I Goti cinsero la Città ponendo campo di fronte a tutte le porte, come già avevano fatto nel primo assedio. Alarico volgeva tutta la sua operosità contro porta Salara prossima a monte Pincio, dinanzi a cui, forse perchè le mura erano colà più deboli, aveva fin dall’incominciamento dell’assedio eretta la sua tenda. Non giunse fino a noi chiara ricordanza nè dei meschini mezzi di difesa usati dai Romani, nè della durata dell’assedio. Sembra però che Alarico non movesse all’assalto, ma che l’esito della sua impresa tranquillamente attendesse dall’alleanza degli Ariani e dei Pagani della Città coi quali teneva segreti accordi, e dall’alleanza più terribile della fame che desolava di nuovo la misera Roma, quantunque una grande moltitudine di schiavi fossero fuggiti ai Goti. Egli poteva finalmente penetrare di soppiatto entro le mura; e già cento anni dopo, s’era cancellata dalla memoria degli uomini la ricordanza del modo con cui egli aveva preso Roma, di maniera che lo Storico greco Procopio ne spacciava le più inverosimili fole. Egli narra che Alarico, quasi fosse stanco del lungo assedio, facesse mostra di levare il suo campo, ed ai Senatori spedisse trecento ragguardevoli giovani Goti quali donzelli, pregando che li ricevessero come pegno di quella venerazione, che in lui non verrebbe mai meno, per la loro virtù e per la loro fedeltà all’Imperatore. E racconta che a quei giovani segretamente commettesse, che nel pomeriggio d’un determinato giorno si scagliassero contro le schiere che stavano a guardia di porta Salara, e di quella s’impadronissero; e afferma che anche avvenisse[108]. Nel tempo stesso poi scrive Procopio di un’altra versione che correva intorno la presa di Roma: secondo la quale, la nobile Proba (vedova dello illustre Petronio Probo) tocca di dolore alla miseria estrema delle plebi, che la fame cominciava a tramutare in cannibali, avrebbe fatto cessare il flagello, mettendo entro le porte i Goti: ma non è che una favola la quale i Cristiani avranno forse appresa in Africa.
Neppure l’anno della presa di Roma conosciamo con esattezza, imperocchè gli Storici ondeggino tra il 409 ed il 410. La notizia ne andò perduta fra le rovine dello Impero. Da una cronica compilata in tempi meno remoti è determinato fermamente che i Goti entrassero in Roma il giorno 24 di Agosto dell’anno 410, e noi pure abbiamo argomento di accogliere con certezza quell’anno 410[109].
Era notte allorquando i Goti penetrarono per porta Salara[110]. Appena i primi drappelli s’erano messi dentro la Città, che tosto appiccavano fuoco alle case vicine alla porta. L’incendio con rapidità diffondendosi lungo quelle vie strette e immonde[111], giungeva a cogliere le prime fabbriche dei palazzi Sallustiani che in quelle vicinanze s’elevavano. Le belle case dello Storico della guerra Giugurtina e della congiura di Catilina, nelle quali nei tempi andati era morto l’imperatore Nerva, furono la prima fiaccola che illuminò il sacco di Roma. La caduta di Cartagine e di Siracusa era stata una fine degna della vita di quelle città valorose. La loro eroica virtù commuove ad ammirazione, e il dolore nell’animo s’accheta allorchè si pensi ai sentimenti generosi ed alle grandi opere la cui ricordanza sopravvive alle genti cadute. Ma Roma la grande, che cade a quel modo sotto il ferro di Alarico, eccita nell’animo un senso di disgusto al pensiero che tanta viltà allignasse in quel popolo, che altre fiate era stato il più valoroso della terra. Non ci conforta il ricordo di una resistenza generosa: Roma non vide in quel dì che fuga, strage, saccheggio, tumulto spaventevole: spettacolo che a nessun testimone oculare bastò l’animo di descrivere.
Colla celerità con cui il turbine si rovescia, i Barbari si spinsero in tutti i quartieri di Roma cacciando dinanzi di sè torme di cittadini fuggenti e imploranti mercè ad alte grida, e facendone massacro. E poi si lanciarono a dare il saccheggio all’immensa Città. Agitati da istinto di depredare, scorrevano di palazzo in palazzo, irrompevano nelle terme, nelle chiese, nei templi: tutto rovesciavano in cerca di oro, e, strappato quanto ne trovavano, ne rapivano Roma in meno che si dica, e con l’ansia del ladro, caricati di bottino cavalli e carri, lo traevano fuori della Città. L’Unno ebbro del vino bevuto nelle case saccheggiate, non era tenuto in rispetto dalla bellezza artistica che i maestri alessandrini avevano profuso nelle suppellettili e nelle minuterie che ornavano le stanze riposte delle matrone romane; nè comprendeva a che servissero tanti capolavori inestimabili che, tramandati in retaggio nelle famiglie, rimontavano forse ai tempi dello splendore di Grecia; ed ignorava il valore di tanti oggetti preziosi, che gli avi dei vinti avevano rubato con simile rabbia di depredazione nella remota Palmira, in Assiria ed in Persia. I Barbari s’impadronivano di quei tesori dopo di avere ucciso il molle Fabunio e l’imbelle Reburro tremanti di paura, o dopo di aver soffocato nei loro abbracciamenti brutali la signora del palazzo. Molti Romani avevano senza dubbio nascoste durante l’assedio le loro ricchezze: per la qual cosa nei tempi posteriori narravansi in Roma molte leggende di tesori occulti. Ma la maggior parte, o per paura della morte, o denunciati dai loro schiavi fuggiti, o sottoposti a tormenti, avevano abbandonate le loro ricchezze agli invasori[112]. In nessuna altra città del mondo l’oste barbarica avrebbe potuto raccogliere più ricco bottino. Nè alcuno, dice Olimpiodoro che viveva in quel tempo[113], può imaginare quanto grande, quanto smisurato, oltre ogni credenza, esso fosse: e quattro anni dopo il sacco di Roma, Placidia doveva tingere la fronte di rossore, allorquando cinquanta giovinetti goti vestiti di tonache di seta, le porsero sorridendo, quale presente delle nozze di lei con Ataulfo, cento coppe ricolme di minuterie d’oro e di giojelli, che tutti, senza eccezione, i Goti avevano raccolti nel saccheggio della patria di lei.
Alarico aveva conceduta ampia licenza di depredare alla sua soldatesca, ma aveva imposto che si risparmiassero le vite degli abitanti, ed aveva comandato che le chiese, e sopra tutte le basiliche degli apostoli Pietro e Paolo, si rispettassero, quali asili in cui i cittadini fuggenti, di qualunque ceto e di qualunque origine, non dovevano essere molestati[114]. Obbedirono i Goti per quanto lo concedeva la loro cieca rabbia di preda. Irrompevano nelle case in cerca di oro; e i vestimenti poverili degli abitatori tremebondi ad ira li muovevano, reputandoli una maschera sotto cui si occultasse la ricchezza. San Gerolamo narra con dolore che Marcella, pia amica di lui, fu aspramente battuta: ella era nella sua casa situata sull’Aventino, allorquando una turba feroce di Barbari vi irruppe. Quella donna, che fu la prima monaca di Roma che nascesse di nobile stirpe, mostrò loro l’umile suo vestimento di penitenza, e caduta sotto le percosse di quei furibondi ne abbracciò le ginocchia supplicando che rispettassero la virtù della sua allieva Principia. Si commossero i duri petti di quei guerrieri, e rispettosi condussero a salvamento le due pie donne nell’asilo di san Paolo[115]. Ma alcuni di quei Barbari, pagani o ariani fanatici, non ebbero rispetto neppure ai chiostri di donne, chè con loro violenza feroce fecero onta alle sciagurate monache ed a stento soffrirono freno a non depredare gli arredi sacri delle chiese cattoliche. Ed anzi uno Storico ecclesiastico afferma, che se avessero avuto contezza dei tesori del san Pietro, vi avrebbero senza dubbio dato saccheggio[116]. Il vescovo Innocenzo, che allora era a Ravenna, aveva lasciato carico al Principe degli Apostoli della difesa delle sue basiliche: e ciò che era opera del nobile animo di Alarico e della venerazione di lui per la religione di Cristo, non dubitava di definire dal suo asilo remoto e sicuro, essere stato manifestamente miracolo dei Martiri.
In mezzo a quegli avvenimenti di orrore tanto più splendido appare un atto di umanità straordinaria, alla ricordanza del quale gli Storici, sia per il singolare contrasto che offre con quegli spettacoli di sangue, sia per sentimento di religione, si dilungano più che nella descrizione del saccheggio di Roma. Un Goto penetrava nella casa di una pia donzella, che sola, senza difesa, tremante, stava a guardia di un grande cumulo di magnifici arredi sacri. Già egli stava per iscagliarsi su quel ricco bottino, ma lo rattennero le parole che quella pia gli volse con maestosa calma: facesse ei pure ciò che più gli talentasse: di quei tesori il padrone era l’apostolo Pietro, ed il Santo saprebbe cogliere il profanatore. Ne fu talmente scosso il Barbaro che avrebbe voluto piuttosto porre la mano su un ardente braciere che su quegli ori: egli si ritrasse e corse a re Alarico, e narratogli quanto gli era occorso, n’ebbe comando di trasportare i tesori sacri dell’Apostolo al san Pietro, e di accompagnarvi la loro pia custode con buona guardia. Quella schiera di predoni feroci procedeva per le vie verso la basilica, trasportando con senso di devozione i calici, le patene, le lampade, le croci su cui scintillavano smeraldi e giacinti: e tutto a un tratto mutavasi in una processione solenne. Cristiani fuggenti, donne sul cui volto era il pallore della paura, traenti a mano i loro fanciulletti, vecchi imbelli, e uomini tremanti, e pagani atterriti, andavano frammisti ai Barbari dalle armi e dalle vestimenta sozze di sangue, e sulle cui oscure facce leggevasi una lotta ardente tra la passione bestiale di depredare e il sentimento religioso. Tutti muovevano insieme al san Pietro lungo le vie di Roma piene di tumulto, ed interrompevano l’orrendo strepito del saccheggio colle note lunghe, solenni, maestose di un inno sacro, presentando un quadro che all’inspirato pennello di Raffaello sarebbe stato tema più bello, che quello del suo affresco dell’incendio di Borgo[117].
Quell’avvenimento celebrarono i Padri della Chiesa quale vittoria che la Religione cristiana aveva ottenuto in Roma funestata dalle stragi; nè quello fu il solo esempio della mitezza dei Barbari. I Goti, inacerbiti contro i Romani che gli abborrivano per la loro eresia ariana, incrudivano contro la Città; e inaspriti per la ricordanza delle antiche sconfitte delle quali volevano vendicare l’onta, davano libero corso alla loro rabbia contro quel popolo miserabile che sprezzavano. Migliaja di uomini perirono in Roma e fuori delle mura sotto il loro ferro e sotto la spada degli Unni, degli Scirri, degli Alani seguaci del Paganesimo, e delle turbe sfrenate degli schiavi liberati, di maniera che santo Agostino deplorava che mancassero braccia a dar sepoltura ai cadaveri[118]. Tuttavolta i Romani erano tanto caduti di animo, che, attendendo una distruzione universale simile a quella che aveva colpito Gerusalemme e Ninive, ebbero argomento a lodare la mitezza del nemico. Ed alcuni di quegli Storici stessi che deplorano tanto sangue versato in quella strage, narrano pure con gioja che dell’ordine senatorio pochi furono gli uccisi; ed a mitigare l’orrore del quadro ricordano che la Città era stata condotta a condizione di gran lunga peggiore, allorquando cadde sotto i Galli feroci, condotti da Brenno[119].
La sorprendente brevità di tempo, che Alarico aveva conceduta al furore dei suoi, diminuì anche gli orrori di quel sacco, facendo sì che le soldatesche profittassero del termine loro conceduto unicamente a raccogliere bottino. Alarico era forse commosso da venerazione per la grandezza di quella sacra Roma, la quale, se un dì aveva scosso di tanta ammirazione l’animo del persiano Ormisda, più potente mille volte ora doveva scuotere la grande anima sua. Al mirare quella capitale del mondo che giacevagli prostesa ai piedi avvilita, al pensare che dall’alto delle sue colonne le severe figure di tanti eroi antichi, di cui conosceva in parte le geste ed i nomi, stavano guardandolo, Alarico sarà stato preso da una specie di terrore, ed avrà certamente pensato a Stilicone, vivente il quale non avrebbe mai tocco il suolo di Roma. Alarico non poteva trattenersi più a lungo nella Città donde non gli era possibile di trarre sussidî, e che non gli offriva un accampamento sicuro. L’Impero romano non era ancora ridotto a tale grado di disfacimento che gli fosse dato di farsi gridare Re d’Italia; e la presa di Roma, quantunque fosse un primo grado per giungere a quell’altezza, e benchè di quel grande avvenimento non potessero prevedersi le conseguenze, aveva soltanto le sembianze di una scorreria barbarica non avente altra mira che di porre a ruba il paese. Conoscendo giustamente che gli era impossibile di sostenersi in quella condizione, e preso quasi da terrore panico che la grandezza della sua stessa vittoria inspirava nel suo animo, Alarico dopo tre giorni abbandonò la Città saccheggiata, e mosse per la Campania traendosi dietro una grande moltitudine di prigioni, e conducendo con sè la stessa Placidia, sorella di Onorio, cui egli tributava onore conveniente all’altezza dei suoi natali[120].
Dopochè i Goti furono partiti della Città, quantunque non esercito nemico li cacciasse, nè paura li prendesse di oste che s’avvicinasse, i Romani ebbero agio di considerare la gravezza della loro miseria. L’avvenimento terribile del saccheggio fu accompagnato da una serie di circostanze tali, che non è facile trovare il somigliante negli annali delle altre città del mondo. Quell’avvenimento non lasciava dietro di sè, nè l’occupazione militare del conquistatore, nè alcuno di quei mutamenti politici che sogliono in simili casi avvenire; ma se la Città non vedeva più la faccia del nemico entro le sue mura, vedeva però tutte le tracce spaventose del nemico; e sembrava che non gli uomini l’avessero funestata col flagello della guerra, ma che piuttosto un cataclisma tremendo di natura repentinamente l’avesse colpita e devastata. Possiamo ben di leggieri immaginare quale orrore dovesse presentare l’aspetto di Roma nel giorno in cui i Goti ne uscirono: e non vi fu Storico che abbia avuta la forza di darne la descrizione, nessuno fu che desse ragguaglio particolare delle rovine che i Goti lasciarono dietro di sè. Ma qui si presenta una ricerca sull’estensione di quel danneggiamento, ed è quesito di non lieve importanza, imperocchè la storia dei ruderi di Roma, che in parte è nostro tema, incominci veramente da quel saccheggio dell’anno 410, il quale è avvenimento che determina un’epoca, sebbene già il disfacimento abbia principiato al tempo di Costantino.
Il sentimento di odio nazionale indusse per lunga pezza gl’Italiani a cercar di vendicare sulla memoria dei Goti la caduta di Roma che l’imperatore Onorio aveva sì vilmente abbandonata in loro balia, e che i Romani con somma vergogna non avevano saputo difendere. Le loro voci scagliarono contro il nome dei Goti l’onta eterna che i più bei monumenti dell’antichità abbiano distrutti. Ma studî più profondi, e di Italiani stessi, imposero silenzio a quelle voci: che se alcuna ben rada s’innalza, è prova soltanto di crassa ignoranza. Lo Storico può oggimai risparmiarsi la briga di dimostrare che la è pur folle cosa e ridicola di pingere sempre alla propria fantasia Goti, Vandali e quali altri Germani, che con rabbia strana e come per istinto, si scagliano contro i templi e contro le statue: quasi che nel breve tempo in cui tennero Roma, invece di mettere a ruba la Città, si fossero aggirati per le vie col martello alla mano abbattendo le statue, e con leve nei teatri fossero penetrati per l’unico scopo di provare le loro forze nell’inutile fatica di spezzarne i marmi.
I Goti lasciarono dietro di sè tutta quella rovina che è inseparabile da un saccheggio. Essi danneggiarono gli edifizî di Roma per quanto danneggia una soldatesca feroce che si lancia su una città a depredare, e che, impadronitasi delle robe mobili, non bada alla distruzione delle cose immobili che non può trar seco. Irrompendo nei templi, nelle terme, nei palazzi, ne strapparono tutti gli oggetti d’arte e tutte le cose preziose, e sotto le loro mani rozzissime, forse anche spinti da malo animo, molte statue bellissime di marmo saranno state distrutte per le vie e per le piazze. E una estesa devastazione avrà portato l’incendio, e già abbiamo detto che all’incominciamento del saccheggio i palazzi sallustiani furono messi in fiamme. Le loro ruine annerite dal fumo e fra le quali oggidì ancora miransi sorgere sul terreno poche vôlte arcuate ed alcuni corridoi, sono i vestigi dai quali lo storico Procopio, cento e quaranta anni più tardi, trae argomento a parlare della devastazione di Roma operata dai Visigoti[121]. Ma quello è il solo grande edifizio di Roma che si sappia aver trovata la distruzione in quella conquista, ed alle notizie date da quegli Storici che con esagerazione da retori parlano della Città conquisa dal fuoco, altre narrazioni si contrappongono che le prime attenuano e moderano. Il bizantino Socrate racconta, che la più gran parte delle opere mirabili di Roma fu distrutta dal fuoco; e Filostorgio narra che Alarico ritirandosi in Campania lasciò dietro di sè in rovine la Città, la cui celebre grandezza il ferro, il fuoco e le catene barbariche avevano annientata. E Gerolamo esclama enfatico: «Ahimè! perisce il mondo, ma delle peccata non ci mondiamo: la Città illustre ch’era a capo dell’Impero romano un solo incendio consunse». Ed Agostino in parecchi passi delle sue opere ricorda similmente l’incendio di Roma[122]. Per la qual cosa dobbiamo credere che alcuni edificî di Roma fossero danneggiati da incendî, quantunque lo storico Jornande dica: per comando di Alarico si restrinsero i Goti a depredare, e non appiccarono il fuoco come sogliono fare i Barbari[123]. Ma Orosio, scrittore contemporaneo, narra che Iddio era passato nel suo furore su Roma e l’avea colpita più tremendamente che gli uomini non avessero potuto fare: imperocchè una forza sovraumana avesse messo in fiamme le travi di bronzo, e avesse fatto precipitare la mole poderosa di grandi edificî, e il folgore cadendo nel foro avesse atterrati i falsi idoli, e un fuoco mandato dal cielo avesse divorato tutte le nefandità della superstizione antica, che le fiamme lanciate dal nemico non avevano potuto consumare[124]. Questa narrazione è degna di nota, non solo perchè sembra che ricordi una totale devastazione prodotta dall’incendio, ma perchè ci rammenta una leggenda sparsa fra i Cristiani, i quali, stando alla predizione delle Sibille, attendevano un incendio che doveva conquidere Roma. Ed allorchè ebbero udito della presa della Città credettero che quella profezia si fosse avverata, e che Roma, al pari di Sodoma, giacesse consumata dalle fiamme. Tuttavia, Orosio stesso, il quale giustamente celebra la mitezza di animo dei Goti, era finalmente costretto a narrare, che tre giorni dopo la presa di Roma, i Goti volontariamente ne uscivano, e che il fuoco aveva bensì recato alcuni danneggiamenti alle case, ma non sì grandi quali aveva prodotto l’incendio appiccatosi per accidente in Roma, nell’anno 700 dalla costruzione della Città. Ed anzi quello Storico afferma che i Romani avessero detto che dei mali sofferti nel saccheggio avrebbero messo tosto in pace il proprio animo, se loro si restituisse il sollazzo dei giuochi circensi[125].
Tutte queste narrazioni di scrittori contemporanei devono dunque persuaderci che quanto narrano gli Storici posteriori intorno alla devastazione di Roma contiene grandi esagerazioni: e perciò dobbiamo accogliere che la Città fosse data al saccheggio, ma che la breve durata di soli tre giorni, e l’ampiezza smisurata di Roma, ed il numero grande dei suoi edificî avessero resi quei danneggiamenti poco considerevoli[126]. Intorno ai grandi monumenti di Roma le torme barbariche si saranno scagliate durante quei tre giorni con grave tumulto, ma non gli atterrarono; chè i Barbari miravano quegli obelischi e quegli archi di trionfo con meraviglia fugace, senza che loro balenasse in mente il ridicolo pensiero di distruggerli. Allorquando trovavano statue d’oro e di argento, spezzavanle per cavarne bottino.; ma nè le statue equestri gigantesche di bronzo dorato, nè quelle di marmo gli allettavano a preda: ed essi lasciarono che stessero finchè venisse a rubarle un Imperatore bisantino del secolo settimo, nel tempo in cui Roma era ridotta all’estrema miseria e in cui la sua ricchezza consisteva negli arredi delle chiese. Due soli anni dopo la conquista di Alarico, uno Storico ed un Poeta venivano a Roma. E Roma desolata dal saccheggio era tanto lontana dall’aver le sembianze d’una Città caduta in rovina, e sì poco oltraggio avevale recato il fuoco, checchè dir possa santo Gerolamo, che ambidue con fervida ammirazione ne celebrarono la bellezza e la maestà senza pari. E infatti Olimpiodoro dà quella descrizione, che già conosciamo, delle terme e dei palazzi i quali s’ergevano ancora in tutto il loro splendore antico; ed il prefetto Rutilio di Numanzia, in quel suo inno di addio che volge a Roma partendo, non dice parola su devastazioni, ma anzi allorquando dalla barca su cui naviga il Tevere si volge per l’ultima volta a cercar dello sguardo la Città, egli si delizia allo spettacolo «della regina bellissima del mondo, i cui templi scagliano loro vertici al cielo»[127].
Allorquando le mille voci della fama ebbero annunciato al mondo civile la notizia che la capitale dell’orbe era caduta, grida di dolore e di paura s’elevarono d’ogni parte. Le province dell’Impero, che da secoli avevano imparato a venerare Roma quale acropoli invitta della cultura, quale maestra delle leggi del vivere civile, videro tutt’a un tratto quel loro santuario cadere, vilmente bruttandosi; e nel tempo stesso in cui la fede nella durata degli umani ordinamenti era in loro potentemente scrollata, pensavano che la fine del mondo incominciasse, secondo il vaticinio dei Profeti e delle Sibille. Le voci di alto lamento perderonsi nella vastità deserta dei tempi, e soltanto negli scritti di alcuni Padri della Chiesa, viventi in quel tempo, troviamo vestigi, quantunque modificati dalla morale cristiana e dalle forme rettoriche, dello sconvolgimento tristissimo che allora aveva colpito il mondo. La caduta di Roma distaccò l’attenzione dello stesso san Gerolamo dalle meditazioni solitarie sulle profezie di Isaia e di Ezechiello, nelle quali egli raccoglievasi allora nella remota Betelemme. Scosso da dolore profondo scriveva alla vergine Eustochia: «Io aveva condotto a compimento diciotto libri di chiose sulle profezie di Isaia, e già proponevami d’incominciare miei studî su Ezechiello, che spesse fiate ho promesso a te, o vergine cristiana Eustochia, ed alla pia madre tua Paola, ed io voleva porre, a dir così, l’ultima mano alla mia opera dei Profeti, quando, ahimè! odo la notizia della morte di Pammachio, di Marcella, e della presa della Città, e della uccisione di tanti fratelli e di tante sorelle. Ne smarrii il sentimento e la voce, così che notte e dì non ebbi altro pensiere se non se del modo di portar loro soccorso, e parevami di essere caduto io stesso nella schiavitù. Ma poichè ora il lume splendidissimo della terra s’è spento, poichè il capo del romano Impero fu svelto dal tronco, e, a dir meglio, poichè con quella sola città il mondo tutto perì, muto io divenni; e mi prese uno scoramento tale che mi tolse l’operosità nel bene; e il mio dolore si rinnovava senza interruzione; e il mio cuore batteva forte; e mi pareva che la mia mente fosse messa in fiamme»[128].
Più oltre egli dice: «Chi avrebbe creduto che Roma, la quale venne edificata delle spoglie di tutto il mondo, cader dovesse, e che la Città sarebbe stata culla e insieme tomba ai suoi popoli? che nelle terre d’Asia, d’Egitto, d’Africa sarebbero tratte in ischiavitù le figlie di Roma, della signora antica? che in Betelemme la santa, ogni giorno entrerebbero, mendicando la vita, uomini e donne, che un tempo brillavano per alti natali, e nuotavano nel soverchio della ricchezza?»
Son pur belli in bocca dell’illustre Gerolamo questi lamenti sulle sorti dell’antica Roma; ed allorquando leggiamo quel passo in cui nel suo cruccio egli esclama: «mi manca la voce, e scoppio in singulti allorquando sto per dire: fu doma la Città che aveva domo il mondo!»[129] l’animo nostro oggidì ancora si empie di tristezza perocchè sia indotto a pensare all’inanità delle cose umane. Tacciono invece le voci virili dei Romani; ed è ancor più sorprendente di udire sensi di duolo sulla caduta di Roma dalla bocca di un vecchio Padre della Chiesa, che siede solitario in Betelemme e che ne scrive ad una debole donzella, ad una pia monacella, e che paragona il destino della illustre e grande Città a quello che narrano le sacre pagine di Moab, di Sodoma e di Ninive. E, senza neppure volerlo, ci occorre alla mente ricordanza dei sospiri di quello illustre Scipione, che assiso sulle rovine di Cartagine, deplorava la caduta futura di Roma sua. E cerchiamo dello sguardo qualche Romano illustre in mezzo a tanta desolazione della Città caduta, e non lo trovando ci sembra che Roma non abbia avuto più nè voce, nè lacrime dopo di quelle del grande Scipione. La storia, o forse la leggenda romana, invece di un eroe immerso nel dolore, ci presenta il quadro disgustoso dell’Imperatore circondato dei suoi eunuchi, il quale, chiuso nelle paludi di Ravenna, confonde la perdita di Roma colla morte di un suo pollo favorito, cui egli aveva dato il nome della capitale del mondo, di Roma[130].
Il vecchio Gerolamo (che in Roma era vissuto lungo tempo) nella sincerità del suo dolore si eleva al di sopra del suo contemporaneo Agostino. Nelle espressioni di duolo del primo parlano alto il sentimento dell’uomo romano e la consapevolezza istorica della grandezza politica di Roma antica, a cui la Città andava debitrice del venerando suo aspetto. Al cuore di Agostino non avevano invece alcuna potenza tali considerazioni. Quel teologo, che per la vastità del suo genio si eleva su tutti gli altri della Chiesa latina, era inebbriato di gioia per la vittoria del Cristianesimo; nè abbiamo alcun argomento che c’induca a darne un giudizio di biasimo perchè egli mirasse con occhio d’indifferenza la caduta di Roma. Egli vedeva in quell’avvenimento la distruzione della Babilonia, dell’ultimo propugnacolo del Paganesimo; nè egli trovava da deplorare in quell’obbrobriosa caduta che il disordine esterno ond’era stata colpita la Chiesa, e la fuga e la morte dei suoi fratelli e delle sorelle in Cristo diletti. Egli scrisse a loro consolazione un trattato in cui egli esclamava: «E che dunque? se Iddio non volle risparmiare la Città, non eranvi neppure cinquanta Giusti fra tanti Fedeli, fra tanti monaci, fra tanti che fecero voti di continenza, in tanta moltitudine di servi e di serve di Dio?» E paragonando Roma a Sodoma, egli si rallegra, che Iddio, il quale la prima dalle fondamenta aveva distrutta, Roma abbia soltanto umiliata col suo castigo; e che, se in Sodoma nessuno aveva potuto uscir salvo, in Roma invece molti avessero potuto fuggire, per ritornarvi di nuovo, e molti, rimanendovi, nelle chiese avessero trovato un asilo inviolato. Ed anzi egli conforta i Romani avviliti, sciagurati nepoti degli Scipioni, richiamando alla loro memoria i mali ben maggiori sofferti da Giobbe: e rammentando loro, che ogni dolore terreno è temporaneo, cerca di consolare l’amarezza della loro doglia col pensiero dei tormenti onde saranno crucciati i dannati alla Gehenna per tutta l’eternità[131].
Egli scrisse il suo trattato «della caduta della Città» e l’opera sua illustre «della Città di Dio» in apologia del Cristianesimo contro le accuse ripetute mai sempre dagl’inacerbiti Pagani: i quali, se a torto rimprocciavano alla Religione cristiana la catastrofe che inevitabilmente colpir doveva la Città, tuttavia nelle declamazioni di vescovi fervidi di zelo, che con aperto compiacimento parlavano della rovina soprastante a Roma, trovavano ragione di confermarsi in quella loro credenza. E infatti l’odio di que’ Vescovi contro questa Sodoma, contro questa Babilonia era tale, che Orosio deplorava con sincerità che i Barbari di Radagaiso non avessero preso Roma. Colla distruzione dei Numi antichi, colla caduta della Vittoria e della dea Virtù, dicevano quei Pagani, anche la virtù romana s’era spenta, e la croce di Cristo s’era alleata alla spada dei Barbari per la distruzione della Città e dell’Impero. Per ispuntare gli strali di quelle accuse, Agostino scriveva quelle opere nelle quali la caduta di Roma gli offeriva acconci argomenti a enfatiche prediche e ad alte speculazioni morali intorno al reggimento di Dio sul genere umano: ed egli diceva ai Pagani che fra coloro che arditamente e senza rossore calunniavano i servi di Cristo, trovavansi di quelli che alla morte non sarebbero sfuggiti se non si fossero celati sotto le sembianze di confessori di Cristo; imperocchè ciò che in Roma rimase illeso fosse beneficio di Cristo, e tutto quello che durante il saccheggio era stato commesso di devastazione, di strage, di ruberia, d’incendio, di male di ogni maniera, fosse stato soltanto l’ordinario risultamento degli avvenimenti di guerra[132].
Deplorevole era la sorte dei Romani; tutte le famiglie erano cadute nell’estrema rovina, e loro era tolta speranza di restituirsi nel lustro primiero. Se si scorrano le Storie, sarà difficile trovare un altro avvenimento che a questo si possa paragonare per la gravezza delle sue conseguenze vuoi morali, vuoi materiali. L’aureola dell’antica ed aurea città s’era estinta. E secondo le leggi di natura, questa prima caduta doveva essere causa che essa ancor più profondamente precipitasse: e già il filosofo di quel tempo poteva scorgere le tempeste che si sarebbero riversate su di lei nei secoli venturi in cui Roma, accasciata sulle sue rovine, non sarebbe più stata che un morto nome, o un sepolcreto misterioso su cui, in mezzo ai simulacri caduti dei Cesari antichi, invece del trono dell’Imperatore si sarebbe elevato il seggio di un Vescovo. L’aristocrazia ch’era stata arbitra della vita politica nella costituzione antica, sostegno tradizionale della Città e dello Stato, era stata travolta e dispersa nel mondo. Di repente, dal possedimento di ricchezze immense, da eleganza splendidissima di costume era stata sbalzata nella mendicità; ed i rampolli delle più illustri ed antiche famiglie di Roma facevano meravigliare gli abitatori delle province più remote dell’Impero allo spettacolo della sciagura, non però immeritata del tutto, che gli aveva gettati nell’estremo della miseria.
Non v’ha luogo, scrive san Gerolamo, che non accolga genti fuggite di Roma. Molti cercavano di là dei mari, nell’Oriente remoto, un incerto asilo; molti s’imbarcavano per l’Africa dove le loro famiglie avevano possedimenti; e il conte Eracliano governatore di quel paese, e ch’era stato il carnefice di Stilicone, riceveva le nobili donzelle di Roma per poi venderle ad Assiri che ne facevano traffico. Più felici di questi Romani e degli Italiani erranti in lontane regioni, erano quei fuggitivi che avevano trovato asilo nella solitudine delle isole del mare Tirreno, in Sardegna, in Corsica e nel piccolo Igilium, che è l’odierna isoletta di Giglio, cui Rutilio di Numanzia dalla sua nave volgeva un saluto di gratitudine, perocchè avesse prestato rifugio ai Romani, che così trovavansi «a Roma tanto vicini, e sì lungi dai Goti»[133].