CAPITOLO SETTIMO.

§ 1. Scendono in Italia le orde di Bucelino e di Leutari e sono disfatte. — Ingresso trionfale di Narsete in Roma. — I Goti in Compsa scendono a patti. — Condizioni di Roma e d’Italia dopo la guerra.

La vittoria di Narsete non era completa. Terribili torme di Barbari si riversavano nell’anno 553 sopra Italia, minacciando ruina alla città di Roma. Già Teja aveva cercato con promesse e coi tesori di Totila di muovere i Franchi ad invadere Italia; e con istanza più pressante ancora, i Goti dell’Italia superiore gli avevano appellati a soccorso. Il paese indebolito dalla guerra lunga e terribile, ed esanime per piaghe d’ogni maniera ond’era il suo corpo straziato, poteva opporre fiacca difesa e presentava facile la conquista. Alemanni e Franchi in numero maggiore di settantamila uomini, condotti da due fratelli, Leutari e Bucelino, scendevano dalle Alpi e si gettavano sulle province dell’alta Italia, desolandole con guasto orrendo. La poca soldatesca di Narsete vi opponeva debole resistenza. Lo stesso Generale, partendo di Ravenna, correva a Roma, e vi si fermava durante l’inverno, tra l’anno 553 ed il 554, in attitudine minacciosa sì, che ratteneva i Barbari dal lanciarvisi sopra. Ed anzi, allontanandosi della Città e del suo territorio, eglino entravano nel Samnio, ed ivi si dividevano in due schiere. La prima, condotta da Leutari, scendeva lungo la costa dell’Adriatico fino ad Otranto, e l’altra, capitanata da Bucelino, moveva dall’altro lato e poneva a devastazione le province della Campania, della Lucania e degli Abbruzzi fino al mare di Sicilia.

Non trovando resistenza, quelle orde terribili di predoni disertavano l’Italia meridionale colla rapidità e colla forza devastatrice degli elementi della natura sbrigliati nel loro furore: e la ricordanza di quell’invasione mette orrore in chi ne legge la storia, nel tempo medesimo in cui abbatte dalla sua altezza il concetto della nobile natura dell’uomo. Ed infatti quell’avvenimento, che è uno dei più terribili negli annali d’Italia, è simile ai fenomeni della storia naturale dei bruti; perocchè il riversarsi di quelle torme barbariche e il loro annientamento, che non ne lasciava vestigio alcuno, siano simiglianti alle peregrinazioni degli sciami di locuste e degli stuoli di scojattoli nelle torride regioni. Leutari, verso la fine dell’estate dell’anno 554, rediva sulle sponde del Po colle sue schiere cariche di bottino; ma ivi una pestilenza terribile distruggeva lui e le sue orde. Bucelino invece da Reggio si volgeva verso Capua, ma giunto presso al fiume Casilino o Volturno trovava innanzi a sè Narsete, che partito di Roma aveva posto campo in un luogo detto Tanneto. In una terribile battaglia i numerosi stuoli degli Alemanni e dei Franchi seminudi soggiacevano al valore ed alla perizia dei greci veterani, e vi perivano tutti come un armento al macello, all’infuori di cinque soli ai quali riuscì di fuggire[457].

Carico dello immenso bottino dei vinti che componevasi delle ricchezze rapite a tutta Italia, l’esercito di Narsete tornava a Roma; e le vie della Città erano liete dello strepito dell’ultima pompa trionfale della cui vista godessero i Romani. I guerrieri vincitori or davansi in braccio al piacere, e alleggerita la fronte dell’elmo, e deposto lo scudo pesante, gioivano fra le tazze e i suoni della lira. Ma il pio capitano, che soleva ascrivere tutti i suoi trionfi alle fervide preci ch’egli volgeva alla madre di Dio, raccoglieva le sue soldatesche e loro indirizzava un discorso nel quale le esortava a vita di temperanza e di pietà, e le eccitava a vincere le tendenze, che in quella opportunità gli invitavano alla crapula, colla fatica degli armeggiamenti non mai interrotti[458]. Ed ancora gli attendeva l’ultima pugna; chè settemila Goti, i quali s’erano già uniti agli Alemanni fuggiti alla strage, gettatisi entro il castello ben munito di Compsa o Campsa, sotto la capitananza dell’unno Ragnari vi duravano acre resistenza fino all’anno 555 in cui finalmente abbassavano le armi innanzi a Narsete[459].

Dopo di avere narrati così gli avvenimenti della guerra lunga e terribile che fu combattuta per il possedimento d’Italia, è a dirsi quali fossero le condizioni di Roma in quel tempo. E già si può di leggieri formarsene il concetto, allorchè si ricavino le conseguenze di quanto fu per noi discorso fin qui. La Città, che in breve spazio di tempo era stata presa cinque volte d’assalto, aveva sofferto estremamente. La distretta della fame, la strage della guerra, e il morbo contagioso avevano distrutta a copiosi stuoli la sua cittadinanza. Cacciati tutti a un tempo gli abitatori della Città dai Goti, eglino vi erano tornati ma in numero bene minore, per essere di nuovo flagellati dalle crudeli sorti della guerra. Non ci è dato di determinare con precisione il numero degli abitanti di Roma alla fine della lotta; ma, fatto computo secondo verosimiglianza, sembra che il numero di cinquantamila persone sia piuttosto eccedente che inferiore alla realtà. Imperocchè il decadimento di Roma in nessun tempo mai, neppure durante il periodo della così detta cattività dei Papi in Avignone, abbia mai superato le condizioni miserrime in cui essa trovavasi alla fine della guerra dei Goti. Non oro, non argento era più nella Città, e neppure nelle chiese: ogni cosa preziosa che, reliquia dell’arte antica, era sfuggita alle ugne dei Vandali e dei Goti di Totila, era stata spesa dai posseditori durante le difficoltà dell’assedio o rapita dalle angherie degli avidi Greci: e i Romani sopravissuti non ritenevano del retaggio dei loro maggiori che magioni spoglie e diroccate oppure diritti alla proprietà di poderi remoti o di terreni nella vicina Campagna, che già dal secolo terzo incolti, erano ora tramutati in regione deserta che la guerra aveva privata persino dell’ultimo colono fugato od ucciso.

Le tristi condizioni di Roma a quel tempo hanno il loro specchio nelle condizioni generali d’Italia dopo la guerra gotica, nè ci basta l’animo di darne la dipintura: e reputiamo vero quanto dice un profondo e calmo scrittore della storia di quell’età, che a pingere tanti avvenimenti, e sì grandi mutazioni di fortuna, e la distruzione di tante città, e le fughe degli uomini, e tanta strage di popoli, l’animo umano non abbia forza sufficiente di pensiero, nonchè potenza di esprimere a parole[460]. Italia devastata era dall’Alpe a Taranto coperta di cadaveri e di rovine: la fame e la peste correndo sulle orme della guerra avevano ridotte a deserto borgate intere; ed il nome di Giustiniano imperatore sarà sempre annoverato tra i primi di quei monarchi i quali al desio di dominazione e all’avida sete di ricchezze non ebbero raccapriccio di sacrificare i popoli. Procopio imprendeva a contare il numero degli uomini periti nelle guerre mosse in quel tempo dai Greci, ma disperava dell’opera sua, dicendola simile a quella di numerare i granelli d’arena del mare. Nelle guerre d’Africa ei computa cinque milioni; e siccome Italia era tre volte maggiore delle province soggette ai Vandali nei tempi antichi, così egli reputa che la perdita secondo proporzione sia stata assai più considerevole. Benchè ella sia esagerazione, per il fatto che Italia allora difficilmente contava una popolazione maggiore di cinque milioni, è tuttavia certo, che per lo meno un terzo della cittadinanza ne era perita di guerra, di morbo e di fame[461].

§ 2. Sanzione Prammatica di Giustiniano. — Il Vescovo romano sale ad alta onoranza. — Il Senato. — Provvedimenti dati per la protezione alle lettere e per la conservazione dei monumenti publici. — Relazioni di Bisanzio colla Chiesa di Roma. — Papa Vigilio muore tornando in patria. — Pelagio è eletto papa nell’anno 555. — Egli presta giuramento di purgazione.

A dare ordinamento alle cose d’Italia, Giustiniano, sollecitato dalle preghiere di papa Vigilio, emanava, addì 13 di Agosto dell’anno 554, la sua Prammatica Sanzione, celebre Editto composto di ventisette articoli[462]. Unendo di nuovo Italia all’Impero d’Oriente, ei confermava tutte le ordinanze di Atalarico e di Amalasunta madre di lui, manteneva in vigore anche i decreti di Teodato, ma annullava tutte le leggi di Totila. L’Imperatore colla sua Sanzione tentava di restituire l’ordine ai rapporti della proprietà, tutelando i diritti dei cittadini ch’erano stati turbati nella confusione avvenuta durante la guerra e duranti gli assedî di Roma, dando forza al diritto dei fuggiaschi contro le pretese dei nuovi possessori subentrati, e deliberando che i contratti conchiusi al tempo dell’assedio avessero validità obligatoria. Nel capitolo decimonono della Sanzione, comandava che il Pontefice ed il Senato dessero opera a determinare i pesi e le misure che sarebbero da assumersi ad unità in tutte le province d’Italia; e quest’è argomento che dimostra l’alta estimazione in che era tenuto il Vescovo, ed è prova che il Senato esisteva ancora in Roma[463]. Da questo tempo in poi il beatissimo Pontefice cominciava ad esercitare influenza sulla giurisdizione e sull’amministrazione della cosa publica in Roma; chè la legislazione di Giustiniano accordava potenza nei publici negozî ai Vescovi delle città. Eglino non soltanto possedettero per il tempo avvenire la giurisdizione civile sui cherici, ma ebbero anche la soprintendenza su tutti gli officiali imperiali e sullo stesso giudice della provincia: e cominciarono ad aver parte al reggimento municipale, perocchè l’elezione dei Defensores e dei Patres Civitatis dipendesse piuttosto dalla loro volontà che non da quella dei primati delle città[464]. Giustiniano investì i Vescovi italiani di legale autorità; e la grande potenza che ne ricavarono in tutte le materie dell’amministrazione civile, fu cagione del fondamento successivo della potenza dei Pontefici nella città di Roma.

Per quello che concerne il Senato, nulla sappiamo intorno alla sua forma; ma per nessun modo può credersi che l’Imperatore restituisse a vita quel corpo dello Stato, alla perdita dei suoi membri più illustri riparando coll’elezione di novelli Senatori tolti da famiglie plebee: e questa opinione accolgono quegli scrittori i quali s’industriano di dimostrare che il Senato romano continuò ad esistere nei secoli susseguenti[465]. Nella Città rimase la reliquia e l’ombra dell’antico collegio dello Stato, che, perduta ogni influenza politica, continuò a dare opera all’amministrazione ed alla giurisdizione municipale sotto il governo del Prefetto della Città, finchè, puranco come curia ossia ordo, si estinse facendo luogo a magistrati imperiali. Giustiniano accordò a tutti i Senatori libertà piena di andarsene e di porre dimora ove loro più talentasse, di recarsi nei loro possedimenti delle province d’Italia per darvi opera alla cultura delle terre, o di sedere alla corte di Costantinopoli: e ciò molti di loro fecero per buoni motivi[466].

E nella Prammatica Sanzione medesima trovansi alcuni provvedimenti a beneficio di Roma, i quali probabilmente non saranno stati che frasi di benevolenza. Nel capitolo vigesimosecondo è statuito, che le largizioni publiche (annona), onde Teodorico aveva fatto lieto il popolo (e che Giustiniano pretende di avere a somiglianza di lui distribuite, quantunque Procopio ne lo accusi del contrario), devano essere nel tempo avvenire continuate: e vi si prefigge che i grammatici e gli oratori, i medici ed i giureconsulti debbano ricevere i consueti onorarî, «affinchè la gioventù dell’Impero romano che appara le arti liberali abbia a salire ad altezza nella scienza».

La Sanzione dà finalmente in un suo articolo ordinamenti per la conservazione dei monumenti publici di Roma. «Comandiamo», vi è detto, «che le solite provvisioni e che i consueti privilegi della città di Roma, in quello che riguarda alla restaurazione degli edificî publici, o alla conservazione dell’alveo del Tevere, od al mercato, od al porto di Roma[467], continuino, in modo però che si volgano a quegli scopi medesimi pei quali vennero destinati».

Come Giustiniano ebbe dato di tal maniera provvedimento alle cose politiche, ei rivolse le sue cure ai negozî ecclesiastici. E quest’argomento fu d’ora in poi il più importante nelle relazioni dell’Oriente coll’Occidente ossia di Bisanzio con Roma. Il Vescovo romano ricavava grande vantaggio dalla caduta della signoria gota. La Chiesa ne otteneva vittoria in Italia della eresia ariana. Spento lo Stato romano, la potenza di lei per gli ordinamenti di Giustiniano otteneva accrescimento nella Città: e la ruina quasi totale dell’antico patriziato romano lasciava in Roma libero il campo all’influenza del chericato. La Chiesa s’elevava sublime in mezzo ai ruderi del crollato edificio dell’Impero antico: essa sola stava vigorosa or che tutto intorno a lei era deserto. Soltanto per un momento essa ebbe a deplorare la perdita di quella independenza onde aveva goduto sotto il reggimento mite o prudente degli stranieri ariani. Il Vescovo di Roma or più non vedeva sopra di sè un Re d’Italia il quale, di origine germanica e di credenza scismatica, sedeva sopra un trono mal sicuro perchè non sostenuto dall’amore della nazione; ma vedeva sorgere il Principe ortodosso dell’Impero romano novellamente riunito, il quale, forte di tutti i diritti dell’imperio, consideravalo patriarca suddito del suo reame. Il Pontefice, durante la guerra gotica, aveva compreso per esperienza quale attitudine l’Imperatore avesse deliberato di prendere di fronte a lui: e tosto che fu cessato lo strepito delle armi e che Roma decadde alla condizione di città di provincia sotto il giogo militare di Bisanzio, il Papato andò incontro ad un avvenire difficile per lotte di due maniere. Le une erano d’indole teologica, perocchè gli inquieti ingegni degli Orientali, compiacendosi di controversie sofistiche, non fossero mai stanchi di muover guerra ai dogmi religiosi esistenti e di creare novelle dottrine filosofiche: le altre lotte s’agitavano intorno allo Stato assoluto. Avvegnachè gli Imperatori di Bisanzio non entrassero già nei negozî teologici perchè li prendesse vaghezza di quelle dispute, ma perchè immischiandovisi era loro offerta opportunità di sottomettere la Chiesa allo Stato. Eglino ricordavano che i loro antichi predecessori all’Impero avevano tenuto la dignità di Pontefice Massimo, per la qual cosa tentavano con isforzo sempre continuato di abbassare la Chiesa universale a Chiesa particolare dello Stato, della quale eglino si sarebbero posti a capo. Sotto di Giustiniano, la cui sola grandezza sta in ciò ch’egli diede compimento alla legislazione romana, il civismo, che il Cristianesimo aveva nei primi tempi combattuto, s’alzò novellamente a terribile altezza: e dopo di quell’Imperatore, nei secoli seguenti, si presenta lo spettacolo meraviglioso della Chiesa libera, rappresentata da Roma, pugnante contro l’assolutismo dello Stato. Spettacolo altamente meraviglioso per fermo, che noi avremo occasione parecchie fiate di seguire col nostro sguardo; perocchè in quella lotta sia stato il procedimento più importante con cui si compiè l’elaborazione degli elementi della civiltà nel medio evo: ed infatti quella grande pugna ond’ebbe origine l’operosità della vita di Europa, dopo l’estinzione dell’Impero bisantino continuò ad agitarsi fra i più violenti rivolgimenti in Occidente; e da lei conviene prendere il vero punto visivo nella storia dell’Impero romano trasfuso nel popolo tedesco.

Giustiniano aveva relegato papa Vigilio (il quale vedemmo essere stato costretto a recarsi a Costantinopoli) ed i preti che lo avevano accompagnato, in un’isola della Propontide: ma ora, mosso a conciliazione, egli cedette alle preghiere del clero romano che presso di Narsete s’era adoperato ad ottenere la liberazione del Pontefice, e permise, dopo che Vigilio ebbe approvato i decreti del quinto sinodo di Costantinopoli, che quei prigionieri tornassero in patria. Ma Vigilio, affranto dai patimenti, moriva per via in Siracusa in sull’incominciamento dell’anno 555[468]. Alcuni mesi dopo saliva alla cattedra di san Pietro il diacono Pelagio, l’uomo più illustre di tutti i cherici Romani, e che già abbiamo veduto operoso ai tempi di Totila. La sua elezione era imposta da Giustiniano, ed i Romani vi si sottomettevano nel silenzio obbedienti. Molti sacerdoti e molti nobili bene pensanti (il Libro Pontificale non fa più cenno di Senato[469]), non vollero fargli omaggio perocchè si sospettasse ch’egli avesse cooperato alla morte di papa Vigilio. A purgarsi di quel sospetto, il novello Papa ordinò una solenne litania, e movendo, a fianco di Narsete patrizio, dalla chiesa di san Pancrazio fuor di porta Aureliana sul Gianicolo fino al san Pietro, fra i cantici sacri salì nell’ambone, e tenendo l’Evangelio nella mano e la croce di Cristo sul capo, prestò innanzi al popolo congregato giuramento di sua innocenza.

§ 3. Pelagio e Giovanni III edificano la chiesa dei santi Apostoli nella Regione Via Lata. — Decadimento della città di Roma. — Due iscrizioni, monumenti di ricordanza di Narsete.

Dalla narrazione del Libro Pontificale si pare che Pelagio avesse incominciato ad edificare la bella chiesa degli apostoli Filippo e Jacopo, e che nel tempo in cui vi dava opera, nell’anno 560, morisse, lasciando al suo succeditore, che fu Giovanni III romano, il merito di compiere quella meravigliosa basilica. È il tempio medesimo che oggidì è dedicato ai dodici Apostoli, o meglio è quello nel cui luogo venne da Clemente XI nell’anno 1702 elevata una novella chiesa; chè di quella antica, ch’era a tre navate, non rimangano che sei sole colonne. Era di grande ampiezza (come ne dà notizia papa Adriano I in un trattato indiritto a Carlo Magno in difesa del culto delle imagini) e adorna di disegni di storie in musaico ed in pittura[470]. E poichè era stata edificata nella Via Lata, al di là delle terme di Costantino, fu accolta l’erronea opinione che l’Imperatore la avesse in origine fondata, e che papa Pelagio la avesse ricostruita[471]. Ella è cosa probabile che a edificarla si adoperassero materiali tolti alle terme di Costantino, che allora dovevano essere in decadimento; nè Narsete avrà negato che si usasse dei loro marmi poichè quei bagni erano usciti d’uso. Una basilica di tale grandezza e sì magnifica non poteva allora essere eretta senza che a quell’uopo si raccogliessero marmi e colonne di antichi edificî; e di tal maniera soltanto può comprendersi come in tempo di decadimento sì profondo quella chiesa si edificasse. Ma ella è una favola scipita quella che divulgavasi in tempi posteriori, che per la costruzione di quella chiesa Narsete desse colonne e marmi tolti al foro di Trajano, e ch’egli donasse in proprietà della novella basilica la colonna di Trajano col territorio attiguo[472]. La vicinanza immediata del foro diede origine a quella leggenda; ma donazioni a chiese di monumenti illustri dell’antichità non erano allora in costumanza, chè soltanto nell’anno 955 si trova che papa Agapito II confermasse in proprietà del convento di san Silvestro in Capite la colonna di Marco Aurelio nel campo di Marte. E la colonna di Trajano, già prima dell’anno 1162, era possedimento della piccola chiesa s. Nicolai ad Columpnam Trajanam, che era stata edificata in vicinanza a quel bel monumento antico, dopo che il magnifico foro tutt’intorno era caduto in ruina[473]. E quella chiesa era una fra le otto soggette alla basilica.

La basilica dei santi Apostoli di Roma deve dunque considerarsi quale monumento eretto sotto gli auspicî di Narsete a ricordanza della liberazione d’Italia dai Goti, e del trionfo riportato sulla loro eresia ariana. Giovanni III la elevò forse a titolo cardinalizio, come è riconosciuta ai tempi di Gregorio I: ed a quell’antico Pontefice si attribuisce una bolla che determinava i limiti della giurisdizione della chiesa e che fu poi confermata da Onorio II nell’anno 1127. Però quel monumento reca tutti gl’indicî che appartenga al secolo duodecimo od al decimoterzo, ond’è impossibile che risalga ai tempi di Giovanni III; per la qual cosa noi non potremo giovarcene che nei tempi più tardi del medio evo[474].

Di tal maniera Roma, quantunque decaduta nella estrema miseria dopo la guerra gotica, aveva potenza di erigere una novella basilica magnifica. L’energia della vita della Chiesa ci commuove a stupore: e a buon dritto si può levare le meraviglie dello zelo istancabile con cui si dava opera alla costruzione di chiese in quella Roma nella quale le magioni degli uomini crollavano e tutte le fonti della civile prosperità si disseccavano, nel tempo stesso in cui le case dei Santi ricche d’oro crescevano sempre più di numero. Ne era conservata l’operosità artistica; e se anche si abbandonavano le antiche tradizioni dell’arte, la quale vergeva più e più alla barbarie, tuttavia l’ingegno degli artisti e degli operai, coperti del sajo monastico o del povero vestimento cittadino, si perfezionava, tramandando così attraverso quelle età involte nella tenebra più fitta, i monumenti dell’architettura e della scultura cristiana, e i disegni di musaico, e la pittura a fresco. Ma l’antica Roma con rapidità spaventosa profondava alla massima ruina. Perduta ogni potenza nei publici negozî, la sua cittadinanza era scarsa di numero e misera; il Senato dei suoi patrizî antichi era distrutto. La sollecitudine pietosa per i monumenti dell’antichità s’era estinta in Oriente; ed anzi l’Imperatore nulla cura più volgeva a Roma, il cui Vescovo eccitava la gelosia e l’odio della Chiesa orientale. Noi cerchiamo indarno di rinvenire indicio che si fosse compiuto ciò che Giustiniano aveva promesso alla Città colla sua Sanzione Prammatica. Affinchè si rendesse più facile la restaurazione dei monumenti, egli aveva concessa facoltà alle persone private di restituire a loro spese i monumenti dalla rovina in cui erano caduti[475]. Ma chi era che avesse potenza di provvedere alla conservazione di templi, di terme, di teatri? e dov’erano quelle corporazioni, le quali, come ai tempi di Maioriano, vigilassero con sollecitudine, affinchè i privati non recassero oltraggio ai monumenti dell’antichità usandone come di miniere di materiali da costruzione? La storia della città di Roma dopo la fine della guerra gotica e durante tutto il tempo in cui stette sotto il governo di Narsete è involta in una oscurità impenetrabile, nè ricorda di alcun edificio che a lui andasse debitore di restaurazione. Rimangono due sole iscrizioni a monumento del reggimento di Narsete e della liberazione di Roma. Ambedue trovansi sopra quel ponte Salaro che traghetta l’Anio e che Totila aveva distrutto: e dicono che Narsete dopo la vittoria ottenuta sui Goti e dopo la liberazione di Roma e d’Italia, nell’anno 565 lo riedificò. L’ampollosa gonfiezza, che mal s’addice alla pochezza dell’opera di un piccolo ponte edificato sopra un piccolo fiume, muove a sorriso, ma giova a mettere in mostra l’indole di quell’età. Ecco la prima:

«Sotto l’impero del signor nostro piissimo e sempre vittorioso, Giustiniano, padre della patria ed augusto, nell’anno trigesimo nono di suo regno: Narsete uomo gloriosissimo, antico preposto del sacro Palazzo, antico console e patrizio, disfatti i Goti, dopo di averne con rapidità meravigliosa in campo aperto atterrati i Re, restituita libertà alla Città e a Italia tutta, questo ponte della Via Salara, che Totila tiranno abbominevole fino alla superficie delle acque aveva distrutto, nettato l’alveo del fiume, restituì a migliore condizione e rinnovellò»[476].

Alcuni distici, ai quali era ispirato qualche Poeta romano di quell’età, posti su quel ponte sclamavano al viandante:

Quam bene curvati directa est semita pontis

Atque interruptum continuatur iter.

Calcamus rapidas subiecti gurgitis undas

Et lubet iratae cernere murmur aquae,

Ite igitur faciles per gaudia vestra Quirites.

Et Narsim resonans, plausus ubique canat.

Qui potuit rigidas Gothorum subdere mentes

Hic docuit durum flumina ferre jugum[477].

§ 4. Narsete cade in disgrazia. — Va a Napoli ed è indi ricondotto a Roma da papa Giovanni. — Muore nell’anno 567. — Uno sguardo alla opportunità di una calata dei Longobardi in Italia.

Narsete negli ultimi anni di sua vita tenne dimora in Roma, dove pose sua residenza nel palagio antico dei Cesari. Ma gli annali del tempo in cui egli stette in Italia sono involti in oscura incertezza, e porgono poche notizie soltanto delle sue guerre contro i Franchi e contro gli ultimi avanzi dei Goti, e delle pestilenze, che desolando le terre d’Europa dal Giugno dell’anno 542 in poi, mettono fuori continuamente la schifosa loro testa. E l’oscurità deserta in cui giacciono sepolti alcuni decenni scorsi dopo la caduta dei Goti, è resa ancor più triste per gli orrori di cataclismi della natura. Roma e Italia tutta di quando in quando furono afflitte da contagi e da terremoti, da uragani e da inondazioni di fiumi e da insorgimento dei mari. E la fine stessa del glorioso vincitore dei Goti si avvolge nella incerta penombra della Storia; e Narsete, come già Belisario, sparisce nella tenebra della favola.

Sembra che il conquistatore di Roma e d’Italia durante la pace si abbandonasse di troppo a quell’odiosa passione di cumulare tesori che accompagna sovente la vecchiezza. Dicevasi ch’egli avesse ammassato montagne d’oro; e dopo la morte di lui narravasi ch’egli avesse nascosto in una città italiana, entro un pozzo, ricchezze preziose in copia sì grande, che, allorquando furono scoperte, si richiedessero parecchi giorni a trarnele fuori[478]. E si raccontava che quella sua ricchezza sterminata avesse eccitata l’invidia dei Romani immiseriti[479]: egli è però probabile assai più che non già cupidigia li movesse, ben piuttosto gli irritasse la pressura del suo despotismo militare, il quale loro faceva rimpiangere amaramente i tempi passati del regno dei Goti. Eglino non ebbero potenza di rovesciare Narsete finchè visse Giustiniano, ma ne cercarono la perdita tosto che Giustino il giovine fu salito al trono nell’anno 565. Volgendosi allora all’Imperatore ed alla sposa di lui Sofia, i Romani mossero accusa contro le angherie di lui, inviando lettere nelle quali con ardito animo dicevano: «Ben meglio era per noi servire ai Goti piuttosto che ai Greci, se doveva governarci l’eunuco Narsete opprimendoci col giogo della servitù. Il Principe piissimo ne ignora le arti malvage: ch’egli ci liberi dunque dalla mano di costui; se no daremo noi stessi e la città di Roma in mano dei Barbari»[480]. L’imperatore Giustino, nell’anno 567, terzo di suo regno, richiamava Narsete dal governo d’Italia che l’Eunuco aveva tenuto per lo spazio di sedici anni[481]. Tale è il racconto di Agnello, biografo dei Vescovi ravennati, che viveva nel secolo nono. Ma Paolo Diacono narra che Narsete fuggisse di Roma nella Campania all’annunzio che Longino era già stato mandato in Italia a prenderne il governo in sua vece. Nè egli fu oso di tornare a Costantinopoli, nè obbedì al comando, perocchè fossegli detto che l’imperatrice Sofia avesse espresso vanto ch’ella saprebbe costringere l’Eunuco a filare lana colle donne del gineceo. La leggenda racconta che il vecchio rispondesse: «ben volere egli tessere tal tela che ella non potrebbesene di sua vita disimpacciare mai più»: ed aggiunge che di Napoli l’Eunuco mandasse ai Longobardi di Pannonia legati i quali gli eccitassero a scendere in Italia, e che a porgere un saggio della ubertà del bel paese, oltre a parecchi doni preziosi, loro mandasse delle frutta squisite[482].

Partito Narsete per Napoli, da grave trepidazione erano presi i Romani, paurosi della vendetta di quell’uomo, che forse avrà minacciato di dare in balìa ai terribili Longobardi quella Roma medesima ch’egli aveva liberata dai Goti. Eglino pertanto mandarono in tutta fretta papa Giovanni a supplicarlo che fra loro ritornasse. «Che male feci io mai ai Romani, santissimo padre?» esclamava cruciato Narsete. «Io voglio andarmene e gettarmi ai piedi di lui che mi mandò; e Italia tutta conoscerà come io con ogni mia possa mi sia adoperato a pro del paese.» Il Pontefice riusciva ad acchetare la collera del vecchio governatore, e, ricondottolo con sè a Roma, prendeva dimora in una casa situata entro il cimitero dei santi Tiburzio e Valeriano[483], dove rimaneva lungo tempo attendendo alla consecrazione di Vescovi. E Narsete sedette nuovamente in Roma, ma per breve tempo, chè, roso da dolore e da dispetto, morte il rapiva: la salma chiusa entro una cassa di piombo era trasportata coi suoi tesori a Costantinopoli[484]. Così narrano il Libro Pontificale e Paolo Diacono, ma Agnello dice: «Narsete patrizio moriva in Roma dopo avere riportate molte vittorie in Italia, e dopo di avere colle sue depredazioni messo a nudo i Romani: egli spirava nel palazzo d’Italia nel novantesimo quinto anno di età»[485]. La notizia ch’egli fosse pervenuto a sì tarda vecchiezza è certo esagerata, perocchè non si possa credere sì di leggieri che un vecchiardo ottantenne abbia conquistato Italia con tanto ardore di guerra: e perciò egli è duopo fissare al 567 l’anno di sua morte. Difatti, quantunque il Libro Pontificale affermi che uscissero di vita contemporaneamente Narsete e papa Giovanni nell’anno 573, e quantunque anche Agnello convenga in quest’opinione, ella non è cosa probabile che Narsete rimosso dal governo di Roma ivi sedesse tranquillamente per altri sei anni, nè che i Romani già premuti dai Longobardi si opponessero ai comandamenti dell’Imperatore e del novello Esarca, nel tempo stesso in cui tenevano fra sè lui e i suoi tesori[486].

La verità della narrazione dei Cronisti latini che Narsete abbia appellati i Longobardi, può venire per alcuni motivi posta in dubbio, come fu dal cardinale Baronio, benchè non possa venire decisamente negata. Per certo le più propizie opportunità da sè sole invitavano Alboino a scendere in Italia. Ma non è il primo caso di un tradimento simile, chè già lo dimostra la storia di quel Bonifacio il quale in simili condizioni aveva chiamati i Vandali in Africa: e ben facilmente poteva Narsete dare ascolto alle voci della vendetta, vedendo in sull’ultima sera della vita compensato il suo valore coll’odio dei Romani e coll’ingratitudine della corte di Costantinopoli. Egli era in relazioni d’amicizia coi Longobardi i quali gli avevano prestato ajuto a vincere Totila: nè al suo disegno di torre vendetta chiamandoli in Italia, opponeva forte contrasto nel petto del Bisantino il sentimento dell’amore di patria. Ben maggiormente piuttosto dovevano rattenerlo l’orgoglio di conquistatore di Italia e quel sentimento di amore alla Religione cattolica che tutti gli scrittori dicono lo animasse con sommo fervore[487]. Ed era manifestamente quel sentimento di pietà che lo moveva a cedere alle pressanti istanze di papa Giovanni e a tornare a Roma, anche se forse avesse realmente appellati i Longobardi, oppure se avesse voluto soltanto atterrire i Romani nemici suoi, colla minaccia di prenderne vendetta. Che se egli lo aveva fatto, ei non poteva già più impedire quello che s’era compiuto; e moriva corrucciato seco stesso e dolente dell’opera sua, perocchè già i Longobardi movessero dalle contrade di Pannonia, seguendo il cammino che la forza delle leggi della Storia indiceva ai popoli, traendoli dall’interne contrade del continente verso il mare Mediterraneo, verso la sede della civiltà.

§ 5. I Longobardi scendono in Italia nell’anno 568. — Erezione dell’Esarcato di Ravenna sotto Longino. — Province d’Italia. — Mutamenti amministrativi. — Governo di Roma.

Addì 1 di Aprile dell’anno 568, Alboino re dei Longobardi, traendosi dietro il suo popolo numeroso accresciuto di moltitudini di Gepidi, di Sassoni, di Svevi e di Bulgari, entrava in Italia dove Longino patrizio era giunto a prenderne il governo quale Esarca di Ravenna. Ma prima di continuare a discorrere della storia della Città durante il tempo in cui i Longobardi conquistavano Italia e nell’età successiva, fa duopo che chiudiamo questo libro, gettando un rapido sguardo sulle condizioni che l’erezione dell’Esarcato induceva in Roma.

Longino prendeva le redini del reggimento d’Italia e riceveva titolo di Esarca dal nome che in tempi anteriori era dato al governatore della provincia di Africa. Fu detto ch’egli mutasse interamente il sistema amministrativo d’Italia, e si affermò ch’egli vi desse una forma novella del tutto, abolendo i consolari, i correttori ed i presidi delle province che duravano fino dai tempi di Costantino[488]. Ma la nostra scienza intorno all’ordinamento d’Italia in quel tempo è involta in densa tenebra. Questa contrada, dopo l’età del grande Costantino, era stata divisa in sedici province delle quali ecco i nomi che ci furono tramandati dalla Notitia: Venezia, Emilia, Liguria, Flaminia e Piceno Annonario, Tuscia e Umbria, Piceno Suburbicario, Campania, Sicilia, Apulia e Calabria, Lucania e Abbruzzo, Alpi Cozie, Rezia Prima, Rezia Seconda, Sannio, Valerio, Sardegna, Corsica[489].

Queste province erano amministrate da consolari, da correttori e da presidi: le sette province settentrionali stavano sotto la giurisdizione del Vicario d’Italia, le dieci meridionali invece erano governate dal Vicario della città di Roma; tutte erano soggette al Prefetto del Pretorio d’Italia. I Re goti non avevano alterato l’ordinamento delle province; e Longino non poteva distruggerlo, poichè, se anche sparivano sotto di lui i titoli dei governatori, rimaneva l’organamento delle province. E devesi andar cauti nel discorrere delle riforme amministrative da lui introdotte, chè i mutamenti ebbero importanza soltanto sotto il dominio dei Longobardi. Imperocchè questi nuovi venuti, spingendo qua e là le loro conquiste nell’Italia sottoposta ai Greci, distruggessero per sempre il nesso delle province e rompessero l’unità d’Italia; ed ai possedimenti dell’Imperatore dessero decisamente la forma di ducati disgiunti gli uni dagli altri, come divennero più tardi le Venezie, l’Esarcato nello stretto senso, Roma e Napoli.

Subentrato nella carica del Prefetto d’Italia, l’Esarca aveva il potere supremo in tutti i negozî militari e politici. La separazione della potestà civile dalla militare, ch’era stata introdotta da Costantino e che i Goti avevano conservata, fu da lui mantenuta in vigore[490]. Alle province egli prepose giudici provinciali che erano soggetti ad una certa ispezione dei Vescovi, e comandanti militari che nelle città maggiori erano detti Duces o Magistri militum, e che nei luoghi minori avevano nome di Tribuni. Non si può però dimostrare che Longino distruggesse per intiero l’accentramento provinciale, o che egli dividesse le province in tanti Ducati, ossia in grandi e piccole città coi loro territori che dal nome dei comandanti militari (duces) ricevessero appellazione[491]. Soltanto può accogliersi con sicurezza, che principalmente dall’indebolimento della potestà centrale e dalle conquiste longobardiche le quali frastagliarono le province, le città s’isolassero e si ristringessero a vita politica tutta speciale nella quale cominciava a crescere l’autorità dei loro Vescovi[492].

In quanto poi riguarda alla città di Roma, della cui condizione soltanto qui dobbiamo occuparci, egli è per lo meno certo che Longino nulla mutasse dell’antichissime magistrature civili supreme. Rimaneva come prima il Prefetto della Città. L’opinione del Giannone che Longino togliesse interamente i Consoli ed il Senato i cui nomi s’erano fino a quel tempo conservati, è una affermazione cui nullo argomento sussidia a darne dimostrazione. Infatti gli antichi consoli dell’Impero si erano già estinti, ma il titolo di ex-console in tutto il secolo sesto si era fatto volgare in Roma ed in Ravenna, e persino[493] si comperava: ed il nome senza autorità del Senato esisteva ancora nell’anno 579, in cui è fatta menzione di una legazione di Senatori di Roma antica che andò all’imperatore Tiberio a chiederlo di ajuto contro i Longobardi[494]. È accolta opinione che la città di Roma fosse retta politicamente da un Duce posto dall’Esarca, e che ne ricevesse nome di Ducato romano[495]. Il fatto che di regola l’Esarca e talfiata l’Imperatore stesso eleggesse per Roma un supremo magistrato, che aveva anche l’imperio militare nella Città, non può essere messo in dubbio. L’estensione però della giurisdizione di questo officiale non conosciamo: soltanto supponiamo dall’estensione del titolo usato nelle città e nelle province, che anche in Roma quel magistrato avesse dapprincipio nome di Duce.

Ma durante tutto il secolo settimo non è mai fatta menzione del Duce di Roma, quantunque si parli spesso di Duci di Sardegna, di Napoli, di Rimini, di Narni, di Nepi e di altre città: e persino là dove dovrebbesi trovare quel titolo, nel Libro Diurno ossia nel celebre formulario del Pontefice romano compilato in sulla fine del settimo secolo, non si fa menzione di lui[496]; ma soltanto dopo l’anno 708 il Libro dei Papi parla tutt’a un tratto del Duce e del Ducato romano[497]. Quel Libro però già prima di quest’anno fa cenno dei Judices ossia degli officiali che l’Esarca di Ravenna soleva preporre all’amministrazione della Città: avvegnachè nella vita di papa Conone (686-687) si narri che il suo arcidiacono, giovandosi dell’influenza dei giudici che il nuovo esarca Giovanni aveva mandato a Roma, sperasse di ascendere alla sedia pontificia[498]. E se ne tragge a conseguenza che l’Esarca, forse ad ogni anno, eleggesse per Roma più di un officiale, e che questi giudici imperiali, fra i quali si può supporre che fosse anche il Duce o Magister militum, tenessero il governo nei negozî militari e fiscali. Il tempo poi in cui sia veramente sorto il concetto di un Ducato romano è affatto incerto.

FINE DEL VOLUME PRIMO.

INDICE DEL PRIMO VOLUME.

Prefazione Facc. V
 
LIBRO PRIMO.
 
DALL’INCOMINCIAMENTO DEL SECOLO QUINTO ALLA CADUTA DELL’IMPERO OCCIDENTALE NELL’ANNO 476.
 
Capitolo primo. — § 1. Disegno di quest’Opera. — La città di Roma nell’antichità e nel medio evo Facc. 1
§ 2. Condizioni della città di Roma duranti gli ultimi tempi dell’Impero 23
§ 3. Le prime sette regioni di Roma 34
§ 4. L’ottava Regione di Roma 45
§ 5. Le ultime sei Regioni di Roma 54
Capitolo secondo. — § 1. Esagerazioni dei Padri della Chiesa sulla rovina dei monumenti di Roma. — Descrizione di Roma data da Claudiano. — Editti di preservazione degli Imperatori. — Tentativi di Giuliano a restaurare il culto antico. — Conseguenze 67
§ 2. Contegno di Graziano verso il Paganesimo. — Contese per la statua e per l’altare della Vittoria. — Fervore dell’imperatore Teodosio contro il culto pagano di Roma. — Elemento pagano ancora esistente nella Città. — Caduta della religione antica ai tempi di Onorio. — Templi e monumenti di Roma. — Notizie del loro numero 75
§ 3. Cangiamenti operati in Roma dal Cristianesimo. — Le sette Regioni ecclesiastiche della Città. — Chiese antiche anteriori a Costantino. — Estinzione dell’arte antica. — Architettura delle chiese 87
§ 4. Chiese erette da Costantino. — Basilica Lateranense. — Chiesa antichissima di san Pietro 96
§ 5. Basilica antica di san Paolo. — Antico culto dei Santi. — San Lorenzo e le sue due chiese: S. Lorenzo fuori le mura e S. Lorenzo in Lucina. — S. Agnese. — S. Crux in Hierusalem. — S. Pietro e s. Marcellino. — S. Marco. — S. Maria (Maggiore). — S. Maria in Transtevere. — San Clemente. — Aspetto di Roma nel secolo quinto. — Contrasti nella Città 108
Capitolo terzo. — § 1. Ingresso dell’imperatore Onorio in Roma, verso la fine dell’anno 403. — Egli pone residenza nel palazzo dei Cesari. — Ultimi giuochi di gladiatori nell’anfiteatro. — Onorio ritorna a Ravenna. — Invasione dei Barbari condotti da Radagaiso e loro disfatta. — Caduta di Stilicone 125
§ 2. Alarico s’avanza contro Roma nell’anno 408. — Suo demone. — Presentimento della caduta di Roma. — Primo assedio. — Ambasceria dei Romani. — Paganesimo tusco in Roma. — I Romani ricomprano la loro liberazione dall’assedio 134
§ 3. Alarico s’allontana da Roma. — Onorio rifiuta la pace. — Alarico ritorna una seconda volta su Roma, prende Porto nell’anno 409 e acclama imperatore Attalo. — Questi muove contro Ravenna con Alarico. — È deposto. — Alarico pone campo la terza volta contro Roma 141
§ 4. Dipintura del patriziato e del popolo di Roma di quel tempo, secondo le testimonianze di Ammiano Marcellino e di san Gerolamo. — Pagani e Cristiani di Roma. — Statistica della popolazione della Città 148
Capitolo quarto. — § 1. Alarico prende Roma il giorno 24 di Agosto 410. — Saccheggio della Città. — Una vittoria del Cristianesimo. — Mitezza d’animo dei Goti. — Alarico dopo tre giorni lascia Roma 163
§ 2. I Goti non distrussero i monumenti della Città. — Opinioni degli Scrittori su questo argomento 173
§ 3. Lamentazioni sulla caduta di Roma. — San Gerolamo. — Santo Agostino. — Conseguenze della presa di Roma 179
Capitolo quinto. — § 1. Alarico muore nell’anno 410. — Ataulfo è gridato re dei Visigoti. — Egli parte d’Italia. — Spedizione impresa dal conte Eracliano contro Roma. — Onorio viene a Roma nell’anno 417. — Restaurazione della Città. — Versi di Rutilio a Roma 187
§ 2. Svolgimento della Chiesa romana. — Scisma per la successione alla cattedra vescovile. — Bonifacio è eletto papa. — Onorio muore nell’anno 423. — Valentiniano III diventa imperatore sotto tutela di Placidia. — I Vandali invadono Africa 193
§ 3. Sisto III è eletto papa nell’anno 432. — Egli edifica dalle fondamenta la basilica di santa Maria (Maggiore). — Musaici di questa chiesa e donativi a lei consecrati. — Splendore degli arredi ecclesiastici 199
§ 4. Leone I ascende alla cattedra di san Pietro nell’anno 440. — Roma accoglie i fuggenti d’Africa. — Eresie. — Placidia muore in Roma nel 450. — Fortuna della sua vita. — Avventure di Onoria figlia di lei. — Ella chiama in Italia Attila re degli Unni 207
§ 5. Invasione di Attila. — Battaglia data nei campi Catalaunici. — Attila nel suo cammino devasta l’Italia superiore. — Valentiniano in Roma. — Ambasceria dei Romani ad Attila. — Leone si presenta al Re unno. — Leggenda celebre. — Ritirata e morte di Attila. — Festività in Roma. — Statue di Giove capitolino e di san Pietro in Vaticano 212
Capitolo sesto. — § 1. Ezio cade in disgrazia e muore in Roma. — Episodî da romanzo. — Valentiniano III cade assassinato nell’anno 455. — Massimo è eletto imperatore. — Eudossia chiama Genserico re dei Vandali 221
§ 2. I Vandali arrivano a Porto. — Uccisione di Massimo. — Leone si presenta a Genserico. — I Vandali entrano in Roma nel Giugno dell’anno 455. — Vi danno il saccheggio per quattordici giorni. — Depredazione del Palazzo e del tempio di Giove. — Spoglie antiche del tempio di Gerusalemme. — Loro sorte. — Leggende del medio evo 228
§ 3. I Vandali partono di Roma. — Avventure della imperatrice Eudossia e delle sue figlie. — Basilica di san Pietro ad Vincula. — Leggenda delle catene di san Pietro. — I Vandali non ebbero distrutti i monumenti della Città. — Conseguenze del saccheggio 235
Capitolo settimo. — § 1. Avito è eletto imperatore nell’anno 455. — Apollinare Sidonio indirizza un panegirico a quell’Imperatore: gli è eretta una statua di onore. — Avito è cacciato del trono per opera di Ricimero. — Maioriano è acclamato imperatore nell’anno 457. — Egli promulga un editto per la conservazione dei monumenti di Roma. — I Romani cominciano a rendersi rei di vandalismo. — Maioriano muore nell’anno 461 241
§ 2. Papa Leone I muore nel 461. — Sua indole. — Sue fondazioni in Roma. — Primo monastero eretto presso al san Pietro. — Basilica di santo Stefano in Via Latina e suo discoprimento verso la fine del 1857. — Ilario papa, Severo imperatore. — Antemio imperatore. — Suo ingresso in Roma. — Doni offerti da Ilario alle chiese 249
§ 3. Condanna di Arvando. — Spedizioni contro Africa riuscite a vuoto. — Ricimero si rivolta contro Antemio. — Assedio di Roma. — Terzo saccheggio nell’anno 472 256
§ 4. Olibrio sale al trono. — Morte di Ricimero. — Suo monumento: chiesa odierna diaconale di s. Agata in Suburra. — Glicerio e Giulio Nepote imperatori. — Oreste acclama imperatore suo figlio Romolo Augustolo. — Odoacre s’impadronisce di Italia nell’anno 476. — Caduta dell’Impero romano occidentale 261
 
LIBRO SECONDO.
 
DALL’INCOMINCIAMENTO DEL REGNO DI ODOACRE ALLA EREZIONE DELL’ESARCATO DI RAVENNA NELL’ANNO 568.
 
Capitolo primo. — § 1. Regno di Odoacre. — Simplicio papa (468-483). — Costruzione di novelle chiese in Roma. — San Stefano Rotondo sul monte Celio: santa Bibiana. — Felice III è eletto papa per violenza di Odoacre. — Teodorico scende cogli Ostrogoti in Italia. — Caduta del regno di Odoacre. — Teodorico diventa re d’Italia nell’anno 499 271
§ 2. Contese in Roma per le feste pagane dei Lupercali, e quel che ne sia derivato. — Scisma sorto in occasione dell’elezione di Simmaco o di Lorenzo. — Sinodo di Simmaco nell’anno 490 278
§ 3. Basiliche titolari della città di Roma intorno all’anno 499 285
§ 4. Origine nazionale dei Santi ai quali erano dedicate le chiese titolari. — Ripartizione territoriale di queste chiese. — Titoli esistenti al tempo di Gregorio Magno verso l’anno 594. — Che cosa fossero i Titoli. — I Cardinali. — Le sette chiese di Roma 295
Capitolo secondo. — § 1. Contegno di Teodorico verso i Romani. — Egli viene a Roma nell’anno 500. — Sua orazione al popolo. — L’abate Fulgenzio. — Rescritti tramandatici da Cassiodoro 303
§ 2. Condizione dei monumenti di Roma. — Predoni di statue. — Sollecitudine di Teodorico alla conservazione dei monumenti. — Cloache. — Acquedotti. — Teatro di Pompeo. — Palazzo dei Pinci. — Palazzo dei Cesari. — Foro di Trajano. — Il Campidoglio 309
§ 3. Anfiteatro di Tito. — Spettacoli e mania dei Romani pei giuochi. — Cacce di belve. — Giuochi e fazioni del circo 318
§ 4. Provvedimenti di Teodorico per il popolo di Roma. — Roma Felix. — Tolleranza di Teodorico verso la Chiesa cattolica. — Israeliti di Roma. — Loro sinagoga antichissima. — Il popolo si solleva contro di essi 329
§ 5. Nuovo scisma nella Chiesa. — Sinodo Palmare. — Fazioni entro la Città. — Simmaco abbellisce la chiesa di san Pietro. — Edifica la cappella rotonda di santo Andrea, la basilica di s. Martino e la chiesa di san Pancrazio. — Ormisda è eletto pontefice nell’anno 514. — Giovanni I papa. — Teodorico entra in lotta contro la Chiesa cattolica 337
§ 6. Inquisizione e supplizio di Boezio e di Simmaco. — Papa Giovanni ha il carico di un’ambasceria a Bisanzio: muore in Ravenna. — Teodorico impone l’elezione di Felice IV. — Il Re muore nell’anno 526. — Leggende 346
Capitolo terzo. — § 1. Reggenza di Amalasunta. — Genio di lei: protezione accordata alla Scienza. — Mite dominazione di lei. — Il Vescovo romano ottiene reverenza sempre maggiore 357
§ 2. Felice IV edifica nel Foro una chiesa dedicata ai santi Cosma e Damiano. — Musaici di quella chiesa. — Ragione della venerazione tributata a que’ due Santi 361
§ 3. Bonifacio II è eletto Papa nell’anno 530. — Giovanni II. — Senatoconsulto in argomento di simonia. — Educazione di Atalarico: sua morte. — Teodato è fatto compartecipe al trono. — Sorte della regina Amalasunta. — Disegni e mire di Giustiniano. — Il consolato d’Occidente cessa nell’anno 535 369
§ 4. Negoziati di Teodato con Giustiniano. — Lettere del Senato a Giustiniano. — Agitazioni in Roma. — I Romani rifiutano di accogliere soldatesca gota entro la Città. — Papa Agapito va ambasciatore a Bisanzio. — Morte di lui. — Rottura delle trattative di pace 376
§ 5. Belisario viene in Italia. — Prende Napoli. — I Goti acclamano Vitige a re. — Fine di Teodato. — I Goti si ritirano in Ravenna. — Belisario entra in Roma addì 9 di Dicembre dell’anno 536 383
Capitolo quarto. — § 1. Belisario munisce Roma per la difesa. — Vitige muove con tutto l’esercito goto contro la Città. — Primo combattimento. — Apparecchi degli assedianti. — Soldatesca gota. — Apparecchi di Belisario. — Vitige taglia gli acquedotti. — Molini natanti del Tevere. — Disperazione dei Romani. — I Goti impongono a Roma la resa. — S’apparecchiano all’assalto 392
§ 2. Assalimento generale. — Combattimento di porta Prenestina. — Il Murus ruptus. — Assalto del mausoleo di Adriano. — I Greci ne mettono in pezzi le statue. — Gli assalitori sono ributtati d’ogni parte 402
§ 3. Prosecuzione dell’assedio. — Predizioni dell’esito della guerra. — Rimembranze del Paganesimo. — Il tempio di Giano. — I Tria Fata. — Due inni latini di quel tempo. — Vigilanza di Belisario alla difesa di Roma 411
§ 4. Papa Silverio è cacciato in esilio. — La fame desola Roma. — Umanità dei Goti. — Vitige s’impadronisce del porto romano. — Porto ed Ostia. — Soldati di rinforzo entrano in Roma. — I Goti respingono una sortita degli assediati. — Tristi condizioni della Città. — Trinceramenti dei Goti e degli Unni 419
§ 5. Tristi condizioni dei Goti. — Loro ambasceria a Belisario. — Negoziati. — Roma riceve soccorsi di uomini e di vettovaglie. — Armistizio. — Ripigliansi le ostilità. — Scoramento dei Goti. — Eglino partono di Roma nel mese di Marzo del 538 429
Capitolo quinto. — § 1. Belisario in Ravenna. — Egli rigetta le offerte dei Goti. — Totila è eletto re verso la fine dell’anno 541. — Sue rapide vittorie. — Sua spedizione in Italia meridionale. — Conquista Napoli 437
§ 2. Lettere di Totila al Senato romano. — Effetto di quelle in Roma. — Egli muove contro Roma. — Prende Tivoli. — Secondo assedio dei Goti nella estate dell’anno 545. — Belisario ritorna in Italia. — Porto. — Campo dei Goti 443
§ 3. Papa Vigilio è chiamato a Bisanzio. — I Goti prendono un naviglio carico di grani di Sicilia. — La fame desola Roma. — Ambasceria del diacono Pelagio nel campo dei Goti. — Discorso che i Romani al colmo della disperazione volgono a Bessa. — Condizioni miserrime della Città 449
§ 4. Belisario giunge a Porto. — Il Tevere è chiuso per mezzo di uno steccato di legno. — Belisario tenta di superarlo e di liberare Roma. — Sospensione delle pugne. — Totila entra in Roma addì 17 di Dicembre dell’anno 546. — Aspetto della Città deserta. — Saccheggio. — Rusticiana. — Mitezza d’animo di Totila 455
§ 5. Discorsi di Totila ai Goti ed al Senato. — Egli minaccia Roma della distruzione. — Lettere di Belisario a lui indiritte. — Assurdità delle narrazioni che Totila abbia devastata Roma. — Vaticinio di san Benedetto sopra Roma. — Totila parte di Roma. — La Città rimane deserta 464
Capitolo sesto. — § 1. Belisario entra nella Città. — Ne restaura le mura. — Seconda difesa di Roma sostenuta da Belisario nell’anno 547. — Totila si ritira a Tivoli. — Giovanni conduce seco i Senatori romani ch’erano in Capua. — Totila muove rapidamente nell’Italia meridionale. — Belisario parte di Roma. — Suoi monumenti nella Città 473
§ 2. Belisario va errando senza disegno nell’Italia meridionale, indi parte per Costantinopoli. — Totila ritorna per la terza volta davanti le mura di Roma nell’anno 549. — Condizioni della Città. — Vi entrano i Goti. — I Greci si ritirano nel sepolcro di Adriano. — Roma ridiviene popolata. — Ultimi giuochi circensi. — Totila abbandona la Città. — I Goti sul mare 482
§ 3. Narsete prende il comando dell’esercito nella guerra d’Italia. — Presagio romano intorno a lui. — Notizie dei monumenti di Roma tratte da narrazioni di quel tempo. — Foro della Pace. — Vacca di Mirone. — Statua di Domiziano. — Nave di Enea. — Narsete s’avanza fino alle falde dell’Apennino. — Totila combatte la sua ultima battaglia, e muore presso Tagina nell’estate dell’anno 552 487
§ 4. Teja ultimo re dei Goti. — Narsete prende Roma. — I Goti cedono la mole d’Adriano. — Ruina del Senato romano. — I Greci prendono le castella dei Goti. — Narsete invade la Campania. — Eroica morte di Teja nella primavera dell’anno 553. — I Goti dopo una battaglia data alle falde del Vesuvio scendono a patti. — Mille Goti partono guidati da Indulfo 494
§ 5. Uno sguardo all’indole della dominazione gota in Italia. — Fole spacciate dai Romani intorno ai Goti, e loro ignoranza della storia delle rovine della Città 502
Capitolo settimo. § 1. Scendono in Italia le orde di Bucelino e di Leutari e sono disfatte. — Ingresso trionfale di Narsete in Roma. — I Goti in Compsa scendono a patti. — Condizioni di Roma e d’Italia dopo la guerra 510
§ 2. Sanzione Prammatica di Giustiniano. — Il Vescovo romano sale ad alta onoranza. — Il Senato. — Provvedimenti dati per la protezione alle lettere e per la conservazione dei monumenti publici. — Relazioni di Bisanzio colla Chiesa di Roma. — Papa Vigilio muore tornando in patria. — Pelagio è eletto papa nell’anno 555. — Egli presta giuramento di purgazione 516
§ 3. Pelagio e Giovanni III edificano la chiesa dei santi Apostoli nella Regione Via Lata. — Decadimento della città di Roma. — Due iscrizioni, monumenti di ricordanza di Narsete 522
§ 4. Narsete cade in disgrazia. — Va a Napoli ed è indi ricondotto a Roma da papa Giovanni. — Muore nell’anno 567. — Uno sguardo alla opportunità di una calata dei Longobardi in Italia 528
§ 5. I Longobardi scendono in Italia nell’anno 568. — Erezione dell’Esarcato di Ravenna sotto Longino. — Province d’Italia. — Mutamenti amministrativi. — Governo di Roma 534