578.  Lib. diurn., c. 6, tit. 20, parla di actionaria de diversis portis hujus Romanae urbis. L’editore, con buon fondamento, dice che questa formula (securitas) data dal secolo nono, oppure dal decimo. A ponte Molle si pagava tributo; Marini, n. 28: pontem Molvium in integrum cum omni ejus ingressu et egressu et datione et tributu, che Agapito II, a. 955, donava al convento di san Silvestro in capite.

579.  Vedi nel Marini, n. 42, il Diploma di Benedetto VIII per Porto, a. 1018. Il Papa conferma al Vescovo omnes res et facultates, mobiles et immobiles de illis hominibus qui sine herede et intestati ac subito praeoccupati juditio mortui fuerint, e precisamente nella periferia di tutto Porto, del Transtevere, e dell’isola Tiberina (p. 67). Il Gastaldato di Porto dipendeva precisamente ex jure Palatii Lateranensis, ed era adesso ceduto integralmente al Vescovo, con tutti i redditi del porto e coi tributi delle navi.

580.  Ughelli, II, 353 e Labbé XI, 1011, dat. 4 Kal. Maji nell’anno secondo di Gregorio. Donamus tibi, tuaeque ecclesiae districtum Ravennatis urbis, ripam in integrum, monetam, teloneum, mercatum, muros et omnes portas civitatis.

581.  Questo documento Lateranense trovai io nel Tom. II dei Collectan. Vatican. del Galletti, n. 8043 (senza numerazione di pagina). Esso completa la Storia di Velletri del Borgia, il quale dell’intiero secolo decimo non riferisce che il solo Diploma di Demetrius Meliosi. È dato agli 8 Aprile, a. III Benedicti VII Ind. VI. Locatio et conductio — unum castrum sine aliquo tenimento quod dicitur vetus positum subtus strata — tali quidam condicione ut guerram et pacem faciat ad mandatum s. pontif. et praed. Abbatis et successoribus ipsius et ut ipsum castrum ad majorem cultum perducere debeat. — — Porta que est a parte monasterii semper erit in potestate ecclesie et ut predictum jus eccl. non pereat ipse abbas vel successor ejus habebunt suo tempore consules vel vicecomes qui mittent bandum supra predictis rebus — — bandum sanguinis et forfacture et offensionis strate et proibitiones litium et exercitus conducere et omnia alia ipse pred. Crescentius filii et nepotes ejus — possidere — debent. Sottoscrivono l’Abate, cinque preti e monaci, e cinque nobiles viri: Pandolfus Corvinus nobil. vir. Adtinolfus nob. vir. Birardus Corvinus nob. vir. Bonus Coranus (di Cori) nob. vir. Amatus comes Signie. — Nel Borgia, p. 158, trovasi il Diploma degno di nota, in cui, a. 946, il Vescovo di Velletri concede a Demetrio figlio di Melioso, consul et dux, una montagna e la pianura circostante, per fondarvi un castello. Il canone consisteva, fra altro, nella prestazione di un quarto del prodotto del vino, e di un capo di bestiame su ogni dieci.

582.  Silvestro II, nella sua lettera di feudo (praeceptionis pagina), lamenta: R. Eccl. pontifices, nomine pensionis per certas indictiones haec et alia nonnulla attribuisse nonnullis indefferenter constat, cum lucris operam darent et sub parvissimo censu maximas res ecclesiae perderent (Jaffé, Reg. p. 346). Poichè egli dice: concedimus sub nomine beneficii, et stipendia militaria sunt, ne viene che costituivasi un feudo formale. Dauferio discendeva dai Duchi di Gaeta; nel 941 un Dauferio e suo figlio Lando ottenevano, con data da Gaeta, investitura di Traetto (Federici, p. 44).

583.  Di ciò sono fonti di dubbia fede, la Vita S. Nili, c. 91, e la Vita S. Romualdi, c. 25, scritte da Petrus Damiani.

584.  Eἶτα τὸν στέφανον κλίνας ἔν ταῖς χερσὶ τοῦ ἁγίου, καὶ εὐλογηθεὶς, παρ’ αὐτοῦ σὺν πᾶσι τοῖς μετ’ αὐτὸν ἐπορεύετο τὴν διόν: Vita S. Nili, c. 93. Tuttavolta, dice il Biografo, non iscampò egli al giudizio di Dio, ma fu cacciato di Roma, e morì mentre volgeva in fuga. Santo Nilo venne effettivamente, nel 1002, a Roma, e fondò il convento basiliano di Grotta Ferrata, presso Frascati. Ivi il Domenichino dipinse l’incontro dell’Imperatore e del frate a Gaeta.

585.  La Vita Meinwerci, Ep. c. 7 (scritta intorno al 1155) dice: Gregorius — post discessum ejus a Romanis expulsus, ac deinde veneno peremtus — 4 Id. Martii moritur. La Vita S. Nili, c. 91, sembra accennare ad una seconda cacciata, pur sempre possibile: anch’essa parla di morte violenta (ῷσπερ τις τύραννος βιαίως τῶν ἔνθεν ἀπήγετο), ed annuncia che il cadavere di Gregorio era sfigurato di sembianza. L’epitaffio pone a data della sua morte il giorno 18 di Febbraio; Thietmar., IV, c. 27, il dì 4 di quel mese. Vedi i miei Sepolcri dei Pontefici romani, e il disegno del sarcofago in Dionysius, XLVI.

586.  Mi giovo di Damianus, Vita S. Romualdi e degli Annal. Camald., Tom. I. L’ordine romito di Camaldoli venera in Romualdo il proprio fondatore, e questo frate strano dev’essere morto nel 1027, a’ suoi centoventi anni di età. La persona di lui e quella di santo Nilo, sono caratteristiche del secolo decimo, età in cui i martiri ebbero il loro periodo di rinascimento.

587.  Il Baron., a. 999, lo chiama hominem alioquin astutum, et in gratiam se Principum insinuandi maximum artificem, tanta sede (ut libere fatear) indignissimum. Le sue astuzie, la sua indole hanno macchiato «il negromante» di onta immeritata; e già l’Annal. Saxo dice, doversi egli a buon dritto cancellare dal novero dei Papi. Financo Herm. Contrac. (a. 1000) lo appella: seculari litteraturae nimium deditus. È noto il verso in cui questo Scrittore dice di Reims, di Ravenna e di Roma: Scandit ab R. Gerbertus ad R., post papa viget R.

588.  Decretum de rescindendis injustis rerum ecclesiar. alienation. (Reg. Farf., n. 244, 20 Sett. 998): Otto Dei gratia Romanor. IMP. AUG. COS. S. P. Q. R. Archiepiscopis, Abbatibus, Marchionibus, Comitibus et cunctis Judicibus in Hitaliam constitutis. Così trovo scritto nel Codice originale di Farfa, ma non ne spiego Consulibus, come vorrebbe il Giesebrecht, il quale crede che Ottone avesse posto dei Consoli a capo di un Senato nuovamente costituito; reputo invece leggervi Consul Senatus Populique Romani. Il COS. è scritto a grandi caratteri, come IMP. AUG.; a caratteri assai più minuti sono scritte le lettere S. P. Q. R.

589.  Thietmar., Chron., IV, 29. Annal. Saxo, a. 1000.

590.  Ep. 153: volumus vos Saxonicam rusticitatem abhorrere, sed Graeciscam nostram subtilitatem — provocare; e la risposta, Ep. 154: ubi nescio quid divinum exprimitur, cum homo genere Graecus, Imperio Romanus, quasi hereditario jure thesauros sibi Grecae ac Romanae repetit sapientiae. E la Praefat. ad Otton. Imp. in locum Porphyrii a se illustratum (Mabillon, Vet. Annal., I, 122): Ne sacrum palatium torpuisse putet Italia, et ne se solam jactet Graecia.

591.  Così, sotto al Placito di Pavia dei 14 Ottobre 1001: Sigefredus Judex Palatii ΣΥΓΗΦΡΗΔΟΥΣ, e Waltari ΟΥΑΑΘΑΡΥ (Murat., Ant. Estens., I, 126). Nel 1002, il Prefetto della Città sottoscrive un documento giudiziario: ΣΤΕΦΑΝΟ ΗΡΕΦΕΝΤΥΟΣ ΟΥΡΒΗ ΡΟ: ΜΕ; più sotto, con semplicità e con miglior criterio: Benedictus nobili viro. Balduinus nobili viro: Msr. Vatican. 8043 del Galletti. Meno sorprende trovare a Napoli in questa età di cotali sottoscrizioni greche; vedansi i molti documenti del secolo decimo nei Monum. Regii Neapolitani Archivii.

592.  Graphia aureae Urb. Rom. La leggenda Roma caput mundi, frase abituale di quel tempo, è iscritta più tardi sulle monete del Senato romano. Sopra un suggello di piombo di Ottone III vedesi Roma figurata in forma di donna velata che porta scudo e lancia; attorno è scritto: Renovatio Imper. Romani (Murat., Ant., V, 556). La corona di ferro è la lombarda; manca quella d’argento di Aquisgrana; la terza d’oro è la imperiale. Su queste tre corone vedasi il Sigonio, de Regno, VII, 288.

593.  L’Ozanam compendia inoltre Const. Porphyrog., I, app.: Ingressus Justiniani in urbem Constantin.: ὐπήντησαν δομεστικοί, πρωτίκτορες, αἱ ἐπτὰ σχολαὶ, καὶ μετ’ αὐτοῦς τριβοῦνοι, καὶ κόμητες, πάντες μετὰ λευκῶν χλανιδίων. Dal passo: hebraice, graece, et latine fausta acclamantibus, rilevo che gli Ebrei di Roma continuavano a formare una loro Scuola.

594.  Reg. Farf., n. 470. Documento relativo alla Cella Minionis, del 16 Dicembre 999: Gerardo gra dei inclito comite atque imperiali militiae magistro; Gregorio excellent. viro qui de tusculana atque praefecto navali; Gregorio viro clar. qui miccinus atque vestarario sacri palatii; Alberico filio gregorii atque imperialis Palatii magistro.

595.  Al Fantuzzi, II, 27 (dove nell’anno 967 si nomina un dux Joh. consul et patritius) si aggiunga ancora la notevole carta romana di donazione dell’anno 975 (Mittarelli, I, ap. 41, p. 97), in cui si sottoscrive: Benedictus patritius a Stephanus rogatus scripsi.

596.  Nota formula: Qualiter patricius sit faciendus.

597.  Ziazo non è nome romano; sembra piuttosto essere volgarizzamento italiano di un nome germanico: infatti, Azzo non è che il nome tedesco Alberto.

598.  Reg. Farf., 619. Galletti, del Prim., XXVI. Placito dell’anno 1003. Primo si sottoscrive Joh. Domini gratia Romanor. patricius, e, soltanto dopo di lui: Cresc. Dom. gr. Urbis prefectus.

599.  Sermo Gerberti de informatione Episcoporum, nel Mabillon, Vet. Analecta, II, 217. Si preconizza omai il tempo di Gregorio VII.

600.  Romam caput mundi profitemur: nel Duchesne, II, 73, dove il Diploma erroneamente ha nome di Decretum Electionis Silvestri II. Il Pagi e parecchi eruditi moderni ne contendono la autenticità; il Muratori, il Pertz, il Giesebrecht (I, 692, 800), il Gfrörer (St. eccl., III, III, 1570) la ammettono. Le teorie del Diploma concordano col Libell. de Imp. Potest.; dello sperpero delle regalie fatto dai Papi, parla anche Silvestro nel Diploma feudale dato per Terracina; per tono e per colorito il documento appartiene perfettamente a quel tempo. Della donazione degli otto comitati, vestrum ob amorem, Ottone fa menzione anche nella Epist. Gerber., 158. Fino allora, quelle città erano state rette da Ugo di Tuscia, insieme a Spoleto e a Camerino. Del paro che queste, la Romagna apparteneva all’Impero. A cagione del tempo, desta meraviglia udire dalla bocca di Ottone pronunciarsi la grave accusa di falso contro alla donazione di Costantino; però la cosa non è impossibile.

601.  Gerberti Ep. 28: Ex persona Hierusalem devastatae, universali ecclesiae. Enitere ergo miles Christi, esto signifer et compugnator, et quod armis nequis, consilii et opum auxilio subveni.

602.  La corona, di cui si cinse Stefano I nell’anno 1001, è quella stessa rapita e nascosta dai Republicani ungheresi dell’anno 1848, poi discoperta col pregio di un tesoro. Il Diploma di Silvestro a Stefano trovasi nel Calles, Annal. Austriae, V, 299.

603.  Il Diploma dato da Ottone III a favore di questo chiostro è raccolto dal Nerini nell’appendice; manca di data, ma non si può dubitare della sua autenticità. Sul manto della coronazione, ibid., p. 147. Alle sue frange erano appese trecento cinquantacinque campanelli d’oro, in forma di melogranati, come nel manto del sommo sacerdote israelita; vi si vedeva figurato uno zodiaco d’oro, scintillante di gemme e di perle. Vedi la Graphia.

604.  Sono del primo di Novembre dell’anno 1000, per Vercelli: actum Romae in Palatio Monasterio (Mon. Hist. Patriae, I, 338, 339). Deesi rigettare la nota lezione in Palatio Montis. Come dianzi usavasi dire: in Palatio s. Petri, oppure apud S. P., qui intendevasi: in Pal. Monasterii, ma barbaricamente si scriveva: Palatio Monasterio.

605.  In Aventino monte, qui prae ceteris illius urbis montibus aedes decoras habet, et suae positionis culmen tollens aestivos fervores aurarum algore tolerabiles reddit, et habilem in se habitationem facit: Vita S. Odilonis (Acta S. Bened., VIII, I, 698).

606.  Vedi il celebre Diploma dei 7 Maggio 999, in cui dona a Leone, vescovo di Vercelli, questa città e il suo comitato cum omni publica potestate in perpetuum, ut libere et secure permanente Dei ecclesia, prosperetur nostrum imp., triumphet corona nostrae militiae, propagetur potentia populi Romani et restituatur respublica: Hist. Patr. Mon., I, CXCIII, 325. Un Diploma di Ottone III, per santa Maria in Pomposa, a. 1001, Ravenna V Kal. Dec., Ind. XV, incomincia: in nom. s. et individuae Trinitatis Otto III servus Apostolorum (Federici, I, 148), parimente che la sopraddetta scrittura di donazione data a Silvestro. — Otto III servus Jesu Christi, nel Wilmans, p. 138.

607.  Quandam speluncam juxta s. Clem. eccl. clam cunctis intraverunt — quatuordecim dies latuerunt: Vita Burcardi, c. 3. Un Diploma di Ottone è dato ai 3 Id. Aug. 999 actum Sublaci in S. Benedicto: Murat., Ant., V, 625.

608.  Privileg. per Farfa, dato ai 5 Non. Octobr. (999). Qualiter nos quadam die Romam exeuntes pro restituenda Republica (Mabill., Annal. Ben., IV, 694, App.). Nell’Ep. Gerb. 158, Ottone chiama Ugo espressamente: nostrum legatum.

609.  Ep. Gerb. 158.

610.  Dell’apertura della tomba di Carlo narra il Chron. Novalicense, III, c. 33. Ottone vestì il morto di un bianco manto, gli fe’ rimettere in oro la punta del naso, e si prese come amuleto un dente ed una croce. Ma il morto comparve a Ottone in sogno, e gli vaticinò, irato, che presto morrebbe.

611.  Lettera di Gerberto nell’Höfler, I, Suppl. XV: sed que nobis apud ortam inter sacra missarum solempnia pervenerunt, non leviter accipienda censet. L’Hock, c. 11, frantende al tutto la lettera. Si tratta di una ribellione in Orta, ed il Papa esorta l’Imperatore di volere per amor suo ripristinargli la soggezione della Sabina: que nostri juris in sabino etc.

612.  Leone di Ostia, II, c. 24. Martino Pol. ed alcuni Cataloghi di Papi narrano, che Ottone II avesse portato a Roma il cadavere di san Bartolomeo. Ricobaldo, Hist. Imp., dice che questo era destinato ad andare in Germania, ma che rimase in Roma, perocchè morisse l’Imperatore. Tuttavolta Ottone di Frisinga racconta che Ottone III avesse conquistato Benevento, e in realtà avesse portato a Roma la salma di san Bartolomeo. Benedetto XIII mise termine alla controversia fra le due città, riconoscendo a favore di Benevento il possedimento effettivo dell’incerto cadavere. Per la prima volta nell’anno 1027 viene fatta menzione dell’Eccl. s. Adelberti et Paulini in Insula Licaonia: Marini, n. 40, p. 77; indi nell’anno 1049, ibid., p. 85.

613.  

Tertius istorum Rex transtulit Otto Piorum

Corpora queis domus haec sic redimita viget.

Quae domus ista gerit si pignora noscere quaerit,

Corpora Paulini sint, credas, Bartholomaei.

614.  La Graphia: In insula templum Jovis et Aesculapii, et corpus s. Bartholomei apostoli.

615.  Prima traccia ne trovo nel Cod. Sublac. Sessor. CCXVII, p. 29. Judicatum de Turre una in Tiboris (a. 911): si noti in qual modo nomi italiani derivarono da’ genitivi latini. Un Comes Adrianus sedeva colà da giudice.

616.  Ne fece investigazione Antonio Del Rè, giureconsulto di Tivoli (Thesaur. Graevii, VIII, dove evvi anche l’Historia Tiburtina di F. Martius).

617.  I primi escavi nella villa di Adriano datano da Alessandro VI e da Leone X: perciò un oblio di undici secoli, per lo meno, ricoperse quelle belle opere d’arte.

618.  Questo Diploma, del quarto anno di Benedetto VII (978), uno dei più completi del secolo decimo (Marini, Papiri, p. 226), descrive l’estensione del Vescovato di Tivoli. Vedasi anche a pag. 316 un istromento del 945, in cui sono registrati i Fundi della Chiesa di Tivoli e i suoi fittavoli: questi sono Duces oppure Comites, uomini romani ed eziandio longobardi e franchi, quali Annualdo, Gundiperto, Wassari conti, Grimo duce, Teudemaro gastaldo. — In una donazione dei 14 Giugno 1003 (Cod. Sessor. CCXVIII, n. 453), si parla del castello antico di Tivoli, civitas vetus, quae vocatur Albula non longe a civitate Tyburtina, e del Vicus Patritius, dell’Amphiteatrum ecc.

619.  Et nulli comiti, aut Castaldio, aut alicui homini, qui ibidem publicas functiones fecerint liceat tuae Eccl. servos aut ancillas, sive liberos homines — ad placitum vel guadiam sive aliqua districtione provocare: Dipl., a. 978.

620.  Tangmar (Vita Bernwardi, c. 23) ne fu testimone di veduta. Damian., Vita S. Romualdi, c. 23, attribuisce la intromissione a Romualdo.

621.  In questa maniera devonsi concepire questi avvenimenti, seguendo la narrazione di Tangmaro, dell’Annal. Saxo, e dei Gesta Episcop. Camerac., I, c. 114.

622.  Spettatore fu Tangmaro, e udì il discorso (c. 25). I Gesta Ep. Camer. confermano la condanna che Ottone pronunciava contro di sè colla sua propria bocca, ed, oltre al sogno dell’Impero universale romano, biasimano la dimestichezza troppo grande onde usava coi Romani: similmente Sigberto, ann. 1002. L’Annal. Saxo addita Gregorio (di Tusculum) come capo della sollevazione. La Vita S. Nili, c. 82, ne dipinge l’indole: Gregorius — qui in tyrannide et iniquitate notissimus erat, nimium autem prudens et ingenii acrimonia excellens.

623.  De porta cum paucis evasit: Thietmar, IV, 30. Annal. Saxo, 1001. Gesta Ep. Camer. E Tangmaro dice: immensis civium lacrimis, locchè naturalmente è esagerato. Otto imperator Roma expulsus est, dicono con semplicità gli Annal. Coloniens., a. 1001. E così la Vita S. Nili, c. 92: στάσεως αὐτῷ γενομένης ὰνεχώρησε φεύγων. Sigberto, A. 1002: per industriam Heinrici — et Hugonis — simulato pacto vix extractus, Roma decedit cum Sylvestro papa.

624.  Giesebrecht, I, 801. Un Diploma di Ottone, al Marchio Oldericus Manfredi, è dato ai 31 Luglio 1001, actum paterne (Mon. Histor. Patr., I, 346). I documenti dati di Paterno sono raccolti nello Stumpf, II, 105.

625.  Ivi ei si trovava nel Novembre e nel Dicembre. L’animo di lui, che era circondato di frati borbottoni, è bene dipinto nella frase: Otto tercius servus Apostolorum, che è inserita in uno dei suoi Diplomi, dat. X Kal. 1001 Ravenna (Mur., Ant., V, 523).

626.  Del planctus ossia Rhythmus de obitu Ottonis III (tratto da un codice esistente a Monaco, che fu stampato dall’Höfler, Papi ted., I, Suppl. XVI) riporto questi soli versi

Plangat mundus, plangat Roma,

Lugeat ecclesia,

Sit nullum Romae canticum,

Ululet palatium.

Sub Caesaris absentia

Sunt turbata saecula.

627.  Leggasi ciò che Ratherius di Verona dice del clero italiano nella sua Sinodica, indiritta ai Vescovi della sua Diocesi: e vedasi il Concilio di Trosle dell’anno 909 (Labbé, XI, 731).

628.  Mon. Germ., V, c. 28, p. 673. Epistola Leonis Abbatis et Legati ad Hugonem et Robertum reges, ibid., p. 686: Et quia vicarii Petri et ejus discipuli nolunt habere magistrum Platonem, neque Virgilium, neque Terentium, neque ceteros pecudes philosophorum, qui volando superbe, ut avis aerem, et emergentes in profundum, ut pisces mare, et ut pecora gradientes terram descripserunt, — — et ab initio mundi non elegit deus oratores et pilosophos, sed illiteratos et rusticos: indi segue un acconcio richiamo degli «Scribi e dei Farisei.» Per lo contrario, Ratherius: Quo aptius possum, quam Romae doceri? Quid enim de ecclesiasticis dogmatibus alicubi scitur, quod Romae ignoretur; ma lo dice, perchè allora egli aveva interesse di adulare Roma: Itiner. Ratherii Romam euntis (edit. Ballerini, p. 440).

629.  Gli scrittori di codici notavano qua e colà quello che aveva loro costato il materiale da scrivere. Così, nei celebri Regesti farfensi, sotto alla prima miniatura che rappresenta lo scrivano in atto di offrire a Maria il suo codice, leggesi:

Presbyteri Petri sunt haec primordia libri.

Soldos namque deces pro cartis optulit ipse.

630.  Ep. Gerberti 44. Gli è con grande attrattiva che si seguono le tracce di Classici antichi, a procurarsi i quali, Cesare, Svetonio, Omero, Boezio, Plinio, Cicerone de republica (Ep. 87) usava Gerberto gran sollecitudine. E quest’ultimo libro, che più tardi andò perduto, ed il Mai discoperse in un palinsesto di Bobbio, forse aveva appartenuto a Gerberto quando questi era stato colà abate. Con sentenza bella e degna di uomo antico Gerberto dice: causa tanti laboris contemtus maleficae fortunae, quem contemtum nobis non parit sola natura, sed elaborata doctrina: Ep. 44.

631.  Nei documenti di quella età ho notato alcuni «grammatici». Leone VIII era appellato prudentissimus grammaticae artis imbutus. Nel Marini (n. XXIV) compare, nell’anno 906, un Johannes grammaticus. Nel Chron. Farf., (p. 462), intorno al 930, si parla di Demetrius grammaticus; e il titolo era così prezioso, che un Imperatore bizantino se lo ascriveva ad onore.

632.  Attonis Ep. Capitulare, nel D’Achery, Spicilegium, I, 400: Non oportet ministros altaris, vel quoslibet clericos spectaculis aliquibus, quae aut in nuptiis, aut in scenis exhibentur, interesse, sed antequam thymelici ingrediantur, surgere eos de convivio et abire debere; e (a c. 78, ibid., p. 410) parla di spectacula theatrorum: maxime quia S. Paschi octavarium die populi ad circum magis quam ad ecclesias conveniunt. Anche Ratherius conosce la parola thymelici: qui histriones quam sacerdotes, temelicos quam clericos — mimos, carius amplectuntur quam monachos: Praeloquior., V, 6, p. 143 (Edit. Ballerini).

633.  Ai paragrafi de Scena et orcistra; de offitiis scene. La Graphia mescola il tempo presente e il preterito. Histriones, muliebri indumento amicti, gestus impudicarum et pudicarum feminarum exprimebant, et saltando res gestas et historias demonstrabant. Quando parla di combattimenti di gladiatori, essa dà certo narrazione di cose antiquate, ma deve credersi a qualche cosa di veramente attuale allorchè dice: Comedi vanorum acta dictis aut gestis cantant, et virginum mores et meretricum in suis fabulis exprimunt. Thomelici in organis et liris exprimunt ad citharas. Thomelici stantes vero in orcistra, cantant super pulpitum quod temela vocatur.

634.  Usus Francisca, Vulgari, et voce Latina. Francisca significa franca, ossia tedesca: à cette époque Francia ne veut plus dire France — Quand l’Empire est transporté en Allemagne, la dénomination de France recule avec lui et repasse le Rhin: Ampère, Hist. littéraire de la France, III, 301. — Da Diplomi del secolo decimo puossi ricavare un glossario dell’idioma volgare: sono già stabiliti articoli e desinenze italiane. Nei Diplomi romani non v’hanno frasi così decisamente volgari come nei Diplomi corsi (Mittarelli, I, app.) o in quelli sardi ch’io lessi a Monte Cassino. Colà vidi anche il celebre documento del secolo decimo, che contiene frasi perfettamente italiane: alcuni testimonî nella loro favella dichiarano: «Sao che chelle terre per chelle fini ki che contene trenta anni le possete parte Sancti Benedicti (nel Tosti, Storia di M. Cass., I, 221)». Alcune desinenze allora abituali, tali come in bandora, arcora, fundora, censora, casora, ramore, domora, non si sono conservate nel linguaggio dell’Italia superiore; tuttavia Dante e il Villani hanno ancora di quelle forme.

635.  Per una sgrammaticatura, cui era incorso nell’uso del caso Gunzone grammatico di Novara, fu sbeffeggiato dai monaci di San Gallo, ed egli così si scusò: falso putavit S. Galli monachus me remotum a scientia grammaticae artis, licet aliquando retarder usu nostrae vulgaris linguae, quae latinitati vicina est: Wattenbach, Fonti stor. di Germ. p. 162.

636.  Al principio del secolo decimo appartengono gli scritti polemici dei Formosiani, del così appellato Ausilio e di Vulgario, più importanti come documenti della storia pontificia di quella età, anzichè della letteratura. Il Dümmler, l. c., ha stampato alcuni poemi ammanierati di Vulgario. Anche in queste scritture si rivela l’influenza continua della letteratura classica.

637.  

Desine: nunc etiam nullus tua carmina curat;

Haec faciunt urbi, haec quoque rure viri.

Se di ciò si lagnava un poeta al principio del secolo decimo, che non dovranno dire i poeti dell’anno di grazia 1860?

638.  Gerberti Ep. 148: Difficillimi operis incepimus Sphaeram, quae et torno jam expositam et artificiose equino corio obvoluta cum orizonte ac diversa coelorum pulchritudine insignitam....: così scrive egli a frate Remigio di Treviri. Come si faccia a comporre una sfera, lo dice a frate Costantino (Mabillon, Vet. Annal. II, 212); e la descrizione delle sfere di Gerberto trovasi nel Richer, Hist., III, c. 50, segg. — Sull’operosità letteraria di Gerberto vedasi la Histoire Littéraire de la France, VI sulla fine, e l’Olleris, Oeuvres de Gerbert pape sous le nom de Sylvestre II, Paris, 1867.

639.  

Roma potens, dum jura sua dederat in orbe,

Tu pater et patriae lumen Severine Boethi

Consulis officio rerum disponis habenas,

Infundis lumen studiis, et cedere nescis

Graecorum ingeniis; sed mens divina coercet

Imperium mundi. Gladio bacchante Gothorum

Libertas Romana perit. Tu Consul et exsul

Insignes titulos praeclara morte relinquis.

Nunc decus Imperii, summas qui praegravat artes,

Tertius Otho sua dignum te judicat aula.

Aeternumque tui statuit monumenta laboris,

Et bene promeritum, meritis exornat honestis.

Praefat. de Cons. Phil. Amsterd. 1668.

640.  Con poco fondamento reputa il Pertz, che Benedetto sia l’autore del Libellus de Imp. Potest. in urbe Roma (Mon. Germ., V, 719-722). Eccellenti sono gli argomenti che vi oppone il Willmans, Ann., II, 2, pag. 238.

641.  Io mi sono riferito a questi Cataloghi dei Papi, che l’Eccardo, il Muratori e il Vignoli hanno edito in parte, e che si trovano in molti manoscritti. Con Giovanni XII e fino a Gregorio VII ricominciano notizie alquanto più copiose. V. il Giesebrecht, Giorn. mens. univers., Aprile, 1852.

642.  Vita S. Adalberti Ep., e Brunonis Vita S. Adalberti, nel tom. VI dei Mon. Germ.

643.  Nel Tom. IV degli Analecti. Ottimamente fu edito dall’Haenel nell’Archiv. di Filosof. e Pedag. dei Seebode e Jahn, V, 125; quindi dall’Höfler, Papi ted., I, 320. Ho già citato una piccola scrittura del tempo di Alcuino, che tratta delle chiese di Roma.

644.  All’Anonimo di Einsiedeln succedette per primo, al tempo di Martino V, la Collezione delle Iscrizioni di Nicola Signorili, segretario del Senato romano; il suo codice fu scoperto dal De Rossi. Vedi la scrittura di quest’ultimo intitolata: Le prime raccolte d’antiche Iscrizioni compilate in Roma tra il fine del secolo XIV e il cominciare del XV (Roma, 1852). All’Anonimo noi siamo debitori di molte illustrazioni, ad esempio, sugli avanzi dei tre templi del Campidoglio, sulla inscrizione della base del Caballus Constantini, su quella dell’arco trionfale di Graziano, di Valentiniano e di Teodosio, ecc.

645.  Palatium Pilati. Sca. Maria major; forse gli avanzi del Macello di Livia presso a santa Maria Maggiore, le cui rovine hanno fatto colà alzare di tanto il suolo. Consideri il lettore quanto di buon’ora il popolo desse figura a Pilato; oggidì è nota la Casa Pilati presso a ponte Rotto. — Palatius neronis, aecclesia s. Petri ad vincula. Sono questi i resti dell’aurea casa di Nerone, ovvero le terme di Tito.

646.  Sunt simul turres 383, propugnacula 7020, posternae 6 (ossiano posterulae, porte), necessariae 106 (piccole porte di sortita), fenestrae majores forinsecus 2066.

647.  Più tardi, nel medio evo, v’ebbero piani topografici di Roma, come quello che publicò l’Höfler, traendolo dal Cod. Vat. 1960, dove si contengono anche topografie di Antiochia e di Gerusalemme. Il De Rossi afferma risolutamente, che l’Anonimo di Einsiedeln appartenne alla scuola di Alcuino, e sostiene addirittura che le sue notizie copiò da un piano topografico. Se la sia così, quest’opera almeno dovrebbe avere avuto origine romana.

648.  Alessandro morì nell’anno 915. Anon. Salern., c. 133: Nam septuaginta statuae, quae olim Romani in Capitolio consecrarunt in honorem omnium gentium, quae scripta nomina in pectore gentis, cujus imaginem tenebant, gestabant, et tintinnabulum uniuscujusque statuerant etc. Il Preller (Philologus, I, 1, 103) dimostra che questa tradizione è omai nota al Cosmas, del secolo ottavo (Mai, Spicileg. Rom., II, 221): il lettore deve conoscerla sotto il titolo di Salvatio Romae. Più tardi fu messa in relazione con Virgilio. — V’erano dei libri che trattavano delle meraviglie del mondo: prima di tutte era reputato il Campidoglio. Oltre al Cod. Vat. 1984 (saec. XI): Miraculum primum capitolium Mundi, mi riporto al Cod. Vat. 2037, fol. 170 (saec. XIII): Primum miraculum rome fuit sic. Erant ymagines rome tot numero quot sunt gentes etc. Qui la detta tradizione riceve racconto pari a quello che è registrato nei Mirabilia; soltanto che Agrippa non c’entra. I due Codici, Beda, Martino Polono, la Graphia, i Mirabilia si riferiscono ad un libro intitolato Miracula Mundi, noto all’Anonimo di Salerno. Questi però ha di proprio il riferimento in cui è messa la favola con Bisanzio, ed in ciò può cercarsi origine greca. Giusta il Cod. 2037, queste erano le sette meraviglie del mondo: il Campidoglio, il faro di Alessandria, il colosso di Rodi, il Bellerofonte fluttuante di Smirne, il labirinto di Creta, i bagni di Apollo, il tempio di Diana.

649.  La Graphia e i Mirabilia. La menzione dei Sassoni manifesta la età degli Ottoni, quella dei Suevi (Succini nella Graphia), l’età degli Hohenstaufen. Poichè l’Anonimo di Salerno vi concorda in qualche frase, ne consegue che il Cronista ebbe letto cotale Graphia. Io mi credo che la tradizione abbia avuto origine, dopochè il Panteon fu dedicato a Maria. Di Agrippa vien detto: et dedicari eum fecit ad honorem Cybeles matris deorum, et Neptuni, et omnium demoniorum, et imposuit templo nomen Pantheon. L’epitaffio di Bonifacio IV: Delubra cunctorum fuerunt quae daemoniorum.