425. Jornand. (De regni success., Murat., Script., I, p. 242) dice energicamente: Cunctos Senatores nudatos, demolita Roma(!), Campaniae terra transmutat.
426. Il Continuatore di Marcell. Com., dice: Post quam devastationem XL aut amplius dies Roma fuit ita desolata, ut nemo ibi hominum, nisi bestiae morarentur. — Procop., III, 22: ἔν Ῥώμῃ ἅνθρωπον οὐδένα ἐάσας, ἀλλ’ ἔρημον ἀυτὴν τὸ παράπαν ἀπολιπών.
427. Per desiderio ardente di tornarsene alla città nativa, τῆς τὲ ὲν Ῥώμῃ οἰκήσεως ἐπιθυμίᾳ dice Procopio, III, 24: ed è passione, anzi malattia antica degli uomini.
428. A queste macchine dette τρίβολοι il Gibbon dà a torto descrizione di trabocchetti: meglio il Muratori le spiega per cavalli di Frisia. Il Ducange nel suo Glossar., reputa che tribulus sia lo stesso che trabuchetum, macchina che scaglia sassi, locchè qui non può accogliersi. Egli non cita il passo che si riferisce al punto di storia di cui trattiamo, ma egli conosce la macchina da una descrizione di Vegetius, 3, c. 24.
429. Procop., III, 37.
430. Procopio (III, 24), per vero dire, parla soltanto dei ponti del Tevere, e dice, che il solo ponte Milvio non sia stato distrutto, perchè era vicino alla Città. Tuttavia possiamo persuaderci di leggieri che fossero i ponti sull’Anio quelli che Totila distrusse, poichè questo fiume interrompe la via che mena a Tivoli. Egli tagliò ponte Salaro, ponte Nomentano, ed anche ponte Mammolo, ma naturalmente non già ponte Lucano che stava al di sotto di Tivoli.
431. Alberto Cassio, il quale con somma diligenza compilò una storia degli acquedotti di Roma, accoglie questa opinione. Vedi il suo Corso delle acque antiche, Roma 1756, T. I, n. 28, p. 260. Infatti un’iscrizione mutilata, di cui leggesi una parte che dice: Belisarius. Adquisivit. Anno. D..., fu rinvenuta sopra un’arcata dell’acquedotto presso il lago Sabbatino nelle vicinanze di Vicarello. Appresso mi sarà data occasione di confortare quest’opinione colla testimonianza ricavata da un passo del Liber Pontif., Vita Honor., che il Cassio sembra non aver avuto sott’occhio.
432. Anastas., in Vigilio: in qua scripsit victorias suas. E qui è da prendersi nel significato del greco γράφειν, non già in quello più comune di scribere. — Alcune iscrizioni sepolcrali del tempo di Belisario che trovansi in Roma, sono preziose per la Storia. Il Muratori nel Nov. Thes. Vet. Inscr., p. 1852, n. 12, ne dà quella di uno Spatharius domini Patricii Belisar.; ed io mi feci mostrare dai monaci di san Pancrazio in Via Aurelia i frammenti dell’iscrizione funeraria di un tintore che il Marini riporta nelle annotazioni ai suoi Pap. Dipl., p. 251, n. 28.
433. καὶ πανταχόθι τῆς πόλεως σῖτον ἐντὸς τοῦ περιβόλου σπείρας: passo preziosissimo che vale a dipingerci le condizioni di Roma a quel tempo. Procop., III, 36.
434. La ricordanza del luogo ov’era situato questo campo deve essersi conservata a lungo. Io credo di trovarne vestigio in un registro di amministrazione ecclesiastica in cui vien fatto cenno di una massa situata juxta campum Barbaricum ex corpore patrimon. Appiae. (Collect. Deusdedit che trovasi nella Breve Istor. del dom. Temp. del Borgia a pag. 12, nei documenti).
435. Procop., IV, 21.
436. Non v’ha alcun dubbio che il foro boario ne avesse nome; infatti Ovidio (Fastor., 6, v. 478) dice: area quae posito de bove nomen habet. E vedansi Tacit., Annal., 12, c. 24; Plin., II, 34, ai quali richiamò la mia attenzione il Nardini, Roma Ant., II, p. 257. — Dagli undici epigrammi di Ausonio sulla vacca di Mirone traggo i due versi:
Quid me, taure, paras, specie deceptus, inire?
Non sum ego Minoae machina Pasiphae.
L’Antologia greca contiene trentasei epigrammi. — Il Winckelmann (Gesch. der Kunst des Altert., IV, vol. 9, c. 2, nota 372) è indotto dal passo succitato di Procopio ad accogliere l’opinione che la vacca di Mirone fosse allora in Roma: il Fea, che tradusse l’opera, si associa all’opinione di lui.
437. Cassiodoro (Var., lib. X, 30) ne prende argomento a parlare con loquacità infantile intorno alla natura degli elefanti.
438. Procop., Histor. Arcana, c. 8: ἐπὶ τῆς εἶς τὸ καπετώλιον φερούσης ἀνόδου ἔν δεξιᾷ ἔκ τῆς ἀγορᾶς ἐνταῦθα ἱόντι. Dalla descrizione di Stazio (Silv., I, v. 66) la statua equestre si sarebbe eretta tra la basilica Giulia e la Emilia; avrebbe avuto a tergo il tempio di Vespasiano e della Concordia, e di fronte il Lacus Curtius. È certo dunque che si alzava nel luogo ove stava più tardi la colonna di Foca. — Il Nibby opina che al tempo in cui fu compilata la Notitia, alla statua equestre di Domiziano si desse nome di Caballus Constantini (Vedi Roma Ant., p. 138). Difficilmente essa sarebbe sfuggita allo sguardo di Procopio se avesse ancora esistito.
439. Ho già citato il passo di Procopio, IV, 22.
440. Νεώσοικος significa Navale. Io ho già dichiarato ove fossero probabilmente situati i Navalia, ma la espressione di Procopio ἔν μέσῃ τῇ πόλει involge in gravi difficoltà.
441. Procopio vide nell’isola di Corcira la nave di marmo in cui Ulisse navigò ad Itaca, ma vi lesse l’iscrizione che diceva essere essa un dono votivo offerto a Giove Casio. In Eubea egli vide la nave offerta in dono votivo da Agamennone e ne reca la iscrizione mutilata (De bello Goth., IV, 22). In Roma stessa egli avrà veduti parecchi di quei vascelli votivi in marmo: ed oggidì uno ancora ne rimane, sul monte Celio, innanzi alla chiesa di santa Maria in Navicella. Esso è però la copia di uno antico, eseguita ai tempi di Leone X.
442. Procop., IV, 33: τειχίσματι βραχεῖ ὀλίγην τινὰ τῆς πόλεως μοῖραν ἀμφὶ τὸν Ἀδριανοῦ περιβαλὼν τάφον καὶ αὐτὸ τῷ προτέρῳ τείχει ἐνάψας φρουρίου κετεστήσατο σχῆμα.
443. πολλοὶ τῶν ἀπὸ τῆς ξυγκλήτου βουλῆς dice chiaramente Procopio (IV, 34).
444. Procopio (ibid.) parla di trecento giovinetti delle città d’Italia: τῶν ἔκ πόλεως ἑκάστης δοκίμων Ῥωμαίων τοὺς παῖδας ἀγείρας. Questo passo venne franteso dal Curtius (De Senatu Rom., p. 142), il quale reputa che quei giovinetti condotti in ostaggio fossero figli di Senatori romani. All’istesso errore fu indotto Ruggiero Williams, nel suo eccellente scritto intitolato: Roma dal secolo V al secolo VIII, edito nella Gazzetta delle Scienze istoriche dello Schmidt, II, dispensa 2, pag. 141. Del pari egli erra allorchè narra che Totila abbia formalmente soppresso il Senato, indi l’abbia riposto in autorità: non ve n’ha il menomo cenno in Procopio. Totila condusse in cattività i Senatori, e più tardi ne richiamò alcuni nella Città.
445. Anche nei tempi successivi avrò sempre riguardo alla storia del Senato. Dopo di aver consultati tutti gli scrittori di storia che io mi conosca, intorno a questa curiosa ricerca, trovai che quell’opinione è pienamente accolta e confermata da Carlo Hegel nella profonda sua opera intitolata: Storia della costituzione delle città italiane, Vol. I, V. — E per dirla in breve, il Senato romano si estinse colla distruzione del regno dei Goti: Deinde paullatim Romanus defecit Senatus, et post Romanorum libertas cum triumpho sublata est. A Basilii namque tempore Consulatum agentis usque ad Narsetem Patricium provinciales Romani usque ad nihilum redacti sunt. Così Agnello, biografo dei Vescovi di Ravenna, T. II, Vita s. Petri Senior., c. 3.
446. L’antica colonia romana di Nepi o Nepet (Νὲπα in Procopio) è un piccolo luogo posto presso a Civita Castellana. Più tardi ci avverrà di trovarla seggio di Duces. William Gell (The Topography of Rome and its Vicinity) vuole riconoscervi alcuni avanzi di una fortezza gota; e ciò richiede un occhio acuto assai. — Pietra Pertusa è situata sulla Via Flaminia a dieci miglia di distanza da Roma. Dopochè i Longobardi l’ebbero distrutta, ne rimase il nome ad un casale. Vedi il Westphal, p. 135. — Intorno ai nomi ed alle posizioni si consulti il Cluver, Ital. ant., II, p. 529.
447. Αὐτὸς δὲ Ῥώμην διακοσμῶν αὐτοῦ ἔμεινε. Procop., IV, 34.
448. Qui Procopio pone fine alla sua inestimabile storia della guerra gotica, dopo di avere con pochi cenni detto che i Greci (ai quali egli dà sempre nome di Ῥωμαῖοι) s’erano impadroniti di Cuma e di tutte le altre fortezze. Aligerno con somma bravura difese per un intiero anno Cuma e la grotta della Sibilla.
449. Jornand., De reb. Get., c. 5: Unde et pene omnibus barbaris Gothi sapientiores semper extiterunt, Graecisque pene consimiles. È prezzo dell’opera che si legga la celebre lettera di Sisebuto re dei Visigoti ad Adelvaldo re de’ Longobardi in cui quegli celebra l’eroica indole degli uomini germanici: Genus inclitum, inclita forma, ingenita virtus, naturalis prudentia, elegantia morum. Trovasi nel Troya, Cod. Dipl. Long., I, p. 571, tratta dal Florez, España Sagrada, VII, 321-328.
450. Si legga la Historia Arcana, c. 6 e seg., nella quale Procopio pone alla berlina Giustiniano, dipingendolo uomo malvagio, doppio, ingannatore, avaro, sanguinario, tracciandone l’imagine sul modello del ritratto di Domiziano. Procopio vi fa seguire (c. 9) la descrizione infamante di Teodora, la quale potrebbe sembrare esagerata anche al libertino più sperimentato. Si consultino le annotazioni erudite dell’Alemannus a quei passi.
451. Muratori, Annal. d’Italia, ad ann. 555. Si veda anche il sano giudizio che ne reca il La Farina nella sua Storia d’Italia, I, p. 61 e seg.
452. Flaminio Vacca vi narrava con fedele semplicità ciò ch’egli aveva veduto trarre dagli escavi eseguiti al tempo suo. Egli raccoglieva le sue pregevoli osservazioni intorno a parecchi monumenti antichi per incarico di Anastasio Simonetti antiquario di Perugia. Quelle memorie furono edite dal Fea nella Miscellan., Tom. I, e dal Nibby in appendice alla Roma Antica del Nardini, sotto il titolo: Memorie di varie antichità trovate in diversi luoghi della città di Roma, scritte da Flaminio Vacca nell’anno 1594.
453. Intorno ai forami dei monumenti di Roma scrissero parecchi Archeologi. Il Suares, vescovo di Vaisson, nell’anno 1651, dedicava a queste ricerche un suo scritto intitolato: Diatriba de foraminibus lapidum in priscis aedificiis, nel quale egli pone sette ipotesi senza decidere quale meriti maggior fede. Egli propone: 1.º che i Barbari nel loro furore, non potendo demolire da capo a fondo i monumenti, vi recassero il guasto: 2.º che i monumenti ricevessero danneggiamento dalle case costruitevi sopra, oppure: 3.º dai serragli fatti nei rivolgimenti: 4.º dall’avidità di strapparne gli arpioni di metallo: 5.º dagli escavi fatti a ricercarvi tesori: 6.º dall’uso dei loro materiali adoperati alla costruzione di fortezze: 7.º dalla erezione di botteghe sovrapposte al Colosseo. — Si veda inoltre l’eccellente opera del Marangoni, Delle Memorie sacre e profane dell’Anfiteatro romano, Roma 1747, p. 47 e seg. — Il Fea, Sulle rovine di Roma antica, p. 276, 277, parla con senno dell’impossibilità che i forami fossero tutti fatti dai Barbari. Il Vacca con ingenuità dice: tutti bucati all’usanza de’ Goti, per rubarne le spranghe ecc. Io credo che forami per la maggior parte avessero origine dallo strappamento degli arpioni nei tempi di penuria di metallo.
454. Flaminio Vacca, n. 17.
455. Flaminio Vacca, n. 81.
456. Flaminio Vacca, n. 103. Non è determinato quale fosse quest’arco: forse sarà stato quello di Settimio Severo.
457. Agathias, ch’è lo scipito e prolisso continuatore di Procopio, dà una compiuta descrizione di questa battaglia: Historiar., II, c. 4 e seg. (ed. Bonn.). Si legga anche Paul. Diacon., De gest. Longob., II, c. 2. — Reca stupore che la Cronica di Mario Aventic. disgiunga di sette anni i tempi di Bucelino da quelli di Leutari.
458. Sigon., De Occid. Imp., p. 553.
459. Agathias, II, c. 13: ἔς Κάμψας τὸ φρούριον. Il Muratori accoglie opinione che fosse il castello di Compsa, ch’è l’odierno Consa, antico borgo del territorio Arpinate di cui si può cercare notizia nel Cluver, Ital. ant., IV, p. 1204. — Colla presa di Compsa, cessa Agatia di fare parola intorno ai Goti. Da parecchi scrittori si pare che Narsete non cacciasse d’Italia gli ultimi Goti, ma ch’eglino continuassero a dimorare presso le sponde del Po. Si fa ancor cenno di un goto Guidino, il quale, coll’ajuto dei Franchi, si sollevava in Verona ed in Brescia contro Narsete. Si consultino Paul. Diac., II, 2, Theophan., Chronogr., p. 201, Menander, Excerpta, p. 133, (quest’ultimo parla però soltanto di Franchi). — Il Muratori s’industria a dimostrare che questa sollevazione avvenisse nell’anno 563.
460. Sigon., De occid. Imp., p. 556.
461. Procop., Hist. Arcana, c. 18.
462. Pragmatica Sanctio Justiniani Imper., nel Corpus Juris civ. di Gotofredo, T. II, Parigi 1628, fra le Novellae Constit. nell’Appendice, p. 684 e seg. La Sanzione Prammatica fu emanata nell’anno vigesimottavo di regno di Giustiniano, agli idi di Agosto, e fu indiritta ad Antioco, prefetto d’Italia.
463. Quae beatissimo Papae vel amplissimo senatui nostro pietas in praesenti contradidit.
464. La Pragm. Sanctio al § 12, dispone espressamente in riguardo ai giudici della provincia: Ab episcopis et primatibus uniuscujusque regionis idoneos eligendos. Di questi argomenti importanti tratta con somma chiarezza Carlo Hegel, pag. 126.
465. Il passo di Iohann. Lydus, de Magistr., III, c. 55, che dice: τῇ δὲ Ῥώμῃ τὰ Ῥώμης ἀπέσωσεν mi sembra un giuoco di frase.
466. Viros etiam gloriosissimos ac magnificos Senatores ad nostrum accedere comitatum volentes etc. (Sanct. Pragm., c. 27).
467. Vel foro aut portui Romano. — Che qui per foro non si abbia a intendere che il mercato del pane e delle grasce, sembrami che si deva ricavare dalla sua connessione con portus.
468. Anastas., in Vigilio, ed il continuatore di Marcell. Com., dicono che la morte del Papa avvenisse nell’anno 554. Il Pagi a miglior ragione la pone all’anno 555.
469. Multitudo religiosorum et sapientium nobilium. Anastas., in Pelagio.
470. La lettera di Adriano si legge tra gli Atti del secondo Concilio di Nicea nel Labbé, Tom. VIII, p. 1591. Il Pontefice vi novera le chiese di Roma che erano principalmente adorne di musaici, e, dopo di aver tenuto discorso del san Silvestro, del san Marco, della basilica di Giulio, del san Lorenzo in Damaso, della santa Maria (Maggiore) e del san Paolo, dice della basilica dei santi Apostoli: Mirae magnitudinis ecclesiam apostolorum a solo aedificantes historias diversam tam in musivo quam in variis coloribus cum sacris pingentes imaginibus.
471. Si fa seguace di questa opinione anche Andrea Fulvio, Ant. Rom., V, là ove parla delle chiese cristiane. Il Volaterrano, protonotario e vicario della basilica dei santi Apostoli, descrisse la chiesa nell’anno 1454, ed il Martinelli (Roma ex ethn. sacra, p. 64 e seg.), ne trasse lo scritto dal Cod. Vat., 5560. Il Volaterrano vide la chiesa antica e lesse sull’abside i versi seguenti:
Pelagius coepit, complevit Papa Ioannes
Unum opus amborum par micat et meritum.
472. Il Volaterrano nel Martinelli.
473. Il Galletti (Del Primicerio ec., n. LXI, p. 323, nel Fea, Sulle rovine di Roma, p. 355, nota D) dà il documento tratto dall’Archivio di santa Maria in Via Lata dell’anno 1162. A quello io mi riporto.
474. Trovasene la copia stampata perfettamente nel Marini, Papir. Diplom., N. I. — Le appellazioni topografiche appartengono indubbiamente al tempo dei Mirabilia e dell’Ordo Romanus Benedicti.
475. Pragm. Sanctio, c. 25.
476. Imperante D. N. Piissimo ac Triumphali semper Justiniano P. P. Augusto Ann. XXXVIIII. Narses Vir gloriosissimus ex praepositus Sacri palatii ex cons. atque patricius post victoriam Gothicam ipsis eorum regibus celeritate mirabili conflictu publico superatis atque prostratis libertate urbis Romae ac totius Italiae restituta pontem viae Salariae usque ad aquam a nefandissimo Totila tyranno destructum purgato fluminis alveo in meliorem statum quam quondam fuerat renovavit.
477. Gruter, p 161. Vedi che rimanga delle opere dei mortali! Questi unici monumenti di Narsete più non sono: caddero nell’Anio quando i Napoletani, nella loro ritirata da Roma nell’anno 1798, distrussero il ponte. — Il padre Eschinardi (Dell’Agro romano, p. 324) accoglie opinione che Narsete riedificasse anche il ponte Nomentano sull’Anio. La Cronica di Mario Avent. narra che Narsete restaurasse Mediolanum, ed aggiunge vel reliquas civitates, quas Gothi destruxerant, laudabiliter reparatas etc.
478. Paul. Diacon., III, c. 12, e la Histor. Miscell., XVII, p. 112, dicono che il tesoro fosse trovato a Costantinopoli. Ambedue attinsero quella leggenda da Gregorio di Tours, V, 20.
479. Paul. Diacon., II, c. 5.
480. La fonte donde trae il suo racconto Paolo Diacono è Anastas., in Joh.: Tunc Romani invidia ducti suggesserunt Justino Augusto et Sophiae Augustae, dicentes: Quia expedierat Romanis, Gothis potius servire quam Graecis, ubi eunuchus nobis fortiter imperat, et servire male nos subjicit.
481. Ciò si pare dagli scritti di Agnellus, Lib. Pontif. (seu vitae Pontif. ravennatium. Ediz. di Modena, 1708), Tom. II, Vita s. Agnelli, p. 127: Tertio vero anno Justini minoris Imperatoris, Narsis Patricius de Ravenna evocitatus, egressus est cum divitiis omnibus Italiae, et fuit Rector XVI annis etc. E Mario Aventicense denota quest’epoca: ann. 2 cons. Justini Jun. August. Indict. I, che corrisponde all’ann. I, post Cons.
482. Narra il Sismondi che aranci di Salerno (multimoda pomorum genera) fossero mandati 500 anni più tardi dai primi avventurieri Normandi ai loro fratelli di Normandia, per far loro conoscere la beatitudine d’eliso della terra che era ferace di quelle frutta.
483. Era una parte dei cimitero di Pretestato nella Via Appia. Vedi la Roma sotterranea, III, c. 17, p. 190. Nei cimiteri delle chiese di Roma, presso alle basiliche s’alzavano anche abitazioni pei cherici.
484. Anastas., in Johanne, e Paul. Diacon., II, c. 11.
485. Agnellus, Vita s. Petri Senioris, II, p. 178; Italiae in palatio quievit: è il palazzo dei Cesari in Roma. — Horatius Blancus nell’annotazione al lib. II, c. 11 di Paolo Diacono vuole che sia da leggere Costantinopoli a vece di Italia.
486. Anastasio dice che Narsete morisse nell’anno in cui usciva di vita Giovanni, che, secondo i computi del Pagi e del Muratori, sarebbe il 573. Questa notizia non si associa a quello che fu per noi fin qui detto. L’opinione del Baronio che Narsete morisse in Costantinopoli, ha origine per ciò che egli scambiò l’Eunuco con un altro Narsete di cui cantò un cattivo Poeta Corippo (De laudibus Justini, II), come dimostra il Pagi. Anche il Cedreno ne fu indotto a confusione. Si può consultare Benedict. Bacchini, Dissert. II, ad cap. III vitae s. Agnelli, che trovasi nell’Agnellus Ravenn., II, p. 146.
487. Gli argomenti del Baronio sono combattuti dal Pagi e dal Muratori. Quest’ultimo è il più assennato. Il tradimento di Narsete è affermato chiaramente dal Sigonio, De Regno Ital., I, p. 6. La celebre Cronica anteriore all’Editto di re Rotari (c. 7), lo dice a chiare note (Edicta Reg. Longobard., ed. Baudi a Vesme, Torino, 1855), e quel fatto è narrato similmente in Herm. Contract., Chron., ad ann. 567, in Adonis, Chron., ad ann. 564. — Il Saint Marc, I, p. 157 e seg., rifiuta quella narrazione dicendola una leggenda, e vi si associa lo Zanetti, Del regno dei Longobardi, I, c. 12 e seg. Lo Schlosser, Stor. univers., I, 81, è incerto.
488. Giannone, III, c. 5.
489. Panciroli, Comm. in Notit. Imper. Occid., p. 116. — Paolo Diac., II, c. 14 e seg., enumera dieciotto province e ne assegna i confini: Venetia, Liguria, le due Rezie, Alpes Cottiae, Tuscia, Campania, Lucania o Bruttia. Come nona provincia descrive quella dell’Apennino che egli separa dalle Alpi Cozie. Indi novera Aemilia, Flaminia, Picenum, Valeria e Nursia, Samnium. La decimaquinta provincia compone di Apulia, Calabria e Salentum; decimasesta è Sicilia; decimasettima Corsica; decimottava Sardinia.
490. Il Savigny nella sua Storia del diritto Romano nel medio evo, I, c. 6, p. 339, prende argomento da questa separazione a dimostrare che «gli ordinamenti interni d’Italia continuano invariati anche al dì d’oggi».
491. Il Giannone con poca profondità di giudizio segue in quest’opinione ciò che dice superficialmente il Blondo, Historiar. Dec. I, c. 8, p. 102.
492. Cesare Balbo, Stor. d’Italia, I, c. 3, p. 18.
493. A dimostrarlo giova s. Gregor., Epist. 27, lib. XII, Ind. 7, dove è discorso di Venanzio nipote di Opilio patrizio, il quale, non possedendo titoli, voleva comperare per trenta libbre d’oro le chartae exconsolatus, e instava affinchè il Pontefice lo raccomandasse alla corte di Bisanzio.
494. Menander, Excerpt., p. 126: διὸ δὴ καὶ ἔκ τῆς συγγκλήτου βουλῆς τῆς πρεσβυτέρας Ῥώμης — πεμφθέντων τινῶν.
495. Blond., Histor. ab inclinat. Rom., Doc. I, lib. 8, p. 102: sed a Duce Graeculo homine, quem Exarchus ex Ravenna mittebat, res Romana per multa tempora administrata est. E si vedano le confutazioni opposte dal saggio Giovanni Barretta, Tabula chronogr. Medii aevi: Ducatus Rom., n. 105.
496. Liber Diurnus Rom. Pont., ed. Joh. Garner nella Nova Collectio dell’Hoffmann, T. II. — Il compilatore di quel formulario, di cui si servirono i Pontefici fino al sec. nono, è sconosciuto. Il tempo in cui fu composto cade tra l’anno 685 ed il 752. Tra i formulari delle lettere indiritte all’Imperatore, all’Imperatrice, al Patrizio, all’Esarca, al Console, al Re, ai Patriarchi, non havvene alcuno per il Duce di Roma. Ciò fu già notato da Ruggiero Williams.
497. Io feci studio diligente delle Biografie dei Papi di quei tempi, ed esaminando parola per parola trovai, che il primo passo in cui si parli del Duce è nella Vita Constantini, n. 176: Petrus quidam pro ducato Romanae urbis. In tutto il sec. VII è taciuto affatto del Senato e del titolo di Senatore.
498. Anast., in Conone: quod et demandavit suis judicibus, quos Romae ordinavit et direxit ad disponendam civitatem. Il Williams è biasimato da C. Hegel (I, pag. 226), perchè non tenne conto di questo passo, onde fu indotto a dire: che l’Esarca probabilmente non avrà reputato prezzo dell’opera di mandare un officiale a Roma, città che era divenuta di tanto lieve importanza.
499. Alcune delle correzioni qui raccolte per tutti e tre i Volumi, furono proposte dal chiarissimo Autore, che attese alla revisione di questi registri. (N. del T.)