71.  Prudent., Peristephan., Hymn. XII, v. 45-54. Per avere notizie generali intorno la basilica si veda: N. M. Nicolai, Della basilica di s. Paolo, Roma 1815. La bella chiesa aveva conservato la sua forma antica fino al 17 di Luglio 1823, in cui per incendio rovinò. Dopo di Leone XII, si diè opera alla sua riparazione conservandosene il disegno nella parte essenziale, ma variando sempre negli accessorî. Mentre io scrivo, si attende ad ornare dei loro fregi i soffitti interni. Sono di forma più elegante, ma non così elevata e ricca com’era la forma di quelli celebrati da Prudenzio. Nel complesso tutto vi è freddo e scipito come il nostro tempo.

72.  Prudent., Peristephan., Hymn. XI, v. 195, sq.

73.  Anast. Bibl. in Damaso: Hic fecit basilicas duas: unam juxta theatrum sancto Laurentio. Lorenzo Fonseca vescovo di Jesi, scrisse la storia di questa mirabile chiesa: De basilica s. Laur. in Dam. libri tres, Fani 1745. Durante il sacco di Roma (1527), le soldatesche del Borbone misero a ruba l’antico archivio della chiesa, per la qual cosa pochi libri ne rimasero. Non ne potei trarre che ben poco, all’infuori della iscrizione per la consecrazione di Damaso.

74.  Anast. in vita Sixti III: Fecit autem basilicam beato Laurentio, quam et Valentinianus Augustus concessit.

75.  Questo fatto notabile scoperse il Bottari (Vedi Bunsen ec. III, 2, pag. 452). — Giovanni Ciampini, De sacris aedif. a Constant. costructis., c. 10, accoglie l’opinione che la Rotonda fosse un tempio di Bacco che Costantino tramutò in cappella cristiana. Il Laderchi se ne fece oppositore nella sua Storia della Basilica dei santi Marcellino e Pietro.

76.  Vedi l’annotazione del Nibby al Nardini, R. A., II, 12. — Don Raimondo Besozzi (Storia della Basil. di s. Croce in Gerus.) sostiene che il nome di Gerusalemme vi derivasse perchè s. Elena vi aveva fatto trasportare alcuni cumuli di terra dal monte Calvario (p. 26). Questa monografia è priva d’importanza.

77.  Jacobi Laderchii, De Sacris Basil. ss. Martyr. Marcellini Presb. et Petri Exorcista Diss. Hist. Rom., 1705.

78.  Juxta Pallacinas, è la lezione da preferirsi nel Lib. Pontif., in Vita s. Marci. Il Platina legge ad Palatinas, e l’Ugonio (p. 156 sq.), crede che si accenni al portico del Palatium. Afferma il Vignoli, che se n’abbia a trarre il nome dal circo Flaminio, che nei primi tempi barbarici era detto erroneamente Palatium. Dalla iscrizione 97 che trovasi nel De Rossi, ricavasi che in quella regione fosse un luogo appellato Pallacina.

79.  Anastas., Vita s. Liberii: hic fecit basilicam nomini suo juxta macellum Liviae. E nella Vita s. Sixti III: hic fecit basilicam s. Mariae, quae ab antiquis Liberii cognominabatur, juxta macellum Liviae.

80.  Anast., in vita s. Calixti: Hic fecit Basilicam trans Tiberim. Il nome addiettivo s. Mariae, che trovasi nel Vignoli, manca nei codici migliori. Il Martinelli, Roma ex ethn. sacr., p. 247, nega che la basilica fosse edificata da Calisto. Lo afferma invece senza provarlo l’Ugonio, p. 136, e dice, che è la più antica delle chiese di Roma dedicate alla Vergine. Potrà essere. Nella Vita s. Julii dice il Liber. Pontif.: fecit basilicam Juliam, juxta forum divi Trajani, basilicam Transtiberina regione XIV, juxta Callistum. Dal Titulus Julii deve distinguersi la Basilica Julia, che troveremo più tardi nel Laterano.

81.  Hieron., De viris Illustr., c. 15: obiit tertio Trajani anno, et nominis ejus memoriam usque hodie Roma extructa Ecclesia custodit. La storia di questa celebre basilica scrisse Rondininus: De s. Clemente Papa et Martire, ejusque Basilica in urbe Roma, libri duo. Romae, 1706.

82.  Claudian., De VI, Cons. Honor.

83.  Cod. Theodos., Lib. XV, Tit. 12, n. 1. Cruentia spectacula in otio civili et domestica quiete non placent etc. — La narrazione del Baronio che Onorio restituisse i giuochi di gladiatori con tutta la pompa, fu contraddetta dal Muratori e dal Pagi, ad ann. 404. Del sacrificio di Telemaco e della proibizione dei giuochi parla Theodoret., Eccl. Hist., V, c. 26.

84.  Cassiodor., Var., Lib. V, 24.

85.  Il cippo della statua di Stilicone, fu rinvenuto negli scavi fatti non lungi dal tempio della Concordia. Lucius Faunus, De antiq. urb. R. cart. 40, ne riporta la iscrizione pomposa. La iscrizione posta sull’arco trionfale trovasi nel Gruter, p. 287, tratta dal Cod. di Einsiedeln; e colle correzioni del De Rossi, leggesi nello scritto di quest’ultimo intitolato: Le prime raccolte d’antiche iscrizioni compilate in Roma etc. Roma, 1852, p. 121. È opinione del De Rossi, che l’arco di trionfo fosse eretto non lungi del ponte di Adriano. Nessuna notizia ci pervenne della sua posizione: è possibile però che esso fosse colà, imperocchè ivi si trovasse anche un arco eretto ad onore degli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio. Era ormai abbastanza ridicola la superba frase: ad perenne indicium triumphorum quib. Getarum nationem in omne aevum domuere extinctam.

86.  Claudian., De laudib. Stilichonis, lib. III, ne lo loda.

87.  Non est ista pax, sed pactio servitutis. Zosimus, V, c. 29.

88.  Theophan., Chronogr., p. 69: τούτῳ τῷ ἔτει ἐν Ῥώμῃ ἐμυκήθη ἡ γῆ ἐπὶ ἡμέρας ἐπτὰ. Il Gibbon racconta tutte le circostanze della caduta di Stilicone coll’ingegno d’un tragedo, ma che toglie imparzialità allo storico. All’eroe di guerra mancava il genio dell’uomo politico.

89.  Con acre livore dice Rutilio poeta pagano (v. 41):

Quo magis est facinus dire Stilichonis acerbum

Proditor arcani quod fuit imperii etc.

90.  Claudian., De bello Getico, v. 549, sq. Sozomen., IX, c. 6. Baronius, ad ann. 409. Socrates, Hist. Eccl., VII, c. 10: ἄπιθι τὴν ῥωμαίων πίρθησον πόλιν.

91.  Lactantius, Divinar. Institut., VII, c. 25.

92.  Claudian., De bello Get., v. 265:

Tunc reputant annos, interceptoque volatu

Vulturis, incidunt properatis saecula metis.

93.  Zosimus, V. c. 41. Sozomenus (greco e novaziano), V. c. 7.

94.  Zosimus, V, 50.

95.  Il Vaillant, Numismata, III, p. 154, dà il disegno della grande moneta d’argento di Attalo, colla iscrizione: Invicta Roma Aeterna. Roma seduta sul leone tiene sulla destra mano la Vittoria, e colla sinistra impugna la lancia. Anche nelle monete di Graziano è incisa l’imagine di Roma senza il Labaro, colla Vittoria e colla lancia.

96.  Ammian. Marcell., XIV, VI, 4, sq. e XXVIII, IV, 6, sq.

97.  Εἷς δόμος ἄστυ πέλει: πόλις ἄστεα μυρία τεύχει. Olimpiodoro scriveva dopo che Alarico ebbe saccheggiata Roma. Fozio diede un compendio dei 22 libri delle sue Storie, che dal settimo consolato di Onorio si stendono fino ai tempi di Valentiniano (p. 198, sq.).

98.  Vedi Gibbon, c. 31.

99.  De Civitate Dei, I, c. 32.

100.  Baron., Annal. a quell’anno.

101.  Ammian. Marcell., XXVII, c. 3. — Sordidae vestes candidae mentis indicia sunt, dice san Gerolamo animato da zelo monacale (ad Rusticum, ep. 123, c. 7).

102.  Si legavano i libri della Sacra Scrittura in pelle babilonese, ricca di bei fregi. Così Hieron., Ad Laetam, ep. 107, n. 17, dice: Codices amet, in quibus non auri et pellis Babylonicae vermiculata pictura placeat.

103.  Veredarius urbis — et altili geranopepa, quae vulgo pippizo nominatur. Ep. 22, ad Eustochium, c. 28. I diaconi avevano in Roma grande parte nelle faccende mondane perchè erano gli amministratori dei beni ecclesiastici. Si legga il Baronio, ad ann. 402, dov’è costretto a mostrarne il lato cattivo.

104.  Ep. 123, c. 10, ad Ageruchium.

105.  Questi tratti ho ricavato da parecchie lettere di san Gerolamo, quali Ep. 22, ad Eustochium; Ep. 123, ad Ageruchium, che è la più importante; Ep. 125, ad Rusticum; Ep. 147, ad Sabinianum (ch’era un Don Giovanni tonsurato) ecc.

106.  Il breviario del Curiosum Urbis, dice: Insulae per totam urbem XLVIDCII, Domos MDCCXC. Il breviario della Notitia: Insulae XLVI milia sexcentae duae e domos mille septingentae nonaginta VII. Il breviario di Zacaria numera: Dom. 46603, palat. 1797.

107.  Il Dureau de la Malle da confronti con Atene, con Parigi e con Roma, ha stabilito che la capitale del mondo sotto gl’Imperatori, fino al tempo di Aureliano, comprendesse una popolazione di 576,738 anime al massimo. Per la qual cosa le narrazioni del Vossio, del Lepsius, del Gibbon, sono cacciate tra i racconti delle Mille e una notti. Vedi Économie politique des Romains (Paris, 1840), I, liv. 2, c. X, sq.

108.  Procop., De bello Vandal., I, 2. Da quel passo possiamo dedurre che a’ tempi di Procopio i Senatori fossero trecento.

109.  La Historia Miscella dice: captaque est Roma IX Kal. Septemb. anno MCLXIV conditionis suae. — Theophan., Chronogr., p. 70: Πρὸ θ’, καλανδῶν Σεπτεμβρίου. — Il Pagi, che il Muratori segue ciecamente, tenta di dimostrare che la presa di Roma avvenisse nell’anno 409. Al 410 s’attengono il Baronio, il Gotofredo, il Sigonio, il Tillemont, il Gibbon ed i più recenti. Al signor De Rossi vo debitore di un argomento che mi fa accogliere come vero l’anno 410. Dai suoi materiali per una raccolta d’iscrizioni cristiane abbiamo ricavato: che dai tempi di Costantino fino al 409, si trovano ad ogni anno iscrizioni consolari, e, ad esempio, all’anno 405 si trovano 18 iscrizioni; al 406, 11; al 407, 9; al 408, 7; al 409, 6. All’anno 410, neppur una; e ciò dimostra che quello deve essere stato l’anno dei torbidi interni e della caduta della Città, non avendosi saputo quali nomi di Consoli porre nelle iscrizioni sepolcrali. La progressiva restaurazione dell’ordine conosciamo mirabilmente dalle iscrizioni consolari che di nuovo si rinvengono. Infatti all’anno 411, se ne trova 1; al 412, 1; al 413 ed al 414, nessuna; al 415, 1; al 416, nessuna; al 417, forse una; al 418, 1; al 419, 3; al 420, 2; al 421, nessuna; al 422, 3; al 423, 4; al 424, 5; al 425, 4; al 426, 6; al 427, 4; al 428, 4.

110.  Hieronim., Ep. 127, ad Princip., p. 953: Nocte Moab capta est, nocte cecidit murus ejus.

111.  Tacitus, Hist., c. 82, dove descrive la pugna dei soldati di Vespasiano coi Vitelliani: qui in partem sinistram Urbis ad Sallustianos hortos per angusta et lubrica viarum flexerant.

112.  Una prima traccia di tali leggende troviamo già nel Curiosum Urbis, Regio XIV, dove è detto: Herculem cubantem sub quem plurimum aurum positum est.

113.  In Fozio, pag. 180.

114.  Orosius, V, c. 39.

115.  Hieron., Ad Principiam, Ep. 127, n. 12: caesam fustibus flagellisque ajunt non sensisse tormenta: sed hoc lacrymis, hoc pedibus eorum prostratam egisse, ne te a suo consortio separarent. Marcella morì pochi giorni dopo l’assedio. San Gerolamo esclama con Virgilio:

Quis cladem illius noctis, quis funera fando

Explicet, aut posset lacrymis aequare dolorem?

Urbs antiqua ruit, multos dominata per annos;

Plurima perque vias sparguntur inertia passim

Corpora, perque domos; et plurima mortis imago.

116.  Nicephorus, Eccl., Hist. XIII, c. 35.

117.  Orosius, V, c. 39. S. Agostino (De Civitate Dei, nel primo Capitolo) tributa lodi ai Goti, e con gran fervore parla del trionfo di Cristo di cui tiene discorso anche Cassiodor., Variar., Lib. XII, ep. 20. Il Baronio difende il pio Onorio dell’accusa che per sua colpa Roma cadesse, e si scaglia in quest’occasione contro gl’idolatri che già da lungo tempo erano morti.

118.  Procop., I, 2, De bello Vandal.: Ῥωμαίων τοὺς πλείστους διαφθεῖραντες, locchè è troppo esagerato. Isidorus, Chronic. Gothor.: sicque Roma irruptione atque impetu magnae cladis eversa est. — Philostorg., Hist. Eccles., XII, c. 3, dice che la Città fu messa a ferro e a fuoco, e che i cittadini furono tratti in ischiavitù. Similmente Hieronim., Ad Principiam; August., De Civit. Dei, I, c. 3, 12, 13.

119.  August., De Civit. Dei, III, c. 29. Orosius, II, c. 19. Questo scrittore fa allusione alla Civitas Dei, nello scritto in cui si propone lo scopo istesso del libro di santo Agostino. Solo Socrate, Hist. Eccles., VII, c. 10, parla di «molti» Senatori martoriati ed uccisi, e la Historia Miscella lo ripete sulla fede di lui.

120.  Isidor., Chron. Gothor.: post tertium diem quo Romam ingressi sunt, nullo hoste cogente, sponte discedunt. Orosius, II, c. 19 e VII, c. 39. Histor. Misc. Il solo Marcellinus, Chronic. apud Sirmond., II, p. 356, parla di sei giorni, e questa versione segue Benedetto da Soratte: Alaricus trepidam urbem Romam invasit — sextoque die quam ingressus fuerat depraedata urbe egressus est. Che Alarico traesse con sè prigioni romani, è dimostrato dall’iscrizione esistente sulla tomba di Dionisio diacono e medico, che leggesi nel Gruter, 1173, n. 3:

Hic Levita jacet Dionysius artis honestae

Functus et officio quod medicina dedit ec. ec.

Postquam romana captus discessit ab urbe

Mox sibi jam Dns subdidit arte getas ec. ec.

121.  Procop., De bello Vandal., I, 2: ἔν αἶς ἧν καὶ ἡ Σαλουστίου — ᾗς δὴ τὰ πλεῖστα ἠμίκαυτα καὶ ἔς ἑμὲ ἕστηκε.

122.  Socrates, Hist. Eccles., XII, c. 10: Τὰ μὲν πολλὰ τῶν θαυμαστῶν ἐκεινῶν θεαμάτων κατέκαυσαν. Ciò è ripetuto anche nella Histor. Miscella, e in Cassiodor., Hist. Eccles. tripart., II, c. 9. (T. I, p. 368, Opera). Philostorg., Hist. Eccl., XII, C. 3: ἐν ἐρειπίοις δὲ τῆς πόλεως κειμένης. S. Hieron., Ep. XVIII, ad Gaudent., p. 959 (ediz. di Verona): Urbs inclyta, et Romani imperii caput, uno hausta est incendio. Questa lettera fu scritta nell’anno 413.

123.  Jornand., De reb. Get., c. 30. Alarico jubente spoliant tantum: non autem, ut solent gentes, ignem supponunt. Un passo che trovasi in Marcell., Com. Sirmond., T. II, p. 356, dice con espressione più moderata e più giusta: Alaricus trepidam urbem Romam invasit, partemque ejus cremavit incendio. Ancor più mite è l’opinione di Battista Ignazio, sulla fine della storia di Zosimo: Intromissus Gothus majori ignominia quam damno urbem omnem depopulatur.

124.  Orosius, Hist., II, c. 19, p. 143.

125.  Facto quidem aliquantarum aedium incendio, sed ne tantum quidem etc. Orosius, ultimo lib., c. 39. Si veda anche il Sigonio, De occid. Imper., X, verso la fine.

126.  Pietro Barga, nel 1656, publicava uno scritto intitolato: De Privatorum publicorumque aedificiorum urbis Romae evasoribus, in cui egli cercava di distruggere le accuse lanciate contro i Barbari. Egli tributa grandi lodi ad Alarico (p. 15). In quello però che risguarda l’arte, il Barga è più barbaro dei Vandali. Il Tiraboschi, Storia della Letteratura, Tom. III, non è meno caldo difensore dei Barbari, ed il Fea è più profondo dei due. Può ben provarsi, egli dice, che non s’abbiano portata quella devastazione che crede il volgo (p. 268).

127.  Rutilii Claudii Numatiani, Itinerarium ad Venerium Rufium. Il Poeta abbandonava il carico di prefetto della Città nell’anno 417, e se ne tornava nelle Gallie sua patria. Quell’inno sgorgando dal suo animo commosso, è simile alla voce d’un cigno che lamentoso abbandona le sponde del Tevere e batte le ali al suo viaggio di migrazione:

Exaudi regina tui pulcherrima mundi

Inter sidereos Roma recepta polos.

Exaudi genitrix hominum, genitrixque deorum,

Non procul a coelo per tua templa sumus.

128.  Hieron., T. V, Op. ad Eustochiam, che serve d’introduzione ai suoi Commenti su Ezechiello.

129.  Haeret vox et singultus intercipiunt verba dictantis. Capitur Urbs quae totum cepit orbem — è rettoricume che non rende bene la nostra lingua. Ep. 127, ad Princip., I, p. 953. — Nel concitamento del suo discorso egli congiunge alcuni passi d’Isaia colla descrizione di Virgilio della caduta di Troja. Vedi anche Ep. 130, ad Demetriadem, p. 973, sq.: Urbs tua, quondam orbis caput, Romani populi sepulchrum est, ed a pag. 974 egli parla con amplificazione da retore di Romanae urbis cineres. Prospero Tiro, contemporaneo, dice nel Chron. che leggesi nel Canisio, T. I: Roma, orbis quondam victrix, a Gothis, Halarico duce, capta.

130.  Procopio narra questo aneddoto caratteristico nella sua storia De bello Vand., I, 2.

131.  Augustin., De urbis excidio. Opera, T. V, p. 622-628. Ediz. di Venezia, 1731.

132.  S. August., De Civitate Dei, I, c. 7: quidquid ergo vastationis, trucidationis, depraedationis, concremationis, afflictionis in ista recentissima Romana clade commissum est, fecit hoc consuetudo bellorum. E il Serm. 107, de verb. Ev. Luc., 10, n. 13; 11, n. 12.

133.  

Unum, mira fides, vario discrimine portum

Tam prope Romanis, tam procul esse Getis, v. 335.

134.  Jornand., De reb. Get., c. 81. Qui suscepto regno revertens iterum ad Romam, si quid primum remanserat, more locustarum, erasit.

135.  Narrano con qualche esagerazione dello sbarco e della sconfitta di Eracliano Orosius, VII, c. 42 e Idacius, Chron. apud Sirmond, ed anche Marcellinus Comes.

136.  Prosper Aquit. Chron.: Honorius triumphans Romam ingreditur, praeeunte currum ejus Attalo, quem Lyparae vivere exulem jussit. Degna di lode è questa mitezza d’animo.

137.  Vi si riferisce la Descriptio urbis Romae, quae aliquando desolata nunc gloriosior piissimo Imperatore restaurata, che trovasi nel Labbe e nel Panciroli. — Philostorg., XII, n. 5: Μετὰ ταῦτα δὲ καὶ ἡ Ῥώμη τῶν πολλῶν κακῶν ἀνασχοῦσα συνοικίζεται καὶ. ὅ βασιλεὺς αὐτῇ παραγεγονὼς, χειρὶ καὶ γλώττῃ τὸν συνοικισμὸν ἐπικρότει. — Nicephorus, Eccl. Hist., XIII, c. 35. — Orosius, VII, c. 40, dice che la Città in breve fu restituita in isplendore: irruptio urbis per Alaricum facta est: cujus rei quamvis recens memoria sit, tum si quis ipsius populi Romani et multitudinem videat et vocem audiat, nihil factum, sicut etiam ipsi fatentur, arbitrabitur, nisi aliquantis adhuc existentibus ex incendio ruinis forte docentur. È passo degno di nota.

138.  Olimpiodoro in Fozio, pag. 187.

139.  Rutilius, V, 115-165. Egli chiude quella calda apostrofe con questi versi pieni d’affetto.

His dictis iter arripimus, comitantur amici:

Non possum sicca dicere luce: vale!

140.  

Sedes Roma Petri: quae pastoralis honoris

Fucat caput mundo, quicquid non possidet armis,

Relligione tenet.

Versi di Prospero d’Aquit., Bibl. Max., VIII, 106. a, nel Beugnot, II, pag. 115 in nota.

141.  Secondo Eusebio, san Pietro sarebbe venuto in Roma nel secondo anno di regno dell’imperator Claudio, ma gli Atti degli Apostoli contraddicono a questa asserzione, e il Liber Pontificalis e Lattanzio narrano ch’egli venisse nella Città ai tempi di Nerone. Si crede che l’Apostolo abbia tenuto il seggio vescovile da lui fondato, per un periodo di 25 anni, ma la sana critica rigetta questo fatto, imperocchè essa attribuisca al primo pontefice di Roma 10 anni al più, cioè il periodo dall’anno 55 al 65, nel quale, morto l’Apostolo, succedette Lino. Vedasi Francesco Pagi, Breviar. Gestor. Pontif. Roman., dove parla di san Pietro.

142.  Baronius, Annal., Muratori, Annal., e Pagi, Critica a quell’anno.

143.  Muratori, Annal., ad ann. 425.

144.  Il Gruter, 1170, n. 7, riporta l’antica iscrizione che leggevasi sulla porta maggiore della Chiesa:

Virgo Maria tibi Sixtus nova tecta dicavit

Digna salutifero munera ventre tuo.

Tu genitrix ignara viri; te denique foeta

Visceribus salvis edita nostra salus.

Ecce tui testes uteri sibi praevia portant

Sub pedibusque jacet passio cuique sua.

Ferrum, flamma, ferae, fluvius, saevumque venenum

Tot tamen has mortes una corona manet.

La chiesa era, nel secolo sesto, chiamata Basilica s. Dei Genitricis ad Praesepe, come apprendo da una narrazione degna di nota (di cui il De Angelis non si giovò), che, scritta verso la metà del secolo sesto, leggesi nel Marini, Papiri diplomatici, n. XCI, p. 142. Il Valentini (La Patriarcale Bas. Liberiana descritta ed ill., Roma, 1839) ne trasse la notizia che essa ricevesse questo titolo soltanto allora che vi venne deposta la mangiatoja del presepe dove nacque Cristo, che fu trasportata di Gerusalemme dopo l’anno 642. La critica sdegna occuparsene.

145.  Nella cronologia dei musaici delle chiese io seguo Giovanni Ciampini: Vetera Monumenta in quibus praecipue Musiva opera etc., Romae, 1690. Che i musaici in santa Maria M. appartengano all’epoca di Sisto III, dimostra l’iscrizione posta sull’arco trionfale: Xystus Episcopus Plebis Dei. Non vi furono condotti restauri troppo rozzi.

146.  Si trovano le descrizioni di quei musaici nella Dissertazione II di Francesco Bianchini, pag. 123 e seg., vol. I, della sua ediz. di Anastas., e nella Basilica Liberiana descr. ed illustr., Roma, 1839. Nove quadri che andarono distrutti furono sostituiti nel secolo decimosesto da pitture che imitano lo stile dei musaici.

147.  Alcune di queste figure subirono più tardi alcuni mutamenti, e spetta alla storia dell’arte farne osservazione e spiegarne il fatto. Nel Manuale della Storia dell’Arte del Kugler si osserva erroneamente che i musaici dell’arco trionfale rappresentano «di preferenza argomenti tratti dall’Apocalisse», pag. 380, della bella versione italiana che ne ha publicato il valoroso Ab. Pietro dott. Mugna. Venezia, 1852.

148.  Questo bel concepimento vidi espresso in un affresco della chiesa del Convento di s. Benedetto in Subiaco con felice imitazione del musaico. Sembra che appartenga al secolo duodecimo od al decimoterzo, in quell’epoca in cui vi dipingevano Consolo ed altri artisti.

149.  Anastas., in s. Sixto III. Fastigium argenteum in basilica Constantiniana, quod a barbaris sublatum fuerat.

150.  Hieron., Epist. 52 ad Nepotianum, c. 10. L’Agincourt nella sua Storia dell’arte si prese la cura di raccogliere un catalogo delle opere artistiche donate alle chiese dai Papi e dagli Imperatori dal quarto al nono secolo. Alla fine del Vol. I.

151.  Prosper., Chron. ad ann. 443.

152.  Gibbon, c. 35. Muratori, Annal. ad ann. 450.

153.  Jornand., De Regnor. success., nel Muratori, T. I, P. I, p. 239, e De Reb. Get., 42. Prisco, scrittore contemporaneo (Excerpta de Legat., p. 39, 40) e Marcell. Com. narrano la storia di Onoria e delle relazioni di lei con Attila.

154.  Negli Italiani moderni spira talvolta quell’odio puerile, ed anche uomini illustri quali il Ranieri (Storia d’Italia dal V al IX secolo, Brusselles, 1841), ed il Nicolini non ne sono del tutto scevri. Eglino avrebbero dovuto informarsi piuttosto all’imparziale discernimento del Muratori (V. Annal. ad ann. 482 verso la fine, ed in altri luoghi).

155.  Hist. Misc., XV. In Cassiodor., Variar., Lib. I, ep. 4, è detto che fra i legati furono anche il padre di Cassiodoro e Carpilione figlio di Ezio. Jornand., De reb. Get., c. 42. Prosper., Chronic. ed il Liber Pontif. parlano dell’ambasceria.

156.  Jornand., De reb. Getic., c. 42.

157.  I Padri della Chiesa venerano gli Apostoli quali patroni di Roma: ad esempio s. Paolinus, Natal. XIII, Fragm. de Gothorum exercitus cum suo Rege interitu. Numi tutelari di Roma li chiama anche Cassiodor., Varior., XI, 13. — Quella leggenda è di origine assai più recente. Gli editori delle opere di Leone (Lugdun., 1700) asseriscono che la leggenda sia stata inserita nel Codice della Hist. Misc. edito da Giano Gruter, perocchè i Codici più antichi non la contengano. Si veda Dissert. I, de vita et reb. gestis s. Leonis M., p. 165 sq. nell’Appendice.

158.  Marangoni, Cose Gentilesche, c. XX, p. 68. Torrigius, De Cryptis Vat. etc., p. 126, e Sacri Trofei Romani, p. 149. Bonanni, Templi Vaticani Historia, p. 107. Della statua del san Pietro avrò occasione di parlare nel Vol. II.

159.  S. Leo. M., Sermon. in octava Apost. Petri et Pauli LXXXI. Il Muratori (ad ann. 455) afferma che s’incominciò a celebrare la festività dopo la ritirata dei Vandali. Quantunque gli Editori delle opere di san Leone asseriscano la stessa cosa, mi sembra più esatta la opinione del Baronio, che quel sermone si riferisca ad Attila. Io non credo che Leone dipingesse il terribile saccheggio dato dai Vandali colle semplici parole: qui corda furentium Barbarorum mitigare dignatus est, nè in quel caso egli avrebbe parlato di Roma salva dalla servitù. Il Papencordt (Geschichte der Vandal. Herrsch. in Afrika, Berlin, 1837) opina persino che quella predica fosse stata tenuta subito dopo la ritirata dei Vandali. Or come avrebbe potuto una città caduta in tanto squallore pensare ai giuochi del circo?