CAPITOLO QUINTO.

§ 1. Decadimento massimo del Papato. — Invettiva dei Vescovi di Gallia contro a Roma. — Atteggiamento ostile dei Sinodi provinciali. — Oscurità delle condizioni di Roma. — Crescenzio si prende la podestà temporale. — Giovanni XV fugge. — I Romani lo accolgono nuovamente. — Muore nell’anno 996. — Ottone III eleva Gregorio V al pontificato. — Il primo Pontefice tedesco. — Il Papato è soggetto all’Impero germanico. — Ottone III è coronato imperatore addì 21 di Maggio del 996.

Il Papato mostravasi in quel tempo disceso all’avvilimento estremo; non soltanto in Roma, ma anche di fuori, la venerazione alla cattedra di Pietro s’era soffocata sotto a’ pontificati di uomini carichi di reità. Dimostrazione notevole ne dà il celebre Sinodo che tenevasi a Reims nell’anno 991. Arnolfo, arcivescovo di questa prima metropoli di Francia, l’aveva data traditorescamente in mano di Carlo duca di Lorena suo zio, laonde per comandamento di Ugo Capeto, usurpatore del trono dei Carolingi in Francia, era tratto davanti al giudizio di Vescovi congregati insieme. Un prete si faceva a chiedere che la causa fosse sottoposta al giudizio supremo ecclesiastico, al Papa; ma, a quella proposta, Arnolfo vescovo di Orleans si levava tutto acceso di sprezzo, e dava questa descrizione del Papato di Roma: «O Roma degna di miserazione,» diceva l’oratore, «tu nel silenzio del passato diffondesti fra i nostri avi il lume dei Padri ecclesiastici, ma la nostra età presente oscurasti con sì orrida tenebra, che di essa avranno sentore anche i tempi futuri. Altra volta di là vennero a noi i Leoni magnifici, i grandi Gregorî: che dovrò dire di Gelasio e di Innocenzo, i quali per sapienza ed eloquio superarono i filosofi tutti del mondo? Ma che cosa a questi tempi non vedemmo mai? Vedemmo Giovanni, soprannominato Ottaviano, avvoltolarsi nel lezzo delle passioni, e congiurare financo contro ad Ottone, che coronato aveva. Ei fu cacciato, e Leone, un neofito, fu fatto papa. Ottone imperatore partì di Roma; vi tornò Ottaviano, ne gettò fuori Leone, mozzò il naso, le dita della destra e la lingua a Giovanni diacono; con libidine di sangue trucidò molti ottimati di Roma, e indi a poco morì. In vece di lui i Romani posero Benedetto grammatico; non molto andò peraltro, che Leone il neofito, coll’Imperatore suo, gli mosse contro, lo assediò, lo prese, lo depose e lo mandò ad Alemagna in eterno esilio. A Ottone imperatore succedette Ottone pure imperatore, il quale al nostro tempo eccelse su tutti i Principi per virtù di arme, di consiglio e di scienza. Ma in Roma, alla cattedra di Pietro salì un mostro abbominevole, ancor sozzo del sangue dell’antecessor suo, Bonifacio, dico, che superò i delitti di tutti i mortali. Discacciato e condannato da un grande Sinodo, tornò, Ottone morto, a Roma; precipitò dal culmine massimo della Città un uomo illustre, Pietro papa, dapprima vescovo di Pavia; fecelo ad onta di promessi giuramenti, lo depose e lo assassinò, dopo tormento spaventevole di prigionia. Dove sta scritto mai che la moltitudine innumerevole dei preti di Dio, sparsi sull’orbe terrestre, ornati di sapienza e di meriti, debba essere soggetta a mostri cosiffatti, vitupero del mondo, privi di qualsiasi scienza divina ed umana?» E l’animoso oratore chiedeva indi ai Vescovi raccolti (che ascoltavano, alcuni atterriti, altri contenti, un discorso tanto insolito a udirsi), chiedeva che nome dovesse darsi al Papa, il quale in manto di porpora e d’oro sedeva sulla cattedra di san Pietro. «Se carità», diceva, «non nutre in cuore, ed è gonfio soltanto di scienza ampollosa, desso è l’Anticristo che siede in trono, nel tempio di Dio, e come un dio si pompeggia agli sguardi della moltitudine. Ma se gli mancano amore cristiano e scienza nel tempio di Dio non è che un idolo, da cui veramente debbonsi aspettare responsi, quali potrebbe pronunciare una muta pietra.» Ed accertava che in Belgio e in Alemagna buona copia v’era di Vescovi insigni, al cui giudizio avrebbesi potuto sottoporre l’affare di Reims, piuttosto che appellarne al foro spirituale di quella Città, in cui adesso ogni cosa era venale a chi sapeva comprarla, dove le sentenze erano misurate a peso d’oro‍[513].

Questa era la orazione catilinaria scagliata contro al Papato del secolo decimo. I popoli l’ascoltarono e tacquero. Roma udilla e non ne tremò, avvegnaddio questo grande istituto avesse piantato radice così salda nelle necessità degli uomini, che non lo scotevano quelle condizioni di dissoluzione, le quali avrebbero mandato a rotoli financo dei reami. Agli inimici interiori, alla corruttela ecclesiastica che non sapeva più di modestia, alla nobiltà riottosa della Città, all’Impero, s’erano consociati anche i Sinodi provinciali. Da dopo dei Carolingi i Vescovi erano diventati quasi principi independenti nei loro territorî forniti d’immunità; lo Stato era riposto in mano di loro, perocchè, come maggiorenti primi dell’Impero, fossero essi i guidatori dei negozî politici, e per cultura e per accortezza diplomatica superassero tutti i baroni temporali. In quell’età pertanto l’Episcopato combatteva il Papato con armi formidabili, laonde s’era resa possibile la vittoria dei Sinodi, anzi la separazione della Chiesa gallica. Presto però udremo in qual maniera Roma rispondesse alle accuse di Reims; dipoi, quel Papato che s’era coperto di tanta onta troveremo novellamente con Vescovi, con Principi e con Re genuflessi a’ suoi piedi.

La Storia ecclesiastica, allorchè scrive del pontificato di Giovanni XV, ha bell’agio d’introdurvi la narrazione di molte cose degne di nota, come, ad esempio, della controversia avvenuta per ragione della cattedra di Reims; ma lo Storico della città di Roma, condannato, contro voglia, a tacere delle condizioni delle sue cose interiori, saluta la prossima fine del secolo decimo, similmente ad un viandante che sta per uscire di un orrido deserto: e questo tocca quasi la fine colla vita di quel Papa. Scrittori venuti in tempi più tardi registrano, all’anno 993, un grande incendio della Città; tuttavia noi non sappiamo nemmanco se siffatta tradizione si sorregga a fondamento storico‍[514].

Procelloso fu l’ultimo tempo di Giovanni XV; questo Papa tornò odiato ai Romani per cagione del suo nepotismo e della sua avarizia; laonde puossi credere che, partita Teofania, e finalmente lei morta addì 15 di Giugno dell’anno 991, Crescenzio raccogliesse del tutto in mano sua le briglie del reggimento cittadino. Nel secondo Sinodo di Reims, avvenuto nel 995, i Vescovi francesi si lagnavano, che gli ambasciatori di loro e di re Ugo fossero stati accolti in modo non degno da Giovanni XV, a cagione, credevasi, che non avevano recato donativi a Crescenzio: perciò i legati sarebbero tornati indietro senza averne avuto risposta, e i Vescovi con grande stizza dicevano, che in Roma nessuna persona più otteneva ascolto, se Crescenzio «tiranno» non accondiscendeva, per mercede d’oro, ad assolvere od a condannare‍[515]. Giovanni era benanco costretto, nell’anno 995, a ricoverarsi in Tuscia presso ad Ugo margravio, e di lì moveva instanza al giovane Ottone affinchè movesse con un’impresa su Roma. La novella ch’ei marciava contro ad essi indusse i Romani a richiamare il Papa nuovamente nella Città; gli fecero accoglienze onorevoli e con lui si rappattumarono‍[516]. Ma egli non visse tanto da veder venire il liberatore suo, poichè moriva nel Marzo o nell’Aprile dell’anno 996‍[517].

Con grande apparato di soldatesche e con accompagnatura di Vescovi e Signori molti il giovine Ottone III scendeva dalle Alpi nella primavera del 996, e celebrava le feste di Pasqua a Pavia; colà soltanto udiva della morte di Giovanni. A Ravenna incontrava alcuni legati romani recantigli lettere della nobiltà, in cui lo si accertava che i Romani avevano desiderio della sua venuta; dicevano porli in imbarazzo la morte del Papa, bramare di udire quale fosse il voler suo rispetto alla elezione del Pontefice‍[518]. La paura era operatrice di questa sommessione: lo stesso Crescenzio non aveva la potenza nè il genio di Alberico; nel breve tempo in cui, per vero dire in circostanze meno fauste, resse la patria sua, egli ha apparenza soltanto di capo di parte, non di principe; e, se ci fossero state conservate monete pontificie del suo tempo, fra quelle non ne troveremmo pur una che fosse fregiata del suo nome‍[519]. Il Patrizio era costretto a rispettare nel nipote di Ottone I i diritti di elezione pontificia che quest’ultimo si aveva usurpato; e quegli, che tuttavia era un ragazzo, disponeva adesso a capriccio suo della tiara, dappoichè l’avo di lui aveva ricevuto la corona imperiale dalle mani di un Papa, ragazzo anch’egli.

Ottone III decise, che il Pontificato sarebbe toccato a Bruno, cugino e cappellano suo: questo prete era figliuolo di Ottone, margravio di Verona, e, per via di Liutgarde sua ava, nipote di Ottone I: aveva dai ventitre ai ventiquattro anni, ed era fornito di buona cultura mondana; possedeva insigni doti di mente, animo severo e risoluto, ma indole focosa, come alla giovinezza sua si conveniva‍[520]. Concordi gli ottimati tedeschi e italiani che stavano attorno a lui a Ravenna, Ottone fece che Villigi di Magonza e Ildebaldo di Worms accompagnassero il Papa designato a Roma, dove gli fu fatto orrevole ricevimento. Le apparenze furono salve per via di una cosiddetta elezione, e, nel dì 3 di Maggio 996, salì alla cattedra di Pietro il primo Pontefice che scendesse di una pura famiglia tedesca: ebbe nome di Gregorio V‍[521]. Tale fu dunque la conseguenza del decadimento profondo del Papato, che un prete tedesco, per volontà di un tedesco Imperatore, ricevette la corona pontificia. Causa le più spaventevoli condizioni delle cose sue, Roma aveva dimostrato che nessun Papa poteva più esser trascelto degnamente del suo seno; coloro che nutrivano intendimento del bene, in Italia, in Francia e in Germania, inneggiarono pertanto alla esaltazione di Bruno, come ad arra di salute della Chiesa; l’ordine di Cluny plaudì con gioia all’amico suo; d’ogni parte sperossi che un Papa di sangue imperiale avrebbe recato salvamento alla Chiesa, e l’avrebbe strappata allo scisma ed al precipizio. Mormorarono soltanto i Romani; infatti anche la sedia apostolica cascava in mano della casa di Sassonia, e l’Impero tedesco conseguiva una vittoria che superava tutto ciò che financo Ottone il grande aveva conseguito; era un fatto di natura così inudita, che distruggeva ogni specie di tradizione. Il tedesco Bruno abrogava quella riprovevole consuetudine, tacitamente elevata a legge, per cui non altri che uomini romani erano saliti alla cattedra di Pietro. Ed invero, da dopo di Zaccaria uomo siro, in duecento cinquant’anni di tempo, due soli Papi, di quarantasette, non erano stati nativi di Roma o dello Stato ecclesiastico; di essi l’uno fu Bonifacio VI, di Tuscia, l’altro Giovanni XIV, pavese. Il sentimento nazionale dei Romani doveva pertanto risentire adesso un’offesa acerba; avrebbero eglino preferito di vedere sul trono pontificio un mostro, purchè soltanto fosse stato uomo romano, anzichè un santo che fosse stato sassone. Tuttavolta l’idea del Papato assunse, dopo di Gregorio V, dimensioni maggiori: si affrancò essa dalle barriere locali della Città e della sua aristocrazia, e strinse nuovamente rapporti universali col mondo. Il grande principio, giusta il quale non si badava a nazione cui il Papa appartenesse, sgorgava dallo spirito istesso del Cristianesimo, che allarga l’idea di nazione in quella di tutta la gente umana. Cotale principio si commisurava perfettamente al concetto di Capo della Chiesa universale; a quello il Papato andava debitore, in parte, del suo dominio mondiale; e quantunque, colla esaltazione di Bruno, o posteriormente a lui, non venisse mai eretto ad autorità di legge, pure, dopo qualche interruzione, si foggiò da sè medesimo per ragione di conseguenze, perocchè i grandi risultamenti delle cose del mondo fossero più potenti delle voci dei Romani, i quali incessantemente chiedevano un Papa di loro gente. Durante il medio evo, quanto fu lungo, alla cattedra apostolica salirono uomini romani, italiani, tedeschi, greci, francesi, inglesi, spagnuoli, fino a che, insieme col termine della signoria pontificia universale, quel principio si spense; e la consuetudine, di nuovo eretta tacitamente a legge, di non levare più alla sedia pontificia chi non fosse uomo italiano, dimostrò chiaramente che il Papato s’era rimpicciolito entro ad angusti confini‍[522].

Come il cugino suo fu posto sul trono di pontefice, Ottone III venne a Roma per prendersi la corona imperiale dalle mani di lui che aveva eletto a papa. Fu accolto con grandi solennità nella Città, e coronato in san Pietro addì 21 Maggio; con ciò ebbe fine la podestà patrizia di Crescenzio. Dopo tredici anni dacchè s’era spento il titolo d’imperatore Roma rivide entro le sue mura un novello Augusto, e, con lui, un Papa nuovo‍[523]. Quegli si struggeva del desiderio di rinnovare l’Impero di Carlo magno, se non pur quello di Trajano; questi, accanto a lui, vagheggiava di riformare, nuovo Gregorio magno, il Papato, e di elevarlo a potere universale; intendimenti che nell’intimo criterio si osteggiavano fra sè. Giovani entrambi, poichè l’uno aveva ventitre anni, l’altro quindici appena, congiunti di sangue, pieni d’ingegno e belli, quei due Tedeschi offrivano, dentro della vecchia Roma, uno spettacolo strano a chi ve li mirava seduti ai culmini sublimi del potere, cui uomo mortale potesse mai giungere. I Romani per fermo guardavano di mal occhio le teste bionde di quei giovanetti sassoni, che erano venuti a dominare la loro Città, e con essa tutta Cristianità; nè l’età acerba di quegli stranieri poteva, presso di loro, accaparrarsi reverenza. Allorchè eglino, Imperatore e Papa, in quegli splendidi giorni, si saranno trovati soli e senza alcun testimonio nelle stanze del Laterano, giovanilmente accesi d’entusiasmo, si saranno forse gettati l’uno nelle braccia dell’altro, e si avranno giurato amicizia eterna, e proposto disegni fanatici di dominare insieme sul mondo, o di portar la felicità in mezzo alla gente umana. Però il mondo è materia troppo difficile e poderosa perchè ragazzi di spiriti bollenti possano maneggiarla: quattro mesi appena durava il sogno di quegli entusiasmi romani; di lì a tre anni il Papa giovine e bello non viveva più; di lì a sei l’Imperatore giovine e bello non viveva più‍[524].

§ 2. Condanna dei ribelli Romani. — Crescenzio riceve grazia. — Adalberto è costretto ad abbandonar Roma. — Incontra, volonteroso, morte di martire. — Ottone III parte di Roma. — Sollevazione dei Romani. — Mirabile lotta della Città contro al Papato e all’Impero. — Crescenzio discaccia Gregorio V. — È scomunicato. — Mutazione di cose in Roma. — Crescenzio innalza alla sedia pontificia Filagato con nome di Giovanni XVI.

Addì 25 di Maggio del 997 Ottone e Gregorio raccolsero in san Pietro un Sinodo delle due nazioni; anche questo, similmente ad altri Concilî avvenuti in tempi anteriori, ebbe veri caratteri di corte giudiziaria. Dopochè s’era fatto papa un uomo della stirpe imperiale tornava necessario che la Città, avvezza al tumulto, fosse incatenata dalle forze unite delle due podestà, affinchè non opponesse contrarietà ai disegni di restaurazione dell’Impero universale. I Romani ribellatisi, che avevano discacciato Giovanni XV, furono citati innanzi a quello; sennonchè la loro sottomissione a questo Papa, che eglino avevano riaccolto nella Città, e la loro soggezione ai voleri di Ottone, dalle cui mani ne avevano ricevuto il successore, resero mite il giudizio. La maestà del giovine idealista era inaccessibile alla temenza, e non discendeva ai partiti odiosi che questa consiglia. Neppure un Romano fu condannato a morte; soltanto alcuni caporioni del popolo, fra’ quali Crescenzio, furono puniti con perpetuo esilio. Però, l’animo generoso di Gregorio V, non assuefatto al regno, ebbe sgomento financo di questo castigo, e, affine di guadagnarsi Roma colla mitezza, ottenne dal giovane Imperatore, parimente inchinevole a perdonanza, che fosse pronunciata assoluzione completa. Crescenzio prestò giuramento di sudditanza, e rimase a Roma in qualità di uomo privato; tuttavolta, se quella trascuraggine, contraria alla ragione politica, fece onore al cuore di Gregorio e di Ottone, non ne fece altrettanto al loro intelletto, e abbastanza presto eglino ne pagarono la pena‍[525].

Un uomo ribelle sfuggì alla sorte di andare esule in mezzo ai Barbari, ciò che i Romani, ancor nel secolo decimo, reputavano punizione pari alla morte: quel temuto destino toccò invece ad un Santo. Adalberto, reclamato dal Duca di Boemia e dal Vescovo di Magonza, fu, ancora una volta, costretto di tornare al suo Vescovado; nè la venerazione fanatica che gli prestava il giovine Imperatore bastò a salvarlo da quella ordinanza crudele. Abbandonò egli Roma per sempre nell’estate dell’anno 996; accompagnato da Gaudenzio, fido fratello suo, e spargendo copiose lagrime, mosse nuovamente i passi al barbarico settentrione. Però la sua anima non trovava colà nido di patria, parimenti come nol trovava Ottone amico suo, di cui, sotto la tonaca monastica, egli ricopiava in sorprendente guisa l’indole poetica. Entrambi, il Sassone ed il Boemo, amarono Roma con ardore profondo e fatale, e tutti e due di quell’amore morirono. Adalberto odiava il suo Vescovato della barbarica Praga; e, dopo di aver soggiornato qualche tempo a Magonza, indi a Tours, venerato dai Principi come Santo, bramoso di morte si cacciò in mezzo ai Prussiani feroci; e il destino, che aveva invidiato al fervido sognatore la sua vita silenziosa sull’Aventino benedetto di sole, lo condannò a morire martire sulla costa di Bernstein, attristata di nebbie; ivi perì egli sotto i colpi di quei Prussiani, «cui è dio il ventre, compagna fino alla morte l’avarizia»‍[526]. Adalberto trovò la morte da lui anelata, addì 23 di Aprile del 997: Boleslao, duca di Polonia, riscattò il suo corpo con pari peso d’oro, e gli diede sepoltura nel duomo di Gnesen, dove «l’Apostolo dei Polacchi» ricevette suoi primi onori di culto; ed oggidì ancora lo si venera in Roma, non quale missionario dei Prussiani, diventati eretici, ma dei Polacchi cattolici, perocchè la sua festa si celebri ancora ad ogni anno nella chiesa di san Stanislao de’ Polacchi. Memoria di lui si serbò nel convento di san Bonifazio; il suo esempio accese la fantasia di quei monaci; e dall’Abazia di monte Aventino, fatta colonia di martiri, alcuni apostoli audaci si spinsero nelle terre selvagge degli Slavi. Fra essi splendettero: Gaudenzio, primo vescovo della chiesa di Gnesen consecrata al fratel suo; Anastasio, che con cinque altri frati seguì Adalberto in Boemia, diventò amico e consigliero di Stefano primo re degli Ungheri, e morì primo arcivescovo dei Magiari a Kolocza; finalmente Bonifacio, parente di Ottone III, che nell’anno 996 vestì cocolla in Roma, e dappoi andò predicando le dottrine del Vangelo in mezzo ai Prussiani ed ai Russi.

Frattanto, anche Ottone III partiva di Roma, sulla fine del Maggio. Dopo di avere ivi costituito il suo tribunale, e pacificato la Città concedendo amnistia, tornava egli a Germania. Nessuno Storico nota in qual modo egli tutelasse di contro ai Romani la sicurezza di Gregorio, che abbandonava a sè solo. A quell’età ignoto era, per buona ventura, il trovato di eserciti permanenti, coi quali i Re tenessero città e province avvinte ai loro ceppi; vi suppliva soltanto la fedeltà dei vassalli, alle cui mani erano, in pari tempo, affidati gli officî più cospicui, massime nelle cose di giustizia. Seppure, fin d’allora, Ottone creasse patrizio un uomo a lui devoto, un altro ne nominasse prefetto, e del novero di aderenti di dubbia fede eleggesse i giudici, siffatti provvedimenti ancor non bastavano. La sua lontananza dava ai Romani segno di sollevazione: la parte nazionale faceva un altro tentativo disperato di scuotere il giogo dei Tedeschi, e i suoi sforzi rivolti a spezzare quelle sbarre fatali, entro cui il principio del Papato e dell’Impero teneva serrata la Città, ben si meritano che ne consideriamo i fatti colla massima sollecitudine.

Dacchè è mondo la ragione individuale combatte contro il sistema, giacchè il diritto di quella (sebbene a valore storico sia meno ampio del diritto di questo) è però più primigenio. Nella vecchia Roma republicana le lunghe lotte dei plebei contro alla nobiltà mostrano uno spettacolo degno di ammirazione; furon quelle rivoluzioni sane e robuste del corpo politico, e da esse ebbe origine la grandezza di Roma, fino a che si giunse alla parificazione degli elementi contrarî, e la democrazia ebbe dato posto all’Impero. Sotto la dominazione dei Cesari Roma non lottò più, perocchè si fossero cancellati i contrapposti civici, e tutto si riducesse soltanto a rivolte di palazzo e di pretoriani. Dopo secoli lunghi troviamo adesso Roma papale e imperiale nuovamente agitata da fazioni combattentisi; aristocratici, cittadini, milizie pugnano continuamente contro Impero e Papato, e a loro soccorso evocano fuori dei sepolcri dell’antichità, omai diventati cosa di mito, le ombre di consoli, di tribuni e di senatori, che durante il medio evo, quanto è lungo, pajono vagolare per entro a Roma. L’Impero, cui tendono ad abbattere, non è già il formidabile despotismo dei Cesari antichi; è un sistema ideale, teocratico. La signoria territoriale del Papa, cui fanno guerra, parimenti come l’altro, è un reggimento assai differente da regno assoluto; è privo di potenza, di energia, di mezzi; tutta la sua fortezza è riposta in un principio morale che abbraccia il mondo quant’è vasto. Tuttavolta, gli è per principio siffatto che Roma videsi condannata eternamente a sagrificare le sue libertà cittadine e le glorie civili alla grandezza e all’independenza del suo sacerdote sommo. La natura che stimola l’uomo a sviluppare le sue forze entro allo Stato ed alla società; l’ambizione e il desiderio di gloria, speranze sempre dolci, se anche siano vane, delle anime energiche, che spronano l’uomo a conquistarsi luogo eminente, trovavano in Roma contrarietà acerba di fronte ad uno Stato in cui le forze terrene erano incatenate senza moto, e non v’avevano che preti, i quali ottenessero lustro. Per poco che gli ottimati romani guardassero allo splendore dei Conti o dei Principi delle altre città italiane, quali erano Venezia, Milano e Benevento, o per poco che, più tardi, i cittadini di Roma mirassero alla libertà e alla potenza della gente loro pari nelle democrazie del settentrione o del mezzodì, dovevano eglino ad ogni maniera alzar le pugna contro al cielo o contro al suo vicario, perocchè in Roma, città sacerdotale, fossero condannati ad eterna morte di cose politiche e civili: e tanto più acerbamente dovevano farlo, le quante volte ricordavano ciò che i loro grandi avi, i Romani antichi, erano stati. Poichè Roma, per un corso di secoli, ebbe tentato di sostenere il diritto della sua individualità contro ai grandi sistemi mondiali, ne ebbero origine i più sorprendenti contrapposti: gli Imperatori romani di nazione tedesca davano nome di loro vassalli a paesi ed a Re, ne pacificavano le controversie, ne ricevevano gli omaggi, disponevano dei loro diademi; eppure erano costretti di pugnare per le vie di Roma contro a quegli aristocratici, e, spesso, la plebe romana gli ebbe assaliti e scacciati con vitupero: i Papi dettavano leggi al mondo, e Re di terre remote tremavano ad una sola parola di loro; eppure i Romani innumerevoli volte li cacciarono fuori della Città, o schiamazzando li trascinarono prigionieri nelle loro torri. Sennonchè, in ultima fine, i Romani sventurati soccombettero sempre sotto alla forza del sistema; ed innanzi alla rilevanza che questo tiene nella storia del mondo le loro tragiche lotte e i loro conati assunsero, spesse volte, sembianza di sogni fantastici e di imprese avventurose.

Del rimanente, non ci cureremo più oltre di confutare coloro, che su’ patriotti romani, quai furono Alberico, Crescenzio e loro seguaci, imprimono il marchio di tiranni o di rei, per ciò che non porsero servilmente i polsi in balìa degli Imperatori e dei Papi. Virtù santa è l’amore di patria, nè può separarsi da quel concetto sommamente morale dell’uomo, che è la libertà. L’odio nazionale dei Romani contro agli stranieri, la loro avversione contro al governo dei preti, diedero spiegazione in ogni tempo della ragione che gli inspirava, poichè questa si fondava nella natura vera delle cose. Tuttavia, noi non vestiremo la persona di un Romano del secolo decimo coll’abito dei demagoghi greci, nè colla toga di Bruto o col fantastico mantello di Cola di Rienzo; Crescenzio fu uomo che non ebbe idee di progresso, nè si perdette in utopie; ei fu un Romano ardito e amatore della patria, che visse nell’età massimamente barbarica della sua Città. La inscrizione funeraria di lui ne celebra la bellezza del volto, e dice che ebbe decoro di illustri natali: pari ad Alberico, intese a impadronirsi del potere temporale, il quale, come affermano ancora i Romani d’oggidì, è una palla di piombo appesa ai piedi apostolici del Papa, e dal cielo, dominio che niuno gli contende, lo strascina giù basso in una regione che a lui dovrebbe essere affatto ignota.

Crescenzio, coi suoi aderenti, congiurò alla caduta del Papa tedesco. Il popolo trovava forse motivo a lagnarsi, che uomini stranieri e imperiti delle leggi romane amministrassero la giustizia, e a giudici nominassero persone che non toccavano stipendio dallo Stato, e perciò erano corruttibili e partigiane. Se nelle città non romane questo rimprovero rifletteva i Comites che eleggevano mali giudici, in Roma può darsi che si mormorasse della parzialità dei Judices dativi, ossia di cose criminali, i quali punivano molti Romani di carcere, di confisca e di bando‍[527]. Le rivoluzioni precedenti avevano reso necessario un governo severo; molti ottimati romani saranno per certo stati espulsi dai loro officî, in quello che nelle più alte cariche dell’amministrazione e da giudici saranno stati messi uomini che parteggiavano decisamente per l’Impero; Gregorio V medesimo non fu mondo del rimprovero che dispensasse officî a prezzo di denaro. Mentre il Papa tedesco si circondava di gente tedesca e di suoi creati, e deliberava di introdurre nella impura Roma la vita rigidamente modesta di Cluny, anzi, ancor meglio, di operarvi una riforma ecclesiastica, pareva ai Romani che il nuovo ordine di cose massimamente non fosse che una signoria violenta di stranieri, degna di odio.

Scoppiò una sollevazione; e il Papa ne ebbe salvamento, fuggendo a precipizio nel giorno 29 di Settembre 996. Fa meraviglia che Gregorio non avesse reso a sè sicuro il castello di Sant’Angelo, oppure, se l’avea fatto, che i suoi partigiani non vi opponessero resistenza: e sì, quando Ottone era venuto a torsi la corona, aveva pur dovuto avvenire che si sottraesse alla balìa dei nobili la sola rocca forte esistente in Roma. Sebbene parecchie volte fosse capitato in mano degli ottimati romani, il castello non era però di proprietà privata; monumento dei più cospicui di Roma, apparteneva anzi allo Stato; più tardi, i Papi lo tennero in conto di loro speciale possedimento, a somiglianza della città Leonina, opera propria di essi, e in tale rispetto lo ebbero i Romani. Ma poichè, in questo tempo, i Pontefici non avevano loro residenza in Vaticano, il castel Sant’Angelo non profittava loro come luogo di rifugio, e nel Laterano, che non era munito, stavano esposti senza difesa ad ogni repentino assalimento. Crescenzio si riprese dunque il castello, e lo empiè di gente d’arme.

Frattanto, l’espulso Gregorio moveva in gran fretta all’Italia settentrionale, ove aveva già indetto un Concilio che doveva raccogliersi a Pavia. Qui, sull’incominciamento dell’anno 997, promulgò statuizioni di vario genere sopra argomenti che riflettevano la Chiesa di Germania e quella di Francia; significò ai Principi ed ai Vescovi che, da quel momento in poi, avrebbero dovuto piegare la fronte innanzi alla primazia romana, e che Roma avrebbe sostenuto con tutta l’energia i principî posti dalle Decretali Isidoriane contro le decisioni dei Sinodi provinciali. Riguardo alla cacciata sua, mostrò una calma piena di dignità, e con temperanza di linguaggio richiese i Vescovi tedeschi che confermassero la scomunica pronunciata contro all’invasore e predatore della Chiesa: così avvenne‍[528]. Mentre il Papa espulso lo metteva al bando fuor della comunanza dei fedeli il ribelle audace dava opera a ordinare in Roma il suo effimero dominio, innanzi che Ottone tornasse: certo è che Gregorio aveva chiamato l’Imperatore per via di pressantissime lettere.

Lui fuggito, s’era compiuta una rivoluzione universale nelle cose di governo; cacciati i Judices che erano in carica, si ponevano uomini nazionali a vece di loro; Crescenzio nuovamente si appellava Patrizio o Console dei Romani, e, convinto di sua propria debolezza, cercava di farsi alleato Bisanzio. Nè la corte di Grecia era stata estranea al rivolgimento occorso in Roma; ce lo fanno comprendere questi avvenimenti. Prima ancora che Ottone III prendesse la corona d’imperatore, aveva egli spedito un messaggio a Costantinopoli per chiedervi, come il padre suo, la mano di una principessa greca. A capo dell’ambascieria era stato Giovanni, vescovo di Piacenza, greco calabrese da Rossano, per nome Filagato. Sorto da infimo stato, doveva questi le sue fortune al favore di Teofania; educato nelle arti greche, facondo, destro, era venuto poverissimo alla corte di lei, presso cui facevano ressa molti uomini di sua nazione. Il cortigiano protetto salì presto in potenza, ottenne l’Abazia di Nonantula, la ricchissima d’Italia, indi, durante la reggenza di Teofania, fece suo il vescovato di Piacenza, che, benanco, a pro di lui, fu eretto da Giovanni XV ad arcivescovato, e separato dalla metropoli di Ravenna‍[529]. Mezzano di sponsali, nell’anno 995 era stato mandato a Bisanzio; colà aveva negoziato lungo tempo in quella corte, e con gran malcontento aveva visto deluse le speranze della sua ambizione, perciocchè a papa fosse stato eletto Gregorio V. Nella primavera del 997 tornava a Roma, e poichè non prendeva il cammino di Ravenna, dev’essere che la mutazione delle cose lo seducesse a rimanervi, oppure che Crescenzio stesso ve lo invitasse. Deciso di combattere per la tirannia o di morire, il Patrizio anteponeva riverire la supremazia di Bisanzio, anzi che sopportare il giogo odiato dei Sassoni. Accolse dunque Filagato con grandi dimostrazioni d’amicizia, e per una ragguardevole moneta gli offerse la corona di pontefice. Il favorito di Teofania, colmato di beni dagli Ottoni, avvinto di doveri spirituali verso l’Imperatore ed il Papa (aveva tenuto a battesimo Ottone III e Gregorio V) non sentì voce di coscienza, si buttò dietro le spalle ogni dovere di fedeltà, tradì i benefattori suoi, e, nel Maggio dell’anno 997, prese la tiara dalle mani di Crescenzio, con nome di Giovanni XVI. Conchiuse un trattato coi Romani che lo sollevarono ad antipapa; lasciò il potere temporale a Crescenzio e alla nobiltà, ma chiese che si riconoscesse l’autorità suprema di Bisanzio, senza il cui soccorso capiva di non potere stare ben fermo in sella‍[530].

§ 3. Dominazione di Crescenzio in Roma. — Ottone muove contro la Città. — Sorte orrenda dell’Antipapa. — Crescenzio si difende in castel Sant’Angelo. — Narrazioni varie della sua fine. — Mons Malus, ossia Monte Mario. — Inscrizione funeraria di Crescenzio.

Se un uomo di spiriti arditi fosse seduto a quel tempo sul trono di Bisanzio, bene avrebbe osato di venire alle armi per prendersi Roma. Ma Basilio e Costantino, per un corso di anni lungo fuor del consueto, trascinarono il peso del loro regno senza lode di gloria; e Italia, svezzata dal sistema di governo bizantino, fu, per buona sorte, salvata da una nuova invasione del despotismo greco. Nessun esercito mosse dalle Calabrie a Roma, nè flotta alcuna comparve alla foce del Tevere, perlochè il greco Filagato presto si pentì di non aver prestato ascolto agli ammonimenti di Nilo, santo compaesano suo. Per il predone della sua cattedra, Gregorio V non aveva che disprezzo, e tutti i Vescovi d’Italia, di Alemagna e di Francia scagliarono l’anatema sul capo del falso Greco. Lui, tuttavolta, i Romani onoravano per papa, dappoichè il partito imperiale fosse imbrigliato dal terrore che gli mettevano gli usurpatori; anche la Campagna obbediva a lui; sui monti Sabinati poi avevano stanza i congiunti di Crescenzio, Benedetto conte, sposo di Teodoranda, e i loro figli Giovanni e Crescenzio, che profittavano della signoria del cugino per impadronirsi dei beni del convento imperiale di Farfa. Abate di questo era allora Ugo, uomo che più tardi diventò, per suoi meriti, illustre, ma che non avea avuto peritanza di comprare per denaro da papa Gregorio la dignità di abate: ed invero, s’erano così scardinate le fondamenta del giusto, che nessuna maniera di guadagni era reputata obbrobriosa; tutto era venale; e poichè mancava una più alta meta cui indirizzare la vita, non s’aveva estimazione che del possedimento di signorie, e dei mezzi di spassarsela in piaceri‍[531].

Frattanto, gli usurpatori potevano dire a sè medesimi che gli apparati di loro difesa erano insufficienti, e Ottone III scendeva dalle Alpi sulla fine dell’anno 997; tanto tempo lo avevano tenuto in faccenda le guerre cogli Slavi in Alemagna. A Pavia trovava il cugino Gregorio che venivalo ad incontrare in aspetto di profugo, condotto per mano dal vecchio Margravio di Verona, padre suo. Celebrate le feste di Natale a Pavia, mossero a Cremona, poi a Ravenna, poi a Roma; e, se ancor viveva, Benedetto monaco, dal suo Soratte, avrà veduto passare le loro soldatesche accese di furore, e avrà pianto con lamenti nuovi la sorte di Roma sventurata.

Allorchè Ottone III, sulla fine di Febbrajo del 998, s’ebbe trovato innanzi alla Città, ne vide spalancate le porte, indifese le mura; soltanto il castel Sant’Angelo era presidiato da Crescenzio e dalle sue genti, che da quella rocca, ossia da quel sepolcro, intendevano disfidare la morte‍[532]. Qui fu che il popolo romano dimostrò veramente di meritare i suoi destini; non avea desso pur bisogno di ricordarsi della difesa della Città avvenuta ai giorni di Belisario; bastava che pensasse al tempo di Alberico, per dire a sè stesso che anche adesso poteva ottenersi una pari vittoria. Ma i Romani erano smembrati da fazioni, e una gran parte del clero e dei nobili parteggiava per l’Impero. Atterrito, Filagato fuggì nella Campagna; ivi, forse nella fatale Astura, si celò entro una torre, aspettando di ricoverarsi per mare o per terra fra’ Greci. Però, cavalleggieri imperiali lo colsero; con furore barbarico mozzarono al falso Papa il naso, la lingua, le orecchie, gli strapparono gli occhi, e trascinatolo a Roma, gettarono l’infelice nella cella di un convento‍[533]. Ottone entrò nella Città senza impedimento, intimò a Crescenzio di posare le armi, e, poichè ne ricevette una risposta insolente, ordinò che il castello si prendesse d’assalto. Tranquillamente pose tribunale in Laterano, e promulgò scritture a favore di conventi e di chiese, nel tempo medesimo che il Papa faceva medicare alcun tratto di tempo le piaghe di Filagato. Nel mese di Marzo congregò egli in Laterano un Concilio; ivi la persona mutilata dell’Antipapa, che metteva ribrezzo a mirarla, si presentò agli sguardi dei Vescovi: tanta miseria avrebbe impietosito anco dei Saraceni. Filagato fu deposto di tutte le sue dignità; maltrattandolo, gli strapparono di dosso le vesti pontificali, coperto delle quali era stato costretto a comparire; lo posero cavalcioni, a rovescio, di un asino scabbioso, come un tempo erasi fatto di Pietro prefetto, e, mentre un araldo lo precedeva gridando, quegli esser Giovanni che aveva osato far le parti di Papa, lo trassero per le vie di Roma fra le urla del popolo; indi egli sparve dietro la porta di un carcere‍[534]. Non v’ha cosa che dipinga più al vivo le condizioni morali degli uomini, di quello che sia il modo onde eglino ricompensano le loro virtù e castigano le loro colpe: e dacchè abbiamo registrato alcuni vivissimi esempli dell’ultima specie, egli è facile giudicare di che fatta fosse lo stato sociale del secolo decimo. Se sia vero che allora venisse a Roma l’abate Nilo affine di salvare il suo gramo compatriotta, quest’azione ne onora la memoria. La sua biografia, inzeppata di fole, narra su di ciò, che quel vecchio quasi novantenne, movesse a Roma per chieder la grazia di Filagato; però i desiderî del Santo non ottennero ascolto, e, quando il protetto suo ebbe sofferto la punizione crudele, Nilo partì coll’animo acceso di collera, non senza aver vaticinato al Papa e all’Imperatore l’ira del cielo, che un dì o l’altro immancabilmente avrebbe colpito i loro cuori impietrati‍[535].

Avevano spazzato via l’Antipapa, ma il vero capitano della rivolta resisteva tuttavia in castel Sant’Angelo. Quivi era chiuso Crescenzio senza speranza di salute, nemmanco di fuga, che egli sembra aver disdegnato. Roma abbandonato lo aveva, chè il popolo tosto lo rinnegava, e la faceva da spettatore muto di una fra le più sanguinose tragedie della sua città, in quello che i Romani aderenti all’Impero si associavano ai Tedeschi per assalire la rocca; nè a Crescenzio davano ajuto i Baroni della Campagna, dove i suoi cugini, attendendo nella Sabina l’esito degli eventi, si rimpiattavano nei loro covi di predoni; nessun altro rimedio egli scorgeva fuorchè nelle spade dei suoi fidi amici, i quali s’erano chiusi dentro con lui, con lui preparati a morire. Infatti, sebbene fosse a prevedersi la sua fine inevitabile, i suoi nol tradivano; ed anzi la caduta di lui, che avveniva dopo una breve ma valorosa difesa, sublimò la gloria del suo nome, che il popolo, per tempo lungo, associò a quello del castel Sant’Angelo. Questo celebre sepolcro imperiale, per sè medesimo saldo come un torrione, nel corso delle età era diventato una vera fortezza, e, già ai tempi di Carlo Magno, lungo le mura che da esso dechinano fino al fiume, contavansi sei torri e centosessantaquattro merli: oltracciò Crescenzio ne aveva accresciuto i fortificamenti‍[536]. Il sepolcro tenevasi in conto di inespugnabile; può darsi che si fosse conservata fama della difesa che ivi dentro avevano sostenuto i Greci: era stampata nella ricordanza di tutti la fuga che di là aveva preso re Ugo, e viveva la memoria che esso era stato castello dell’invitto Alberico; segnatamente dai Goti in poi, quel monumento aveva avuto il vanto di non venir conquistato mai. Crescenzio respinse trionfalmente alcuni assalimenti, e Ottone fu costretto di far assediare il sepolcro con tutte le regole dell’arte bellica.

Diede l’incarico dell’assedio a Eccardo margravio di Misnia, e questi, tosto dopo la Domenica in Albis, montò all’assalto. Crescenzio virilmente si sostenne qualche tempo, ma le grandi torri di legno e gli arnesi di guerra che i Tedeschi s’erano costruiti, scrollarono la rocca, e insieme la fede che non potesse esser presa. Il modo onde finiva Crescenzio, è sepolto in mezzo a racconti di leggenda. Narrassi financo che, disperando di opporre più a lungo resistenza, entrasse tutto incappucciato nel palazzo di Ottone, e, gettandosi a’ suoi piedi, lo implorasse a mercè. «Perchè», avrebbe allor detto il giovane Imperatore a’ suoi, «perchè lasciaste che il Principe dei Romani, ordinatore di Imperatori e di Papi, e facitore di leggi, entrasse nelle case dei Sassoni? Riconducetelo sul trono della sua eccellenza, fino a che gli abbiamo apprestato accoglienze convenevoli al grado suo»: Crescenzio, tornato al castello, vi si sarebbe difeso prodemente, ma finalmente, quello era preso di scalata, ed allora l’Imperatore ordinava che il Romano si precipitasse dai merli innanzi agli occhi di tutti, acciocchè i Romani forse non dicessero, che egli aveva loro rapito il loro principe con gran segretume‍[537]. Un’altra leggenda racconta che Crescenzio fosse preso mentre fuggiva, e, messo dalla rovescia a cavallo di un asino, fosse tratto per le vie di Roma, mutilato membro a membro, e in ultima impiccato fuor della Città‍[538]. Nè mancarono voci che attribuirono la caduta di lui al più obbrobrioso spergiuro di Ottone. Dicevasi, che, per mezzo di Tammo suo cavaliere fidato, gli avesse promesso sicurtà, e che poi facesse giustiziare, come reo di maestà, lui che gli si era dato in balìa. La verosimiglianza di questo spergiuro raccomandavasi al fatto che Tammo andò monaco, e che Ottone si esercitò in opere di penitenza; però nulla v’ha che ne dia certezza; la resistenza di Crescenzio era disperata, e niente v’era che costringesse l’Imperatore a comperare la caduta del castel Sant’Angelo con un tradimento così contrario alla buona cavalleria‍[539]. Tuttavolta, può aver fondamento la credenza che il Console dei Romani fosse costretto a dedizione, sia che si arrendesse a discrezione, sia che, coperto di ferite, abbassasse le armi innanzi a promesse dei capitani, che l’Imperatore dappoi non confermasse. La barbarie di quel secolo non ha diritto a mitezza nostra di giudizio; nè possono biasimarsi gli Italiani se dubitano dell’onestà di nemici inferociti, eglino pure avvezzi a parecchie infrazioni di patti. Crescenzio, che primamente era stato graziato dall’Imperatore, aveva rotto il suo giuramento, cacciato il Papa, sollevato l’Antipapa, negoziato con Bisanzio: perciò sapeva per fermo di esser condannato a morire.

Il castello fu preso di assalto addì 29 di Aprile dell’anno 998; Crescenzio, come reo di alto tradimento, fu decapitato sui merli del Sant’Angelo, il suo corpo ne fu precipitato in basso, e finalmente appeso ad un patibolo eretto su Monte Mario‍[540]. I Cronisti italiani narrano che prima gli si strappavano gli occhi, gli si mutilavano le membra, e, involto in una pelle di vacca, lo si strascinava per i chiassi fangosi della Città: nè saremo noi che faremo il menomo tentativo di revocare in dubbio queste barbarità, per salvare di qualche poco l’onore di quel tempo brutale, e neppur dubiteremo che siffatta crudeltà offendesse di troppo i nervi di Ottone III e di Gregorio V, di loro che avevano tollerato in santa pace le efferatezze ond’era stato trattato l’Antipapa. I Romani non potevano mirare che con isguardi di odio e di disperazione al patibolo di Monte Mario; di quest’altura, donde scendevano i pellegrini nordici, che si eleva, da sopra di ponte Molle, quasi monumento storico del santo romano Impero della nazione tedesca. Appiè dell’alta e bella collina, da cui pellegrini e guerrieri, quando venivano, godevano per la prima volta la vista ammaliatrice di Roma eterna, era situato il campo di Nerone, dove stava attendato l’esercito imperiale: ivi erano appesi Crescenzio e dodici Romani, capitani regionali di Roma, giustiziati con lui, trofei terribili di Germania, ossia dell’aborrita dominazione straniera che pesava su Roma: e i capitani sassoni avevano di che vociare, dicendosi l’un l’altro per beffa, che adesso il Console magno aveva agio di guardare in basso al vicino castel Sant’Angelo, luogo di suo dominio. Da quel dì i Tedeschi battezzarono il colle con nome derivato dall’avvenimento loro propizio; ne è appellato, dicono, Mons Gaudii, monte di gioia; i Romani, afflitti, lo hanno invece chiamato Mons Malus, monte di dolore‍[541]. Allorquando in quei giorni, dal 29 al 30 di Aprile di quell’anno, i pellegrini saranno passati innanzi ai patiboli dei Romani, avranno sospeso il canto di loro inni, raccapricciando alla vista del luogo ove avevano sofferto supplizio gli audaci campioni della libertà romana, e, tremando, avranno affrettato il passo in mezzo alle soldatesche giubilanti dei Sassoni, che celebravano nel campo di Nerone il loro trionfo. Un Cronista ci descrive la grama sposa di Crescenzio fra gli abbracci di armigeri brutali cui era data in balìa, ma non è che un’invenzione dell’odio nazionale romano: presto Stefania, in tutt’altra figura, doveva far mostra da amante del vincitore di suo marito‍[542]. Con maggiore somiglianza di vero noi crediamo vedere la matrona infelice chiedere in grazia a Ottone imperatore la salma del giustiziato, e, accompagnata in secreto da mesti amici, darle sepoltura cristiana sopra un’altra collina, in vicinanza di Roma. Se i Romani avevano motivo di attribuire la morte del loro eroe ad un’infrazione di fede, gli è per proposito che a luogo di sua tomba eleggevano sul Gianicolo la chiesa di san Pancrazio, da tempo antico guardiano delle promesse e vendicatore dello spergiuro.

Roma pianse a lungo l’illustre e bella persona di Crescenzio‍[543]; nè è senza ragione che da allora in poi fin molto giù nel secolo undecimo il nome di Crescenzio si ritrovi così meravigliosamente frequente nei documenti della Città; lo si impose a’ figli di parecchie famiglie, manifestamente a ricordanza dello sventurato campione della libertà di Roma. Sulla tomba di lui si pose un epitaffio che ci fu conservato: è uno dei migliori e più notevoli del medio evo romano; in esso alita lo spirito melanconico delle età passate, quello spirito che si diffonde dal mondo delle ruine di Roma:

«Verme, o uomo, putredine, cenere sei; non cercar case d’oro; in quest’angusta cassa starai racchiuso. Colui che resse tutta Roma felicemente, or in queste strettezze è raccolto, povero e piccino. Bello di persona, fu Crescenzio dominatore e duca, nato di stirpe inclita. A’ suoi tempi, potente fu la terra che il Tevere bagna, e tornò chetamente a dritto del Pontefice. Avvegnaddio la fortuna abbia torto a giro la sua vita, e lo abbia condannato a tetra fine. Chiunque sei che respiri aure di vita spargi un lamento sulla sorte di lui; rammenta che pari a lui tu sei»‍[544].