CAPITOLO TERZO.

§ 1. Ottaviano succede ad Alberico nella podestà. — È fatto papa nell’anno 955, con nome di Giovanni XII. — Suoi traviamenti giovanili. — Abbandona l’indirizzo politico del padre. — I Lombardi e Giovanni XII chiamano Ottone I. — Suo trattato col Papa e suo giuramento. — È coronato imperatore a Roma addì 2 Febbraio 962. — Indole del novello Impero romano di nazione tedesca.

Morto Alberico, il suo giovine erede ottenne, senza contrarietà di sorta alcuna, reverenza di Principe e di Senatore di tutti i Romani. Noi reputiamo che Ottaviano fosse nato di Alda‍[422]; contava poco più di sedici anni allorchè fu chiamato a reggere Roma. Il padre suo, per un senso di orgoglio romano, gli aveva imposto nome di Ottaviano, e aveane così espressa l’ardita speranza di veder giungere l’impero alla sua stirpe; tuttavia lo aveva fatto educare nello stato sacerdotale. Può darsi che vi si fosse deciso per ciò, che sotto al pontificato di Agapito le pretensioni pontificie avevano di bel nuovo trovato maggiori aderenti, e d’altra parte di lontano s’elevava minacciosa la potenza tedesca. Egli stesso destinava la corona pontificia al figliuol suo, che doveva riunirla novellamente alla podestà temporale; egli stesso era che riconduceva Roma nelle vie antiche.

Avvenne infatti che, scorso un solo anno, il giovane Principe dei Romani diventò papa, perocchè, nell’autunno dell’anno 955, morisse Agapito II‍[423]. Ottaviano allora appellossi Giovanni XII; e da questo tempo in poi, così vien detto, si indusse la regola che i Papi mutassero il loro nome di famiglia. La sua acerba giovinezza prometteva che avrebbe avuto un lungo reggimento; però, anche in lui, come in Giovanni XI, come in tutti quelli che furono pontefici di giovane età, dovevasi confermare la nota profezia che nessun Papa toccherebbe i venticinque anni di Pietro. Poichè adesso l’erede di Alberico nuovamente univa in sè le due podestà, la rivoluzione dell’anno 932 non conseguiva altro risultamento se non questo, che alla cattedra di Pietro saliva la nobile famiglia dominatrice, la quale sperava fare del pontificato un retaggio suo proprio. Le inclinazioni di Giovanni al principato, erano tuttavolta più forti di quello che fosse la coscienza dei suoi officî religiosi; e le due nature, quella di Ottaviano e l’altra di Giovanni XII, si combattevano nel suo animo con lotta disuguale. Venuto in giovinezza immatura al possedimento di una dignità che gli dava diritto alla reverenza di tutto il mondo, smarrì la moderazione dell’intelletto, e si gettò nel vortice dei piaceri più sfrenati. Le sue case del Laterano diventarono un ridotto di piaceri, un vero aremme; la gioventù ragguardevole di Roma diventò sua compagnia favorita; passava tutto il suo tempo in cacce, in giuochi, in amorazzi, a mensa col bicchiere alla mano. Un tempo, Caligola aveva fatto senatore il suo cavallo; adesso Giovanni XII dava in una stalla di cavalli la consecrazione ad un diacono, forse in quello che s’era alzato ubbriaco fradicio da tavola, dove, con lepore pagano, aveva fatto frequenti libazioni ad onore dei numi antichi‍[424].

Le condizioni di Roma, duranti i primi anni di Giovanni XII, ci appajono però vestite di forma incerta. Il giovane stordito abbandonò tosto il contegno del padre suo, che della moderatezza s’era fatto legge. Poichè era principe nel tempo stesso che era papa, volle imitare Giovanni X; gli sovvenne delle pretese che la santa Sede raccomandava a donazioni antiche, e bramò estendere la sua signoria fin giù basso nel mezzodì. Intraprese una guerra contro a Pandolfo e a Landolfo II di Benevento e di Capua, raccogliendo assieme in quella spedizione Romani, Toscani e Spoletini; sennonchè Gisulfo di Salerno mosse a soccorso dei due minacciati, ed il Papa fu costretto a voltar le spalle e a conchiuder pace con quel Principe, a Terracina‍[425]. La grandezza romana gli era di stimolo; si travagliava in grandi disegni; ma dal padre aveva ereditato l’audacia, non la saviezza. Come papa, voleva, anzi doveva tentar di restaurare in tutta la sua larghezza il dominio dello Stato ecclesiastico; per ragione dell’Esarcato si poneva imprudentemente a capo della parte tedesca contro a Berengario, ma il suo governo era travagliato di pericolo financo in Roma, avvegnaddio i Romani non sentissero più il freno, che loro aveva potuto imporre la mano gagliarda e principesca di Alberico. L’arte politica del padre, che aveva saputo affermarsi nel potere colla temperanza del comportamento, non poteva essere proseguita dal figlio, che papa era: l’opera di Alberico crollò, e Giovanni XII, per cupidigia delle sue province terrene, fu costretto di chiamare in suo ajuto Ottone il grande. Forse, come Ottaviano, sarebbe stato forte in Roma; come Giovanni XII, fu odiato e debole; donde si pare di che strana guisa operasse nello stato dei Papi la miscela delle due dignità, di re e di prete.

Fino allora, Berengario e Adalberto avevano fatto loro pro della lontananza di re Ottone, che era tenuto con grave faccenda in Alemagna per motivo della ribellione dei suoi figli e per causa degli Ungheri: così i due Principi avevano potuto costringere a soggezione i reluttanti Conti e Vescovi di Lombardia. I loro nemici di fazione tedesca, massimamente il maligno Liudprando, che aveva ricevuto offesa, non sappiamo quale, da Berengario, gli hanno dipinti coi più negri colori; tuttavolta, se Willa, moglie di Berengario, era a ragione odiata per la sua esosa avarizia, quei Re, d’altra parte, per rendere forte la loro signoria, non fecero più o meno di quello che si fossero permessi di operare i loro predecessori, o che, più tardi, si permettessero gli stessi Re tedeschi. Dopo che repentinamente fu morto Liudolfo, che Ottone padre suo aveva mandato in Italia per tenere in freno Berengario, sembrò che a quest’ultimo nulla più resister sapesse, onde adesso ei minacciava l’Emilia e la Romagna. Giovanni XII era troppo debole per difendere questi patrimonî, laonde il figlio di quell’Alberico medesimo, che un tempo aveva ricacciato di Roma Ottone, invitava, nell’anno 960, il Re alemanno affinchè a Roma venisse. Ai legati del Papa si aggiungevano i messaggieri di Conti e di Vescovi parecchi d’Italia, e con essi Walberto, arcivescovo di Milano, andava in persona ad Ottone.

Il Re tedesco accondiscese cupidamente agli inviti d’Italia, che gli offerivano l’ambita corona d’imperatore. Ripigliò l’opera dell’ardito Arnolfo: in prima, assicurò in Worms al suo giovane figliuolo la successione del reame germanico, indi con un formidabile esercito discese dalle Alpi, passando da Trento‍[426]. Mentre i Re, abbandonati dai Lombardi, si chiudevano nelle loro castella, Ottone celebrava in Pavia le feste natalizie dell’anno 961, e, dopo di avere spacciato Attone di Falda perchè annunciasse la sua venuta, mosse egli stesso a Roma‍[427]. Vi andò per effetto di un trattato conchiuso col Papa: in esso aveva assunto obligo di difendere e di restaurare la Chiesa, e in cambio ne conseguiva con qualche restrizione i diritti dell’Impero carolingio. «Se concederà Iddio che io venga a Roma», così diceva il giuramento, «io esalterò, secondo le mie forze, la Chiesa e te capo suo: non sarà mai che, per mia volontà o per consenso mio, tu abbia a ricevere offesa nella vita o nel corpo o nella dignità: nella città di Roma, senza consenso di te, non terrò mai placito, nè pronuncierò deliberazione alcuna su cosa che competa a te od ai Romani. Ciò che in mano mia perverrà dei possedimenti di san Pietro, ti restituirò. E qualunque sia l’uomo cui io possa concedere il reame d’Italia, farò che prima giuri di ajutarti secondo le sue forze per la difesa dello Stato ecclesiastico‍[428]». Ottone pertanto incominciò a operare con massima cautela; non devesi dimenticare che egli trovava innanzi a sè la Roma e i Romani di Alberico, i quali da sì lungo tempo s’erano governati con ordini nazionali. Se anche prestava quel giuramento in cui egli, Imperatore, rinunciava alla illimitata entratura di tenere placiti, il trattato non si parificava peraltro ad una costituzione dell’Impero: questa dovevasi ancora comporre.

Solenne fu l’ingresso di Ottone in Roma; degne d’imperatore le accoglienze che egli vi ebbe. Solamente che gli audaci ottimati di Alberico si chiudevano in un tetro silenzio; sui volti di questi Romani, cui egli era venuto a torre libertà e potenza, egli leggeva impressi i caratteri di un odio mortale, laonde, mentre s’allestiva a ricever la coronazione, diceva ad Ansfredo di Löwen queste caute parole: «Oggidì, allorchè m’inginocchierò innanzi alla tomba dell’Apostolo, bada di tenere la tua spada alzata sempre sopra alla mia testa; ben so quello che i miei predecessori ebbero a soffrire dalla mala fede dei Romani. Il savio scansa il male colla prudenza; per dire orazioni, avrai tempo di farlo quanto vorrai al Mons Gaudii, allorchè torneremo a casa nostra‍[429].» Nel giorno 2 di Febbraio dell’anno 962 Ottone e Adelaide furono coronati con pompa siffatta, che la simigliante non si era usata mai; i donativi del novello Augusto destarono la letizia dei cupidi Romani‍[430]. Per tal guisa fu rinnovato l’Impero dopo trentasette anni dacchè s’era estinto, e, tolto alla nazione italiana, fu dato alla eroica stirpe dei Sassoni stranieri. Uno dei maggiori succeditori di Carlo era coronato da un romano, che per istrana coincidenza aveva nome di Ottaviano; ma quest’opera, grave di conseguenze, mancava di vera dignità e di consacrazione vera. Carlo magno aveva ricevuto la corona dalle mani di un vecchio venerabile; Ottone magno riceveva il crisma da un ragazzo imberbe e scostumato. Non pertanto, la storia di Alemagna e d’Italia con questa coronazione s’indirizzò sopra un sentiero nuovo.

Allorchè s’era composto l’Impero di Carlo, esso aveva avuto nella mente degli uomini un’altissima giustificazione; la grande monarchia, in cui le nazioni stavano ancor debolmente unite l’una accosto dell’altra, era tenuta in conto di novella republica cristiana; l’idea di unità della gente umana, proclamata dall’antico giudaismo con voce profetica, promossa dalla signoria dei Cesari nell’ordine politico, s’era fatta viva e reale per legge della religione universale. Alla fondazione dell’Impero carolingio avevano contribuito non poco l’intento di liberare Roma dal despotismo di Bisanzio, la necessità di contrapporre una potenza cristiana affermata in un centro contro alla formidabile monarchia dell’Islamismo: per tutte queste ragioni era avvenuto in addietro, che il Vescovo di Roma aveva posto la corona di Costantino sul capo del signore supremo dell’Occidente. Ma l’Impero teocratico crollò per il ribollire delle forze ond’era gravido il suo svolgimento interiore; l’effervescenza che agitava quella società in cui l’antico si mesceva al nuovo, in cui gli elementi romani si frammischiavano a quelli germanici, sconnesse il secondo Impero; la feudalità tramutò gli officiali in principi ereditarî locali; le podestà temporali si riunirono con quelle religiose; una rivoluzione continua del possesso e del diritto fu educata nel seno della monarchia; le divisioni del retaggio dell’Impero accelerarono la sua caduta. Le nazioni cominciarono con forza impetuosa a separarsi l’una dall’altra; il centro d’Europa, che aveva formato il midollo dell’Impero cristiano, si divise in due parti, una contro l’altra armata ostilmente. Dopo cento cinquant’anni di sua esistenza, la monarchia di Carlo s’era disciolta e ridotta a termini di cose che erano simili a quelle anteriori alla sua origine: pressura di Barbari nuovi, dei Normanni, degli Ungheri, degli Slavi, dei Saraceni; devastazione delle province; morte delle scienze e delle arti; barbarie senza limite nei costumi; regresso della Chiesa come di là da’ tempi di Carlo magno; infiacchimento del Papato, che aveva perduto la sua forza religiosa e l’appoggio dello Stato fondato da Pipino e da Carlo; fazioni nobiliari signoreggianti in Roma, e più pericolose di quello che fossero state a’ tempi di Leone III. Mentre adesso l’Impero si restaurava per opera della nazione germanica, i popoli non potevano più tornare completamente all’indietro, per rientrare nella cerchia d’idee che l’età di Carlo aveva accolto. Per verità, la tradizione dell’Imperium continuava a vivere ancor poderosa, e più di una voce si faceva udire in Alemagna a rimpiangerne la caduta e ad augurare la sua restaurazione che sarebbe stata beneficio del mondo; ma la venerazione degli uomini per questo istituto s’era diminuita dopo la sventurata istoria di un secolo e mezzo. La monarchia di Carlo non sorse più; Francia, Germania e Italia erano diventati paesi separati fra loro; di lì a breve tempo, dovevano combattere l’un contro all’altro, e ciascuno d’essi cercava di farsi independente anche nelle forme politiche. Mentre adesso Ottone rinnovava l’Impero in condizioni siffatte di cose, manifesto era che còmpito tale poteva adempierlo soltanto un uomo grande, e che una fiacca persona non era fatta per sostenere battaglia contro la feudalità, contro il Papato e contro le tendenze nazionali. Perciò, nel complesso, l’Impero fu considerato soltanto come una forma di arte e d’idea, sebbene altresì fosse pur sempre una grande forma politica in mezzo ai popoli. Il genio di Ottone diede un sistema al mondo crollante; il vincitore degli Ungheri, degli Slavi, dei Danesi, il patrono di Francia e di Borgogna, il signore d’Italia, l’eroico missionario del Cristianesimo, cui aveva sgombrato maggiori vie, meritava di farsi Carlo novello: financo la sua terra aveva sempre nome dai Franchi, e la sua lingua tedesca era appellata franca. Egli annodò or dunque l’Impero romano durevolmente alla nazione tedesca, e questo popolo energico e intelligente intraprese la missione gloriosa, ma ingrata, di fare da Atlante della storia universale del mondo. Infatti, dall’associazione di Germania con Italia conseguiva tosto anche la riformazione della Chiesa e il risorgimento delle scienze; ed erano essenzialmente gli elementi germanici che in Italia andavano eziandio educando le splendide republiche di città. Ben sono Alemagna e Italia le più chiare rappresentazioni dell’indole antica e di quella germanica; sono le più belle province che s’accolgano nel regno dell’intelletto umano, e, per necessità provvidenziale, furono avvinte fra loro in cosiffatte relazioni, feconde della storia mondiale. Allorchè la mente si levi a pensiero cotale, i nepoti non devono deplorare che l’Impero romano abbia pesato, grave come il destino, sulla nazione tedesca, e che l’abbia costretta, per il corso di secoli, a spandere il suo sangue in Italia, affine di porre le fondamenta della civiltà universale di Europa: di ciò l’umana gente della moderna età deve necessariamente serbar riconoscenza a Germania.

§ 2. Privilegium di Ottone. — Giovanni e i Romani gli rendono omaggio. — Giovanni trovasi in condizioni irte di contrasti. — Cospira contro all’Imperatore. — Ricetta Adalberto in Roma. — Ottone torna a Roma; il Papa fugge. — L’Imperatore toglie ai Romani la libertà dell’elezione pontificia. — Sinodo tenuto nel mese di Novembre. — Giovanni XII è deposto. — Leone VIII. — Una rivolta dei Romani riesce a mal fine. — Ottone parte di Roma.

È fuor di dubbio che Ottone imperatore, parimente come i suoi predecessori, desse al Papa un documento, in cui confermava tutti i diritti e i possedimenti della santa Sede. La rinnovazione dell’Impero, la traslazione di questo a Germania, finalmente la confusione delle cose d’Italia e dello Stato ecclesiastico, rendevanlo necessario. Però, di questo documento conosciamo sì poco il tenore, come dei diplomi di Pipino, di Carlo e di Lodovico: nè più, nè meno di questi, anch’esso fu, più tardi, falsato, e destinato a servire di fondamento alle intemperanti pretensioni di Roma‍[431]. Anche il Papa fe’ sacramento all’Imperatore di non disertarlo mai di fede, e di non voltarsi a Berengario, e per parte loro i Romani prestarono giuramento di fedeltà: così parve rinnovarsi fra Ottone, Giovanni XII e la Città il rapporto di costituzione ch’era stato fondato al tempo dei Carolingi. Ma Giovanni trovavasi in condizioni tali, che lo cingevano di contrasti gravissimi. Dal padre suo aveva ereditato podestà di principe in Roma, e dipoi l’aveva riunita al Papato; alla rivoluzione antica era succeduta la restaurazione, e questa finalmente metteva capo di bel nuovo all’Imperium. L’aristocrazia romana vedevasi adesso ricondotta sotto la duplice fedeltà dell’Imperatore e del Papa; cessava quella independenza di cui essa aveva goduto per tempo sì lungo sotto di Alberico; Roma tornava nella sua condizione di città universale, dacchè era imperiale e pontificia insieme; l’antica contrarietà fra il Papa e i Romani doveva rinnovarsi ancor più formidabile di quella che un tempo era stata.

Gli ottimati di Alberico, ossiano i nazionali che si dibattevano contro all’Impero, vedevansi per altro tenuti in freno dalle soldatesche di Ottone; l’Imperatore era lietamente acclamato dalla moltitudine, la quale aderisce sempre a tutto ciò che sa di novità; nei paesi di fuori correva il concetto che, col novello Impero, Ottone avesse restituito Roma a libertà, riponendo nei suoi diritti la Chiesa oppressa, e sciogliendo la Città dalla tirannide di donne licenziose e di maggiorenti temerarî‍[432]. Frattanto, il nuovo Imperatore mirava con senso di vergogna alla giovinezza scapigliata del Papa; fin d’ora poteva presagire ciò che si dovesse aspettare dal figliuolo di Alberico. Addì 14 di Febbraio del 962 lasciava egli Roma per andarne all’Italia settentrionale, dove Berengario si teneva munito nel castello di San Leo, in prossimità di Montefeltro. Prima di sentirsi appieno Imperatore, forza era che egli rovesciasse quest’ultimo rappresentante della nazione italiana‍[433].

Era partito appena, che Giovanni XII cominciava a sentire di qual peso lo premesse il giogo di quella podestà imperiale che avea resuscitato. Lo angustiava lo spettro del suo gran padre; l’avvenire gli appariva minaccioso. Le conseguenze della venuta di Ottone a Roma avevano sorpassato di gran lunga i suoi calcoli; di liberatore dello Stato ecclesiastico gli si era cambiato in un padrone, che, nel più alto significato della parola, voleva essere imperatore; ed invero un monarca, quale Ottone era, non poteva accontentarsi della parte umiliante di un Carlo il Calvo. Adesso dunque Giovanni intendeva di tornare allo stato di prima; incalzato dagli ottimati, cospirò con Berengario e con Adalberto. Ma il partito imperiale che era in Roma spiava tutti i suoi passi, e ne dava contezza a Ottone, in quello che questi trovavasi in Pavia, nella primavera dell’anno 963. I messaggi del partito gli descrissero la vita dissoluta del Papa, che aveva tramutato il Laterano in bordello, che dissipava città e beni per darli a sue cortigiane; dicevangli che nessuna onesta donna osava di viaggiare a Roma per temenza di cadere in balìa del Papa; lamentavano la desolazione della Città e la ruina delle chiese, dai cui tetti crollati si rovesciava la pioggia sui sottoposti altari. La risposta onde Ottone scusava i comportamenti di Giovanni è la satira più acerba che siasi scagliata contro il Papato di quell’epoca: Il Pontefice, diceva, è ancora un ragazzo; muterà vita quando avrà esempio da uomini generosi‍[434]. Quindi mandava suoi legati a Roma perchè s’istruissero dello stato delle cose di colà; egli poi moveva a San Leo per assediarvi Berengario e Willa, e mentre, nella state dell’anno 963, stava innanzi a quel castello, riceveva, nunzî del Papa, Demetrio e Leone protoscriniario, che venivano a lamentarsi per ciò che egli occupava dei beni ecclesiastici, e intendeva d’impadronirsi eziandio di San Leo, ch’era proprietà di san Pietro. Ottone, il quale del resto traeva in lungo la restituzione di parecchi patrimonî, rispondeva che i beni della Chiesa non poteva consegnare finchè non gli avesse tolti dalle ugne degli usurpatori; e, poichè teneva in mano le prove dei raggiri di Giovanni, poteva mostrare ai nunzî financo delle lettere intercettate, che il Papa scriveva all’Imperatore greco, e perfino agli Ungheri, eccitandoli a mover contro Germania. Legati imperiali allora andavano a Roma per dichiarare al Papa, che il signor loro era pronto a purgarsi con giuramento e col giudizio di Dio, in duello, del sospetto di spergiuro; quelli però venivano accolti con mal garbo, e, appena che erano tornati indietro con accompagnatura di messi pontificî, compariva in Roma Adalberto. Questo giovane pretendente, che la forza delle armi aveva spogliato del trono, faceva, dirimpetto ad Ottone, la parte miserevole cui era stato un dì condannato Adelchi. Mentre il padre suo si difendeva in san Leo, egli correva instancabile d’ogni parte, affine di raccozzare partigiani; per via di messaggi invocava soccorso da Bisanzio, andava a Frassineto dai Saraceni, indi, come nel tempo antico aveva fatto Sesto Pompeo, in Corsica; di qui annodava negoziati col Papa; finalmente sbarcava a Civitavecchia, e gli erano aperte le porte di Roma‍[435].

Come gli fu giunta notizia di ciò, Ottone nell’autunno dell’anno 963, lasciò in gran fretta San Leo, e venne a Roma. La Città era scissa in una fazione imperiale e in un’altra che parteggiava pel Papa, sì come lo fu nel tempo avvenire per lungo corso di secoli. Gli Imperiali, che, alla venuta di Adalberto, avevano chiamato Ottone, si tenevano sulle difese nella Giovannipoli, laddove i Pontificî, ossiano quelli della parte nazionale, si sostenevano muniti nella città Leonina, capitanati da Adalberto e dal Papa stesso, che si faceva vedere armato da cavaliere, con elmo e corazza. Giovanni voleva difendere Roma; mosse infatti contro ad Ottone fino al Tevere, ma tosto gli cadde il cuore. Il partito avverso a lui cresceva ogni dì più; il popolo, che altra volta aveva resistito con tanta fermezza contro gli assalimenti di Ugo, tremava per paura di un assalto: il figliuolo di Alberico temè di esser tradito, raccolse i tesori della Chiesa, e con Adalberto fuggì nella Campagna e si nascose nei monti‍[436]. Allora il partito imperiale aperse le porte ad Ottone; gli aderenti di Giovanni sbassarono le armi, diedero ostaggi, e l’Imperatore entrò in Roma per la seconda volta, addì 2 di Novembre del 963.

Raccolse clero, nobili e capitani del popolo, e li costrinse a prestargli giuramento che nello avvenire non avrebbero ordinato alcun Papa, e neppur lo eleggerebbero, senza il consentimento suo e di quello del suo figliuolo. Pertanto egli rapiva ai Romani quel diritto che eglino in tutti i tempi avevano conservato come loro gemma preziosa, come atto unico di libertà cittadina, quello che nessuno dei Carolingi aveva osato di toccare. Se si fosse considerata la cosa con intelletto di ragione, il diritto di eleggere il capo supremo della Chiesa, avrebbe dovuto appartenere alla intiera comunità cristiana, e non al piccolo numero dei Romani elettori; ma poichè impossibile era di trovare un modo pratico, per cui ne lo esercitasse la universalità cristiana, fino dall’antichità era stato tacitamente ceduto alla città di Roma, ossia, più veramente, ogni Vescovo di Roma era stato riverito eziandio come capo della Chiesa universale: privilegio immensurato, che era riposto nelle mani del Clerus, Ordo et Populus dei Romani, e che i primi Imperatori, come capi dell’Imperium universale, avevano limitato soltanto per via del diritto di confermazione.

Addì 6 di Novembre Ottone convocò un Sinodo in san Pietro. Parimente come al tempo di Carlo patrizio dovevasi pronunciare sentenza sopra un Papa accusato, e il tribunale stava sotto la presidenza della podestà temporale: però Giovanni XII non aveva, come Leone III, prestato il suo consenso a quel giudizio, e non v’era presente. Nè adesso i Vescovi protestavano di non aver facoltà di giudicare la Sede apostolica; mutati s’erano i tempi; un Imperatore energico s’ergeva, in tutta la sua potenza di dominio, da ordinatore del reggimento decaduto della Chiesa; e, senza che pietà o rispetto lo trattenesse, svelava agli occhi del mondo la vergogna del Papa che lo aveva unto del crisma: chiamava egli il popolo a profferire le accuse, e al suo comando obbediva un Sinodo che, per la prima volta, giudicava e deponeva un Papa senza pure ascoltarne le discolpe, indi esaltava a succeditore di lui un candidato dell’Imperatore.

Liudprando, che era allora vescovo di Cremona, ha registrato, come si conveniva a testimone oculare, gli atti di questo Sinodo; tenne egli nota di tutti i Vescovi del territorio romano che vi furono presenti, e ne rileviamo che molti vescovati assai antichi s’erano conservati ad onta delle devastazioni datevi dai Saraceni. Dei Vescovi suburbicarî vi intervennero quelli di Albano, di Ostia, di Porto, di Preneste, di Silva Candida e della Sabina; furonvi inoltre i Vescovi di queste diocesi: Gabium, Velletri, Forum Claudii (Oriolum), Bleda, Nepi, Cere, Tibur, Alatri, Anagni, Trevi, Ferentino, Norma, Veruli, Sutri, Narni, Gallese e Falerii, Orta e Terracina‍[437]. Liudprando vi contava soltanto tredici Cardinali di questi titoli: Balbina, Anastasia, Lorenzo in Damaso, Crisogono, Equizio, Susanna, Pammachio, Calisto, Cecilia, Lorenzo in Lucina, Sisto, IV Coronatorum, e Santa Sabina. Parecchi Cardinali avevano seguito Giovanni nella sua fuga; d’altronde può darsi che parecchi titoli si fossero estinti. Lo Storiografo nomina fra gli astanti tutti i ministri del Palazzo pontificio, i Diaconi e i Regionarî, i Notai, financo il Primicerio della Scuola dei cantori; ed egli desta in noi attenzione ancor maggiore colla menzione che vi fa di alcuni ottimati romani, fra i quali troviamo di bel nuovo parecchi nomi che ormai ci sono ben conosciuti. Stefano figlio di Giovanni superista, Demetrio figlio di Melioso, Crescenzio «dal cavallo di marmo» (così appellato qui per la prima volta), Giovanni Mizina (meglio de Mizina), Stefano de Imiza, Teodoro de Rufina, Giovanni de Primicerio, Leone de Cazunuli, Riccardo, Pietro de Canapara, Benedetto e Bulgamino figliuol suo, erano allora i Romani più ragguardevoli del partito imperiale; laddove altri nobili uomini se ne erano andati col Papa fuggitivo, altri stavansi ricoverati nelle loro castella della Campagna. La Plebs romana era rappresentata dai capitani della milizia, capo dei quali era Pietro dal soprannome Imperiola[438]. La presenza sua, di cui vien fatta speciale considerazione, dimostra che gli elementi popolani avevano già conseguito uno svolgimento di maggiore independenza, e ciò aveva avuto origine da Alberico. Peraltro, se questi avesse dato ai Romani un ordine di costituzione, se veramente avesse creato un Senato e dei Tribuni del popolo, e, ancor meglio, due Consoli annuali, nessuna di queste dignità cittadine sarebbe sfuggita all’occhio di un osservatore accurato quale era Liudprando; ma egli non fa pur motto di Senato, nè di Senatori, nè di altro magistrato: parla soltanto di primati della città di Roma, di milizie e del loro capitano, rappresentante della Plebs, ed enumera d’altronde tutti gli officî palatini che ci sono noti.

L’intervenzione completa di tutti gli ordini elettori faceva sì che il Sinodo somigliasse a quello avvenuto sotto di Leone III: al pari di questo, fu concilio, dieta e corte giudiziaria, tutto ad un tempo. La presidenza tenuta da un Imperatore glorioso, la presenza di tanti Vescovi, di Duchi e di Conti di Alemagna e d’Italia vi davano aspetto di maestà; l’assistenza dei Romani di tutti i ceti lo poneva a riparo da qualunque rimprovero di violenza illegale; però il modo del procedimento faceva sì che esclusivamente fosse un atto di dittatura imperiale. Giovanni di Narni e Giovanni cardinale diacono furono i più illustri accusatori del Papa assente; la scrittura di accusa fu letta da Benedetto cardinale. Ottone parlava di raro e male in latino; perciò l’Imperatore dei Romani ordinava a Liudprando, segretario suo, di rispondere, in sua vece, ai Romani.

La scrittura di citazione indiritta al Papa dichiarava le querele che erano date al padre santo. Diceva: «Al sommo Pontefice e Papa universale, al signore Giovanni, Ottone per grazia di Dio imperatore augusto, insieme cogli Arcivescovi e coi Vescovi di Liguria, di Tuscia, di Sassonia e della terra dei Franchi, nel nome del Signore. Venuti a Roma per servigio delle cose di Dio, abbiamo richiesto i figli vostri, ossiano i Vescovi, i Cardinali e i Diaconi romani, ed eziandio il popolo tutto, della ragione per cui Voi ne siate assente, e non vogliate vedere Noi, difensore Vostro e della Vostra Chiesa. Eglino ci hanno riferite di Voi cose tanto vituperevoli, che ci farebbero arrossire di vergogna, quando pur fossero attribuite ad un istrione. Vogliamo dirne alcuna alla Signoria Vostra, imperocchè, a noverarle tutte, troppo breve sarebbe il corso intero di un giorno. Sappiate pertanto che non alcuni pochi, ma tutti, laici e preti, vi hanno accusato di assassinio, di spergiuro, di profanazione di chiese, d’incesto con vostre parenti e con due sorelle‍[439]. Altre cose eglino dichiararono, cui l’orecchio repugna di udire, che Voi, bevendo, abbiate fatto brindisi al diavolo, e, giocando ai dadi, abbiate invocato Giove e Venere ed altri demonî. Noi perciò preghiamo fervidamente la Paternità Vostra di venire a Roma e di purgarvi di tutte queste querele. Che se voi temeste insulto dal popolo, noi vi promettiamo che nulla sarà fatto contrariamente ai canoni. Dato addì 6 di Novembre.»

L’accusato rispose dal suo nascondiglio brevi parole, e con linguaggio da pontefice: «Giovanni vescovo, servo dei servi di Dio, ai Vescovi tutti. Udimmo dire, che Voi vogliate creare un altro Papa; se ciò facciate, io vi scomunico per l’onnipotente Iddio; Voi non potrete più ordinare chicchessia, nè celebrar messa.» I Vescovi ebbero di che celiare sullo stile di questo Breve, e se n’ebbe a dire che Giovanni era uso ad esprimersi soltanto in volgare‍[440]. Secondo i canoni, un Vescovo che fosse accusato, doveva esser citato tre fiate a giudizio; l’Imperatore s’accontentò di chiamarlo due sole volte a comparire; indi si fece in pari tempo accusatore e giudice del Papa: propose al Sinodo che si deponesse Giovanni XII, e questi, senza che se ne udisse difesa, fu dichiarato colpevole di delitto, reo di maestà e decaduto dal pontificato. Al Sinodo potevasi muovere rimprovero perchè non aveva osservato un procedimento compiutamente canonico, ma il mondo tollera più giustamente le infrazioni delle leggi canoniche, anzi che le offese recate alla dignità dell’uman genere.

In vece di Giovanni, l’Imperatore proponeva a suo candidato un illustre uomo romano: addì 4 di Dicembre, fu questi eletto, e nel sesto giorno di quel mese ottenne la consecrazione. Contrariamente alla legge ecclesiastica, Leone VIII passò dal ceto laicale alla cattedra di Pietro; Sicone cardinale, vescovo di Ostia, lo insigniva con forma spedita, un dopo l’altro, degli ordini di ostiario, di lettore, di accolito, di suddiacono, di diacono, di prete e di papa‍[441]. Era Leone, di condizione, protonotario della Chiesa, e talvolta leggiamo il nome di lui in carte di quell’età‍[442]. Dimorava nel Clivus Argentarii, che è la odierna Salita di Marforio, quella via che più tardi fu detta «salita di Leone Proto» (protoscriniario), avvegnachè ancora nel secolo decimoterzo una chiesa che ivi era, fosse appellata di san Lorenzo de ascensa Proti[443]. Il suo retto costume lo aveva raccomandato all’Imperatore, avvegnaddio non altri che un romano di egregia vita potesse egli levare a succeditore di un uomo vizioso; d’altronde, l’animo di Leone era debole, ossia pieghevole all’altrui volere, e questo assai bene s’acconciava ai disegni di Ottone.

L’Imperatore faceva partire una gran parte delle sue milizie, e le mandava a San Leo, affine di alleviare i Romani del peso di dar loro alloggiamento: egli poi celebrava le feste di Natale in Roma, senza pur sospettare che si congiurava contro la sua vita. Poichè era stato deposto, Giovanni XII s’era guadagnato simpatie e qualche cosa più in là: era il Papa eletto dai Romani simbolo adesso di amor di nazione. I suoi amici dispensavano oro e promesse, ed alcuni baroni della Campagna s’impegnarono a prestare soccorso. Addì 3 di Gennaio 964, si diè di repente nelle campane a stormo; i Romani si scagliarono sul Vaticano dove Ottone aveva sua stanza, ma il loro intendimento fallì. Infatti, la schiera dei cavalieri imperiali si gettò sopra gli assalitori, e ruppe il serraglio che questi avevano innalzato a ponte Sant’Angelo; non ne ebbero più schermo i fuggitivi, e furono schiacciati con orribile macello, finchè l’Imperatore colla sua propria bocca comandò che si cessasse‍[444]. Fu questa la prima volta che il popolo romano si sollevava contro un Imperatore tedesco. Il dì dopo i Romani comparvero innanzi a Ottone supplicando mercè, e sulla tomba dell’Apostolo giurarono di obbedire a lui ed a papa Leone. Ottone sapeva che valore avesse il giuramento, si prese i loro cento ostaggi, e lasciò andare per la Città quegli uomini umiliati. Rimasto ancora un’intiera settimana in Roma, cedette alle preghiere di Leone riponendo in libertà anche gli statichi, dacchè sperava in sì tristi condizioni di cose di guadagnare degli amici al Papa, creatura sua: poi, sulla metà di Febbraio dell’anno 964, mosse a Spoleto nell’intento di cogliervi Adalberto. Lasciò esacerbata la Città, e il Papa come agnello tremante in mezzo a’ lupi. Il sangue che le armi tedesche avevano sparso in Roma nel giorno 3 di Gennaio non si asciugò mai più; ne trasse alimento l’odio contro gli stranieri, e i Romani, premuti colla forza, non ebbero appena veduto in libertà i loro ostaggi e lontano l’Imperatore, che s’affrettarono di dar libero sfogo alla loro sete di vendetta.

§ 3. Giovanni XII torna a Roma. — Leone VIII fugge. — È deposto in un Concilio. — Giovanni toglie vendetta dei suoi nemici. — Muore nel Maggio dell’anno 964. — I Romani eleggono Benedetto V. — Ottone riconduce Leone VIII a Roma. — Benedetto V è deposto e cacciato in esilio. — Il Papato è tenuto sotto la soggezione degli Imperatori tedeschi. — Privilegium di Leone VIII.

Giovanni XII, chiamato in gran fretta nella Città, vi veniva con un esercito di amici e di vassalli: in meno che non si dica, Leone VIII vedevasi abbandonato, e con pochi seguaci fuggiva a Camerino dove trovavasi l’Imperatore. Berengario e Willa, che si erano arresi in San Leo, erano stati di già mandati a Bamberga, nè temibili potevano essere ad Ottone gli ultimi conati di Adalberto: però l’Imperatore non moveva subito a Roma, forse perchè a molte delle sue milizie aveva dato congedo, e doveva prima raccozzare un nuovo esercito. Frattanto, Giovanni XII sfogava le sue vendette contro a’ nemici suoi. Addì 26 di Febbraio raccoglieva in san Pietro un Concilio: dei sedici Vescovi presenti trovavansene undici di quelli che, tempo prima, avevano sottoscritto la deposizione di lui, ed erano quelli di Gallese, di Anagni, di Porto, di Narni, di Veruli, di Silva Candida, di Albano, di Ferentino, della Sabina, di Nepi, di Trevi: nuovi venivano i Vescovi di Nomentum, di Labicum, di Ferrara, di Gentianum, di Marturanum e di Salerno. Può essere che i primi, a torto o a ragione, protestassero di essere stati costretti a prender parte al Concilio di Ottone; può essere che altrettanto facessero i Cardinali: però il piccolo numero dei cherici che intervenivano al Sinodo di Giovanni e la loro adesione a due Concilî, di cui l’uno era il rovescio dell’altro, fanno prova dello sciaguratissimo disordine che metteva a soqquadro la Chiesa romana. Giovanni XII protestava che la violenza dell’Imperatore avealo tenuto due mesi in esilio, dichiarava di essere tornato alla cattedra sua, e di condannare il Sinodo che deposto lo aveva. I Vescovi di Albano e di Porto confessarono tutto tremanti di aver peccato, e di aver benedetto Leone contrariamente alle leggi dei canoni: furono sospesi, e Sicone di Ostia, che avea insignito Leone di tutti gli ordini ecclesiastici, fu espulso dallo stato chericale‍[445].

Dopochè Giovanni XII ebbe scomunicato Leone, si scagliò con tutta la foga dell’ira sopra molti dei suoi ragguardevoli avversarî. Al cardinale Giovanni fece svellere naso, lingua e due dita della mano; ad Azzone protoscriniario fece mozzare una mano: e ambidue quegli uomini erano stati legati suoi allorchè aveva invitato Ottone a venire a Roma. Fece imprigionare Otgero vescovo di Spira, ma represse la sua rabbia di vendetta a tal segno, che lo rimandò poi all’Imperatore, di cui non voleva stuzzicare troppo oltre la collera‍[446]. Nel frattempo Ottone continuava a starsene a Camerino, dove aveva celebrato la Pasqua insieme col Papa creatura sua; indi, apprestatosi a muovere contro Roma, prima ancor che giungesse alla Città, gli capitava messaggio che Giovanni XII era passato di vita. Se sieno veritiere alcune narrazioni, questo Pontefice trovava una morte degna della sua vita: una notte il diavolo faceva tanto, che lo strascinava fuori di Roma coll’esca di adulteri amori; e vicario del diavolo era un marito offeso, il quale gli assestava sul capo una botta così gagliarda, che otto giorni dopo moriva, addì 14 di Maggio del 964. Altri dice che finisse di apoplessia, ed è cosa verosimile, dacchè una tremenda concitazione dovesse agitare il suo animo. Di tal guisa, il figlio del glorioso Alberico cadeva vittima delle sue dissolutezze e altresì di quel dualismo che si accoglieva in lui, principe e papa ad un’ora medesima. Però la sua giovinezza, la origine che aveva da Alberico, i tragici contrasti della sua vita gli danno qualche diritto ad una sentenza più mite; nè la storia gliela rifiuta‍[447].

I messaggeri che andavano all’Imperatore in Rieti, dove allora era giunto, per annunciargli quella morte, gli soggiungevano che i Romani s’erano eletto un nuovo Papa, e ne chiedevano la confermazione. Ma Ottone protestava di volere piuttosto spezzare la sua spada che rompere la sua parola, e dicea che veniva per restituire papa Leone in Roma, e per punire senza remissione la Città, se essa gli rifiutasse obbedienza. Morto Giovanni XII, i Romani s’erano eletto un pontefice; avevano infranto il giuramento che era stato loro strappato, e s’erano ripigliato il loro diritto preziosissimo. Non prestavano reverenza a Leone VIII, ch’era stato deposto nel dì 26 di Febbraio, e ancora una volta tentavano di gettar disfida contro all’Imperatore, così che, dopo una violenta scissura delle fazioni, veniva eletto Benedetto, cardinal diacono, e lo acclamavano le milizie: era uomo egregio, che in mezzo alla barbarie di Roma s’era acquistato il raro titolo di grammatico, e con questo nome andava denotato‍[448].

Accusatore di Giovanni, aveva sottoscritto alla deposizione di lui, ma era pure quel desso che aveva assistito al Sinodo del Febbraio, in cui s’era condannato il Papa creato dall’Imperatore. La indignazione dei delitti commessi da Giovanni aveva imposto silenzio a maggiori doveri, e i Romani miravano nel loro nuovo Papa l’uomo che avrebbe difeso con coraggio la Chiesa contro le soperchianze imperiali. Ad onta del divieto dell’Imperatore l’eletto fu tosto consecrato, e, sotto nome di Benedetto V, salì alla Sedia apostolica.

Sennonchè Ottone giungeva; conduceva con sè Leone suo papa; veniva alla testa di un esercito furente d’ira, e Roma era nuovamente minacciata dalle furie della vendetta che accompagnavano un secondo Pontefice, prima discacciato, adesso reduce. Le città del territorio romano furono crudelmente saccheggiate e devastate: nemmeno gli Ungheri ne avevano fatto sì aspra rovina‍[449]. Si tagliava la via a che pervenisse vettovaglia, si cingeva la Città tutto all’intorno, non si permetteva che alcuno v’entrasse; chi osava uscire cadeva sotto la spada nemica. Ottone pose campo innanzi a Roma, chiedendo che la Città si arrendesse a discrezione e consegnasse Benedetto; s’erigeva egli come Imperatore che chiede obbedienza da una terra soggetta, ma i Romani non potevano mirare in lui altro che un despota che veniva a loro torre l’ultima reliquia d’independenza, quella libera elezione del Pontefice, che avevano esercitato per diritto di tradizione. Cessata era, in fin dei conti, la ignominia del governo di Giovanni XII; i Romani avevano eletto a succeditore di lui un uomo pio, e umilmente avevano impetrata la confermazione imperiale. Però, poteva Ottone lasciar cadere Leone VIII, che un Concilio aveva creato pontefice col beneplacito suo? Potevano d’altro canto i Romani rinunciare al tentativo di affermare contro al novello Imperatore il loro antico diritto di elezione, senza confessare che la servitù era tagliata al loro dosso? Il loro Papa, involto nei vestimenti sacerdotali, saliva sulle mura e ammoniva i difensori affinchè resistessero prodemente; ma l’Imperatore si rideva della scomunica che gli veniva minacciata, e si prendeva giuoco della debolezza dei Romani. La fame incominciava a infierire nella Città, e alcuni assalti toglievano agli assediati il cuor di resistere‍[450]. Addì 23 di Giugno Roma aperse le porte; i Romani abbandonarono Benedetto V alla sua sorte, e nuovamente giurarono obbedienza sulla tomba di san Pietro: si aspettavano punizione fierissima, ma l’Imperatore accordò loro un’amnistia‍[451].

Entrato che fu Leone VIII, obbedendo all’ordine di Ottone, radunò un Concilio in Laterano. La presenza dell’Imperatore, di molti Vescovi tedeschi e italiani e l’intervenzione di tutti gli ordini del popolo di Roma fecero sì che l’adunanza avesse forme di perfetta somiglianza col Sinodo tenuto addì 6 di Novembre. Lo sventurato Papa dei Romani, vestito degli abiti pontificali, fu condotto nella sala ove il Concilio sedeva; l’Arcidiacono lo richiese con qual diritto si fosse egli arrogato di ornarsi delle insegne di pontefice mentre viveva ancora Leone signore e papa suo, quello che egli stesso aveva contribuito ad eleggere dopo la deposizione di Giovanni; e gli rinfacciò di aver rotto fede all’Imperatore e signore suo ivi presente, cui giurato aveva di non eleggere mai papa alcuno, senza averne da lui consentimento. Se ho fallato, sclamava Benedetto tutto smorto in viso, pietà vi prenda di me, e stendeva supplichevolmente le mani. I piagnistei facevano male ad Ottone; la Chiesa romana, che, a’ tempi di Nicolò I, era stata tribunale temuto dei Re, giaceva adesso ai piedi dell’Impero; Ottone quindi volgeva istanza al Sinodo, intercedendo a favore di Benedetto che abbracciava le sue ginocchia. Allora Leone VIII stracciava il pallio dell’Antipapa; gli toglieva dalle mani tremanti la ferula e la faceva in pezzi; gli comandava di sedersi sul nudo terreno, lo spogliava degli abiti pontificali, lo privava di tutte le dignità sacerdotali; soltanto, per far piacere all’Imperatore, gli lasciava l’ordine del diaconato, e lo condannava a eterno esilio‍[452].

Da lungo tempo le fazioni della Città avevano signoreggiato la cattedra pontificia impadronendosene con tumulto; financo femmine avevano potuto eleggere Papi a loro piacimento, e la bruttura del Pontificato era giunta, col nipote di Marozia, al suo culmine massimo. Perciò l’Imperatore prestava un vero beneficio alla Chiesa, sottraendo l’elezione pontificia alle mani di una nobiltà brutale. Il disordine di Roma gli dava autorità dittatoria, così che egli raccoglieva nella sua destra quella elezione, come se fosse stata un diritto imperiale di lui, che in Germania aveva consuetudine di nominare i Vescovi a suo piacimento. Quell’opera violenta era degna di un Principe che sentiva in sè il dovere e la potenza di salvare colla sovranità del suo comando la Chiesa precipitata a sì grande decadenza, e di renderla in pari tempo servigievole alle idee dell’Impero. Nessun Imperatore aveva mai conseguito un trionfo sì grande. La sua energia personale e quella di alcuni succeditori suoi, che se lo tolsero a modello, resero il Papato suddito all’Impero, la Chiesa di Roma vassalla a Germania. La podestà imperiale salì a formidabile altezza, ma poi il Papato, oppresso dalla maestà de’ suoi grandi dominatori, ne tolse vendetta, perocchè esso (così per legge di natura vanno mutando le cose) non soltanto riconquistasse la libertà perduta, ma con isforzi giganteschi ne valicasse i limiti. La lotta che la Chiesa combattè contro il genio tedesco, fu l’opera maggiore del medio evo; compose il grande dramma della sua storia, e, scotendo il mondo in ogni fibra, seppe temprarlo a sana gagliardìa.

Il tentativo glorioso fatto dai Romani per conservarsi il loro diritto di elezione soccombette innanzi a una necessità istorica, chè il regno germanico doveva, per un corso di tempo, trarre a sè la dittatura di Roma e della Chiesa, affine di operarne la riformazione. La Città umiliata aveva ricevuto l’Imperatore da padron suo; il Papa creato dall’Imperatore era stato novellamente riposto sulla sua cattedra; ed è cosa abbastanza probabile che Ottone adesso, a vece di starsi contento di un giuramento, comandasse che un decreto pontificio pronunciasse qualmente i Romani davano rinuncia assoluta al diritto elettivo; è probabile che Leone VIII, creatura sua, si acconciasse a dare adempimento al suo ordine. Un siffatto documento ci è conservato nelle forme imperfette di compilazioni del secolo undecimo; però della sua autenticità si destano gravi dubbî, e manifeste falsificazioni, fatte a beneficio dei diritti imperiali, hanno reso irreconoscibile il suo preciso tenore‍[453].

§ 4. Ottone torna in patria. — Leone VIII muore nella primavera dell’anno 965. — Giovanni XIII è fatto papa. — Famiglia di lui. — Egli si rende avversi i Romani. — È cacciato della Città. — Ottone muove contro a Roma. — Si accoglie nuovamente il Papa. — I ribelli sono puniti barbaramente. — Il Caballus Constantini. — Rimpianto a Roma caduta sotto ai Sassoni.

Dopo che Ottone ebbe celebrato in Roma la festività di san Pietro, abbandonò la Città, che era il giorno primo di Luglio dell’anno 964: con sè adduceva Benedetto V, che più tardi confinò ad Amburgo. Leone VIII, che, in mezzo a tanta difficoltà di cose, era rimasto a Roma, fu sottratto al suo destino disperato, perocchè morte lo cogliesse nella primavera dell’anno 965. Non osarono allora più i Romani di congregarsi insieme per dargli un succeditore, e mandarono in Alemagna Azzone e Marino vescovo di Sutri per rimettere all’arbitrio dell’Imperatore la elezione pontificia. Eglino avevano indiritto i loro voti su Benedetto V che era il papa di loro scelta, e avevano sperato che l’Imperatore adesso lo confermerebbe; ma Benedetto moriva addì 4 di Luglio in Amburgo, dove, sotto la vigilanza di Adaldago vescovo, aveva menato vita di santi costumi‍[454]. La morte di lui liberava Ottone dal mal passo di respingere le istanze dei Romani; congedò con molto onorifiche cortesie i loro messaggieri e mandò a Roma, in loro compagnia, Otgero di Spira e Liudprando di Cremona.

La elezione cadde sul Vescovo di Narni, che salì alla cattedra di san Pietro addì primo di Ottobre dell’anno 965. Giovanni XIII, figlio del Vescovo di Narni di pari nome, era stato educato in Laterano, dove era salito per tutta la successione delle dignità sacerdotali ed aveva acquistato gran rinomanza per la sua scienza erudita‍[455]. Nel Sinodo di Novembre s’era schierato fra gli accusatori di Giovanni XII, indi aveva preso parte alla deposizione di Leone VIII, ma è possibile che all’esaltazione di questo avesse aderito soltanto di mala voglia. Di illustre famiglia romana sortiva i natali, ed era prossimo congiunto di Stefania Senatrice; più tardi dotava questa donna del feudo di Palestrina, e il figlio di lei e di Benedetto conte (che aveva nome eguale al padre) maritava alla figliuola di Crescenzio «dal cavallo di marmo», e lo faceva rettore della Sabina‍[456]. Gli è propriamente adesso che comincia lo splendore della famiglia dei Crescenzî, adesso che caduta era quella di Alberico e di Ottaviano; fu Giovanni XIII che la elevò a potenza, affine di averne un sostegno contro la nobiltà cui tosto si inimicava. Egli si attaccava strettamente all’Imperatore per tentare di svincolarsi dalla influenza degli ottimati, ma ne conseguiva che si congiurava a suo danno‍[457]. A capo della cospirazione ponevasi Pietro, prefetto della Città, e la menzione che tutto di repente vien fatta di questo celebre officio ci ammaestra che l’Imperatore lo aveva di bel nuovo restaurato. Associati a quello erano Roffredo conte della Campagna, Stefano vestiarius, molti dei nobili, molti dei popolani. I vessilliferi della milizia presero il Papa (addì 16 Dicembre), lo gettarono nel castel Sant’Angelo, indi lo trassero nella Campagna, e facile è che lo rinchiudessero nel castello di Roffredo‍[458]. La rivolta aveva caratteri di democrazia, avvegnaddio in ispecie i capitani del popolo minuto (Vulgus Populi) saltino fuori assieme col Prefetto della Città; trattavasi ancora una volta di liberare Roma dal reggimento pontificio e dal giogo straniero, chè la perdita del giure elettivo doveva involgere Roma in continue rivoluzioni: però, anche questo scoppio di disperazione riusciva a tragica fine.

Nell’autunno dell’anno 966 Ottone venne in Italia: prima d’ogni altra cosa punì la Lombardia sediziosa, dove lo sventurato Adalberto aveva ancora una volta tentato la sorte delle armi, per fuggire indi nuovamente in Corsica e per ricominciare la sua vita randagia nel mondo. Allorchè l’Imperatore s’avvicinò a Roma, il suo approssimarsi vi destò un moto di reazione. Giovanni, figlio di Crescenzio, si sollevava insieme cogli aderenti del Papa discacciato; Roffredo e Stefano erano trucidati, il Prefetto si salvava fuggendo; richiamavasi il Papa. Giovanni XIII stava ricoverato sotto la protezione di Pandolfo conte di Capua, al quale può darsi che fosse fuggito o che si fosse lasciato andare. Con accompagnatura di genti di Capua venne nella Sabina, dove Benedetto, nipote suo e genero di Crescenzio «dal cavallo di marmo», era conte; di colà rientrava nella città nel giorno 12 di Novembre, dopo un esilio di dieci mesi e ventotto giorni‍[459].

Tosto dopo in Roma entrò Ottone. Quantunque la Città lo accogliesse senza oppor resistenza, può essere che le sue soldatesche non la risparmiassero delle loro vendette, nè dubitiamo che Roma s’insozzasse del sangue di cittadini uccisi, e fosse data al sacco. Tanto era il furore che lo agitava per ogni vena, che l’Imperatore deliberava di punire severamente i capi della ribellione. I maggiori colpevoli, uomini che si fregiavano del titolo di consoli, furono esiliati in Germania. Dodici capitani del popolo, che nei manoscritti antichi ricevono nome di Decarcones, espiarono il loro desiderio di libertà sul patibolo; molti furono decapitati, o orbati degli occhi e sottoposti a crudeli tormenti‍[460]. Barbara e insieme bizzarra come l’indole di quella età fu la pena inflitta a Pietro prefetto della Città, dopochè, fatto prigioniero, fu cacciato nelle carceri del Laterano. L’Imperatore lo diede in mano del Papa, e Giovanni lo fe’ appiccare per i capelli alla statua equestre di Marco Aurelio. Così, in questa strana occasione torna di repente a galla innanzi a noi un celebre monumento degli antichi, e noi di buon grado ci soffermiamo a discorrere del «Caballus Constantini

Questa egregia opera d’arte dura oggidì ancora, ornamento bellissimo del Campidoglio. Chi di quel luogo la mira è compreso di venerazione ripensando all’antichità di quasi diciassette secoli che passarono sopra quell’Imperatore di bronzo, seduto sul suo destriero, col braccio teso, maestosamente silenzioso e fiero: in quell’atteggiamento esso continuerà a sedere, anche quando sarà andata in ruina una storia parimente lunga di popoli, di religioni e di culture. Sorta allora che la podestà dei Cesari era al suo culmine sommo, quella statua equestre fu spettatrice della caduta dell’Impero e dello svolgimento che ebbe il Papato in Roma. Goti, Vandali, Eruli, Bizantini, Tedeschi le passarono innanzi, trucidando e saccheggiando, e la rispettarono. Costante II, ladrone per la vita, la vide, ma non la portò via. Intorno ad essa crollarono templi e basiliche, portici e colonnati e statue; essa stette, senza soffrir danno, simile al genio solitario della grandezza passata di Roma. Soltanto il nome ne sparve, avvegnaddio, perita la statua equestre di Costantino che era collocata presso l’arco di Severo, essa fosse battezzata col nome di quell’Imperatore, cui la Chiesa aveva tanto debito di riconoscenza. La fantasia del popolo, cui erano ignote le geste di Marco Aurelio e di Costantino, affibbiò a quest’opera d’arte una rozza leggenda della sua origine. Un Re straniero, così narravano i pellegrini, aveva in antico assediato Roma, dalla porta Lateranense: era il tempo in cui la Città aveva il governo dei Consoli e del Senato. In quelle angustie un guerriero dalla figura gigantesca, od altrimenti un uomo del contado, offrivasi liberatore, ma chiedeva in premio trentamila sesterzî e una statua equestre di metallo dorato, monumento dell’opera sua. Concesse il Senato; egli allora montò a dorso nudo sopra un cavallo, recando in mano una falciuola: sapeva che quel Re ad ogni notte si faceva appiè d’un albero ove lo chiamavano occorrenze del corpo; gliene dava avviso una civetta, la quale, seduta sull’albero, allora incominciava a stridire. L’uomo agguanta il Re e lo strascina con sè; in quello i Romani assaltano il campo nemico, fanno man bassa dell’oste avversa, e insaccano un immenso bottino di tesori. Il Senato adempiè alla sua promessa, diede all’uomo liberatore la sua ricompensa; e gli fe’ fare un cavallo di bronzo dorato, senza sella, con sopra il cavaliere che teneva teso il braccio con cui aveva afferrato il Re. Sulla testa del cavallo fu collocato il simulacro della civetta, e il Re fu raffigurato, avvinte le mani, in atto che l’ugna del corridore lo calpesta‍[461].

Omai nel secolo decimo la statua equestre di Marco Aurelio era posta nel Campus Lateranensis. La basilica che ivi s’ergeva era stata fondata da Costantino, le case patriarcali erano state palagio suo; perciò la piazza che vi si stendeva innanzi fu ornata del monumento che da lui aveva ricevuto il nome. Noi supponiamo essere di già stato Sergio III, che, dopo di avere ricostruito la basilica, ve la faceva collocare; nè era il solo monumento antico che di sì buon’ora venisse trasportato al Laterano; avvegnachè fosse possibile che nel palazzo pontificio e imperiale, residenza delle somme podestà di Roma, si raccogliessero quei tali monumenti che ricordavano le grandezze dei Romani. E fin dal secolo decimo il gruppo in bronzo della lupa che allatta i bambini era posto in una sala del palazzo Lateranense, dove, sotto la presidenza del Missus imperiale, si teneva giudizio; e il luogo da quel gruppo aveva nome ad Lupam[462].

Ma torniamo al Prefetto appiccato per i capelli. Tolto giù, e nudato dei vestimenti, Pietro fu cacciato a bisdosso di un asino colla faccia rivolta verso la coda, e questa, munita di un campanello, gli venne posta in mano come se gli servisse di briglia. In testa gli fu messo un otre piumato, due simili vasi gli si appesero alle gambe, e in tale assetto lo si trasse per le vie tutte di Roma: dopo ciò, fu mandato in esilio oltr’alpe‍[463]. Vendetta fu tolta anche dei morti; i cadaveri di Roffredo conte e di Stefano vestiarius furono, per comandamento dell’Imperatore, strappati alla loro fossa, e gettati fuori della Città. Queste severità destarono spavento e ire in Roma, sensazione e pietà al di fuori; crebbe l’odio dei nemici dell’Impero. Non v’era che Giovanni XIII, il quale avesse ragione di ringraziarne Ottone; e lo nomava liberatore e restauratore della Chiesa cadente, imperatore illustre, grande, e tre volte benedetto‍[464]. Peraltro i Romani non poterono mai imparare a inchinarsi davanti la podestà di Re stranieri, che scendevano con loro eserciti dalle Alpi per torsi in san Pietro una corona ed un titolo, coi quali signoreggiavano la loro Città. Rodendosi di collera in silenzio, eglino si dovettero curvare sotto alla mano potente della casa di Sassonia. Non avevano più fra loro un poeta, che descrivesse a parole le sorti della Città illustre, sì come un tempo gli antenati loro avevano fatto. Il solo Monaco di Soratte, che pon termine alla sua Cronica coll’arrivo di Ottone irato e della sua «immensa oste di Gallia», getta commosso da sè la penna, ed espande l’animo in lamenti: è un balbettìo barbarico, ma il sentimento che lo ispira parla chiaro alla nostra mente.

«Guai a te, Roma!», sclama Benedetto, «perocchè tanti popoli ti opprimano e calpestino: tu caschi in mano anche del Re sassone; il tuo popolo è giudicato a colpi di spada; la tua robustezza è annichilata. Il tuo oro e il tuo argento costoro se lo portan via ben mucchiato nelle loro sacca. Madre fosti, ed ora sei fatta figliuola. Quel che possedevi, perdesti; ti rapirono il fiore della giovinezza primiera; a’ tempi di Leone papa ti calpestò il primo Giulio. Quando fosti al culmine della tua potenza trionfasti dei popoli, frangesti in polvere il mondo, svenasti i Re della terra. Tenesti scettro e podestà grande: sei saccheggiata tutta quanta e messa a tributo dal Re sassone. Come dissero alcuni savî e come trovasi eziandio scritto nelle tue storie, un tempo hai domato i popoli stranieri, e vincesti per ogni verso il mondo, da settentrione a mezzodì: di te prende possedimento il popolo delle Gallie: troppo bella fosti. Tante erano le tue mura turrite e merlate quante trovasi detto: avevi trecentottantuna torre, quarantasei castella, merli seimilaottocento; quindici erano le tue porte. Guai a te, città Leonina: già da lungo tempo presa fosti, ma adesso caduta sei nell’abbandono del sassone Re‍[465]

Questa voce, piangente la Roma caduta sotto ai Sassoni, usciva del petto di un fraticello ignorante che sedeva sul solitario monte Soratte: dalle sue cime mirando in giù su quei campi così indicibilmente belli, ei poteva seguire coll’occhio tutte le imprese armate dei popoli, che, anno sopra anno, vi scorrevano per mezzo, moventi a dar l’assalto all’eterna Roma, ed a riempierla di sangue e di terrore. Nelle condizioni mutate di Roma la lamentazione del frate non può più commuoverci come ci commossero le elegie dei tempi che precedettero; tuttavia essa si associa alle voci di doglianza che Girolamo sollevava dopo che la Città era caduta sotto ai Goti, a quelle di Gregorio, quando la angustiava la pressura dei Longobardi, finalmente al toccante inno di dolore che plorava Roma soggiogata da Bisanzio. Ma allorchè quella lamentazione si compara a queste elegie il suo stile orribilmente barbaro ci mostra quanto in basso fossero cadute, nel secolo decimo, anche la lingua e la scienza dei Romani.