Ottone passò in Lombardia la stagione estiva, ma Silvestro con fervide instanze lo richiamò a Roma: quivi infatti risorgeva lo spirito di ribellione, la Sabina gettava disfida al Papa, il quale, andatovi per difendere i diritti della Chiesa, era in Orta minacciato con un sollevamento, e costretto a fuggirsi a Roma‍[611]. Ottone, che primamente aveva avuto nuova, da Gregorio di Tusculum, dello stato minaccioso della Città, mosse a Roma nell’Ottobre, a capo di un esercito, seguito da Vescovi tedeschi, e dai duchi Enrico di Baviera, Ottone della Lotaringia inferiore, e Ugo di Tuscia. La sua venuta tenne in freno i Romani, che l’assenza di lui aveva incorato a tumultuare.

L’Imperatore pose stanza nel suo castello sull’Aventino, deliberato di fissare per sempre dimora in Roma. Allora fe’ consecrare la basilica di santo Adalberto, per ministero del Vescovo di Porto, sotto la cui giurisdizione stava l’isola Tiberina. Ottone sarebbe stato beato di erigere templi, in ogni canto del mondo, al martire divinizzato, nell’istesso modo che Adriano aveva fatto ad Antinoo favorito suo, da lui riposto tra i numi. Gli fondava un convento in Ravenna, una chiesa in Aquisgrana, e la basilica a Roma, dove raccoglieva in custodia un braccio del Santo. Andò avidamente a cerca di reliquie per fornirne questa chiesa; domandò Benevento che gli consegnasse il cadavere di san Bartolomeo, ma gli atterriti Beneventani lo ingannarono, dicesi, dandogli invece le ossa di san Paolino di Nola, e Ottone le trasse a Roma, e le seppellì, quali avanzi dell’apostolo Bartolomeo, nella basilica: risaputa poi la pia ciurmeria, voleva sulle prime vendicarsene contro Benevento, ma poi non ne fece più altro‍[612]. La chiesa dell’isola Tiberina fu allora appellata «dei santi Adalberto e Paolino», ma l’origine barbara fece sì che il Boemo, accolto nel culto religioso della Città, non diventasse mai famigliare in Roma. I Romani andarono affermando, che nella basilica era sepolto Bartolomeo apostolo, e da lui la nomarono; e, allorquando Pasquale II la restaurò nell’anno 1113, di santo Adalberto non fec’egli più menzione in quei suoi versi, che ancora possono leggersi sulla porta d’ingresso‍[613]. Pertanto, nell’isola dedicata in antico a Esculapio fu fabbricata la chiesa onde diciamo, e lo fu forse colle ruine del tempio di lui: così Esculapio, figlio degli Dei, ebbe per successore il santo barbaro Woiteco ossia Adalberto. Oggidì, quando dai giardini del convento si scende ai margini del fiume, vi si mirano ancora gli avanzi delle mura di travertino, che anticamente avevano dato all’isola la figura di una nave rostrata; e tuttora si discerne il simulacro in pietra del caduceo, e si rammenta che da quel sacro serpente di Epidauro l’isola ebbe nome di Insula serpentis Epidaurii[614]. Può darsi che Ottone affidasse a quanto v’aveva di artisti migliori, l’incarico di decorare la sua basilica. Dessa è unico monumento di lui in Roma, quantunque rimutata sia dalla forma antica; chè soltanto la torre e le quattordici colonne antiche di granito derivano dal tempo suo. Con gratissimo diletto l’uomo tedesco si sofferma nella tranquilla piazza che s’apre davanti a quella pittoresca chiesa del medio evo, dove, nel bel mezzo del Tevere, con Roma da una banda ed il Transtevere dall’altra, può in quiete dar libero il volo alle sue meditazioni: oppure, dal piccolo giardino del convento, dove gli aranci frondeggiano vicino ai melanconici giunchi del fiume, egli solleva lo sguardo al prossimo Aventino, coperto delle severe ruine del suo castello, ed evoca alla mente i tempi in cui Ottone III dalla soglia del suo palazzo affisava con senso di religiosa pietà la basilica di Adalberto.

§ 6. Tibur, ossia Tivoli. — Sollevazione di questa città. — Ottone III e il Papa la assediano e le concedono perdono. — Rivoluzione in Roma. — Condizioni disperate di Ottone. — Discorso ch’ei rivolge ai Romani. — Fugge di Roma. — Ultimo anno di sua vita. — Muore, addì 23 di Gennaio 1002.

Addì 4 di Gennaio dell’anno 1001 Ottone dava il benvenuto a Bernuardo, vescovo di Hildesheim, maestro suo, e lo albergava in vicinanza al suo palazzo. Tosto dopo era costretto di correre alle armi per castigare la piccola città di Tibur. Fra le città della provincia romana le più considerevoli erano allora Preneste, Tusculum e Tibur; un feudo la prima dei figli di Stefania senatrice, la seconda dominata dai discendenti di Alberico, Tibur fornita di una tal quale libertà municipale. Omai la città era detta Tibori o Tivori, donde poi derivò il nome di Tivoli‍[615]. Racconti di leggenda, casi di storia, bellezza di natura, avevano resa Tivoli illustre. Alba Longa era stata madre di Roma, e del peperino dei suoi monti erano stati edificati i gravi monumenti della Città republicana; ma i Tivolesi ben potevano celebrare a loro gloria, che della gialla pietra dei loro colli erano sorti gli immensi edificî di Roma imperiale e pontificia. Nomi splendidi dell’età di Augusto erano associati alle ruine delle lor ville, fra le quali si additano quelle di Mecenate, di Orazio e di Cicerone, di Varo, di Cassio e di Bruto, dei Pisoni, di Sallustio e di Marziale‍[616]. Le sue belle grotte, traverso le quali l’Anio precipita rumoreggiando, sono illeggiadrite di racconti di sirene e di Nettuno; gli avanzi dei suoi delubri acquistano vaghezza dai nomi di Ercole, di Vesta, e di quella albunica Sibilla, che in una visione ebbe svelato a Ottaviano la nascita di Cristo; e tuttodì, a’ piedi d’incantevoli boschetti di olivi, destano nell’animo meraviglia i ruderi della villa di Adriano, massima delle case di delizia che fosse in Occidente. Quantunque di quei luoghi si fosse tolto tanto numero di statue, di musaici e di marmi preziosi, pure al tempo di Ottone erane tuttavia grandissima la copia. In mezzo a rovine di portici antichi, coperte di alberi di alloro e di lentischi, o sotterrate fra’ rottami, s’alzavano ritti o giacevano supini, obliati dagli uomini, l’Antinoo del Campidoglio, la Flora, i Fauni, i Centauri capitolini, la Cerere, l’Iside, l’Arpocrate, il rilievo dell’Antinoo di villa Albani, il musaico dei piccioni di Soso, e tante altre opere d’arte, che empiono in oggi i musei di Roma e di altri siti‍[617]. Goti, Longobardi, Arabi avevano devastato Tivoli, e la città somigliava a Roma nel suo duplice aspetto: reliquie di mura e di templi, avanzi dell’acquedotto Claudiano, un anfiteatro, fontane parecchie, statue sparse qua e colà duravano tuttavia in piedi; alcune strade erano denotate con nomi antichi, e, nel tempo istesso, templi s’erano tramutati in chiese e in conventi, e torrioni medioevali si erano edificati. In carte tivolesi del secolo decimo leggiamo ancora questi nomi: Forum, Vicus Patricii, Porta major e oscura, posterula de Vesta, porta Adriana castrum vetus, pons Lucanus, dove la tomba dei Plauti aveva preso forma di un castello a ponte, siccome era avvenuto in Roma del sepolcro di Adriano‍[618].

Quantunque in Tivoli, come a Porto e in Aricia, dei Comites e dei Gastaldi, o prevosti, vegliassero a guardia dei diritti della Chiesa romana, sembra che quei cittadini avessero conservato sentimento d’independenza. Il loro Vescovo aveva ottenuto esenzione dal banno del Conte, e, poichè non troviamo che ivi esistessero famiglie nobili di cospicuo grado, può darsi che Tivoli, a preferenza di tutte le altre terre romane, godesse, sotto la protezione vescovile, di un ordinamento municipale, fornito di maggior libertà‍[619]. Le esenzioni allentavano l’obbligo di sudditanza delle città, le quali cominciavano a costituirsi isolate; e Roma vedevasi ricondotta ai tempi della sua infanzia, quando, indottavi da acerbe gelosie, aveva mosso guerra alle terre della Campania. I Tivolesi, che accampavano i loro diritti di esenzione, avevano trucidato Mazzolino duce, che Ottone, così pare, vi aveva spedito da governator suo. L’Imperatore cinse d’assedio la città e minacciò di smantellarla; si difese essa, ma presto le mancò il cuore, e Silvestro e Bernuardo la indussero a sottomettersi. Mezzo nudi, recando in mano una spada ed un fascio di verghe, i cittadini più notabili si presentarono a Ottone e gli chiesero perdonanza; egli fe’ grazia alla città, e s’accontentò a far atterrare un tratto delle mura e a prendere ostaggi‍[620]. Di questa maniera l’Imperatore si considerava, in modo assoluto, principe della provincia romana, chè il Papa, signore territoriale di Tivoli, la faceva soltanto da intercessore, e chiedeva che alla città si perdonasse. Questa mitezza fe’ invelenire i Romani; dell’odio sanguinoso che nutrivano per Tivoli si potrebbe dubitare, se la storia non ne confermasse la verità: infatti, anche nell’anno 1142, il perdono che parimente era concesso a quella città, dava motivo ad un grande rivolgimento. Le fantasie di Ottone avevano scaldato l’orgoglio dei Romani; già pensavano essi alla restaurazione dei diritti del Senato, e movevano pretese al dominio altresì delle terre circonvicine. D’allora in poi i pretendenti alla podestà di governo, Papa, Imperatore, Città, vennero a continue lotte fra loro.

Agli ultimi tempi di Ottone III gli ottimati romani parteggiavano per l’Imperatore: poichè questi intendeva di risiedere a Roma, eglino avevano afferrato le sue idee, intese a dare nuova grandezza al popolo romano, e ciò facevano per mettersi essi nel luogo della signoria pontificia. Fors’è che l’Imperatore aveva loro promesso i beni di Tivoli; ma il Papa impediva che la città si distruggesse, poichè pensava a salvarne il possedimento a beneficio proprio di sè. I Romani si videro giocati; il loro odio contro il giogo dei Sassoni tolse dall’affare di Tivoli opportunità propizia ad erompere; si sollevarono con grande furore, serrarono le porte, uccisero alcuni imperiali, e cinsero d’assedio il palazzo dell’Aventino. L’Imperatore, che vi stava rinchiuso da tre giorni, era ridotto all’idea di aprirsi un varco per congiungersi ai suoi soldati; e già il vescovo Bernuardo, dopo di aver dispensata l’eucaristia a tutti quei fedeli, prendeva in mano la lancia santa, e deliberava di precedere a quelli che stavano per tentare la sortita. Ma, frattanto, di fuora dalle porte, Enrico e Ugo duchi venivano a trattative coi Romani, e a quelli e a Bernuardo riusciva fatto di acchetare i ribelli. Costoro si ritirarono allora dall’Aventino, lasciarono che Enrico ed Ugo entrassero in città, e nel dì successivo vennero pacificamente innanzi al palazzo, ad un’adunanza cui Ottone gli aveva invitati‍[621]. L’Imperatore dall’alto di una torre tenne loro discorso; delusione e dolore davano al giovine sventurato una facondia bollente: «Siete voi», diceva, «siete voi quelli che io chiamava i miei Romani? quelli per amore di cui abbandonai patria e parenti? Per affetto vostro ho sparso il sangue dei miei Sassoni e di ogni schiatta Tedeschi, e il mio proprio: voi ho guidato fino alle terre più remote dell’Impero nostro, là dove neppure i vostri padri, quando dominavano il mondo, avevano posto il piede. I nomi vostri e la vostra gloria voleva io trarre fino all’estremo dell’orbe; eravate voi i miei figliuoli prediletti; per voi io mi sofferiva l’odio e la gelosia di tutti gli altri. E voi adesso, in compenso, vi separate dal padre vostro; avete scannato crudelmente i miei fedeli, e me cacciato dal vostro seno: eppure no, non poteste farlo, chè quelli i quali io abbraccio con amore di padre non possono essere sbanditi dal mio cuore. Conosco ben io chi furono i capi della rivolta, e d’un volger d’occhi potrei segnare coloro i quali audacemente sostengono gli sguardi che tutti ficcano loro in viso; e perfino i miei più fidi, la cui innocenza mi rende beato, sono condannati a starsi silenziosi in mezzo ai rei, e a perdersi nell’incognito, in mezzo a loro: in verità orribile cosa è questa!» La voce tremante di Ottone, nel cui petto l’amore di Roma soffocava gli sdegni, la faccia scolorata e bella dell’Imperatore, che portava segnati in fronte i solchi del dolore, esercitarono una grande efficacia: rimasero silenziosi tutti, molti piansero, indi un grido si levò. Afferrati i caporioni della sedizione, Benilone e un altro, gli strascinarono su per la scala della torre, e, mezzo morti, li gettarono ai piedi dell’Imperatore‍[622].

Il dolore limava la vita di Ottone; vedendo distrutti i suoi disegni, s’immerse in una mestizia desolata, e, come in antico era avvenuto di Teodorico, anch’egli, in quella Roma amata di sì caldo affetto, tornò a trovarsi uomo straniero fra gente straniera. Quantunque i Romani avessero deposto le armi, la Città era pur sempre piena di tumulto. Gregorio di Tusculum con animo ingrato sommoveva il popolo; vociferavasi di un disegno, per cui si mirava a sorprendere l’Imperatore e a impadronirsi di lui, dappoichè la sua scarsa soldatesca stava in parte a quartieri fuor della Città. Enrico, Ugo, Bernuardo lo sollecitarono a porsi rapidamente in salvo, e lo sventurato uscì insieme col Papa della Città, che era il giorno 16 di Febbraio dell’anno 1001. La sua partenza somigliò ad una fuga, ed infatti molti Alemanni rimasero addietro, e furono tenuti dai Romani in ostaggio. Per il fatto, Roma tornava ad essere independente, e sembra che il governo venisse in mano di Gregorio di Tusculum, nipote del celebre Alberico, la cui casa Ottone aveva restituita a splendore‍[623].

Ottone volse i suoi passi al settentrione, e spedì a Germania Bernuardo ed Enrico, perchè ne raccogliessero milizie fresche: egli poi andò al convento di Classe, in vicinanza a Ravenna, e vi celebrò le feste di Pasqua. Sebbene la sua fuga di Roma avesse dovuto parergli il più aspro pellegrinaggio di tutta la sua vita, tuttavia tornò a indossare abito di penitente. Romualdo cercò avidamente di impadronirsi di quell’anima scrollata di speranze, tentò di inchiodarla, trofeo massimo di sue vittorie, in un convento, e di far vedere al mondo un Imperatore coperto della tonaca, onde aveva di già vestito un Doge. Però, la mente di Ottone, che spaziava nelle idealità, poteva bensì smarrirsi per qualche settimana in mezzo ai misteri del monacato, ma non seppellirvisi dentro in perpetuo. Buttato via il saio del penitente, visitò in secreto Venezia, dove Pier Orseolo II, figlio di quel Doge che s’era fatto frate, gli mostrò le magnificenze della giovane regina dei mari, i frutti delle sue virtù di governo, e la saviezza pratica del suo reggimento. Radunato dappoi il suo esercito, Ottone mosse, sbuffante vendetta, contro a Roma. Tuttavolta, non abbiamo nuova che assalisse la Città; lo troviamo ai 4 di Giugno in vicinanza al san Paolo, ai 19 di Luglio nei monti Albani, ai 25 e ai 31 di Luglio a Paterno‍[624]. Creder non possiamo che egli non sarebbe entrato in Roma, se avesse trovato aperte le porte. Scarso esercito aveva, poichè stava ancora aspettando le soldatesche riposate di Eriberto arcivescovo di Colonia; e i Romani che, presi di paura, avevano messo in libertà i prigionieri tedeschi, dovevano preferire l’estrema distretta di un assedio, piuttosto che venire ad una resa, le cui conseguenze gli avrebbero ridotti alle sorti istesse di Crescenzio. L’Imperatore or compariva innanzi a Roma, or devastava col ferro e col fuoco la Campagna, dove, in ogni castello, si annidavano nemici suoi; ed egli stesso in persona, dal suo maggior quartiere che aveva posto a Paterno, presso al Soratte, in vicinanza di Civita Castellana, andava e tornava, fino a che la infedeltà dei Principi dell’Italia meridionale lo chiamava colà. Andò a Salerno, assediò e prese Benevento, e, quasi che lo agitasse un’irrequietezza presaga di morte, corse di nuovo, nell’autunno, a Pavia, indi a Ravenna per farvi orazioni e penitenze‍[625]. Se torni a Roma, così l’ammoniva santo Romualdo, non rivedrai più Ravenna: e disse il vero. Il giovine si staccò dal profeta di mal augurio, e mosse verso Roma; celebrò a Todi le sue ultime feste di Natale, e vi tenne insieme col Papa un Concilio, che si occupò di cose di Germania.

Sorse l’anno 1002. Accasciato alla notizia che il malcontento covava fra i popoli tedeschi, i quali minacciavano di porre un Principe, ispirato a sensi germanici, nel luogo del loro Re che viveva oblioso di loro in Italia, scoraggiato per lo indugiare delle milizie ausiliarie, infermo lo spirito di affanni e malato di febbre, il giovine visionario si trascinò nel mese di Gennaio a castel Paterno, dove comandava Tammo conte, fratello di Bernuardo, e dove Ziazo patrizio, venuto di Pavia con soldatesche, gli si era congiunto. Dai merli di Paterno Ottone poteva discorrere collo sguardo sulla grande pianura di Roma, dove il padre suo dormiva l’ultimo sonno nell’atrio del san Pietro. Ai suoi occhi illusi dalle imagini febbrili sembrava che la Campagna, che Italia tutta ardesse, come una sola fiamma, dell’incendio della rivoluzione; e l’Imperatore, che aveva sognato di rinnovare il dominio mondiale dei Romani, si vedeva ridotto a morire entro un piccolo castello, dove minacciato era dalla fame e dalla oltracotanza dei suoi vassalli romani. Durò tuttavia fino a veder arrivare Eriberto con soldatesche, indi andò fiaccando; ricevette la comunione dalle mani di Silvestro, e spirò fra le braccia dei suoi amici piangenti, addì 23 di Gennaio dell’anno 1002, che non ne aveva ancora ventidue.

La morte di Ottone, al paro della sua vita, diventò ben presto argomento di leggenda. Narrossi che la vedova di Crescenzio, nuova Medea, lo ammaliasse coi suoi vezzi, e che, sotto pretesto di portar medicina alla malattia di lui, lo involgesse in una pelle di cervo preparata con veleni, o che gli mescesse tossico in un beveraggio, od altrimenti che gli ponesse in dito un anello avvelenato, e vendicasse così il marito suo. Morendo, l’Imperatore aveva espresso desiderio di esser sepolto ad Aquisgrana vicino a Carlo magno: vivente aveva sprezzato Alemagna, morente tornava all’amore dei suoi padri. La fine di Ottone e il viaggio che il suo cadavere fece attraverso Italia compongono una commovente tragedia, la quale dimostra la inanità delle menti umane che si travagliano intorno a disegni di mortali cose; meglio, neppur gli antichi ebbero poetato cotale verità nella persona d’Icaro. Nel tempo istesso che Arnolfo, arcivescovo di Milano e legato di Ottone, solcava le onde del mar Jonio col vascello che gli conduceva di Grecia la Principessa a lui fidanzata e tanto ardentemente attesa, i Tedeschi movevano per Tuscia in rapida fuga, seco traendo la bara in cui giaceva morto il fidanzato. I suoi fedeli, i Vescovi di Liegi e di Colonia, di Augusta e di Costanza, Ottone duca della bassa Lotaringia ed altri maggiorenti, tennero celata quella morte, finchè ebbero raccolte insieme le loro soldatesche; allora soltanto mossero con marcia palese. I prodi Tedeschi in battaglie serrate circondarono il mesto corteo, e s’aprirono il passo colla spada. Di tal guisa, quell’Imperatore, che aveva amato Roma con tanto ardore di affetto, era portato cadavere in mezzo a feroci grida di guerra, fra le turbe dei Romani che andavano scorrazzando intorno al feretro; di tal guisa era condotto morto, lungo quei campi che, orgoglioso e lieto, altri dì aveva percorso alla testa dei suoi eserciti, quando gli sorrideva tutto un poema di propositi arditi.

Lo storico o il tragedo potrebbero scorgere cogli occhi della mente molte ombre de’ tempi trascorsi vagolare intorno al feretro di Ottone III; e potrebbe loro eziandio parere di vedere, accorrenti dalle età venture, le persone del romano Cola di Rienzo e del giovine Corradino. L’occhio dell’uomo tedesco a queste ricordanze si velerà di tristezza, e l’animo suo sarà punto di amore della patria, la quale, fino al dì d’oggi, ha sacrificato tanti e sì cari capi all’Italia straniera. Non sarà sempre giustizia che egli accusi di arti traditrici questa terra dominata dalla gente tedesca, avvegnachè, se lo facesse, dimenticherebbe che nessun sentimento è più potente di quello che stimola le nazioni a conseguire independenza. A miglior ragione dovrà egli deplorare, ombra di sua nazione, l’amore che la invaghì di stranieri paesi; e la storia di Ottone III ben gliene offre opportunità. È pur vero; i Tedeschi risentono un’attraenza idealistica al mezzogiorno. Altri popoli, per desiderio politico, si sono volti ai paesi di fuori; i Greci ebbero piantato loro colonie in tre parti del mondo; i Romani conquistarono mezzo l’universo fra torrenti di sangue; gli Inglesi ancora oggidì dominano paesi remoti della terra; gli Spagnuoli, i Francesi, i Russi, per pari brama di signoria, furono e sono spinti ad uscire delle loro frontiere. Sola e ostinata conquista dei Tedeschi fu Italia, questa terra della storia, della bellezza, della poesia, che ripetute volte li chiamò a sè; e la conquistarono non per sottoporla a tirannide, ma per suscitarla dal suo letargo di morte, per rianimarla, per rinnovarla. La virtù del sentimento religioso, propria intimamente dei Tedeschi, ne li creò proteggitori della Chiesa romana, e con vincoli di necessità gli avvinse a Roma. Desiderio fervido di scienza gli attrasse ai tesori dell’antichità, e siffatto impulso renderà ad essi eternamente diletta la terra d’Italia e Roma. Combinazioni politiche educarono l’idea dell’Impero, e di essa fecero colonna i Tedeschi: ed è appunto a cagione di quelle due forme della storia degli uomini, quali furono la Chiesa universale e l’Impero, che i Tedeschi hanno indebolito il principio di loro propria nazione, mentre, ai loro confini, Francia, unita in concentramento, diventava capace di un despotismo nazionale, gretto ma energico. I Re tedeschi, per un corso di secoli, guidarono i loro popoli di là dalle Alpi, fino a Roma, a morirvi per un dogma politico e religioso; e questo fu che rese Alemagna la prima nazione del mondo, onde, indirizzata sempre ai beni eccellenti dell’umanità, riuscì ad essa di farsi centro del lavorio spirituale di Europa. A Roma, per opera degli Ottoni suoi, restaurò la associazione delle età e le correnti dei tempi, sciolse i suggelli che serravano le tombe dell’antichità, associò la civiltà del mondo antico a quella del mondo cristiano, maritò l’indole romanesca con quella germanica, ne procreò il grande svolgimento della cultura moderna, rialzò la Chiesa dal suo decadimento profondo, e vi istillò lo spirito della riforma. Germania si lasciò attrarre da Roma, come da una calamita intellettuale; però, i nepoti di quei Re sassoni, che avevano trasportato a Roma il centro di gravità della storia di loro patria, hanno, con più sodo intelletto, nuovamente svincolato Alemagna da Roma, non appena che il progresso dei tempi lo ebbe comandato.

Comunque si sia, Ottone III rimane sempre uno dei più mirabili simboli dell’indole tedesca. Infatti, quantunque ei volesse essere greco oppur romano, quell’Imperatore fu tedesco dal capo alle piante. Capace, sì meravigliosamente, di trasformarsi di Trajano in frate, financo quei suoi contrapposti sono perfettamente tedeschi, avvegnachè l’uomo germanico possa, con pari amore, comprendere il bello dell’antichità classica e il mondo fatato del medio evo cristiano. Sennonchè, questa duplice natura ebbe in Ottone III un senso più profondo ancora. In vero le grandi potenze che allora agitavano o foggiavano il mondo, Alemagna, Roma, l’Oriente greco, l’Oriente arabo, influirono tutte ad un tempo sull’animo suo; ed il secolo decimo, cui egli pose termine, fe’ presentire, per opera di lui e di Gerberto, che la cultura di Europa rinascerebbe a vita nuova sotto l’influenza dell’antichità e dell’Oriente. Non la sapienza di Carlomagno, non l’eroismo severo di Ottone I potevasi richiedere da un Principe, che giunse alla fine del suo regno in un’età, nella quale i Re che vi danno principio sono immaturi al governo; nella quale gli stessi uomini della comune cittadinanza non sono peranco adatti ai più semplici doveri della vita. Laonde è cosa affatto naturale, che Ottone III, salito alla più alta cima della grandezza umana, sia stato pari ad un giovinetto, il quale, abbarbagliato dal sole, non vede più dove sia posta la terra; e l’imagine commovente di questo idealista pieno d’ingegno, avido di scienza, ispirato a pietà, entusiasta di ogni grande cosa, trova bellissimo luogo nel panteon della nazione tedesca. Vero Fetonte della sua storia, cadde morto sulle rive del Tevere; ornato dei fiori delle rozze leggende medioevali, pianto dalla patria, ebbe sepoltura presso a Carlo magno, e conseguì lode di bello e portentoso fanciullo imperatore, meraviglia del mondo: «Mirabilia mundi»‍[626].