160.  Questo Vescovo è Salviano di Marsiglia: De vero Judicio et provid. Dei, VII, p. 78. Gli oratori sacri di quel tempo ricavavano alti argomenti dalla storia politica. Ammiro l’ingegno del Gallo dove parla del riso sardonico dei Romani in mezzo a quel decadimento terribile: Sardonicis quodammodo herbis omnem Romanum populum putes saturatum. Moritur et ridet. — Procop., De bello Goth., IV, 24, fa alcune osservazioni sulle erbe sardoniche e sul riso. Salviano era di cuore più romano che l’africano Agostino, e la sua eloquenza scorre rapida e talvolta è anche elevata.

161.  Della uccisione di Ezio parlano Victor Tunun. in Canisius, T. I; Prosper. Tiro; Prosper., Chron. Pithoean. ibid.; Procop., De bello Vand., I, c. 4; Idatius, Chron., in Sirmond., T. II.

162.  Idatius, Chron.; Cassiodor., Chron.

163.  Procop., De bello Vand. I, 4; Marcell. Com., Chron.; Nicephor. Callist., Hist. Eccl., XV, c. 11; Evagrius, Hist. Eccl., II, c. 7.

164.  Cassiodoro narra che l’assassinio fu commesso nel campo di Marte, ma invece Prospero Tirone afferma essere avvenuto nel luogo appellato ad duas Lauros, ch’era situato innanzi a porta Nomentana. Oltre a quei cronisti sta scritto nella Hist. Misc., XV, e in Marcell. Com. Idatius, Chronic.: occiditur in campo, circumstanti exercitu — e similmente Vittore Tunun.: in campo Martio.

165.  Fonti dalle quali si trae la narrazione di questi fatti sono: Procop., De bello Vand., I, c. 4; Evagrius, II, c. 7. — Nicephor., XV, c. 11, segue Evagrio ch’egli trascrive. — Marcell. Comes, Chronic.; Jornand., De Regni success., p. 127.

166.  Prosper., Chron., ad ann. 455.

167.  Hist. Misc., XV; Prosper., Chron.

168.  Secondo la cronaca di Mariano Scoto, fu nel IV Idus Julii Feria III, ossia addì 12 di Luglio; e, seguendo questa opinione, il Muratori corregge il Pagi. Il Papencordt raccolse con somma diligenza tutte le varie opinioni degli Storici sul giorno in cui i Vandali presero Roma, ed accoglie come epoca presso a poco esatta quella dei 2 di Giugno. Vedi il supplemento IV della sua Storia dei Vandali.

169.  Procop., De bello Vand., I, 5.

170.  Che quei disegni esistenti sull’arco di Tito e principalmente la figura del candelabro non sieno stati tratti esattamente dagli originali, si pare da ciò che la prima e la settima asta del candelabro sono disuguali e le braccia sono troppo grosse, e finalmente dal fatto che sulla base sono disegni rappresentanti animali, mostri marini ed aquile, simboli che il giudaismo non aveva accolti. Ciò è dimostrato in una memoria di Adriano Reland, De spoliis Templi Hierosolim. in arcu Titiano Romae conspicuis. Nel cap. 13 narrasi la storia di quelle spoglie.

171.  Josephus, Lib. VII, c. 24.

172.  Procop., De bello Goth., I, c. 12: ἔν τοῖς ἦν καὶ τὰ Σολόμωνος τοῦ Ἑβραίων βασιλέως κειμήλια, ἀξιοθέατα ἔς ἄγαν ὄντα. πρασία γὰρ λίθος αὐτῶν τὰ πολλὰ ἐκαλλώπιζεν, ἅπερ ἔξ Ἱεροσολύμων Ῥωμαῖοι τὸ παλαιὸν εἷλον.

173.  Theophan., Chronogr., p. 93, e Giorgio Cedreno, Histor. Comp., T. I, p. 346: ἔν οἷς ἦσαν κειμήλια ὁλόχρυσα καὶ διάλιθα ἐκκλησιαστικὰ καὶ σκἐυη Ἑβραϊκὰ, ἅπερ ὄ Οὐεσπασιανοῦ Τῖτος ἔξ Ἱεροσολύμων ἀφείλετο.

174.  Procop., De bello Vandal., II, c. 4.

175.  Breviar. Zachar.: Similiter alia aenea XXV, referentia Abrahamum, Saram regesque de stirpe Davidis, quae Vespasianus imperator Romam detulit post deletam Hierosolymam cum ejusdem Urbis portis aliisque monumentis. Si vede che tali leggende furono create di buon’ora. La compilazione dei Mirabil. urbis Romae, che si conosce sotto il titolo: Graphia aureae urbis Romae conservata nella Bibl. Laurent., Plut. 89, cod. 41, e publicata da Ozanam, Docum. inédits etc., p. 160, aggiunge: In templo Pacis juxta Lateranum (sic!) a Vespasiano imperatore et Tito filio ejus recondita est archa testamenti, virga anû (forse Aaronis), urna aurea habens manna, vestes et ornamenta Aaron, candelabrum aureum cum VII lucernis tabernaculi, septem cath. argentee, etc. Segue un catalogo di altre reliquie conservate nella Basilica lateranense, tra le quali si celebra l’arca foederis e la virga Aaronis.

176.  Theophan., Chronogr., p. 102. Delle avventure della bella Atenaide, ossia Eudocia, imperatrice di Bisanzio, narra Niceforo, XIV, c. 23.

177.  Questa leggenda è narrata dall’Ugonio, p. 58 e seg. Oggidì ancora si celebrano in quel giorno le Feriae Augusti, e in linguaggio popolare dicesi: ferrare Agosto.

178.  Anast., in Vita s. Leonis: Hic renovavit post cladem Vandalicam omnia ministeria sacrata argentea per omnes titulos de confiatis hydriis sex argenteis; basilicae Constantinianae duabus, basil. B. Petri duabus, basil. B. Pauli duabus quas Constantinus Aug. obtulit, quae pensabant singulae libras centum. Quae omnia vasa renovavit sacrata.

179.  Evagrius, Eccl. Hist., II, C. 7: ἀλλὰ τὴν πόλιν πυρπολήσας, πάντα τὲ μὲν ληϊσάμενος. Nicephor., Eccl. Hist., XV, C. 11: ἀλλὰ τὰ μὲν πολιορκήσας (ciò manca affatto di senso), τὰ δὲ τῶν τῆς πόλεως πυρπολήσας. Parlano però il vero: Prosper, Chronic.: per quatuordecim igitur dies secura et libera scrutatione omnibus opibus suis Roma vacuata est. Isidorus, Chronic.: direptisque opibus Romanorum per quatuordecim dies. Jornand., De rebus Get., c. 45: Romamque ingressus cuncta devastat, e de Regni succ., p. 127: urbe rebus omnibus exspoliata.

180.  Fea, Sulle rovine di Roma, p. 270. E lo scritto del Bargeo.

181.  

Sistimus portu, geminae potiti

Fronde coronae:

Quam mihi indulsit populus Quirini

Blattifer, vel quam tribuit Senatus:

Quam peritorum dedit ordo consors

Judiciorum:

Cum meis poni statuam perennem

Nerva Trajanus titulis videret

Inter auctores utriusque fixam

Bibliothecae.

Apollin. Sidon., Ep. XVI, ad Firmianum, Lib. IX, p. 284.

182.  Nam patre Suevus, a genetrice Gethes, dice Sidonius, Panegir. Anthemii (carm. II, v. 361). Con espressioni ancor più ampollose di quelle usate da Claudiano, Sidonio tributa lodi a Ricimero che paragona a Stilicone. Con panegirici succedentisi l’uno all’altro, Sidonio lodò gl’imperatori Avito, Majoriano ed Antemio. Tutti quegli scritti pervennero sino a noi.

183.  Gregor. di Tours, Hist. Franc., II, c. 11.

184.  Sidon. Apoll., nel Panegyr. Maioriani, Carmen V, 385 e seg.

Postquam ordine vobis

Ordo omnis regnum dederat, plebs, curia, miles

Et collega simul.

Che il Senato concorresse a quest’elezione si ricava da quel passo del Rescritto di Majoriano stesso ove dice: favete nunc Principi, quem fecistis. Novell. Maior. nel Cod. Theodos. Ved. Curtius, Commentarii de Senatu Rom. post tempora Reipublicae etc., V, c. 1, p. 130.

185.  Legum Novell. Liber alla fine del Cod. Teodos., Tit. VI, 1. De aedif. publ. L’Editto è dato: VI Idus Jul. Ravennae, sotto il consolato degl’imperatori Leone e Majoriano, ed è indiritto al Praef. Praet. Aemilianus.

186.  Procop., De bello Vand., I, 7.

187.  La iscrizione di stile barbarico, che ha per oggetto la costruzione del campanile e che dev’essere stata scritta tra l’anno 844 e l’847, fu da me trascritta da un avanzo delle balaustrate del coro: Canpaa Expensis mei feci temp. Dn Sergii ter beassim et coangelico Junioris Pape Amen. Dall’altro lato: Stephani Primis Martiri ego Lupo Gricarius. La basilica fu edificata sopra un’antica villa che sembra essere nei tempi antichi appartenuta a Domiziano, e dopo di lui alla famiglia Sulpicia oppure alla famiglia Servilia. Questa scoperta importante ci fa conoscere che allora nella Campania si edificavano basiliche, trasformando alcuni palazzi di campagna. Ora l’attenzione degli studiosi dell’antichità è risvegliata dalla scoperta preziosa di due celle mortuarie pagane adorne di belle scritture e di sarcofaghi. — Sembra che Demetria fosse quell’amica di santo Agostino a cui Pelagio indirizzò la Epistola ad Demetriadem, che sta fra le lettere di san Gerolamo.

188.  Apoll. Sidon., I, Ep. 9, p. 22: seposita praerogativa partis armatae, facile post purpuratum Principem, principes erant.

189.  Cassiod., Chronic. Sulla entrata di Antemio in Roma vedasi Idatius, Chron.: cum ingenti multitudine exercitus copiosi.

190.  Apoll. Sidon., Ep. I, 5, p. 12: vix per omnia theatra, macella, praetoria, fora, templa, gymnasia, talassio fescennius explicaretur. — Jam quidem virgo tradita est, jam corona sponsus, jam palmata consularis, jam cyclade pronuba, jam toga senator honoratur, jam penulam deponit inglorius, etc. Nel Carm. II, Panegyr. Anth., verso la fine finge che Roma, sotto aspetto di Dea, si volga alla città di Costantinopoli, da lui dipinta sotto la figura dell’Aurora, offerendo la corona imperiale ad Antemio. Quest’allegoria è la parte più originale di quella apologia ampollosa.

191.  Apoll. Sidon., Epist. I, 6.

192.  Qui adhuc in eo semifumantem praefecturae nuper extortae dignitatem venerabatur. Sidon., I, Ep. 7.

193.  Reus noster aream Capitolinam percurrere albatus: — modo serica et gemmas et pretiosa quaeque trapezitarum involucra rimari, et quasi mercaturus inspicere.

194.  Sidonio chiama quell’isola ancora: Insula serpentis Epidaurii.

195.  Una energica descrizione dei delitti di lui è data da Sidonius, Ep. II, 1, V, 13. Della sua morte racconta nell’Ep. VII, 7.

196.  Ennodius, Vita s. Epiphan. Ticin. Episcopi, nel Sirmond., II.

197.  Hist. Misc., XV. Sigonius, De Occid. Imp., XIV, p. 385.

198.  Theophan., Chronogr., p. 102.

199.  Anche di questo saccheggio dice il Fea: Si contentò di darle il sacco (p. 274). Ed il Bargeo. Sic tamen, ut praeda contentus aedificiis pepercerit.

200.  Hist. Misc., XV: praeter famis denique, morbique penuriam, quibus eo tempore Roma affligebatur, insuper etiam gravissime depraedata est, et excepto duabus regionibus, in quibus Ricimirus cum suis manebat, caetera omnia praedatorum sunt aviditate vastata.

201.  Baron., Annal., ad ann. 472. Muratori, Annal., ad ann. 472. Il Ciampini, Vet. Mon., I, c. 38, dà un cattivo disegno del musaico che nell’anno 1592 cadde intieramente. Vi era l’iscrizione: Fl. Ricimer V. J. Magister Utriusq. Militiae Patricius Et Exconsul Ord. Pro Voto Adornavit. Un’iscrizione sopra una lamina di bronzo con lettere d’argento diceva: Salvis DD. NN. Et Patricio Ricimere Eustatius VC Urb. P. Fecit: leggasi nel Muratori, Thesaur. Nov. Inscr., p. 266, e Annal., ad ann. 472. La memoria di Ricimero, di Giovanni Lascari, che ivi ha sepoltura, e di O’ Connel, di cui fu colà deposto il cuore, rende illustre quella chiesa la quale adesso è unita al Collegio degli Irlandesi.

202.  Cassiodor., Chron.

203.  Jornand., De reb. Get., c. 45. Chronologus Cuspiniani. Anonym. Valesii o Excerpta alla fine di Ammian. Marc.

204.  Anon. Vales.: Augustulus, qui ante regnum Romulus a parentibus vocabatur, a patre Oreste patricio factus est imperator.

205.  Procop., De bello Goth., I, 1, nell’incominciamento.

206.  L’Anon. Vales. lo narra nella vita di san Severino.

207.  Cassiodor., Chron.: nomenque regis Odoacer adsumpsit, cum tamen nec purpura, nec regalibus uteretur insignibus. Theophan., Chronogr., p. 102, 103.

208.  La fine dell’Imperium Romanum pone anche il Pagi all’anno 476 e non al 479, come farebbe credere la notizia datane da Jornand., De bello Goth., c. 46.

209.  Dell’ambasceria del Senato è data narrazione negli Excerp. della smarrita Storia di Malchus in Fozio (Corp. Scriptor. Hist. Byz., ed. Bonn. P. I, p. 235, 236). Con poche parole n’è fatto cenno negli Excerp. di Candidus, ibid., p. 476. E queste sono le meschine bricciole che possiamo raccogliere dalla tavola di Fozio in argomento sì importante. L’Anon. Vales. ne tace.

210.  Salvian., De vero judicio et providentia Dei, V, 32, p. 53: Itaque nomen civium Romanorum aliquando non solum magno aestimatum, sed magno emptum, nunc ultro repudiatur ac fugitur; nec vile tantum, sed etiam abominabile pene habetur. E ne alza lamento alla fine dei Libro VI: vendunt nobis hostes lucis usuram, tota admodum salus nostra commercium est. O infelicitates nostrae, ad quid devenimus! — quid potest esse nobis vel abjectius, vel miserius!

211.  Il Sigonio, De occid. Imperio, XV, dice di Odoacre senza alcun fondamento: Romani Senatus auctoritas, et consulum dignitas ad feroces contundendos spiritus dempta. Il Vendettini (Del Senato Rom., Roma, 1782, p. 10) accoglie senza lume di critica quest’opinione, ma la combatte l’Olivieri nel suo libro: Il Senato Romano nelle sette epoche di svariato governo ec., Roma, 1840, p. 9.

212.  Il Bunsen (III, 1, pag. 496), afferma che l’edificio sia stato eretto nei tempi cristiani. Gli Archeologi italiani tengono l’opinione opposta, e questa è anche sostenuta dall’Agincourt (Storia dell’arte ital., Traduz. del Ticozzi, Vol. II, p. 120). Dopo il pontificato di Gregorio XIII, le pareti di questa Rotonda furono bruttate da affreschi del Tempesta e del Pomerancio, i quali rappresentano storie di Martiri, e nei quali la musa della pittura non apparisce nella gentilezza della vedova di Raffaello, ma piuttosto sotto laida figura di beccajo.

213.  Si veda la spiegazione dell’Ursus Pileatus, data dal Niebuhr nella Descrizione della Città, nel Platner e nel Bunsen, III, 2 Parte, p. 332. Donatus, De urbe Roma, III, p. 210. Ed intorno all’ignoto palazzo si consulti il Nardini, II, 23.

214.  Sigonius, De occid. Imp., al punto relativo.

215.  Anon. Valesii, 53: Fausto et Longino Coss., cioè nell’anno 490.

216.  Anon. Valesii, 64: Facta pace cum Anastasio imperatore per Festum de praesumptione regni, et omnia ornamenta palatii, quae Odoacher Constantinopolim transmiserat, remittit.

217.  Quid Tuscia, quid Aemilia, caeteraeque provinciae, in quibus hominum prope nullus existit. Così, quantunque non devasi accogliere litteralmente, si esprime papa Gelasio nella sua Apologia adversus Andromach., nel Baronio, Annal., ad ann. 496.

218.  Questa sentenza dava Andrea Fulvio, Antiq. Rom., II, c. 51. Al tempo suo, in sull’incominciamento del sec. XVI, quel gruppo ergevasi innanzi al palazzo dei Conservatori, dov’era stato trasportato, tolto al Laterano.

219.  Salvian., De vero judicio, VI, 49, p. 62: Quid enim? numquid, non consulibus, et pulli adhuc gentilium sacrilegiorum more pascuntur, et volantis pennae auguria quaeruntur, ac paene omnia fiunt, quae etiam quondam pagani veteres, frivola atque irridenda duxerunt?

220.  Gelasius papa, Adv. Andromachum Senatorem, ceterosque Romanos, qui Lupercalia secundum morem pristinum colenda constituebant, apologeticus Liber, nel Baron., Ann., ad ann. 996. Questo scritto degno di nota appartiene alla serie delle opere apologetiche di Agostino, di Orosio, di Salviano, ed in qualche parte continua a svolgere le idee di quegli autori: Numquid Lupercalia deerant, cum urbem Alaricus evertit? Et nuper, cum Anthemii et Ricimeris civili furore subversa est, ubi sunt Lupercalia, cur istis non profuerunt. — Postremo, quod ad me pertinet, nullus baptizatus, nullus Christianus hoc celebret, sed soli Pagani, quorum ritus est, exequantur. Me pronunciare convenit, Christianis ista perniciosa et funesta indubitanter existere. E intorno alla causa della caduta dell’Impero, egli dice: Ideo haec ipsa Imperia defecerunt: ideo etiam nomen Romanum, non remotis etiam Lupercalibus, usque ad extrema quaeque pervenit. — Dei Lupercali di Roma fa cenno una volta Prudenzio nel suo inno a san Romano.

221.  Marangoni, Cose gent., c. 26, p. 99 e seg. Intorno alla trasformazione di alcune feste pagane in festività cristiane si veda il c. 23 e seg., e il Baronio, Annal., ad ann. 44: Gentilicii ritus in ecclesiam aliquando translati.

222.  Synodus Romanus I, ann. 499, de tollendo ambitu in comitiis pontificiis, nel Tom. V, Concil. del Labbé, secondo la correzione del Baluzio, p. 446. Le sottoscrizioni dei Prevosti sono date anche dal Panvinius, Epitome Pontif. Rom., p. 19, sq., e nel Mabillon, Mus. It., T. II, nel Comment. all’Ordo. Roman., p. XIII, sq., sennonchè havvi errore nel numero dei Titoli dei quali si numerano trenta in vece di ventotto.

223.  S. Hieron., Ep. 66, ad Pammachium.

224.  

Culmen Apostolicum cum Coelestinus haberet,

Primus et in toto fulgeret episcopus orbe,

Haec quae miraris fundavit Presbyter urbis

Illyrica de gente Petrus, vir nomine tanto

Dignus, ab exortu Christi nutritus in aula,

Pauperibus locuples, sibi pauper, qui bona vitae

Praesentis fugiens meruit sperare futuram.

Sarebbe bellissimo argomento di studio l’indagine se sia da accogliere l’opinione degli Archeologi che questa bella chiesa si edificasse là dove anticamente s’ergeva il tempio di Diana, in cui entrò Cajo Gracco a cercar qualche riposo mentre fuggiva.

225.  Si consulti il Ristretto di tutto quello che appartiene all’antichità e venerazione delle chiese dei santi Silvestro e Martino (Roma, 1639), ed il Pougard, Monumenti esistenti in san Martino (Roma, 1806).

226.  Secondo il Niebuhr (Descriz. della Città del Platner e del Bunsen, III, 2.ª parte, p. 304), l’antica chiesa parrocchiale di san Matteo in Merulana sarebbe stata edificata intorno all’anno 600. Tuttavolta il Liber Pontif., alla vita di Gregorio I, ne tace.

227.  Severanus, Memorie sacre delle sette chiese di Roma, p. 473. L’Ugonio, cart. 167, dà a questa chiesa il nome di san Sisto in Piscina. Egli si sforza di dimostrare che quivi sorgesse il tempio di Marte.

228.  Anast. Bibl., In Anast.: Hic fecit basilicam, quae dicitur Crescentiana in regione II via Mamertina.

229.  San Nicomede fu prete romano. Dopo di essere stato ucciso a colpi di mazza, il corpo di lui fu dall’alto del Pons Sublicius gettato nel fiume. Ved. Emerologio sacro di Roma cristiana del Piazza, II, p. 161, ai 15 di Settembre.

230.  Al tempo di Sidonio erano adoperate ad uso publico non soltanto queste terme, ma anche quelle di Nerone e di Alessandro:

Hinc ad balnea non Neroniana,

Nec quae Agrippe dedit, vel ille cujus

Bustum Dalmaticae vident Salonae:

Ad thermas tamen ire sed libebat

Privato bene praebitas pudori

(Carmen 23, ad Consentium, scritto nell’anno 466).

Si consulti il Fea, p. 271.

231.  Ugonio, cart. 197, sq. Il Nardini (R. A., II, p. 91), afferma di aver veduto i ruderi della chiesa di san Ciriaco, della casa del Santo e del battistero, che esistevano nella vigna del convento dei Certosini, in prossimità del granaio di Urbano VIII. Lo stesso dice degli avanzi della chiesa il Martinelli ec., p. 354. Io mi restringo all’osservazione che Ciriaco, diacono della Chiesa romana, era stato condannato a lavorare nella costruzione delle terme di Diocleziano. La curiosa leggenda sta registrata nei Bollandisti al giorno 8 di Agosto.

232.  Ugonio, cart. 190, sq. Il Piazza (La gerarchia cardinalizia. — Titoli distrutti ovvero soppressi), crede che i due Titoli sieno stati disgiunti dopo di papa Gelasio I. Ma tutte le opinioni intorno a questo argomento sono le più incerte, ed il Panvinio, a cui tutti gli scrittori ecclesiastici del secolo XVIII s’inchinano reverenti, non ha pregio di opinioni sicure e fondate.

233.  Martinelli, p. 387. Il Piazza passa in silenzio su questo Titolo.

234.  Il Severano, p. 443, riporta un’iscrizione esistente nella chiesa di san Sebastiano, la quale dice: Temporibus Innocentii Episcopi, Proclinus et Ursus Presbyt. Tituli Byzantis s. Martyri ex voto fecerunt. Il Panvinio accoglie opinione che questo Titolo appartenesse alla chiesa di santa Sabina. Il Bosio (Roma subt., III, c. 12) lo attribuisce a quella di santa Susanna.

235.  Intorno alla storia di questa chiesa scrissero il Crescimbeni, Historia della Basil. di s. Anastasia (Roma, 1722) e Filippo Cappello, Brevi notizie dell’antico e moderno stato della chiesa Collegiata di santa Anastasia (1722).

236.  Martinelli, p. 65.

237.  Il Severano (p. 470), riporta la leggenda triviale della fasciola ossia della benda che Pietro aveva tenuto intorno ad una gamba ferita. Allorchè l’Apostolo uscito di carcere s’apprestava a fuggire di Roma, depose la benda sopra una siepe degli orti della via Appia. La leggenda narra che si ergesse una chiesa a ricordanza dell’avvenimento. Affè di Dio ne sarebbe stato ben degno! — Fasciola sarà piuttosto il nome di una qualche dama romana: ed è forse il corrompimento del nome di Fabiola ch’era amica di Gerolamo.

238.  Il nome Palisperna o Panisperna dev’essere derivato o da quello del prefetto Perperna Quadratus, oppure dalle due voci pane e perna, pane e prosciutto. Ella è cosa curiosa prestare attenzione alla fantasia degli Archeologi romani, i quali affermano che nelle festività di Giove Fagutale, che celebravansi sul monte Viminale, si sacrificassero alcuni majali, dei quali distribuivansi i prosciutti a eccitare la baldoria della plebaglia, come oggidì si suol fare nella festa della Grotta Ferrata sul monte Latino. Io però rinvenni nel giardino della chiesa, che è tutto coperto di ruderi di marmi, una iscrizione sulla quale leggesi distintamente il nome Perperna.

239.  Il Panvinio nella sua opera: Le sette chiese di Roma. Il Mabillon cita trenta Titoli con erronea enumerazione.

240.  Io trovo che di questa chiesa si fa menzione quale Titolo per la prima volta nella biografia di papa Leone III (795-816) del Liber Pontif. Nè havvi argomento che sussidii l’opinione di alcuni scrittori ecclesiastici che Leone I la elevasse a Titolo.

241.  Labbé, Concil., Tom. VI, p. 917. Tra le Epistole di Gregorio (IX., 22) leggesi un documento, a cui è apposta la sottoscrizione dei Parrochi di nove delle chiese su nominate.

242.  Opina il Panvinio ch’esse sieno perite oppure che sieno state soppresse: egli erra però allorchè asserisce che ai tempi di Gregorio non esistesse più la basilica Aemiliana, se di questo Titolo faccia ancor cenno Anastas. (Vita Leonis III, n. 403), il quale anzi ci fa conoscere che quella chiesa si elevava tra s. Balbina e s. Ciriaco. Anche il Piazza (La gerarchia card., p. 531) mancò di fare attenzione a quel passo.

243.  Il Panvinio afferma che Gregorio I istituisse in luogo degli estinti questi cinque Titoli novelli: S. Balbina, ss. Marcellinus et Petrus, s. Crux in Hierusalem, s. Stephanus sul monte Celio e ss. Quatuor Coronatorum. Non mi fu dato di trovare nè tra gli Atti dei Sinodi, nè in Anastasio alcuna notizia intorno all’erezione a Titoli del s. Stefano e della santa Croce. È argomento pieno d’incertezze e di difficoltà.

244.  Anast., in Vita Marcelli: et XXV Titulos in urbe Romana constituit, quasi Dioeceses, propter baptismum et poenitentiam multorum, qui convertebantur ex paganis, et propter sepulturas martyrum.

245.  Intorno all’origine del Titolo cardinalizio si veda il Panvinio, l. c., c. 2. — De presbyt. Cardinal. orig. et 28 ipsor. Titulis et 21 novis. — Secondo l’opinione di lui, il Titolo di Cardinale compare già prima del tempo di Silvestro. Il Macer nel Hierolexicon afferma, che esso compaia per la prima volta ai tempi di Stefano I (257). Il nome Cardinalis deriva da incardinare, che significa addicere alicui Ecclesiae. Io rimetto il leggitore ai Lessici del Ducange e del Macer, al Piazza (La Gerarchia cardinal., p. 351, sq.), al Cardella (Delle memorie stor. dei Cardinali, Roma, 1793, nell’Introd.), ed alla Dissertaz. 61 del Muratori. — In tempi posteriori ebbero titolo di Cardinale anche i sette Vescovi del Laterano, i quattordici Diaconi delle Regioni ecclesiastiche, i quattro Diaconi Palatini, e gli Abati di san Paolo e di san Lorenzo. Sisto V pel primo fissò a 70 il numero dei Cardinali, (Const. 50, Bullar. 2). Di questi sono 51 Cardinali preti, imperocchè oltre ai 28 Titoli antichi egli ne confermasse 13 di novelli e 10 ne creasse. Egli determinò a 14 il numero dei Diaconi, e confermò i Cardinali vescovi lateranensi che di sette erano stati ridotti a sei. Benchè tutti questi Cardinali sommino a 71, il numero complessivo è pur di 70, perchè il Titolo in Damaso fu sempre congiunto alla dignità di Cardinale Vice-cancelliere. Oggidì sono 48 Titoli di Cardinali preti, 15 di Cardinali diaconi; ad essi si aggiunge la Commenda di san Lorenzo in Damaso, ed i 6 Vescovati. Così è formato il numero di 70 Cardinali componenti il Sacrum Collegium.

246.  In Joh. Diacon., De eccl. Later. (Mabillon, Mus. Ital., II, 560, sq.), che viveva alla metà del secolo XIII, sta scritto: Septem episcopis cum XXVIII Cardinal. totidem in ecclesiis infra muros urb. Romae praesidentibus (p. 567).