La prospera condizione dei Romani durò alcuni anni ancora dopo la morte di Teodorico: e precisamente finchè Amalasunta, figlia di lui, tenne la tutela del suo giovane figlio Atalarico. Procopio e Cassiodoro hanno celebrato le peregrine virtù di questa donna d’intendimenti virili, lodandone l’indole dell’animo, la saggezza della mente, la eccellenza della cultura[315]. Laddove i Romani s’erano beffati di Teodorico, il quale, imperito nell’arte della scrittura, segnava le quattro prime lettere del suo nome scorrendo collo stilo intorno al disegno tracciato sopra una lamina di metallo, or li commoveva invece a meraviglia il genio d’una femmina la quale ai Greci volgeva discorso in greca favella, coi Latini parlava nella lingua del Lazio e cogli eruditi ragionava dottamente intorno ai filosofi ed ai poeti dell’antichità. E dovevano pur confessare che i Goti meritavano lode di aver conservata la civiltà[316].
Sotto il reggimento di Amalasunta coltivavansi nella città di Roma le scienze con maggiore ardore di quello onde lo erano ai tempi di Teodorico: i professori di arti liberali, di grammatica (che onoravasi quale «maestra della lingua che è splendido ornamento all’umanità»), i maestri di eloquenza e di diritto erano remunerati con generoso onorario[317]. Roma tornava ad essere sede nobilissima degli studî e dell’eloquenza, per la qual cosa Cassiodoro poteva dire a ragione: «Altri paesi sono fecondi di vino, di aromi, di balsami, ma Roma produce il grato profumo dell’eloquenza, che scende con somma dolcezza al core»[318]. Ai Romani con saggio intendimento lasciavasi il godimento dei miti studî di pace, laddove invece i Goti nutrivano il sentimento orgoglioso della loro potenza virile nelle belliche arti. Gl’Italiani erano esclusi dall’onore della milizia, poichè già da tempo lunghissimo avevano perduto l’amore alle armi e avevano dimenticato il modo di maneggiarle: di Goti era composto il presidio delle città, all’infuori di Roma; e la loro signoria sull’Italia era quella di un imperio guerriero che si ergeva isolato e senza appoggio conservando le leggi e gl’istituti di Roma e mantenendo ancora in vita i municipî antichi per i Latini. Ma molti anche fra i Goti ivano prendendo vaghezza dei costumi romani, e l’amore degli studî rendeva loro desiderate le arti di pace, laddove per converso parecchi Romani, fosse per adulare ai loro signori stranieri, fosse per desio di novità, accoglievano fogge di Gezia; e sulle sponde del Po e su quelle del Tevere in bocca a Romani erano uditi i suoni energici della lingua di Ulfila[319].
La prima opera del governo di Amalasunta fu di conciliarsi l’animo del Senato e del popolo di Roma che dal padre di lei erano stati gravemente offesi. Alcune lettere scritte da Cassiodoro, il quale continuò nelle sue funzioni di ministro anche sotto il nepote di Teodorico, annunciavano con forma reverente il mutamento avvenuto nel soglio: ed il giovine Re, a mezzo di un suo legato, prestava al popolo ed al Senato solenne giuramento che non sarebbe mai per ledere ai diritti ed alle leggi di Roma. E per porgere coll’opera dimostrazione della ferma volontà di pace ond’era mosso l’animo suo, Amalasunta restituì tosto ai figli di Boezio e di Simmaco il retaggio paterno, del quale erano stati spogliati. Deplorando gli ultimi fatti crudeli del padre suo, volle cancellarne la ricordanza col suo reggimento, durante il quale non tolse la vita e gli averi ad alcun Romano. Come già ai tempi di Teodorico, l’assemblea dei Padri era reverita quale ornamento sacro della Città e riceveva dimostrazioni di onoranza: parecchi uomini illustri dei Goti vi erano ascritti, ed i nepoti degeneri di Mario non sentivano onta quando lor si diceva, star bene che ai discendenti di Romolo s’associassero i figli di Marte[320]. E da quelli il partito goto riceveva fortezza in Senato.
Se gli onori resi alla Curia romana erano di mera apparenza pomposa, la cosa era affatto differente per i diritti che lo Stato andava via via concedendo al romano Pontefice. La potenza di questo Vescovo (che allora era riverito anche in Oriente quale primate della Cristianità) cresceva più e più. Era un evento fortunato per lui che i Principi goti continuassero a sedere in Ravenna, e più ancora che, seguaci di Ario, eglino fossero fuori della Chiesa cattolica. Il Papa, quale capo della Religione cristiana cattolica, si elevava sopra i Re d’Italia eretici: e stando tra loro e l’Imperatore d’Oriente di fede ortodossa (il quale, per la potenza delle sue armi, era onorato dai Re goti con ossequio tradizionale quale signore supremo[321]) egli era soggetto di diffidenza ai Re: ma egli ne guadagnava influenza sempre maggiore negli affari interni della Città, i quali in varia maniera s’intrecciavano alla vita della Chiesa. Fra i Rescritti del tempo di Atalarico che leggonsi in Cassiodoro, havvene uno il quale dimostra l’altezza cui era giunto il Pontefice romano: imperocchè in quello sia dato formale riconoscimento al suo diritto di giudicare nelle controversie di diritto civile dei chierici[322]. Chi avesse una lite con un prete di Roma, doveva anzi tutto assoggettarsi alla sentenza del «beatissimo» Pontefice, e soltanto nel caso in cui il Papa non volesse udirne, il negozio poteva essere trattato innanzi al tribunale laicale: e colui che al responso del Pontefice non obbedisse, era punito con una multa di dieci libbre d’oro. Sembra essere stato Felice IV quegli che otteneva un privilegio sì utile all’accrescimento dell’influenza del Vescovo.
La Cronica della Città non può far menzione del breve reggimento di questo Pontefice (dall’anno 526 al 530) senza che s’indugi a parlare di una chiesa illustre, che fu la prima la quale si edificasse ai confini del Foro romano in vicinanza della Via Sacra. Vogliamo dire della chiesa dedicata ai santi Cosma e Damiano, che furono due fratelli gemelli nativi dell’Arabia e dotti nelle mediche discipline, i quali morirono fra i tormenti ai tempi dell’imperatore Diocleziano. Narra il Libro Pontificale che Felice IV ergesse a loro onoranza una basilica nella Via Sacra in prossimità del tempio sacrato alla città di Roma[323]: e poichè a questa chiesa, come è dato di vedere oggidì ancora, è annesso un edificio antico di forma rotonda, quasi a vestibolo, per il quale si penetra nella basilica formata ad una sola navata, così parecchi Archeologi affermano, che questo monumento rotondo sia quello cui il Libro dei Papi dà nome di tempio sacro alla città di Roma, oppure che fosse un delubro dedicato agli Dei penati, o a Romolo, o, con opinione più simile al vero, ai due fratelli gemelli Romolo e Remo, il quale poi sia stato dal Papa consecrato similmente a due gemelli, Cosma e Damiano. Questa loro opinione tentano di convalidare colla testimonianza tratta da alcuni versi del poeta Prudenzio, ma egli è un errore, avvegnachè quel passo si riferisca manifestamente al celebre tempio dedicato da Adriano al duplice culto di Venere e di Roma[324]. Non è possibile di determinare a quale scopo sia stato eretto quel piccolo edificio antico di figura rotonda la cui costruzione di muratura non è assai bella: egli è probabile che fosse una cappella pagana sacra ai fratelli Romolo e Remo, e di cui Felice si giovasse innalzandovi accanto la sua basilica. Ad ogni modo noi vediamo verosimilmente in questa basilica la prima chiesa di Roma la quale adoperasse un antico edificio, che era ancora in condizione perfetta, a formarsene il vestibolo, nel tempo stesso in cui nella sua parte posteriore si appoggiava ad un altro edificio antico di grandi dimensioni[325]. Oggidì pure si eccita in noi curiosità non lieve allorchè s’investighi la origine, ancora avvolta in qualche oscurità, di questa chiesa che s’alzava in vicinanza alla Via Sacra, in mezzo alle ruine del Foro, fra ruderi di cui ignoriamo la storia, e nella quale due medici d’Arabia, insigni per portenti, hanno posto sede alla loro operosità spirituale. Le colonne di porfido dell’atrio, vicino al quale s’innalzavano altre di cipollino, e le antiche porte di bronzo sono monumenti splendidissimi dell’antichità.
Felice rese adorna questa sua chiesa di musaici, i quali, quantunque sieno stati sottoposti parecchie fiate a restauro, sono annoverati, in grazia del loro stile e della loro antichità, fra i più illustri di Roma; per la qual cosa meritano che se ne dia una breve descrizione. L’arco di trionfo è ornato di disegni di bello stile antico i quali rappresentano imagini allegoriche tratte dal libro dell’Apocalisse, che diede temi fecondi ai concepimenti della pittura. Cristo in figura di agnello posa sopra uno splendido soglio, innanzi al quale sta aperto il volume coi sette suggelli. Ai lati sono i sette doppieri, dalle svelte forme, simili a quelle degli antichi candelabri, quantunque il disegno non sia il più corretto. Presso ad essi sono due Angeli alati dalla figura soave, e finalmente ad ognuna delle due estremità dell’arco sono rappresentati due Evangelisti coi loro simboli. Inferiormente a questi musaici papa Felice aveva fatto collocare le imagini dei ventiquattro Seniori in atto di porgere corone al Cristo[326].
In maniera differente sono trattati i disegni che adornano la tribuna. Le figure che poggiano sopra campo d’oro con dimensioni maggiori del vero, sono disegnate in parte con istile robusto e con bei concepimenti, e vi si pare manifestamente la tendenza al misticismo. La grande figura del Redentore, che si erge nel mezzo, è una delle più belle tra tutte le imagini del Cristo che si mirino in Roma: egli sta in atteggiamento energico e con posa da re; la testa adorna di barba e ricca di chioma che scende in lunghe anella è circondata di aureola; il suo paludamento del colore dell’oro, con bei panneggiamenti s’avvolge sul braccio; la mano sinistra tiene il ruotolo di papiri; la destra s’alza a benedire. Anticamente disegnavasi una mano che, tenendo un serto d’alloro, si protendeva sul capo del Salvatore ad esprimere la forza operosa del divin padre, il quale, anche nel tempo di cui parliamo, rappresentavasi sotto questo simbolo e non ancora nella figura visibile di uomo antico d’anni[327]. Alla destra ed alla sinistra del Redentore sono i santi Cosma e Damiano, i quali adducono alla presenza di lui san Pietro da un lato e dall’altro san Paolo che s’alzano con dimensioni maggiori ed imponenti. I due Santi, e più vivamente quello che sta a destra del Cristo, hanno lineamenti senili, i cui tratti energici e severi danno loro sembianza quasi di maghi con loro grandi occhi che splendono di uno sguardo fiero: hanno impressi nel volto segni di terrore reverente della presenza del Cristo, e nel tempo stesso vi hanno scolpito l’ardore dello amore di religione: per la qual cosa si può ben mirare in essi un simbolo dell’antica signoria della Chiesa sull’orbe. La loro posa, mentre s’appressano con passo incerto, è mirabile per la vita che ne spira; e nell’insieme bene rappresentano due indomiti campioni della Religione cristiana, imperocchè non isplendano in loro tratti che esprimano mitezza d’animo. La robustezza della loro figura è modellata sull’esemplare energico dei tempi barbarici, ond’è che rassomiglino a maghi o ad uomini di tempi epici, e che ben s’addicano all’età eroica e sanguinosa di Odoacre, di Teodorico e del bisantino Belisario. Roma non possiede alcun altro musaico condotto in istile sì energico secondo la verità storica; e quest’opera sola d’arte basta a far conoscere l’indole robusta del secolo sesto.
Presso a quelle due coppie di Santi, vedesi da un lato il canuto pontefice Felice IV, la cui figura fu quasi per intiero rinnovellata nei ritocchi, e dall’altro Teodoro il santo guerriero: ambidue tengono in mano corone. Il Papa avvolto in un paludamento del colore dell’oro che si stende sopra una tonaca azzurra è adorno di stola e solleva verso il Redentore il modello della sua chiesa, che è un edificio fornito di atrio e senza torre[328]. Nessuna di queste figure, eccetto quella del Cristo, è cinta dell’aureola, locchè dimostra che in sull’incominciamento del secolo sesto non era ancor costume di circondare la testa dei Santi dell’emblema della gloria[329].
Due palme s’innalzano dall’un lato e dall’altro dei Santi, e fanno, con mistico senso, bel contorno al quadro, chinando le loro fronde sul capo delle figure, nel tempo stesso in cui alla destra del Cristo posa sopra un ramo il favoloso uccello d’Arabia, la fenice, sulla cui testa splende una stella: gentile e mirabile emblema della vita eterna che sempre ringiovanisce, bellissimo tra i simboli che l’arte cristiana tolse a prestanza dai Pagani; imperocchè la fenice stellata si miri già sulle monete imperiali coniate al tempo di Costantino[330]. Nella parte inferiore, il contorno è formato dalla dipintura del fiume Giordano. Più in giù nell’ultimo scompartimento del quadro sono rappresentati dodici agnelli che simboleggiano gli Apostoli, i quali, uscendo di Gerusalemme da un lato e di Betelemme dall’altro, traggono al Salvatore, che, sotto forma di agnello, posa sopra uno splendido seggio colla testa cinta di aureola. Una iscrizione a grandi caratteri, e adorna di arabeschi in musaico d’oro, gira tutto intorno del quadro racchiudendolo quasi a mo’ di cornice[331].
In quella chiesa situata presso la Via Sacra avevano altari due Arabi del remoto Oriente: ed eglino avevano ottenuta un’onoranza che fino a quel tempo Roma aveva tributata a Martiri romani oppure a Santi nati nelle contrade d’Occidente. Conciossiachè il culto dei Santi nella Città fosse, come abbiamo già veduto, primamente nazionale: tuttavia ai Martiri romani altri s’aggiungevano delle province dell’Impero occidentale, finchè l’idea di universalità, che la Chiesa di Roma sosteneva, operava sì che in seguito nella Città si estendesse il culto anche a Santi orientali. Soltanto più tardi l’inimicizia e finalmente la separazione di Roma da Bisanzio valse a rendere minore la venerazione ai Santi greci. Egli è prezzo dell’opera che si dia un breve pensiero al motivo che indusse Felice IV a tributare reverenza ai due Orientali. Può essere che il Pontefice volesse avvincersi più strettamente la corte di Bisanzio per timore dei Goti: ma anche fuor di questo è mestieri considerare che i due fratelli gemelli erano allora famosi per sopranaturali portenti, e che forse Roma sarà stata desolata da qualche contagio; imperocchè l’iscrizione che leggesi nel musaico tributi onore ai due Martiri come a «medici nei quali il popolo ripone speme di salute». Si eleggeva poi di innalzare loro una chiesa in quel luogo, perchè ivi già in tempi antichi riunivansi medici, e si affermava che ivi il celebre Galeno dimorasse. Ed ai tempi di Giustiniano i due fratelli erano venerati quali Esculapii novelli in Ciro sull’Eufrate ov’erano seppelliti, ed avevano onore di chiese che loro si dedicavano in Pamfilia ed in Bisanzio. In Oriente tributavasi culto a molti Santi medici; e Ciro, Giovanni, Pantaleone, Ermolao, Sansone, Diomede, Fozio ed altri, dopo di avere ridonata la sanità a vivi ed a morti, dopo di avere prestate cure a uomini e ad animali, erano, a somiglianza di Empedocle, posti in cielo.
Papa Felice moriva nell’autunno dell’anno 530, e, dopo breve scisma, gli succedeva Bonifacio II, figlio di Sigismondo, che, nato in Roma, era d’origine goto. A impedire le lotte che s’agitavano in occasione delle elezioni dei Pontefici, o piuttosto per desiderio di togliere ai Re ogni influenza nelle elezioni, il novello Papa fu indotto ad un ardito tentativo. Nel primo Sinodo ch’egli congregò in Roma, designò a suo succeditore Vigilio diacono, e ne eresse un suo chirografo, il quale, munito della sottoscrizione di alcuni cherici imprevidenti, fu deposto da lui in san Pietro innanzi alla Confessione. Ma nè Amalasunta, nè il clero approvarono quest’opera sua ch’era contraria ai dettami dei Canoni; laonde Bonifacio dovè nel Sinodo seguente cassare solennemente il suo decreto. Poco dopo, nell’anno 532, gli succedeva Giovanni II Mercurio, figlio di Projetto, romano del monte Celio: il suo pontificato è memorabile principalmente per un Editto che fu emanato affine di dare ordinamento all’elezione dei Papi. Erasi introdotto il gravissimo abuso, che, alla vacanza della cattedra di san Pietro, quei cherici che agognavano a vestire il gran manto, cercassero di ottenerlo con arti simoniache e con turpe corruzione: eglino tentavano con donativi di ottenere il favore dei più potenti Senatori e dei maggiorenti della corte; e la moneta necessaria traevano vendendo patrimonî delle loro chiese e persino arredi sacri degli altari. A mettere impedimento a quel sozzo costume, il Senato romano, ai tempi ancora di Felice IV, aveva promulgato un senatoconsulto che severamente vietava che la dignità pontificia si mercanteggiasse; e quel Decreto senatorio, che è l’ultimo di cui abbiamo contezza, era stato confermato, dopo l’avvenimento al soglio di Giovanni II, da re Atalarico, il quale comandava che lo si incidesse sopra una tavola di marmo, e che alla vista di tutti nell’atrio del san Pietro si collocasse[332]. E da quel Decreto si pare quale parte importante il Senato esercitasse nell’elezione dei Pontefici: e in quei negozî quel corpo anticamente tanto glorioso e da cui pendeva il reggimento del mondo, continuava ad operare con un’ultima e meschina sembianza di vita politica, prima che si spegnesse del tutto.
Lo stesso popolo di Roma era immerso in letargo profondo. Lontano dallo sguardo del Principe, continuava a ricevere alimento dalle province, ma più scarsamente di un tempo; per la qual cosa parecchie fiate lo scoteva dal suo torpore il rincarimento delle vettovaglie, e lo eccitava a tumulti, i quali erano causa a sospetto che allignassero in esso sentimenti di ribellione. Sembra che tali ne fossero le condizioni durante il reggimento di Atalarico; e già papa Giovanni deplorava che Romani per semplice sospetto fossero sostenuti a lungo in carcere[333]. Ma in breve tempo la Città da uno stato di felicità tranquilla sì ma scevra di gloria, ch’essa godeva sotto la signoria dei Goti, era balzata fra gli orrori più terribili della guerra; ed un avvenimento fecondo di gravi torbidi doveva colpirla per cacciarla in una tenebra lunga e profonda. Ma per narrarne, fa duopo descrivere con breve discorso le sorti della casa di Teodorico alle quali anche i destini di Roma erano annodati.
La stirpe di Teodorico soggiacque all’abborrimento onde la tempra nazionale dei Goti era animata contro la civiltà dell’antichità, malgrado degli sforzi per indurre ad una conciliazione pacifica tra i due elementi avversi, che Amalasunta aveva presa a suo cómpito. Ella educava il giovane figliuol suo Atalarico nelle arti liberali dei Romani: per la qual cosa eccitava contro di sè lo sprezzo dei rozzi guerrieri goti che odiavano, non forse a torto, la civiltà romana quale nemica dell’energia virile e della loro propria schiatta dominatrice. Non v’ha forse problema che abbia sciolto la Storia intorno alla educazione dell’uomo, importante al pari di quello che ebbe occasione dall’educazione di Atalarico fanciullo straniero; e pochi avvenimenti furono come quello fecondi di gravi risultamenti. I Goti strapparonlo alle mani vilissime, com’eglino dicevano, dei pedagoghi, ed affidaronlo alla istruzione della libera ed energica natura. Non volevano già a re un uomo dotto nelle grammatiche, ma un eroe simile ai suoi antenati scesi dalla gloriosa razza degli Amalî. Cedette la madre con dolore; e vide con grave cordoglio il giovinetto, dall’indole ardente sortita dal clima meridionale sotto il quale era nato, gettarsi in piena balia dei piaceri che traevanlo a fine precoce. Ma i maggiorenti goti sprezzavano i miseri Romani, ed odiavano il reggimento di una femmina la quale s’opponeva ai loro disegni: e già avevano deliberato di infrangere il suo giogo, per la qual cosa Amalasunta dotata di energia virile era costretta a chiedere secretamente alla corte di Bisanzio che le si concedesse ricovero, ove necessità la spingesse a fuga. Ma intanto la uccisione di tre fra i più pericolosi Goti, avvenuta per comandamento di lei, ispirava novello coraggio al suo animo, laonde ella continuava a tenere con salda mano l’imperio dal suo palazzo di Ravenna. La saggezza di lei già divinava che il regno dei Goti sarebbe inevitabilmente crollato, e che il popolo guerriero del settentrione non avrebbe mai posto ferme radici in Italia. Allorchè ella conobbe che il figliuol suo intristiva ogni dì più, si volse di nuovo all’imperatore Giustiniano, trattando, se si voglia prestar fede a Procopio, della cessione d’Italia, oppure, ed è più probabile, affinchè le venisse in caso di bisogno dato ricetto nell’Impero greco. Atalarico moriva in Ravenna nell’anno 534, diciottesimo dell’età sua ed ottavo di suo regno, lasciando il trono di Teodorico senza succeditori. In quelle difficoltà non cadeva d’animo l’accorta donna, ma sceglieva a compagno nel governo il cugino suo, dandogli titolo di Re, ma a sè serbando il potere. Teodato, figlio di Amalafrida sorella di Teodorico, era acerrimo nemico di Amalasunta; ma questa accoglieva speranza di formarsene di tal guisa un amico, in maniera da render sicuri a sè stessa trono e vita, e da acchetare i Goti malcontenti.
L’influenza d’Italia, da cui già parecchi Goti erano resi domi, aveva operato potentemente sull’animo di quest’uomo. Egli rifuggiva dalle arti di guerra, era irresoluto e avaro, ma, cultore delle buone lettere, nello studio di Platone era profondamente versato. Abbandonata la corte per la quiete dolcissima della villa, ei viveva nei suoi ricchi possedimenti di Toscana; e là sotto le ombre amene dei toschi oliveti ei sarebbe stato degno d’invidia, ove non lo avesse travagliato insaziata smania di ricchezza sempre maggiore. Tutta Toscana malediceva alla sua avidità; ed Amalasunta aveva già dovuto costringere il cugino a restituire beni usurpati, onde egli ne mantenne sempre rancore contro di lei. Or veniva egli a Ravenna e cingeva la corona che poi doveva sì vilmente bruttare[334]. E appena ne era in possedimento, egli faceva sazia sua vendetta contro quella donna che lo aveva elevato al potere e la dava in balia ai nemici di lei. Esigliatala in un’isola solitaria del lago di Bolsena, Teodato la costringeva di qui a scrivere lettere all’imperatore Giustiniano amico di lei, nelle quali ella protestava di essere contenta alla propria sorte: e nel tempo medesimo spacciava alla corte di Bisanzio due Senatori, Liberio ed Opilio, affinchè placassero la collera dell’Imperatore. Ma prima che i due redissero in patria, la figlia sventurata di Teodorico era morta. Alcuni congiunti di quei tre principali Goti che ella aveva nei tempi antecedenti fatto uccidere, indotti da desio di torne vendetta, entrarono un giorno nella carcere di lei, e, non senza saputa di Teodato, la trucidarono[335]. Ciò avveniva nell’anno 535: e nel tempo stesso Belisario distruggeva il regno dei Vandali in Africa e traeva in trionfo a Costantinopoli Gelimero loro re, laonde era adesso agevole cosa muovere alla conquista d’Italia cui da lungo tempo si agognava.
Alla notizia dell’assassinio di Amalasunta, Giustiniano fingeva di commuoversi a nobile sdegno, ma nell’intimo animo gioiva dell’accordo propizio di parecchi avvenimenti che gli aprivano la via alla signoria d’Italia. Intanto che il suo legato Pietro trattava con Teodato della cessione del Lilibeo di Sicilia, che un tempo aveva appartenuto ai Vandali, e di altri negozî, Giustiniano affidava al suo generale Mundo il governo supremo di Dalmazia, donde egli doveva muovere contro i Goti, ed a Belisario dava la capitananza della flotta perchè conquistasse Sicilia. Quest’isola cadde in potere dei Greci alla fine dell’anno 535, in cui il solo Belisario tenne il consolato. E quello è anno memorando anche per Roma, imperocchè da quel momento fino alla estinzione suprema del consolato di uomini privati, avvenuta nell’anno 541, non si faccia più menzione nei fasti della Città di alcun Console d’Occidente. L’ultimo Console di Roma, nell’anno 534, fu Decio Teodoro Paolino il giovane, figlio di Venanzio, della stirpe dei Decii, il quale ebbe per tal modo l’onore di essere l’estremo nella lunga serie dei Consoli romani. Dopo di Costantino era stato costume che uno dei due Consoli annui fosse eletto per l’antica Roma, e l’altro per la novella ossia per Costantinopoli. E finchè i Re goti tennero Roma sotto la loro dominazione, eglino elessero il Console d’Occidente, il quale sembra che poi venisse dall’Imperatore confermato. Posteriormente al 534 fu in Oriente un solo Console, fino all’anno 541, in cui, dopo il consolato di Flavio Basilio il giovane, Giustiniano abolì quella magistratura, perchè, narra Procopio, l’Imperatore non volle più fornire la moneta necessaria alle consuete largizioni. Imperocchè, allorquando il Console ingrediva nella sua carica, si spendessero più che duemila libbre d’oro in largizioni ai poverelli ed in giuochi, e di questa somma di denaro la massima parte pagasse il tesoro imperiale. Di tal maniera estinguevasi quell’illustre istituto; e poichè l’imperatore Giustino nell’anno 566 assunse di bel nuovo il titolo di Console, da quel tempo in poi caddero sempre insieme l’incominciamento del regno degl’Imperatori e la designazione del consolato[336].
Appena all’atterrito Teodato giungeva notizia che Sicilia era caduta sotto la signoria greca, cadeva di animo e ne smarriva la mente per paura. Egli accoglieva tosto le condizioni vergognose che Pietro gl’indiceva a nome dell’Imperatore: e per quelle doveva rinunciare a Sicilia, pagare un annuo tributo di 300 libbre d’oro, e, ove gli fosse chiesto, fornire un esercito ausiliario di 3000 Goti. Oltracciò il Re d’Italia prometteva di non eleggere senatori nè patrizî, e di non punire nella vita o colla confisca chierici e senatori senza l’assenso dell’Imperatore: acconsentiva che nei giuochi del Circo dovesse acclamarsi prima al nome di Giustiniano, indi a quello di Teodato; e che se a lui una statua si alzasse, a destra di quella una ad onore di Giustiniano si dovesse erigere. Il Bisantino, conchiuso il trattato, partiva; ma corrieri spacciatigli dietro di gran furia, lo raggiungevano in Albano[337], e facevano ch’egli ritornasse al Re. «Se mai l’Imperatore», chiedeva questi angosciato, «se mai l’Imperatore ricusasse pace, che ne avverrebbe?» «Preclarissimo signore», rispondevagli l’astuto avvocato, «ei ti converrà muovere guerra». E gli dimostrava che ad un discepolo di Platone non era lecito di spargere il sangue del suo popolo, ma che all’Imperatore nulla divietava di far valere i suoi dritti su Italia[338]. Teodato, preso da paura maggiore, scendeva ad una novella proposta ancor più vigliacca, protestando di starsi contento ad una pensione annua di 1200 libbre d’oro, per la quale egli prometteva di cedere i suoi diritti al trono dei Goti e dei Romani. Il terrore gli toglieva il senno, in maniera che chiedeva scioccamente da Pietro giuramento ch’egli non avrebbe proposta la seconda convenzione all’Imperatore, se non se nel caso in cui questi avesse rifiutata la prima.
Insieme con Pietro partiva alla volta di Bisanzio anche Rustico, prete romano, quale ambasciatore di Teodato: e il Senato nel tempo medesimo, oppure poco tempo prima, spediva lettere a Giustiniano pregandolo di pace. In quell’epistola compilata da Cassiodoro[339], che è altamente preziosa come una delle ultime opere del Senato romano, i Padri con forma oratoria fanno che l’eterna Città parli con linguaggio di cordoglio: «Ove le preghiere nostre non valgano a commuoverti», eglino dicono, «or porgi orecchio alla patria nostra che si raccomanda con questo pietoso discorso: Se mai ti calga dell’affetto ond’io ti fui cara un giorno, deh! ama, o piissimo tra i Principi, i miei difensori. Quelli che mi tengono in loro signoria devono vivere teco in buona pace, affinchè non operino verso di me in maniera che dia cruccio al tuo animo. Or tu non puoi esser causa di crudele fine a mia vita, cui tu sempre facesti lieta di beni. Vedi! sotto l’usbergo della tua pace si raddoppiò il numero dei miei figli, ed io brillo nello splendore dei miei cittadini. Se tu soffra che mi colga malanno, meriti forse nome di pio? E che ti rimane a fare di più per me, se fiorente è la mia Religione ch’è pure la tua? Il mio Senato continua a crescere in onore ed in ricchezza, per la qual cosa tu non dèi disperdere con discordia ciò che anzi dovresti coll’arme proteggere. Parecchi Principi io ebbi, ma nessuno fu mai nella scienza come questi preclaro[340]; molti uomini saggi, ma niuno che fosse più erudito e più pio. Io amo quest’uomo sceso della stirpe Amalia; io lo nutrii al mio seno. Egli è valoroso, educato alla mia civiltà, ai Romani diletto per la prudenza dell’animo, dai Barbari per virtù chiara venerato. Deh! unisci i tuoi desiderî ai suoi, il tuo consiglio al suo, affinchè, crescendo la mia felicità, la tua gloria istessa ne cresca. No, non iscendere in cerca di me, chè forse non mi troveresti più. E poichè nondimeno son tua nell’amore, non voler deh! che alcuno faccia oltraggio a mie membra misere. Se Libia ottenne che tu le ridonassi libertà, oh ben sarebbe crudele il tuo animo, se io perdessi ciò che sempre possedetti. Illustre trionfatore, non lasciarti muovere da ira: la voce universale che ti supplica è più potente che il sentimento di collera onde il tuo cuore è tocco per qualche atto d’ingratitudine che forse hai ricevuto. Di tal maniera ti parla Roma, e ti volge preghiere per bocca dei tuoi Senatori. Che se nulla di lei pietà ti muove, parli al cuor tuo il santo spirito dei beati apostoli Pietro e Paolo. Imperocchè qual cosa potrai tu negar mai ai meriti di loro che spesso protessero Roma dai suoi nemici?»
Da parecchi passi di questa epistola, i cui sensi sono meritevoli di sprezzo, si pare che il Senato (al quale in unione al popolo romano il Re, dopo la morte di Atalarico, aveva prestato giuramento di conservare la costituzione dello Stato) operasse per minacce ch’erangli state fatte: nè è priva di fondamento la notizia offertaci da uno scrittore di quel tempo che il Re avesse minacciato i Senatori romani di mandarli a morte insieme alle mogli ed ai figli, se eglino non avessero dato opera colla loro influenza affinchè l’Imperatore non movesse alla conquista d’Italia[341]. E dalle lettere che leggonsi in Cassiodoro è posto in aperto che, all’avvenimento al trono di Teodato, il Senato ed il popolo di Roma fossero commossi a grave agitazione. Leggendo quegli scritti si vede che i Goti erano separati dai Romani per un abisso profondo e incolmabile, il quale, velato fino a quel momento dall’arte politica di Teodorico e di Amalasunta, or d’un tratto si spalancava innanzi gli occhi di tutti, tremendamente. Non ci è dato di conoscere i maneggi secreti di Giustiniano coi Romani: Roma era in preda ad angoscia febbrile; e gli animi, scossi dal presentimento di qualche grave avvenimento che si reputava inevitabile, erano presi da terrore simile a quello onde già ai tempi di Onorio erano stati colti i loro avi al nome di Alarico. Dicevasi che il Re volesse sterminare il Senato, imperocchè egli lo avesse citato a comparire dinanzi a sè in Ravenna[342]. Si formavano crocchi di gente nelle vie; si narrava con terrore che Teodato avesse in animo di distruggere la Città e di trucidarne gli abitatori e che già un esercito goto movesse contro di Roma. Ed invero Teodato aveva comandato che un presidio goto ponesse quartiere entro la Città, senza dubbio affine di padroneggiarla in caso di sollevazione, e di difenderla da un assalto improvviso che i Greci movessero dal lato di mare. Ma i Romani, per mezzo di Vescovi spediti con ambasceria, protestarono vivamente, e ne lo dimostrano i Rescritti indiritti da Teodato al Senato ed al popolo: laonde dobbiamo trarre a conseguenza che Teodorico avesse posto a fondamento di costituzione che nella Città non sarebbe mai posta a presidio soldatesca straniera o gota. Ed ora il popolo romano, preso da panico terrore, sollevavasi rifiutando che i soldati goti entrassero nella Città a porvi stanza; per la qual cosa Teodato dava opera a restituirle pace, scrivendo lettere ai Romani per dissipare «le ombre di terrore» e per acchetare «i pazzi tumulti». E diceva loro: «Contro i nemici vostri, non già contro i vostri difensori dovete opporre resistenza con saldo petto: l’esercito ausiliario dovevate invitare, piuttosto che respingere. Vi è dunque così straniera la faccia dei Goti che ne siate atterriti?[343] Perchè tremate di coloro che fino ad ora congiunti chiamaste? Eglino, che per correre a voi abbandonavano le loro famiglie, erano mossi soltanto da sollecitudine per la sicurezza vostra. E qual fama si spargerebbe del Principe, se noi (tolgalo Iddio!) alla vostra ruina avessimo congiurato? Non vogliate deh supporre cosa che noi non abbiamo mai accolta nella nostra mente».
Nel tempo medesimo Teodato indirizzava al Senato lettere di conciliazione. E ne aveva già resa cheta la paura allorchè aveva comandato che alcuni Senatori soltanto andassero a Ravenna, non già per aiutarlo dei loro consigli, ma piuttosto, ed eglino ben lo dovevano supporre, per servirgli di ostaggio[344]. Nella sua epistola ei diceva che i Goti non erano animati da altro desiderio fuor di quello di difendere Roma, città che non aveva sua pari nell’orbe; e affermava che alla difesa di lei nessun male andrebbe congiunto, perocchè l’esercito di presidio avrebbe provveduto da sè al suo provvigionamento: ma finalmente egli acconsentiva che quello ponesse sue tende fuori della Città in alcune posizioni della Campania[345].
Queste dissensioni tra i Goti e la città di Roma agitavansi nel tempo stesso in cui il Re trattava di pace con Giustiniano ed in cui Belisario già scioglieva le vele partendo di Sicilia. E più tardi Roma doveva ricevere presidio, e già vedremo ch’esso vi poneva stanza sotto il comando supremo di Vitige.
Anche il Pontefice era costretto ad andare ambasciatore a Bisanzio per farsi mediatore di pace[346]. Era egli Agapito, di nazione romana, che, per volere di Teodato eletto a succeditore di Giovanni, era asceso, addì 3 di Giugno dell’anno 525, alla cattedra di san Pietro. Con dolore egli obbedì al comando del Re, e partendo in fretta di Roma, nè possedendo la moneta necessaria alle spese del viaggio, diè a pegno gli arredi preziosi del san Pietro agli officiali del regio tesoro per averne alcuna somma di denaro[347]. Il Libro Pontificale con ingenuo racconto dice che a Costantinopoli egli cominciasse anzi tutto a tenere dispute con Giustiniano intorno a controversie religiose: e sembra ch’egli si comportasse nella sua ambasceria in maniera ostile ai Goti. Morte il coglieva in Bisanzio nel dì 22 di Aprile dell’anno 536, e lo preservava così dalla fine di Giovanni I della quale egli doveva paventare.
Frattanto Giustiniano accoglieva i legati Pietro e Rustico. Dopo di avere rifiutate con sorriso di sprezzo le pattuizioni della prima convenzione, accettava la seconda per la quale il vile Goto cedeva con obbrobrio l’Italia e deponeva la corona. L’Imperatore spacciava in fretta Pietro ed Atanasio a Teodato con lettere nelle quali accoglieva l’offerto trattato[348]. Ma alto stupore prendeva i due legati allorchè, giunti a Ravenna con precipitoso viaggio, videro che il Re li riceveva con parole di scherno. Una piccola vittoria ottenuta dalle sue soldatesche in Dalmazia aveva di repente mutato i propositi e la fede del disonesto Principe cui già sembrava di afferrare la corona della prodezza: per la qual cosa, cacciati in carcere i legati, volle guerra. Nè dovette attendere lunga pezza.
Nell’estate dell’anno 536 Belisario scioglieva le vele partendo di Sicilia per muovere alla conquista d’Italia. Il tradimento del goto Ebrimuto, genero di Teodato, gli apriva con prospero successo, che superava la sua aspettazione, le porte di Reggio, fortezza importante situata al di qua dello stretto di Messina: ed il vincitore dei Vandali vedeva con gioia che i popoli e le città d’Italia meridionale gli spedivano ambasciadori plaudenti alla sua impresa, e la agevolavano con offerte di provvigioni. Il suo esercito procedeva lunghesso la costa, e di pari tempo lo seguiva la flotta: ma tutt’a un tratto la sua mossa era arrestata dalla coraggiosa difesa opposta da Napoli. La antica città diletta di Virgilio non era allora assai ampia[349], ma fortemente munita del pari che la prossima Cuma, era animata da fiorenti commerci che vi facevano i suoi abitatori greci ed i molti Ebrei che vi avevano stanza. Questi ultimi erano ostili all’imperatore Giustiniano che perseguitava i loro correligionarî, laddove invece la tolleranza dei Goti li rendeva loro amici, per la qual cosa combattevano a difesa delle mura non meno prodi che i soldati goti medesimi. L’assedio durava da venti giorni allorchè riusciva finalmente a Belisario di impadronirsi di Napoli penetrandovi per un acquedotto: la città fu saccheggiata, e gli abitanti, a punizione crudele di loro resistenza, furono messi a fil di spada. Possessore di quel fortissimo baluardo eretto sul mare, Belisario prendeva tosto dopo anche il castello di Cuma, e posto presidio nelle due fortezze affine di avere saldo fondamento alle sue opere di guerra nell’Italia meridionale moveva rapidamente per la Campania e per il Lazio a cacciare di Roma i Goti.
Nella Città, o poco discosto, era Teodato stesso. Le soldatesche gote non avevano posto campo entro le mura, ma nel territorio circostante[350]: una parte di esse probabilmente alzava le tende presso il porto del Tevere, un’altra a capo dei due ponti dell’Anio, altri stuoli scaglionavansi lungo la Via Appia. Nè il pigro Teodato aveva saputo raccogliere altro esercito; e la soldatesca riunita intorno a Roma era scarsa di numero, avvegnachè le più forti schiere dei Goti fossero nelle Gallie e nelle Venezie attendendo a guerreggiare contro i Franchi. I prodi raccolti intorno a Roma si struggevano di rabbia di loro quiete inoperosa, e vedendo che il loro Re debole e imbelle tosto o tardi sarebbe sceso a vile pattuizione di pace con Belisario, un bel giorno partirono del loro campo movendo per la Via Appia. Questa celebre «regina delle lunghe vie»[351] da più che nove secoli era stata percorsa dalle moltitudini dei popoli; eppure il movimento continuo onde giorno e notte era calpestata non era mai stato potente a recare danneggiamento alla interezza ed alla saldezza di commettitura delle grandi lamine poligonali di basalto, delle quali era formato il suo lastrico; ed eccitava ancora la meraviglia dello storico Procopio il quale, nell’anno 536, la vide, la misurò e la descrisse[352]. Quella Via partendo di porta Capena, dinanzi alla quale essa si distaccava dalla Via Latina, saliva con suo corso diritto i bei poggi di Alba, e scorrendo tra i monti Volsci ed il mare, attraversando simile ad alto argine le paludi Pontine e Decemnoviche, entrava al di sotto di Terracina nella Campania beata, e finiva a Capua[353]. Dall’un lato e dall’altro della strada, sepolcri senza numero, antichi e belli, ombreggiati da cipressi o adorni dei fiori del melogranato, si elevavano tristi compagni al viandante che di tratto in tratto posava ad alcune stazioni ove trovava ristoro e riposo del cammino[354].
Lungo questa Via or movevano i Goti fino a Regeta ove ponevano campo. Ed eleggevano di piantare le tende in quel luogo situato nelle paludi Pontine tra la stazione di Forum Appii e la città di Terracina, perchè ivi pingui paschi erano offerti ai loro corsieri dalle ampie pianure irrigate dal Decemnovio. Così Procopio appella un fiume che gettavasi in mare presso a Terracina, dicendo che traeva nome dal suo corso di diecinove miglia. Ed era quel canale Decemnovio che scorreva a diritta della Via Appia, sul quale i viaggiatori, ai tempi dello Impero, solevano imbarcarsi presso Forum Appii affine di percorrere alcune miglia entro a navicelli, imperocchè la via che scorreva in mezzo a paludi rimanesse per lunghi anni inaccessibile, fino al momento in cui, sotto il regno di Teodorico, le paludi Decemnoviche erano rasciugate[355]. Nel campo di Regeta i guerrieri goti si raccolsero a consiglio, e nella pienezza del potere che compete ad una nazione offesa da grave oltraggio e cui alto pericolo minaccia, elessero un prode soldato a succeditore di Teodato ch’eglino proclamarono privo di onore e decaduto dalla corona. Nella regione erma e selvaggia delle paludi Pontine, sotto l’aperto cielo, di prospetto al capo di Circe che dalle onde del mare sorge simile ad azzurra isoletta, quei guerrieri che ricadevano nelle tristi condizioni di genti nomadi senza patria, elevarono sullo scudo Vitige, e collo squillo delle trombe e con grida di plauso lo salutarono re dei Goti e dei Romani. Eglino onoravano in lui il prode che già ai tempi di Teodorico s’era coperto di gloria nelle guerre contro i Gepidi, e che non aveva mai cambiato la spada dell’eroe collo stilo del pedante.
Dopo che il novello Re ebbe arringato ai suoi guerrieri e dopo che ebbe determinato insieme coi principali capitani il disegno secondo il quale conveniva tosto operare, l’esercito goto ricalcando le proprie orme tornava per la Via Appia a Roma. Al suo avvicinarsi fuggiva per la Via Flaminia, colto da alto spavento, Teodato che nel suo palagio di Roma aveva ricevuto la notizia della ribellione dei suoi guerrieri. Ma il goto Ottari, nemico suo personale, correvagli dietro, e, prima che lo sventurato potesse ricoverare a Ravenna, sitibondo di vendetta raggiungevalo per via, e cacciatolo a terra, e tenendolo supino, e premendogli il petto col ginocchio, come vittima, lo scannava[356].
Rientrato Vitige coi suoi in Roma, promulgava un bando al popolo dei Goti: annunciava loro il suo avvenimento al trono e, facendo appello al loro animo marziale, diceva che non le voci di cortigiani adulatori ma lo squillo delle trombe lui aveva salutato re[357]. Egli congregava i guerrieri goti intorno a sè in Roma e loro diceva: la condizione delle cose imporre necessità di abbandonare la Città e di ritirarsi tosto a Ravenna: di là voler egli por fine alla guerra che s’agitava contro i Franchi per riunire intorno a sè la soldatesca sparsa e per opporre poi salda resistenza al greco Belisario: non dovere eglino offendersi al pensiero che nel frattempo Roma cadesse in mano al Bisantino, avvegnachè, o i Romani coll’ajuto di un presidio goto si difenderebbero da valorosi, fedeli ai loro signori, oppure romperebbero fede, ed allora sarebbe meglio conoscerli nemici aperti, piuttosto che averli nemici celati. Plaudivano i Goti; e Vitige, adunato il Senato, rammentava ad esso, al popolo romano ed al Pontefice i beneficî che la Città aveva ricevuti dal generoso Teodorico; esortava affinchè si mantenesse fede al reggimento goto; e voleva che la loro antica promessa di sudditanza si rinnovellasse con un giuramento solenne. Indi, lasciati quattromila dei suoi più prodi guerrieri a presidio di Roma, e datone il comando ai vecchio e valente Leuderi, moveva a Ravenna per la Via Flaminia col rimanente del suo esercito, seco traendo parecchi Senatori quali ostaggi.
Nelle stanze del palazzo regale, Matasunta, figlia ad Amalasunta, viveva immersa in duolo profondo della distruzione di sua nobile famiglia. Vitige costringeva la giovane principessa, repugnante, a sposarlo: avvegnachè da quel connubio, che trasfondeva in lui il diritto di successione al trono della stirpe degli Amalî, egli sperasse di ottenere riconoscimento del suo potere da tutta la nazione gota e di rendere più propenso a conciliazione l’imperatore Giustiniano, a cui egli spediva tosto suoi legati[358]. Per concludere pace coi Re franchi egli era costretto, nelle estreme difficoltà da cui era circondato, di cedere a quei Principi avidi di potenza le belle province della Gallia meridionale, e ne riceveva in cambio promesse di pace eterna e di soccorsi. Di tal maniera riusciva fatto a Vitige di raccogliere le sue soldatesche intorno a sè.
Nel tempo stesso in cui il novello Re dava in Ravenna provvedimenti guerreschi, Belisario moveva per la Via Latina alla volta di Roma[359]: e appena i Romani avevano contezza ch’egli s’avvicinava, deliberavano di spedirgli un messaggio di pace e di porgergli le chiavi della Città. A ciò spingevali il Pontefice, il quale sperava che i Greci riponessero in onoranza la fede ortodossa (sulla cattedra di san Pietro sedeva allora Silverio, figlio di Ormisda, che i Romani erano stati da re Teodato costretti ad eleggere dopo la morte di Agapito). Il capitano bisantino accoglieva con gioia il legato Fidelio e chiunque dei Senatori e del clero usciva ad incontrarlo; indi con rapida mossa si spingeva per la valle del Trero, ossia di Sacco, contro Roma. Nel tempo stesso in cui egli s’avvicinava, Leuderi conoscendo che gli era impossibile di difendere coi suoi quattromila soldati una città vastissima, il cui popolo era animato da senso ostile contro il presidio, fè che i suoi Goti partissero tutti per Ravenna: nè i Romani se ne crucciarono. Egli solo, trattenuto da sentimento generoso d’onore, rimase. Intanto che i Goti uscivano di porta Flaminia, entravano i Greci da porta Asinaria[360]: ed i Romani ascoltavano con istolta gioia mista a stupore lo squillo dei corni dell’esercito greco onde risuonavano novellamente le loro mura, e miravano la cavalleria degli Schiavoni e degli asiatici Unni, splendida delle fogge dai vivaci colori, che a bandiere spiegate scendendo dal Laterano, per l’arco trionfale di Tito entrava nella Via Sacra. Alcuni gioivano al pensiero che la Religione ariana or ne sarebbe umiliata; altri accoglievano speranza della restaurazione dell’Impero romano antico; tutti desideravano una mutazione di reggimento: ma nè gli uni, nè gli altri erano agitati da alcun presentimento degli avvenimenti terribili onde sarebbero stati funestati in breve ora; ed il clero ed il popolo di Roma non comprendevano che eglino stavano per cambiare una libertà moderata ed il mite reggimento dei Goti con un vero giogo di schiavitù sotto la dominazione dei Bisantini.
Belisario entrava in Roma addì 9 di Dicembre dell’anno 536: erano ormai trascorsi sessant’anni dacchè l’Impero romano era caduto sotto la signoria dei Germani[361].