446.  Octavianus Romam redit, Leonem fugat, Johannem Diaconum naso, dextrisque digitis ac lingua mutilat, multaq. caede primorum in urbe debacchatus: Acta Concil. Remens., c. 28 (M. Germ. T. V).

447.  In temporibus adeo a diabolo est percussus, ut infra dierum octo spacium eodem sit vulnere mortuus: Liudpr., c. 19, e similmente la Vita nel Murat., III, 2, p. 326. Il Cod. Vat. 3764 non ne ha contezza. — Nam 2 Id. Maii — excessit, dice il Cont. Regin.

448.  Erat enim vir prudentiss. grammatice artis imbutus, unde ad Romanum populo Benedictus grammaticus est appellatus: Bened. di Soratte, c. 37, e Gerberto, Conc. Remens., c. 28.

449.  Per diversas Civitates, oppida atque castella coepit depraedari, incendere atque devastare, et funditus dissipare. La Vita è nel Muratori.

450.  Vitae Pontif., Chron. Farf., Ben. di Sor., Regino e Liudpr.

451.  Dimisit autem eis quanta et qualia mala perpessus est ab illis: Chron. Farf., p. 476.

452.  Colla descrizione e cogli atti di questo Sinodo, Liudprando pon fine alla Historia Ottonis.

453.  Io ho comparato il Privilegium di Leone VIII (Ivo Panorm., VIII, 135; Gratian. Decret., 63, c. 23; Mon. Germ., Leg., II, 167) col Cod. Vat. 1984, fol. 192, dove trovasi, a fol. 191, anche quello consimile di Adriano. Esso dà all’Imperatore la podestà di eleggere il Papa, il Re, il Patrizio, i Vescovi ut ipsi tamen ab eo investituram suscipiant, et consecrationem recipiant undecumque pertinuerit — — soli regi romani imperii hanc reverentiae tribuimus potestatem. — Il Floss ha publicato un mscr. di Treviri del secolo undecimo o di quello duodecimo, in cui vuol ravvisare il Privilegium originario di Leone VIII; questo documento mal redatto sembra essere piuttosto una scrittura rettorica. I motivi per cui si rileva mancare l’autenticità al Diploma sono raccolti dal Baronio, dal Pagi, dal Muratori, dal Curtius, dal Pertz, dal Dönniges, dal Giesebrecht. L’Hefele, IV, 592 e segg., non si pronuncia nè pro nè contro, rispetto all’autenticità. Un secondo Privilegio, falsato, di Leone VIII (è nel Baronio e nei Mon. Germ., Leg., II, 168, e concorda colla Vita Leonis VIII, che trovasi in Bern. Guidonis e in Amalricus Aug.), importa che il Papa facesse cessione dello Stato ecclesiastico: è cosa ridicola nelle sottoscrizioni appostevi, ma è meritevole di nota per quel che concerne la delimitazione delle Regioni della Città. Una siffatta cessione dello Stato della Chiesa sarebbe oggidì (1860) la benvenuta per l’autore dell’opuscolo Le Pape et le Congrès.

454.  Il Cont. Regin. nulla dice delle preghiere dei Romani, bensì ne parla Adamo di Brema (Mon. Germ., IX, 309). La salma di Benedetto V fu, più tardi, recata a Roma: vedi Thietmaro, che lo celebra molto, Chron. IV, c. 40.

455.  Catalog. Eccardi e le Vitae, Cod. Vat. 1437, 3764. L’Ughelli, I, 1013, appella esattamente con nome di Giovanni il Vescovo di Narni, inesattamente con nome di Sergio il suo figliuolo. Il Catalog. I, nel Cod. Vat. 3764, registra giustamente: sed. ann. VI. m. XI, d. V; quello II, ossia Continuazione di Anastasio, erroneamente dice: ann. VII (m. XI, d. V).

456.  Ugo di Farfa (Mon. Germ., XIII, 540): Joh. igitur papa qui appellatus est major, ingressus papaticum satis exaltavit quemdam nepotem suum nomine Benedictum, deditque ei Theodorandam uxorem satis nobilem, filiam Crescentii qui vocatur a Caballo marmoreo, et comitatum Sabinensem dedit ei et plures alios. Un’altra Teodoranda era figlia di Graziano console, che io reputo essere stato marito di Teodora II; ed era sposata con Ingebaldo, rettore della Sabina. Il Wilmans ritiene che quella prima femmina fosse figliuola di Crescenzio giustiziato nell’anno 998, locchè non è dimostrato, e contrasta cogli anni di quelle persone. Benedetto era rettore della Sabina ancora nel 988. I suoi figli, Giovanni e Crescenzio, trovansi, dopo il 1010, da signori di Palestrina, concessa nell’anno 970 a Stefania. Come marito di Stefania compare, nell’anno 987, Benedetto conte (Dipl. III nel Nerini, p. 381), il cui figliuolo ben era il detto nepote di Giovanni XIII. Pertanto Stefania dev’essere stata sorella del Papa (Petrin., Mem. Prenest., p. 104). Poichè si chiamava senatrice, era ella figliuola di Teodora II? Apparteneva Giovanni alla famiglia di Alberico?

457.  Qui statim majores Romanorum elatiore animo quam oporteret insequitur, quo in brevi inimicissimos et infestos patitur: Contin. Reginensis, a. 965.

458.  Vita Joh. XIII e Cod. Vat. (1437): comprehensus est a Roffredo Campanino Comite cum Petro Praefecto, et adjutorio Vulgi Populi qui vocantur Decarcones, recluserunt eum in Castello S. Angeli — Cont. Regin.Bened. di Soratte, c. 30, dopo di aver narrato con tono abbastanza comico dei fattigli maltrattamenti (alii percutiebant, alii alapos in facies ejus percutiebant, alii nautes nutis cruciebantur), dice: Sic — in Campanie finibus inclusus, et dicebant Romanis inter se: ut non veniant reges Saxones et destinat regnum nostrum.

459.  Ben. di Soratte, c. 39. Il Papa s’era guadagnato il favore dei Capuani, erigendo Capua in arcivescovato.

460.  Vita Joh. XIII: de vulgi Populo, qui vocantur Decarcones duodecim suspendit in patibulis. Regino conta ex majoribus Romanor., senza il Prefetto. Il Cod. Estens. ne dà soltanto undici, e il Muratori ha le varianti Decartores, decartiones, decuriones. Nel Cod. Vat. 1437 io lessi chiaramente decarcones. Il Giesebrecht li reputa membri del Vulgus Populi, ossiano viri humiles, locchè contrasta col predicato majores di Regino. Però eglino erano capitani dei popolani. Se la parola s’avesse a pronunciare Decarchontes sarebbe traduzione di Decemprimi. Decarcones ebbe forse origine da duo decim capi (tanei) regionum, ed il popolo contrasse in de-cariones, come più tardi si disse «i caporioni.» Della i ch’era in riones potè qualche scrivano farne facilmente una c. Nell’anno 1148 v’erano in Viterbo dei decemviri, ossiano Capudece (Orioli, nel Giorn. Arcadico, t. 137, p. 257). Poichè Regino conta 13 ex majoribus Romanor., il tredicesimo appartiene al Trastevere. Dodici vessilliferi v’avevano anche nel secolo duodecimo e nel decimoterzo. Ma, tuttavia al tempo di Enrico V, i draconarii si distinguono dagli aquiliferi, leoniferi, lupiferi, così che non è sostenibile l’opinione dell’Hegel (I, 315) che Draconarii debbansi tenere per vessilliferi.

461.  Et equum aereum pro memoria deauratum et sine sella, ipso desuper residente, extensa manu dextera quae ceperat Regem etc.: Mirabilia e Graphia. Il cavallo di Marc’Aurelio ha un ciuffo di crini in fronte e la fantasia popolare ne ravvisò una civetta: è pur possibile che, in origine, fosse rappresentato uno schiavo di guerra legato e calpestato sotto le zampe del cavallo. Io non dubito che questa leggenda appartenga di già al secolo decimo. Nell’anno 966 si appiccò a quella statua equestre un Prefetto della Città, e nel 1847 si pose in mano a quello stesso Marco Aurelio il vessillo tricolore.

462.  Libell. de Imp. Pot., p. 720: in judiciali loco ad Lateranis ubi dicitur ad Lupam, quae mater vocabatur Romanor. Lo trascrive Ben. di Soratte, c. 24. — La Vita Joh. XIII non determina il luogo della statua equestre: per capillos capitis eum suspendit in caballum Constantini. Ma la stessa Vita e il Catal. Eccardi hanno, nella Biografia di Giovanni XIV: in Campum ante caballum Constantini. L’espressione di Campus, spesso adoperata per la piazza Lateranense, indusse in errore il Fea ed altri, che andarono pensando al Campo Vaccino. Il Papencordt si figura assai adeguatamente il Campus Lateranensis.

463.  Vita Joh. XIII.

464.  Mansi, Concil. XVIII, 509, nella Bolla ravennate di erezione dell’Arcivescovato di Magdeburgo: Roma caput totius mundi, et ecclesia universalis ab iniquis pene pessum data est, a Domno Ottone aug. Imp., a Deo coronato Caesare, et magno, et ter benedicto — erecta est, et in pristinum honorem omni reverentia redacta. Anche i Greci riconoscevano che Roma fosse città pontificia: νῦν δε ἐγίνετο ἡ, καινοτομία αὖτη διὰ τὸ τὴν Ῥώμην ἀποθίσθαι τὸ βασίλεων κράτος, καὶ ἰδιοκρατορίαν ἔχειν καὶ δεσπόζεσθαι κυρίως παρά τινος κατὰ καιρὸν πάπα: Constit. Porphyr. de Thematib. II, 27 (ed. Bonn.).

465.  Ve Roma! quia tantis gentis oppressa et conculcata. Qui etiam a Saxone rege appreensa fuisti, et gladiati populi tui, et robur tua ad nichilum redacta est. Aurum et argentum tuum in illorum marsupiis deportant. — Questa notevole enumerazione delle torri ecc. vien seconda dopo dell’Anonimo di Einsiedeln, che non vide, al suo tempo, la città Leonina, e contò turres 387, propugnacula 7070.

466.  Cont. Reginonis, a. 967.

467.  Annal. Saxo, a. 967, e la lettera di Ottone indiritta ai Duchi di Sassonia, dat. XV Kal. Febr. in Campania juxta Capuam, che conchiude così: Filius noster in nativitate Domini coronam a beato apostolico in imperii dignitatem suscepit. Di già ai 2 Dicembre Ottone I trovavasi a Roma, ai 7 Dicembre ad Ostia, ai 23 Dicembre nuovamente a Roma: vedi i documenti relativi a quelle date nello Stumpf, II, 38, 39.

468.  Relatio de Legatione Constantinopolit., stampato da ultimo nei Mon. Germ., V, 347. Questo bellissimo pamphlet somiglia ad un’oasi, che s’incontra dopo aver percorso un deserto letterario. Dacchè Procopio ne ha abbandonati, non ci avvenimmo mai più in alcuna simigliante scrittura.

469.  Cap. 4. Berengario, prigioniero, era morto nell’anno 966 a Bamberga, ma Adalberto viveva ancora; pertanto il discorso è inesatto.

470.  Hoc solo i. e. Romanorum nomine quidquid ignobilitatis, quidquid timiditatis, quidquid avaritiae, q. luxuriae, q. mendacii, immo q. vitiorum est, comprehendentes... c. 12. Di rincontro a questo passo, dove si dipinge con tanto gravi colori la preponderanza morale che la razza germanica teneva a quella età sopra la romanesca, si ricordi la sentenza di Salviano, il quale, cinquecento anni prima di Liudprando, era costretto a dire: nomen civium Romanorum aliquando — magno aestimatum — nunc — nec vile tantum, sed etiam abominabile pene habetur.

471.  Faceret cum ad nutum suum Roma, et R. Ecclesia ordinabitur. A Bisanzio scottava forte che Ottone comandasse da signore assoluto a Ravenna ed a Roma. In Ravenna Ottone si edificava financo un palazzo, a. 970; Placito di Ottone II, a. 971, Chron. Farf. 475.

472.  Il popolo diceva ormai Penestrina, in territorio Penestrino, documento del 998, nel Marini, n. 106; oppure Pelestrina, documento nel Galletti, Gabio, p. 67, a. 873. Ugo di Farfa usava altresì dire: mons Penestrinus; nell’anno 1074 dicevasi: in Territorio Pelestrino (Bullar. Casin. II, const. CXII).

473.  Il celebre quadro a musaico di Palestrina, che fa riscontro alla cosiddetta battaglia di Alessandro trovata a Pompei, fu dissotterrato nel 1640, ed oggidì ancora è tesoro del castello baronale. Gli escavi di Palestrina producono gran copia di oggetti da teletta; anche il gioiello prezioso del museo Kircher di Roma, la Cista mystica, ha origine di colà. Ho forse bisogno di ricordare al lettore, che dalle rovine di Preneste, da quel vago monte, si levò a volo il genio della moderna musica italiana?

474.  Il Diploma trovasi nel Petrini, App. 394; nel Marini, n. 32; nel Muratori, Ant. It., III, 235: Joannes Ep. Serv. Servor. Dei dilectissime in Dom. Filie Stephanie carissime Senatricis tuisque filiis ac nepotibus. Le date cronologiche non sono affatto esatte. — La concessione pertanto era di quelle tertii generis. Prima e poi la Chiesa dava paesi in affitto; così Bonifacio VII locava il castello di Pietrapertusa parimente per dieci solidi d’oro: Collect. Deusdedit, nel Borgia App. VI. — Di Stefania, senatrix e comitissa, e dello sposo suo, Benedetto conte, parla un documento, che è nel Nerini, p. 381; in quello eglino donano al convento di santo Alessio un campo situato juxta portum Asture.

475.  In parvo corpore maxima virtus: Vita s. Adalberti, c. 8.

476.  Annal. Lobiens.; Annal. Saxo; Annal. Hildesh., a. 972; Benedicti Chron., V, 718.

477.  Fu sepolto in san Paolo. Il suo epitaffio dice sulla fine: hic vero summus Pont. Joannes in ap. Sede sedit annos septem. Depositionis ejus dies 8. Id. Sept. ab Incarn. D. A. 972 (Baron., ad a. 972).

478.  Cod. Estensis (Murat. III, 2, 332): Benedict. VI, diacon. de reg. VIII sub Capitolio ex patre Ildebrando monacho ingressus est m. Jan. d. 19. Hic fuit electus V anno regis Ottonis Ind. I. Domnus sedit a. 1, m. 6. Quest’è il passo da cui derivò l’infinto papa Donus, che in Cataloghi di tempi posteriori fu inserito fra Benedetto VI e Bonifacio. Jaffè, p. 331; Giesebrecht, Annal. dell’Impero ted., II, 2, Excurs. VIII.

479.  Vedi i Mirabilia, de Caballis Marmoreis in Roma. I Romani usavano il numero singolare, dicendo a Caballo marmoreo: così, oggidì ancora, il Quirinale viene appellato Monte Cavallo. Anche il Signorili, nel secolo decimoquinto, scriveva: In clivio Caballi (De Rossi, le prime raccolte, p. 45). L’Anonimo di Einsiedeln denota i cavalli così: Thermae Sallustianae. Sca Susanna et Caballi Marmorei. La Topografia della Città del Buffalini (intorno al 1551) li registra presso alle terme di Costantino, prima che Sisto V, nell’anno 1389, li facesse collocare sulla piazza del Quirinale.

480.  Sembra che a questa famiglia appartenessero un Landolfo de caballo marmoreo (a. 1005, Reg. Sublac., fol. 156), e un Beraldus et filius primus defensor de Cavallo marmoreo (a. 1014, Galletti, del Prim., n. 30). Ancora nel 1148, trovo io un senatore Georgius ab equo marmoreo (Mscr. Vatican. del Galletti, n. 8043). — All’anno 1259, sono nominati ancora gli heredes Crescentii de caballo (Mscr. n. 8044, p. 31); e in un docum. di Aless. IV, del primo di Agosto 1287, un Lionardus cavalerio de cavallo: ibid.

481.  Andreas de Petro qui dicebatur de Viola de Colosseo testis: Mittarelli, p. 235, dipl. 104, a. 1019. — La Cannapara era una via che, nel secolo decimo e in tempo posteriore, stava di facciata a san Teodoro, fra il Palatino e il Campidoglio: Casimiro, Storia di Araceli, p. 438.

482.  Crescentius qui vocatur Quinque Dentes (Galletti, del Prim., n. 28, a. 1011): Adrianus qui caput in collo vocor (ibid. n. 29, a. 1012): Benedictus qui supernomen Buccapecu vocatur (ibid. n. 30, a. 1014): Johannes Centum Porci (ibid. p. 259, a. 1026): Leo Curtabraca ed uno Curtafemora (ibid. n. 26, 27; a. 1010). La famiglia Curtabraca si conservò in Roma fino al secolo decimoquarto; nel decimoterzo v’era una torre dei Curtabrachi nella Regione detta Parione (Galletti, Gabio, p. 140).

483.  Il Duret, Avvenimento al pontificato di Giovanni X, p. 302, non conosce che le due sole Marozie romane, ed una ravennate nel secolo decimo; io invece lessi il nome Marozza in carte innumerevoli (del secolo decimo) di Subiaco e di Farfa; altrettanto spesso m’avvenni nel nome di Crescenzio.

484.  La copia autenticata (dell’a. 1002) della finta donazione di Eufemiano (Nerini, p. 33) contiene queste sottoscrizioni: Crescentius sub Janiculo, Cresc. de Polla.Crescent. nob. vir, qui vocor a puteo de Proba (Vendettini, p. 60; Galletti, Gabio, p. 117). Gli altri nomi sono sparsi in documenti farfensi.

485.  Fatteschi, serie, p. 252: Crescentius Comes et Rector territor. Sab. L’Hüfler, p. 300, e il Wilmans, Annal. II, 2, 226, hanno raccolto tavole genealogiche di tutti i Crescenzî. Però a quegli alberi sono appiccicate molte frutta estranee. Se la inscrizione funeraria in santo Alessio dice: Ex magnis magna proles generatur et alta — Joanne patre, Theodora matre nitescens, perchè mai questi genitori devono essere stati Giovanni X e Teodora senatrice, se v’avevano tanti patrizî di questo nome? Si tenga conto soltanto del tempo; se Crescenzio fosse stato loro figlio, sarebbe stato coevo al secolo. Il Wilmans si sforza vivamente di far discendere i Crescenzî da Giovanni X e da Teodora; non vide che di già nell’anno 901 v’ebbe un duce Crescenzio: cosa v’ha di più naturale che scorgere in quest’uomo il capo della casa dei Crescenzî? Quali errori si sieno introdotti in quelle tavole genealogiche può dimostrarlo quest’esempio. Il Wilmans vuole che una Stefania, figlia di una Marozia, sia pronipote del Crescenzio giustiziato nell’anno 998, e vuole che nell’anno medesimo 998 essa divenga sposa di Orso de Baro. Mi è noto il Diploma cui il Wilmans si riferisce, ma esso nulla dice di questo parentado.

486.  Cod. Vat. 3764: Comprehensus a quod. Crescentio Theodorae filius et in castellum S. Angli retrusus ibiq. strangulatus est propter bonifatium diaconi, quem miserunt vivente eo papam. Amal. Aug.: De mandato Cencii Theodorae filii, ibi interfectus atque strangulatus. Herm. Contr., a. 974: A Romanis criminatus, et Crescentio Theodorae filio — et eo vivente Bonifacius Ferruci filius Pp. ordinatus. L’erudito bibliotecario della Laurenziana, Luigi Ferrucci, scrisse le Investigazioni sulla persona e il pontificato di Bonif. VII, figliuolo di Ferruccio, 1856, in cui si sforza di render candido come giglio quel suo omonimo, che per bruttura fu un vero etiope. A vece di eo vivente, ei si costringe a leggere ea juvante (sc. Theodora). Può darsi che la intrusione di Bonifacio e l’uccisione del Papa avvenissero quasi in pari tempo. Amal. Aug.: Romani ipsum Bonifacium sublimaverunt statim cum dicto Benedicto per eos strangulato.

487.  Franco de Britto, Franco a S. Eustachio. Di già l’epitaffio di Benedetto VII chiama Bonifacio con nome di Franco. A Monte Cassino lessi dei Diplomi dati in quest’epoca da Gaeta, dove pure vivevano dei Ferrucci; nel Nerini, p. 392, all’anno 1072, comparisce Ferrucius de Johannis de Crescentio testis. Se taluno voglia affermare che Bonifacio VII sia stato congiunto di Crescenzio, non sarò certamente io che mi opponga; soltanto non verrò compilando tavole genealogiche. Non ragioniam di lor, ma guarda e passa!

488.  Horrendum monstrum Bonifacius (Malifacius) cunctos mortales nequitia superans, etiam prioris Pont. sanguine cruentus. Questo scriveva Gerberto al Concilio di Reims: sotto Ottone II era stato abate di Bobbio, cioè in Italia.

489.  Cod. Vatican., Catal. Eccardi: — sed. m. 1, d. 12.Herm. Contr., a. 974: post unum mensem expulsus, Constantinopolim postea petiit.

490.  Questo prezioso documento Lateranense trovai io nel Mscr. Vatican. del Galletti, n. 8042, p. 7: l’abate Giovanni vi affitta, in vicinanza a Velletri, un castello a Crescenzo illustrissimo viro qui appellatur de Theodora, dat. 9 Aprile 977.

491.  Vatican. Mscr. n. 8043, senza numerazione di pagine; documento Lateranense dei 15 Ottobre 989: nos Johannes et Crescentius illustrissimi viri atque germani filii Domni Crescentii olim Consulis et Ducis qui dicebatur de Theodora, seu Sergiae illustrissime femine olim jugalium bone memorie. Fra le parti stipulanti v’è una Constantia, ma non v’ha alcuna Theodoranda. È assai dubbio se Crescenzio de Caballo Marm. e Crescenzio de Theodora formassero una sola persona. Da questo Diploma, finora ignoto, il signor R. Wilmans (Excurs. X) si persuaderà, che Crescenzio l’antico ebbe veramente due figli, quali sono denotati di sopra.

492.  

Corpore hic recubat Crescentias inclitus ecce,

Eximius civis Romanus Dux quoque Magnus — —

Se Dno tradidit habitum monachorum adeptus —

Hic omnis quicunque lepis rogitare memento,

Ut tandem scelerum veniam mereatur habere.

Et obiit d. VII Mens Jul. Ann. Dom. Incarn. DCCCCLXXXIV

C. R. M. jam ante annos duodecim.

Anche il Papebroch reputa che questo defunto fosse l’assassino di Benedetto, però il Nerini (p. 84) vuole purgare l’urna sepolcrale da questo delitto. Le lettere C. R. M. spiega egli: Cum Regula Monachorum, e vuole che il morto si facesse frate fin dall’anno 972. Ma il documento dell’anno 977 ci ha fatto conoscere che non ancora, a quell’epoca, egli era monaco: lo diventò soltanto allora, che Ottone venne a Roma nell’anno 981. Io spiego le lettere per Cujus Requies Mors, e credo che l’inscrizione fosse posta dodici anni dopo la sua morte, nell’anno 996, quando quegli che può supporsi essere stato figliuol suo era Patrizio in Roma. È a biasimarsi il Provana, perocchè fece una sola persona di questo Crescenzio e del suo più celebre succeditore.

493.  Leone di Ostia, II, c. 4, lo appella propinquus suprad. Alberici Romanor. consulis. Il Cod. Vat. 3764 scrive: ex patre dd, che significa Deus dedit, o meglio David, come legge il Catal. Eccardi. Secondo il Jaffé, la sua ordinazione cadde fra il 2 e il 28 di Dicembre dell’anno 974. Giesebrecht, Ann. dell’Imp. ted., II, 1, 143. Il Dandolo, c. XVI, dice breve e semplice: Hic bonus fuit.

494.  Francesco Pagi e il Sigonio credono che Ottone II abbia creato i Conti di Tusculo, dai quali avrebbe indi avuto origine Benedetto VII. I documenti dell’epoca nulla ne sanno dire. Il Leo, Stor. d’Italia, I, 346, fa che un tale Alberico ne sia capo in Roma; probabilmente fu indotto in errore dal passo riferito di Leone di Ostia.

495.  Edificatio uius Ecle. Sce. Scolastice Tempore Domni Benedicti VII PP. Ab Ipso PPA. Dedicata Q. D. S. An. Ab. Inc. Dm. CCCCCCCCCLXXXI M. Decb. D. IIII. Ind. VIII (deesi leggere IX).

496.  È dubbio se Alessio fosse romano; perfino la sua leggenda viene riferita a Bisanzio: vedi la introduzione alla sua Vita, Acta SS., ai 17 di Luglio, T. IV. Questa Vita latina è scritta con colore drammatico e bello; oltre ad essa ve n’ha ivi un’altra in versi leonini. Del Santo tacciono i più antichi Martirologî latini e il Martyrol. Roman. compilato nel secolo ottavo. Nel tempo più tardo del medio evo la leggenda ottenne gran favore. Corrado di Würzburg ne cantò, nel suo noto poema, e nel 1859 il cardinal Wisemann trasse pure santo Alessio fuori della sua scala di legno, e lo pose sul palco scenico. La scala si fa vedere nella chiesa di santo Alessio di Roma, dove ai 17 di Luglio si celebra la sua festa.

497.  Spesse volte ho citato l’opera importante del Nerini su questo convento. L’inscrizione funeraria di Sergio vi si trova a pag. 68.

498.  Gli Annal. Coloniens. (Mon. Germ. I, 98) ad ann. 981, dicono: apostolicus in sedem receptus est, come se Ottone ve lo avesse ricondotto. Il Richer, Hist. III, c. 81, non ne dà conferma; dice soltanto che l’Imperatore venne a Roma: repressurus etiam si qui forte essent tumultus.

499.  Annal. Saxo, a. 981. Il Chron. Casaur., a. 981, e il Chron. Farf., p. 478, riportano i noti Diplomi di Ottone II: dat. 14 Kal. Maji. Actum Romae in Palatio juxta Eccl. b. Petri Ap., e Actum Romae 3 Non. Maji.

500.  Deriva essa dal Pantheon del Gotfried, cui seguì Ricobaldo, Hist. Imp. (Eccardo I, 1160) colla sua narrazione. Il Muratori biasima il Sigonio poichè accolse questa fola nella sua Storia: maggior censura meritano i modernissimi italiani Ferrucci e Amari, il quale ultimo, prendendo motivo da quelle favole, si compiace di chiamare Ottone col nome di Sanguinarius. Intorno a questa leggenda vedasi il Giesebrecht (Excurs. XIII).

501.  L’Amari, Storia dei Musulmani, II, 324, dimostra che Thietmaro concorda col cronista Ibn-el-Athîr in riguardo a questa battaglia. Quattromila Tedeschi restarono sul campo; dei Saraceni cadde morto Abul-Kâssem (Bulicassimus). L’Amari guiderdona l’impresa di Ottone, rivolta a liberare Italia dai Saraceni, con rallegrarsi che Ottone morisse «di rabbia»: i Saraceni gli paiono Guelfi, la battaglia di Stilo una prima Legnano. Mi spiace di leggere cotale giudizio presso un così illustre uomo, cui professo venerazione. Di quanto invece s’eleva il Muratori sopra tutti i partiti e tutte le simpatie!

502.  Il suo epitaffio, che ancor si conserva in santa Croce, registra. D. X M. Jul. in Apost. sede residens IX ann. abiit ad Christum Ind. XII. La Ind. XII cominciò nel Settembre 983, e forse è da cambiare soltanto il Luglio nell’Ottobre. Il Baronio dà anche la inscrizione che è in santi Cosma e Damiano, colla data: Joann. XIV Papa m. Febr. d. 22. Ind. XII A. 984, la quale cronologia esatta egli muta poi nell’anno 985 e nell’Ind. XIII. Il Jaffé e il Giesebrecht si sono sforzati di dimostrare che Benedetto morì nell’Ottobre dell’anno 983. Nella sua inscrizione funeraria, che si modellò a imitazione di quella di Stefano VI, è detto:

Hic primus repulit Franconi spurca superbi

Culmina, qui invasit sedis apostolicae,

Qui dominum suum captum in castro habebat.

503.  Chronogr. Saxo, a. 983; egli è solo ad osservare che Giovanni XIV fu messo in seggio da Ottone. Il Richer, III, c. 96, narra che Ottone morì di dissenteria, dopo di avere inghiottito quattro dramme di aloe. Sigberto, Chron., dice: Taedio et angore animi deficient Romae moritur. L’indole sua è descritta bene nella Vita Adalberti, c. 8; meglio ancora da Thietmar, III, 1.

504.  Un disegno del musaico e della tomba odierna è dato dal Dionysius, Sacrar. Basil. Vat. Cryptar. Mon. Tab. X e XLV. Vedasi inoltre il Torrigius, Le Sacre Grotte, p. 364. Bonizo celebra Ottone II come beato, perciocchè riposi in san Pietro: Vere beatus, terque quaterque beatus qui ex tanto numero Imperatorum et Regum solus meruit inter Pontifices cum apostolor. Principe consortium habere sepulturae (Oefele, Rer. Boicar., II, lib. 4, 93, 800). Il suo epitaffio scritto da Gerberto, leggesi nel Duchesne, Hist. Franc., II, 807: Cvjvs. ad. imperivm. tremvere. dvces. tvlit. hostis. qvem. dominvm. popvliqve. svvm. novere parentem. otto. decvs. divvm. Caesar. charissime. nobis. immeritis. rapvit. te. lvx. septena. decembris.

505.  Catal. Eccardi: Quem Bonif. reversus a Constant. — comprehensum in Castello s. Ang. — per 4 m. inedia attritum jussit occidi. Cod. Vat. 3764, e, concorde con lui, il 1437: Quem iste supranomin. Bonif. Ferrucii filius reversus a Const. — comprehendit ac deposuit et in castello s. Angeli in custodia misit — ibiq. infirmitate et famis inopia per IV m. sustinuit ac mortuus est et ut fertur occisus est. Cod. Vat. 1304: Qui bonefacius revers. a const. dans pecuniam interfecit predictum petrum. Herm. Aug., Chron., aggiunge a queste fonti: Et, ut perhibent, toxicavit. Questo Catalogo e il Chron. Bernoldi attribuiscono a Giovanni XIV otto mesi; soltanto il Chron. Voltur. conta nove mesi (erroneamente annos), e registra che morisse di fame nell’Ind. XII, a. 984. Il Baronio trovò in talun luogo l’epitaffio, che dà per data il 20 di Agosto. Vedi anche Gerberto, acta concil. Rem.

506.  Il Ferrucci riporta alcuni documenti, che alla Indizione XIII contano l’anno decimo, undecimo e financo duodecimo di Bonifacio VII: di qui si vede quanto poco accertate sieno queste date.

507.  Cod. Vat. 1340: Et ipse paulo post veneno interiit. Cod. 3764 e 1437: sed. m. XI qui repentina morte interiit, e danno la narrazione diffusa, come quella detta di sopra; da essa trasse la sua Herm. Augien., ad ann. 985. Con quelli s’accorda anche il Catal. Eccardi. — Bernard. Guidonis e Amalric. Auger. sembrano associare la caduta di Bonifacio all’acciecamento del Cardinale; ma il Ferrucci, invece di oculos eruit, rilegge loculos eruit. Appoggiandosi all’erroneo dettato del Catal. Farfens. a. 987, Ind. XV, Bonefat. pp, afferma, contrariamente a tutti i Cronisti, che Bonifacio sia vissuto fino al 987; tuttavia neppur egli sa di alcun Diploma che si spinga di là della Ind. XIII, la quale corrisponde all’anno 985. Nel Maggio di quest’anno Bonifacio VII viveva ancora: Anno Deo prop. Pont. Domni Bonifacii. Summi Pont. et univers. VII Pape in Sacratissima Sede B. P. Ap. XI Ind. XIII mense Madio die III: (Galletti, Mscr. Vatican. 8048, p. 25). Bonifacio VII, dopo il 984, fece battere una moneta, che da una parte teneva scritto OTTO impe. rom., dall’altra scs Pev (Petrus) Bonif., nel mezzo Papae. Vedasi nel Promis.

508.  Le Vitae Papar. dicono: De Regione Gallinae Albae, oppure Albas Gallinas. Il Jaffé indica che egli sia stato consecrato fra il 6 di Agosto e il 16 di Ottobre 985 (Ughelli, I, 1306; Marini, n. 35, 36). In documenti della chiesa di S. Cyriacus et Nicol. in via Lata (Galletti, Mscr. Vatic. 8048) io trovo ancora le seguenti date: A. 988 Joh. XV P. A. III mense madio Ind. I. — A. 988 Joh. XV P. A. III Ind. I m. Octobrio d. V. — A. 989 Joh. XV P. A. IV Ind. II m. Febr. d. VI. Quell’altro Giovanni che fu, dai quattro ai sei mesi, inserito fra Bonifacio VII e Giovanni XV (Cod. Vat. 1340; Tolomeo di Luca e Amalr. Auger.), ne venne cancellato in seguito a recenti studî: Annali del Willmans, p. 208, 212; Jaffé p. 337. I Cataloghi attribuiscono a Giovanni XV, a. X, m. 7, d. 10.

509.  Iste exosos habuit clericos, propter quod et Clerici eum odio habuerunt; et merito quia quae habere poterat, parentibus distribuebat: Chron. Farf., p. 644; ne è fonte il Cod. Vat. 1437 e quello 3765. Il nipote di questo Papa con nome germanico di Wido, compare qual duce di Aricia nel 990: Guido vir nobilis, neptus Pontificis et Dux Ariciensis: Murat., Antich., Dissert. V. Può darsi che Guido appartenesse alla casa dei Tusculani, la quale era avversa ai Crescenzî.

510.  La Vita Joh. XVI (XV) nel Muratori lo appella Patricius urbis Romae, e Romuald. Salernit., Muratori VII, 165: Romani Capitanei Patriciatus sibi tyrannidem vendicavere, locchè, parola per parola, è dettato del Bonizo, il quale parimente dice: A Crescentio Numentano, qui Patricius dicebatur. Un documento nel Gattula, Accession. I, 115, si esprime così: Anno Deo propicio pontificat. Dom. Joannis summo pont. et univer. pape — Ind. XIV, m. Januar., d. 3, Imperante anno primo Dom. Johanne Crescentias filio Romanor. Patricio. Quella notevole frase Imperante — Patritio significa dunque il vicariato in luogo dell’Imperatore: il Diploma contiene la donazione di una peschiera in Terracina, fatta al convento di santo Stefano. Che il titolo di Patricius compaia in Roma già prima del 1010, lo dimostra il documento che è nel Mittarelli, I, App. 41, p. 97, dove, nell’anno 975, si sottoscrive Benedictus patritius a Stefanus rogatus.