305.  Flodoardo: a Teodoro egli attribuisce soli dodici giorni. Il Cod. 353 di M. Cassino attribuisce a Romano m. III (il Cod. Vat. 1340 ne dà esattamente IV; il Cod. 257 di M. Cassino, cioè il Catal. Petri Diaconi, pone m. III d. XXII, e così pure il Cod. Casin. 185, compilazione del secolo decimoquarto); a Teodoro, m. I, d. XV (il Cod. Vat. 1340 pone d. XX, e così il Cod. Casin. 275, il Cod. 185 e il Catalogo che precede la Cronica di Farfa).

306.  Auxilius, II, c. 22.

307.  A questo luogo deesi assestare la confusa narrazione di Liudprando, I, c. 30: nam Formoso defuncto atque Arnufo in propria extincto, is qui post Formosi necem constitutus est expellitur, Sergiusque papa per Adelbertum constituitur: il Chron. Farf., p. 415, segue Liudprando. Ma della cacciata dell’antipapa Sergio narra Flodoardo:

Joannes subit hinc, qui fulsit in ordine nonus.

Pellitur electus patria quo Sergius urbe.

Romulidumque gregum quidam traduntur abacti.

E la dimostrazione più certa è data dall’epitaffio di quel Sergio III che venne più tardi:

Culmen apostolicae Sedis in jure paterno

Electus tenuit, ut Theodorus obit.

Pellitur Urbe pater, pervadit sacra Joannes,

Romuleosque greges ipse dissipat lupus.

Trovasi nel Baronio, che lo trasse da P. Mallius; è posto erroneamente ad a. 701, ed a torto attribuito a Sergio I, come ha dimostrato il Pagi. — Flodoardo, a comporre i suoi versi, si giovò delle inscrizioni funerarie del Papi.

308.  Quia ad judicium vocari mortuus non potest — omnibus patet, quod mortui cadaver pro se non respondere nec satisfacere potest. Canon. I. Gli Atti si leggono nella Collezione dei Concilî del Labbé e del Mansi.

309.  Quia S. Rom. Eccl. — plurimas patitur violentias, pontifice obeunte, quae ob hoc inferuntur, quia absque imperatoris notitia, et suorum legatorum praesentia, pontificis fit consecratio — volumus — ut — constituendus pontif. convenientib. episcopis et universo clero eligatur, expetente senatu et populo, qui ordinandus est, et sic in conspectu omnium celeberrime electus ab omnibus praesentibus legatis imperatoris consecretur: Gratian., Dist. 63, f. 103; e, secondo lui, di già Adriano aveva riconosciuto in Carlo patricius, il jus electionis rom. pontif. Così dice la «Notizia sulla trasfusione di ogni podestà del Papa e del popolo romano in Carlo patrizio e augusto» (nel Cod. Vat. 1984, fol. 191): Adrianus papa cum omni clero et poplo et universa sca synodo tradidit Karolo augusto omnem suum jus et potestatem eligendi pontificem et ordinandi apostolicam sedem. A Stefano VI viene ascritto un simile Editto, e con esso sarebbesi abrogato quello questionabile di Adriano III, di cui del resto non si fa cenno di sorte nel canone di Giovanni IX.

310.  Canon. VI: Illam vero barbaricam Berengarii, quae per surreptionem extorta est, omnimodo abdicamus. Dappoichè Berengario non era peranco imperatore, devesi leggere assolutamente Arnulfi, secondo quel che propongono il Sigonio ed il Pagi. Le ragioni esposte da Francesco Pagi nel Breviar., non sorreggono la erronea lezione. Il Promis dà soltanto due denari di Giovanni IX colla leggenda Lantuert imp.

311.  Petitio Synodi, Mon. Germ., III, 563: Si quis Romanus, cuiuscumque sit ordinis, sive de clero, sive de senatu, seu de quocumque ordine, gratis ad vestram imperialem majestatem venire voluerit, aut necessitate compulsus ad vos voluerit proclamare, nullus eis contradicere praesumat etc.

312.  Canon. IX.

313.  Il Panegyr. Bereng. dice soltanto:

Dum sternacis equi foderet calcaribus armos,

Implicitus cecidit sibimet sub pectore collum,

Abrumpens teneram colliso gutture vitam.

Liudpr., II, c. 12, crede alla mano assassina di Ugo. Gli Annal. Alemann. e Laubacenses, all’anno 898, ne registrano semplicemente la morte. Nel Settembre 899, Berengario contava già il suo secondo anno di regno; così nel Cod. Amiat. CCXIII, p. 167: Regnante Domno Berinchari Rex post obitum Lanberto Imperatore in Italia A. 2 m. Sept. intrante die 12, Ind. II.

314.  Io mi attengo a questa data: nell’Agosto gli Ungheri calarono in Italia, nel Novembre morì Arnolfo. Gli Annal. Alamann. et Laubacen., 899: Ungri Italiam ingressi. Arnolfus obiit. Così anche gli Annal. Augiens. e Weingart., Sangall. Minor., Einsidlens., perfino gli Annal. Beneventani e il Chron. Venetum. Ne parla a favore anche la lettera dei Vescovi di Baviera a Giovanni IX, dell’anno 899: ed invero, se fu scritta prima del Settembre dell’anno 900, la battaglia sul Brenta fu combattuta nell’anno 899, poichè vi è omai ricordata la ritirata degli Ungheri.

315.  Sebbene Liudprando parli d’una seconda venuta di Lodovico, le sue notizie destano dubbi non lievi. Stando a Regino, le guerre fra Berengario e Lodovico cadono già nell’anno 898, e, nello stesso istante, il Cronista narra della coronazione di Lodovico a imperatore.

316.  Che egli restaurasse o consecrasse la chiesa di san Valentino, lo dice la inscrizione, tratta da quelle ruine, dell’opifex Teubaldus, il quale donò al san Valentino case, vigneti, alcuni codici e vasi preziosi. Essa conchiude così:

Tempore pontificis noni summique Johannis

Est sacrata die suppremo hec aula novembris

Dum quinta elabentem indictio curreret annum.

In Angelo Mai, Scriptor. Veter. Vatican. Collect., T. V, 218. Per verità, la Indizione non s’accorda coll’età di Giovanni IX.

317.  Questa data è stabilita da un Diploma di Lodovico III, in Laubia majore ipsius Palacii ann. Imp. Domni Ludovici primo, m. Febr. Ind. IV, nel Fiorentini, Memorie di Matilda ecc., III, 114. Nel dì primo di Giugno dello stesso anno è dato il Diploma di Lodovico per Montamiata: Dat. Kal. Junii A. 901, Ind. IV, Anno vero Domni Hludovici gloriosi Imp. primo, actum Papie: Cod. Dipl. Amiat. CCXIII, p. 167.

318.  La sentenza è nel Mansi, XVIII, 239. Pietro, vescovo di Lucca, reclama contro a Lamberto di Lucca, a cagione che questi aveva usurpato dei beni della Chiesa.

319.  Amalr. Auger. attribuisce a Benedetto anni tre e mesi due: il Catalogo di M. Cassino, anni tre e mesi dieci: il Cod. Vat. 1340, cinque anni e cinque mesi. Il Fantuzzi (I, 102) dimostra che egli morì prima dei 26 di Luglio. Assai incerta è la cronologia dei Papi al principio del secolo decimo: per quanto sia accurata l’opera del Jaffé, è pur sempre a dubitare se una sola delle date di questa età sia esatta. Giuseppe Duret (G. stor. della Svizzera, II, 1856) ne fece nuovamente tema di critica, ma a nulla si concluse.

320.  Di quei due Papi dice Flodoardo:

Post quem celsa subit Leo jura, notamine quintus:

Emigrat ante suum quam Luna bis impleat orbem.

Christophorus mox sortitus moderamina sedis,

Dimidio, ulteriusque parum, dispensat in anno.

Il Catalogo di M. Cassino 353 (compilato intorno all’anno 920) attribuisce a Leone m. I di reggimento, a Cristoforo m. VI, locchè s’accorda a sufficienza con quello che dice Flodoardo. I Cataloghi Vat. ed Eccardi determinano sette e sei mesi. Le date della elevazione di Sergio al trono, per verità, darebbero tutt’al più quattro mesi, come vien contato nel Catalogo del Chron. Bernoldi e in Herm. Contr.

321.  Flodoardo:

Sergius inde redit, dudum qui lectus ad arcem

Culminis, exilio tulerat rapiente repulsum:

Quo profugus latuit septem volventibus annis.

Hinc populi remeans precibus, sacratur honore.

E l’epitaffio:

Exul erat patria septem volventibus annis.

Post populi multis Urbe redit precibus.

322.  Fu consecrato fra il dì 25 di Gennaio e il primo di Febbraio dell’anno 904, come dimostra il Jaffé, giovandosi del Muratori, Ant., V, 773.

323.  Duro domans ergastulo vita eorum cruda maceratione decoxit et tandem miseratus diro martyrio finiri compulit ab imis medullis dolentes animas extorqueri fecit: Eugenii Vulgarii, de causa Formosiana libellus, nel Dümmler, p. 135.

324.  La prima Bolla è nel Marini, n. 24. La seconda, n. 23, deriva dall’archivio delle monache di santo Sisto (via Appia), le quali, a’ tempi di Pio V, trasmigrarono ai santi Sisto e Domenico (Regione Monti). La riferisce anche il Torrigio, Hist. della venerat. Imag. di M. Vergine nella chiesa de’ santi Sisto e Dom., Roma, 1641, p. 36.

325.  Giov. Diacon. (De Ecclesia Lateranensi, nel Mabillon, Mus. Ital., II, 575) lamenta: In illis vero temporibus, quibus invasores apostol. tenebant sedem, tulerant de hac basilica omnes thesauros, et cuncta ornamenta aurea, et argentea, ac universa utensilia. Lo stesso Scrittore dice dell’edificazione di Sergio: tempore autem illius (Stephani VI) ruit, et fuit in ruinis dissipata et comminuta usque ad tempus, quo revocatus est dominus Sergius (p. 561, segg.). Vedine anche la Vita Sergii, Catalogo nel Watterich, I, 32, e il Chron. di Benedetto, c. 27.

326.  Haec omnia devotus tibi praeparavit: et non cessabit, dum spiritus ejus rexerit artus, praeparare et offerre tibi dominus Sergius Papa tertius: così il Registro antico in Giov. Diacono.

327.  Incipiens ab antiquis laborare fundamentis, finetenus opus hoc consummavit, dice Giov. Diacono.

328.  L’inscrizione della tribuna leggesi nel Rasponi, De Basil. et Patriarchio Lateran., p. 28; eccone gli ultimi versi:

Spes dum nulla foret vestigia prisca recondi

Sergius ad culmen perduxit Tertius ima,

Cespite ornavit ingens haec moenia Papa.

Migliore è la lezione pingens del Bunsen. La inscrizione della porta è in Giov. Diacono:

Sergius ipse pius Papa hanc qui coepit ab imis

Tertius, exemplans istam quam conspicis aulam.

329.  Nè i denari di Sergio III, nè quelli di Anastasio III sono segnati del nome di Lodovico, laddove monete di Benedetto IV portano la leggenda: Lvvdoicvs imp. Quei Papi dunque, lui non riconobbero per imperatore.

330.  Secondo il Jaffé, nel Settembre; secondo il Duret, addì 23 Aprile, oppure ai 24 di Maggio. Benedetto di Soratte fissa il 23 di Maggio: Obiit Sergius Papa nonas Kal. Majas: c. 29.

331.  Il Catal. Casinens. 353, pone termine con Giovanni X, la cui epoca esso non registra più. Ad Anastasio attribuisce: a. II, m.... (Cod. Casin., 257: a. II, m. II, parimenti come il Cod. Vat. 1340): a Lando: a. I (Cod. 257: an. III, d. XXXIII; Cod. Vat. 1340: m. V, et cessavit ep. d. 36). Benedetto di Soratte gli conta: menses 6, e Flodoardo: m. 6, dies 10. Il Catal. Eccardi dice Trano, in cambio di Raino (Rayner), come invece tiene esattamente scritto il Catal. Vat. Per lo contrario, il celebre Catal. Vat. 3764 della Cava (che contiene il Lib. Pontif. e Cataloghi assai antichi) dice: Lando nat. Sabinense ex patre taino sedit m. VII, dies XXXVI.

332.  Theodorae autem glycerii mens perversa, ne amasii sui ducentorum milliarium interpositione quibus Ravenna separatur Roma (locchè è errore) rarissimo concubitu potiretur, etc.: Liudpr., Antapod., II, c. 48. È errore altresì che Pietro fosse arcivescovo di Ravenna; piuttosto eralo Cailo. Il Muratori ha combattuto aspramente la veridicità delle narrazioni di Liudprando; la difende il Köpke (De Vita et scriptis Liudprandi, Berlino, 1842). Di dubbia fede lo dichiarano lo Schlosser e il Wattenbach. Il Baronio, il Mansi e il Mittarelli hanno accolto senza esitare le sue apostrofi contro Giovanni X, contro Teodora e Marozia. Di recente, il Duret (G. stor. della Svizzera, Vol. I) ha dimostrato gli errori di Liudprando, e lo segue F. Liverani in una monografia, per più riguardi eccellente, intitolata: Giovanni da Tossignano, Macerata, 1859.

333.  Narra la Invectiva in Romam che Giovanni, dopo la morte di Pietro, usurpò il vescovato di Bologna: lo ingiuria come se fosse un lucifero. Poichè la Invectiva appartiene a quell’età, la sua voce, ad onta dell’odio di parte, non è senza gravezza.

334.  La Invectiva, Liudprando, Leone di Ostia, il Chron. S. Bened., danno a Giovanni X il nome di invasor et intrusus: Martino Polono, Andrea Dandolo, Bernard. Guidonis lo dichiarano financo figliuolo di Sergio III, scambiandolo con Giovanni XI. Anche Amal. Augerius, al paro di Bernardo, afferma che il popolo lo cacciasse di Ravenna. Per lo contrario, Flodoardo e l’Anon. Berengarii tengono dalla parte di lui.

335.  Mansi, XVIII, p. 239. Nell’anno 906 un Teofilatto compare da Cancellarius o Saccellarius (Marini, n. 24). Similmente nell’anno 915, in un Diploma di Giovanni X (Placito di Monte Argenteo, di cui diremo più sotto). Nel 927, si trova Theophyl. Cons. et Dux, ed è certamente il figliuolo dello sposo di Teodora (Reg. Subl. fol. 97, Cod. Sessor. del Fatteschi, p. 45). Nell’a. 939, Theophyl. nobili viro (ibid., p. 65). Nella sentenza di Alberico II, del 942, un Teofilatto vestararius è specificato fra gli ottimati di Roma. Di lui e della moglie sua Theodora vestararissa fa parola un’inscrizione sepolcrale che è nel Galletti, del Vestar., p. 46. Per lo contrario, nel 949, troviamo Maroza nob. fem. conjux vero Theophylacti eminent. Vestarario (Cod. Subl. Sessor., 217): potrebbe darsi che fosse stata seconda moglie di lui, oppure che avesse avuto due nomi. Avrei di che citare ancora molti altri Teofilatti, che non appartenevamo alla stessa famiglia.

336.  Può darsi che Giovanni X, dapprima arcivescovo di Ravenna, fosse unito in parentela con Teodora o con Teofilatto. All’esistenza di una nobile Marozia di Ravenna (Fantuzzi, V, 160), io certo non attribuisco alcun peso, avvegnachè questo diminutivo di Maria fosse frequente. Teofilatto per via di Marozia fu antenato dei Tusculani, e il suo nome durò nella famiglia. La tavola genealogica del Liverani stabilisce che Teodora I fosse figlia di Adalberto I di Tuscia; ma non è che un’opinione arbitraria. Che Teofilatto fosse sposo di lei lo sappiamo chiaramente da Benedetto di Soratte, c. 29.

337.  Nel suo Auxilius e Vulgarius, pag. 146, il Dümmler ha stampato una lettera di Vulgario indiritta a questa Teodora, e tratta da un manoscritto di Bamberga: in essa, l’aderente di Formoso prega la potente donna di accordarle la sua protezione presso a Sergio III. La soprascritta è compilata così: Ad Theodoram (sventuratamente mancano qui due parole, ossiano predicati) Sanctissimae et deo amatae venerabili matronae Theodorae Vulgarius peccator vitam in Christo. Egli magnifica la pietà di lei, e dice: Habes igitur virum (misticamente Cristo) multo plus fortiorem et potentiorem isto senatore (Teofilatto): iste, etsi est dominus unius urbis (Roma), sed ille (Cristo) totius orbis.

338.  Alter Apostolici nam frater, consulis alter Natus erat. così il Panegyr. di Berengario, e la glossa antica dello stesso Autore dice: Consul Romanorum tum erat Theophylactus.

339.  Il Placitum di Montargenteo, a. 1014, ne dà chiarimento. Esso riporta una Bolla di Giovanni X (a. 915), e fra i maggiorenti romani nomina primamente Theophylactus Senatores Romanorum, indi Gratianus dux, Sergius primicerius etc. Lessi la pergamena originale, che dice veramente Senatores, ma, poichè ogni ottimato ha il suo predicato, così deesi leggere Senator. Senatores non è altro che una sgrammaticatura barbarica; così anche Benedetto di Soratte dice: Petrus marchiones, a vece che marchio. Ivi pure Teofilatto è posto a capo dell’aristocrazia. È l’ultima volta che si faccia menzione di lui; dopo del 915 scompare. Il suo palazzo in Roma è nominato ancora in tempo più tardo.

340.  Theodora, scortum impudens — Romanae civitatis non inviriliter monarchiam obtinebat. Quae duas habuit natas, Marotiam atque Theodoram, sibi non solum coaequales, verum etiam veneris exercitio promptiores: Liudpr., Antapodosis, II, c. 48.

341.  Lo scambio di Albericus marchio con Albertus marchio, ha prodotto la peggior confusione, poichè si pose a mazzo la casa di Tuscia con quella di Tusculum. Gli Italiani, i quali dicono che Alberico fosse romano, dovrebbero mostrare un solo Romano di questo nome. Presso ai Longobardi era frequente sì, come quelli di Adelberto, di Ilderico, di Albuino, di Alifredo, di Boniperto (reputo i Bonaparte essere gente longobarda di questo nome). Un sol pajo di esempli: Albericus fil. cujusd. Adelfusi (Cod. Farf. Sessor. 218, n. 319); Albericus, missus di un Judex longobardo (n. 324); Albericus scabino, a. 897, (n. 342). Nell’anno 997, un Albericus era abate di Farfa.

342.  Che Alberico fosse uomo di fortune nuove, e intendesse al principato di Camerino, lo dice il Panegyr. Bereng., lib. II:

Pauper adhuc Albricus abit, jam jamque resultat

Spe Camerina. Utinam dives sine morte sodalis.

Questi versi rivelano una storia intiera. Il documento farfense n. 57 (nel Fatteschi) lo appella, intorno al 900, Comes: temporibus Alberici Comitis anno ejus IV, m. Martii, Ind. III. — Ai num. 58, 59, l’anno 914 è contato come suo vigesimo quinto. Lo Scheid, Origin. Guelf., lib. 2, crede che egli avesse sua sede in Orta, di che io dubito appena. Al tempo di Ottone III v’erano perfino dei Marchiones de Orta (ib. p. 138); tuttavolta non m’è noto che un margraviato di Orta esistesse all’incominciamento del secolo decimo. Però ben poteva Alberico esser veramente Comes di Orta.

343.  Accepit una de nobilibus Romanis, cujus nomine superest, Theophilacti filia, non quasi uxor, sed in consuetudinem malignam: così Benedetto di Soratte. Ma l’orgoglio di Teofilatto poteva mai consentire ad un concubinato?

344.  Io non credo, come fa il Duret, che la famiglia di Teofilatto fosse nemica di Sergio. Invero come avrebbe altrimenti potuto spargersi fama degli amori di Sergio e di Marozia? Io reputo anzi che Sergio fosse di quella famiglia, nella quale il suo nome si tramandò.

345.  Liudprando toglie per ciò a prestito i predicati di scortum e di meretrices, e non ne è avaro: da dopo del Baronio, si è formata per quel periodo l’opinione esagerata che il governo fosse in mano di baldracche. Presso ai Tedeschi quel concetto data forse dal Löscher, Storia del reggimento romano delle bagasce, Lipsia, 1707. Per certo, il governo di Giovanni X non fu cosiffatto.

346.  Leggasi negli Atti del Concilio di Trosle la descrizione che Eriveo arcivescovo di Reims dà delle sfrenatezze immorali dei preti: Labbé, Concil., XI, 731.

347.  Nell’anno 945, le illustri donne Marozza e Stefania, figlie della giovine Teodora, sottoscrissero un Diploma, come si conveniva a donne illetterate: Signummanu suprascripta Marcata nobilissima femina donatrice qui supra lran. (cioè literae nescia); parimente Stephania: Marini, n. C, p. 157.

348.  La data dei 15 di Maggio, accolta dal Jaffé, non è esatta; infatti, addì 10 di Maggio dell’anno 916, ci troviamo nel terzo anno del pontificato di Giovanni X: Cod. Sessor. CCXVII, p. 33, Bolla di confermazione data a Subiaco: Dat. VI Id. Maii annoJoh. Xtertio. Meglio il Duret, che assume per data la seconda metà del Marzo.

349.  Leggasi il Liber Destructionis Farfensis dell’abate Ugo (p. 533), edito dal benemerito Bethmann: Mon. Germ., t. XIII.

350.  Equipaggiava un bastimento che navigava ai porti dell’Impero, immune da gabella. Vedi il Privilegium di Lotario del 18 Dicembre 822, Reg Farf., n. 281: Unam navim concessimus etc. I molti titoli di tributi, ai quali le navi erano allora soggette, hanno un’impronta caratteristica della barbarie di quell’età: nullum telonaticum, aut ripaticum, paraticum, pontaticum, salutaticum, cespitaticum, cenaticum, pastionem, laudaticum, travaticum, pulveraticum — accipere audeat.

351.  Le Bolle di Nicolò I, a. 858, e di Leone VII, a. 936, si riferiscono a quella distruzione: Mon. Selecta ex magno Chartario Sublac. Cod. Sessor. CCXVII, p. 5 e 55. Il convento di Subiaco non ha ancora avuto una propria Storia, chè le Memorie di Subiaco dell’Jannuccelli, Genova, 1856, non possedono valore scientifico.

352.  Il Nibby, Anal. III, 61 e il Liverani, p. 276: entrambi dicono che, oggidì ancora, si odono colà nomi di origine arabica, quali sono Mastorre, Argante, Morgante, Marocco, Merante, Manasse, Margutte. Osservo che un altro Saracinesco, castello un tempo di Mauri, trovasi ancora adesso nella diocesi di Monte Cassino.

353.  Bened. di Soratte, c. 29: Audientes Sarracenis, qui erat in Narniensi comitato, Ortense, et qui erant in Ciculi etc. Malamente si scrive Siciliano, e a torto la terra si fa derivare dai Siculi antichi. Giusta sembra essere l’opinione del Fatteschi (Serie ecc., p. 246), che la fa discendere da Equicoli: in alcune carte di Farfa dell’anno 762, trovasi scritto: in Eciculis. Vi abitavano un tempo gli Equi, e il distretto era appellato castaldatus Equanus.

354.  Regnaverunt Aggarenis in Romano regno anni 30, redacta est terra in solitudine: Bened. di Soratte, c. 27.

355.  Tosto dopo la morte dell’Imperatore, un Grammatico longobardo scrisse il Panegyricus Bereng. Imp.: lo diede alla luce Adriano Valesio (Parigi, 1663): vedi la Introduzione al poema, nei Mon. Germ. VI, e vedasi il Wattenbach, Fonti storiche della Germania, Berlino, 1858, pag. 159. — Il Poeta accenna alla pressura dei Saraceni, v. 89:

Summus erat pastor tunc temporis Urbe Johannes

Officio affatim clarus sophiaque repletus,

Atque diu talem merito servatus ad usum.

Quotenus huic prohibebat opes vicina Charybdis,

Purpura quas dederat majorum sponte beato,

Limina qui reserat castis rutilantia, Petro.

356.  Praefigens sudibus rictus sine carne ferarum. Le Regioni avevano loro segni di distinzione. Enrico V fu accolto da aquiliferi, leoniferi, lupiferi, draconarii: Chron. Casin. IV, c. 37. Nell’Ordo Rom. XI e XIII, gli alfieri hanno già nome di milites draconarii, portantes XII vexilla quae bandora vocantur (Mabillon, Mus. It., II, 128); e addirittura: 12 bandonarii cum 12 vexillis rubeis (p. 228). Così era nel secolo duodecimo e nel decimoterzo.

357.  Di contra al Pagi, il Muratori pone la coronazione al giorno di Natale dell’anno 915. Le oscure parole del Panegirico: Luce Deus qua factus homo processit ab antro — Tumbali, spiegano quasi tutti i moderni (Böhmer e Jaffé) per Pasqua. Il Duret, pag. 301, ha bene dichiarato essere esse una circonlocuzione significante il giorno di Domenica. Io mi dispenso d’entrare in disamina dei noti Diplomi che trovansi nel Muratori, poichè ne ho trovato uno inedito di Berengario nel Cod. Amiat. Sessor. CCXIV, p. 435, e CCXVI, n. 181, il quale dimostra che la coronazione avvenne sul principio del Dicembre 915, forse nel primo Avvento. È un privilegio dato a quella Abazia, che egli confida al governo del figliuol suo Widoni glorioso Marchioni Cenobium Dni. Salvatoris in Monte Amiate constitutum ad regendum commisissemus; e comincia: In Nom. Dni. Dei Eterni Berengarius Imp. Aug. Dignum est ut qui prudenter Dei obsequia etc; e conchiude così: Signum domni † Berengarii seren. Imp. Joannes cancellarius ad vicem Ardingi ep. et archicancell. recognovi etc. Data VI Idus Decembr. A. Dom. Incarn. DCCCCXV domni vero Bereng. seren. Regis XXVIII, Imperii sui primo Ind. IV Actum Rome in Xpi nomine feliciter. Amen. Data dunque dagli 8 di Dicembre dell’anno 915, ed allora Berengario era già coronato. Addì 10 di Novembre egli era stato in Lucca.

358.  Il Chronicon Duc. Neapol., nel Pratilli (T. III, Hist. Princ. Langob., XVIII, p. 428), che narra di particolarità su questi avvenimenti, è un goffo trovato dell’editore.

359.  Papa Joh. (lo scambia con Giovanni XI) undique hostium gentes congregari jussit in unum, et non tantum Romanum exercitum, sed et Tuscos, Spoletinosque in suum suffragium conduxit: Anon. Salern., c. 143. Il silenzio in cui il Panegirico si tiene a riguardo di Alberico, durante la coronazione dell’Imperatore, dimostra che allora quegli non teneva luogo cospicuo nella Città.

360.  La battaglia nella Sabina è descritta da Benedetto di Soratte, c. 29. Per le moenie civitatis vetustate consumpta nomine Tribulana, deesi intendere l’antica Trevi. Cronisti di tempi posteriori, come Martino Polono, a. 917, il Dandolo e Amalr. Auger. dicono di una vittoria riportata da Giovanni prope Romanam Urbem. È cosa possibile, che vi si riferisca la tradizione del convento di san Cosimato presso a Vicovaro.

361.  I documenti del Cod. Dipl. Cajetanus di Monte Cassino citano fra altri, a. 841, un Enee Grosso Consul et Rector Patrimonii Cajetani, a. 851, un Mercurius Consul et Dux Patrimonii Trajectani. Dopo la cessione di Traetto, trovasi ivi per lungo tempo la stirpe dei conti longobardi Dauferio, Lando, Ederado e Marino. Lo stesso Codice dimostra che in Fundi non si trovavano Conti, ma Duces.

362.  Questo Diploma barbarico dà l’elenco dei capitani che erano nell’esercito del Garigliano. Lo contiene il Placito di Castrum Argenteum presso a Traetto, del Luglio 1014: Archiv. di M. Cassino, Caps. LXVI, B., nel Gattula, Hist. Acc., p. 109, nel Federici, Storia dei Duchi di Gaeta, p. 150. Ivi, le Bolle di Giovanni VIII e di Giovanni X sono gettate alla rinfusa. Ille pridie idus junii Theofilactus secdiclerius S. Sed. Ap. scripserat, imperante Domino suo piiss. p. p. August. Lo... ico magno imp. i. e. suprascripta quinta, script, per manum Melchiset — — L’Ind. V è l’anno 872; l’Imperatore è Lodovico II. L’anno 916 cadeva nell’Ind. IV, e qui il Diploma confonde fra loro le due Bolle. Idest — quomodo repromiserat Theofilactus Senatores Romanorum, Gratianus Dux, Gregorius Dux, Austoaldus Dux, Sergius — — et per jussionem — Johann. X — jurare fecerat alios decem et septem nobiliores homines, qualiter illi querere Nicolao stratico Langobardie, Gregorius Neapolitano consuli, et Landolfum imperiali patritiu, et Atenolfo, et Guamario principibus, Johanni, et Docibilis gloriosi Ducibus, et Ipati Gajetanorum — — pro eo quod decertaverat, et percertaverunt, pro amore Christianae fidei delere Saracenos de cuncto territorio Apostolorum. È cosa sorprendente che di Alberico non si faccia menzione.

363.  Leone di Ostia, che nomina Alberico, I, c. 52, assume erroneamente la data dell’Agosto 915, Ind. III, invece del 916, Ind. IV. Ma prima ei dice: Joh. X tricennio ante Romam invaserat. Lupo Protosp., intorno all’anno 1088 (Mon. Germ. VII): Anno 916 exierunt Saraceni de Gariliano. Di questa battaglia parlano, senza soffermarvisi, Liudpr., Antapod., II, c. 52 segg., il Chron. Farf., p. 455, il Chron. S. Vincent.; Benedetto di Soratte, e Cronisti posteriori. Lo stesso Giovanni X dava annunzio della sua vittoria a Erminio arcivescovo di Colonia, Floss, Leonis P. VIII privileg., p. 105, nel Dümmler St. degli Imp. Franchi orientali, II, 601. Due volte, dice, ebbe egli in persona dato combattimento ai Saraceni.

364.  Ben. di Soratte, c. 29: Et preliaverunt prelium magnum; et victores Johannes X papa, et Albericus marchiones, honorifice susceptum Albericus marchio a Romano populo. Egli ne loda la persona elangiforme (elegantis formae), ed aggiunge parimenti che la figlia di Teofilatto ne divenne amante. Io però traspongo questa attenenza ad alcuni anni più addietro. Nell’anno 932 Alberico II diventò signore di Roma: se fosse nato soltanto nel 917, lo sarebbe divenuto quando aveva soli quindici o sedici anni. È opinione mia che Giovanni X si avesse fatto mediatore di una vera unione fra la figlia di Teodora e Alberico, fin d’allora che diventò papa, e perciò nel 914. Fa meraviglia che Benedetto di Soratte non appelli mai Marozia per nome. Leone di Ostia, I, c. 61, chiama Alberico, con buon fondamento, console dei Romani, e ciò ben merita di esser considerato.

365.  Sed postea discordia interveniente marchio ex urbe expulsus in Orta Castrum extruens ibi se recepit: ciò narrano per verità soltanto Martino Polono, Ptol. Lucensis, Ricobaldo, Bernardus Guidonis, Leone da Como, Galvaneus, il Platina, il Sigonio. Vedasi il Muratori, Antich. Estensi, I, c. 23. Anche il Provana crede alla caduta di Alberico.

366.  In un documento dell’anno 1044 vien detto: Foris ponte Salario ubi dicitur due sorore et portu ungariscu: Galletti, Mscr. Vat. 8048, p. 127. Benedetto di Soratte, c. 29, 30, narra che gli Ungheri fossero chiamati da Petrus ch’egli appella marchio. Erat denique Petrus marchiones germanus — papae. Talis odium et rixa inter Romanos et marchio, ut non in urbem Romam ingredi debere: ingressus P. marchio in civitas Ortuense — edificavit castrum firmissimus, et plus magis seviebant romani et amplius P. marchio urbem Romam non est ausus ingredi. Statimque nuntius transmisit ad ungarorum gens — omnium ungarorum gens in Italia ingressi sunt, simul cum P. marchio in urbem Romam ingressus est. Ai tempi di Giovanni XI, egli descrive una battaglia che i Romani combatterono contro agli Ungheri fuor di porta san Giovanni, e dice che indi, in vicinanza di Rieti, Giuseppe longobardo (probabilmente era duce nella Sabina) gli ebbe sconfitti. Pensa il Liverani, che Alberico, fedele al Papa, venisse a dissidio con Marozia, e che egli con Pietro fuggisse a Orta; che poi il popolo uccidesse Pietro in Laterano quando era tornato in patria, e che, allora soltanto, Alberico fosse trucidato in Orta. Però Liudprando contraddice a questa successione di tempo, e il racconto di Benedetto è tutto una confusione. Solo dopo la morte di Alberico Marozia sposò Guido, e solo allora caddero Pietro (928) e il Papa. Ma se Alberico fu discacciato da Marozia e dai così detti Tusculani, poteva egli essere allora, come pensa il Liverani, capo di questa famiglia, conte di Tusculum?

367.  Fuori del Placito avvenuto a Corneto presso Fermo, dove Waldiperto, a. 910, compare da Vicecomes Alberici Marchionis (Chron. Casaur., Murat. II, 2, 591), e fuori di un cenno delle donazioni di Alberico (Chron. Farf., p. 461), non conosco altre carte che parlino di lui. Alberi genealogici ben noti, e innumerevoli da dopo dello Zazzera e del Kircher, lo pongono a stipite dei Tusculani; ma non mi so di alcun documento che appelli Alberico per Tusculanus. Il Regest Farf. non parla di Conti di Tusculum. Benedetto di Soratte dice soltanto: Marchio Albericus. Gli è dunque assurdo di chiamare senza peritanza Alberico I, conte di Tusculum, come ancor fa il Duret. Per la prima volta nell’anno 999 Gregorio è chiamato Tusculanus; e, soltanto a’ tempi di Ottone III, può parlarsi di Conti di Tusculum. Io ho esaminato attentamente i manoscritti del Galletti, Storia geneal. de’ Conti Tuscul., de Stefaneschi, Papareschi, Normanni (Cod. Vat. 8042 segg.), e mi compiaccio della penetrazione di quell’uomo, il quale a quest’età non sa di Conti tusculani. L’eguale idea merita lode al Muratori, e altresì al Coppi.