481.  Il primo volume della Storia della Marina pontificia nel Medio Evo dal 328 al 1499 del P. Alberto Guglielmotti fu edito di recente (1871) a Firenze, coi tipi dei Successori Lemonnier. L’originale del secondo volume (2. ediz.) di questa Storia della città di Roma, publicavasi nel 1869. (N. del T.).

482.  Il Giannone ecc. tratta bellamente di questo argomento e delle relazioni con Benevento, Lib. VI, c. 1 sgg.

483.  Cod. Carol., LIX; nel Cenni LVII, 343 sq.: Qualiter — proximo Martio mense adveniente, utrosque in unum conglobarent, cum caterva Graecorum et Athalgiso, Desiderii filio, et terra marique ad dimicandum, super nos irruant, cupientes hanc nostram Romanam invadere civitatem.

484.  Dalla conquista del Friuli data la divisione dei Ducati longobardi in Contee; ma la costituzione del gau e il feudalismo dei Franchi furono trapiantati in Italia: Leo, Storia d’Italia, III, 1, p. 206.

485.  Cod. Carol., LXXXIII; nel Cenni LX, p. 357 sg. La lettera è anteriore al 781, e il dubbio del Muratori che essa possa appartenere all’anno 791, è confutato dal Cenni che la attribuisce all’anno 777. Il Giannone, VI, c. 1, sulle orme di Camillo Pellegrino, trae erroneamente da questa lettera la conseguenza che i Beneventani avessero preso Gaeta, donata da Carlo alla Chiesa, e che l’avessero restituita ai Greci. A fior d’evidenza si tratta qui di alcune città della Campagna (aliquantas civitates nostras ampaniae). Io tengo opinione che Gaeta allora fosse ancora greca, quantunque possa negarlo il Federici (Degli antichi Duchi e Consoli Ipati e della città di Gaeta, Napoli 1791, p. 30, Introduzione).

486.  Nos quidem pro nihilo deputamus ipsam civitatem Terracinensem etc., Cod. Carol., LXIV; nel Cenni LXV, p. 377.

487.  Nefandissimi Neapolitani, et Deo odibiles Graeci — subito venientes, Terracinensem civitatem, quam servitio beati Petri et vestro atque nostro subjugavimus, nunc autem — invasi sunt.

488.  La frase: Ut sub vestra atque nostra sint ditione, e l’altra, spesse volte ripetuta, in servitio vestro, pariterque nostro, non è già espressione cortese, ma denota l’altum dominium del Re. Sembra che la lettera sia stata scritta tosto innanzi all’anno 781. L’amicizia tra Roma e Napoli durò soltanto breve tempo. Nell’epitaffio di Cesario, figlio di Stefano duce di Napoli, è detto:

Sic blandus Bardis eras, ut foedera Grais

Servare sapiens inviolata tamen.

489.  A quel battesimo ed alla presenza di Carlo in Roma hanno argomento alcuni versi che leggonsi in Dom. Bouquet, V, 401; ivi Carlo è appellato Console. Ne tace la Vita Adriani. Noto in essa per lo meno due specie di redazione; la più antica descrive completamente gli avvenimenti politici fino alla caduta di Pavia: ciò che sussegue spesso non è altro che un duplice compendio dei Registri di chiese. — Può vedersi il Chronic. Laurisham. Moissiac. gli Annal. Laurissenses e quelli di Einhardo, ad ann. 781.

490.  Einhardo, Annal. ad ann. 786, Annal. Lauristens., 787, Tiliani (787), il Poeta Saxo, ann. 786. — Il Chronicon Mon. Casin. I, c. 12 (nel Muratori, Script. IV) riferisce le condizioni di pace. La Storia di Erchemperto scorre di volo sul reggimento di Arichi.

491.  Quindi in poi la Chiesa romana fu veramente la lupa, di cui il poeta dice:

Ed ha natura sì malvagia e ria

Che mai non empie la bramosa voglia;

E dopo ’l pasto ha più fame che pria.

492.  Praesertim et partibus ducatus Beneventani idoneos dirigere dignetur missos, qui nobis, secundum vestram donationem, ipsas civitates sub integritate tradere, in omnibus valeant: Cod. Carol., LXXXI, nel Cenni, LXXXVIII, 475; XC, nel Cenni LXXXIX, 480; XCII, nel Cenni XC, 483. — De Capua quam b. Petro — pro mercede animae vestrae, atque sempiterna memoria, cum coeteris civitatibus obtulistis, LXXXIII, nel Cenni XCI; LXXXVI, nel Cenni XCII.

493.  Nel diploma di Lodovico il Pio (Borgia, Breve Istoria ecc. Append. III, p. 19) è detto; in partibus Campaniae Soram, Arces, Aquinum, Arpinum, Theanum et Capuam.

494.  Vedi la Sacra Imper. ad Papam, nel Labbé, Concil. VIII, 678 ecc., negli Atti del Concil. Nicaen. II. — Dopo l’assestamento della controversia delle imagini Adriano chiese la restituzione dei patrimonî di Sicilia e di altri luoghi, ma Bisanzio non vi diè risposta. Se ne duole il Papa nella sua lettera indiritta a Carlo (Labbé VIII, 1598). — La controversia delle imagini fu definita nell’anno 842 per opera dell’imperatrice Teodora, ma i Libri Carolini di Carlo e di Alcuino, e il Concilio di Francoforte del 794 si pronunciarono decisamente contrarî alla adorazione (προσκύνησις) delle imagini.

495.  Cod. Carol. LXXXVII; nel Cenni XCI, 488: Spatarios duos ad Patricium eum constituendum, ferentes secum vestes auro textas, simul et spatam, vel pectinem, et forcipes, sicut illi praedictus Arichisus indui et tondi pollicitus fuerat.

496.  Erchempert. c. IV, sq. — Grimoaldo II morì nell’anno 806; i Beneventani, piangendolo, scrissero sul suo sepolcro:

Perculit adversas Francorum saepe phalangas,

Salvavit patriam sed, Benevente, tuam;

Sed quid plura feram? Gallorum fortia regna

Non valuere hujus subdere colla sibi.

(Anon. di Salerno, c. 22.)

L’epitaffio, che vorrebbesi scritto da Paolo Diacono per Arichi, trovasi nell’Anonimo di Salerno, c. 16, e nel Pellegrino, Tumuli Princ. Longob. nella sua Historia Princip. Longob., t. III, p. 305. Tanto le iscrizioni funerarie dei Principi di Benevento quanto quelle dei Consoli e dei Duci di Napoli (ivi) riescono di sussidio alla storia di quell’età, e meritano di esser lette.

497.  Evellens portam usque ad arcum qui vocatur Tres Faccicellas: Anast. n. 356. Il Vignoli legge più esattamente falciclas. Ignota è l’origine del nome, che significherebbe tre fiaccole od altrimenti tre falciuole. — Il Fea, sulle Rovine, p. 380, pensa che fosse l’arco vicino al san Lorenzo in Lucina, fatto abbattere da Alessandro VII nell’anno 1662, e che nel più recente medio evo era appellato «delli Retrofoli» e «di Portogallo.» I Mirabilia dicono: arcus triumphalis Octaviani ad s. Laurentium in Lucina.

498.  Usque ad Pontem Antonini. Non convengo col Fea che questo ponte fosse il Sublicius, nè col Vignoli che fosse il ponte «Quattro Capi,» nel medio evo detto Fabricii Judaeorum. I Mirabilia con esatta serie enumerano: P. Antoninus, Gratiani, P. Senatorum; la Graphia specifica: Neronianus ad Sassiam (il distrutto ponte Vaticano presso santo Spirito), Antonini in arenula, Fabricii in ponte Judaeorum ecc. I Mirabilia parlano di un theatrum Antonini juxta pontem Antonini; e l’Ordo Roman. XI, nel Mabillon, Mus. Ital., II, p. 126, fa che il Papa vada ad majorem viam Arenulae, transiens per theatrum Antonini. Questo teatro pertanto non può essere stato altro che quello di Balbo (presso il palazzo Cenci). Vedi il Nibby, Roma nel 1838, II, 588 ed i Platner e Bunsen, III, 3, 65.

499.  Totas civitates tam Tusciae, quamque Campaniae congregans, una cum populo Romano, ejusque suburbanis, nec non et toto Ecclesiastico patrimonio: Anast., n. 236, 355.

500.  Anast., n. 331: Simulque in balneo juxta eandem ecclesiam sito, ubi et fratres nostri Christi pauperes, qui ad accipiendam eleemosynam in paschalem festivitatem annue occurrere et lavari solebant; dimostrazione dell’antico costume delle lavande dei piedi che fannosi a Pasqua nel san Pietro. Anche nel Laterano era un bagno simile, che probabilmente aveva origine dagli antichi palazzi: Anast., Vita Stephani III, n. 271 e Vita Hadriani, n. 333. — Sulla restaurazione dell’Aqua Trajana, vedasi Alb. Cassio, Corso delle acque ecc., I, pars. 1, n. 39, p. 359.

501.  Il Cassio assume l’anno 776 senza esporne la ragione. Ei parla (p. 361) di una seconda restaurazione della Trajana effettuata per opera di Adriano, ed è probabile che lo traesse in errore un’altra più breve notizia data da Anastasio, n. 346. Gli sfuggì l’avvertenza che la seconda parte della Vita Hadriani consiste di una duplice redazione, per lo che ne deriva la ripetuta enunciazione degli stessi edificî.

502.  Dum vero forma, quae Claudia vocatur, per annorum spatia demolita esse videbatur, unde et in balneis Lateranensibus de ipsa aqua lavari solebat, et in baptisterio ecclesiae Salvatoris domini nostri Jesu Christi, et in plures ecclesias in die sancto Paschae decurrere solebat: Anast., n. 333. Io credo pertanto di aver colto nel vero senso con ciò che ho detto più sopra nel testo.

503.  Sicut antiquitus abundantur, decurrere fecit: ibid.

504.  Forma quae Jobia vocatur: Anast., n. 332. Tal nome le è dato anche dall’Anonimo di Einsiedeln. — Il Cassio ha su questo punto un lungo e arido capitolo, I, n. 30. Ei si decide per la Marzia, e forse la Jobia era una ramificazione dell’Aqua Marzia che dava la più squisita acqua potabile di Roma, vero dono degli Dei, dice Plinio. Il Vignoli, all’invece, vuol correggere Julia in luogo di Jobia.

505.  Forma, quae Virginis appellatur, dum annorum spatia demolita, atque ruinis plena existebat, vix modica aqua in urbem Romam ingrediente — noviter eam restauravit, et tantam abundantiae aquam effudit, ut pene totam civitatem satiavit: n. 336. L’Anonimo di Einsiedeln vide ancora i suoi archi ruinati in vicinanza della colonna di Antonino: forma virginis fracta.

506.  Oggidì la proporzione dei possedimenti è la seguente: di 362 «Tenute» dell’Ager Romanus, persone private laiche ne possedono 236; Capitoli ecclesiastici, conventi, ospitali ed altri luoghi pii ne possedono 126. Vedi Emidio Pitorri ecc., p. 59.

507.  Nella collezione Deusdedit, trovansi locazioni date a soldati, come a Gemmulo e ad Alfio, al primo cuoco del Papa, a notai, a donne.

508.  Sugli Angariales vedi il Marini, Papiri, n. XLVI, documento dell’anno 1027.

509.  Sul colonato danno illustrazioni le Lettere di san Gregorio, il Liber Diurnus, i papiri del Marini, i documenti di Farfa, il Glossario del Ducange. Riferisco di una matricola, ossia canone enfiteutico nel territorio di Ravenna (nel Marini, n. 137): Colonia... praestat solidos numero... tremisses... siliquas... in xenio laridi pondo... anseres... gallinas... ova... per ebdomadam opera... lactis pondo... mellis pondo... — Oppure: Angariae quatuor cum bovibus et quinque a manibus etc.: Marini, p. 371, a. 3. — Nei documenti di Farfa vedasi al n. 33 (nel Fatteschi, p. 263, anno 750), una donazione di Lupo duce di Spoleto, all’Abazia di Farfa, in cui nominatamente si specificano molti coloni.

510.  La celebre chartula manumissionis nell’Ep. 12, V, di san Gregorio, in cui egli dimette in libertà due schiavi, Montana e Tommaso, fu assunta a praeceptum libertatis nel Liber Diurnus, c. VI, tit. 21, e dice: ... cumulo libertatis largito, ab omni servili fortuna et conditione liberum esse censemus, civemque Romanum solutum ab omni subjectionis noxa decernimus. E il notevole testamento di Mananes dell’anno 575 (Marini, Pap. n. 75, p. 116): ingenuos esse volo civesque Romanos. — Nel secolo ottavo trovasi nei Reg. Farfa, n. 94, Fatteschi, n. XXIV: servi et ancillae, quos pro animarum nostrarum ademptio liberos dimittimus; ibid., n. 97, XXVIII: Bonosulo clerico liberto nostro; n. 148, XXXVII, anno 792: le persone sono fatte libere, ma devono prestare all’Abazia annualmente angariae et pullos et pecus.

511.  Questa Galeria, che oggi è in completo decadimento ed è di veduta grandemente pittoresca, conta appena novanta abitatori. Rimase senza risultamento il proposito accolto nell’anno 1830 di volerla popolare (W. Gell ecc.) — E. Pitorri (ecc. p. 18) reputa che la odierna tenuta di santa Maria di Galera o in Celsano, sia il luogo dove esistesse una delle Domus cultae di papa Zaccaria.

512.  Anast., n. 328: seu Monasterium b. Laurentii, positum in insula portus Romani, cum vineis ei pertinentibus, simulque et lecticarium, quae vocatur Asprula. Fa meraviglia la spiegazione che il Ducange dà di questa oscura parola; egli afferma chiamarsi lecticarius il fundus, perchè vi si andava in lettiga.

513.  Calvisianum è uno dei nomi antichi, dei quali molti ancora si rinvengono a quel tempo. In una iscrizione esistente nella chiesa di santa Maria in Cosmedin (secolo ottavo) e nella Collezione Deusdedit, trovo ancora parola del Fundus Pompejanus, che è Mompeo, odierna tenuta nel Sabinate. Nel secolo ottavo durava tuttavia un Fundus Mercurianus. Nelle affittanze di Gregorio II trovansi un Campus Veneris, e terreni appellati Hostilianum, Porcianum, Coccejanum, Pompilianum, Servilianum e perfino Lucretianum (nel territorio Gabinate). Invece hanno suono italiano moderno: Casa nova, Cervinariola, Casavini, Casa simiama.

514.  Ivi la Chiesa ereditava da Leonino, prima console e duce, poi monaco, tre unciae del suo patrimonio detto Massa Aratiana ecc. La Uncia era la duodecima parte di un Jugerum, ossia un tratto di terra lungo venti piedi, largo dieci.

515.  Di questa chiesa, consecrata ad un Vescovo di Brindisi, e di un convento eretto ivi presso, fa menzione una volta anche san Gregorio. Due volte se ne trova cenno anche nella Vita Benedicti III (Anast., n. 559, 561), indi per l’ultima volta sotto Gregorio VII. Ancor nel secolo decimottavo se ne mostravano le ruine presso Torre del Quinto. Vedi il Galletti, del Primicerio, nota alla pag. 54.

516.  L’allevamento dei majali aveva avuto larghe proporzioni al tempo degli Imperatori, ed era considerevole anche adesso. In un diploma di Farfa (Fatteschi, n. XXI), Teodicio, duce di Spoleto, nell’anno 764, concede a quell’Abazia la pastura estiva nei suoi boschi per duemila porci: debeant papulare in gualdis nostris.

517.  In porticu — ubi et ipsi pauperes depicti sunt; bellissimo degli ornamenti per un palazzo vescovile. Ecco l’indice delle provvisioni: per cento poverelli decimatas vini duas (la decimata corrisponde a sessanta libbre, dunque libbra 1 1⁄5 a testa), oppure cuppam capientem calices duos, che corrisponde ad una foglietta all’incirca; caldaria plena de pulmento, da cui ogni persona riceveva carnem de pulmento. Il pulmentum non era sempre una vivanda di carni; nella Cronica di Benedetto da Soratte è detto: pulmentum ex milio factum, vivanda fatta con farina di miglio, ossia vera polenta. — Intorno a Capracorum (posita in territorio Vigentano) vedasi Anast., n. 327, 328, 339. — Ebbi chiara idea del reggimento di queste colonie ecclesiastiche, allorchè vidi i dominî dei Certosini di Trisulti nelle campagne di Frosinone; ivi trovai sei monaci dalla bianca tonaca e dalla lunga barba, che facevano da ispettori di quelle tenute rurali, governando un popolo di mille coloni.

518.  

Hanc Turrem

ET PAGINE UNA. F

ACTA. A MILITIAE

CAPRACORUM

TEM. DOM. LEONIS

QUAR. PP. EGO AGATHOE (patrono della milizia).

Questa iscrizione, che ancor si vede infissa nel muro sopra la porta per cui s’entra dalla via di porta Angelica, ed un’altra iscrizione che riguarda la Militia di Saltisine, leggonsi nel Marini (Annot. n. 48, 240). Egli spiega acconciamente la parola Pagina per fronte del muro posta fra due torri; nel nome di Saltisine egli si studia di scoprire il significato di Calvisianum.

519.  Nella Militia di Capracorum scorgo un raro esempio della trasformazione di coloni in liberi agricoltori. Il nome Milites, almeno nel secolo undecimo, è talvolta traslato dal presidio dei soldati agli oppidani (Collez. Deusd. nel Borgia, docum. I, p. 7, 8). Capracorum è espressamente nominato come castello (Vedi le bolle nel Marini, Nota I al n. 48, e n. 46, p. 73, n. 48, p. 81). — Il Coppi in una piccola scrittura intitolata: Capracorum colonia fondata da s. Adriano I (Roma 1838), segue la storia delle sorti di questa terra, e pensa che l’antico Capracorum sia l’odierno Campagnano, vicino a Nepi. Il Marini ed altri si lasciano indurre dal nome di Caprarola (presso Viterbo) a cercare colà il luogo di Capracorum.

520.  Al cominciamento del portico (caput porticus) era la chiesa di santa Maria (oggidì Traspontina), che deve distinguersi da un’altra di pari nome nell’Adrianeo; ambedue Adriano elevò al grado di diaconie: Anast., in Adr. n. 337: unam quidem s. — Dei genitricis Mariae — quae sita est in Adrianio. Aliam — quae sita est — in caput porticus. Il Vignoli, in vece di Adrianio, legge (e fa meraviglia) Atriano, spiegando la dizione così: in atrio prope Vaticanum. Le annotazioni di questo benemerito editore del Liber Pontificalis, il più di sovente, sono fiacche.

521.  Anast. n. 341: plusquam duodecim millia tufos in littore alvei fluminis in fundamentis ponens. Se queste pietre di tufo provenivano da edifizî antichi, la devastazione dovette essere grandissima. Tufi qui significano quadroni di pietra travertina.

522.  Anast. n. 342.

523.  Anast. n. 356: Portas aereas majores mirae magnitudinis decoratas studiose a civitate Perusina deducens in basilicam b. Petri Apostoli ad turrem compte erexit. Il Bunsen ecc. II, p. 1, p. 64, opina che la Vita di Adriano attribuisca all’opera di questo Papa anche la torre dell’atrio; essa però parla soltanto della torre che è accosto al palazzo patriarcale del Laterano: quella del san Pietro ebbe origine da Stefano II.

524.  Questa inscrizione riferisce il Gruter, seguendo il Cod. Palatinus, p. 1163, n. 8. Eccone il passo:

Tradit oves fidei Petro pastore regendas,

Quas vice Hadriano crederet ille sua:

Quin et Romanum largitur in urbe fideli

Vexillum famulis qui placuere sibi.

Quod Carolus mira praecellentissimus rex

Suscipiet dextra glorificante Petri.

Il Bunsen, p. 90, col Papebroch, pone Imperium famulis invece di Pontificatum famulis, come ha il Gruter. Pontificatum non avrebbe alcun significato, e, dopo che ebbi esaminato i musaici del triclinio di Leone III, io correggo senza dubbiezza il senso, scrivendo: vexillum famulis, e penso che su quelle lamine ne fosse rappresentato il disegno: ne parla in favore anche il suscipiet dextra, locchè presuppone il braccio che impugna una bandiera. La lezione Imperium è preferibile naturalmente per la metrica; parimenti sotto questo riguardo non potrebbesi accogliere che solamente vexillum.

525.  Ivi il solo Adriano collocava sessantacinque di quei Vela: per universos arcus ejusdem Apostolorum Principis basilicae de paliis tyriis atque fundatis fecit vela numero sexagintaquinque. La voce arcus fu usata sbadatamente; chè sulle colonne del san Pietro posava un architrave a linea retta.

526.  In progresso di tempo si continuò a illuminare la chiesa di san Pietro prima con quella lampada a croce, indi con una minore, finchè quell’uso ne fu affatto sbandito nell’anno 1814. All’età di Pietro Mallio (in sul 1180) ardevano ogni giorno centoquindici lampade nel san Pietro, ed egli descrive la luminaria dei giorni festivi nel Cap. VI della sua Histor. Basil. Vatican. — Al tempo di Adriano, o poco dopo, un pellegrino di Salzburgo compilò un elenco delle chiese romane, dove numerò tutte le cappelle e tutti gli altari che erano dentro e intorno al san Pietro. Può dirsi che questa scrittura sia la più antica descrizione della basilica Vaticana. È compresa sotto il titolo di Notitia Ecclesiarum urbis Romae nel Vol. II, T. II delle Opere Alcuini, ed. Froben, p. 597.

527.  Per unumquemque titulum viginti, et linea viginti.Anastasio ne enumera 440, locchè, al tempo di Adriano, darebbe ventidue chiese titolari a vece di ventotto. L’Anonimo di Salisburgo specifica perfino solamente ventuna chiesa nella Città. — Al contrario si desume il numero di sedici diaconie in proporzione di sei tappeti per ciascuna, su novantasei. Adriano stesso fondò tre novelle diaconie, le due già menzionate di santa Maria, e quella di san Silvestro presso il Vaticano.

528.  Trovasi nel Muratori, Dissertazione XXIV delle Antiq. med. aevi: fu tratto da un codice di Lucca.

529.  Lo si può raccogliere dalla biografia di Adriano e da quella di Leone III. — A significare la porpora usavasi la voce blattyn; blatteus adopera Eutropio, e Sidonio appella blattifer il Senato. Blatta poi è chiamato l’insetto, del cui sangue si cava il colore cremisino. I vela, i pallia, le vestes, spesse volte hanno nome semplicemente dal loro colore e dalla loro stoffa, ad esempio holoserica, alba, rosata, prasina, rubea, alythina o de stauracin (da storax oppure da σταυρος: trapunto a croci). Dalla manifattura o dagli ornati hanno queste appellazioni: cum periclysi (con galloni), de blatta ornata in circuitu de olovero (tutto porpora da ὸλος; e verus, sc. color), de chrysoclavo cum historia (a bottoni o a punti d’oro), quadrapola (secondo il Bulengerus nel Ducange, ai quattro angoli auro textae, aut serico, vel tabulis auroclavatis), fundata (ossia auro textus, acu pictus). Pei lavori d’oro e d’argento battuto, è usata la solita espressione anaglyphus ossia sculptilis. Il Museo cristiano del Vaticano dà soltanto alcuni deboli saggi di quell’arte antica.

530.  Tertulliano pel primo parla del martirio di Giovanni in Roma: in oleum igneum demersus nihil passus est, in insulam relegatur. Vedasi il Martyrolog. ad diem 6 Maii. — Il discorso usitato è questo: Ante Portam Latinam in ferventis olei dolium missus est; così anche nei Mirabilia. La esatta espressione: juxta Portam Latinam, usata da Anastasio è tramutata in ante, e la chiesa oggidì ancora è detta «san Giovanni avanti Porta Latina» oppure «a Porta Latina.» Ne scrisse la storia il Crescimbeni: L’istoria della chiesa di S. G. a P. Latina, Roma 1716: ivi egli riferisce anche le leggende.

531.  La festività del Santo, che cade nel giorno 6 di Maggio, è di già compresa nel Liber Sacramentalis di Gregorio I; credesi pertanto che la chiesa esistesse fin dal secolo quinto, e che fosse edificata sulle rovine del tempio di Diana: Crescimbeni l. c., II, c. 1. — Il territorio che ivi si stende tra la via Latina e la via Appia, è illustre per le tombe degli Scipioni e per i più celebri colombarî di Roma.

532.  Più sotto del tempio della Pudicizia Patricia, ed in vicinanza di esso, erano il tempio rotondo di Ercole Vittorioso e l’Ara massima. Di ciò vedi il De Rossi: L’ara massima ed il tempio d’Ercole nel Foro Boario, Roma, 1854, pag. 7. Al tempo di Sisto IV, dai ruderi di un edificio rotondo fu disotterrato il famoso Ercole capitolino scolpito in bronzo dorato: è figura disaggradevole per il suo ammanieramento, e rimonta alla età di mezzo dell’Impero.

533.  Lo si ricava dall’Anonimo di Einsiedeln, il quale, additando la via che conduce al san Paolo, fa questa distinzione: Inde per scholam Graecorum, ibi in sinistra ecclesia Graecorum. Nell’itinerario dello stesso Anonimo si rinviene ancora la denotazione di Schola Graeca in Via Appia. — Si menziona in Ravenna una Schola Graeca in sul 572; Marini, Pap. n. CXX, 185: Leonti Medici ab Schola Graeca. — Nel Nerini, de templo S. Bonif. ecc., Append. I, il diploma di Ottone III, che ivi è riferito, dice: seu in rippa Graeca, vel in Aventino etc. Vedi il Crescimbeni, Istoria della Basil. di S. M. in Cosmedin (Roma, 1715), opera che quel canonico e custode dell’Arcadia ampliò nell’altra: Lo Stato della Chiesa di S. M. in Cosm., Roma, 1719.

534.  L’Anonimo di Salisburgo (in Alcuino, l. c., p. 600) enumera le seguenti chiese di Maria in Roma: Maria Major (così chiamavasi di già allora la S. Maria ad Praesepe), Maria antiqua, Maria rotunda, Maria transtyberim. Non parla della Schola Graeca, dacchè è probabile che egli scrivesse prima dell’edificazione di Adriano. Che questa Notitia fosse compilata nel secolo ottavo e non prima, ricavo da ciò che lo Scrittore conosce la cappella di santa Petronilla in san Pietro.

535.  Diaconiam vero s. Dei Genitricis, semperque virginis Mariae Scholae Graecae, quae appellatur Cosmedin..... veram Cosmedin amplissimam a novo reparavit: Anast. n. 341.

536.  Nerini, De Coenob. ss. Bonif. et Alex., p. 33, 37: Monasterii S. Bonifacii — et Alexii — quod ponitur in Abentinum loco, qui dicitur Balcerna. L’in Cosmedin e l’in Blachernis corrisponde, in Ravenna, al S. Apollinaris in Classe e, in Roma, al S. Georgio in Velabro etc. L’in determinava luogo o titolo, come in Lucina, in Damaso ecc., ma talvolta significava anche qualità; alcune chiese in Italia erano infatti dette in coelo aureo dai loro tetti scintillanti di dorature; una chiesa di Roma è da un suo altare detta in Ara coeli. — Ricordo finalmente che anche Carlo magno chiamò in Lateranis il suo palazzo di Aquisgrana, a ricordanza di Roma.

537.  Maximum monumentum de Tiburtino Tufo super eam dependens per anni circulum plurimam multitudinem populi congregans — demolitus est. È probabile che se ne adoperassero le pietre per costruire il portico del san Pietro.

538.  Nel muro del portico vedesi oggidì infissa una scultura antica che rappresenta una specie di frontispizio d’edificio ad otto arcate, colla iscrizione seguente che fu illustrata dal Crescimbeni:

Honoris Dei et sanctae Dei Genitricis Mariae

Pontificatus Domini Adriani Papae ego Gregorius Notarius.

Ritengo quella scultura non essere altro che un arabesco di fregio ornamentale.

539.  In Roma le torri di santa Maria Nova (oggidì Francesca Romana) e dei santi Giovanni e Paolo hanno costruzione pari a quella di santa Maria in Cosmedin.

540.  Item Bineas Tabularum 115, qui sunt in Testacio. Devesi intendere vigneti nel campus Testaceus. Le Tabulae sono misura di superficie dei campi. Del resto, quelle iscrizioni sono monumenti preziosissimi del latino barbarico di quell’epoca. — Oggidì Monte Testaccio è coronato di taverne, coperte di rottami di orci; gramo quadro della vita, che avrebbe ispirato un Orazio o un Hafis.

541.  Il Nibby, Roma nel 1838, I, p. 32, crede che il Testaccio non sorgesse prima del secolo quarto, perocchè essendovi state scavate delle grotte, vi si trovarono delle antiche sepolture; ed opina che non si elevasse soltanto allora che quei vasi antichi erano iti fuor d’uso; può darsi che al tempo di Teodorico già fosse sorto. Al secolo terzo lo attribuisce anche il Reifferscheid (Bullettino dell’Instit. di Corrispond. Archeologica, n. XI, Novem. 1865), e lo crede formato di vasi che riempievano i magazzini dell’emporio tiberino. Il Nardini, Rom. III, ant. p. 320, lo fa derivare dalla corporazione dei vasai che fin dall’antichità dimorava in quelle vicinanze; Andrea Fulvio e Lucio Fauno accolgono eguale opinione. Il Ficoroni lo crede formato del cumulo di ruine di colombarî. Per me sono lieto che il Testaccio si celi agli sguardi degli Archeologi, ravvolgendosi entro un velame di poesia.

542.  Nella dedicazione ad Adalberga, che è preposta alla Historia Miscella, Paolo celebra il genio della Principessa, dicendo: Ipsa quoque subtili ingenio sagacissimo studio prudentium arcana rimeris, ita ut philosophorum aurata eloquia poetarum gemmea tibi dicta in promptu sint: historiis etiam seu commentis tam divinis inhaerens, quam mundanis. — I sarcofaghi dei Principi di Benevento furono ornati con lunghe poesie. Di Arichi celebrava il Poeta:

Quod logos et physis, moderans quod ethica pangit,

Omnia condiderat mentis in arce suae.

Di Romualdo:

Grammatica pollens, mundana lege togatus.

Vedi questi epitaffi nel Pellegrini, l. c.

543.  Nel tom. V. Classicor. Auctor. del Mai, p. 420 segg., tra i Carmina varia aevi Karolini trovansi parecchi epigrammi sulla grammatica, sulla rettorica, sulla dialettica, sull’aritmetica, sulla geometria, sulla musica, sull’astronomia, sulla medicina. Sono tolti da un codice del secolo decimo, che contiene poesie latine del secolo ottavo. Dappoichè in una di quelle (n. XXI) Boezio è appellato NOSTER, sembra quasi che derivino da iscrizioni poste sopra edificî di scuole di maestri romani. — Nella scuola di Tours, in una sala dove gli amanuensi attendevano a copiare, leggevansi dei versi di Alcuino, nei quali era raccomandata cura sollecita dell’arte loro: J. J. Ampère, Hist. littéraire de la France etc, III 74.

544.  Tremulas vel vinnulas, sive collisibiles vel secabiles voces in cantu non poterant perfecte exprimere Franci, naturali voce barbarica frangentes in gutture voces, dicono gli Annales Lauriss., a. 787, Mon. Germ. I.

545.  Angelo Mai, nel tom. III dei Classic. Auctor., publicò tre Mitografi vaticani. Ancor nel secolo sesto un Martino, vescovo di Braga in Portogallo, scriveva un libricciuolo intitolato: De origine idolorum, ibid., p. 379.

546.  Benedetto (morto nel 725), da diacono scriveva in versi un libellus medicinae, ossia un epigramma sulla cura di parecchie malattie: Angelo Mai, V, 391.

547.  Praecellentissimos atque nitidissimos Deo dicatae regalis praecelsae scientiae vestrae mellifluos suscepimus versus, quod reserantes atque sigillatim relegentes, eorum robur cum nimio amplectimur amore: Cod. Carol. LXXXI, nel Cenni LXXXIII, 473 (dell’anno 787).

548.  Questa epistola poetica trovasi in Dom. Bouquet, V, 403, e nel Labbè Concil. VIII, 584, come prefazione al Cod. Canonum, che il Papa regalò in Roma a Carlo.

549.  La questione tanto discussa sull’origine della lingua italiana, fu anche recentemente trattata da Cesare Cantù: Sull’origine della lingua Italiana, Dissertazione, Napoli 1865. Il Cantù vuol dimostrare che l’italiano è una conversione naturale del latino antico. Quest’opinione, cui interamente mi associo, sarebbe suffragata dalla teoria dei trasmutamenti insegnata dal Lyell (Vedi il suo celebre libro Dell’antichità del genere umano, massimamente al Cap. XXIII).