Questa donazione si riduceva a un bel nulla, allorchè Arichi, dopo la partenza di Carlo, rompeva il suo giuramento di vassallaggio. Il Duca riannodava trattative con Adelchi, e chiedeva valido aiuto a Costantino imperatore. Costantino VI era figlio di Leone IV e nipote di Costantino Copronimo, ch’era morto nell’anno 775. Il padre di lui aveva regnato da fervido iconoclasta fino all’anno 780, e, morendo, aveva lasciato il regno, ossia la tutela del figlio, ad Irene sposa sua. Questa donna greca, bella, astuta, gran maestra d’intrighi, aveva portato di Atene sua patria un occulto affetto all’onoranza delle imagini, lo avea nutrito sul trono di Bisanzio, e, durante la età minore di suo figlio, aveva trovato modo di ricomporlo di bel nuovo ad onoranza in Oriente. Nell’autunno dell’anno 788, Roma poteva celebrare il gran trionfo del secondo concilio ecclesiastico di Nicea, in cui con grande solennità era riposto in venerazione il culto delle imagini. L’Oriente implorava dalla Chiesa romana la remissione dei suoi errori; l’Imperatore e l’Imperatrice di Bisanzio confessavano che i loro predecessori avevano peccato, quando aveano indotto i popoli del Levante a ribellarsi alla reverenza delle imagini; eglino mandavano con molto ossequio messaggi al Papa, che aveva rotto ogni legame di sè e dell’Italia con Bisanzio e che s’era dato in braccio ai Franchi, e lo invitavano ad andarne a Costantinopoli[494]. Per ben mezzo secolo gli Imperatori greci avevano lottato contro la venerazione delle imagini dei Santi; ma, poco a poco, s’era andata affievolendo quella lotta gloriosa che l’intelletto avea combattuta contro una età intenebrata dalla superstizione, finchè la furberia di una femmina spigolistra e avida di dominio, conseguiva vittoria. Irene trovò un cantuccio nel calendario dei Santi, ma in verità ella comparve innanzi al tribunale di Dio, sozza dei sangue del suo figliuolo, che era stato da lei trucidato.

Così si acchetò l’acerba lotta a cagione di cui i Greci avevano perduto Roma; ma Italia rimase possedimento del Re dei Franchi, e Irene perfino vagheggiò di conchiudere col più possente Principe d’Occidente un’alleanza di parentela, da cui il suo trono potesse avere un puntello. Nell’anno 781, per mezzo di legati bizantini spediti a Roma, Costantino VI, figlio di lei, si fidanzava a Rotrude, figlia di Carlo; ma questo legame doveva sciogliersi tosto che Arichi di Benevento richiedeva d’alleanza l’imperatore Costantino. Era il Papa che ne dava contezza al Re dei Franchi; e lo ammoniva che Arichi aveva chiesto a Bisanzio il titolo di patrizio e la duchea di Napoli, promettendo di prestare reverenza all’autorità suprema dell’Imperatore, e di vestire, e di acconciare il capo alla foggia dei Greci; e aggiungeva che l’Imperatore aveva già mandato in Sicilia due spatarî per crearlo patrizio, e che a questo uopo avevano portato con sè vestimenta tessute in oro, e spada, e pettine, e forbici[495].

Ma la morte repentina del Duca impediva che questi progetti si effettuassero. I Beneventani allora pregavano Carlo di restituire a libertà il principe Grimoaldo, che, statico, aveva condotto con sè in Francia, e chiedevano che loro lo desse in duca; e Carlo, ad onta delle esortazioni e degli ammonimenti di Adriano, aderiva alle loro richieste. Grimoaldo II, accolto con giubilo dai Beneventani, poichè necessità dapprincipio lo imponeva, stava sommesso ai comandamenti di Carlo, e perfino si congiungeva alle soldatesche di Pipino per combattere Adelchi, che in fatto nell’anno 788 sbarcava nelle Calabrie, affine di conquistare nuovamente la corona d’Italia secondo i suoi antichi propositi. L’infelice figliuolo di Desiderio era volto in fuga, e tornava senza speranza a Bisanzio, dove, invecchiando nel dolore, moriva col titolo di patrizio. Caddero così a vuoto i progetti di restaurazione dell’antico Stato dei Longobardi; il quale continuò sua esistenza soltanto nel ducato di Benevento: qui Grimoaldo incominciò a reggere il governo secondo la mente del padre suo; condusse in moglie una nipote dell’Imperatore greco, e conchiuse una stretta lega colla corte di Bisanzio. Ma le guerre che egli ed il successore suo, Grimoaldo III, sostennero contro re Pipino, non appartengono all’argomento di questa Storia[496].