400.  Si leggano i sopraddetti Atti di quel Concilio dell’anno 769.

401.  Per muros civitatis cum flammula ascendebant, metuentes Romanum populum, et nequaquam de Janiculo ipsi Longobardi ausi sunt descendere, n. 258. La flammula, dice il Vignoli in nota, era una banderuola purpurea che usavasi quale segno in campo; quello Scrittore ricorda la orifiamma dei Re francesi.

402.  Sicque praefatus Christophorus alia die aggregans in tribus fatis sacerdotes, ac primates cleri, et optimates militiae, atque universum exercitum, et cives honestos, omnisque populi Romani coetum a magno usque ad parvum: Anast., n. 271.

403.  Stefano III fu eletto addì 1 di Agosto, e consecrato nel dì 7 di Agosto: Jaffé, Reg. Pontif.

404.  Nam Constantinus invasor apostol. Sedis, dum deductus ad medium esset, et magna pondera in ejus adhibentes pedibus in sella muliebri sedere super equum fecerunt, et in Monasterium Cella novas coram omnibus deportatus est: Anast. in Stephano, n. 272. Stando al Martinelli ed al Catalogus Ecclesiar., questo chiostro di monaci greci s’ergeva presso la chiesa di santo Saba, che fu un abate di Cappadocia morto intorno al 532: il luogo era detto Cella nova, ed ivi erano le case possedute dalla madre di Gregorio magno.

405.  Gratiosus tunc Chartularius, postmodum dux: Anast., n. 269.

406.  Nel manoscritto D., edito dal Muratori, è detto: et Campaniae pergentem Alatro partem Campaniae ubi erat, come suppone il Papencordt nella sua Storia della città di Roma nel medio evo, a pag. 93. — Precisamente quando io era giunto alla conchiusione di questo secondo volume (nell’anno 1858) mi giunsero sott’occhio i materiali lasciati dal Papencordt e pubblicati dall’Höfler. La profondità degli studî di quel valentuomo prometteva un’opera di grande rilevanza, sebbene il Papencordt si restringesse alla sola parte d’argomento politico. Ma l’erudito scrittore fu rapito dalla morte nell’incominciamento della sua carriera, e fu perdita grave della scienza, che io in particolarità amaramente deploro. A lui s’appartiene la gloria di essere stato il primo a concepire l’idea di questa difficile impresa. Il suo disegno, simile a quello originario del Gibbon, era ignoto anche a me, allorchè nell’autunno dell’anno 1852 volsi il pensiero a quest’opera, e quando nell’anno 1855 ne impresi lo eseguimento. Dappoi, le mutazioni politiche d’Italia diedero nuova importanza allo studio del medio evo di Roma, che per lungo tempo fu negletto, e i lavori della sua storia si vanno estendendo ognora più. Nell’anno 1865 il Dyer publicò una History of the City of Rome, e nel 1867 A. di Reumont diede alle stampe i due primi volumi della sua Storia della città di Roma, che si stenderà dalla fondazione della Città fino alla età odierna, e, per gli avvenimenti di questi periodi di tempo, offrirà un quadro generale, giovevole per la gran moltitudine dei lettori. Pertanto, da un dieci anni a questa parte venne in vita una nuova letteratura in argomento della «Storia della città di Roma.»

407.  Presso il Colosseo. Con questo nome per la prima volta Anastasio appella l’anfiteatro di Tito.

408.  Eumque in teterrimam retrudi fecerunt custodiam, quae vocatur Ferrata in cellario majore: Anast., n. 274. Era un carcere munito di cancellata di ferro; la transenna, ossia andito presso il Laterano, fa argomentare che ivi una prigione esistesse. Si fa spesso cenno delle cellae o cellaria del Laterano, cantine o volte, ove si custodivano le vettovaglie, ed alle quali presiedeva il Paracellarius.

409.  Vedi nel Mansi il frammento sopra citato, e consulta anche il Labbè, Concil., tom. VIII, 483. Anast. dà soltanto la narrazione delle cose di maggior rilievo.

410.  Ita coram omnibus professus est, vim se a populo pertulisse, et per brachium populi fuisse electum, atque coactum in Lateranense Patriarchium deductum propter gravamina, ac praejudicia illa, quae Romano populo ingesserat Domnus Paulus Papa: Anast., n. 277. Ne consegue che una parte del popolo, gli ottimati in ispecie, incominciavano a soffrire, come di un giogo, la dominazione del Papa. Quel passo è assai notevole.

411.  Sergio era laico, ripudiò la moglie, e divenne arcivescovo. Ei si difese assai bravamente in Roma, dove Stefano II lo sostenne prigioniero: Laicus fui, et sponsam habui, et ad Clericatum perveni, et cognitum vobis factum est, et dixistis, nullum obstaculum mihi esse potest (Agnellus, Vita Sergii, p. 424). Egli morì nell’anno 769. — Stefano, duce di Napoli e aderente di Roma, fu dal popolo eletto vescovo. Morì nell’anno 789.

412.  Igitur judicavit iste a finibus Perticae totam Pentapolim, et usque ad Tusciam, et usque ad mensam Uvalani, velut Exarchus: Agnellus, Vita Sergii, c. 4, 430. La narrazione di Agnello, che del resto è ostile a Roma, viene tuttavia confermata dal Cod. Carol., LV, nel Cenni LI. Vedi anche il Muratori, ad ann. 770, 777.

413.  Quin etiam, portas hujus Romanae urbis claudentes, aliam ex eis fabricaverunt, et ita armati omnes existebant ad defensionem propriae civitatis: Anast., n. 285.

414.  Vedasi l’analisi di questi avvenimenti nel Sigurd Abel, Annali dell’Impero franco sotto Carlo magno, Berlino 1866, I, p. 76 segg.

415.  Il Jaffè colloca l’abboccamento all’anno 771. Ma tutti questi avvenimenti succedettero prima che si trattasse del progetto di maritaggi tra le corti di Francia e di Pavia, locchè avveniva nell’anno 770.

416.  Sergius eadem nocte, qua hora campana insonuit: Anast. n. 288. Già a quel tempo sonavano in Roma le campane, forse ad annunciare l’ora dell’Ave Maria.

417.  Et dum infra civitatem, nocturno silentio, ipsos salvos introducere disponeremus, ne quis eos conspiciens interficeret, subito hi, qui eis semper insidiabantur, super eos irruentes, eorum eruerunt oculos: Cod. Carol., XLVI, nel Cenni XLV, 269. L’amanuense di Anastasio dice: Cupiens eos, noctis silentio propter insidias inimicorum salvos introduci Romam. Questi ed altri passi concordi dimostrano che il Biografo conobbe la lettera di Stefano, ma le varianti significano che egli era di parte franca.

418.  Subtilius mihi — Domnus Stephanus Papa, retulit, inquiens, quod omnia illi mentitus fuisset (sc. Desider.) — et tantummodo, per suum iniquum argumentum erui fecit oculos Christophori Primicerii, et Sergii Secundicerii filii ejus, suamque voluntatem de ipsis duobus proceribus Ecclesiae explevit, unde damnum magis et detrimentum nobis detulit. Così Adriano in Anastasio, n. 293.

419.  Ep. XLVI, nel Cenni, XLV, 267. Il Cenni opina col Le Cointe e col Pagi che la lettera fosse estorta, perocchè i nobili uomini Cristoforo e Sergio tutto a un tratto non potessero tramutarsi in malfattori, nè i nequissimi Longobardi in figliuoli illustri. Ma la lettera evidentemente fu scritta nell’eccitamento dell’animo, subito dopo la caduta dei due, per adulare il Re cui ne fu mandata una copia. Il Muratori si appose al giusto, e lo seguì il La Farina. Si chiarisce facilmente la ragione per cui Dodone è dipinto con oscuri colori: egli era legato di Carlomanno, ed in quel momento eravi fra i due fratelli inimicizia.

420.  Anast. n. 293. Colla biografia di Adriano il Lib. Pontif. muta di stile; e qui s’entra in un altro periodo di questa Collezione preziosa.

421.  Ne tratta il Cod. Carol., XLVII, nel Cenni I, p. 274.

422.  Annales Francor. ad ann. 770.

423.  Seminans inter reges discordia, dice a quest’occasione già nel secolo decimo l’Autore del Libellus de imperatoria potestate in urbe Roma. Mon. Germ. V, 720.

424.  Cod. Carol. XLV, nel Cenni, XLIX, 281: Perfida, quod absit, ac foetentissima Langobardorum gente polluatur, quae in numero gentium nequaquam computatur, de cujus natione et leprosum genus oriri certum est. Se ne offende il sentimento onesto del Muratori, il quale giunge a dubitare che questa lettera di sensi triviali fosse scritta dal Papa: persino il Cenni sclama, arrossendone: Aevo illi dandum est aliquid.

425.  Eginhard. c. 18, e Paol. Diacon., Gesta Episcop. Mettensium nei Monum. Germ. II, 265: hic ex Hildegard conjuge quattuor filios et quinque filias procreavit, habuit tamen ante legale connulium ex Himiltrude nobili puella filium nomine Pippinum.

426.  Anathematis vinculo esse innodatum, et a regno Dei alienum, atque cum diabolo et ejus atrocissimis pompis, et caeteris impiis aeternis incendiis concremandum deputatum: formula consueta dell’anatema in quell’età. La si scriveva anche sopra i sepolcri per vietarne la distruzione, e con essa si conchiudono le scritte di donazioni. — Un’iscrizione marmorea del secolo ottavo, commemorativa di una donazione di Giorgio e di Eustazio (trovasi nel vestibolo della chiesa di santa Maria in Cosmedin) dice in sulla fine: et anathematis vinculo sit innodatus et a regno Dei alienus, atque cum diabolo et omnibus impiis aeterno incendio deputatus. Colla formula di anatema riferita più sopra, concorda quasi parola per parola, quella del Liber Diurnus c. VII, tit. 22: et cum diabolo et ejus atrocissimis Pompis, atque cum Juda traditore Domini Dei et Salvatoris nostris Jesu Christi, in aeternum igne concremandum, simulque in chaos demersus cum impiis deficiat.

427.  Il Muratori con qualche malizia osserva che Carlo allora non era «peranche divenuto magno.»

428.  Sembra che Rimini continuasse ad avere dei Duces. La loro serie nel secolo nono è quasi completa. Vedasi Luigi Tonini: Rimini dal principio dell’êra volgare all’anno MCC, Rimini, 1856, II, 155. Ei si pare che questa memoranda città sia stata a capo della Pentapolis maritima (Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia e Ancona): la Pentapolis mediterranea o nova comprendeva Jesi, Cagli, Gubbio, Fossombrone, Urbino con Montefeltro e, più tardi, con Osimo. I due territorii insieme uniti, erano detti Decapolis.

429.  Questi avvenimenti sono narrati da Anast. Vita Stephani III, n. 282, 283 e nella Epistola di Adriano che è nel Cod. Car. LXXI, nel Cenni XCIII, 499.

430.  Incertum, (dice Eginardo, Vita Car. c. 18,) qua de causa. Un frate favoleggiatore, che scriveva sullo spirare del secolo nono, ne sa egli solo la ragione: quia esset clinica et ad propangandam prolem inhabilis, judicio sanctissimorum sacerdotum relicta velut mortua. Monachi Sangall., Gesta Karoli, II, c. 17, nei Mon. Germ. II, 759.

431.  Di Adelardo di Korbey è detto: culpabat modis omnibus tale connubium (con Ildegarde) — quod — rex inlicite uteretur thoro, propria sine aliquo crimine repulsa uxore: — Ex vita Adalhardi 7, p. 525. E di Berta dice Eginardo, c. 18: ita ut nulla unquam invicem sit exorta discordia, praeter in divortio filiae Desiderii regis, quam illa suadente acceperat.

432.  Theodotus (così io scrivo in vece di Theodolus) restaurò in Roma la chiesa di sant’Angelo in Pescaria, come ne serba ancora memoria un’iscrizione in marmo ivi esistente: Theodotus holim dux nunc primicerius scae sed. apostolicae, et pater uius Ben. Diac. a solo edificavit pro intercessionem animae suae et remedium omnium peccatorum.

433.  Il decreto di elezione di Adriano, deposto nell’archivio del Laterano, fu edito dal Mabillon nel Mus. Ital. I, 38, al Libellus de Vita Hadriani I. Tutti gli ordini elettivi ivi compaiono.

434.  Vita s. Adriani in Anast., n. 292. Un passo di Agnello (Vita Sergii, p. 426) dimostra che già s’aveva costume di accordare amnistie quando avvenivano mutazioni nel pontificato: in ipsa vero die electus est praedictus germanus defuncti Papae (sc. Paulus) in solio Apostolatus, et statim solvit omnes captivos, et omnibus noxiis veniam concessit.

435.  Tunissone Presbytero, et Leonatio Tribuno habitatoribus civitatis Anagninae: Vita Hadr. n. 297.

436.  Quella via aveva il nome da un palazzo: usque in Merolanam ad arcum depictum, quem secus viam, quae ducit ad ecclesiam S. Dei Genitricis ad Praesepe: Vita Hadr. n. 298. Con pari nome quel luogo è detto Merolanas anche nell’Ordo Roman. I (Mabillon, Mus. Ital., II, 4), che è un libro di formule, compilato tosto dopo del tempo di Adriano.

437.  Vita Hadr. n. 298: tunc praefatus sanct. Praesul precibus judicum, universique populi Romani jussit contradere antefatum Calvulum cubicularium, et praenominatos Campanos praefecto urbis, ut more homicidarum eos coram universo populo examinaret. La voce examinare ha omai un’impronta di medio evo.

438.  Pro vero amputandis tam intolerabilibus flagitii reatibus, missi sunt ipsi Campani Constantinopolim in exilium: ibid. n. 299.

439.  Tradidit eundem Paulum consulari Ravennatium urbis: ibid. n. 299. — Carlo Hegel ecc. I, 262, respinge con buoni argomenti l’opinione che per quel Consularis s’abbia a intendere il collegio di Consoli, che, secondo il parere del Savigny e del Leo, sarebbe subentrato a quello dei Decurioni.

440.  Ita vero idem Paulus examinatus est, quia etiam nec scientia exinde data est — Pontifici: Vita Adr. n. 300. Ma i Biografi pontificî celano troppe cose.

441.  Adscribi fecit suggestionem suam Constantino et Leoni Augustis, magnisque Imperatoribus — ut in ipsis Graeciae partibus in exilio mancipatum retineri praecipissent: ibid. n. 300.

442.  Anastasio narra che a Ravenna trovavasi allora Anualdo, cartulario: il nome è germanico (Anwald), ma questo ottimate della milizia e messaggiero del Papa, è dal Cronista qualificato civis romanus. Perciò egli dovrebbe essere stato lo stipite della posteriore famiglia romana degli Anialdi o degli Anibaldi.

443.  L’antica Utriculi Civitas ai tempi dell’Impero era ricca di tesori d’arte; e gli odierni musei di Roma, dopo che Pio VI v’ebbe fatto effettuare degli escavi, devono a quella piccola città di provincia, dei capolavori preziosissimi; fra gli altri, quella testa dei Giove di fama universale che trovasi nella rotonda del Vaticano, e il grande musaico che ivi pure si vede.

444.  Fabricari fecit: espressione consueta pei lavori di muratura. Dopo il tempo di Cristoforo e di Sergio, gli abitatori della Toscana e del Lazio (Campania) erano obbligati a prestare servizio militare nella Città.

445.  Susceptoque eodem obligationis verbo per antefatos Episcopos, ipse Langobardorum Rex illico cum magna reverentia a civitate Viterbiense confusus ad propria reversus est.

446.  Promittens insuper ei tribui quatuordecim millia auri solidorum, quantitatem in auro, et argento: Anast., n. 310. Il Leo, Storia d’Italia, suppone con buona ragione che questa fosse la domanda che in origine Desiderio aveva rivolto a Roma.

447.  Agnello (nella Vita Leonis, p. 439) dice che fu Martino, diacono ravennate, a guidare i Franchi nel loro cammino: secondo il Chron. Novalicense sarebbe stato un giullare.

448.  In generale si affà all’indole dei Longobardi quello che del valoroso Drottulfo dice il noto epitaffio di Ravenna, che leggesi in Paolo Diacono:

Terribilis visu facies, sed corda benigna.

449.  Nella Vita Hadriani n. 314 segg. è data particolareggiata descrizione dell’ingresso e del soggiorno di Carlo in Roma.

450.  Direxit in ejus occursum judices ad fere triginta millia ab hac Romana urbe in locum, qui vocatur Novas, ubi eum cum bandora susceperunt. La stazione è situata alla vigesimaquarta pietra miliare. L’Holstenio (nel Vignoli, Nota 3, c. 35) pretende di aver visto ruine di Novas due miglia al di qua di Bracciano.

451.  Schola militiae cum patronis, simulque et pueris, qui ad discendas literas pergebant, deportantes omnes ramos palmarum atque olivarum etc. Dal Papencordt o dal suo editore (p. 98) si opina erroneamente che i patroni militiae fossero i Santi protettori anzichè i preposti delle corporazioni militari. L’espressione patronus, nel significato di Santo protettore, io trovo per la prima volta nella Vita Hadr., n. 339. — Dalla menzione che è qui fatta dei fanciulli delle scuole, l’Ozanam (Docum. inédits) volle trarre la conseguenza che in Roma si provvedesse ancora all’insegnamento delle scienze.

452.  Venerandas cruces, id est signa, sicut mos est ad Exarchum aut Patricium suscipiendum. Ma tosto dopo è detto: cruces ac signa.

453.  È nota la questione che si dibattè se avesse luogo più onorifico chi teneva il lato destro oppure chi stava al sinistro, e sulla ragione per cui, nei musaici e nei sigilli antichi, san Pietro spesse volte tenga la manca, e san Paolo la destra. Sembra che il luogo d’onore si determinasse a seconda che la persona si presentava allo sguardo dello spettatore. Quando il Papa e il Re entravano nella chiesa, il popolo che guardava ad essi, aveva il Papa alla sua destra. Ordo Roman. I, nel Mabillon, II, p. 3: Episcopi quidem ad sinistram intrantium, presbyteri vero ad dextram, ut quando Pontifex sederit, ad eos respiciens, episcopos ad dextram sui, presbyteros vero ad sinistram contueatur.

454.  Sesesque mutuo per sacramentum munientes, ingressus est Romam. — Nei tempi più tardi i Re davano e ricevevano giuramento di pace prima di entrare in Roma. — Così suggellavasi legame di amistà (firmitas et integritatis stabilitas), come dice Adriano: Cod. Car. LIII, nel Cenni, LII, 326.

455.  Alcune statuizioni in riguardo alla messa ed alle preci ordinate per Carlo, si contengono nell’Ordo Romanus I, che è un mirabile Libro rituale del secolo ottavo o del nono. In esso è data descrizione delle funzioni pasquali conformemente ai racconti di Anastasio. — Le Stazioni della Pasqua sono rimaste anche oggi le stesse; chè alla domenica la Stazione è in santa Maria Maggiore, al lunedì in san Pietro, al martedì in san Paolo, al mercoledì in san Lorenzo.

456.  Il testo di Anastasio, secondo il Vignoli, è questo: A Lunis (oggidì Sarzana) cum insula Corsica, deinde in Suriano, deinde in monte Burdone, inde in Berceto, deinde in Parma, deinde in Regio, et exinde in Mantua, atque in Monte Silicis, simulque et universum Exarchatum Ravennatium, sicut antiquitus erat, atque provincias Venetiarum et Istriam, necnon et cunctum ducatum Spoletinum seu Beneventanum. Si confronti il Docum. I nel Borgia, Breve Istor. Cod. Vatic. 3833. — È notevole cosa che, fuor di Anastasio, non v’ha alcun Cronista che sappia di questa donazione. Il frammento della Vita Adriani nel Mabillon dice questo solo: Carolus non destitit, donec Desiderium — exilio damnaret — resque direptas Adriano Papae restitueret, proposizione che appartiene ad Eginardo, quasi parola per parola.

457.  Contro questa donazione, che il Cenni, l’Orsi, il Fontanini, il Borgia sostengono a tutta possa, si manifestano chiaramente il Muratori e il La Farina. All’opposto il Sigurd Abel recentemente propugnò l’opinione che in fatto la donazione di Kiersy comprendesse tutti i territorî che sono specificati nella Vita Adriani; egli non reputa che il passo relativo vi sia stato inserito più tardi. Vedi La caduta del reame dei Longobardi p. 37 e segg., e gli Annali del reame franco sotto di Carlo Magno dell’istesso autore, I, 131 segg. Parimenti dice il medesimo Abel: Il documento di donazione avrà contenuto soltanto la promessa di provvedere alla restituzione di quei possedimenti della Chiesa romana sui quali il Papa poteva far valere i suoi diritti. — Il Muratori, il Giannone, il Sigonio sono propugnatori intelligenti della potestà suprema di Carlo: jure principatus, et ditione sibi retenta.

458.  Fa meraviglia di trovare perfino la citazione del primo anno di patriziato nella Epist. Hadriani ad Bertherium Viennensem Episcop. (nel Labbè, Concil. VIII, 554): datum Kalend. Jan. imperante piissimo Augusto Constantino, annuente Deo coronato piissimo rege Karolo, anno primo patriciatus ejus. Peraltro questa lettera è apocrifa.

459.  Cod. Carol. LV, nel Cenni L, 318. Le basiliche allora erano ventotto, le diaconie sette.

460.  Karolus gratia dei Rex Francorum et Longobardor. ac patritius Romanor. Così nel diploma dei 9 di Giugno 776, in cui egli conferma all’abbazia di Farfa tutte le donazioni fatte dai Re longobardi: Reg. Farfa, n. 147. — Nei documenti però è ommesso talvolta il titolo di patrizio; così in un istromento del primo di Dicembre 774, che concerne l’abbazia di Monte Amiato, si dice soltanto: Regnante Domino nostro Carolo Rege Francor. et Langobardorum (Cod. Dipl. della Badia di san Salvadore al monte Amiato, nella biblioteca Sessoriana di Roma).

461.  Cod. Carol. XLIV, nel Cenni LIX, 352: quia ecce novus Christianissimus Dei Constantinus Imperator his temporibus surrexit, per quem omnia Deus Sanctae suae Ecclesiae... largiri dignatus est. Nella sua lettera Adriano parla solo di patrimonî, e della potestas in Italia: Piissimo Constantino magno, per cujus largitatem S. R. Ecclesia elevata et exaltata est, et potestatem in his Hesperiae partibus largiri dignatus est. La lettera è dell’anno 777 o, per lo meno, è anteriore al 781. La Cronologia delle quarantanove lettere di Adriano indiritte a Carlo è talvolta oscura; coll’anno 781, in cui Adriano diventò compadre di Carlo, le lettere si dividono in due parti. Tutte le lettere con intitolazione di spiritalis compater, sono posteriori al 781: massimamente il Muratori, il Le Cointe e il Pagi sono in parecchi luoghi corretti dal Cenni, compiutamente poi dalla grandiosa opera del Jaffè.

462.  Il Döllinger nella sua Dissertazione sulla donazione di Costantino (Fole pontificie del medio evo, Monaco 1863) ha descritto l’origine e la storia di quella finzione. Egli chiarisce che fu un’invenzione di origine romana, spacciata tra l’anno 752 e il 777; soltanto più tardi si fece una versione in greco della scritta: vedi il Fabricius, Bibl. Graeca, VI, p. 5 seg. Ne fa menzione Aeneas Parisiensis in sull’854. Nel corso del tempo si volle compreso in questa donazione anche tutto l’Occidente. Soltanto nel secolo decimoquinto, Lorenzo Valla con critica poderosa confutò quella falsità. Il leggitore potrà inoltre trovare un giudizio assai arguto delle idee espresse in quella donazione, consultando L. K. Aegidi, Il Congresso de’ Principi dopo la pace di Luneville, Berlino 1853, p. 129.

463.  Il Castellum Felicitatis, anticamente Tifernum, fu più tardi detto Città di Castello. Lo dimostra una lettera di Gregorio IX indiritta a Federico II nell’anno 1230: Castellum Felicitatis, quod nunc dicitur Civitas de Castello: Huillard, Hist. Dipl. Friderici II, vol. III, 249.

464.  Il Muratori ad ann. 776 e gli Atti della Cronica di Farfa. — Ad onta di quanto si legge nel Cod. Carol. LVIII, nel Cenni LVI, 341: quia et ipsum Spoletinum Ducatum vos praesentialiter obtulistis protectori nostro B. Petro, i Papisti non osarono di attribuirne al Pontefice di più che il Dominium utile. La Chiesa non aveva maggior diritto su Spoleto di quello che avesse sull’Istria, se anche vi possedeva dei dominî; è detto: in partibus di Spoleto: p. 253 nel Cenni. — La frase ipsum Spoletinum Ducatum reputo essere un’esagerazione, sebbene il Fatteschi, Memorie istorico diplom. riguard. la serie de’ Duchi di Spoleto (Camerino 1801) p. 50, affermi che al Papa fu donato il territorio, ma senza giure sovrano.

465.  Cod. Carol. XV, nel Cenni, LXXXIX, 480. — Il Cenni comprende persino la Tuscia Regalis (che è l’odierna Toscana) nella donazione, ma senza diritti di sovranità. Egli trae quest’opinione dal Cod. Carol. LXV (presso di lui è la LXIII), poichè ivi il Papa dà ingiunzioni al Duce di Lucca, che questi però non ascolta. Tuttavolta anche Gregorio Magno, già al suo tempo, dava comandamenti ai Duci di Napoli e di Sardegna, senza che per ciò quei paesi fossero a lui soggetti.

466.  Cod. Carol. LVI, nel Cenni, LXXI, 405. — Erano vecchi di Forobono (l’antico vescovato di Forumnovum) prossimo all’odierno Montebono. Vedi anche la Ep. LXVIII, 387. Egli vi prega che fosse proceduto alla statuizione dei confini sicut ex antiquitus fuit... signa inter partes constituentes. Il termine romano qui ha nome di signum. A questa delimitazione di confini tra la Sabina e Reate s’ha riguardo anche nel Diploma Ludovici Pii.

467.  Vedi il Fatteschi, loc. cit. p. 93, 248. Egli vi riporta una serie di documenti di Farfa dal 938 al 1106. Prima dell’anno 939 non si trova infatti documento di sorte nel Registro di Farfa che riguardi la Sabina. — Per esempio, all’anno 939: Ingibaldus Dux et rector territorii Sabinensis, e vi sono aggiunti gli anni di reggimento del Papa. All’anno 941: Sarilonis Marchionis et Rectoris Territorii Sabinensis etc. Non v’ha dubbio che fossero Rettori pontificî.

468.  Agnellus, Vita Mauri, c. 2, 273 (Mauro tenne la cattedra dal 642 al 671). I Conductores della Chiesa ravennate in Sicilia appaiono già intorno all’anno 444 nel celebre istromento (è il più antico che esista) che è contenuto nel Marini, Papir. n. 73.

469.  Cod. Carol. LIV, nel Cenni LI, 322. Può darsi che tutti e due portassero addirittura titolo di Judex; nei luoghi minori sembra che il Papa delegasse dei Comites, come a Gabellum: Cod. Carol. LI, nel Cenni LIV, 335. Officiali pontificî nelle città portavano in generale anche il titolo di Actores, che spesso si ritrova nelle carte ravennati.

470.  Cum exercitu in eandem civitatem nostram Castelli Felicitatis properans: Cod. Carol. LX, nel Cenni, LV, 337. Le lettere che trattano della «ribellione» di Ravenna sono nel Cenni, ai num. 51, 52, 53, 54.

471.  Sed nec nostrae paternitati displicere rectum est, qualiscumque ex nostris aut pro salutationis causa, aut quaerendi justitiam, ad vos properavit. Cod. Carol., LXXXV, nel Cenni XCVII, 521.

472.  Cod. Carol., LXXV; nel Cenni LXXVI, 421 sq.

473.  Questa lettera importante è la L; nel Cenni LXI.

474.  Così all’incirca deve aver scritto, chè Adriano risponde: Pro honore vestri Patriciatus nullus homo esse videtur in mundo, qui plus pro vestrae regalis Excellentiae decertare moliatur exaltatione, quam nostra apostolica assidua deprecatio. Quest’è la prima volta in tutto il Codex Carolinus, che un Papa parli della dignità di Patrizio, ove se ne eccettui l’intitolazione nell’incominciamento delle lettere.

475.  Quia ut fati sumus (così correggo a vece di estis), honor Patriciatus vestri a nobis irrefragabiliter conservatur, etiam et plus amplius honorifice honoratur; simili modo ipse Patriciatus beati Petri, fautoris vestri, tam a s. recordationis Domno Pippino, magno rege, genitore vostro, in scriptis in integro concessus, et a vobis amplius confirmatus, irrefragabili jure permaneat: Cod. Carol., LXXXV; nel Cenni, XCVII, 521. Può darsi che la lettera sia dell’anno 790.

476.  Carlo non pretese all’investitura di Roma, ma, secondo certi Atti di un Concilio lateranense dell’anno 774, il Papa avrebbe acconsentito che ei ne fosse fornito. Peraltro l’avvenimento di questo Concilio, menzionato per la prima volta da Siegberto ad ann. 773, non è altro che una finzione. Vedasi il Mansi, Suppl. Concil., I, 721 e il Pagi, ad ann. 774, 13. Devesi poi riferire soltanto alle costituzioni posteriori all’800 quanto il Libellus de imperatoria potestate in urbe Roma (Mon. Germ., V, 719) dice di Carlo, dopo la sua andata a Roma: Fecitque pactum cum Romanis eorumque pontifice, et de ordinatione pontificis ut interesset quis legatus etc.

477.  Eginhard, Vita Carol. c. 26: Ad cujus structuram cum columnas et marmora aliunde habere non posset, Roma atque Ravenna devehenda curavit. E il Poeta Saxo, vers. 439:

Ad quae marmoreas praestabat Roma columnas,

Quasdam praecipuas pulcra Ravenna dedit.

Cod. Carol. LXVII; nel Cenni LXXXI, 439: Nos quippe libenti animo et puro corde, cum nimio amore vestrae Excellentiae, tribuimus effectum, et tam marmora, quamque mosivum, caeteraque exempla de eodem palatio vobis concedimus auferenda. Aggiungo che Carlo Magno fece trasportare di Ravenna ad Acquisgrana anche la statua equestre di Teodorico. Nel secolo decimo il palazzo di Ravenna era già in ruine, e Ottone II vi edificava intorno al 971 un palazzo nuovo. Vedi il Fantuzzi, ecc. Tom. V, nel Prospetto § 13.

478.  Cod. Carol., LXXXIV; nel Cenni LXXXIII, 459. I Veneziani (Venetici) avevano praesidia e possessiones nelle terre ravennati, ed allora già tendevano a impadronirsi di Ravenna.

479.  Anastasio, n. 222.

480.  Cod. Carol., LXV; nel Cenni LXIII: Quia nos nec navigia habemus, nec nautas, qui eos comprehendere potuissent, tamen naves Graecorum gentis in portu civitatis nostrae Centumcellensium comburi fecimus etc. Nel Volume III avrò argomento di riportarmi alla Storia della marineria pontificia scritta dal Guglielmotti, bibliotecario dei Domenicani in santa Maria sopra Minerva: di questo libro è or ora incominciata la stampa[481].