247. Intorno a questi sette antichi Titoli cardinalizî si veda l’Ughelli, Italia Sacra, T. I. Intorno l’anno 1150, Ostia congiungevasi a Velletri, e, intorno al 1120, Porto univasi a Silva Candida, ossia a s. Rufina. La diocesi di Porto è resa infelice dalla mal’aria: Pecudibus potius quam hominibus pascendi apta. Silva Candida era un Vescovato antico: era altra volta appellata ad Silvam Nigram, ed era situata sulla via Aurelia a dieci miglia di distanza da Roma. Due sorelle, Rufina e Seconda morirono colà, verso l’anno 260, della morte dei Martiri e per questo fatto vi fu eretto un Vescovato. Un casale che ivi esiste oggidì ancora ha nome di santa Rufina. I Saraceni nelle loro invasioni distrussero ogni traccia di quei monumenti della Chiesa.
248. Mabillon, Mus. Ital., II, p. XVI.
249. Si vedano gli scritti del Panvinio e del Severano, che ne trattano diffusamente.
250. Si legga il primo Rescritto indiritto al Senato di Roma, in cui annuncia la elezione di Cassiodoro a patricio: Var. lib. I, ep. 4, ed ep. 13: quicquid enim humani generis floris est, habere curiam decet; et sicut arx decus est urbium, ita illa ornamentum est ordinum caeterorum, e lib. III, ep. 6. Nel panegirico di Ennodio è detto: Coronam curiae innumero flore velasti, p. 28, in Cassiodoro, Op., Paris, 1759. La maggior parte delle diciassette lettere sono a raccomandazione di candidati.
251. Anonim. Valesii: Venit ad Senatum et ad Palmam populo alloquutus. Fulgenzio o meglio il suo Biografo (Vita B. Fulgentii, c. 13, T. IX, della Max. Bibl. Veter. Patr., Lugduni, 1677) dice: In loco, qui Palma aurea dicitur, memorato Theodorico rege concionem faciente. Il Muratori avrebbe dovuto perciò persuadersi che il luogo ricordato non fosse già una sala del Palatium, ma piuttosto dovesse essere uno spazio aperto, dove ascoltassero, insieme uniti, Senato e popolo. E Cassiodoro (Var., IV, ep. 30), dice espressamente: Curiae porticus, quae juxta domum Palmatam posita. — Deve però distinguersi dalla porticus palmaria nel s. Pietro. Anastas., Vita Honorii: in Portica b. Petri Apos., quae adpellatur Palmata (al. Palmaria). Nella biografia di Sisto III invece sta scritto: Domum Palmati intra urbem. Il Preller, (l. c., p. 143, nella nota) riporta un passo tolto dagli Acta ss. Mai., T. VII, p. 12, che dice: Juxta arcum triumphi ad Palmam. L’arcus triumphi non può essere se non se l’arco di Trajano.
252. Vita B. Fulgentii, l. c., e nel Baronio, Annal., VI, p. 538, ad ann. 500: quam speciosa potest esse Hierusalem coelestis, si sic fulget Roma terrestris.
253. L’appellazione di «Barbaro» era usata in quel tempo senza malo intendimento. Leggonsi alcuni Rescritti di Teodorico indiritti ai Romani ed ai Barbari, ossia a coloro che non erano d’origine romana. Quel nome ci si presenta spesse fiate nei documenti del secolo VI; e spesso dopo la caduta dei Goti, con ingenua dizione, si dà alla guerra nome di barbaricum tempus che si contrappone a pace (pax). Vedasi il Marini, Papiri Diplom., Annot. 7, p. 285, ed il Glossario del Ducange. Così nel linguaggio del diritto civile sotto nome di Sors barbarica s’intende la terza parte del territorio conceduta in proprietà ai Goti. Nel secolo VIII troviamo ancora usata l’espressione campus barbaricus.
254. Cassiod., Var., Lib. VIII, 13: nam quidam populus copiosissimus statuarum, greges etiam abundantissimi equorum, tali sunt cautela servandi.
255. Var., Lib. VII, 15.
256. Var., Lib. VII, 15: quas amplexa posteritas pene parem populum urbi dedit quam natura procreavit.
257. Var., Lib. VII, 13: statuae nec in toto mutae sunt: quando a furibus percussae custodes videntur tinnitibus admonere. Di qui mi è dato di trarre l’origine di una leggenda meravigliosa, registrata nei Mirabilia di Roma, la quale narra che le statue che rappresentavano le province e che s’ergevano in Campidoglio, mettessero un suono quale di campana, tostochè scoppiava un rivolgimento in taluna di esse. Il Comes romanus ai tempi degl’Imperatori era appellato Curator statuarum. Vedasi il Panciroli, Notitia etc., c. 16, p. 122.
258. Var., Lib. II, 35, 36.
259. Variar., Lib. VI, 6.
260. Universa Roma — miraculum. Var., lib. VII, 15.
261. Var., Lib. VII, 15. Al tempo degl’Imperatori questo offiziale aveva nome di Curator operum publicorum. Vedi il Panciroli, Notit., c. 14, 15, p. 122. Ai tempi imperiali eravi anche un Tribunus rerum nitentium, che attendeva alla mondezza publica: di un offiziale simile avrebbe somma necessità anche Roma odierna.
262. Ut ornent aliquid saxa jacentia post ruinas. Var., Lib. II, 7. Si riferiscono alla costruzione delle mura di Roma i passi seguenti: I, 21, 25; II, 3, 4; VII, 17. Cassiod., Chron., Anon. Val., 67. In quell’oscuro e barbarico Panegirico, che Ennodio volgeva a Teodorico, è detto delle opere di lui volte alla restaurazione dei monumenti: date veniam Lupercalis genii sacra rudimenta: plus est occasum repellere, quam dedisse principia. — Il Marangoni (Delle Memorie sacre e profane dell’Anfiteatro romano, p. 44) appunta Fiorav. Martinelli e Fl. Blondo (Roma instaur. I, c. 3) di grave errore, allorquando, citando un Editto di Teodorico, affermano che egli pel primo abbia usato delle pietre del Colosseo per i lavori delle mura. Il Colosseo in quel tempo era ancora illeso da ogni danneggiamento.
263. Variar., Lib. III, 30: Videas structis navibus per aquas rapidas non minima sollecitudine navigari, ne praecipitato torrenti marina possint naufragia sustinere. L’esagerazione è spinta troppo oltre.
264. Var., Lib. VII, 6.
265. Intorno al Comes Formarum, si veda la Notitia, c. 7, p. 121.
266. Var., Lib. IV, 51: quid non solvas, o senectus, quae tam robusta quassasti?
267. Marmora quae de domo Pinciniana constat esse deposita. Var., Lib. III, 10.
268. Trajani Forum vel sub assiduitate videre miraculum est. Capitolia celsa conscendere, hoc est humana ingenia superata vidisse. Var. VII, 6.
269. Ciò si pare dalle Var., III, 51.
270. Salvian., De vero jud., VI, p. 62. Egli dice a somiglianza di un teologo ginevrino: Spectacula et pompae — opera diaboli. Ciò che sulle scene del secolo VI si osasse di rappresentare, narra Procopio (Anecdot., c. 9), allorchè descrive in qual maniera Teodora, futura imperatrice, apparisse per la prima volta sul palco teatrale dinanzi al popolo di Bisanzio. Il Gibbon non ardì di volgarizzare il testo greco di quel passo. Salviano enumera le specie degli spettacoli abbominevoli in tale maniera: Est nunc dicere de omnibus, amphitheatris scilicet, odeis, lusoriis, pompis, athletis, petaminariis, pantomimis etc. — Petaminarii da πετάμενοι, qui more avium sese ejaculantur in duras, uomini volanti. Vedi il Glossarium del Ducange.
271. Var., Lib. III, sulla fine: ut aetas subsequens miscens lubrica, priscorum inventa traxit ad vitia: et quod honestae causa delectationis repertum est, ad voluptationes corporeas praecipitatis mentibus impulerunt.
272. Var., Lib. VII, 10: Teneat scenicos si non verus, vel umbratilis ordo judicii. Temperentur et haec legum qualitate negocia, quasi honestas imperet inhonestis. Trovo un’iscrizione di un Tribunus Voluptatum, dell’anno 523:
FL. Maximo VC
Concessum locum Petro
Rome ex Trib. Volupt
Et conjugi ejus Johan
Papa Hormisda et Tra(nsmundo)
Praepst Basc. Beati Petr.
(Nelle cripte del Vaticano, nel Dionysius, t. XXV).
273. Variar., V. 42. Rescritto dato ad una supplica di un cacciatore. I modi di questi combattimenti di animali erano sì varî che Cassiodoro diceva, il loro numero essere tanto grande quanto quello dei tormenti che Virgilio descrive nel suo inferno.
274. Dopochè Europa si coperse dell’onta dell’ultima guerra di Crimea, gli statisti ebbero agio di formare un computo, secondo il quale, la moneta che ivi fu spesa a distruggere con ordine di scienza uomini e città, sarebbe stata sufficiente a sanare la piaga del pauperismo in Inghilterra ed in Francia: Heu mundi error dolendus! si esset ullus aequitatis intuitus, tantae divitiae pro vita mortalium deberent dari, quantae in mortes hominum videntur effundi.
275. Var., Lib. III, 51.
276. Turcius Rufius Aspronian. Asterius, console nell’anno 444, scrisse nel suo celebre codice dei poemi di Virgilio (che si conserva nella Laurenziana di Firenze) un epigramma che parla dei giuochi dati sotto il suo reggimento, e che leggesi nel Tiraboschi, Storia etc.. III, 1, c. 2, e nel Mabillon, De Re Dipl., p. 354, ed è il seguente:
Tempore, quo penaces Circo subjunximus, atque
Scenam Euripo extulimus subitam,
Ut ludos currusque simul, variarumque ferarum
Certamina junctim Roma teneret ovans.
Da questi versi si pare che nel Circo nel tempo stesso si dessero corse, danze pirriche, balli pantomimi e cacce di fiere.
277. Variar., Lib. III, 51: nostri sedes fovere delegit imperii. E fovere è qui posto nel senso quasi di «rendere onore».
278. Var., Lib. I, 27, 30, 31, 32, 33.
279. È il celebre motto: Ad Circum nesciunt convenire Catones. — Var., Lib. I, 27. Nel Circo godevasi di una libertà quasi carnascialesca: Locus est, qui defendit excessum.
280. Expedit interdum desipere, ut populi possimus desiderata gaudia continere. Var., Lib. III, 51.
281. Anon. Val., 67. Il Gibbon a questo proposito con suo computo riduce le 120000 moggia a 4000 staia, e ne tragge a conseguenza che la popolazione fosse diminuita.
282. Procop., Hist. Arcana, 26: τοῖς τε προσαιτηταῖς οἳ παρὰ τὸν Πέτρου τοῦ ἀποστόλου νεὼν διαιτὶαν εἶχον.
283. La formula dell’investitura del prefetto dell’annona trovasi nei Var., Lib. VI, 18. Il passo citato leggesi in Boethius, De Consolat., III, prosa 4.
284. Anon. Valesii. — Il solidus corrispondeva ad 1⁄72 di una libbra d’oro. — Il Liber Junioris Philos., edito da Angelo Mai, T. III, Class. Auctor. e Vatican. Cod., n. 30, scrittura del secolo IV, celebra i vini degli Abbruzzi, del Piceno, del Sabino, di Tivoli, del paese tusco, che ancora sono tenuti in alto pregio, e loda i prosciutti e le grasce di Lucania: Lucania regio optima, et omnibus bonis habundans, lardum multum aliis provinciis mittit; quoniam montes escis et variis habundant animalibus et pluribus pascuis.
285. Cassiodoro descrive con colori poetici le bellezze di alcuni paesi della sua patria, il mercato di Leucotea in Lucania (Var., VIII, 33), Baja (IX, 6), il Mons Lactarius (XI, 10), e Squillace (XII, 15). Genti di Lucania, delle Puglie, degli Abbruzzi, delle Calabrie, traevano alla fonte di Leucotea a udirvi la messa, come oggi accorrono a Nola: e in Cassiodoro si legge che i preti di quel tempo vi chiamavano il popolo spargendo fama di portenti compiuti dall’acqua miracolosa. Il sangue di santo Gennaro non era stato ancora trovato.
286. Felix Roma: Var., Lib. VI, 18. Fabretti, Iscriz., c. VII, p. 521: Regn. D. N. Theodorico Felix Roma. Il signor Dott. Henzen dai materiali da lui raccolti per un novello Corpus Inscr., mi ha favorito di copie delle iscrizioni appartenenti ai tempi di Teodorico. Fra tutte sono dodici, delle quali sei portano il motto Roma Felix, e cinque recano a motto: BONO ROMAE (n. 149-160, della sua raccolta). Di Atalarico sono due sole iscrizioni, sulla prima delle quali (n. 161) sta scritto: ROMA FIDA.
287. Il fac-simile della iscrizione trovasi nel Bonanni, Templi Vatic. Hist., p. 54. Di tali pietre si trovarono nel tempio di Faustina, nella Via Labicana, sul tetto del san Pietro, sul tetto della chiesa di santo Stefano degli Ungari, tra i ruderi del Secretarium del Senato, nella chiesa di san Gregorio, in un acquedotto antico situato presso il Collegio germanico, in san Giovanni e Paolo, sui tetti delle chiese di san Paolo, di santa Costanza, di santa Martina, di san Giorgio in Velabro, sul tetto della cappella di Giovanni VII in chiesa di s. Pietro.
288. Agli Israeliti di Genova scriveva: Religionem imperare non possumus, quia nemo cogitur, ut credat invitus. Var., Lib. II, 27. — Var., V, 97: concedimus — sed quid Judaee supplicans temporalem quietem quaeris, si aeternam requiem invenire non possis?
289. Probabilmente questo strale satirico è lanciato anche contro i Cristiani, che avevano posta dimora permanente in Faleria:
Namque loci quaerulus curam Judaeus agebat.
Humanis animal dissociale cibis — —
Quae genitale caput propudiosa metit — —
Atque utinam numquam Judaea subacta fuisset
Pompeii bellis, imperioque Titi.
Latius excisae pestis contagia serpunt,
Victoresque suos natio victa premit.
(Itiner., v. 383, sq.)
Il Basnage (Histoire des Juifs, la Haye, 1716) si occupa, nel capit. 8 del Lib. VII, della storia del popolo israelita in Roma dai tempi di Pompeo a quelli di Nerone; però è indotto spesse fiate in gravi errori. Con maggiore ampiezza discorre intorno a questo argomento bellissimo la Roma subterranea del Bosio e dell’Aringhi. Tom. I, lib. II, c. 22 (23).
290. Io non convengo nell’opinione del Basnage, che il quartiere dove gli Ebrei avevano stanza si stendesse fino al ponte di Adriano. Egli reputa erroneamente che avessero dimora anche nell’isola del Tevere, poichè non pone mente alla situazione del Ghetto dei tempi posteriori. Sappiamo che ai tempi di Domiziano gli Ebrei avevano elevate loro case nella valle d’Egeria, ed a quel tempo rimonta la costruzione del loro mirabile cimitero, il quale fu scoperto, or fanno alcuni anni, presso la Via Appia. Gli Autori della Roma subterranea hanno fatto conoscere inoltre il cimitero antico degli Ebrei posto fuori di porta Portuense. Seguendo la costumanza della loro età, gl’Israeliti ponevano iscrizioni in lingua greca sulle tombe dei loro defunti.
291. Var., Lib. IV, 43. Dall’espressione: Ad eversiones pervenerint fabricarum, ubi totum pulchre volumus esse compositum, credo di poter trarre a conseguenza che quell’edificio non fosse privo di bellezza artistica. Intorno alle condizioni degl’israeliti di Roma in quel tempo il Basnage (VIII, c. 7) non dà che notizie meschine.
292. Il Pagi afferma che il secondo scisma scoppiasse nell’anno 503; il Baronio invece lo riferisce all’anno 502. Il Synodus Palmaris, che fu il quarto dei Concilii tenuti da Simmaco, pare similmente che avvenisse nell’anno 503. Il Muratori è incerto fra queste notizie cronologiche. Nulla di certo ricavasi dal Liber Pontificalis.
293. Francesco Pagi, Breviar., p. 131, X. — Acta Syn. III Symmachi nel Labbé.
294. Che Teodorico stesso, colla approvazione del Pontefice, convocasse il Concilio, dimostra Francesco Pagi (p. 131, XIII) con notizie ricavate dagli Atti del Sinodo.
295. Anastas., Vita s. Symmachi. — Theod. Lector, Hist. Eccles., II, c. 17. Hist. Misc., XV, ed il prezioso frammento della Vita Symmachi che leggesi nel Muratori, Script., III, p. 2, in cui si narra che Roma fosse funestata da terribili tumulti per lo spazio di quattro anni. — Theoph., Chronogr., p. 123: ἔνθεν λοιπὸν ἀταξίαι πολλαὶ καὶ φόνοι καὶ ἁρπαγαὶ γεγόνασιν ἐπὶ τρία ἔτη. Egli è probabile che questi torbidi sieno avvenuti nel secondo scisma piuttosto che nel terzo.
296. Il Bunsen II, 1, p. 25, 65, afferma con certezza questo fatto. Il passo che si legge in Anastasio: Ut cum gloria apud beat. Petrum sederet praesul, sembrommi da principio che valesse a sostenere quell’argomento, ma come v’ebbi per poco meditato, fui costretto a rigettarlo. — Petrus Mallius, c. 7, n. 127, narra la favola che Simmaco ornasse il pozzo di quella palla di bronzo quae fuit coopertorium cum sinino aeneo et deaurato super statuam Cybelis matris deor. in foramine Pantheon (!).
297. Una descrizione completa di questa cappella è data dal Cancellieri, De secretariis novae Basil. Vatican., Roma, 1786, Cap. II, p. 1153, sq.
298. Muratori, Annal., ad ann. 524.
299. Item ut nullus Romanus arma usque ad cultellum uteretur vetuit. Anon. Vales., 83. Proibizione che nei tempi posteriori la tirannia degli stranieri impose alla sventurata Lombardia.
300. Giannone, Storia Civile del Regno di Napoli, Vol. I, III, § 6.
301. Qui accepta chorda in fronte diutissime tortus, ita ut oculi ejus creparent, sic ut tormenta ad ultimum cum fuste occiditur. Anon. Vales. I soli filosofi dell’Antichità finirono con bella morte: Giordano Bruno, seguace del platonismo come Boezio, morì della morte della fenice, la quale ad un filosofo è sempre più accettabile di quella che gli è data dalla scure del carnefice.
302. L’abbigliamento di lei, dice il povero Platonico, era alquanto dimesso ed era un po’ bruno per vecchiezza: caligo quaedam neglectae vetustatis obduxerat. De cons. phil. Prosa I. L’allegoria intera è toccante nella sua semplicità puerile.
303. De consolat. philos., II, prosa 3.
304. De consolat. I, prosa 4.
305. Quibus libertatem arguor sperasse Romanam. De consol., I, prosa 4. E pure si svela l’animo ardente di libertà del Romano allorquando esclama: nam quae sperari reliqua libertas potest? atque utinam posset ulla! — Il Gibbon gli pone in bocca le parole di Canio: Si ego scissem, tu nescisses, ma è errore; imperocchè Boezio dica ciò solo che avrebbe risposto come Giulio Canio, se egli avesse accolta una qualche speranza.
306. Le due testimonianze più valide sono date dall’Anon. Val., p. 87: inaudito Boethio, protulit in eum sententiam e da Procop., De bello Goth., I, 1, sulla fine: ἀδίκημα — ὅτι δὴ οὔ διερευνησάμενος, ὥσπερ εἰώθει, τὴν περὶ τοῖν ἀνδροῖν γνῶσιν ἤνεγκε.
307. Anast., Vita Johann. I; Anon. Vales., Histor. Misc.
308. Il Rescritto di Atalarico al Senato (Var., lib. VIII, 15) dice: oportebat enim arbitrio boni principis obediri, qui quamvis in aliena religione, talem visus est pontificem delegisse. Anche il Muratori, il quale timidamente condanna l’usurpazione di Teodorico, a quell’elezione del Pontefice dà nome di comandamento. Più tardi, i Pontefici, come i Vescovi tutti, dovevano pagare una certa somma per ottenere la conferma della loro dignità: così si pare dai casi di elezioni controverse in cui la causa era decisa dal Principe. Il Papa pagava 3000 solidi, altri Patriarchi 2000, i Vescovi delle città minori 500 solidi. Var. lib. IX, 15.
309. Anon. Vales., verso la fine.
310. Procop., De bello Goth., I, 1.
311. Jornand., De reb. Get., verso la fine.
312. S. Gregor., Dial., IV, c. 30.
313. Il patrizio Decio ai tempi di Teodorico, diè opera all’asciugamento delle paludi Decemnoviche. Si vedano in tale proposito i Rescritti, Var., lib. II, 32, 33. Ma i meriti di Teodorico furono superati da Pio VI colla costruzione della Linea Pia. Le iscrizioni furono rinvenute in due esemplari, nell’anno 1743, presso a Terracina lungo la Via Appia. Leggonsi nel Gruter a pag. 152. Le estensioni sono indicate colle parole: Decemnovii Viae Appiae id est a trib (sc. tribus tabernis) usq. Terracinam, etc., per la qual cosa ascendevano, secondo il computo del Cluver, a trenta miglia circa. Si consulti il Bergier, Histoire des grands chemins etc., L. II, c. 26, p. 214. Il Contatore (de Histor. Terracinensi, Roma, 1706), fa a pag. 11 un cenno storico degli asciugamenti di quelle paludi Pontine.
314. Il Giannone, nella sua Storia di Napoli, gli tributò lode più alta che non abbiano fatto il Vescovo di Pavia e Cassiodoro. È degno di nota ciò ch’egli dice al Lib. III, § 3: «Ai Goti e non già ai Romani noi andiamo debitori della costituzione di alcune magistrature che esistono ancora nel nostro reame, come della costumanza di spedire in ogni città governatori e giudici». — Anche il Baronio tributa lodi al Re goto, dandogli nome di: Saevus barbarus, dirus tyrannus, et impius Arianus. Per quello che si riferisce all’amore di Teodorico per le arti, leggesi una dissertazione erudita nell’Agincourt, l. c., I, c. 8.
315. Procop., De bello Goth., I, 2; Cassiod., Var., XI, 1: Jungitur his rebus, quasi diadema eximium, impretiabilis notitia litterarum.
316. Gothorum laus est civilitas custodita. Var., lib. IX, 14.
317. Var., lib. IX, 21.
318. Var., lib. X, 7.
319. Teodorico diceva: Romanus miser imitatur Gothum: et utilis Gothus imitatur Romanum, Anon. Val., 61. L’illustre Cesare Balbo, mosso da carità di patria, altera il senso chiarissimo di questo passo traducendolo di questa guisa: un Romano povero s’assomiglia ad un Goto, ed un Goto ricco a un Romano. Storia d’Italia, I, c. 11, p. 89.
320. Convenit gentem Romuleam Martios viros habere collegas. Var., VIII, 10.
321. Ciò si pare manifestamente dalla lettera di Atalarico a Giustino, in cui annuncia il suo avvenimento al trono (Var., lib. VIII, 1), e lo confermano le monete di quell’epoca, avvegnachè quelle coniate sotto di Atalarico, di Teodato, di Vitige e di Totila portino da un lato la imagine di Giustiniano e dall’altro la sola scritta D. N. ATHALARICUS REX, D. N. THEODATUS REX, ec. Si consulti il Muratori, Dissertaz. 27.
322. Var., VIII, 24. Il Muratori pone questa legge all’anno 528. Il Saint Marc (Abregé chronologique de l’histoire d’Italie, p. 62) dice a tale proposito: c’est sur cette condescendance des grinces pour un État infiniment respectable en lui même, que dans la suite les Ecclésiastiques ont prétendu qu’ils étaient de Droit divin exemts de la jurisdiction séculaire.
323. Anast., Vita s. Felicis IV: hic fecit basilicam SS. Cosmae et Damiani martyrum in urbe Roma, in loco qui appellatur Via Sacra juxta templum urbis Romae (e la lezione di un Codice aggiunge vel Romuli).
324. Prudent., In Symm., I, 219. La storia di questa illustre chiesa fu scritta da Bernardino Mezzardi monaco francescano: Disquisitio historica de s. martyr. Cosma et Damian. etc., Roma, 1747. Merita di essere letta quantunque sprovveduta di lume di critica. L’autore accoglie opinione che fosse tempio di Romolo e di Remo. Nei Mirabilia è detto: s. Cosmatis ecclesia, quae fuit templum Asyli.
325. Nel catalogo delle chiese di Roma che furono di templi pagani volte a culto cristiano, dato dal Marangoni (Cose gentil. ec., c. 52), la chiesa dei santi Cosma e Damiano è la seconda, laddove il primo posto sia attribuito a quella di santo Stefano. La chiesa è contigua alle ruine di un antico edificio, e posteriormente all’oratorio della Via Crucis trovasi una bellissima muraglia di marmo peperino. Ora apparteneva questo muro ad un qualche tempio? oppure si stendeva intorno al foro di Cesare? Sarebbe utile cosa che qui si facessero degli escavi. Giova far cenno che nell’antico tempio rotondo una parete era rivestita di un basso rilievo in marmo che rappresentava la pianta antica della Città: oggidì quello è infitto nella parete della scala del Museo capitolino.
326. Dei Seniori non si vedono oggidì che due sole figure in parte cancellate all’estremità dell’arco, e degli Evangelisti mancano le due figure estreme. Se ne vede la copia nel Ciampini, Vet. Mon., II, 7.
327. La mano che tiene la corona d’alloro oggidì è scomparsa.
328. La figura di Felice IV appartiene ai tempi di Alessandro VII che operò dei restauri in quei musaici: è probabile che si compiesse dietro una copia della figura originale. All’antico disegno, cancellatosi ai tempi di Gregorio XIII, erasi sostituita la imagine di Gregorio Magno, finchè finalmente il cardinale Francesco Barberini ripose al suo posto quella di Felice IV. Si consulti l’Ugonio, p. 178, e la Descriz. della Città del Bunsen e del Platner, III, 1, p. 366.
329. L’erudito Giovanni Marangoni (canonico di Anagni, che viveva verso la metà del secolo XVIII, e che insieme al Boldetti ha merito di diligente illustratore delle catacombe di Roma) nella sua opera: Delle cose gentilesche etc., parla in un bel capitolo (nel XXXV) dell’aureola dei Santi. Egli ci fa conoscere che quell’emblema di gloria ch’era attribuito ad Apollo ed agli Imperatori deificati, era dato nelle catacombe ai Martiri già prima dei tempi di Costantino.
330. Nelle monete di Faustina senior e di Faustina junior, è rappresentata una figura di donna che nella destra tiene un globo su cui posa la fenice coronata di una stella (Vaillant, Numismata, II, 175 e III, 132). In una bella moneta, coniata sotto di Costantino, mirasi Crispo, figlio di lui, che sta innanzi al padre seduto, e che gli porge il globo colla fenice. Una moneta di Costantino il giovane rappresenta l’Imperatore che tiene il globo colla fenice nella destra mano, e il labaro col monogramma di Cristo nella sinistra (Vaillant, III, 247).
331. La iscrizione suona così:
Aula Dei claris radiat speciosa metalli
In qua plus fidei lux pretiosa micat.
Martyribus medicis populo spes certa salutis
Venit, et ex sacro crevit honore locus.
Obtulit hoc donum Felix antistite dignum
Munus ut aetherea sumat in arce poli.
332. Var., Lib. IX, 16. Epistola di Atalarico a papa Giovanni, IX, 5.
333. Var., Lib. IX, 17.
334. Lettere di Amalasunta e di Teodato, che annunciano l’avvenimento al trono: Var., Lib. X, 1, 2.
335. Procopio narra di tutti questi avvenimenti nell’incominciamento della sua Storia della guerra gotica.
336. Muratori, Annal., ad ann. 534, 541, 566. — Baronio e Pagi, ad ann. 541. — Pagi, Dissertatio Hypatica, Lugdun., 1682, p. 301. — Procop., Hist. Arcan., c. 26. — Onuph. Panvinii, Commentar. in lib. III fastor., p. 310. — Dal 541 al 566, quei venticinque anni furono designati dal loro numero post consul. Basilii.
337. Procop., De bello Goth., I, 6: ἔν Ἀλβανοῖς. Siccome qui non può essere altro che Albano, si pare che Teodato fosse allora in Roma, nè già, come afferma il Muratori, in Ravenna: imperocchè la via che di qui conduce a Bisanzio non passi per Albano. Anche il Gibbon cadde nello stesso errore. — Dell’antica Alba Longa rimanevano ai tempi di Plinio alcuni ruderi. In qual tempo Albano (che sorge là dov’era la villa di Pompeo) fosse edificata, non sappiamo. Ebbe origine da una stazione militare. I suoi Vescovi cardinali rimontano ad epoca remota. Vedi l’Ughelli, Italia Sacra, I, p. 248, sq.