende fin sull’oracolo di Dodona, come ogni altra cosa, già spento. Deserte sono le montuose contrade fra la Macedonia, la Tessaglia e l’Epiro[434]; deserta la regione sacra dell’Olimpo, impero indisturbato di bande di malfattori[435]; deserte l’Atamania e la Dolopia[436]. L’Etolia e l’Acarnania sono traversate, anzichè da uomini, da branchi fuggiaschi di cavalli pascenti; e la gloriosa Ambracia, che Pirro aveva fatta capitale del suo regno, e i centri urbani limitrofi riescono a stento a formare una sola città.[437]. Tra le città focesi, mietute dalla sventura, la memoria di Delfo è testimonio eloquente del precipitare delle umane grandezze[438]. In Beozia, Tanagra, Tespia, Tebe sopra ogni altra, non sono più che borghi appena degni di menzione[439]. Dalle macerie dei borghi e delle antiche ridenti cittadine, l’Attica reca i segni dei tempi mutati. Il Pireo è un villaggio sparso di poche abitazioni[440] e visitato dagli stranieri solo a motivo delle sue mirabili collezioni artistiche, ma di cui è caso strano se qualche grande nave egizia si accinge a turbare le acque. La Messenia — la sempre infelice Messenia — non è più. Quello, a cui la crudeltà di Sparta non era riuscita, ha fatto il Destino onnipossente distruggitore d’ogni cosa: «il Paese è ora in grandissima parte abbandonato dagli uomini»[441]. Ma se Messene piange, Lacedemone non ride. Delle cento città della Laconia, ben settanta giacciono prostese al suolo o deserte[442]. Buona parte dell’Argolide e dell’Arcadia, già dall’oracolo celebrate per la feconda popolazione — Orcomeno, Mantinea, Menalo, Metidrio, Cafie, Cineta, le loro mura, i loro templi — non sono più, al pari della grande Megalopoli, che un grande deserto, sacro agli armenti e alle ruine[443].

Quale il continente europeo, tali le isole e le, un dì gloriose, metropoli asiatiche. Le antiche città dell’Eubea sospirano invano la perduta grandezza[444]. Creta è perita sotto i colpi dei Cilici e dei Romani[445]. Gli abitanti della piccola Giaro non riescono tutti insieme a saldare il tributo annuo pari a 150 lire[446]. I centri più famosi della Ionia, vivono, scontando la memoria del loro passato[447]. La gloria di Chio, Clazomene, Smirne, non è più[448]. Mileto è l’ombra di se stessa[449]. Peso, Astira, Pirra e con esse «non poche delle antiche città eoliche» sono un mesto accorato ricordo di giorni migliori[450]: il mare che le circonda è un nido periglioso di corsari[451].

L’Occidente greco non è da più dell’Oriente.

Delle città della costa orientale della Sicilia, quelle che un dì sorgevano fra Catania e Siracusa perirono. Nasso e Megara Iblea non sono più[452]. Leontini col suo ubertoso territorio è una ruina; fin la grande Siracusa è in massima parte deserta e ha dovuto essere rinsanguata da una colonia romana[453]. La costa meridionale, da Pachino al Lilibeo, è coperta di ruine. Non più Camarina, non Gela, non Selinunte[454] fermano lo sguardo e l’ammirazione dei visitatori. A settentrione Erice giace disabitata[455]; Imera e Terma sono disparse; nell’interno le antiche cittadine sono divenute ricoveri selvaggi di pastori; Eubea e Callipoli sono spente[456].

Al pari della Sicilia greca, la Grecia italica è una memoria storica. Cuma è quasi per intero distrutta[457]; in Campania, in Apulia, in Lucania, nel Bruzio, tutto è caduto in mano di barbari[458]. Petelia e Turii sono sannitiche[459]. Temesa, bruzzia[460]; Ipponio romana[461]; Caulonia, Sibari e Metaponto sono disparse[462]. Ma che dire delle stesse Reggio, Taranto e Neapoli, le sole che siano riuscite a salvare in parte la loro grecità? L’una è vuota di abitanti[463]; le altre non serbano dell’antica grandezza che la muta malinconia dei segni esteriori[464].

Così ci racconta, con voce talora rotta dalla commozione, il maggior geografo dell’età augustea. Ma egli non è il solo. È tutta una folla di voci di uomini che videro, e che udirono, che si leva e muove alla nostra volta a discorrerci della morte della Grecia. È Polibio, che, un secolo e mezzo circa innanzi l’età di Augusto, scrive che in Beozia non si vive più, non si amministrano più nè le città nè la giustizia; ma gli uomini gavazzano follemente, a guisa di morituri consapevoli, bramosi di vuotare nervosamente in fretta tutto il calice della vita che fugge[465]. È Cicerone che, quarantacinque anni prima di Cristo, navigando alla volta della Grecia disparsa, medita sulla caducità delle umane sorti: «Colà un tempo si levarono città floridissime; oggi tutte giacciono dinanzi ai nostri occhi, abbattute e distrutte[466]». Sono gli scrittori del primo secolo dell’Impero a farci sapere che le isole dell’Egeo, un tempo superbe di marmi, di verde, di profumi, sono ora rupi solitarie, malinconici asili di relegati politici[467]. Sono i primi apostoli del Cristianesimo a informarci, senza volerlo, che la loro religione, la quale insegna che un giorno i felici di questo mondo saranno umiliati, e gl’infelici, esaltati, in nessun luogo, come nelle contrade dell’Ellade antica, ha trovato sì fitta e bramosa schiera di fedeli[468]. È Pausania, che vive nella prima metà del II secolo a. C., a ripeterci che la grande Tebe non è più che un deserto e solo la Cadmea è abitata, e ha usurpato il nome di quella che fu un dì la metropoli della Beozia[469]; che la Focide non ha che una sola cittadina, Elatea[470]. È, più tardi ancora, Dione Crisostomo, l’ultimo oratore dell’ellenismo, a discorrerci ripetutamente, con voce accorata, della Tessaglia deserta, dell’Arcadia spopolata[471], di Taranto, Metaponto, Crotone, mute, solenni solitudini[472]; a descriverci con arte squisita la spopolata e deserta Eubea del suo tempo, di cui nessuno coltiva i campi, ove non più la pastorizia scaccia l’agricoltura, ma gli erranti pastori si convertono in nomadi e feroci cacciatori; l’Eubea, l’isola dalle città morte, ove le messi maturano entro la cerchia delle mura gloriose; ove le statue degli Dei e degli eroi giacciono seppellite fra le alte erbe, e branchi di bestiami pascenti profanano i vetusti edifizi cittadini[473]. La Grecia fu un giorno; oggi «solo le pietre e le ruine dei monumenti stanno a significare, a quelli che sopravvissero, lo splendore e la grandezza perduta»[474].

La decadenza morale.

Quali le condizioni morali?

Il divino spirito politico della Grecia classica è scomparso. L’uomo divorzia dal cittadino; l’individuo, dalla sua città e dallo Stato; la ricerca degli isolati vantaggi personali prevale assolutamente sulla cura pubblica. Ad Argo, dove le milizie della Lega achea erano penetrate per liberarla dalla schiavitù, dal sommo delle case i cittadini, spettatori indifferenti di una lotta che pure involgeva i loro più sacri interessi, applaudivano o zittivano i combattenti, quasi, esclama un antico[475], assistessero, in qualità di arbitri e di distributori di premi, allo svolgersi dei ludi Nemei!

Il centro del mondo non è più la nazione, la città, ma il proprio individuo[476]. Rovesciando ogni disposizione del più glorioso passato, l’individualismo più gretto, più miope, più interessato, si disfrena in tutti i campi della vita civile, e il mondo ellenico si popola di quel tipo d’uomo, «l’uomo del Guicciardini», di cui morrà la luminosa Italia del Rinascimento, di cui moriva ora la Grecia, e i cui spiriti fermentano tuttavia così maligni nelle nostre vene di caduchi mortali del secolo XX.

Quest’uomo carico di storia, di esperienza, di dolori, di disillusioni, non ha più fedi, non più sentimenti eroici, non più grandi passioni, anzi, considera gli uni e le altre, come aberrazioni di sciocchi, di volgari, di folli. Per lui, vivere è solo «voltare tutte le cose divine ed umane, spirituali e temporali, animate e inanimate, a beneficio proprio....»[477]. Per lui conoscere il diretto cammino non significa scomodarsi e muoversi per imboccarlo. A suo avviso, si può pensare come si vuole, ma la scienza della vita insegna che bisogna operare solo come torna utile. Nessuno sforzo, dunque, è da tentare pel bene comune, dacchè il risultato non giova immediatamente a chi l’ha iniziato, ed è quindi preferibile condursi in modo da rendersi accetti ai potenti del giorno che passa. Egualmente, agire secondo una nobile passione è da matti; regola della vita, invece, l’intrigo, l’astuzia, la simulazione a scopo personale. Così in questo giro d’anni, matura in Grecia il tipo vile, falso, miserando del graeculus, tramandatoci da Cicerone[478], da Virgilio[479], da Luciano[480]. Già in sullo scorcio del V secolo, l’occhio linceo di Tucidide aveva come squarciato il velame dell’avvenire e il suo stilo, duro, implacabile, aveva scolpito nell’opera sempiterna, quello che un giorno sarà il fosco quadro della decadenza morale della Grecia: «Venne mutata arbitrariamente l’usata significazione dei vocaboli.... La temerità fu definita valorosa abnegazione verso i propri amici politici; la preveggenza, manifesta pusillanimità; la moderazione, sotterfugio di dappocaggine; la prudenza, codardia. La violenza fu scambiata per virilità e la cautela e la ponderazione sembrarono capziosi pretesti per mutar consiglio. Coloro che si adiravano furon tenuti quali persone degne di fede; i loro contraddittori, quali uomini sospettabili. Chi era fortunato nell’insidiare altrui, passava per uomo prudente; prudentissimo chi riesciva a prevenire le insidie degli altri. Chi cercava di tenersi lontano da siffatti espedienti, era violatore dell’amicizia e pauroso degli avversari. Si lodò, insomma, chi preveniva altrui nell’ingiuria e chi vi trascinava coloro che giammai altrimenti vi sarebbero ricorsi. Ai legami del sangue furono preposti quelli dell’omertà, perchè i complici erano maggiormente disposti ad osare checchessia. Ed invero, non si contraevano alleanze per conseguire i vantaggi consentiti dalla legge, ma per consumare la violazione delle medesime. Ciò che poi le cementava e rendeva sacre non era il vincolo della religione, ma quello della complicità. Se taluno proponeva qualcosa di buono, gli avversari vi assentivano, non per ispirito di generosità, ma per potere in tal guisa esserne meglio garantiti. Ciascuno preferiva poter vendicarsi delle offese, che evitare di esserne colpiti. Se taluni si riconciliavano, il giuramento teneva solo fino al giorno in cui uno dei due riescisse a soverchiare l’altro. Chè, se alla prima evenienza sorprendeva l’avversario distratto, s’affrettava a cogliere, dietro l’usbergo dell’amicizia, una vendetta tanto più allegra quanto più fitta era l’ombra che velava l’aggressione. Era il metodo più sicuro e, inoltre, poichè si vinceva con la frode, quello che maggiori titoli recava al premio dell’accortezza.....».

«Lo scrupolo e la religione vennero banditi dai rapporti sociali e in loro vece sottentrarono i volgari lenocinî del primo leguleio che dava lustra di onestà ai propri invidiati misfatti.... La schiettezza, compagna indissolubile della nobiltà dell’animo, perì soffocata, tra il cachinno universale. Nè a rappacificare gli animi valse autorità di parola, o religione di giuramento. Gli individui dubbiosi, di tutto e di tutti, erano più disposti a ricercare come difendersi dai possibili pericoli, che a fidare in alcuno. E si videro i dappoco cogliere molte volte il frutto della vittoria, perchè, senza fiducia nelle proprie risorse e timorosi dell’oculatezza della parola, dell’ingegno altrui, dando per primi mano alle insidie, audacemente correvano verso ogni scelleraggine. Gli altri, invece, fidando di essere in tempo a prevenirne le trame, sicuri che non occorreva agire malamente, là dove bastava far uso di abilità, inermi, perivano, facili vittime degli avversari....»[481].

Il quadro è perfetto e completo; Polibio e Cicerone non avranno che ad aggiungervi solo qualche tocco. «Prestate», dirà il primo dei Greci del tempo suo, «un talento»; fate fare dieci copie; apponete altrettanti sigilli; invocate il doppio di testimoni; voi non riavrete egualmente il vostro denaro....»[482]. E Cicerone: I Greci non hanno mai fatto alcun conto della correttezza e della buona fede.... Non è proverbio tutto loro: «Testimonia in mio favore, chè non mancherò di ricambiartene....»? «Essi considerano il giuramento come una celia; la testimonianza, un puro gioco; la vostra stima, men che nulla; essi cercano e trovano lode, credito, approvazione solo nella menzogna impudente....». Essi non si sono mai fatti scrupolo di falsificare alla leggera documenti privati e pubblici....[483]. La grande Grecia è finita per sempre; sopravvive il greco rigattiere volgare, falso ed astuto, vanesio e pusillanime, pieghevole come servo, umile come parassita, pericoloso come aspide, che Roma disprezzerà e subirà insieme.

Dalla povertà dello Stato e dei privati, dal decadere del livello morale, dalla svogliata partecipazione ai pubblici negozi ed al loro controllo[484], aveva, d’altra parte, origine quella trista incapacità della vita pubblica, i cui effetti dovevano rivelarsi così disastrosi nei secoli che furono contemporanei agli ultimi secoli della Repubblica e ai primi dell’Impero romano.

Già fin dallo scorcio del quarto secolo a. C. era salita in voga quella spensierata e ignominiosa consuetudine di profondere le pubbliche entrate e il pubblico decoro in onorificenze agli inetti, agli indegni[485], ai dominatori, che con deplorevole eufemismo venivano chiamati Salvatori. A Demetrio Falereo, nella sola Atene, furono erette trecentosessanta statue a piedi, a cavallo o sul carro[486]; le testimonianze di riconoscenza agli imperatori romani furono abbassate al livello della più umiliante adulazione[487], e lo stesso Nerone, prima del suo decreto di affrancamento dell’Ellade, fu colmato di onori inauditi: ambascerie universali, concorsi musici, serti di vittoria, sospensione di giuochi pubblici, perfino di quelli, giammai — anche a motivo di guerra — rimandati, suppliche per debutti, cerimonie pagate dagli Elleni in moneta sonante di danaro e di dignità[488].

Già fin dal tempo di Demostene, nella libera Atene, la corruzione nell’amministrazione delle finanze era tale, che, mentre nelle casse mancava il danaro occorrente a far marciare l’esercito per un sol giorno, singoli individui speculavano sui dolori della nazione, e i generali, smarrito ogni senso di responsabilità, scialacquavano fra orge insane, il danaro destinato alla difesa della Patria[489]. Di peggio avvenne più tardi. I magistrati credettero di amministrare con sapienza, dispensando fra i poveri il denaro pubblico[490]. Il diritto di cittadinanza, gli uffici pubblici, i sacerdozi, le onorificenze, cominciarono a vendersi per prezzo[491]. Tutte le città ne facevano un vero e proprio traffico fraudolento. Le magistrature si conferivano, non già a seconda del merito, ma in proporzione dell’altezza dei redditi e della munificenza dei candidati[492]. Ciò non ostante, gli erarî pubblici erano tormentati da continue strettezze[493], chè le sole spese per monumenti onorarî verso i governatori, gl’imperatori, i senatori romani, o per le così dette ambascerie di fedeltà, erano divenute il cancro roditore delle pubbliche finanze. Bisanzio era, come da spesa ordinaria, gravata da più di 3.000 lire annue per una periodica deputazione augurale agl’imperatori; da più di 800, per un’altra al governatore della Misia, e a tali ignobili scopi nessuna delle province dell’impero stanziava somme sì cospicue, come la più misera di tutte, la Grecia[494].

Per tal guisa, se il regime della tutela uccideva la Grecia, il mantenimento o la ripresa dell’antica autonomia comunale si convertiva da un giorno all’altro in un novello motivo di rovina. Così, allorquando, nel 196, Tito Quinzio Flaminio dichiarò i Greci nuovamente liberi, l’esperimento d’improvvisa libertà, si rivelò tosto perniciosissimo. E quando Nerone, due secoli dopo, sciolse gli Elleni dall’ordinamento provinciale romano, scoppiarono in Grecia tali disordini, da costringere, di lì a poco, Vespasiano, non solo a restaurare l’antico regime, ma a ridurre a provincia anche parecchi territori i quali avevano continuato a serbare una lustra di indipendenza[495]. I Greci, opinava il saggio imperatore, avevano irrimediabilmente disimparato a vivere da liberi!

La decadenza intellettuale.

Con l’onestà dei rapporti sociali, con la capacità a gerire la pubblica amministrazione, decadeva, e si riduceva progressivamente, il valore e la profondità della cultura sociale.

Perchè l’arte fiorisca possente e rigogliosa, è necessario che, insieme con l’anima dell’artista, vibri l’anima del suo popolo; che l’artista non sia un mero virtuoso, ma l’interpetre di grandi sentimenti. Fa d’uopo che l’arte, in luogo di soffocare in angusti cenacoli, in accademie sterili e silenziose, viva all’aperto, tragga alimento da tutte le correnti della vita; che gli artisti, infine, siano in grado di rinnovare ogni giorno le proprie ispirazioni al gran fonte battesimale della vita.

Tutte queste possibilità erano disparse nella Grecia dei secc. III-I a. C., come spariranno nell’Italia dei secc. XVI-XVIII, sì che la meravigliosa letteratura greca dell’età classica diventa oramai un ricordo, doloroso e vano, del passato. Inoltre l’arte, che noi ricordiamo col nome di ellenica, aveva avuto delle sue esigenze speciali. La grande arte dei secc. VIII-V a. C. rivestiva un carattere pubblico; supponeva, quindi, un regime felice, prosperità nell’erario, serenità nella cittadinanza, agio di amare e gustare il bello, per desiderarlo, per rappresentarlo, per considerarne la celebrazione quale pubblico debito d’onore[496]. Tale era stata l’arte greca, che s’era incarnata nelle divine rapsodie epiche, nei carmi corali, nella lirica pugnace di Tirteo e di Solone, zampillante dal seno stesso della vita; tale la grande arte drammatica di Eschilo e di Euripide, che aveva rispecchiato, e maravigliosamente idealizzato, l’infinita varietà dei tipi e delle forme spirituali umane. Tali erano state l’antica architettura e la scultura, incapaci di svolgersi isolatamente, senza gli aiuti che le derivavano dalla Città, senza una mano superiore che le guidasse dall’alto a unità di scopo[497]. Tale la storiografia: non ricerca erudita, pretenziosa o sofistica, di particolari morti, ma vivente lezione civile ai futuri; tale la filosofia, che attingeva dalla vita i suoi problemi e per la vita li discuteva, tentava risolverli; tale, persino, l’eloquenza, portato, non sapremmo decidere, se più dell’eccellenza dell’oratore che la diceva o dell’immensa, agitata, vibrante moltitudine, che l’ascoltava, e ch’era anche il suo critico, il suo censore, il suo ammiratore, il tempratore del suo gusto e della sua parola[498].

Ora tanta fiorita intellettuale è, ogni giorno un poco, spezzata dalla bufera incessante delle sventure. Man mano che si vuotava di uomini, di forze, di virtù civili, la Grecia si vuotava di poeti, di artisti, di oratori. Al disparire della serenità, della nobiltà, della profondità degli spiriti, l’arte, la filosofia, la scienza si ritraggono nel silenzio dei gabinetti dei loro pallidi coltivatori. La drammatica e la plastica perdono il maggiore dei campi di rappresentazione: la vita pubblica; i lirici non cantano, od i loro versetti servono solo ad infiorare le antologie; la storia smarrisce l’antica funzione, nazionale e sociale; l’oratoria precipita a retorica; fioritura maligna e devastatrice, invade la casistica, e le masse popolari, tornate grossolane e ignoranti, si avviano per quella china, che le condurrà all’ardore dei circhi od al bizantinismo.

«L’ignoranza e la colpa», aveva scritto l’autore de La repubblica ateniese, «sono figlie primogenite della povertà»[499], e l’Alessandro o Lo spacciatore di prodigi di Luciano esibisce, in quadro efficacissimo, il progrediente dilagare della superstizione. La cristallina chiarità della vita e della coltura ellenica si macola e adombra dei culti più triviali, dei pregiudizi orientali più sciocchi. La fede nella magia e nel miracolo invade gli spiriti e regola gli atti più insignificanti della vita. Tutto imputridisce, anche l’incorruttibile, e, mentre il silenzio della storia protende la sua ombra a velarne pudibondo la scena, Dione Crisostomo recita sul baratro di tanta ruina l’epicedio dalla nazione disfatta[500]: «Un tempo molti primeggiarono in Grecia: voi, o Rodii, gli Ateniesi, quei di Sparta, quei di Tebe, per breve ora i Corinzi, in età più remota gli Argivi. Adesso tanta gloria è disparsa. Gli uni sono periti interamente; gli altri si governano..., disonorando la gloria conseguita, e ritenendosi felici di non trovare ostacoli nel delinquere». «Solo voi, o Rodii, restate, e solo per voi è possibile pensare che non tutto ciò che fu greco è morto o divenuto del tutto degno di dileggio. Quanto agli altri, si può dire in verità che il nome di Greci è ormai più disprezzabile di quello di Frigi o di Traci.... Tutta la loro gloria perì, e tutte le cose loro sono corrotte vergognosamente, miserabilmente. A guardare l’opera degli uomini di oggi, nessuno potrebbe argomentare lo splendore del tempo che fu. Le pietre e le ruine dichiarano meglio la grandezza e l’antica gloria. Quelli che ora abitano in Grecia, e in essa si governano, non si direbbero neanche discendenti di avi Misii. Meno lugubre è la sorte delle città distrutte al paragone delle altre. Di quelle resta integra la memoria..... e la fama delle belle imprese d’un tempo non è stata macchiata. Meglio bruciare i cadaveri che lasciarli imputridire!...».

Note al capitolo quarto.

433.  Circa la cronologia dell’opera di Strabone, cfr. E. Pais, Straboniana, in Riv. di filologia e d’istruz. classica (1887), XV, pp. 216 sgg. D’altro canto, la presenza del geografo greco in parecchie delle regioni elleniche sopra descritte (cfr. Strab., 2, 5, 11) non è negata neanche dai più scettici critici moderni; cfr. Pais, op. cit., pp. 116, 117, 163, e M. Dubois, La géographie de Strabon, Paris, Imprimerie nationale, 1891, pp. 71 sgg.

434.  Strab., 7, 7, 3; 9.

435.  Id., 12, 8, 8-9.

436.  Id., 9, 4, 17; cfr. Paus., 10, 8, 2.

437.  Id., 7, 7, 6, 10, 2, 3; 23.

438.  Id., 9, 3, 4; 8.

439.  Id., 9, 2, 5.

440.  Id., 9, 1, 15.

441.  Id., 8, 4, 11.

442.  Loc. cit.

443.  Id., 8, 8, 1-2. Per quel che riguarda Mantinea, si è creduto di poter smentire questo passo con gli altri di Pausania, 8, 9, 3; 46, 1. Non si è badato che Strabone, dopo avere enumerato i luoghi più celebri dell’Arcadia, aggiunge testualmente: «o più non esistono o ne rimane appena qualche traccia»: nulla di diverso di quanto è lecito indurre da Pausania. Il fatto, poi, che di talune di codeste città, da Strabone considerate distrutte, si abbia più tardi notizia (cfr. E. Kuhn, Die städtische u. bürgerliche Verassung d. rom. Reichs ecc., Leipzig, 1865, II, pp. 76 sgg.) è di assai scarso peso. Sopravvisse talora il nome del luogo, ma non l’importanza della città; talora la denominazione venne spostata da luogo a luogo; tal’altra, infine, la cittadina distrutta e scomparsa fu, più tardi, ricostruita e riabilitata.

444.  Strab., 10, 1, 10.

445.  Id., 10, 4, 9.

446.  Id., 10, 5, 3.

447.  Id., 14, 1, 9.

448.  Id., 14, 1, 35-37. Di Chio: «Un giorno i Chii furono una grande potenza navale e aspirarono all’impero dei mari»; di Clazomene: «Dopo Ipocremno è Chitrio, ove un tempo fu Clazomene....»; di Smirne: «Dolabella.... distrusse gran parte della città....».

449.  Id., 14, 1, 7.

450.  Id., 13, 1, 19; 23, 2, 4.

451.  Id., 14, 1, 7; 32.

452.  Strab., 6, 2, 2.

453.  Id., 6, 2, 4.

454.  Id., 6, 2, 5; 6.

455.  Id., 6, 2, 6; cfr. Mommsen, in C. I. L., X, pp. 746-47.

456.  Id., 6, 2, 6. Strabone dovette percorrere e visitare la Sicilia; cfr. Dubois, op. cit., pp. 84, 85, 153 sgg.

457.  Id., 5, 4, 4; cfr. Vell. Pat., 1, 4, 2; Juven., Sat., 1, 3, v. 2.

458.  Strab., 5, 1, 2.

459.  Id., 6, 1, 3; 13.

460.  Id., 6, 1, 5.

461.  Loc. cit.

462.  Id., 6, 1, 10; 13; cfr. Paus., 6, 19, 11.

463.  Id., 6, 1, 6.

464.  Id., 6, 3, 1; cfr. Vell. Pat., 1, 4, 2.

465.  Pol., 20, 6 (= Geogr. Gr. minores, I, 103, ed. Didot.).

466.  Ad fam., 4, 5.

467.  Senec., Ad Helviam. matr., 6, 4; Tac., Ann., 3, 68; 69; 4, 13; 21; 30.

468.  Cfr. Act. Apostol., 13, 14, 16, 17, 18, 20; Apocalyps., I, 4; 9: 11; I Petr., I, 1; le Epistole di Paolo; cfr. A. Harnack, Missione e propagazione del Cristianesimo (trad. it.), Torino, Bocca, 1906, pp. 421 sgg.

469.  8, 33, 1; 9, 7, 4-5.

470.  10, 34.

471.  Orat., XXXIII, p. 461 (vol. II, p. 11, ed. Reiske).

472.  Orat., XXXIII, p. 401 (vol. II, p. 12, ed. Reiske).

473.  Orat., VII, pp. 105-6 (vol. I, pp. 232-33, ed. Reiske).

474.  Orat., XXXI, p. 358 (vol. I, p. 650, ed. Reiske); Strab., 7, 7, 3.

475.  Plut., Arat., 27, 1.

476.  Cfr. J. Kärst, Gesch. d. hellenistischen Zeitalters, Leipzig u. Berlin, 1909, II, 85 sgg., 305 sgg.

477.  È la frase magistrale, in cui F. De Sanctis (L’uomo del Guicciardini, in Saggi critici, Milano, Treves, 1914, III, p. 42) riassume la filosofia pratica dell’uomo della Rinascenza in Italia, descrittoci dal Guicciardini.

478.  Pro Flacco, 4, 9 sgg.

479.  Aeneis, 2, vv. 57 sgg.

480.  Cfr. il dialogo Del parassita.

481.  Thuc., 3, 32, 4 sgg. Com’è noto, è questo uno dei più difficili passi tucididei. Per la interpretazione ho seguito, dove ho potuto, Dion. Hal., De Thucyd. ecc., 29 sgg.

482.  6, 56, 13.

483.  Pro Flacco, 4, 9-10; 5, 12; 9, 20.

484.  Pol., 20, 4, 1 sgg.; 6, sgg. Tale era, del resto, il costante rimprovero di Demostene (In Philipp., I, 7 passim) ai propri contemporanei, tanto migliori dei contemporanei di Polibio.

485.  Demost., XIII (De rep. ordin.), 20, 21; XXIII (In Aristocr.), 118, 130, 141 sgg. 202-03.

486.  Diog. Laërt., 5, 75.

487.  Cfr. C. I. G., 478, 1300, 1323; Paus., I, 40, 2; II, 8, 1; III, 22, 7; V, 20, 5; VI, 19, 7; 25, 1; X, 8, 4.

488.  Svet., Nero, 22.

489.  Cfr. Demost., XIII (De rep. ord.), 30 passim; III (Olynth. III) 29; XXIII (In Aristocr.), 209; Isocr., De pace, 124 sgg.; Aeschin., De mala legat., 71; 161; cfr. Böckh, op. cit., 1, 362-64.

490.  Pol., 20, 6, 3.

491.  Mommsen, Province romane ecc. 256.

492.  Id., op. cit., 267-68; Pol., 20, 6, 2-3; cfr. Demost., XIII (De rep. ord.), 24.

493.  Mommsen, op. cit., 256.

494.  Id., op. cit., 267-68.

495.  Svet., Vespas., 8.

496.  E. Curtius, Griech. Geschichte, Berlin, 1878-81, III, 526, 532.

497.  Id., op. cit., II, 213.

498.  Sul valore della partecipazione del pubblico all’arte ateniese, cfr. E. Ciccotti, Le retribuzioni delle fruizioni pubbliche civili nell’antica Atene (in Rendic. del R. Ist. Lombardo di sc. e lett., Serie II, 30, 1893, pp. 265 sgg.), riprodotte in Bibl. st. econ., vol. I, 2, App. II, pp. 544 sgg.; Grote, op. cit., VII, pp. 389-95.

499.  1, 5.

500.  Orat., XXXI, pp. 358 (vol. I, pp. 648-49, ed. Reiske).