Constantinus Augustus et Helena Augusta.
Hanc domum regalis simili fulgure coruscans aula circumdat[61].
La navata maggiore terminava nell’abside, ossia tribuna semicircolare, la cui figura era costruita ad imitazione della tribuna delle basiliche civili di Roma, dove erano il tribunale, la cattedra del pretore ed i seggi dei giudici. Non è probabile che la tribuna dell’antica chiesa di san Pietro andasse priva di fregi: egli è certo che la ornavano musaici simbolici condotti in campo d’oro, dei quali a noi non pervenne descrizione: e sotto di essi dovevano leggersi allora questi versi, che ancora esistevano fino agli ultimi tempi del medio evo:
Quod duce te mundus surrexit in astra triumphans
Hanc Constantinus Victor tibi condidit aulam[62].
Forse ai tempi di Onorio vedevasi già nella nicchia dorata dell’emiciclo l’imagine del busto del Salvatore in mezzo alle figure dei santi Pietro e Paolo. Alla parete dell’abside era appoggiata la cattedra vescovile sulla quale il Papa sedeva. Egli è incerto, se questa, come le cattedre vescovili di tante altre chiese cristiane di Roma, fosse un antico sedile di legno, tolto alle terme: e forse era lo stesso seggio antico di legno adorno d’intarsi d’oro e di avorio che oggidì è nella tribuna, racchiuso entro la cattedra di bronzo, e su cui sono condotti, con mirabile ed elevato concepimento, i disegni dello Zodiaco e delle dodici fatiche d’Ercole.
Decoro bellissimo del tempio di san Pietro fu il battistero edificato dal vescovo Damaso dopo l’anno 366, che, splendido d’oro e di porpora, fu celebrato da Prudenzio nelle sue poesie[63]. Quei versi ed una breve descrizione lasciatane da san Paolino, sono le uniche memorie di ciò che fosse il san Pietro ai tempi di Onorio. L’illustre vescovo di Nola, poeta al pari di Prudenzio, acceso di profondo fervore cristiano, aveva soffocato in sè il genio delle arti del Paganesimo fra il cui splendore egli era pure cresciuto. Essendo stato presente al banchetto che il ricco senatore Alessio, secondo la costumanza di quel tempo, aveva dato ai poverelli nel Paradiso della basilica, per rendere solenni funerali a Rufina pia moglie sua, san Paolino descrive la sensazione che in quella occasione aveva destato in lui l’aspetto della chiesa, colle seguenti parole: «Lo stesso Apostolo deve essere stato commosso a gioja, allorchè per opera tua d’ogni parte s’empì di spesse turbe di poverelli la sua basilica: là sotto l’elevate vôlte dell’ampia e lunga navata centrale fino al punto remoto dove sorge la cattedra apostolica che gli occhi abbarbaglia ed i cuori di chi entra nella chiesa agita a gioia: e là dove da un lato e dall’altro con duplice ordine di portici la basilica stende sue braccia: e là dove dal primo atrio si penetra nel secondo splendidissimo ove è il pozzo in cui si conserva l’acqua della salute, onde intingiamo la mano e la bocca, e sul quale si eleva a vôlta arcuata una cupola di bronzo massiccio, cui circondano con mistico senso quattro colonne. Imperocchè l’ingresso alla chiesa sia adorno di tanta bellezza, affinchè il sentimento del bello che fuor delle porte si bee per gli occhi, prepari l’animo ai santi misteri ch’entro si compiono[64].»
Durante il medio evo, intorno al san Pietro sorse a circondarlo, quasi corona, un grande numero di cappelle, di chiese, di chiostri, di case pei chierici, di ospizî di ricovero pei pellegrini, di maniera che il Vaticano crebbe città santa della Cristianità. Ai tempi di Onorio vedevansi soltanto pochi edificî costruiti in vicinanza alla basilica. L’antichissimo di tutti, eretto presso la tribuna, era il Templum Probi, ossia cappella funeraria dell’illustre famiglia senatoria degli Anici, che in Roma prima d’ogni altra aveva abbracciato il Cristianesimo. Anicio Petronio Probo possedeva immense ricchezze, aveva tenute le più alte magistrature; ed infatti aveva diviso il consolato coll’imperatore Graziano, e quattro volte era stato prefetto della Città: egli elevò quella cappella in cui fu deposta la sua salma entro un sarcofago che ancor si conserva. E conservasi oggidì ancora quello più antico e più bello di Giunio Basso, dell’anno 358, che non fu però deposto nella cappella, quantunque egli fosse di quella stirpe[65]. La famiglia imperiale stessa aveva il suo mausoleo in prossimità del san Pietro, poichè nell’anno 404 Onorio aveva scelto quel recinto perchè vi fosse deposta la sua salma: e colà egli diede sepoltura alle sue due mogli Maria e Termanzia, figlie del grande Stilicone. Di quel mausoleo non rimase vestigio, e soltanto nei tempi recenti fu dato di rinvenire il sarcofago che conteneva le ceneri della imperatrice Maria.
Questi pochi cenni valgano a dare un’idea generale di ciò che fosse l’antica basilica di san Pietro al tempo di Onorio. Era un vasto edifizio di forma allungata, costruito in mattoni: il suo duplice tetto (il più alto, e il più basso) non era ancora ornato delle lamine di bronzo dorato di cui in seguito spogliavasi il tempio sacro a Roma ed a Venere. La fronte di prospetto adorna di croce, si elevava con forma severa sopra un vasto atrio, che, simile ad un chiostro, era racchiuso tra colonne. Con quale animo i Pagani di Roma avranno contemplato taciti quel nuovo edificio pensando che là, entro una cella dorata, veneravasi il corpo d’un pescatore ebreo! Quali idee saranno sôrte nella loro mente se avranno alzati gli occhi al vicino mausoleo dell’imperatore Adriano, la cui magnifica rotonda, sostenuta da due ordini di colonne, poggiava sopra un immenso cubo di marmo adorno di statue e sembrava guatare con disprezzo quella chiesa di forma strana! E in vicinanza, il circo dove Pietro era stato crocefisso, cadeva in rovina; ed i suoi ruderi, dai quali erano stati tratti i materiali per la costruzione della basilica, presentavano il selvaggio e triste aspetto di un labirinto oppure delle Latomie di Siracusa; e dalla spina infranta del circo, in prossimità della chiesa cristiana, s’elevava ancora il grande obelisco di Caligola. La chiesa di san Pietro che s’ergeva sulle rovine del circo, era certo dimostrazione di un avvenimento sorprendente; ed i Cristiani avranno mirato ad esso quasi a simbolo di loro Religione trionfante che aveva posto suo seggio sulle rovine del Paganesimo abbattuto. E già, ai tempi di Teodosio il vecchio, accorrevano da ogni parte al s. Pietro numerose schiere di pellegrini per celebrarne la festività, che, insieme a quella di s. Paolo, solennizzavasi in Giugno. Ed anche allora come oggidì, vi si recavano traghettando il Tevere sul ponte di Adriano, il quale, sovra ogni altro ponte del mondo, ebbe la sorte di essere calcato da immense turbe di genti che muovevano a sciogliere loro voti di pietà[66]. Era scorso un secolo appena, e già gli edificî sontuosi di Roma pagana cadevano in oblio; ed i figli ed i nepoti di quei Romani che avevano contemplato con corruccio e con dispetto sorgere la basilica, vi accorrevano con animo commosso di fervore religioso, e a ginocchi ne ascendevano i gradini. E i loro sguardi miravano con istupore la bellezza del novello Campidoglio che, ad opera dei succeditori di san Pietro, ergevasi splendido d’oro e di argento, di gemme e di perle, ricco di musaici e dei prodotti dell’arte bizantina.
La stessa onoranza ch’era resa a san Pietro, era tributata all’apostolo Paolo. È probabile che Costantino, mosso dalle istanze di santo Silvestro, gli abbia eretto la basilica situata ad un miglio di distanza dalla Città, lungo la via Ostiense, remota da templi pagani, in quel luogo medesimo dove la leggenda narrava che l’Apostolo fosse stato ucciso, oppure dove gli fu data sepoltura dalla pia matrona Lucina. Ma la forma dell’antico san Paolo riusciva troppo umile al gusto ingentilito dei Cristiani; e la sua area diveniva insufficiente a capire la moltitudine dei fedeli e dei pellegrini che vi accorrevano in numero sempre crescente. Per la qual cosa, nell’anno 383, gl’imperatori Valentiniano, Teodosio ed Arcadio ordinarono con loro rescritto a Sallustio, prefetto della Città, di edificare una novella basilica, più grande e più bella là dove sorgeva l’antica[67]. Sotto Teodosio se ne gettarono le fondamenta, ed Onorio la trasse a compimento; ma non si sa precisamente in quale anno. Siccome però i Goti condotti da Alarico, nel saccheggio di Roma risparmiarono rispettosi la basilica di san Paolo, che a quel tempo già sorgeva bellissima, possiamo ammettere che, quando Onorio nell’anno 404 entrò in Roma, quel tempio fosse già completo e che l’Imperatore vi orasse[68].
La forma di questo celebre tempio, che in bellezza superava la basilica di san Pietro, nell’essenza era a quella somigliante. Situato tra la via Ostiense ed il Tevere, verso il quale esso volgeva la sua elevata fronte di prospetto in cui erano aperte alcune finestre, aveva un atrio circondato da quattro portici sostenuti da colonne, in mezzo al quale era il pozzo. Superava l’antica basilica di san Pietro in grandezza, imperocchè le si attribuisca una lunghezza di quattrocentosettantasette piedi, e la larghezza di duecencinquantotto[69]. L’occhio di chi entrava per una delle sue porte, si smarriva nelle vôlte elevate di cinque maestose navate, che posavano sopra quattro serie di colonne. Ogni serie ne conteneva ben venti, ed erano tutte antiche; nè si conosce da qual monumento romano fossero state tolte, imperocchè l’antica supposizione che le più belle di esse sieno state rapite al mausoleo di Adriano, non sia convalidata da alcuna prova. Quantunque mancassero di uniformità nella materia e nel disegno, e quantunque alcuni dei loro grandi capitelli d’ordine corintio lavorati in istucco fossero di forma rozza e goffa, tuttavia il grande numero, la loro mole, la bellezza dei marmi le rendeva altamente pregevoli. Nella sola navata di mezzo ve n’avevano ventiquattro di sceltissimo marmo frigio, oggi chiamato pavonazzetto, tutte di un sol pezzo, ed alte più di quaranta palmi. A differenza del san Pietro, invece che l’architrave posasse rettilineo sulle colonne, l’architetto di cattivo gusto aveva condotte fra esse alcune arcate, al di sopra delle quali s’elevava rigidamente la parete in linea perpendicolare. I soli segmenti della muraglia ch’erano immediatamente superiori ai capitelli delle colonne, erano adorni di musaici: allora però non vi si vedevano ancora i ritratti dei succeditori di san Pietro, che vi furono collocati in tempi posteriori. Il tetto delle navate era splendido di bronzo dorato, ed il pavimento e le pareti erano coperti di lamine di marmo. A somiglianza della chiesa di san Pietro, un arco trionfale gigantesco, che posava su due imponenti colonne jonie, serrava la navata del centro. Ma la sorella di Onorio, Galla Placidia, ai tempi di papa Leone I, adornò per la prima volta quell’arco del suo mirabile musaico[70]. Nel mezzo di quel disegno torreggia una mezza figura gigantesca del Cristo, il quale, tenendo in mano una verga, è in atto di mirare sopra i fedeli con isguardi che mettono terrore, quasi voglia far cadere il popolo dinanzi a sè nella polve; chè nessun altra significazione può darsi all’espressione di quel volto simile ad una testa di Medusa. Ai due lati sono i quattro simboli degli Evangelisti descritti nell’Apocalisse, più sotto i ventiquattro Seniori, ed alle estremità dell’arco sono le imagini di san Pietro e di san Paolo. Quei musaici furono in Roma i primi saggi di quello stile che si suole chiamare bizantino. Ella è però un errore la credenza, che di Bisanzio s’importasse quell’arte la quale era invece tradizionalmente romana: chè si aveano nelle terme e nei palazzi di Roma i modelli per la trattazione tecnica di grandi figure; e quanto all’ispirazione dell’arte cristiana, vi suppliva la fantasia del tempo. E per lo meno non possiamo determinare con sicurezza, quanta influenza abbia esercitato l’Oriente sul genio artistico di Roma cristiana.
L’arco trionfale del san Paolo si apriva al di sopra del maggior altare e della Confessione, sotto la quale era deposto il corpo dell’Apostolo entro un sarcofago di bronzo, e lasciava scorgere la tribuna adorna di musaici che la navata trasversale separava per lungo tratto.
La chiesa di san Paolo era quasi altrettanto ricca che il san Pietro, imperocchè il libro pontificale si restringa alla semplice notizia che Costantino la onorò degli stessi donativi che aveva tributati al san Pietro. E le due basiliche avevano redditi costituiti sopra latifondi situati in Europa ed in Asia. L’oro, l’argento, le gemme ond’erano formati con sontuosa magnificenza i vasi e gli arredi sacri del san Paolo, commuovevano la fantasia dei devoti Cristiani, ed erano più tardi di eccitamento alla cupidigia dei Barbari orientali. Il poeta Prudenzio vide la basilica ai tempi di Onorio in tutto il suo splendore primitivo, e ne cantò in alcuni versi più belli di quelli con cui aveva celebrato il battistero di Damaso. E sono questi:
Parte alia titulum Pauli via servat Ostiensis,
Qua stringit amnis caespitem sinistrum.
Regia pompa loci est: princeps bonus has sacravit arces
Lusitque magnis ambitum talentis.
Bracteolas trabibus sublevit, ut omnis auralenta
Lux esset intus, ceu iubar sub ortu.
Subdidit et parias fulvis laquearibus columnas
Distinguit illic quas quaternus ordo.
Tum camuros hyalo insigni varie cucurrit arcus:
Sic prata vernis floribus renident[71].
Queste erano dunque le tre basiliche maggiori ed antichissime di Roma, la cui origine fu storicamente anteriore alle altre tutte. Egli è poi importante per la storia dello svolgimento del culto cristiano in Roma, por mente a chi fossero state dedicate quelle chiese. Al Cristo ed ai due Principi degli Apostoli, a san Pietro ed a san Paolo, i Romani, verso la metà del secolo quarto, tributavano massima onoranza. E i due Apostoli erano i Santi nazionali di Roma: il primo veneravasi quale fondatore e primo vescovo della Chiesa, il secondo era riverito quale maestro dei Pagani. Nel secolo quarto non s’era ancora diffuso in Roma il culto della Vergine Maria; e molti Martiri, che più tardi dovevano salire in tanta venerazione nella Città, onoravansi in quel tempo soltanto nei racconti della leggenda, di maniera che ignoriamo quando sieno state loro innalzate per la prima volta publiche chiese in Roma. Però la venerazione che si tributava alle tombe dei Martiri situate fuori delle mura di Roma, crebbe di guisa, che il loro culto, uscendo delle catacombe, ebbe onore di riti nelle chiese stesse della Città. Dalla campagna traeva la moltitudine di quei defunti entro le mura di Roma chiedenti loro seggio sugli altari. Ed era pur necessario di combattere le vive e numerose ricordanze del Paganesimo coll’erigere un numero non minore di chiese in ogni parte della grande Roma.
San Lorenzo è uno dei primi Martiri che, allato a san Pietro ed a san Paolo, avesse onore di una basilica. Fu arcidiacono e amministratore delle ricchezze della Chiesa; e, quantunque spagnuolo di nascita, fu tuttavia Santo prediletto dei Romani, forse perchè l’eroica morte ch’egli sofferse ai tempi di Decio nelle terme di Olimpia, abbruciato sulla graticola secondo la narrazione della leggenda, commuoveva la fantasia del popolo ad ammirazione venerabonda. Se ne mostrava la tomba lungo la via di Tivoli, nelle catacombe di pozzolana dell’agro Verano, in mezzo a molte cripte di Martiri. Ivi traevano immensi stuoli di pellegrini di Toscana e della Campania, e lo spagnuolo Prudenzio ne ricavava inspirazioni al suo canto[72]. Di queste celebri catacombe, dove aveva avuto pure sua sepoltura il venerato santo Ippolito, la cripta di santo Lorenzo formava il vero punto centrico. Cessate le persecuzioni, si eresse colà al grande Martire una basilica, ch’era la terza elevata fuori delle mura di Roma, imperocchè allora anche il s. Pietro fosse esterno alla Città. Nella biografia di papa Silvestro si attribuisce ad opera dell’imperatore Costantino anche l’erezione di questa chiesa: ma dapprima fu una semplice cappella eretta sulla tomba del Martire, che più tardi, a’ tempi di Sisto III e di Leone I, fu per liberalità di Galla Placidia ampliata ed abbellita. Papa Pelagio II la edificò di nuovo nel secolo sesto.
Quanto grande fosse l’amore che i Romani nutrivano a san Lorenzo, dimostra il fatto che negli ultimi anni del secolo quarto due altre chiese furono erette nel campo di Marte della Città ad onoranza di lui. L’illustre vescovo Damaso, portoghese di nascita e perciò connazionale del Santo, dedicò a lui, tra l’anno 366 ed il 384, una chiesa edificata presso il teatro di Pompeo, che fu appellata S. Laurentius in Damaso. Se Damaso la edificasse dalle fondamenta, oppure se soltanto rinnovasse, non si sa: ciò solo conosciamo ch’egli a lui dedicolla e la innalzò a titolo di presbiterio. Il fatto ch’essa venne edificata presso il teatro di Pompeo, trae alla supposizione che questo ancora esistesse; ed è probabile che la basilica s’ergesse in vicinanza della Curia e dell’atrio di Pompeo in cui Cesare fu ucciso. E ciò è confermato dall’altro fatto che la celebre statua di Pompeo, la quale è oggidì bello ornamento del palazzo Spada, fu trovata in quelle vicinanze. Sciaguratamente l’antica chiesa di Damaso, verso la fine del secolo decimoquinto, cadeva in totale ruina, e vi si sostituiva il novello edificio, che sorge nell’interno del palazzo del vice-cancelliere[73].
La seconda chiesa di san Lorenzo, già edificata prima dei tempi di Onorio, è quella del titolo ancor più celebre: S. Laurentius in Lucina. Poichè colle dizioni in Lucina, in Damaso ec., solevasi denotare il nome del fondatore o di chi aveva edificata la chiesa, così se ne attribuì l’erezione ad una matrona romana di nome Lucina. Ma un’altra opinione trova suo fondamento nel Libro Pontificale, il quale, alla vita di Sisto III, narra che questo Pontefice edificasse una basilica ad onore di san Lorenzo dopo di averne ottenuta permissione dall’imperatore Valentiniano[74], e che quella chiesa ricevesse il nome da un tempio di Giunone Lucina: imperocchè, essendo i monumenti di Roma proprietà dello Stato, quel Papa, avesse ottenuto in dono dall’Imperatore le fondamenta e la superficie ove quel tempio sorgeva, per edificarvi la basilica. Infatti egli è vero che sotto gl’Imperatori non si potesse costruire alcuna chiesa senza averne ottenuta licenza, ma non conservasi memoria che sorgesse nel campo di Marte un tempio di Giunone Lucina. La basilica s’alzava in prossimità dell’orologio solare il cui obelisco era stato già eretto da Augusto.
Anche la prima chiesa di santa Agnese fuori di porta Nomentana sorgeva già ai tempi di Onorio sopra la tomba di quella Martire che in Roma aveva culto assai esteso. E in vicinanza, era l’antico battistero di forma rotonda, che ancor si conserva, e che, a cagione dei suoi musaici di stile antiquato rappresentanti le operazioni della vendemmia, fu per lungo tempo reputato antico tempio di Bacco. Ed invece, la costruzione di questa rotonda appartiene a quel tempo; e nella cappella avevano avuto sepoltura due figlie di Costantino, Elena e Costantina. E la seconda, che fu donna di sfrenato libertinaggio, fu per errore santificata dalla Chiesa, che scambiolla con una pia femmina Romana dell’istesso nome[75]. Un sarcofago di porfido trovato in quella Rotonda, nel quale credesi che fosse stato deposto il corpo di lei, sta oggidì nel Museo del Vaticano, e fa riscontro all’arca di forma simigliante della madre di Costantino. Imperocchè alla pia imperatrice Elena, che tanto bene meritò del Cristianesimo, Costantino avesse dato sepoltura a due miglia di distanza fuori di porta Prenestina (Porta Maggiore), in una cappella rotonda, i cui ruderi, che conservansi ancora, ebbero nome di Torre dai vasi d’argilla, ossia di Torre Pignatarra.
Alla santa madre di Costantino la tradizione attribuisce la prima erezione della illustre basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Narra infatti la leggenda ch’ella edificasse una cappella ove si conservasse il legno della Croce ch’ella stessa avrebbe trovato in Gerusalemme. E racconta la leggenda, che una parte della Croce affidasse al vescovo di Gerusalemme, e l’altra a Bisanzio portasse, donde poi un frammento sarebbe stato recato a Roma, e conservato nella chiesa della Croce da lei fondata. Costantino avrebbe ricevuto in dono i chiodi che servirono alla crocifissione di Cristo, i quali, dice la tradizione con ingenuo racconto, egli adoperò con uso profano quasi d’altrettanti talismani: chè uno fè incastonare nel suo cimiero, dell’altro fè un freno al suo cavallo. Ed il terzo poi perdutosi in mare, ne lo ripescava più tardi Venezia. Roma però affermò che Cristo fosse crocifisso con quattro chiodi, non con tre; che il quarto chiodo si mostra anche oggidì in quella chiesa di santa Croce in Gerusalemme. Già per tempissimo la Croce di Cristo, quale altissimo simbolo della Religione, poteva essere titolo ad una propria basilica: ma la Storia ignora il tempo preciso in cui venne fabbricata. Fondata in un quartiere deserto e bello di Roma, era assai prossima a quell’angolo delle mura di Aureliano che si volge a nord-est, presso l’anfiteatro Castrense, e nelle vicinanze dei bagni di Elena e del ninfeo di Alessandro Severo, che fu per qualche tempo reputato tempio di Venere e di Cupido. I ruderi coprono quel terreno estesamente, nè ancora se ne conosce la storia; e le indagini che si spingono con operosità indefessa riconoscono che quella parte di Roma antica, attraverso la quale scorreva il gigantesco acquedotto Claudiano, è involta nella tenebra del mistero. Il Libro Pontificale narra, che la basilica di santa Croce fosse innalzata in un palazzo Sessoriano, la cui esistenza non è che una fola, e dal quale la magnifica porta Maggiore ebbe nel medio evo nome di Sessoriana. E simile appellazione riceveva la chiesa, che in origine era però chiamata Basilica Heleniana: e poichè, già nell’anno 433, è citata sotto questo titolo nel Concilio di Sisto III, egli è evidente che ai tempi di Onorio essa dovesse esistere[76].
Di tutte le chiese che il Libro Pontificale annovera erette da Costantino, non ci rimane a parlare che di quella dedicata a due santi sacerdoti, a Pietro esorcista ed a Marcellino. Essa alzavasi in Via Labicana presso il terzo stadio migliare; ed Anastasio denota quel luogo col nome inter duas Lauros, e dice che, non lungi di quello, Costantino avesse eretto un mausoleo ad Elena madre sua. Ma la storia di questa basilica antica, che sembra averne formata una sola con quella di san Tiburzio, è tutta involta di dubbî e d’incertezze riguardo al tempo in cui fu fondata, ond’è che reputiamo utile passarvi oltre in silenzio[77].
Noi vediamo che tutte queste chiese antiche di Roma, le quali per la maggior parte ergevansi sopra catacombe, erano state innalzate o fuori delle mura od ai punti estremi e più remoti della Città, dove fuggivano alla vicinanza dei templi del Paganesimo, che ancora era in vita. Tuttavolta il Cristianesimo andava serrando in una cerchia sempre più stretta la Città; e già, nell’ultimo anno del regno di Costantino, poneva suo seggio nel Campidoglio, se vero è il fatto che il vescovo Marco vi dedicasse una basilica all’Evangelista del suo nome[78]. Nel Concilio di Simmaco dell’anno 499, apparisce il titolo di questa chiesa.
Senza dubbio rimonta a questi antichi tempi la costruzione di una delle più belle basiliche di Roma, di santa Maria Maggiore posta sul monte Esquilino. Il vescovo Liberio, tra l’anno 352 ed il 366, ivi edificò, in vicinanza del Macellum di Livia, ossia del mercato delle grasce, una chiesa che da lui ebbe nome di Liberiana.
Una strana leggenda del secolo duodecimo o del secolo decimoterzo, racconta di una visione da cui ebbe origine la fondazione di quel tempio. Giovanni, ricco patrizio di Roma, nella notte del quattro di Agosto, vide in sogno la Madre di Dio, la quale gli impose di edificarle una basilica in quel luogo in cui al mattino sarebbe di fresco caduta neve. Allo svegliarsi, fu prima cura di Giovanni di correre al vescovo Liberio e di narrargli del suo sogno: ed il Vescovo stupito gli confessò, ch’egli pure nella notte aveva avuto una simile visione. E mentre ancora ne parlavano, vennero alcuni messaggieri a recare notizia di un fenomeno strano, che nel mattino fosse caduta della neve sul monte Esquilino, in vicinanza del Macello di Livia. Eglino affrettaronsi a correre in quel luogo, e mirarono il portento, e Liberio fece tracciare su quello strato di neve il disegno di una basilica, alla cui costruzione provvide il patrizio colle sue liberalità. La Storia può in qualche modo svelare ciò che si nasconda sotto il velame allegorico della leggenda. La costruzione della novella basilica era un monumento del simbolo di fede di Nicea e degl’insegnamenti ortodossi di Atanasio; e lo stesso Liberio per essersene fatto seguace aveva dovuto soffrire due anni di esilio. Ma nel secolo quarto tributavasi in Roma alla Vergine Maria culto povero e poco esteso; chè soltanto dopo l’anno 432 ebbe onori divini, allorchè Sisto III riedificò la basilica di Liberio, e resela splendida di bei musaici e dedicolla alla «Vergine Deipara»[79].
Molte chiese in poco tempo s’edificarono dipoi fino al secolo quinto. I nomi e l’antica posizione della massima parte di esse furono conservati dalla pietà dei Romani, quantunque molte aggiunte e molti mutamenti si inducessero nella loro forma durante il corso dei tempi. E già in epoca antica sorgeva la bella basilica di santa Maria in Transtevere. Se ne vuole attribuire, ma senza fondamento, la costruzione primitiva al vescovo Calisto I (217-222), donde la chiesa avrebbe avuto titolo da Calisto oltre a quello di Giulio. Imperocchè Giulio I vescovo, la ebbe riedificata tra l’anno 337 ed il 354, o, con più accettabile opinione, la eresse dalle fondamenta. In qual tempo fosse poi dedicata alla Vergine, è incerto, e sua forma odierna ricevette per opera di Innocenzo II[80].
Ancor più illustre è la chiesa di san Clemente. Questa basilica antica, situata tra il Laterano ed il Colosseo, di cui già parla Gerolamo verso la fine del secolo quarto, era dedicata a san Clemente martire, secondo succeditore dell’apostolo Pietro. La sua conformazione interna è ancora oggidì l’esatto esemplare delle basiliche antiche di Roma[81].
Il secolo quinto vide sorgere un numero ancor maggiore di basiliche: e se fino a quel tempo non ci vien fatto di scoprirne alcuna che si alzasse sui ruderi dei templi antichi, o che ponesse sua sede in essi stessi, dopo la metà di quel secolo ne potremo additare parecchie. Ed invero il Paganesimo era bensì spento in Roma, la Città era bensì cristiana e tutto devota al culto della Religione novella, e dominata dal sistema di amministrazione ecclesiastica già svoltosi pienamente e perfezionatosi, con alla testa il Vescovo altamente riverito: ma tuttavia l’aspetto esterno di Roma era ancora tutto pagano. Durava la magnificenza pomposa della architettura antica; i monumenti pagani senza numero ergevano ancora loro vertici sublimi: e le basiliche cristiane, le maggiori situate fuori delle mura od ai punti estremi della Città, le minori sparse qua e là, sparivano quasi tra la copia dei grandi monumenti dell’antichità, nè avevano ancora tanta potenza che valesse a dare una figura novella alla Città.
Chi avesse mosso per Roma in sull’incominciamento del secolo quinto, si sarebbe sentito commuovere da un senso di tristezza profonda. Se l’apostata Giuliano, invece di Onorio, avesse fatto suo ingresso in Roma, avrebbe chiesto a sè stesso con grave cordoglio se fosse venuto in una città fatata ove morte avesse posto sua sede. Tutti quegli splendidi edificî dei Romani che sembravano sfidare il cielo con loro moli eccelse, non erano che morti marmi ostentanti una pompa già estinta. Il Cristianesimo padrone della immensa Città, era impossente a ispirare novella vita in quel retaggio del genio degli avi; perocchè i principî che lo animavano avessero in dispetto, in abborrimento tutto che ritenesse ancora di forma pagana. I grandi monumenti della civiltà antica, la bellezza e lo splendore dell’arte dell’antichità, frutto del genio e degli studî raccolti di tanti secoli, lasciava cadere in rovine; e di essi non sapeva che usufruire qua e colà di un tempio, di qualche colonna, di frammenti di marmo caduti. Non mai la Storia scrisse nei suoi annali uno spettacolo simile di una generazione la quale disdegna da sè le creazioni di una splendida civiltà che sono ancora in condizioni perfette. Mezza Roma era ombra, era lo spettro dell’antica; e la meraviglia del mondo era condannata alla lunga agonia che precedeva ad una caduta inevitabile. I quattrocento templi, abbominio allo sguardo dei Cristiani, erano vuoti e deserti; e dietro la loro rovina trascinavano anche il decadimento della vita sociale, che abbandonava per sempre i ritrovi dei portici sontuosi e delle terme, e che lasciava nel silenzio e nello squallore i teatri e gl’ippodromi, altre fiate animati da tante feste, da tanta gioja. Roma diventava cadavere senza moto in una parte del suo corpo, nel tempo stesso che l’altra suscitavasi a giovinezza novella: ente singolare in cui due anime allignavano, fenomeno unico nella Storia della umanità, di cui era chiamata due volte alla testa. E questo alto contrasto della vita e della morte ebbe origine dal tempo di Costantino il grande, nè ai giorni nostri ancora disparve. Le rovine hanno pure la loro storia quanto la Chiesa ed il Pontificato, il quale accoglieva in sè lo spirito politico della dominazione di Roma sul mondo intero, suscitandolo dalle rovine del Monarcato romano: e le grandi ombre di Roma antica vedremo pure negli ultimi tempi del medio evo apparire, e mescersi tra i cittadini di quell’età, ed inspirarli.
Abbiamo descritto sin qui la duplice figura esterna della Città in sull’incominciamento del secolo quinto. Ed ora entriamo a narrare la storia di Roma nei secoli lunghi e in parte oscuri che vi succedettero: argomento vasto, elevato, tremendo quasi, e grave troppo alle scarse forze nostre. Sennonchè, dicevano gli antichi ch’egli è bello volgere l’animo alle grandi cose, ed io mi propongo di non badare a fatiche, nè di lasciarmi atterrire da difficoltà che mi tolgano speranza della via.