Gli avvenimenti che seguono a quelli che abbiamo narrato finora e che or dobbiamo descrivere, ci mostrano l’Impero occidentale giunto a sua ultima sera innanzi la fine estrema. Gravi avvenimenti la precedettero: la disgrazia e l’uccisione di Ezio, la morte di due Imperatori, e finalmente un nuovo e più terribile saccheggio della Città, il quale, simile al saccheggio primo, per una strana accordanza di tragici avvenimenti, seguir tosto doveva alla morte fatale di un eroe.
La caduta dell’illustre guerriero Ezio, come quella del suo predecessore Stilicone, è a metà involta nella oscurità di intrighi cortigianeschi; e, a produrre quella orrenda sciagura, si associa novellamente l’azione di due belle e sventurate donne. Il vincitore degli Unni, sotto la protezione della cui spada tremenda il popolo acchetava a tranquillità l’animo pauroso, era temuto e odiato dai cortigiani che la immensa ricchezza e l’alta potenza di lui invidiavano. Ammaestrato all’esempio di Stilicone, Ezio aveva creduto di evitarne la disgrazia tentando di avvincere a sè la famiglia imperiale con legami di parentela. Egli aveva due figli, Carpilione e Gaudenzio, e Valentiniano aveva due figlie Eudocia e Placidia. L’Imperatore aveva fatto giuro solenne al suo generale, che avrebbe dato una delle due principesse in isposa all’uno od all’altro dei due giovani. Ma i cortigiani, tra i quali l’eunuco Eraclio (e persino il nome di costui richiama alla mente quello dell’assassino di Stilicone), impedivano quella unione, e suscitavano sospetti nell’animo debole del Principe, al quale, rammentando l’inganno con cui Ezio aveva perduto Bonifacio, lo dipingevano come un ambizioso che lo tradiva, e gli bisbigliavano all’orecchio che secrete intelligenze egli tenesse cogli Unni, i quali, fin dal tempo del tiranno Giovanni, erano divenuti suoi amici dichiarati, e coll’ajuto dei quali egli confidava di impadronirsi dell’Impero per sè o per il figlio.
Era l’anno 454. Valentiniano trovavasi nel suo palazzo imperiale di Roma, il cui soggiorno, a differenza dei suoi antecessori, egli prediligeva, forse perchè quella città meglio che Ravenna gli offrisse piaceri più graditi e più secreti. Un giorno entrava Ezio nelle sue stanze, ed ivi, con piglio ardito, ricordandogli sua gloria, sue vittorie, sua potenza, mostrandogli quanto debole fosse la maestà imperiale senza il suo appoggio, chiedeva che desse adempimento alla promessa. Sembra che questa scena violenta fosse stata suscitata con previdente astuzia dai nemici del generale, affine di spingerlo alla sua perdita. Ezio il quale credeva l’animo imbelle di un Valentiniano di null’altro capace che di opere muliebri, vede l’Imperatore cacciare tutt’a un tratto la spada, e tosto sente il ferro entrargli nelle viscere. Cadeva il meschino sul pavimento, e una torma di eunuchi e di cortigiani vilissimi con pugnali e con spade gli si scagliavano addosso a finirlo. Strillando di gioia feroce crivellavano di ferite il cadavere dell’ultimo grande capitano di Roma, e forse nel tempo stesso Valentiniano «frenetico eunuco», per il terrore del fatto atroce, sveniva fra le braccia di uno dei suoi servitori evirati[161].
La caduta di Ezio trasse con sè anche quella di molti dei suoi amici, fra i quali Boezio prefetto del Pretorio, che discendeva dalla nobile famiglia Anicia; e poichè l’infame assassinio da molto tempo era stato deliberato, non è inverosimile la narrazione che in quello stesso giorno succedesse un massacro di quanti uomini devoti al generale in palazzo si trovavano[162].
Quest’è la semplice ed essenziale narrazione della caduta di Ezio e ben anche la più veritiera. Ed infatti ella è cosa più conforme al corso naturale degli avvenimenti che quell’uomo potente, come molti altri dei suoi pari che alla fortuna ed al favore associavano merito vero, sia caduto vittima dell’invida gelosia dei cortigiani e forse anche dei suoi smoderati desiderî, piuttosto che egli cadesse in mezzo ad avvenimenti romanzeschi onde in quel tempo fu teatro il palazzo imperiale, e che la fantasia popolare associò alla fine dell’eroe. I quali essendo però in istretta relazione colla storia della Città, non dobbiamo qui ommettere di parlarne.
Valentiniano aveva condotta in moglie Eudossia, ch’era figlia di Teodosio il giovane e della greca Atenaide. Venutigli a noja i vezzi della sua sposa, nell’ozio molle di Roma aveva vôlto lo sguardo desioso sulla moglie di Petronio Massimo, senatore ragguardevole, la quale, accoppiando beltà splendida a onestà purissima, era destinata ad essere l’ultima Lucrezia di Roma. I suoi omaggi aveva rigettati la nobile donna, per la qual cosa gli osceni paraninfi degli amori di lui ricorsero ad inganno. Massimo un dì, giocando coll’Imperatore, perdeva grossa somma di denaro e gliene dava in pegno il suo anello. Un eunuco andava con quello alla casa del Senatore, e, mostrando alla donna il giojello, dicevale essere spedito con una lettiga dal consorte di lei, che le imponeva di gire al palazzo a prestare omaggio all’Imperatrice. Andava la sciagurata senza conoscere il destino che l’aspettava; e, condotta in un quartiere remoto del palazzo, soggiaceva alla violenza brutale di Valentiniano.
Ritornava Massimo alle sue case, e trovava la moglie la quale scioglievasi in lagrime di vergogna e di rabbia che ella reprimeva di tratto in tratto per iscagliare imprecazioni contro di lui, ch’ella accusava d’infame mercato della propria onestà. L’innocente marito indovinava quanto era accaduto, e, chiudendo il furore entro l’animo, volgeva la mente a disegni di vendetta. Egli deliberava di lavare la macchia fatta all’onor suo col sangue del miserabile; ed è qui dove Procopio, da cui togliamo il racconto, confondendo i tempi, narra che Massimo, affine di giungere alla meta propostasi, con intrighi spazzasse del suo sentiero Ezio ch’egli considerava essere impedimento massimo al compimento di sua vendetta[163].
Egli è indizio meraviglioso dell’acciecamento d’un animo affievolito dal despotismo il fatto, che Valentiniano dopo la uccisione di Ezio prendesse ai suoi stipendî molti dei servitori della sua vittima. Dopo di essersi reso odioso ad essi, amantissimi del loro signore antico, egli gli aveva inacerbiti con questa sua opera, la quale dimostrava che non sarebbe mai per fidare in loro, oppure ch’egli non credesse che quegli uomini d’origine barbarica fossero capaci di accogliere sentimenti di umano affetto. Senza dubbio egli presentò loro opportunità di trarre vendetta di sangue; e fu forse Massimo stesso il quale introdusse nella famiglia di Valentiniano i clienti di Ezio per giovarsi dei loro pugnali e per nascondere sotto il loro manto la propria mano. E così avvenne che l’Imperatore cadde ucciso nel dì 27 di Marzo dell’anno 455. Assisteva egli agli armeggiamenti dei suoi soldati nel campo di Marte, allorquando d’un tratto i congiurati, tra i quali erano Optila e Traustila, Unni di nazione o Goti, gli furono sopra e lo pugnalarono. Neppure una spada uscì della vagina in sua difesa[164].
Con Valentiniano III si spense la stirpe di Teodosio il grande, e fu novella sciagura per Roma.
Massimo si fece tosto gridare imperatore; e, dopo di aver dato sepoltura al suo antecessore presso la basilica di san Pietro, poichè eragli già morta di dolore sua donna sventurata, tentò d’indurre la moglie di Valentiniano a dimenticare tra le sue braccia la morte di uno sposo indegno di lei. Ma l’orgoglio della figlia di Teodosio il Giovane non ebbe ceduto che all’impero della violenza, e però essa ignorava che Massimo fosse l’occulto assassino del suo sposo. Poichè il novello Imperatore ebbe costretta la vedova dell’offensore di sua moglie, pochi dì dopo l’uccisione di lui, a salire il suo talamo, egli non credette averne cavata vendetta pari al suo odio; chè, per averla piena e atroce, quel dì stesso narrò ad Eudossia quanto aveva fatto. La protesta ch’egli aggiunse di esservi stato spinto da amore onde ardeva per lei, era un sarcasmo amaro che ferì nel profondo dell’animo la donna, la quale da canto suo nascose nell’intimo suo pensiero il disegno di pigliare vendetta tremenda di colui che aveva usurpato il trono del suo sposo e che a lei aveva rapito l’onore.
Volgeva ella il suo pensiero, così narrano gli Storici bizantini, a questo disegno e a quello, ma comprendeva che di Costantinopoli nessun ajuto trarre poteva; imperocchè Eudocia, madre di lei esiliata della corte, vivesse in Gerusalemme, ed il padre Teodosio e Pulcheria zia di lei fossero già morti. Per la qual cosa, nell’odio suo ardente, ricorse al partito d’invocare a sua liberazione e a vendetta re Genserico: e invitollo per mezzo di messi spacciati a lui, che coi suoi Vandali venisse d’Africa a sorprendere Roma con un assalimento improvviso[165]. Sono però alcuni e gravi argomenti i quali fanno dubitare della veracità di questi fatti, e già il Muratori ne fa cenno. Egli è possibile che la fantasia degli Orientali abbia creata intorno alla seconda caduta della Città questa leggenda, su cui è impresso il marchio dell’indole del tempo, ma che però non può dirsi destituita di fondamento. E poichè non abbiamo validi argomenti per poterne dare giudizio certo, basti quanto abbiamo detto; chè lo Storico può seguire l’esempio d’un Cronista, il quale, dopo di aver narrato dell’uccisione di Valentiniano, dell’usurpazione di Massimo, della violenza che costui esercitò sopra Eudossia, si restringe a dire semplicemente che l’usurpatore scontò ben presto le sue colpe, imperocchè due soli mesi dacchè era salito al trono gli giungesse tremenda la notizia che re Genserico approdava[166].
Appena dai lidi di Porto si potevano vedere le vele dell’armata del Re, seco recante schiere di Vandali bellicosi e di pagani Mauri, orde feroci di Barberia, Roma suonava di gemiti di disperazione. Massimo aveva unito in maritaggio il proprio figlio Palladio con una figlia di Eudossia ed avevalo eletto a Cesare, unica opera del suo governo. Non fece alcun apparato di difesa, ma, impedito nei suoi sensi e simigliante ad uomo che vede in sogno agitarsi il fantasima di gravi avvenimenti, congedò la sua famiglia, diè licenza a tutti di andare ove più loro talentasse, e vacillante uscì del palazzo per cercare scampo, che già il popolo e la nobiltà di Roma muovevano a tumulto. Sorpreso nella via, cittadini e servitori di palazzo lo uccisero a colpi di pietra, e, fatto a brani il suo corpo, lo gettarono in Tevere. Così moriva Massimo nel Giugno dell’anno 455, dopo un brevissimo regno di soli settantasette giorni.
La morte di lui precedette l’entrata dei Vandali; e Procopio erra allorquando dice che Massimo fosse ucciso dopo che Genserico si era impadronito del palazzo imperiale. Le soldatesche di questo terribile conquistatore, il quale (se anche non fosse stata la chiamata di Eudossia), alla notizia della morte di Valentiniano e del rivolgimento di palazzo, sarebbe venuto spontaneamente, erano frattanto sbarcate e si avanzavano lungo la via di Porto contro la Città, senza badare ch’essa fosse munita o indifesa. Non trovarono impedimento in loro mossa, tranne il venerabile vescovo Leone, che intrepido s’era presentato in tempi anteriori innanzi al più terribile Attila. Seguito dal suo clero egli trattenne i Vandali in loro cammino, e volse al re Genserico eloquenti parole, simili a quelle che aveva indiritte, anni prima, al Re degli Unni. Genserico diè ascolto con calma al discorso dell’uomo di Dio, ma questa volta non apparve l’ombra irata dell’Apostolo che colla spada sguainata minacciasse la testa dell’invasore: però egli promise a Leone che non porrebbe a ferro e a fuoco la Città, che risparmierebbe da strage gli abitanti e che si restringerebbe a dare il saccheggio ai tesori della Città[167].
Il terzo giorno dopo l’uccisione dell’imperatore Massimo i Vandali entravano nella Città indifesa dalla via di Porto[168]. Gettando grida di gioia feroce, quelle masnade si sparsero per le piazze e per le vie deserte: ed i Romani, quarantacinque anni dopo che avevano veduto irrompere nei loro palazzi i figli selvaggi delle steppe di Pannonia e del Don anelanti saccheggio, miravano ora nel cuore della loro Città gli abitatori dei deserti d’Africa, i figli della terra di Giugurta, mescolati ai Vandali di stirpe germanica. Eglino si lanciavano al saccheggio senza che alcuno si levasse ad opporre loro resistenza, non accoppiando, come già i Visigoti di Alarico, al desio di preda furore di vendetta; ma, avventurieri felicissimi, inebbriavansi con tutta la calma nelle voluttà che avevano conquistate senza battaglia. Spettacolo turpemente obbrobrioso per Roma! Laddove i Goti avevano dato saccheggio alla Città per soli tre giorni rubando frettolosi quanto veniva loro sotto le mani, laddove eglino, sbigottiti della grandezza della loro impresa non mai tentata prima di essi, non s’affidavano quasi agli stessi loro sensi, i Vandali invece depredavano senza ritegno e a loro bell’agio, imperocchè Genserico avesse loro concessa una fermata di quattordici giorni.
La fantasia deve qui pure supplire al difetto di narrazioni di scrittori contemporanei, e deve pingerci la condizione della Città durante devastazione così lunga, nella quale è facile imaginare che si commettessero crudeltà d’ogni guisa. Ciò che i Goti avevano risparmiato, o ciò che i Romani posteriormente avevano restaurato nei palazzi, nelle chiese, nei publici edificî, cadde presto in mano dei predoni, nel saccheggio che veniva condotto dietro una regola determinata. Mettevasi a ruba contemporaneamente ciascun quartiere della Città, e centinaia di carri caricavansi di bottino e facevansi uscire per porta san Paolo per recarlo alle navi che solcavano il Tevere. Per mala sorte possediamo scarse notizie che descrivano il saccheggio, ma sono memorande abbastanza. I Vandali, prima d’ogni altro edifizio, depredarono il palazzo imperiale (nelle cui stanze forse Eudossia piangeva fra i ceppi il suo errore) e lo spogliarono in modo che non ne lasciarono neppure un vase di rame. E nel vicino Campidoglio saccheggiarono il tempio di Giove che ancora conservavasi in piedi, e non solo ne strapparono le statue, che ancora rimanevano intatte e colle quali Genserico voleva ornare il suo palazzo d’Africa, ma scoprirono a metà anche il tetto per isvellerne le lamine di bronzo dorato ond’era coperto[169].
Un argomento che sveglia in sommo grado la nostra attenzione è la notizia che le spoglie portate di Gerusalemme dai Romani cadessero in mano dei Vandali. Oggidì ancora alta meraviglia commuove lo spettatore il quale osserva gl’incompiuti disegni dei vasi sacri del tempio di Gerusalemme, che miransi negli avanzi delle sculture dell’arco di Tito. Vi vede il disegno del grande candelabro dalle sette braccia, della mensa sacra sulla quale sono deposti due turiboli, di due lunghe trombe e di un’arca[170], e gli vien detto che quei disegni rappresentano le spoglie del santo tempio, che Tito dopo la presa di Gerusalemme trasse a Roma, come scrive l’ebreo Giuseppe Flavio testimone oculare. Di quelle spoglie, Vespasiano aveva deposte nel palazzo dei Cesari le cortine ricamate del tempio ed i libri delle leggi ebraiche; e il candelabro d’oro ed i vasi preziosi aveva offerti in dono al tempio da lui consecrato alla Pace[171]. Sotto lo impero di Commodo un grande incendio aveva distrutto quel magnifico edificio, ma avevasi avuto agio di salvarne i tesori d’Israello che vennero deposti in altro luogo a noi sconosciuto, dove rimasero per il corso di qualche secolo. Quello che sappiamo si è che fra le ricchezze che Alarico aveva deposte in Carcassona trovavansi alcuni vasi di splendido lavoro adorni di gemme, che avevano appartenuto al tempio di Gerusalemme e ch’egli aveva rapiti in Roma[172]. Molti arredi preziosi di quelle antiche spoglie ebraiche erano sfuggiti alle depredazioni dei Goti, imperocchè si narri che Genserico, fra le ricchezze preziose strappate alle chiese di Roma, trasportasse a Cartagine alcuni vasi di pregevole lavoro che Tito aveva rapiti nel tempio di Gerusalemme[173].
Le strane vicende di fortuna che dovevano subire quei tesori dell’antico tempio d’Israello disperdendosi qua e colà, c’invitano a dirne qualche cosa, poichè già non avremo più opportunità di farne menzione. Ottanta anni dopo il saccheggio di Roma, Belisario se ne impadroniva in Cartagine e, insieme al bottino fatto sui Vandali, trasportavali colla pompa del trionfatore a Costantinopoli. Alla vista di quei sacri vasi del loro tempio antico, gli Ebrei di Bisanzio furono commossi da dolore profondo, e sembra che spedissero con ardito consiglio loro legati all’Imperatore reclamando quegli arredi come loro proprietà. Così almeno narra Procopio[174], il quale pone in bocca ad un Israelita, che faceva parte della famiglia dell’imperatore Giustiniano, animose parole colle quali lo esortava a non permettere che quei mistici vasi fossero deposti nel palazzo di Bisanzio; imperocchè, sclamava egli, non possano trovar quiete se non nel luogo in cui re Salomone aveva deliberato che posassero: la loro assenza dal tempio antico essere stata causa che Genserico la città dei Cesari prendesse, e che più tardi l’esercito romano del palazzo dei Vandali, ove quei vasi erano conservati, s’impadronisse. E Procopio racconta, che Giustiniano, mosso da religioso terrore, comandasse che gli arredi del tempio antico fossero deposti in una delle chiese cristiane di Gerusalemme. Se anche questo aneddoto degno di nota, narrato da un contemporaneo di Belisario, non sia vero che in parte, esso dimostra tuttavia, che dopo un periodo di quasi cinque secoli dal trionfo di Tito s’era conservata fra gli uomini la ricordanza di quei sacri arredi; e noi dobbiamo credere che durante tutti quei secoli i figli d’Israello, di padre in figlio, non avessero mai tralasciato di seguire con occhio sollecito la sorte di quelle insegne di loro Religione nazionale. Però dopo quel tempo ne sparve ogni traccia, e, dopo tante avventure, quelle reliquie del tempio di Salomone, se realmente giunsero di nuovo a Gerusalemme, cadute tra le ugne degli Arabi andarono perdute, simili al santo Graal, nel mistico Oriente. L’armeno Zacaria, quel Vescovo medesimo che compilò una descrizione dei monumenti publici di Roma, lasciava notizia che al tempo di Giustiniano vedevansi nella Città venticinque statue di bronzo rappresentanti Abramo, Sara ed i Re della stirpe di Davide, che Vespasiano aveva fatto trasportare a Roma colle porte e con altri monumenti di Gerusalemme. E una leggenda, che narravasi in Roma nel medio evo, pretendeva che nella basilica lateranense, insieme all’arca dell’alleanza, si conservassero le tavole della legge, il candelabro d’oro, il tabernacolo e le stesse vestimenta sacerdotali di Aronne[175].
Forse nella stessa squadra di navi sulle quali i Vandali trasportavano il bottino in Africa, sopra vascelli naviganti di conserva, saranno stati il candelabro del tempio di Salomone e la statua del Giove capitolino, simboli delle due Religioni antichissime d’Oriente e d’Occidente. E Procopio con precisione fa cenno di una nave carica di statue preziose, la quale avesse la sorte di profondare nel mare, unica fra tutte le altre che salve entrarono nel porto di Cartagine.
Fra parecchie migliaia di prigionieri d’ogni ceto e d’ogni età che Genserico traeva dietro a sè in Libia, era anche Eudossia. Figlia ad un Imperatore bisantino, moglie a due Imperatori romani, la sventurata donna pagava la pena di suo tradimento contro di Roma, se pure ella veramente lo commise, non soltanto colla vista della Città disertata dal saccheggio e dei patimenti indicibili del popolo tratto in catene, ma lo scontava anche colla prigionia obbrobriosa di sè e delle sue due figlie. Di queste l’una, Eudocia, costretta a dare la mano di sposa ad Unnerico figlio di Genserico, dopo di essere vissuta sedici anni in Cartagine in quell’unione conjugale ch’ella aveva ad abborrimento, riuscì a fuggire, e dopo parecchie avventure si pose in salvo a Gerusalemme, dov’ella presto morì e dove ebbe sepoltura accanto alla illustre avola sua di egual nome[176]. L’altra figlia Placidia, posta in libertà in tempi posteriori dopo la morte dell’imperatore Marciano, trovò lo sposo suo Olibrio che s’era ricoverato in Costantinopoli, dove ella aveva potuto accompagnare la madre Eudossia. Tali furono i destini di quelle donne infelici, ultime discendenti della stirpe del grande Teodosio.
La città di Roma, che al nome di Eudossia associa la ricordanza del saccheggio dei Vandali, conserva anche oggidì una chiesa che richiama la memoria di quella celebre donna. Sotto il pontificato di Leone I, poco tempo innanzi all’assedio di Genserico, ella aveva edificato una basilica ad onore di san Pietro. Questa chiesa, eretta in vicinanza delle terme di Tito, sulle Carine, ebbe da lei nome di Titulus Eudoxiae; e fu più tardi appellata san Pietro ad Vincula oppure in Vincoli. Imperocchè la fondazione di lei si accoppii ad una leggenda, che qui con breve discorso narreremo. Eudocia, madre dell’Imperatrice, avendo trovate in Gerusalemme le catene di san Pietro, una parte di quelle fè condurre in Costantinopoli, e il rimanente spedì in dono alla figlia in Roma. Qui conservavansi le catene delle quali era stato caricato l’Apostolo prima della sua morte; ed allorquando papa Leone depose presso di esse quelle venute di Gerusalemme, i due pezzi di catena si congiunsero indissolubilmente fra loro formandone una sola di trentotto anella. Commossa a sensi di pietà da questo portento, Eudossia, ch’era allora moglie a Valentiniano, eresse una chiesa ove quelle catene furono deposte, e in quella esse ricevettero tributo di venerazione durante tutto il medio evo. Ed oggidì ancora ricevono onoranza, perocchè la festa pagana che celebravasi in Agosto (nel dì primo di Agosto) si trasformasse nella festività delle catene di san Pietro[177]. Vedremo appresso che la polvere di limatura di quelle catene, tramutata in amuleto, ebbe a sostenere una parte importante nel mondo.
Il saccheggio era stato esteso a tutti i quartieri anche remoti di Roma, di maniera che non fu alcun oggetto prezioso che nella Città si trovasse, il quale non cadesse tra le ugne degli Africani. Egli è difficile a credersi che Vandali e Mori rattenuti da venerazione agli Apostoli rispettassero le chiese, fossero anche soltanto le tre maggiori. Un tale fatto afferma il cardinal Baronio desumendolo da un passo del Libro Pontificale, dicendo che Genserico non ponesse mano ai tesori conservati nel san Pietro, nel san Paolo e nella basilica di Costantino, ma ch’egli desse saccheggio alle sole chiese titolari ossia alle chiese parrocchiali; imperocchè in quel frammento del Libro dei Papi si narri che Leone, dopo il saccheggio dei Vandali, facesse fondere sei grandi idrie d’argento, che Costantino aveva offerte in dono a quelle tre basiliche, e che coll’argento ricavatone restituisse tutti i vasi sacri derubati alle chiese parrocchiali[178]. Del rimanente, se anche non avessimo notizie precise della estensione del saccheggio dei Vandali (ed è pur poco ciò che ne dicono gli scrittori dei tempi posteriori), l’espressione divenuta proverbiale di «vandalismo» varrebbe a persuaderci che l’idea terribile che ci siamo formati del saccheggio dei Vandali ha buon fondamento. Imperocchè i Visigoti, quantunque non lasciassero buona ricordanza di sè tra i Romani, non abbiano tuttavia accusa di avere posto a fuoco la Città, laddove invece la credenza popolare ne scagli la taccia contro i Vandali: e questa è dimostrazione, che la ricordanza di questo secondo avvenimento restò scritta con caratteri incancellabili nella memoria della Città. Ma la pacata e tranquilla investigazione dello Storico rigetta quella fola popolare che i Vandali abbiano distrutti i monumenti di Roma. Neppure uno Storico, che narri di quell’avvenimento, parla di un solo edificio che i Vandali abbiano atterrato. Procopio, che non dimenticò di parlare della rovina dei palazzi sallustiani incendiati dai Goti, dice soltanto che i Vandali saccheggiassero il Campidoglio ed il palazzo dei Cesari; ed i soli Storici bisantini, sôrti più tardi e che scrissero l’uno sulla fede dell’altro, con dizioni generali, ed eguali tutte, e simili a quelle di cui usarono all’occasione del saccheggio dei Goti, discorrono di un incendio della Città, e dei suoi splendidi monumenti inceneriti[179]. Eppure questi stessi monumenti venivano descritti e celebrati più tardi da Cassiodoro: e vedremo in seguito che il goto Teodorico dava opera sollecita alla loro conservazione. Per la qual cosa noi porremo fine a questo argomento usando delle parole di un Romano: «Per quanto mi è dato conoscere, non so che Genserico distruggesse i monumenti e le statue di Roma»[180].
Ma i danneggiamenti, che i Vandali portarono a Roma, furono immensi. Dopo di essersi impadroniti dei latifondi dei patrizî Romani e dei patrimonî della Chiesa situati nelle ricche province dell’Africa, che alla Città fungevano le veci di arterie per le quali ad essa come a cuore fluiva la vita, avevano disertata col saccheggio Roma stessa, avevano cacciate nella mendicità quasi tutte le famiglie senatorie, e la Città avevano decimata di parecchie migliaia de’ suoi abitatori, in parte caduti per inopia, ed in parte vôlti a fuga o tratti in ceppi. E ben può affermarsi che nei quarantacinque anni che corsero dopo la conquista di Roma fatta da Alarico, la Città fu depauperata di più che centomila dei suoi abitatori. Molte antiche famiglie, potenti un tempo, s’erano estinte; molte traevano una vita infelice, cadenti in rovina come le superbe mura dei templi deserti di Roma. Parecchi palazzi erano vuoti d’abitatori, ed i Romani muovevano, simili a spettri, per le vie della Città deserta, troppo vasta perchè fosse di nuovo animata dal lieto movimento dell’operosità cittadina. La mente è commossa a meraviglia allorchè mira la vasta estensione di Roma, la quale con suoi templi, con sue basiliche, con edificî destinati ai sollazzi publici, negli stessi splendidi tempi dell’Impero non era animata da una popolazione proporzionata alla ampiezza sua. E dopo la metà del secolo quinto la calma che aveva dato un aspetto solenne alla città di Trajano, nelle cui vie e nelle cui piazze maestose era cessato lo agitarsi romoroso del popolo, cominciava a tramutarsi nel silenzio desolato del sepolcro.