CAPITOLO SECONDO.

§ 1. Contegno di Teodorico verso i Romani. — Egli viene a Roma nell’anno 500. — Sua orazione al popolo. — L’abate Fulgenzio. — Rescritti tramandatici da Cassiodoro.

I torbidi suscitatisi per la successione alla cattedra di san Pietro si erano già acchetati, e Simmaco era riverito quale pontefice, allorchè Teodorico veniva per la prima volta a Roma, affine di restituire a piena quiete la Città dopo tanta agitazione di lotta. Egli veniva, e già possedeva l’estimazione universale e la simpatia dei Romani, imperocchè la sua giustizia, la energia del suo animo, la sua pieghevolezza ad accogliere nel reggimento dello Stato le forme romane antiche di governo, gli avevano guadagnato l’affetto del popolo.

Il Re dei Goti e dei Romani non volse l’animo a distruggere alcuno degli ordinamenti esistenti nella così detta Republica romana; ma anzi volle allettare l’amor di nazione dei Romani col darvi un riconoscimento pomposo. Egli rese onore al Senato come a corpo politico del regno, quantunque però nessuna influenza più esercitassero di fatto gl’illustri Padri nell’amministrazione politica. Il Senato era una università di cui formavano parte tutti gli alti officiali del regno; imperocchè quegli che occupasse le cariche somme dello Stato, avesse perciò tosto seggio in Senato. Nei negozî politici i Senatori fungevano l’officio di legati presso la corte di Costantinopoli; entro la Città avevano una certa giurisdizione negli affari criminali, avevano a sopravvedere a tutte le bisogne che si riferissero alla utilità publica, e finalmente esercitavano una parte importante nell’elezione del Papa. Fra le Epistole raccolte da Cassiodoro, leggonsi diecisette lettere di Teodorico indiritte ai Padri Coscritti con stile pomposo simile a quello degli Imperatori antichi: in quelle il Re esprime l’alta estimazione in che tiene la maestà del Senato e protesta essere suo intendimento di conservarne e di accrescerne l’onoranza[250]. L’assemblea dei Padri di Roma vi appare come la rovina più veneranda della Città, che la pietà di coloro che sono appellati Barbari s’industria di mantenere in vita colla stessa sollecitudine con cui dà opera alla conservazione del teatro di Pompeo oppure del Circo massimo. Allorquando il Re voleva innalzare al consolato, al patriziato o ad altre cariche elevate, alle quali erano aggiunti larghi stipendi, uomini valenti suoi famigliari, oppure oriundi delle province, egli raccomandava quei candidati al Senato con somma urbanità, pregandolo di volere accoglierli quali colleghi nel suo seno. Gli officiali da lui eletti avevano nome di Magister Officiorum (direttore delle cancellerie regie), di conte della guardia del palazzo, di prefetto della Città, di questore, di conte del patrimonio (ossia dei beni privati della corona), di Magister Scrinii (direttore della cancelleria di Stato), di Comes Sacrarum Largitionum (ministro del tesoro). E dai titoli attribuiti a queste dignità e principalmente da quei due libri che ci tramandò Cassiodoro intorno alle forme usate nel dare l’investitura di quegli officî, si pare che Teodorico conservasse tutte le cariche e tutti i titoli, i quali, creati da Costantino, erano stati mantenuti in vigore dai succeditori di lui, ed anzi cercasse di rialzarli a lustro maggiore. Reputava Teodorico che la stabilità della dominazione di sè, straniero in Italia, fosse riposta nell’arte difficile di mascherare l’impero militare dei Goti sotto i titoli e sotto le vesti della Republica romana, e nella conservazione delle leggi antiche di Roma a beneficio dei Romani. Ma la condizione di quel popolo germanico ch’era condannato ad isolamento in mezzo al popolo d’Italia ed agl’istituti di Roma, doveva trascinarlo a rovina inevitabile, imperocchè affine di porre la costituzione dello Stato sopra salde fondamenta fosse impossibile ogni separazione: e nel tempo stesso l’inanità di quelle larve politiche, le quali, sorrette collo sforzo dell’arte, erano simili ai ruderi dei monumenti dell’antichità, era esiziale anche al popolo di Roma, perchè rendeva impossibile ogni restaurazione del suo organamento civile e non giovava che alla potenza sempre crescente della Chiesa, la quale guadagnava del campo via via che lo Stato decadeva.

Teodorico veniva a Roma nell’anno 500. Il suo ingresso nella Città era simile al trionfo d’un Imperatore antico: ed ai Romani stessi sembrava che non uno straniero venisse tra loro, ma che un Trajano od un Valentiniano rivivesse. Fuor della Città (è incerto se presso il ponte dell’Anio, oppure appiè di monte Mario) usciva ad incontrarlo il Senato, il popolo ed il clero guidato dal Pontefice. Il Re, ariano di religione, entrava nella basilica di san Pietro, ed ivi «con divoto fervore e simile ad uno che professasse il Cattolicesimo» orava sulla tomba dell’Apostolo: indi con grande pompa entrava dal ponte di Adriano in città. A somma letizia erano commossi i Romani allo spettacolo di cui s’era da gran tempo perduta la ricordanza, di vedere cioè il loro Principe che entrava nella Curia ad arringarvi. Imperocchè Teodorico muovesse al novello palazzo del Senato, che era stato edificato dall’imperatore Domiziano a dritta dell’arco di Severo presso il tempio di Giano Gemino, ed ivi volgesse discorso al popolo. Il luogo donde egli pronunciò la sua orazione era conosciuto sotto il nome di Palma aurea oppure ad Palmam, e colà essere doveva una tribuna oppure un portico in prossimità del palazzo del Senato[251]. Quantunque Teodorico non possedesse l’eloquenza di Cicerone, tuttavia egli parlò con breve ma energico discorso: disse che coll’aiuto di Dio egli manterrebbe in vigore ed in onoranza tutti gli ordinamenti ch’erano stati dati dai Principi che lo avevano preceduto, e che in fede di questa sua promessa egli farebbe scolpire in tavole di bronzo le sue parole.

In mezzo alla moltitudine plaudente di Romani degeneri, i quali appiedi del Campidoglio antico presso le statue dei loro grandi antenati prestavano orecchio ad un uomo di Gezia che dall’alto dei rostri pronunciava un’arringa politica, in mezzo a quella moltitudine dove andavano mescolate le toghe superbe dei cittadini ai capucci di molti monaci e di molti preti, trovavasi un cherico africano, Fulgenzio, il quale, fuggendo alle persecuzioni dei Vandali d’Africa, giungeva in quel momento di Sicilia a Roma. Lo antico Biografo di lui ci narra che nella Città tutta, e nel Senato congregato, e nel popolo s’era sparsa altissima gioja per la venuta dell’Imperatore. Lo stesso animo dell’abate Fulgenzio, quantunque chiuso alle passioni terrene, ne era stato grandemente commosso: dopo di aver venerato con religioso fervore i sepolcri dei Martiri, e di aver prestato omaggio ai principi della Chiesa di Roma, aveva udito il discorso del gran Teodorico. Come poi (sono parole del Biografo) ebbe veduto i nobili sembianti e lo splendore altissimo ond’erano adorni i Padri della Curia romana, quando colle sue orecchie, cui nessun rumore profano aveva mai ferite, ebbe udite le grida di plauso d’un popolo libero, allora comprese chiaramente ciò che la pompa di questo mondo avesse di splendido. Il povero fuggiasco però sollevava tosto i suoi sguardi al cielo lungi dalla magnificenza della Città, e volgendo ansiosamente il pensiero alla bellezza degli eterni regni, di repente esclamava a meraviglia di alcuni cittadini che gli erano vicini: «Quanto bella deve essere la Gerusalemme celeste se questa Roma terrena di tanto splendore sia adorna!»[252] E questa ingenua espressione del commovimento d’animo d’un fraticello, il quale dall’Africa sua sventurata si trovava di repente balzato in mezzo a Roma festante, deve pur sempre dimostrarci quale sentimento invincibile di meraviglia altissima Roma ancora a quei tempi eccitar dovesse nell’animo di chi la mirava.

La collezione pregevolissima dei Rescritti di Teodorico, e dei quali fu Cassiodoro autore, ci fa conoscere le condizioni in cui Roma in quel tempo si trovava, e la sollecita cura che il Re prestava alla preservazione dei monumenti della Città, a reggere la quale egli era ben più degno che non fossero stati molti Imperatori che lo avevano preceduto. Quegli Editti, con loro stile ampolloso, sono una mescolanza di gonfie locuzioni di stile officioso e di vuote leziosaggini pedantesche: e la ammirazione che in essi si esprime pei monumenti di Roma, la smania d’introdurvi dissertazioni erudite sull’origine, sullo scopo e sul modo con cui ognuno di quegli edificî era stato costruito, quasi a velare l’avvenimento della dominazione straniera che pesava su Roma, la ricordanza «dell’antichità» che spesse fiate si richiama, dimostrano che il tempo della barbarie era giunto[253].

§ 2. Condizione dei monumenti di Roma. — Predoni di statue. — Sollecitudine di Teodorico alla conservazione dei monumenti. — Cloache. — Acquedotti. — Teatro di Pompeo. — Palazzo dei Pinci. — Palazzo dei Cesari. — Foro di Trajano. — Il Campidoglio.

Dopo di avere indagato con animo scevro da errori popolari la storia dei saccheggi onde Roma fino a questi tempi fu desolata, non deve prenderci meraviglia, se troviamo che nell’anno 500 s’ergevano ancora in piedi quegli illustri edificî della Città antica, che alta ammirazione avevano già destata in Onorio nell’anno 403. Le statue di marmo e di bronzo erano ancora in copia sì grande ad ornamento delle piazze publiche, che ne siamo indotti a grave stupore. Ed infatti Cassiodoro parla di una popolazione numerosissima di statue e di greggi copiose di cavalli, ossia di statue equestri di bronzo[254], e descrive con ammirazione quasi infantile la bellezza espressiva e la vita ond’erano animate quelle figure umane, e l’atteggiamento dei cavalli di bronzo che sembravano agitarsi di loro natura focosa e di loro forza[255]. Nè l’odio dei Cristiani, nè le depredazioni di Costantino il Grande, nè i saccheggi dei Visigoti, dei Vandali e delle soldatesche di Ricimero, avevano avuto potenza di esaurire l’immenso tesoro di capolavori dell’arte romana. Se anche il numero delle statue non sia più stato allora in Roma sì grande da eguagliare quello degli uomini che vi avevano stanza[256], tuttavia ne esistevano ancora in copia sì grande, da potersi dir quasi innumerevoli. A guardia dei monumenti, era costituita una magistratura appellata Comitiva Romana o carica di conte romano, che stava sotto il governo del prefetto della Città. Imperocchè Teodorico e il suo ministro trovassero necessario, che alla conservazione dello splendore artistico di Roma, poichè non vi provvedeva più in quel tempo degenere il sentimento del bello, desse opera una coorte di guardia cittadina. Era suo cómpito di scorrere di notte tempo le vie per impedire i ladronecci di opere artistiche e per coglierne i predoni, i quali, non più come ai tempi di Verre, davano caccia ai monumenti allettati al pregio del lavoro, ma bensì al valore del metallo. E si aveva fidanza che le statue di bronzo tradissero la mala opera del ladro, risuonando sotto l’istromento con cui cercavasi di svellerle. «Imperocchè le statue non sieno affatto mute, chiamando a soccorso la guardia con loro sonito sonoro allorchè sieno percosse dalla mano del predone»[257].

Teodorico imprese a proteggere il popolo di bronzo e di marmo, che senza difesa era esposto agl’insulti del volgo: nè soltanto a Roma ma altresì estendeva la sua cura alle province, come dimostra il suo Editto promulgato in occasione del ladroneccio di una statua di bronzo ch’era stato commesso in Como e per il quale prometteva un premio di cento monete d’oro all’inventore della statua ed al delatore del colpevole[258]. Ma l’indole dei Romani era sì imbarbarita, che gli Editti del Re goto non furono potenti a raffrenarne l’avidità. Egli si duole continuamente dell’oltraggio ch’eglino recavano alla memoria dei loro avi, distruggendone le sublimi creazioni: ed i Romani erano immersi in tanta miseria ed in corruttela sì grande, che se non era dato loro di poter rapire intere le statue di bronzo, le mettevano in pezzi per rapirne frammenti, e dalle commettiture dei quadri di marmo dei teatri e delle terme svellevano gli arpioni di metallo. Ed i tardi nepoti di quei predoni, osservando verso la fine del medio evo con isdegnosa meraviglia i vacui che ne apparivano nelle rovine, con ignoranza temeraria ne mossero accusa contro quei Goti medesimi, che con tanto amore avevano dato opera a conservare lo splendore di loro Città.

Da più che cento passi dei Rescritti del Re goto si pare l’ardenza dell’amore suo per Roma, e la onoranza ch’ei tributava alla Città «verso la quale niuno può nutrire mai nell’animo sensi d’indifferenza, imperocchè a null’uomo essa sia straniera; essa, madre di eloquenza, tempio immenso in cui tutte le virtù s’accolgono[259], in cui i miracoli illustri dell’orbe si comprendono, di maniera che con verità possa dirsi, tutta Roma essere un miracolo»[260]. A conservare le opere sontuose dei Romani e ad accrescervi splendore con edificî novelli degni di aggiungersi agli antichi, Teodorico volgeva il suo animo, quantunque egli non deliberasse di porre stabile sede nella Città. Egli eleggeva un architetto della Città[261], il quale, sotto il governo del Praefectus Urbis, doveva dare opera alla preservazione dei monumenti antichi: e dava comando severo che nella costruzione di novelli edificî con attento studio si imitasse lo stile dell’antichità e che dagli antichi esemplari barbaramente non si deviasse. E, ad esempio degli antichi Imperatori, egli costituì sopra il suo patrimonio privato un reddito annuo per la restaurazione dei monumenti: per i lavori della ricostruzione delle mura della Città, statuì che le fabbriche erariali fornissero 25000 mattoni ad ogni anno, e per sopperire alle spese di quest’opera vi assegnò le rendite ricavate dalle dogane dei porti di Lucrinia: e con somma severità invigilò che la moneta destinata fosse effettivamente spesa secondo lo scopo prescritto. Un offiziale aveva carico speciale di fare le provvisioni di calce necessarie ai lavori di muratura; e nel tempo medesimo in cui era punito colui che spezzasse i marmi dei monumenti per trarne calce per lavori di utilità privata, si permetteva che nei lavori publici si usasse a tal uopo di quei massi di marmo, che giacevano infranti ed erano rovine senza pregio[262].

Non minore sollecitudine volse Teodorico alla conservazione delle cloache di Roma, di quegli antichi canali sotterranei di mirabile costruzione, i quali «quasi fossero racchiusi entro caverne montane, scorrono attraverso di stagni smisurati: per essi», sclama il ministro di Teodorico, «soltanto per essi, o Roma, cui nessun’altra città può eguagliare, è facile conoscere quale sia la grandezza tua. Imperocchè, quale città può mai giungere alla tua altezza, se neppure la profondità dei tuoi sotterranei abbia l’eguale?»[263]

Agli acquedotti giganteschi faceva d’uopo di cure per la loro conservazione futura, piuttosto che di sterile ammirazione per la loro grandezza antica. L’età e l’incuria avevano fatto sì che lungo queste vie murate, per le quali scorrevano le chiare e fresche acque, germogliassero cespugli e fratte, e qua e colà sopra le arcate s’alzassero adulte piante di corbezzole, di lauri, di pini, e che fra i crepacci delle muraglie serpeggiasse l’edera a portarvi rovina sempre maggiore. Ma i quattordici acquedotti scorrendo lungo la deserta Campania fornivano ancora di acque le terme e le fontane della Città. E Cassiodoro colla sua magniloquenza ne dà la descrizione seguente:

«Gli acquedotti di Roma», dic’egli, «c’inducono ad alta ammirazione sì per la costruzione grandiosa che per la bontà delle acque che scorrono in essi. Sembra che sieno fiumi che si riversino fra montagne alzate dall’arte, e saremmo indotti a credere che quei canali di pietra fossero alvei naturali di fiume, tant’è la validità loro a sostenere la violenza del corso delle acque dopo il corso di tanti secoli. Le petraje delle montagne precipitano, gli alvei dei fiumi col tempo si logorano; eppure queste opere degli antichi stanno inconcusse per poca cura che vi si presti. Si pensi allo splendore che reca alla città di Roma la copia delle acque: ed infatti di quale bellezza sarebbero adorne le terme senza la benedizione delle acque? In grazia degli acquedotti ci deliziamo delle linfe purissime dell’Aqua Virgo, la cui mondezza le merita bene un tal nome. Imperocchè, laddove gli altri acquedotti per violenza di pioggia sieno intorbidati da arene che traggono nel loro corso, sembri che essa colla tersa sua onda mentisca, facendoci credere a continua serenità di cielo non turbata mai da nembi. E chi può dare una sufficiente esplicazione del modo con cui l’Aqua Claudia per mezzo del suo immenso acquedotto sia tratta alla cima del monte Aventino, in maniera che precipitando dall’alto, ne irrighi il vertice elevato quasi fosse valle profonda?»[264] E Cassiodoro ne tragge ardita conclusione che l’acquedotto claudiano di Roma superi le meraviglie del Nilo d’Egitto. Ancora ai tempi di Teodorico la sopraintendenza degli acquedotti era affidata ad un officiale che aveva titolo di Comes Formarum urbis, ossia di conte degli acquedotti della Città, il quale teneva un corpo numeroso d’ispettori e di guardiani sotto il suo reggimento[265].

Ma or parecchi edifizî cominciavano a crollare, soggiacendo alla pressione della loro stessa pesantezza. E fra essi è fatta espressa menzione del teatro di Pompeo, di quell’edifizio illustre e bello che a cagione della sua grandezza era stato da gran tempo appellato semplicemente Theatrum oppure Theatrum Romanum. Teodorico diè incarico della restaurazione di quell’edificio al patrizio Simmaco, il quale era uno dei più illustri Senatori ed aveva eretto nei sobborghi alcuni edificî novelli splendidissimi che gli avevano meritato la buona grazia del Re. E ad occasione della rovina di quel teatro, Cassiodoro sclama: «Qual cosa v’ha mai che tu non valga a distruggere, o vecchiezza, se tu abbia potuto rendere crollante un edificio sì saldo!»[266] Egli sembrava, dice egli fra’ sospiri, che fosse stato più facile che montagne precipitassero, prima che cadesse questo ammasso di marmi; imperocchè quel colosso fosse di marmi sì carico, che, senza badare all’opera dell’arte, avesse sembianza di una catena di rocce naturali. Cassiodoro celebra le arcuate gallerie, che riuscendo le une nelle altre per mezzo di aperture quasi invisibili, avevano aspetto di grotte di montagne: egli parla dell’origine del teatro, e prende argomento a discorrere degli spettacoli drammatici come farebbe un Archeologo odierno: e dopo di avere nel fervore del suo amore per l’antichità esclamato, che la costruzione di quel teatro a maggior ragione che le geste valorose abbiano meritato a Pompeo il nome di grande, egli, per volere di Teodorico, dà carico al nobile Simmaco di sostenere con impalcature le vôlte crollanti del teatro, e di operarvi ogni restauro necessario, ammonendolo che la moneta occorrente ai lavori gli sarebbe pôrta dal Cubiculum regale.

Poche notizie ci offre Cassiodoro intorno alla condizione in cui si trovavano al suo tempo altri monumenti di Roma antica: solo di alcuni pochi ci viene fatto di trovare menzione nei Rescritti, e così una volta del palazzo dei Pinci, il quale dev’essere stato in preda di gravi danneggiamenti, perocchè Teodorico comandasse che si traessero a Ravenna marmi e colonne tolti da esso[267]. Tuttavia vedremo più tardi che Belisario ivi poneva sua dimora. Nel palazzo dei Cesari, già saccheggiato dai Vandali, aveva invece posto residenza Teodorico; ma pure dobbiamo riconoscere che la magione dei Cesari di ampiezza smisurata, e già da molto tempo deserta in gran parte, cominciasse a volgere a grave decadimento per effetto della sua stessa grandezza. Per le spese necessarie alla restaurazione del palazzo ed alla ricostruzione delle mura, Teodorico tribuiva un annuo reddito di duecento libbre d’oro che si ricavava dalla imposta di dazio del vino. In quel tempo ancora il foro di Trajano s’ergeva magnifico fra tutti i monumenti di Roma, e laddove gli altri edificî poco a poco andavano decadendo, esso s’alzava ancora nel medio evo nel suo splendore antico. «Nel foro di Trajano», esclama Cassiodoro, «si mira il miracolo dell’arte per quanto tempo uomo s’arresti a contemplarlo, e chi salga all’elevato Campidoglio, vede un’opera che trascende la potenza del genio umano»[268]. Egli tace però del tempio deserto di Giove capitolino, il cui tetto avevano distrutto i Vandali per desio di rapina, e in cui attraverso le travi scoperchiate penetravano i raggi del sole a illuminarne le squallide mura.

§ 3. Anfiteatro di Tito. — Spettacoli e mania dei Romani pei giuochi. — Cacce di belve. — Giuochi e fazioni del circo.

Alta ammirazione destavano in Cassiodoro l’anfiteatro di Tito ed il Circo massimo e gli porgevano tema fecondo alle sue dissertazioni erudite. In questi splendidi edificî destinati ai giuochi tanto cari ai Romani, il popolo continuava a raccogliersi, ancora ai tempi della dominazione dei Goti, per godervi dello spettacolo della lotta, delle cacce di belve, delle corse di carri. L’arte drammatica dei Romani, la quale anche nel tempo splendido di loro vita politica era stata impotente ad elevarsi alla nobiltà sublime dell’arte greca, in questo tempo di decadimento non offriva che componimenti triviali misti di oscenità e di pasquinate scipite. Gl’istrioni o comici, tra i quali contavansi anche cocchieri del circo[269], allettavano i gusti brutali del popolo con loro scherzi scurrili. Nell’Odeum di Domiziano, che conteneva più che diecimila seggi, e, forse ancora, nei teatri di Balbo, di Marcello e di Pompeo, offrivano pascolo al senso corrotto dei Romani le note dei cantori e dei suonatori d’organo e lo spettacolo delle danzatrici: i turpi lazzi della comedia allettavano le passioni prave del popolo; ed i balli pantomimi accompagnati da canzoni libertine e da gesti inverecondi rappresentavano argomenti nei quali erano messe in mostra le turpitudini più sconce. I lamenti e le accuse che Salviano scaglia contro simiglianti spettacoli che erano in voga in ogni città, non sono punto esagerate. «Nei teatri», dic’egli, «si rappresentano spettacoli sì abbominevoli, che il pudore non permette di citarne nemmeno il nome: e, tacendone, diciamo soltanto che l’anima è bruttata dalle attrattive della voluttà, e che l’occhio dalle turpitudini che vede, l’orecchio dalle oscenità che ode nel tempo istesso ricevono macchia; nè basta la parola a esprimere l’infamia di quegli spettacoli, i vergognosi atteggiamenti ed i laidi gesti»[270]. Dobbiamo credere che fossero scene somiglianti a quelle che presentava il vituperevole giuoco che aveva nome Majuma. Lunga lotta avevano dovuto sostenere i Vescovi di Roma per ottenere l’abolizione delle feste lupercali meritevoli di riso; eppure la loro influenza, ch’era ancor grande sul publico costume dei Romani, era impotente a cacciare in bando questi giuochi abbominevoli, contro i quali, i Padri della Chiesa, già da trecent’anni, ivano alzando la voce, affermando ch’essi fossero un trovato del demonio. E Teodorico stesso deplorava che gli spettacoli mimici fossero decaduti in modo che la eleganza squisita, onde gli antichi avevano adorni i loro sollazzi, fosse dai depravati nepoti tramutata in sozzo compiacimento del vizio, e che il sollievo dell’animo stanco fosse stato trasformato in eccitamento a voluttà sensuali[271]. Ma il popolo di Roma non poteva vivere senza giuochi; l’ultima sua passione erano i piaceri; voleva morire col riso sulle labbra: e in Cassiodoro, fra le forme d’investitura dei magistrati, ne troviamo anche una destinata al Tribunus Voluptatum, che era ispettore dei sollazzi publici di Roma e che doveva invigilare ai giuochi, sedere giudice degl’istrioni e vegliare alla polizia del costume di quella gente[272].

Quantunque Teodorico fosse mosso a sdegno contro le turpitudini di quei sollazzi, era pur costretto a tollerarli, imperocchè i Romani avrebbero rinunciato all’ultimo avanzo di loro independenza nazionale piuttosto che al piacere. In ogni avvenimento di solennità, allo ingredire in carica del Console e di altri officiali ragguardevoli dello Stato, tenevansi sempre giuochi publici; ed i pochi Istorici vissuti in quell’età non ommettono mai di celebrare, quali avvenimenti importanti, gli spettacoli che Teodorico, nel tempo in cui trovavasi a Roma, dava al popolo nell’anfiteatro e nel circo. Imperocchè in questo tempo si faccia menzione di questi due soli recinti che fossero ancora in uso, laddove invece si taccia affatto del circo Flaminio e di quello di Massenzio.

L’anfiteatro di Tito in quel tempo sorgeva ancora splendidissimo; ma l’impoverimento dell’erario regio, il decadimento della ricchezza dei Grandi e finalmente il sentimento morale che s’era diffuso in quel tempo per opera del Cristianesimo, impedivano che si rimettessero in voga i giuochi di Roma antica nella loro grandezza imponenti, ma per loro cruento spettacolo ributtanti. Le pugne di gladiatori non insanguinavano più l’arena, chè altrimenti Cassiodoro senza dubbio ne avrebbe fatto menzione in quel suo Rescritto memorando, in cui parla diffusamente degli spettacoli che celebravansi nell’anfiteatro[273]. Sennonchè, il desiderio pravo di spettacoli di sangue, che agitava i Romani, era reso pago alla grata visione di uomini che si vendevano turpemente per lasciarsi dilaniare le membra innanzi agli occhi del popolo. Erano costoro i Venatores o cacciatori di belve, che, succedendo ai lottatori, combattevano nell’arena. Talvolta quei giuochi di belve erano tenuti con tali apparati di pompa da gareggiare con quelli dei tempi antichi. Così nell’anno 519, Eutarico, genero di Teodorico, entrato con grande festa in Roma, vi celebrò la sua elezione al consolato con ricche largizioni di denaro e con giuochi dati nell’anfiteatro, pei quali s’erano fatti venire dall’Africa animali feroci, le cui forme strane, dice Cassiodoro nella sua Cronica, svegliavano somma meraviglia negli spettatori. E Cassiodoro descrive le svariate arti dei cacciatori che mostrarono tale prodezza quale da antichi tempi non s’era veduta: e narra dell’Arenarius, il quale con una picca di legno si slancia contro orsi e contro leoni che inferociscono entro l’arena, e lo mostra in atto di muovere contro le belve strisciando sulle ginocchia e sul ventre, oppure librantesi contro di esse da una macchina rotonda di legno, oppure finalmente allorchè, chiuso entro una specie di sottile e flessibile corazza di giunco, si presenta contro di esse simile ad istrice. A quelle descrizioni Cassiodoro fa seguire alcune parole di lamento umanissimo sul destino di quegli uomini, parole che in bocca di un ministro antico dell’Impero romano sarebbero riuscite ridicole e incomprese. «Se i lottatori dal corpo sparso di olio», dic’egli, «se i suonatori d’organo oppure le cantatrici, hanno qualche diritto alla liberalità dei Consoli, a quanto maggior merito non deve pretendervi il cacciatore che mette a triste giuoco la sua vita per ottenere applauso dagli spettatori! Egli alimenta il sollazzo popolare col suo sangue e tende a spassare col suo miserando destino gli spettatori, i quali desiderano ch’egli non isfugga a morte. È pure orribile quello spettacolo, e abbominevole quella pugna, in cui egli lotta contro animali feroci, che colla sua forza indarno egli spera di soggiogare!» E verso la fine Cassiodoro esclama: «Ahi deplorevole errore degli uomini! se un lieve lume splendesse di ciò che comandi giustizia, di tanta ricchezza si userebbe nel rendere migliore la vita degli uomini, piuttosto che gettarla a comprarne la morte!» Generosi pensamenti, i quali oggidì ancora, come altra fiata a Cassiodoro, devono occorrere alla mente di ogni ministro di quegli Imperî che hanno fondamento nella forza dell’arme[274].

Meno odiosi all’animo mite di Teodorico erano i belli e splendidi giuochi circensi d’antichissima origine, i quali però davano occasione a lotte sanguinose che combattevansi con acerbità forsennata tra le fazioni in cui dividevasi il popolo. Il Circo romano era opera di parecchi secoli: Trajano, dopo l’incendio avvenuto ai tempi di Nerone, lo aveva compiuto; Costantino lo aveva reso splendido del suo ultimo adornamento, di quel grande obelisco egiziano il quale superava di quaranta palmi l’altezza di quello che Augusto aveva eretto in vicinanza. Il viaggiatore che mira quei due miracoli d’arte, ammutisce per lo stupore: ma sorte volle che i due obelischi, i quali ergevansi un tempo l’uno accosto dell’altro sulla spina del Circo, sieno stati poi divisi di grande spazio; imperocchè l’uno si elevi oggidì in piazza del Laterano e l’altro nella piazza del popolo. Viva sollecitudine commuove l’animo nostro, allorchè udiamo per l’ultima volta celebrare da Cassiodoro con adorno eloquio e con discorso allegorico[275] lo splendore e la magnificenza di quel monumento della grandezza romana. Il popolo stremato di Roma non bastava più a riempiere tutti gli stalli che in quegli immensi ripiani elittici salivano al numero di 150,000 od anche di 200,000, di maniera che gli spettatori avranno avuto agio di sdrajarsi con comodità. Forse anche parecchi seggi di marmo saranno caduti in rovina, alcune parti del Portico saranno state malconce, le botteghe e le vôlte esterne al Circo, nelle quali tenevasi mercato, saranno state già abbandonate, molte di quelle statue che Settimio Severo vi aveva collocate saranno state forse rubate dai Vandali, altre, rimaste nelle loro nicchie, saranno state deformi per mutilazioni. Il tempo già cominciava sua opera di disfacimento nel Circo; e su questo edificio gigantesco, che aveva prestato il suo officio per lo spazio di parecchi secoli, in quel tempo saranno stati impressi nel colore e nell’aspetto esterno gl’indicî della vecchiezza, a somiglianza del vicino palazzo imperiale che ne era diviso per mezzo d’una sola via. Tuttavia il Circo era ancora adoperato nei giuochi: vi s’ingrediva ancora per le sue dodici porte; esisteva ancora la sua spina adorna dei due obelischi; ancora s’alzavano le sette piramidi, sulle quali, finita la corsa, si mettevano le uova; erano ancora l’Euripus o canale che scorreva tutto intorno dell’arena, e la Mappa ossia bandiera, al cui segnale i cavallerizzi detti desultores o equi desultatorii si scagliavano rapidi ad annunciare l’incominciamento delle corse. Cassiodoro parla di tutto ciò che facesse duopo alla perfezione del Circo ed ai giuochi. Quella pompa solenne, con cui anticamente muovevasi dal Campidoglio al Circo traendo processionalmente i simulacri degli Dei e le vittime destinate al sacrificio, era scomparsa; ed il popolo rendevasi pago a sollazzi ornati di splendore assai minore. Ma i Consoli continuavano ad assistere ai giuochi ed a tenerli sotto il loro reggimento, ed infatti ci sono conservati alcuni distici di un Console nei quali egli celebra i giuochi da lui diretti[276].

Sembra che alcuna volta venissero di Costantinopoli alcuni dei più valorosi cocchieri di quell’ippodromo per dare alcune corse nel Circo, oppure che fuggissero a Roma cacciati dalla rabbia delle fazioni. Infatti in un Rescritto di Cassiodoro che tratta dei giuochi circensi, è fatto cenno del cocchiere Tomaso, cui era assegnata una moneta mensile, imperocchè, dice gravemente il Ministro, egli nell’arte sua sia facilmente principe, ed abbia abbandonata la patria per ornare di sè la capitale dello Impero occidentale[277]. Anche in Roma, a somiglianza di Bisanzio, i giuochi del Circo davano occasione alla esistenza di partiti che si combattevano acremente, ed erano le fazioni dei Prasini ossia Verdi e dei Veneti ossia Azzurri. Al segno del colore distinguevansi le fazioni, quantunque i colori usati nel Circo fossero in origine quattro, che Cassiodoro afferma avere simboleggiato le stagioni dell’anno: i Prasini rappresentavano la primavera ridente di verzura, i Veneti l’inverno dal cielo triste di nubi, i Rossi l’estate dal sole infocato, i Bianchi l’autunno beato della vendemmia. Dopochè alcuni Imperatori di Roma s’ebbero degradato a scendere nella arena guidando un cocchio, ed a prendere parte pei Verdi o per gli Azzurri, il Circo fu cagione di una costante divisione di partiti. Ed il popolo, perduta ogni partecipazione alla vita publica, ne cercava un compenso in quelle fazioni, fra il tumulto delle quali esso trovava occasione talvolta di porre in aperto le sue idee politiche. Quantunque in Roma non si combattessero i partiti del Circo con rabbia sì grande quale agitava le fazioni di Bisanzio, dove, nell’anno 501, in una mischia avvenuta nell’ippodromo tra Azzurri e Verdi caddero morti sulla arena più che tremila uomini, tuttavia anche Roma non mancava di essere funestata da avvenimenti sanguinosi. «Ella è pur cosa che eccita stupore», esclama Cassiodoro, «vedere il furore e la rabbia onde sono agitati gli animi per questi giuochi più che per qualunque altro spettacolo. Vince uno dei Verdi e una parte del popolo ne geme; ottiene il premio un Azzurro e tosto ne mette lutto la maggior parte della Città: se nulla guadagnano, crescono nei loro insulti, se nulla perdono ne sentono profonda umiliazione; e di tal maniera quelle lotte agitantisi sopra oggetti sì frivoli gli occupano in guisa come ne dipendesse la salvezza della patria in periglio».

Nell’anno 509 le fazioni vennero a mischia nel Circo: due senatori, Importuno e Teodorico, partigiani degli Azzurri, passarono tra le file dei Verdi, e ne nacque grave tumulto in cui un uomo fu ucciso. «In Bisanzio, il popolo dei Prasini» (così dice con energica espressione il Rescritto) «mosso dall’impeto proprio alla nazione, avrebbe tosto appiccato fuoco alla città, e ne avrebbe insanguinate le vie; ma nella mite Roma invece, appellando ad ajuto la calma della ragione, ricorse al magistrato». Teodorico ordinò che i due patrizî si presentassero innanzi al tribunale ordinario, promulgò una legge severa che prevenisse ogni lesione che i Senatori potessero recare a danno di un uomo libero e che uomini di ceto inferiore potessero esercitare contro di un Senatore, e cercò finalmente di guarentire in qualche modo la sicurezza dei cocchieri che appartenevano al partito men forte[278]. E nel tempo stesso ammonì i Senatori, che con orgoglio aristocratico s’erano offesi delle beffe del popolo, a non voler dimenticare in quale luogo eglino si fossero, «imperocchè nel Circo non possano trovarsi Catoni»[279]. E protestava Teodorico che nel fondo del cuor suo sprezzava uno spettacolo che, ponendo in bando ogni sentimento grave dell’animo, eccitava stupide dispute, bruttava il decoro cittadino, tramutava una costumanza veneranda della antichità in uno spettacolo grottesco; e affermava che manteneva l’usanza dei giuochi circensi soltanto perchè non poteva resistere alla tendenza puerile del popolo e perchè soventi volte la prudenza insegna a farla da pazzi[280].

Di tal maniera quel Re generoso dava opera alla conservazione dei monumenti di Roma e delle costumanze popolari: di tal guisa erano le idee che informavano il reggimento di lui, e che, degne dei secoli più civili e precorrenti il tempo in cui viveva, onorano altamente e di pari maniera il Re che poneva sua fede nel Ministro, ed il Ministro che giovava al Principe, colla mente consigliandone l’opera e coll’ingegno provvedendone all’adempimento.

§ 4. Provvedimenti di Teodorico per il popolo di Roma. — Roma Felix. — Tolleranza di Teodorico verso la Chiesa cattolica. — Israeliti di Roma. — Loro sinagoga antichissima. — Il popolo si solleva contro di essi.

Con sollecitudine non minore Teodorico provvide anche alla prosperità del popolo per quanto il permettevano i redditi esigui. Imperocchè noi vogliamo guardarci dal concorrere nell’opinione di coloro i quali con lode esagerata affermano che durante il regno di Teodorico tornasse assolutamente l’età dell’oro. La Città era sfinita di forze e le piaghe erano molte. Le largizioni di olio e di grasce furono ripristinate, e gli officiali publici distribuivano ogni anno alla plebe affamata della Città 120,000 moggia di grano (eppure erano insufficienti al bisogno), che raccoglievasi dalle campagne delle Calabrie e delle Puglie[281]. I poveri (se si creda a Procopio che ne parla espressamente) ricevevano dagli ospitali di san Pietro un’annua largizione particolare di 3000 medimni di grano[282]. L’officio di prefetto dell’annona, che provvedere doveva alle publiche necessità, era rialzato ad onore; ed almeno il ministro di Teodorico allettava l’orgoglio di coloro ch’erano deputati a quell’officio, volgendo la loro ricordanza al grande Pompeo che era stato loro predecessore in quella carica, e magnificando l’onore che loro competeva di usare del cocchio del prefetto della Città, e di sedere nel Circo presso al seggio di lui alla vista del popolo tutto. Ma a quelle formule usate nelle investiture deesi prestare poca fede, imperocchè Boezio dica: «il carico di colui che anticamente provvedeva alla necessità del popolo era altamente riverito; ma oggidì che havvi mai di più disprezzabile che quest’officio di prefetto dell’annona?» E poco prima aveva osservato: «Il prefetto della Città era anticamente assai potente, ma al dì d’oggi quella magistratura non è che nome vuoto ed un carico pesante del censo senatorio»[283]. Si volgevano grandi cure acciocchè fossero sempre forniti i granai del monte Aventino ed i mercati di majali (forum suarium) posti nella Regione detta Via Lata, e vi era preposto fin dai tempi antichi un Tribuno. Il pane era di ottima qualità e di buon peso, ed il prezzo era assai mite, perocchè al tempo di Teodorico sessanta moggia di frumento costassero un solidus e con altrettanta moneta si comperassero trenta anfore di vino[284]. «Crescono», dice Ermodio nel suo Panegirico indiritto al Re, «crescono le ricchezze publiche fra i guadagni delle persone private; e, poichè la corte regale non è mossa da avidità, le sorgenti di prosperità si diffondono dappertutto». Quantunque questa lode contenga grandi esagerazioni, a meno che gli officiali della corte non fossero dotati della eccellenza degli angeli o che i Goti sieno stati affatto scevri di avidità di lucro, Roma tuttavia rialzandosi dalle gravi sventure in cui era caduta rivedeva un’età di floridezza e di quiete. I Senatori si deliziavano novellamente, come già ai tempi di Augusto e di Tito, nelle loro ville situate sul golfo di Baja, o sui monti Sabini, o nelle terre di Lucania, o sulle coste del mare Adriatico[285]: ed il popolo stremato di numero ma non più angosciato di paura di devastazioni barbariche, nutrito a spese publiche, sollazzato coi giuochi, protetto dalle leggi romane, godente di una certa independenza nazionale, poteva tollerare che l’antica e sventurata Roma ricevesse per l’ultima volta il titolo di Felix[286].

Se questa condizione di pacifica prosperità (nè v’ha scrittore antico latino o greco, d’animo favorevole oppure ostile, che non l’abbia celebrata come opera mirabile di Teodorico), se questa pace della Città fu turbata, non ne fu già causa il governo del Principe illustre, ma sì il fanatismo ecclesiastico. La Chiesa di Roma, alla stessa guisa del Circo massimo, era scissa in fazioni. Teodorico, quantunque fosse ariano di religione, fino agli ultimi tempi del suo reggimento si mostrò benevolo verso la Chiesa e la tenne in onoranza: e neppure l’odio dei partiti osò di accusarlo di aver costretto un solo Cattolico all’apostasia o di aver mosso persecuzione ad un solo Vescovo. Allorchè entrò in Roma, orò presso la tomba dell’Apostolo «come avesse professato il Cattolicesimo»: e, fra i Principi di quel tempo che fecero donativi al san Pietro, troviamo ch’egli vi offerse due candelabri d’argento del peso di settanta libbre. Essendo state trovate nella chiesa di santa Martina posta sul foro ed anche sui tetti degli edificî annessi al san Pietro alcune pietre che recavano l’iscrizione: «Regnante Theodorico Domino Nostro. Felix Roma» si accolse l’opinione che il Re abbia dato opera alla costruzione del tetto di quelle chiese: ma ella è un errore, e noi riputiamo a più forte ragione, che quelle pietre vi sieno state usate in tempi posteriori, tolte a qualche altro edificio, oppure che quei mattoni sieno usciti da qualche fabbrica di proprietà publica. Ed infatti la chiesa di santa Martina ai tempi di Teodorico non era ancora edificata[287]. La tolleranza del Re di vero precorreva al suo secolo, e nel suo consigliere Cassiodoro si ammirano idee pressochè eguali a quelle che animerebbero un ministro di tempi assai più tardi nei quali domini la dottrina dell’umanismo filosofico. Ed egli provvide a scemare quel disprezzo ereditato dagli avi, che i Romani, fossero pagani oppure cristiani, nutrivano contro gl’Israeliti; e nei suoi Editti, benchè non vada immune da qualche pregiudizio, che è però racchiuso sempre entro confini di moderazione, il Re parla con una specie di compassione della Religione di Mosè[288].

Gl’Israeliti che avevano posto stanza in Italia fino dai tempi del gran Pompeo, vi avevano sinagoghe in Genova, in Napoli, in Milano, in Ravenna, e, anteriormente ad ogni altra città ebbero sinagoga in Roma. L’avidità di lucro che gli spingeva ad esercitare basse usure, e che ne acuiva l’ingegno a destrezza nei traffichi, procacciava loro immense ricchezze ed insieme odio ardente: e l’abborrimento dei Romani contro questo popolo singolare, il quale sopravviveva alle ruine di tutti gl’Imperi della terra quasi che fosse fornito di vitalità indestruttibile, era antico; chè già ne troviamo vestigi nei poeti e nei prosatori che vissero dopo di Augusto. E Rutilio, in quell’inno ch’egli poetava partendo di Roma, mosso da idea tutto pagana (ed è l’ultima volta che comparisce) volgeva amare parole contro di loro, lamentando che Pompeo avesse soggiogato la Giudea e che Tito avesse distrutto Gerusalemme, imperocchè da quel tempo in poi si sia diffusa nel mondo la peste del popolo ebreo, che dopo di essere stato soggiogato vinse i suoi vincitori[289].

La sinagoga antichissima di Roma era situata nel quartiere degl’Israeliti ch’era divenuto assai popoloso posteriormente al tempo di Augusto, nel misero Transtevere, dove gli Israeliti all’età di Marziale e di Stazio correvano le vie con loro botteghe ambulanti di zolfanelli e strillando annunciavano la vendita delle loro bagatelle, come oggidì vanno gridando stracci ferracci! Durante tutto il Medio Evo dimorarono colà, ed i Transteverini seppero mostrare a chi scrive questa Cronica, nel piccolo Vicolo delle palme, il luogo ove la sinagoga antichissima dev’essersi alzata. Non è probabile che il quartiere ove eglino abitavano si stendesse di qui fino alla Regione Vaticana, quantunque il nome che il ponte di Adriano portava durante il Medio Evo sembri confermarlo; imperocchè il Pons Aelius nel secolo decimoterzo sia dai Mirabilia appellato Pons Judaeorum. Noi reputiamo piuttosto che quel ponte ne ricevesse nome perchè gli Ebrei di Roma solevano uscire col Pentateuco ed attendere ivi il Papa novellamente eletto affine di rendergli omaggio, allorchè, passando dal ponte di Adriano, egli si recava in processione solenne a prender possesso della basilica Lateranense[290]. Nella loro sinagoga, che fu edificata ad opera di schiavi ebrei resi liberi dopo il tempo di Pompeo e che avevano nome di libertini, i figli d’Israello, a triste monumento di loro venerazione antica, avevano voluto restaurare l’imagine del tempio di Salomone che Tito aveva distrutto: e qui si radunavano nei giorni di sabbato e nelle loro festività al lume di un doppiere dalle sette braccia foggiato ad imitazione dell’antico grande candelabro, nel tempo stesso che questo, insieme agli arredi sacri d’Israello, era custodito nel tempio della Pace, e verso del quale, come a reliquia sacra onde erano stati rapiti, volgevano con cordoglio il loro pensiero. Quel loro oratorio era di trecent’anni più antico del san Pietro e della basilica Lateranense; e già Romani pagani, al tempo di Orazio e dell’amico suo Fusco Aristio ed al tempo di Giovenale, s’introducevano a render paga la loro curiosità della vista dei misteri della Religione di Mosè, alla stessa guisa che talvolta alle festività pasquali assistono oggidì ancora alcuni Romani con sorriso ischernevole sulle labbra. Egli è certo che l’antico tempio giudaico situato nel Transtevere era più bello assai della sinagoga del Ghetto odierno. Era un tempio che poggiava sopra colonne, splendido di tappeti preziosi e di begli ornati d’oreficeria nei quali brillavano fiori di melagrano. Ma parecchie fiate il popolo di Roma irrompendo nella sinagoga la aveva devastata, e negli ultimi tempi, sotto Teodosio, la aveva messa in fiamme, e finalmente Goti e Vandali la avevano nei loro saccheggi rapita di tutti i suoi arredi preziosi. Sotto la mite dominazione di Teodorico gli Ebrei ebbero agio di rialzarsi dai mali sofferti, finchè il fanatismo che di tratto in tratto trascinava i Cristiani ad opere di violenza fu cagione che nell’anno 521 ricominciassero le persecuzioni contro di essi. Un giorno il popolo commosso a furore appiccò il fuoco alla sinagoga; e da una supplica che gli Ebrei presentarono ad Aligero, ch’era legato di Teodorico in Roma, si pare che alcuni Cristiani che appartenevano alla famiglia di ricchi Israeliti avessero ucciso i loro padroni, e che avendo i rei scontata la pena del loro delitto, il popolo ne togliesse vendetta abbruciando la sinagoga. In occasione di quel tumulto, Teodorico indirizzò un Rescritto severo al Senato, a cui imponeva che con ogni sollecitudine desse provvedimenti che valessero a impedire quegli eccessi[291].

§ 5. Nuovo scisma nella Chiesa. — Sinodo Palmare. — Fazioni entro la Città. — Simmaco abbellisce la chiesa di san Pietro. — Edifica la cappella rotonda di santo Andrea, la basilica di san Martino e la chiesa di san Pancrazio. — Ormisda è eletto Pontefice nell’anno 514. — Giovanni I papa. — Teodorico entra in lotta contro la Chiesa cattolica.

Alcuni avvenimenti assai più deplorevoli delle brevi sollevazioni popolari e delle lotte tra le fazioni dei Verdi e degli Azzurri, ebbero a turbare Roma per parecchi anni. Abbiamo veduto che Roma era stata già agitata da un primo scisma avvenuto in occasione della elezione di papa Simmaco. Dopochè Teodorico ebbe confermata l’elezione di quest’uomo di energica mente, egli riuscì a restituire la calma e a metter freno ai partiti durante quei sei mesi nei quali dimorò in Roma. Ma nell’anno 503 la lotta scoppiò di nuovo e con maggiore acerbezza[292]. Simmaco dopo di aver ottenuto il riconoscimento della validità della sua elezione, allontanato l’antipapa Lorenzo, gl’indisse a confino il vescovato di Nocera di cui era stato investito: ma, quattro anni dopo, sacerdoti e senatori ch’erano alla testa della fazione favorevole a costui (e fra essi erano Festo e Probino), introdussero Lorenzo secretamente in Roma, e, dando origine ad un secondo scisma assai più terribile del primo, accusarono il Papa con un libello e con rimostranze indiritte a Teodorico, e operarono di guisa che il Re spediva Pietro vescovo di Altino a Roma quale visitatore. Il Pontefice premuto da tante difficoltà, si oppose con resistenza al sindacato che contro la legge canonica voleva operare il legato regale, imperocchè un anno prima nel suo terzo sinodo egli avesse dichiarata invalida la legge di Odoacre, il quale per mezzo del suo prefetto Basilio aveva comandato che l’elezione del Pontefice dovesse essere confermata dal Re d’Italia[293]. I Vescovi di Roma si giovarono destramente del fatto che i Re d’Italia di origine germanica, professando la credenza ariana, erano fuori della Chiesa, per acquistare la propria independenza dallo Stato: ma ci occorrà in seguito di vedere che ciò non riuscì loro pienamente neppure nel corso di parecchi secoli, ma che anzi eglino, ad onta dell’alta onoranza che loro tributava il capo dello Stato, dovettero continuare a ricevere da lui, quali sudditi suoi, l’investitura, ed ebbero a tollerare l’intervento suo nei negozî ecclesiastici generali ed importanti.

Teodorico non poteva immischiarsi di troppo negli affari ecclesiastici, se non voleva rendere ancora più difficile la condizione sua già di per sè circondata da gravi difficoltà. Egli comandò che si raccogliesse in Roma un Concilio, raccomandando ai Vescovi congregati di restituire la pace alla Città ed alla Cristianità cattolica[294]. Questo Sinodo composto di centoquindici Vescovi, dal nome del portico del san Pietro ove tenne le sue prime tornate, fu appellato Palmare. I Padri si raccolsero dipoi nella basilica di Giulio; ma un tumulto scoppiato di repente li costrinse a partirsene e a scegliere per le loro adunate la basilica sessoriana di santa Croce in Gerusalemme. Ma il clero, mentre era in cammino per recarvisi, fu assalito dalla fazione di Lorenzo che furibonda aveva dato piglio alle armi: parecchi degli aderenti del Pontefice furono trucidati, ed egli potè a stento sottrarsi a morte fuggendo sotto una grandine di pietre. Il Concilio però riusciva a dichiarare Simmaco innocente delle accuse scagliate contro di lui; e per solennizzare la condanna di Lorenzo, che veniva cacciato in bando, il Pontefice colla ceremonia consueta fu condotto nuovamente in san Pietro e vi fu con pompa insediato. Ma non per questo era restituita la pace, chè la divisione e la lotta non cessarono; e per lo spazio di tre o quattro anni le vie di Roma furono bruttate giorno e notte del sangue delle genti uccise. I Senatori che appartenevano ai partiti nemici combattevano per le strade, e probabilmente gli Storici dimenticarono di far menzione che i Verdi e gli Azzurri venissero fra loro a zuffa a cagione di queste miserande discordie. Gli aderenti di Simmaco erano tagliati a pezzi, parecchi preti e diaconi erano uccisi a colpi di mazza davanti alle chiese, e persino le monache assalite nei loro chiostri erano denudate e flagellate con verghe, e nel tempo stesso alle crudeltà associavansi la depredazione ed il saccheggio[295]. La Città cominciò a riacquistare piena ed intiera quiete nell’anno 514, sotto il consolato del Senatore (con questo titolo d’onore era designato Aurelio Cassiodoro). Ed infatti l’illustre Ministro scrive con aperta gioia nella sua Cronica: «Allorquando io fui console (egli scriveva a Teodorico), dopo che furono congregati insieme il clero ed il popolo, la Chiesa romana, a gloria della vostra epoca, riebbe la pace da molti anni lacrimata».

Negl’intervalli di queste aspre lotte e ad onta della discordia che s’agitava fra lui e l’Imperatore greco Anastasio, nel quale noi crediamo a ragione di vedere l’anima della fazione di Lorenzo, papa Simmaco trovò agio di abbellire Roma con alcune opere artistiche. Egli diede ai Romani il consueto spettacolo delle pire erette innanzi alle porte del Laterano, sulle quali abbruciavansi volumi di opere scritte in favore del Manicheismo; ma ancor più lieta egli rese Roma collo splendore di parecchi monumenti e di chiese edificate. Le agitazioni ond’era stato commosso il suo Pontificato, i pericoli che avevano minacciata la sua vita, inspirarono a quel prete d’animo energico, e che d’altronde non era forse affatto incolpevole, uno zelo ardente d’operosità; laonde, a dimostrare la gratitudine del suo animo ai Santi suoi proteggitori, ne abbellì le chiese, di novelle anche edificando. Il numero degli edificî da lui eretti e la copia dei suoi doni votivi non sono scarsi.

Sopra d’ogni altra cosa diede provvedimenti ad abbellire la basilica di san Pietro. Egli fè lastricare l’atrio con lamine di marmo, ed ornò il Cantharus e le pareti del portico quadrangolare di musaici che rappresentavano imagini di agnelli, di croci e di palme. Fornì la piazza publica, che s’apre dinanzi alla basilica, di un pozzo che servisse alle necessità del popolo: e quello fu il primo e modesto precursore delle due magnifiche fontane, le quali sorgono oggidì a rendere vieppiù splendida quella piazza che è bellissima del mondo, animandone i silenzi col mormorio delle acque, i cui gettiti percossi dai raggi del sole sfavillano dei colori dell’iride. Papa Simmaco ampliò le scalee del primo cortile della basilica, e a quello aggiunse due portici laterali a destra ed a sinistra. Sarebbe cosa importante conoscere se i primi edificî aggiunti al palazzo Vaticano sieno stati innalzati da quel Pontefice: si potrebbe crederlo, imperocchè il Libro Pontificale dica ch’egli costruisse, a destra ed a sinistra delle gradinate, edificî detti Episcopia ossia case destinate a dimora del Vescovo[296]. Finalmente egli eresse parecchi oratorî e parecchie cappelle nel san Pietro: accanto alla cappella del battistero una ne dedicò alla santa Croce deponendovi una croce d’oro sparsa di gemme, e due oratorî consecrò a san Giovanni evangelista ed al Battista. In prossimità del san Pietro fondò una basilica ad onoranza dell’apostolo Andrea, fratello di san Pietro, al quale i Greci davano nome di Protocletos, che significa primo appellato, e che era tenuto in tutto il mondo cristiano in somma onoranza, prima ancora che in Roma sotto il pontificato di papa Simplicio gli fosse eretto un tempio. Simmaco consecrò dunque in venerazione di lui una seconda chiesa, di forma rotonda e adorna di un cortile d’ingresso, donde ascendevasi alla chiesa per una scalea e dentro il quale era il pozzo. Questo tempio era allora il più grande edificio di Roma dopo il san Pietro, e lo rimase fino al secolo ottavo in cui Stefano II e Paolo I innalzarono ad onore di santa Petronilla figlia di san Pietro una cappella rotonda di forma simigliante, ma più magnifica di gran lunga e da cui quel tempio fu gettato nell’ombra. La cappella di santo Andrea si ergeva in vicinanza dell’obelisco. La sua forma rotonda indusse alcuni nell’erronea opinione che fosse anticamente il Vestiarium di Nerone, ossia l’edificio ove questo Imperatore tenesse il tesoro e la guardaroba. In tempi posteriori ricevette da un’imagine della Vergine il nome di santa Maria Febrifuga, e finalmente nel secolo sestodecimo fu convertita ad uso di sacristia del san Pietro[297].

Verso la fine del secolo sesto dunque intorno alla basilica Vaticana sorgevano parecchi edificî accessorî, parecchie cappelle, alcuni mausolei, ed uno o due conventi, imperocchè non conosciamo con precisione se non che esisteva in quel tempo il chiostro dei santi Giovanni e Paolo, già eretto da papa Leone I. Simmaco fondava ospitali per poverelli e per pellegrini in vicinanza del san Pietro, del san Paolo, ed in prossimità della chiesa di san Lorenzo fuor delle mura. E nella città di Porto erigeva un Xenodochio, ossia casa di ricovero per pellegrini, locchè dimostra che la frequenza di viaggiatori che venivano dalla via di mare era già grande.

Non c’indugiamo a parlare delle ristorazioni del san Paolo alle quali lo stesso Pontefice diede opera: diciamo soltanto ch’egli edificò due novelle chiese, una basilica dedicata ad onore di san Martino di Tours, di cui abbiamo già fatto menzione, situata entro la città in prossimità delle terme di Trajano, e la chiesa bellissima di san Pancrazio eretta fuor delle mura, sul Gianicolo presso la Via Aurelia. Benchè mutata nella forma dall’antica, essa sta oggidì ancora sopra le catacombe di Callepodio martire romano.

Dopochè Simmaco ebbe innalzato questi edificî, monumenti del suo pontificato turbato da agitazioni sì grandi, morte il colse addì 19 di Luglio dell’anno 514: e alla cattedra di san Pietro salì senza contrasto Ormisda, ch’era nativo di Frusino nella Campania. Nessun torbido funestò il reggimento di questo Pontefice; ed anzi, morto repentinamente nell’anno 518 l’imperatore Anastasio, gli fu concessa la gioia di poter comporre col succeditore di quello le discordie e la lotta che s’agitava a cagione dell’eresia di Acacio vescovo di Costantinopoli che aveva sposata la causa degli Eutichiani.

Ma sotto il succeditore di lui, Giovanni I (che resse il pontificato dall’anno 523 al 526), mutarono le relazioni di Teodorico verso la Chiesa cattolica, chè anzi il buon accordo il quale s’era fin qui conservato si turbò in modo che si giunse ad una rottura completa. E fu nell’anno 523, allorquando l’imperatore Giustino con fanatico intendimento promulgò un Editto contro gli Ariani nel quale comandava che tutte le loro chiese fossero restituite al culto cattolico. Egli sembra che questo provvedimento improvviso avesse sua ragione nel disegno politico di avvincere Teodorico in gravi difficoltà prodotte dall’antagonismo delle credenze religiose: e forse Giustiniano nipote al rustico Imperatore, e ch’era eletto succeditore al trono, e già onnipossente, Giustiniano forse allora meditava la cacciata degli stranieri Goti dell’Italia, ed intendeva alla restaurazione della signoria greca in Occidente[298]. Nel Senato e tra il Clero di Roma si agitava manifestamente un partito devoto ai Greci; e Teodorico incominciò a sospettare che la Città ricambiasse ai beneficî suoi con ingratitudine e con fellonia. Il dispetto che eccitò in lui l’Editto di Giustino, fè che egli dimenticasse i sentimenti dell’umanità e dell’ampia tolleranza ch’egli aveva usata verso i Cattolici. Nel furore e nel duolo ond’era commosso l’animo suo, egli protestò ch’egli avrebbe tratta vendetta delle persecuzioni ond’erano fatti segno in Oriente gli Ariani, colla rappresaglia dell’interdizione del culto cattolico in Italia. A dimostrazione della sua collera, o ad esempio della severità che userebbe, oppure a pena meritata di qualche fatto avvenuto ad opera del fanatismo di Roma, egli fè atterrare in Verona un oratorio dedicato a santo Stefano: e nel tempo stesso tolse l’arme a tutti gl’Italiani, non concedendo loro che l’uso del coltello[299]. Lo sventurato Re fu costretto a ricorrere ai gretti provvedimenti che suggerisce paura, e che in tutti i tempi sono inseparabili dall’odiata signoria degli estrani. Dopo un reggimento di quasi trentatre anni, durante i quali egli aveva ricolme di beneficî Italia e Roma ch’egli aveva sollevate dal decadimento, egli di repente trovavasi novellamente balzato in condizione di straniero in mezzo a stranieri.

§ 6. Inquisizione e supplizio di Boezio e di Simmaco. — Papa Giovanni ha il carico di un’ambasceria a Bisanzio: muore in Ravenna. — Teodorico impone l’elezione di Felice IV. — Il Re muore nell’anno 526. — Leggende.

Egli è con grave dolore che or dobbiamo tenere discorso della triste fine di due illustri Senatori romani, di Boezio e di Simmaco, i cui spettri sanguinosi si erigono innanzi al tribunale della Storia ad accusare il Re goto e ad oscurarne la splendida gloria. Nè ci basta l’animo di tentar di mitigare la bruttura di quell’avvenimento, a discolpa adducendo di quegli argomenti ai quali si dà nome di ragione di Stato, come ha fatto un celebre Istorico di Napoli[300]. Un uomo quale Boezio che si presenta tenendo in mano l’aureo libro «della Consolazione della Filosofia» è un accusatore tremendo troppo; e il modo in cui ebbe morte riesce ad obbrobrio dell’età sua, fosse pure stata immersa nella caligine più oscura della barbarie[301].

Ambedue quegli uomini (Boezio fu giustiziato nell’anno 524, Simmaco nell’anno posteriore) caddero vittime della diffidenza e del rancore, che Teodorico con ragionevole fondamento nutriva contro il Senato. Nè eglino erano per fermo incolpevoli innanzi gli occhi del loro Principe, ma ben di sovente ciò che il tribunale dei Re punisce come delitto, è dal giudizio dei Popoli celebrato quale virtù. Lieve gloria tribuiremmo a Boezio senatore, nulla aggiungeremmo alla gloria di Boezio filosofo ove anche potessimo dimostrare con evidenza storica ch’egli fosse veramente autore di quella sconsigliata sedizione politica. Anicio Manlio Torquato Severino Boezio riuniva in sè i nomi delle schiatte più illustri di Roma. Quantunque non s’elevasse alla potenza del genio, era fornito d’ingegno sì eletto e di cultura sì estesa, che gli riusciva di far risplendere su Roma un crepuscolo di filosofia fra la densa tenebra di quell’età in cui la Diva celeste (che allo sguardo di un Romano si presentava per l’ultima volta sotto maestoso ammanto di foggia greca) aveva spiccato suo volo dalla terra, mossa a fastidio delle aride dispute che s’agitavano a ricercare se fosse eguaglianza di essenza o somiglianza fra il Padre ed il Figlio, e se fosse avvenuta confusione delle nature[302]. La lunga dimora che Boezio, dando opera ai suoi studî, aveva fatta in Atene, in quella città che si elevava allora tra Roma e Bisanzio splendida della tradizione della filosofia antica, gl’insegnamenti ricavati dalle opere di Platone e di Aristotele le cui dottrine avevano temprate a moderanza le sue idee religiose, avevano elevato il suo animo congiungendolo alla cultura dei tempi antichi, all’istessa guisa che l’origine di sua famiglia all’antichità annodava il suo nome. Gli onori ch’egli aveva ottenuto nella vita publica, la sua elezione a console nell’anno 510, il consolato che avevano tenuto nel 522 i figli di lui Simmaco e Boezio ancora in giovinetta età, erano cagione che l’animo suo ardente si riempiesse di dispetto dell’età sua e si accendesse di fervidissimo desiderio della grandezza antica. Ed egli stesso fa che la sua consolatrice Diva gli porga lo specchio delle ricordanze, ed in quello egli gode di contemplare l’imagine degli onori onde un tempo era stato ricolmo: ei vi mira il solenne incedere dei Senatori e del popolo che accompagnano i suoi due figli dal palazzo degli Anicî alla Curia dove eglino sono addotti alla sedia curule, nel tempo stesso in cui egli volge al Re, com’era costumanza, discorso di lode, cui interrompono voci di plauso. E lo allieta la rimembranza del giorno più bello di sua vita in cui egli sedeva nel Circo in mezzo ai due consoli suoi figli, e distribuiva al popolo i doni trionfali[303]. Amor di patria vivissimo si accoglieva nel petto del Senatore come in tutta la parte della nazione che l’invasione dei Goti reputava obbrobrio di Roma, e che abborriva il giogo straniero. Ma Boezio filosofo non possedeva energia che valesse a porlo alla testa dei cittadini di nobili spiriti e a condurre l’impresa del risorgimento. Non è dubbio ch’egli in cuor suo non avesse ad odio gli stranieri dominatori, anche s’egli ammirasse la energia e la sapienza del Re. Egli usa a disprezzo del nome di «Barbaro», là dove narra alla Filosofia ciò che egli fece in servigio della patria, e dove ricorda i nomi di quei Romani che egli liberò dalla violenza dei «cani di Palazzo» e dall’impunita avidità dei «Barbari»[304]. Il suo orgoglio lo indusse a disconoscere i grandi benefizî di Teodorico il quale nella sua saggezza levava Roma in onoranza; e lo sprezzo ch’egli nutriva contro calunniatori codardi lo trasse ad opere sconsigliate.

Allorchè il Re generoso nutrì sospetto che il Senato stesso, il quale era stato da lui riposto in onore, tenesse colla corte di Bisanzio accordi secreti per tradirlo, accolse desiderio che il sospetto divenisse certezza per avere diritto a infliggere punizione. Non mancarono delatori vituperevoli quali un Opilio, un Gaudenzio, un Basilio, uomini, che il patrimonio distrutto induceva a bassezza d’animo. Il Re udiva con amaro compiacimento che il Senato congiurasse, e per lo meno egli voleva tenere colpevole di alto tradimento tutta intiera la Curia perchè Albino, uomo consolare che in essa sedeva, era stato accusato di avere indiritte certe lettere a Giustino imperatore. Boezio, presidente del Senato, andava, senza che timore lo rattenesse, a Verona, e quivi nel tempo stesso in cui difendeva dinanzi al Re la causa di Albino ed in cui sosteneva l’innocenza del Senato, ebbe accusa egli stesso di avere scritto lettere in cui parlava della «speranza» che Roma risorgesse a libertà[305]. Nello sdegno ond’era commosso, parlò con sensi animosi al Re, dicendo: «l’accusa di Cipriano è una menzogna: se Albino operò quello di cui è accusato, io pure lo feci e tutto il Senato con lui di animo concorde». Queste parole suonarono aspramente all’orecchio del Re già inacerbito. Accusato di alto tradimento, Boezio, la cui religione ortodossa lo rendeva già odioso al Re ariano, fu cacciato in un carcere di Pavia, dov’egli non deplorava se non che d’essere lontano della stanza del suo palazzo, ornata di avorio e di variopinti cristalli dove sedeva fra i libri, cari maestri dei suoi studî diletti. In quel carcere egli scrisse la sua apologia, che andò perduta, e l’opera sua illustre «della Consolazione della Filosofia». L’inquisizione dev’essere stata accompagnata da tumulto oppure dev’essere stata condotta senza l’osservanza delle forme legali, imperocchè all’accusato non si concedesse facoltà di difendersi, ma venisse tosto giudicato dal Re e dall’atterrito Senato e condannato a barbara morte. Quest’azione despotica impresse una macchia sanguinosa su Teodorico, cui nulla vale a cancellare[306]. Poco tempo dopo, il vecchio Simmaco, l’uomo più illustre fra tutti i Senatori, divideva la sorte del genero suo, e periva per mano del carnefice nel palazzo di Ravenna non gemendo tanto sul proprio fato quanto sulla sorte di Boezio. La sentenza di tutti gli scrittori antichi è concorde nell’affermare che le incolpazioni e le testimonianze che s’aggravarono contro Boezio fossero false, e che Teodorico coprisse sè stesso dell’obbrobrio di una violenza infame. Mancano gli atti dei procedimento, ed intorno a questo argomento non ci è dato di trovare in Cassiodoro neppure un Rescritto. Ma i sentimenti ond’era animato il Senato contro di Teodorico si pajono nello scritto di Boezio, il quale pone in aperto che tra i Senatori del partito romano antico s’agitava ardente desio di scuotere il giogo della dominazione straniera. Nè la natura delle cose contraddice alla supposizione che già da quel tempo si stringessero realmente accordi secreti colla corte di Bisanzio.

Con quei due uomini scomparve per sempre di Roma cristiana la Filosofia, la quale, giunta a sua ultima sera, aveva per loro fatto ricordare i tempi di Cicerone e di Seneca. Essa si congedava con gloria dai Romani, congiunta alla visione di un illustre Senatore, cui il destino non umiliava certamente condannandolo a morire sacrificato al fantasima del Senato, al quale era apparso per l’ultima fiata e da lungi il miraggio della virtù antica di Roma.

Anche il Pontefice romano or doveva essere abbattuto dallo spiro della collera regale. Giovanni era appellato di Roma a Ravenna, affinchè in compagnia di alcuni Vescovi e di quattro Senatori, di Teodoro, di Importunato e di due Agapiti s’imbarcasse per Bisanzio ed ivi chiedesse all’Imperatore che cessasse dalla persecuzione degli Ariani di Oriente. Quantunque a malincuore, dovette il Vescovo cattolico sobbarcarsi alla difficile ambasceria: ma il popolo di Bisanzio e l’imperatore Giustiniano usciti fuor delle mura, accolsero il primo Pontefice che ponesse piede entro la capitale del greco Impero, non già quale legato del Re goto, ma sì quale capo della Cristianità ortodossa, e con solennità di pompa lo condussero trionfalmente alla chiesa di santa Sofia dov’egli celebrò la pasqua dell’anno 525. Sembra che quanto allo scopo della sua legazione egli ottenesse da Giustino alcune concessioni di mera apparenza e che, quanto agli argomenti essenziali dei quali dovesse trattare, non ricavasse alcun utile risultamento; imperocchè altrimenti non sapremmo spiegare il motivo dell’ira con cui il Re accolse i legati reduci di Grecia. Come eglino furono ritornati a Ravenna, Teodorico furibondo fè cacciare i Senatori ed il Pontefice in un carcere. Ed ivi Giovanni I, preso da grave angoscia del suo destino, moriva addì 18 di Maggio dell’anno 526. La Chiesa con grato animo gli tributava onoranza come a martire[307].