Alla cattedra di Pietro saliva adesso, nel Settembre dell’anno 891, Formoso, cardinale vescovo di Porto, che era, così almeno pare, romano d’origine[284]. Sappiamo quali fossero state le sorti anteriori di quest’uomo ambizioso: scomunicato da Giovanni VIII, aveva giurato di non tornare a Roma o nel suo vescovato; più tardi Marino lo aveva sciolto di quella promessa e lo aveva restituito a Porto. Era vissuto in pace sotto al pontificato di due Papi, finchè, morto Stefano V, era stato, (parimenti di quello che avvenne con Marino), appellato addirittura dal suo seggio vescovile a quello di Pontefice: e siffatta traslazione in quel tempo si reputava contraria ai canoni[285]. Formoso s’era senza dubbio adoperato per giungere al Papato, e sembra che, per conseguire l’intento, facesse delle promesse agli uomini temprati a sensi nazionali, e che così guadagnasse i loro voti.
La parte del Papa presto si stringeva attorno alla bandiera di Arnolfo d’Alemagna e di Berengario favorito di lui; la fazione avversa si schierava sotto al vessillo spoletino di Guido, di Lamberto suo figlio e di Adalberto di Tuscia, chè in questi contrapposti s’erano adesso mutati i partiti antichi dei Tedeschi e de’ Francesi in Roma. A capo della fazione spoletina stava Sergio diacono, romano illustre che era stato candidato oppositore di Formoso, ed era il suo antagonista più acerbo[286].
Quantunque il Pontefice fin d’ora volgesse le sue speranze ad Arnolfo, tuttavolta la condizione delle cose lo costringeva a riverire Guido imperatore, e questi, forse coll’adesione del Papa e intendendo a raffermare la dignità imperiale nella sua dinastia, eleggeva il suo figliuolo Lamberto a socio nell’Impero: nell’anno 892, Formoso medesimo lo coronava a Ravenna[287]. Ciò faceva egli di mala voglia; chè nessun Pontefice poteva di vero senno augurare la fondazione o il rassodamento di una dinastia imperiale indigena. La sorte delle armi favoriva Guido; Berengario era battuto, e indarno chiedeva salvezza ad Arnolfo di Germania, sebbene le sue instanze fossero raccomandate anche dai legati di Formoso, cui tosto gravemente angustiavano Guido e la parte spoletina ch’era in Roma. Guido infatti, violava i confini dello Stato della Chiesa, e incamerava patrimonî di san Pietro; la lotta delle due fazioni minacciava di venire in Roma ad uno scoppio; perciò Formoso, nell’anno 893, chiedeva ad Arnolfo che calasse dalle Alpi. Il Re venne in Italia sull’incominciamento dell’anno successivo[288]; Milano e Pavia, prese di terrore, gli aprirono le porte; perfino i Margravî di Tuscia, Adalberto e Bonifacio fratello di lui, gli si diedero in balìa quali vassalli. Però, a Pasqua, ei tornavasi indietro a Germania, nè proseguiva il suo cammino vittorioso, attraverso le terre di Guido, fino a Roma, dove il Papa l’avea invitato ad andare.
La subita morte di Guido non indusse mutazioni essenziali nelle cose di Roma. Questo Imperatore, ossia tiranno d’Italia, come i Cronisti tedeschi lo appellano, moriva di un’emorragia di petto, presso al fiume Taro nell’Italia meridionale, sulla fine dell’anno 894; probabilmente Lamberto s’affrettava adesso di andare a Roma per ottenere da Formoso la confermazione della sua dignità imperiale, e per farsene coronare con solennità grande. Era ancora giovanissimo, bello della persona, cavaliere compiuto, speranza massima degli Italiani che aderivano alla parte nazionale. Il Papa, non soccorso da Germania, doveva acconciarsi alle circostanze; protestava essere disposto a proteggere questo Imperatore con sollecitudine paterna; però novellamente spediva suoi legati ad Arnolfo affinchè fervidamente gli raccomandassero di venire a Roma[289]. Era cosa che doveva infiammare la fazione spoletina a furibondo odio contro il Papa, il quale la tradiva a Germania. Nell’autunno dell’anno 895, Arnolfo sbucò di Baviera, per cacciare fuor del suo sentiero Berengario e Lamberto, e per torsi finalmente il reame d’Italia e l’Impero. La sua marcia guerresca è la prima e avventurosa impresa che un Re tedesco tentasse contro di Roma. Guadato il Po, divideva in due il suo esercito; scagliava gli Svevi su Firenze per la strada di Bologna; i Franchi guidava egli, dalla parte occidentale, a Lucca. Corse fama di apparati ostili per parte di Berengario e di Adalberto di Tuscia; ciò fece sì che Arnolfo s’affrettasse nel suo cammino, laonde, passate le feste natalizie a Lucca, ruppe contro a Roma. Il giovane Lamberto non gli opponeva resistenza alcuna, avvegnachè egli cercasse di difendere soltanto Spoleto; ma la madre sua Ageldrude, che nutriva spiriti gagliardi ed era figlia di quell’Adelchi duca di Benevento celebre per la prigionia cui aveva costretto Lodovico imperatore, sperava di poter ributtare il nemico dalle mura di Roma. Quivi era già scoppiata una furiosa rivolta; la fazione spoletina, ossia nazionale, capitanata da Sergio e da due nobili, Costantino e Stefano, s’era omai impadronita del Papa; Spoletini e Toscani erano penetrati nella Città, ne avevano sbarrate le porte, asserragliata la città Leonina e riempiutala di genti di guerra; una femmina ardita era l’anima di tutto quell’armeggio belligero.
Adesso, per la prima volta, conveniva che Roma fosse assediata dalla soldatesca di un Re tedesco, dai «Barbari» di Germania; per la prima volta conveniva che questi conquistassero la Città santa, ed ivi con forza di armi s’impadronissero della corona imperiale.
Arnolfo, il valoroso bastardo, poneva campo fuor di porta san Pancrazio; chiedeva che Roma s’arrendesse, ma gli rispondevano con ischerni[290]. I Tedeschi, dapprima scoraggiti poichè erano vaghi di pugne ardenti, chiesero finalmente con grandi grida di esser condotti all’assalto; e, come narrò la leggenda, un avvenimento accidentale, un lepre fuggente verso le mura e inseguito da loro, ve li trasse. L’atteggiamento bellicoso degli Spoletini e dei Romani presto si smarrì; le mura furono superate con iscale oppure a forza di selle da cavallo ammonticchiate le une sulle altre; alcune porte furono spezzate a colpi di ascia, quella di san Pancrazio fu abbattuta cogli arieti, e i Tedeschi, nella sera di quell’istesso giorno, penetravano nella città Leonina, e vi liberavano il Pontefice dal castel sant’Angelo, dove i suoi nemici lo avevano rinchiuso[291].
Arnolfo non entrò insieme colle sue soldatesche; volle seguire la consuetudine degli Imperatori, tenendo sua entrata dal campo di Nerone, e volle avere accoglienze solenni nel san Pietro. Si fermò presso a ponte Molle; clero, nobiltà e scuole di Roma, fra le quali i Cronisti tedeschi fanno speciale menzione di quella dei Greci, ve lo andarono a levare con loro croci e con vessilli, e lo condussero nella città Leonina: ivi il Papa lietamente lo ricevette sui gradini del san Pietro, lo mise dentro nella basilica, e, rinnegata fede a Lamberto, lo coronò imperatore[292]. Ignoto è il giorno in cui la coronazione avvenne, ma cader dovette nella seconda metà di Aprile dell’anno 896. Così il bastardo tedesco diventò imperatore romano, nè Formoso ottenne perdonanza di quest’opera sua, che urtava contro al sentimento di nazione[293]. Dopochè Arnolfo ebbe dato assetto a quelle molte cose che concernevano l’Impero e la Città, e dopochè ebbe probabilmente conchiuso un patto col Papa, ricevè nel san Paolo anche la protesta di omaggio del popolo romano. Il giuramento fu prestato così: «Per tutti questi misteri di Dio, giuro, che, salvo l’onor mio, salve la mia legge e la mia fedeltà verso il signore e papa Formoso, per tutti i giorni della mia vita sono e sarò fedele ad Arnolfo imperatore; non mi associerò mai con uomo alcuno per romper fede a lui; non presterò mai ajuto a Lamberto figlio di Agildrude, o a sua madre, affinchè conseguano dignità temporale; nè con astuzie od argomento qualsiasi darò mai questa città di Roma in balìa di esso Lamberto, o di sua madre Agildrude, o di loro genti[294]».
La parte spoletina non aveva opposto energica resistenza al vincitore; del sepolcro di Adriano, che poco tempo dopo fu pure un forte castello, non è fatta parola, sebbene dubitar non si possa che Agildrude vi avesse messo un presidio. Tosto dopo la presa di Roma, la vedova di Guido imperatore era tornata colle soldatesche nella sua terra[295], ed i Romani, alleati con lei, avevano deposto le armi. Pertanto l’ira di Arnolfo avrà potuto presto acquetarsi, in pensando quanto lieve fatica gli avea costato la presa di Roma su cui nemmanco possedeva diritti; tuttavia può darsi che nella Città alcune teste cadessero sotto la mannaia del carnefice; e due illustri romani, Costantino e Stefano, quali rei di maestà, furono tratti in esilio in Baviera. Quindici soli giorni rimase Arnolfo in Roma; vi lasciò da prevosto della Città il suo vassallo Faroldo, cui avrà affidato un nerbo sufficiente di milizie; dipoi mosse sopra Spoleto, dove l’amazzone Agildrude s’era apprestata a difesa. Però, una infermità di paralisi lo coglieva per via, nè tanto era conseguenza di veleno che gli propinasse la nemica sua, quanto di quello che egli, dedito a stravizzi e a lascivie, aveva succhiato fra le braccia delle sue amanze. La splendida vittoria riportata da lui su Italia e su Roma destò meraviglia quasi minore del suo ritorno precipitoso a Germania, che parve d’uom che fuggisse; e la prima impresa guerriera che un Re tedesco facesse su Roma, triste presagio de’ tempi venturi, non lasciò dietro a sè alcun sostanziale risultamento.
Sia che perisse di infermità, oppure di veleno, morte liberò, in quello stesso tempo, papa Formoso dai pericoli in cui lo avrebbero precipitato la lontananza del suo proteggitore tedesco e la subita mutazione che ne conseguivano le cose, per via di un trattato che si conchiudeva fra Lamberto e Berengario. Formoso trapassava di vita nel Maggio dell’anno 896, dopo un reggimento di quattro anni, di sei mesi e di due giorni[296]. Nessun monumento serba ricordanza di questo Pontefice degno di nota, ma la Città gli andò debitrice della restaurazione fondamentale del san Pietro e dei suoi musaici, e dell’adornamento di parecchie altre chiese[297].
La morte di Formoso fu in Roma segnacolo di tumulti lunghi. La fazione tusca e quella spoletina s’impadroniscono adesso di tutti i poteri; la cattedra di Pietro diventa oggetto di ruba dei maggiorenti, e con rapidissima successione la occupano Papi che, appena sorti, piombano, cadaveri sanguinosi, nelle loro tombe. Il Papato, che sotto di Nicolò e di Adriano ed ancora a’ giorni di Giovanni VIII, si era innalzato a tanta grandezza d’intenti, cade in ruina nel mezzo della dissoluzione universale di tutte le cose politiche. Sullo Stato temporale della Chiesa, migliaja di predoni s’impongono da padroni, e financo la podestà spirituale del Papa presto non è dappiù che un titolo senza valore. Un buio che mette ribrezzo involge tutta Roma, ed appena è se lo rischiari una debile luce che, tratto tratto, dalle Croniche antiche si diffonde su questo periodo spaventoso: in verità è uno spettacolo orrendo, in mezzo al quale compaiono in vista Baroni, cui è ragion la violenza, che si danno nome di consoli o di senatori; compaiono Papi d’animo brutale o sventurati che escono del grembo di quei signorazzi, donne belle e feroci e lascive, larve d’Imperatori che vengono, pugnano e vanno; e tutte queste persone e i loro fatti passano innanzi allo sguardo colla rapidità di un vorticoso tumulto.
I Romani ponevano a forza sulla sedia di Pietro Bonifacio VI: non trascorrevano che quindici giorni, ed ei moriva[298]. I maggiorenti della parte spoletina, ossia nazionale, elevavano allora alla cattedra papale Stefano VI, figlio di Giovanni prete romano. Quantunque dapprincipio questo nuovo Pontefice riverisse Arnolfo perchè ne aveva paura, se ne discostò tosto che, partito lui d’Italia, Lamberto entrò nuovamente in Pavia. Incorato dagli acerbi nemici di Formoso, fra i quali era egli pure, tenuto fra le mani dei Lambertini che dominavano su di Roma, ispirato dal truce fanatismo degli odî partigiani, i quali avevano tutta l’indole di una vera demenza furibonda, Stefano bruttò la storia del Papato con un fatto di barbarie inaudito sì, che nessuna età ebbe mai visto l’eguale.
Fu bandito un giudizio solenne contro a Formoso: il morto fu citato a comparire in persona innanzi al tribunale di un Sinodo. Era il Febbraio od il Marzo dell’anno 897, in quello che anche Lamberto imperatore era venuto con sua madre a Roma, dove già comandava da padrone. I Cardinali, i Vescovi e molti altri dignitarî del clero si congregarono in sinedrio. Il cadavere del Papa, strappato alla tomba in cui riposava da otto mesi, fu vestito dei paludamenti pontificî, e deposto sopra un trono nella sala del Concilio. L’avvocato di papa Stefano si alzò, si volse verso quella mummia orribile al cui fianco sedeva un Diacono tremante che doveva fargli da difensore, propose le accuse; e il Papa vivente con furore insano chiese al morto: «Perchè, uomo ambizioso, hai tu usurpato la cattedra apostolica di Roma, tu che eri già vescovo di Porto?» L’avvocato di Formoso parlò in suo patrocinio, seppure il terrore non gli fe’ intoppo alla lingua; il morto restò convinto e fu giudicato; il Sinodo sottoscrisse il decreto di deposizione, pronunciò sentenza di condanna, e deliberò che tutti quelli i quali da Formoso avevano ricevuto ordinazione ordinarsi dovessero nuovamente.
Se il cadavere del Vicario di Cristo si fosse di repente rizzato in piedi e avesse risposto alle accuse che gli erano scagliate, coloro che nel Sinodo tenevano scranna di giudici, colti da terrore mortale sarebbero fuggiti, e alcuni di quei temerarî profanatori di sepolcri ne sarebbero stramazzati al suolo per lo spavento; ma la mummia sedeva immobile, tutto chiusa nel suo silenzio. Le strapparono di dosso i vestimenti pontificî, le recisero le tre dita della mano destra colle quali i Latini sogliono benedire, e con grida barbariche gettarono il cadavere fuor dell’aula: lo si strascinò per le vie, e, fra le urla della plebaglia, lo si buttò nel Tevere[299]. Non un fulmine del cielo, che pur sì spesso e sì di buon grado aveva svelato prodigî a tornaconto dei Papi, scoppiò su questo «Sinodo del terrore», nessun martire s’alzò irritato dal suo avello; però il caso, che spesso fa le veci della provvidenza, e mostra segni e portenti allorchè i Santi se ne stanno muti, volle che tosto dopo crollasse la basilica del Laterano, debole per vecchiezza. Papa Stefano, che dimorava lì presso nelle case patriarcali, avrà trasalito ne’ suoi truci pensieri, adendo il rovinìo del tempio; e la caduta della chiesa maggiore e madre della Cristianità potrà essergli stato presagio del precipizio che aspettava il Papato stesso e del giudizio che gli pendeva sul capo[300]. Le onde travolsero il cadavere di Formoso; alcuni pescatori del Tevere lo rinvennero quando Stefano non viveva più; gli avanzi di quell’uomo, che non aveva trovato mai requie in vita nè in morte, furono riposti nuovamente nel suo sepolcro in san Pietro; e vecchi e donne pie narrarono, che le imagini dei Santi, collocate nella cappella in cui si trasportavano le reliquie di lui, chinassero reverenti la fronte innanzi al morto sventurato[301].
Vorremmo torcer lo sguardo da questo spettacolo di delitto, e ritemprare l’animo alla similitudine per cui il Cardinal Baronio dice, che alla Chiesa non ne potè venir macchia o vergogna, avvegnaddio essa sia pari al sole, la cui faccia talvolta si vela di nubi, per rifulgere poi di splendore più vivo: ma lo Storico che rifugge dalle similitudini, trova in quel Sinodo un documento delle condizioni morali di quell’età. Ben egli può affermarne che Papi, clero, nobili e popolo di Roma erano allora immersi in una barbarie di cui imaginar non si può la più orrenda: l’odio feroce dei Romani condannati da Formoso, il livore di un Sergio, di un Benedetto, di un Marino (erano cardinali preti), di un Leone, di un Pasquale, di un Giovanni (cardinali diaconi, chè così specialmente li denota il posteriore Concilio di Giovanni IX), la sete rabbiosa di vendetta della parte nazionale infellonita di furore, perciocchè Formoso disertandola avesse coronato Arnolfo primo imperatore tedesco, le relazioni politiche di Stefano VI, che, premuto da Lamberto, lo blandiva; tutte queste circostanze di cose avevano dato occasione al misfatto. L’orribile inquisizione toglieva qualche fondamento giuridico dalla legge dei canoni; ricorreva all’antica condanna di Formoso vescovo, alla infrazione del suo giuramento, da cui ad ogni modo Marino I lo aveva sciolto con rito solenne, finalmente alla esaltazione di lui, vescovo, al Pontificato. Decreti di Concilî antichi avevano proibito ai Vescovi di trasferirsi da una città ad un’altra, ma altri decreti avevano protestato, questo esser lecito allorchè lo esigesse necessità delle cose; e il Sinodo congregato da Giovanni IX nell’anno 898, si decideva in tai sensi per riguardo a Formoso, quantunque aggiungesse, non doversi torre a imitazione quell’esempio che non s’acconciava ai canoni[302].
Formoso, il cui corpo sofferse dopo morte il martirio che in vita gli avevano risparmiato i Bulgari, trovò peraltro, anche a quell’età, dei difensori in alcuni uomini cui la iniquità metteva a indignazione: massimamente furono preti consecrati da lui, i quali protestarono contro il Sinodo che aveva dichiarato invalide le loro ordinazioni. Ausilio compilava una scrittura in cui vestiva di gloria lo infelice Papa; un altro sacerdote, sconosciuto di nome, scagliava contro a Roma un’invettiva focosa, nella quale rigettava a condanna dell’intiera Città ciò che era colpa dei Romani, e con grande ira rammemorava che eglino avevano sempre trucidato i loro benefattori: Romolo e Remo, fondatori della Città, erano caduti l’uno sotto la mano del fratello, l’altro sotto il ferro dei ribelli sul Quirinale; e di Pietro e di Paolo (assai bene avrebbe egli potuto appellarli fondatori secondi di Roma, e forse gliene librava in mente l’idea) diceva che l’uno era stato crocifisso, l’altro decapitato: del paro, la Città avea sbrigliato le ire sue contro a Formoso, santo, giusto e cattolico uomo[303].
Frattanto, il destino coglieva Stefano nell’autunno di quello stesso anno 897. Il suo delitto commoveva ad agitazione gli amici di Formoso e tutti i Romani che nutrivano sentimenti generosi; la fazione tedesca, che era in Roma, prese fiato; il popolo si sollevò; il Papa colpevole fu preso, gittato in un carcere ed ivi strozzato. Però, Sergio, amico suo ed avversario acerbo di Formoso, allorchè, pochi anni appresso, salì alla cattedra apostolica, gli innalzò un mausoleo nel san Pietro, e la inscrizione, che tuttavia suona ad infamia di Formoso, annuncia i casi della sua caduta e della sua morte[304].
Nel mese di Settembre o in quello di Ottobre dell’anno 897, a Stefano succedeva Romano, uomo di incerta stirpe, che moriva quattro soli mesi dopo. Ed anche il suo successore, Teodoro II, che vien detto romano e figlio di Fozio (egli aveva pertanto origine di Grecia), non resse la tiara che venti soli giorni[305]. Pareva che l’aere ammorbato dal cadavere profanato nel Sinodo pesasse gravemente sopra queste persone che passano rapide e fuggenti; pareva che lo spirito irato di Formoso si rizzasse su loro, e, abbrancatele, tosto le cacciasse giù a capo fitto nei loro avelli. Fra i pochi fatti che si narrano di Teodoro, gli reca onore la cura ch’ei diede a seppellire nel san Pietro il cadavere di quel Papa[306]. Laonde è, che con Teodoro il potere era tornato in mano della fazione avversa a Stefano; per vero gli aristocratici dell’altro partito tentavano, morto il Papa, di strapparlo a sè nuovamente, ma non vi riuscivano. Forse, fin d’allora, ajutati da Adalberto margravio di Tuscia, cercavano di coronare papa il potente cardinale Sergio, ma prevaleva la parte di Formoso, e il Cardinale, cacciato della Città coi suoi aderenti, si ricoverava di nuovo nel suo esilio in Toscana[307].
In mezzo a condizioni nefaste di cose, delle quali non ci giunse novella, Giovanni IX fu ordinato papa nella primavera o nella estate dell’anno 898. Era figlio di un uomo di origine germanica, di Rampoaldo di Tibur; era benedettino e cardinale diacono. Nel suo reggimento, che durò due anni e pochi giorni, questo Papa diede prova di animo temprato a moderazione e di intelletto. Il mutismo profondo in cui adesso incomincia a chiudersi la storia della Città, è interrotto soltanto dalla notizia di due dei suoi Concilî, onde ci furono conservati gli Atti importanti. Sebbene Teodoro e Romano avessero pur avuto desiderio di farlo, la brevità del loro governo aveva impedito a quei Pontefici di purgare la Chiesa dal vitupero che le aveva inflitto il Sinodo «del cadavere»; ma Giovanni IX, che era stato ordinato prete da Formoso, congregava adesso un Concilio. Innanzi a questo furono citati i Vescovi e i Preti che avevano sottoscritto i decreti sinodali di Stefano; protestarono eglino, vero fosse o falso, che le sottoscrizioni erano state ad essi carpite da quei furibondi; si prostrarono ai piedi del Papa, e lo invocarono a pietà. Furono perdonati; ma i profanatori del sepolcro, i Sergiani (stavano eglino in arme nella Toscana, e da fuorusciti spiavano l’opportunità di scagliarsi su Roma), furono ancora una volta maledetti con rito solenne. Condannati furono gli Atti del Sinodo «del cadavere», e (lo si legge con meraviglia) si reputò necessario di vietare che nell’avvenire si istituisse giudizio contro ad un morto[308]. La memoria di Formoso fu splendidamente restituita ad onoranza; si confermò la sua elezione a pontefice; le sue ordinazioni furono sancite come valide.
Il decimo canone del Concilio statuì che la consecrazione di ogni Papa nuovamente eletto dovesse nello avvenire farsi soltanto allora che fossero presenti i legati imperiali. Di qui si pare che i tumulti sanguinosi avvenuti duranti le elezioni di Giovanni e dei suoi predecessori, chiedevano che una tale concessione si facesse alla podestà imperiale, divenuta ombra vana. Oltracciò, i rapporti di amicizia che avvincevano Giovanni IX e Lamberto influivano per loro parte a promuovere siffatta decretazione[309]. Infatti, lo stato di Roma costringeva Giovanni ad attaccarsi con ambe le mani all’Impero; ei tentava di restaurarne la potenza, perocchè prevedesse che, senza di quello, il Papato sarebbe perito: e orribili per verità dovevano essere le condizioni delle cose, se strappavano al Papa un simigliante decreto. Il giovine Lamberto imperatore, dopo la partenza di Arnolfo, dominava in Italia senza contrarietà di sorta; sicuro del suo emulo Berengario, ei sperava adesso di impadronirsi con tutta quiete dell’Impero. Giovanni intendeva seriamente di dargli sostegno a quest’uopo; nello istesso Sinodo lo confermava a imperatore, adulava a lui ed anche agli Italiani, protestando che la consecrazione data da Formoso al «barbaro» Arnolfo, era stata un atto surrettizio ed imposto, e che si doveva tenere come nulla[310]. Giovanni non volgeva più lo sguardo a Germania, dove Arnolfo imperatore languiva sul suo letto di morte; non a Francia, dove universale era la confusione delle cose; a lui, come agli Italiani, Lamberto, giovane, magnifico, prode, sembrava essere il solo uomo che desse guarentia di uno Stato bene ordinato.
In questo stesso anno 898 Giovanni IX e Lamberto si videro in Ravenna; e colà il Papa, in presenza dell’Imperatore, tenne un Sinodo di settantaquattro Vescovi italiani, che fu notevole per alcune costituzioni promulgatevi in riguardo della podestà che su di Roma spettava all’Imperatore. Vi fu ordinato che nessun Romano, appartenesse egli al clero od al senato od a qualunque altro ceto, potesse essere impedito di «proclamare» alla maestà dell’Imperatore, o di andare a lui in persona per ottenervi giustizia; coloro i quali gliene avessero opposto ostacolo e perciò lo avessero danneggiato nei suoi beni, sarebbero incorsi sotto giudizio dell’Imperatore[311]. Così volevasi dunque restaurare il tribunale imperiale a protezione dei deboli contro le oltracotanze dei grandi; e può accogliersi con buon fondamento che l’Imperatore mandasse a Roma novellamente il suo Missus. Parimenti fu rinnovato colla Chiesa il patto già conchiuso con essa da Guido; si dette confermazione al possedimento dello Stato della Chiesa ed ai diritti di supremazia del Papa sui suoi territorî e su di Roma. Prometteva Lamberto di restituire i patrimonî appresi contro diritto; accordava altresì al Papa la sua protezione contro ai Romani banditi, in quello che protestava di voler impedire i loro conventicoli rivoluzionarî con Longobardi o con Toscani, nel territorio di Toscana e in quello della Chiesa[312]. Nello stesso Sinodo dolevasi il Papa della desolazione senza fine che affliggeva le province, delle quali coi suoi stessi occhi aveva veduto le miserie nel corso del suo viaggio a Ravenna; deplorava la caduta della basilica Lateranense; si lagnava che le sue genti spedite a procacciare travi necessarie alla riedificazione, ne fossero state impedite dai ribelli; pregava l’Imperatore di soccorso; rimpiangeva che i redditi della Chiesa fossero esauriti, che non ne fosse rimasto pur tanto che bastasse a pagare lo stipendio dei cherici e dei famigli della corte pontificia, od a largire elemosine ai poverelli. Così al basso, in soli quarant’anni, era dunque caduto lo Stato romano; sì poco tempo era trascorso dacchè i Papi avevano cavato milioni dai loro scrigni per edificare nuove città, cui eglino, parimenti come Pompeo o Trajano, avevano imposto i loro nomi.
Leale era il sentimento col quale Lamberto aveva fatto pace con Roma, nè meno lealmente il Papa aveva cercato di raffermar lui nell’Impero: ed è con vivo compiacimento che noi consideriamo gli sforzi che quei due uomini, seguendo un indirizzo nazionale, rivolsero a mettere un po’ di ordine nel caos d’Italia, per liberarla da tutte le influenze del di fuori, e per foggiare, la prima volta, un Impero autonomo entro ai confini delle terre italiche. Il lieto periodo di pace onde fruiva lo sventurato paese, sembrava offrire malleveria di un bello avvenire, e gli spiriti giovanili dell’Imperatore davano alimento ad ardite speranze. Ma, tutto ad un tratto, un avvenimento sventurato dissipava questo sogno di felicità, e il secolo di ferro o barbarico, come può appellarsi il millennio della Cristianità, picchiava colla sua mano inesorabile alle porte di Roma.
Partito di Ravenna, Lamberto era ito sull’alto Po, nelle pianure di Marengo, ossia Marincus, che a quel tempo era tutto coperto di boscaglie, fra le quali il giovine Principe soleva dilettarsi a cacciare. Una caduta che ei vi faceva di cavallo, schiacciava d’un sol colpo le speranze d’Italia. Il giovine degno di rimpianto, il più bello e generoso cavaliere della sua età, spirava l’anima sopra quel campo che, novecento anni dopo, diventò tanto celebre per la grande battaglia che in esso fu combattuta. Voci si sparsero le quali accusavano della sua fine Ugo, figlio di Maginfredo conte di Milano, che Lamberto aveva mandato al supplizio estremo[313].
Quella subita morte cambiò in Italia la faccia delle cose. Berengario in gran furia corse di Verona a Pavia per impadronirsi del Regno italico: ed un tratto gli sorrise anche la sorte, chè molti maggiorenti e Vescovi gli prestarono reverenza, e, nel Novembre dell’anno 899, la morte dell’imperatore Arnolfo lo liberò dalla temenza delle pretese, suffulte d’armi, che andavano alzando i Tedeschi. Però, quantunque ei fosse certo dell’amicizia di Adalberto di Tuscia, quantunque l’afflitta vedova di Guido e madre di Lamberto avesse conchiuso con lui un trattato, quel Principe non potè toccare la meta che vagheggiava. Guido e Lamberto erano prestamente giunti a porsi in capo la corona imperiale, prestamente la avevano perduta insieme colla vita, eppure Berengario, ad onta di fatiche grandi e di anni lunghi, non riuscì ad afferrarla; neppure come a re d’Italia, e in mezzo a circostanze di cose tanto favorevoli, dappoi che s’aveva estinto il titolo ond’erano stati investiti Lamberto e Arnolfo, non gli fu dato di torsi da Roma quel serto fatale. Questo fatto sorprendente riesce a dimostrare che, omai nell’anno 899, gli Ungheri movevano il loro primo assalimento contro all’Italia superiore, e che, nell’anno stesso, Lodovico di Provenza erigevasi da pretendente all’Impero.
Sembrò che alla fine del secolo desse segno la morte del giovane Lamberto, similmente a meteora sanguinosa, nuncia dei mali che si venivano avvicinando. Infatti, in questo tempo, le terribili orde degli Ungheri irrompevano dalle loro terre di Pannonia e rinnovellavano i tempi di Attila; trucidando e devastando, si spingevano, nell’Agosto dell’anno 899, sull’alta Italia, e sotto i colpi dei loro dardi cadeva sul Brenta, addì 24 di Settembre, l’esercito del prode, ma sventurato Berengario. Le conseguenze di questa disfatta gravarono orribilmente le spalle ad Italia[314]. Lo scellerato giuoco dell’arte politica italiana, che chiamava nella disunita contrada or Tedeschi, or Francesi, sempre stranieri e sempre conquistatori, diventò adesso continuo; la bellissima delle terre d’Europa, Lombardia, fu d’ora in poi il grande campo delle battaglie della storia, sopra il quale le nazioni romanesche e germaniche combatterono, e tuttavia combattono, per il possedimento d’Italia, Elena nuova. Gli amici del morto Lamberto (grande ne era il numero anche in Roma), i nemici di Berengario, fra i quali primeggiava Alberto di Tuscia, s’inframmettevano in mezzo a Berengario stesso e alla corona imperiale, e gettavano il loro sguardo sul giovane Re di Provenza, nato di Bosone e di Irmengarda, la quale era figlia di Lodovico II. Il nipote di un celebre Imperatore della stirpe dei Carolingi poteva far valere dei diritti apparenti di legittimità, e poteva contare sopra una grande aderenza di Conti e di Vescovi, i quali miravano con invidia che ad un uomo del paese toccasse la corona. Lodovico discese nell’anno 900, dopochè la sanguinosa sconfitta subita da Berengario sul Brenta, aveva sgomberato dal suo sentiero i massimi impedimenti[315].
Incerto è se ve lo chiamasse anche Giovanni IX: ad ogni modo, l’accoglimento amichevole che il Principe s’ebbe in Roma sotto del successore del Pontefice, dimostra quanto prestamente ei guadagnasse alla sua parte i Romani, i quali ancora ricordavano che, tempo addietro, Bosone padre suo aveva dato asilo a Giovanni VIII, e che questo Papa lo aveva elevato a re d’Italia, contrapponendolo a Berengario e ad Arnolfo. Però, a questi avvenimenti Giovanni IX non sopravvisse; nel Luglio dell’anno 900 morì, gemendo sulla ruina di tutte le sue generose speranze: egli pose fine al secolo di Carlo il grande, ed aperse il secolo del mille, che, in mezzo a orribili martorî di Roma, doveva educare l’imperio romano della nazione tedesca. Non v’ha in Roma alcun monumento che conservi ricordanza di Giovanni IX[316].