Dopo la morte di lui, Teodorico, avendo deliberato fermamente di non concedere più alla Chiesa cattolica la libertà e l’onoranza che nei tempi anteriori le aveva tributato, volle far valere l’influenza della regale sua autorità nell’elezione del Pontefice. Per la qual cosa egli designò al Senato, al clero ed al popolo di Roma, quale candidato, Felice, figlio di Castorio e sannita di nascita. I Romani tremarono, obbedirono ed elessero Felice IV che tosto fu consecrato. Questo atto di potestà regia, che il Libro Pontificale oltrepassa in silenzio assoluto e contro il quale il cardinale Baronio scaglia parole di esecrazione chiamandolo opera di violenza iniqua, fu fecondo di conseguenze gravissime; imperocchè da quel tempo in poi i succeditori di Teodorico vantassero diritto a confermare con loro autorità l’elezione di ogni Pontefice, e indi quel diritto stesso, allo spegnersi della signoria dei Goti, trapassasse agli Imperatori di Grecia[308].

Ma Teodorico non sopravviveva alla consecrazione del suo candidato Simmaco: preso da un flusso micidiale di ventre egli moriva dopo breve malattia in Ravenna, addì 30 di Agosto dell’anno 526. Il Libro Pontificale afferma che il cielo lo abbia colpito di morte a punizione di quella ch’egli aveva recato a papa Giovanni: ed un altro Storico narra ch’egli spirasse in quel dì stesso in cui doveva eseguirsi il Decreto scritto dall’ebreo Simmaco (ch’era un giureconsulto ai servigi del Re), il quale comandava che i Cattolici fossero espulsi dalle loro chiese che dovevano essere date agli Ariani[309]. In Procopio è registrata una celebre leggenda, la quale narra che mentre un giorno il Re sedeva a banchetto nel suo palazzo di Ravenna, essendogli servita in sulla mensa una testa di pesce di grandezza smisurata e dalle fauci spalancate, lo prendesse alto spavento, sembrandogli che quella si tramutasse nel capo orribile di Simmaco che di recente era stato giustiziato: e aggiunge che colto tutt’a un tratto da febbre, pochi giorni dopo morisse lacerato dai rimorsi della uccisione dei due illustri Senatori[310]. Egli è certo che dolorosi pensieri ed acri rimordimenti dovevano rendere tormentosa la morte del grande e sciagurato Principe: il goto Giornandes ne tace, e ci presenta soltanto il maestoso quadro e bello del saggio Teodorico che muore. Allorquando, dic’egli, il Re fu giunto a sua età senile e conobbe che in breve dovrebbe partirsi del mondo, chiamò innanzi a sè i conti goti e i principi del suo popolo; ed eleggendo a loro re Atalarico, fanciullo decenne ch’era nato di Amalasunta figlia sua ed era orfano di Eutarico, loro comandò, quasi li chiamasse ad udire il suo testamento, che prestassero onore al Re, che amassero il Senato ed il popolo di Roma e che conservassero accordo di pace cogli Imperatori di Grecia[311]. Così scrivono gli Storici, ma i Santi invece narrano che l’anima di Teodorico, nuda e scalza e colle mani cariche di catene, fosse trascinata per l’etere dalle ombre irate di papa Giovanni e del patrizio Simmaco che la scagliavano entro il cratere del vulcano di Lipari: e dicono che ciò avesse veduto coi suoi propri occhi un anacoreta che aveva stanza in quell’isola. Ed il grande Gregorio non ebbe rossore di introdurre nei suoi dialoghi il racconto di quest’atto di giustizia infernale[312].

Oggidì ancora si conserva in parecchie città ricordanza del Re goto, dello straniero magnanimo che un dì tenne in sua signoria Roma e Italia. In Ravenna si mira tuttora la sua tomba di figura rotonda e dalla cupola formata di una sola pietra di smisurata grandezza: in Pavia ed in Verona i Lombardi mostrano ancora le merlate mura delle castella di Teodorico; nella meridionale Terracina le ruine di una borgata recano il nome di lui, ed un’antica iscrizione che ivi si legge ricorda ch’egli abbia restituita in buono stato la Via Appia e ch’egli abbia asciugate le paludi Pontine. E per fermo un Principe goto nei tempi del decadimento seppe acquistarsi una gloria che Cesare, impedito da morte, non ebbe potenza di ottenere[313]. Soltanto in Roma, dove gli erano state erette parecchie statue, non rimase alcun monumento che ci parli di lui, non musaico, non statua, non parola; ma la ricordanza sua è congiunta indissolubilmente alla storia della Città. E quei Romani che dimenticano gl’insulti dei quali i loro antenati nella ferrea età delle guerre civili del medio evo si resero rei contro i monumenti di Roma, ben devono ricordare al nome dei Goti, che a colui il quale per lo spazio di trentasette anni fu benefattore d’Italia li lega debito di gratitudine per le cure ch’egli prestò ai monumenti di Roma, che mercè di lui ebbero lunga vita. Il Tedesco ha argomento di orgoglio e di gioia allorchè volga il suo pensiero ad uno degli eroi più illustri della sua schiatta (imperocchè i Goti abbiano formato il midollo della nazione germanica ed abbiano posto il germe della lingua), allorchè pensi ad uno degli episodî più belli della sua storia patria svoltosi in quella Città che destino volle avvinta per molti secoli a Germania. E gli Storici italiani lasciarono agio ai Tedeschi di aggiungere ancora qualche lode alle virtù del grande Goto[314].