CAPITOLO SECONDO.

§ 1. Lotario è fatto socio nell’Impero. — Ribellione e fine di Bernardo re. — Lotario diventa re d’Italia. — È coronato in Roma. — Vi pone tribunale imperiale di giustizia. — Lite del monastero di Farfa. — Supplizio violento di maggiorenti romani. — Pasquale evita il giudizio dell’Imperatore. — Muore.

Secondo l’esempio del padre suo, Lodovico il Pio deliberava di associarsi all’Impero il suo figliuolo maggiore, che era ancora in giovine età. Questa consuetudine, derivata dal costume dell’antico Impero romano e di quello bizantino, fu accolta anche nel nuovo, per ciò che di tal guisa sembrava assicurarsene l’unità e il sistema ereditario. Non appena però Lotario era insignito della dignità imperiale nella dieta di Aquisgrana, che se ne destava gelosia in tutti gli altri Principi: Pipino e Lodovico, fratelli, fremendo di malcontento se ne andavano alle sedi dei loro reami di Aquitania e di Baviera, e l’ambizioso bastardo Bernardo levava le armi con aperta ribellione. Carlo aveva messo lui, come primamente Pipino, da suo luogotenente nel reame d’Italia, ma secondo natura delle cose, il desiderio d’independenza doveva ben presto svegliarsi in questi Re italici. La bramosia degli Italiani a conseguire autonomia di nazione, facevasi viva in adesso per la prima volta, e propriamente manifestavasi nell’Italia settentrionale: ivi i Longobardi, quantunque avessero omai accolto costumanze di vita latina, conservavano tuttavia con fervore i sentimenti germanici di libertà e custodivano la ricordanza di loro signoria antica; ivi Milano aveva di già incominciato a superare di splendore Pavia che era stata un tempo la dominatrice. La caduta del reame dei Longobardi non avea sepolto con sè la vita di questo popolo fornito d’intelligenza e operoso; dalle Alpi esso si distendeva fin giù nelle Puglie. Fatta eccezione per Roma, dove nullameno vivevano famiglie longobarde in gran numero e dove parecchi uomini di quella stirpe ascesero alla cattedra di san Pietro, quella nazione germanica teneva del continuo in mani sue la somma maggiore delle cose d’Italia, così al settentrione che al mezzogiorno. Duranti i tempi più oscuri della storia, furono veramente i Longobardi che diedero a Italia eroi, principi, vescovi, istoriografi, poeti e per ultimo libertà di republiche. Nelle forze di loro, massimamente, riposa pertanto la parte più grande della vita storica e della civiltà d’Italia: è questo un fatto incontestabile, che al dì d’oggi parecchi Italiani si studiano invano di negare, quando, ad onta della ragione storica, eglino parlano della nazione italiana in secoli nei quali non ne esisteva una siffatta, o quando dimenticano che essenzialmente questa nazione italica si formò dalla miscela della razza goto-longobarda colla razza latina: e se noi pure parliamo di una nazione italiana a quest’età, vale considerare, per quanto dicemmo in precedenza, che ne abbiamo ristretto il concetto a sua giusta misura storica. Gli ottimati lombardi non pensavano più alla restaurazione della spenta dinastia di Desiderio, ma anelavano di affrancarsi dall’odiato reggimento dei Franchi. I Vescovi, giunti a signoria di principi per privilegî ottenuti da Carlo e da Lodovico, e già avvezzi ad aver prima voce nelle faccende politiche come signori territoriali, sospingevano il giovane Bernardo nella via delle sue aspirazioni. V’aveva fra loro anche Teodolfo, il quale, sebbene vescovo di Orleans, era longobardo di nascita, v’era Wolfoldo di Cremona, e, più ragguardevole di tutti, Anselmo di Milano. Il Re malprudente si vedeva peraltro deluso nei suoi intendimenti. I fratelli Pipino e Lodovico non si levavano a rivolta, e tosto che le soldatesche imperiali rattamente s’avvicinavano ai confini d’Italia, le schiere di lui lo disertavano. Lo sconsigliato giovane correva a Cavillon per gettarsi ai piedi del suo zio, sia che lo affidasse una promessa ricevuta, sia che ve lo decidesse la sorte sua disperata: più probabile è la prima supposizione, chè altrimenti non ve l’avrebbero accompagnato i soci suoi di cospirazione. Lui e i suoi compagni l’Imperatore faceva gettare in carcere. Bernardo, come reo di maestà, era condannato nel capo, e quantunque Lodovico per compassione il graziasse, permetteva che all’infelice si svellessero gli occhi. Questa sentenza, vien detto per comando della imperatrice Irmengarda rabida di vendetta, si eseguiva così barbaramente, che Bernardo ne moriva tre giorni dopo: ciò accadeva in Aquisgrana dopo la Pasqua dell’anno 818. Pari sorte subiva l’amico del Principe, Reginaro, figlio di Meginaro conte, ch’era stato conte palatino dell’Impero, laddove i Vescovi incarcerati, per giudizio del clero franco, erano deposti del loro officio e chiusi in varii conventi. L’Imperatore avea ceduto per debolezza alle sollecitazioni della sua donna e dei consiglieri suoi; peraltro, allorchè gli fu annunciato che il suo nipote era morto, lo pianse acerbamente, ed ancora quattr’anni dopo si sottopose a publica penitenza in espiazione di questa e di altre sue colpe: l’autorità imperiale per lo smacco si scemava, e il potere morale dei Vescovi si accresceva; eglino confortavano l’Imperatore rammentandogli l’esempio di Teodosio penitente, e sè stessi rallegravano ripensando al tribunale da cui lo aveva punito Ambrogio vescovo‍[47]. Non vien detto se Pasquale si adoperasse presso di Lodovico, affine di alleviare le sorti di Bernardo: noi però accogliamo per vero che ciò avvenisse, perocchè s’acconciasse all’indole di quell’età che in un caso così fuor dei soliti eventi, l’Imperatore udisse il monito paterno del Pontefice. Morto Bernardo, il suo trono restò due anni senza successore, e bene stava che la Chiesa romana tollerasse in pace quella vacanza, dappoichè omai il reame d’Italia incominciava a darle noja.

Per mala ventura, una tenebra fitta seppellisce nel suo bujo le condizioni di Roma a questo tempo, per guisa che la storia della Città fa mostra di sè ad intervalli, soltanto in quegli avvenimenti che si associano alla storia dell’Impero. Lotario, figliuolo maggiore di Lodovico, già nominato imperatore, era fatto altresì re d’Italia; in tal modo, per la prima volta dopo di Carlo magno, le due dignità si riunivano in una sola persona. Quantunque il padre suo fin dall’anno 820 gli avesse concesso la corona d’Italia, egli lo mandava a Pavia soltanto due anni più tardi. Lo aveva sposato ad Irmengarda, figlia del possente Ugo conte, ed a questa occasione aveva fatto grazia ai Vescovi prigionieri; indi, nell’Agosto 822, congregava in Attigny una dieta e in quella comandava a Lotario che andasse adesso al regno suo. Gli poneva ai fianchi, da consiglieri, il monaco Wala, quel desso che era stato ministro di Bernardo, e Gerungo, che era un officiale della sua corte; tuttavolta non intendeva di prefiggere al Re d’Italia che tenesse residenza costante a Pavia. Piuttosto, Lotario ivi era spedito soltanto affinchè desse sesto alle cose del paese e vi facesse giustizia; il Re doveva tornarsene a Francia non appena che avesse adempiuto a questi officî, perlocchè si rivela che il padre di lui, travagliato da sospetti, non bramava che il figliuolo ponesse stanza in Italia. Come Pasquale udiva della partenza di Lotario (la quale avveniva poco tempo prima della Pasqua dell’anno 823), lo invitava affinchè andasse a Roma per ricevervi di mano del Papa la incoronazione e l’unzione: è ben facile capire i motivi dell’invito.

Lotario, consapevole il padre, aderiva alla richiesta. Accolto con onoranza degna d’imperatore, nel dì di Pasqua era coronato dal Pontefice in san Pietro, e il popolo romano lo acclamava Augusto: egli era primo degli Imperatori, dopo di Carlo, che ricevesse in Roma la corona, perocchè Lodovico padre suo fosse stato coronato in Reims‍[48]. Così l’arte politica romana sapeva con accorta fermezza sostenere il principio che Roma era fonte dell’Imperio, e che la unzione pontificia era necessaria agli Imperatori, sebbene fossero stati eletti per deliberazione della dieta dello Stato, ed anche coronati. Pasquale consecrava col crisma il giovane Imperatore, indi proclamava che questi, pari ai predecessori suoi, aveva podestà imperatoria sul popolo romano‍[49]: Lotario immantinente ne esercitò l’officio, poichè nel breve tempo di suo soggiorno in Roma vi pronunciò sentenze da giudice.

Innanzi al suo tribunale imperiale ed in presenza del Papa e della nobiltà romana e franca, comparvero le parti che litigavano: ed è meritevole di nota una causa che il Papa allora promosse contro il potente Abate di Farfa e che il Papa perdette. Quel bello e celebre convento di Benedettini che s’ergeva nel territorio Sabinate nelle pertinenze di Spoleto, stava anticamente sotto la protezione dei Re longobardi, e, dopo la fine di loro signoria, godeva di pari privilegî sotto il patronato dei Carolingi. Oltre ad antichi diplomi longobardi, il monastero poteva allegare un documento dell’anno 803, con cui Carlo magno gli aveva data conferma di sua immunità. Nell’anno 815, il convento aveva conseguito una pergamena di simile tenore dall’imperatore Lodovico, il quale vi promulgava che l’abazia stava sotto il suo «privilegio, mundiburdio e patronato imperiale, affinchè i monaci in buona pace orassero per lui e per la durata dell’Impero‍[50].» Nessun Vescovo poteva imporre tributo o censo su Farfa: i doviziosi monaci godevano completa franchigia, eleggevano liberamente dal loro gremio l’Abate, e il Papa stesso non aveva altro diritto che quello di consecrarlo. Oltre ai diplomi dei Re e degli Imperatori, che stavano conservati negli scaffali del loro archivio, i monaci possedevano altresì bolle di conferma concesse dai Papi. Stefano IV, pochi dì prima della sua morte, aveva dato il placito a tutti i privilegî ed ai possedimenti di Farfa, per lo che aveva imposto al convento soltanto un tributo annuo di dieci solidi d’oro. Ma ei sembra che per intromissione dell’Imperatore, Farfa si fosse affrancata anche di questo onere, perocchè nella bolla di confermazione data da Pasquale I in quello stesso anno, non si facesse più menzione di quell’obligo‍[51]. Eppure, di tempo in tempo, i Papi cercavano di diminuire le libertà dell’abazia, le quali loro riuscivano moleste. Già Adriano e Leone III s’avevano usurpato parecchi possedimenti del convento, e mentre Lotario era in Roma, l’avvocato pontificio sostenne innanzi al tribunale imperiale che Farfa «era sottoposta al giure e al dominio della Chiesa romana.» Ma il valente abate Ingoaldo allegava i preziosi diplomi del suo archivio, e dimostrava splendidamente le franchigie che gli eran concesse dalle lettere patenti scritte, e la sentenza del tribunale imperiale costringeva la Camera pontificia a restituire tutti i fondi che contro diritto erano stati tolti al convento‍[52].

Gli è probabile che il contegno energico di Lotario destasse il malcontento del clero di Roma, laddove invece i nemici della signoria temporale del Papa si stringevano speranzosi intorno al giovane Principe. Insieme col nuovo Impero incominciava la divisione della Città in una fazione pontificia e in una parte imperiale, e doveva durare per un corso di secoli sotto quel nome di Guelfi e di Ghibellini, che sorse in tempi posteriori. Subito dopo la partenza di Lotario, un avvenimento faceva sì che la scissura di repente si manifestasse. Il giovane Imperatore era tornato in Lombardia, e già nel Giugno era arrivato presso il padre suo, quando Roma era messa sossopra da un tumulto, il quale senza dubbio derivava dalle ragioni stesse che avevano cagionato la ribellione contro di Leone III. Oscuri ne sono i casi particolareggiati; fatto è che giungevano messaggi alla residenza imperiale, e riferivano che in Roma due ministri del Palazzo pontificio, Teodoro primicerio e il genero suo Leone nomenclatore, erano stati prima acciecati, indi decapitati nel palazzo Lateranense; dicevano che questo era accaduto perchè quegli uomini aderivano con fede vivissima alla casa imperiale, e che papa Pasquale stesso aveva comandato o consigliato l’assassinio‍[53]. Il supplizio di que’ due maggiorenti non era stato conseguenza di una sentenza di giustizia, ma opera violenta dei famigliari del palazzo pontificio. Quei Romani (Teodoro ancor nell’anno 821 era stato nunzio in Francia) appartenevano alla più eletta aristocrazia, parteggiavano decisamente per l’Impero, e occupavano la dignità più potente, che, ancor tempo prima, aveva favoreggiato disegni di ribellione: può essere che s’adoperassero alla distruzione del reggimento pontificio. Eglino furono presi, acciecati e decapitati in Laterano dai servitori del Papa‍[54]. L’imperatore Lodovico ascoltò le doglianze dei Romani e spedì suoi Missi affinchè istituissero in Roma una inquisizione. Però, prima che questi partissero, capitavano legati del Pontefice per giustificarlo, e per dichiarare che Pasquale si assogettava ad un procedimento‍[55]. Allora i giudici imperiali viaggiavano a Roma nel Luglio od altrimenti nell’Agosto dell’anno 823, ma giunti colà, avevano di che stupire in udendo protestarsi che il Papa rifiutava qualsiasi inquisizione giuridica. Fosse o no che ei ne temesse le risultanze, egli scansava di sottomettersi ai giudici dell’Impero, e ricorreva ad una scappatoja il cui valido effetto era omai alla prova di esperienza vecchia. Infatti, il Papa prestava giuramento di purgazione nelle case patriarcali del Laterano in presenza dei legati imperiali e del popolo romano, circondato da vescovi, da preti e da diaconi. In pari tempo ei si faceva difensore degli assassini perocchè appartenessero alla famiglia di san Pietro, malediceva agli uccisi vituperandoli come rei di tradimento, e protestava che colla morte di loro s’era adempiuto ad un atto di giustizia‍[56]. I legati imperiali, cui la temenza dei privilegî della Chiesa suggellava la bocca, tornavano in Francia cogli ambasciatori pontificî per riferire di questa piega inaspettata che avevano preso le cose. Se ne indignava l’Imperatore conscio del suo dovere di proteggitore e di giusto giudice de’ suoi sudditi romani; gli stessi diritti di lui richiedevano che si facesse severissima ragione degli assassini, ma poichè il comportamento del Pontefice ne lo aveva impedito, era costretto a porre una pietra su quanto era accaduto. Non sappiamo quel ch’ei rispondesse ai Romani ed al Papa‍[57].

Pasquale passava di vita in mezzo a tempeste non dissimili da quelle che avevano funestato Leone III nei suoi ultimi giorni: anch’egli naufragò fra le contraddizioni del potere temporale e dell’autorità religiosa che si riunivano nella persona del Vescovo. Affranto da quegli avvenimenti e dalle loro conseguenze, odiato da una gran parte dei Romani, morte il colpiva sul principio dell’anno successivo. I Romani, inaspriti contro di lui, non permisero che il suo cadavere venisse sepolto nel san Pietro, e il suo succeditore fu costretto a deporlo in un’altra basilica, che era stata edificata da Pasquale istesso: è probabile che fosse la chiesa di santa Prassede‍[58].

§ 2. Pasquale edifica le chiese di santa Cecilia in Transtevere, di santa Prassede sul monte Esquilino, di santa Maria in Domnica sul Celio.

Al dì oggi tuttavia, Roma conserva alcuni ragguardevoli monumenti, edificazione di Pasquale I. Perfino il ritratto di lui, cosa rarissima fra i Papi di quell’età, dura ancora in tre musaici che rappresentano l’istesso capo tonsurato e le stesse fattezze lunghe e secche. L’arte di quel tempo non poteva cogliere somiglianze di volto fuorchè nei semplici contorni, dacchè non aveva l’uso di lumeggiarne i tratti a chiari e ad ombre. Quelle imagini si mirano in tre chiese rinnovate da Pasquale, che sono santa Cecilia in Transtevere, santa Prassede sul monte Esquilino e santa Maria in Domnica sul Celio.

Nel cielo de’ Santi romani, Cecilia è la musa della musica: a lei la leggenda di tempi posteriori ha attribuito l’invenzione dell’organo, e il genio di Raffaello la ha riposta sopra un trono di gloria, dipingendola con siffatto atteggiamento di musa in uno dei suoi quadri più belli‍[59]. La fantasia dell’arte cristiana creò appena un’altra figura più ispirata e più gentile di quella di Cecilia. Santa nazionale al paro di Agnese, fu ella la prediletta di tutte le nobili matrone di Roma, le quali credevano di venerare in lei la illustre nepote della famiglia Metella. In tempi di spaventosa barbarie, queste persone verginali di Cecilia e di Agnese furono candide idealità della virtù, e soavi e belle si alzarono a volo raggiante in mezzo al tenebroso aere di Roma. Narra la leggenda che Cecilia si disposava al giovine Valeriano: nella prima notte di nozze ella gli diceva che un angelo del cielo stava a guardia di sua casta santità; se ne atterrì il giovinetto, e fu bramoso di vedere quel molesto cherubino, e lo vide, poichè, tocco dalla virtù sovrumana della sua sposa, ebbe battesimo dal vescovo Urbano. Cecilia sofferse il martirio ai 22 del Novembre 232; morì di tre colpi di spada che la ferirono nel collo‍[60]. E morendo avea richiesto il Vescovo di fondare una chiesa nelle sue case e nel suo bagno, che erano situati nel Transtevere, dove l’aveano martoriata. Urbano ravvolse il corpo bellissimo della fanciulla in panni trapunti in oro, indi lo chiuse in una cassa di legno di cipresso, e lo depose in un sarcofago di marmo: la Santa ebbe sepoltura nelle catacombe di Calisto presso la via Appia‍[61]. La chiesa di lei, una delle antichissime di Roma, era, fin dal secolo quinto, Titolo di un Cardinale. Pasquale la trovava in grande decadimento e la riedificava: bramava di collocarvi la salma della Santa, ma non la rinveniva nelle catacombe, perlocchè credette che se l’avessero portata via i Longobardi di Astolfo. Ma una visione celeste discese a soccorrerlo: in sull’alba di un giorno di domenica, mentre stava innanzi alla Confessione del san Pietro, i suoi occhi stanchi si chiudevano un tratto, e nel sonno gli appariva davanti un’angelica persona di giovinetta; dicevagli essere ella Cecilia, lo accertava che i Longobardi non avevano trovato le sue ceneri, e, rincorato il Pontefice a proseguire nella sua ricerca, la Santa celeste spariva. Pasquale si destò, cercò, rinvenne Cecilia nel cimitero di Pretestato, dove, tuttora involta nei panni d’oro, riposava in pace accanto del giovane Valeriano, che presto le era morto dietro‍[62].

La riedificazione del tempio di santa Cecilia non fu opera dappoco dell’arte di quell’età. Questa grande basilica comprendeva nel suo interno una chiesa elevata, con duplice ordine di colonne, secondo il modello di quella di santa Agnese. In tempi più tardi se n’ebbe rimutata la forma, ma nell’essenza non ne fu distrutto il concetto antico. Un ampio atrio, come ancora al dì d’oggi, stava innanzi alla chiesa, ed in quel tempo era circondato di loggiati a colonne: nella chiesa adduceva il vestibolo che tuttora si conserva. Quattro colonne antiche di stile jonio e due pilastri a capitelli corinzî, da ciascun lato sopportano il tetto; la cornice è adorna di musaici di rozza fattura chiusi entro a medaglioni che stanno sopra ad ogni colonna e ad ogni capitello, e rappresentano i Santi, dei quali Pasquale depose le reliquie nella Confessione della Chiesa. Sulle pareti dell’atrio fu istoriata la vita di Cecilia con pitture che probabilmente appartengono al secolo decimoterzo; di esse si conserva ancora un resto che or si mira nell’interno della chiesa, infisso nel muro. Vi sono dipinti Urbano che dà sepoltura alla vergine, e questa che appare a Pasquale: il Papa sonnecchia, mentre gli sta innanzi in atto soave la persona della fanciulla; è un quadro mirabile, il cui disegno pesante, le tinte grevi e vigorose, e i toni oscuri e carichi ne significano la considerevole antichità; all’età di Pasquale non può appartenere, bensì all’epoca di Onorio III. Vagamente bello ne è il soggetto, ed ha tutta la dolcezza di un carme lirico.

L’interno della chiesa, che oggidì è mutato assai dall’antico, si componeva di tre navate. Dodici colonne nello spazio di mezzo sostenevano la chiesa superiore; quattro di esse erano collocate a capo del coro; in una chiesa sottoposta si accoglieva la cripta dei Santi. Durano tuttavia i musaici della tribuna; nel mezzo è il Cristo avvolto in un manto di colore dell’oro, benedice, e tiene nella mano sinistra un rotolo di pergamena; dai suoi fianchi stanno san Pietro e san Paolo, dipinti con tratti affatto barbarici. A destra di chi guarda, presso san Pietro, stanno Cecilia e Valeriano che sporgono loro corone di martiri; a manca, d’accanto a san Paolo, è una Santa, che forse è Agata, e Pasquale, figura allampanata, con grandi occhi; dietro al capo ha un quadrato di tinta azzurra, nelle mani reca il modello della sua basilica‍[63]. Il musaico è chiuso da un contorno di palme, e una fenice, colore di fuoco, posa sopra un ramo. Sotto del quadro stanno disposti il Cristo e i discepoli nella solita figura di agnelli; indi leggonsi dei distici che celebrano l’opera di Pasquale‍[64]. Lo stile di questi musaici (quelli che ornarono l’arco della tribuna caddero) è apertamente bizantino; perfino il Cristo benedice a foggia greca colle tre dita posate sul pollice. Rude ne è la fattura; i corpi secchi e duri non sono che sbozzati; manca distribuzione di luce e di ombre; i panneggiamenti sono significati soltanto con grossi tocchi. Può darsi che sia opera di artisti di Grecia, tanto più che Pasquale fu gran favoreggiatore dei Greci, molti dei quali ospitò in Roma.

Un’altra riedificazione di Pasquale è la chiesa di santa Prassede sul monte Esquilino, di cui egli era stato cardinale. Dopo di aver vissuto un’esistenza di secoli, quest’antichissima basilica era prossima a cadere; il Papa la faceva demolire e costruiva indi una chiesa affatto nuova. Essa si mantiene tuttora dopo di aver subìto, nel corso dei tempi, mutamenti molti all’interno, quantunque non così gravi come gli ebbe la chiesa di santa Cecilia. Simile a questa ha il disegno. Dalla suburra si sale per una scalea di venticinque gradini al suo atrio, il quale oggi più non s’adopera, dacchè fu aperto alla chiesa un ingresso laterale. Svelte colonne antiche di granito a capitelli corinzî scompartiscono l’interno in tre navate, ma non v’ha chiesa superiore. L’elevato presbiterio mette capo alla tribuna, che, parimenti come l’arco di trionfo, è ancora adorna dei musaici antichi. Un aggruppamento ricco di figure copre la parete superiore di quest’ultimo: vi si rappresentano Santi con loro corone, il Cristo col globo terrestre, che circondato da angeli si leva sopra di Gerusalemme, ed uomini che cercano di entrare nella città presidiata da angeli: sulle pareti laterali sono figurate turbe di fedeli, come nell’arco di trionfo del san Paolo. Anche nella tribuna è dipinto il Redentore in manto d’oro, che tiene nella mano il rotolo di scritti papiri; e si nota che l’artefice tolse ad esemplare la figura del Cristo, che è nel musaico della chiesa dei santi Cosma e Damiano. Alla sinistra innanzi a lui è san Paolo che cinge con un braccio la persona di santa Prassede: questa tiene in mano la corona e sta accanto a Pasquale, il quale ha il capo incorniciato nel quadrato azzurro e le sporge in offerta la chiesa. Dalla destra, sono disposti in pari posa san Pietro, santa Pudenziana e santo Zenone con un libro. Non mancano le palme e la fenice; nella parte inferiore del quadro scorre il fiume Giordano; sotto, sono il Cristo e i discepoli in figura di agnelli colle due città dipinte in oro, e finalmente la solita iscrizione in distici‍[65]. Come in santa Cecilia, l’arco della tribuna comprende nella orlatura interna il monogramma di Pasquale; nell’alto di esso sono rappresentati il Cristo in forma di agnello sedente sul trono, i sette candelabri, i due angeli, i simboli dell’Apocalisse dell’Evangelista, e i Seniori che portano loro corone. L’artista si attenne anche qui al modello della chiesa dei santi Cosma e Damiano, ma fece opera comportevole, e, segnatamente, gli angeli non difettano di grazia nella posa.

In questa chiesa istessa Pasquale edificò una piccola cappella in onore di Zenone, martire romano dei tempi di Diocleziano: è un monumento assai mirabile dell’arte di quell’età, e mantiensi completamente oggidì ancora. Questa cappella, costruita a volta ed oscura, tutta coperta di musaici, era anticamente considerata tanto bella che la si appellava «giardino del paradiso». Eppure, ad onta di ciò, il gusto dei suoi musaici è ancor più barbarico che non sia quello dei musaici della tribuna, i quali contengono almeno qualche buon tratto tradizionale, specialmente nelle figure di donna.

Il grande quadro in santa Prassede è del resto il miglior monumento di quella età, in cui l’arte dei musaici, già padroneggiata dal così detto «bizantinismo», mandava ancora soltanto un fiacco raggio di luce, ultimo guizzo innanzi che la face si spegnesse. Può darsi che vi lavorassero intorno anche degli artefici greci, avvegnachè Pasquale avesse edificato in vicinanza della chiesa un convento di monaci greci dell’ordine di Basilio. E la persecuzione delle imagini che allora ricominciava ad infierire in Oriente, dove Leone l’Armeno aveva fatto rivivere i dogmi di Leone l’Isaurico, cacciava parecchi monaci e pittori greci a Roma, dove educava nuove attinenze coi concetti bizantini‍[66].

Sul monte Celio è la antichissima chiesa diaconale di santa Maria in Domnica (grecamente Kyriaka), oggidì detta «della navicella», perocchè ivi sia conservata la copia moderna di un’antica nave votiva‍[67]. Anche a questa chiesa diede Pasquale la forma, che essa conserva tuttora, di basilica a tre navate: nove colonne antiche di granito compongono la navata di mezzo. Per mala sorte i musaici della tribuna furono guasti da restauri; rappresentano la Vergine in trono col putto, ai due lati sono degli angeli, mentre Pasquale, ginocchione, abbraccia con ambe le mani il piede destro di lei; il suolo è screziato di fiori a vario colore.

Passiamo oltre sul grande numero di oratorî e di cappelle che Pasquale edificò in altre chiese; ei merita soltanto notarsi che il Biografo di lui narra come un incendio struggesse in ceneri il quartiere dei Sassoni nel territorio Vaticano (allora omai con voce germanica lo si chiamava burgus), e distruggesse altresì da capo a fondo il portico del san Pietro: e lo Scrittore aggiunge che il Papa vi correva a piè scalzi e con orazioni acchetava il furore delle fiamme; più tardi riedificava il quartiere e restaurava il portico‍[68].

§ 3. Eugenio II è fatto papa. — Lotario viene a Roma. — Sua Costituzione dell’anno 824. — Eugenio muore nell’Agosto dell’827.

Succeditore di Pasquale fu Eugenio, prete di santa Sabina, figlio di un Boemondo romano, il cui nome rivela origine nordica. Egli significava il suo esaltamento all’imperatore Lodovico, e questi mandava a Roma Lotario, affinchè, colla promulgazione di uno Statuto imperiale, ordinasse col novello Papa e col popolo romano tutti i rapporti politici e civili‍[69]. Ne lo richiedevano i torbidi ripetuti di Roma, la scissura palese che s’era messa fra il Pontefice e la Città, e le giuste doglianze che si levavano contro agli arbitrî dei giudici pontificî.

Lotario s’ebbe nel Settembre dell’anno 824 splendidi accoglimenti da Eugenio. Il giovane Imperatore gli disse d’esser venuto per ristorare l’ordine delle leggi, lagnossi dell’atteggiamento in cui il Papato s’era posto verso dell’Imperatore e di Roma, rammentò essersi trucidati uomini fedeli all’Imperatore, altri perseguitati; censurò l’avidità rapace dei giudici pontificî, le inettezze del reggimento ecclesiastico, la ignoranza in cui addormentavansi i Papi stessi non vedendo gli abusi, o la tolleranza per cui li sofferivano. Le aperte lamentanze dei Romani domandavano che si facesse una rigida inquisizione delle opere di violenza che erano avvenute sotto il predecessore di Eugenio; e lo Stato della Chiesa, omai così tosto turbato da mali intestini e che in fondo non altro era fuor di una grande immunità ecclesiastica sotto il patronato dell’Imperatore, abbisognava di un più sodo ordinamento. Pasquale aveva saputo sottrarsi al tribunale dell’Imperatore, ma poichè adesso egli era morto, Lotario procedeva in Roma senza trovare impedimento alcuno. Adesso si poneva riparo a quel che prima fatto non s’era; la podestà imperatoria adoperava una grande energia, e si acquistava dal popolo gratitudine vera. Si avviò una inquisizione in tutte le regole sotto la presidenza di Lotario, e se n’ebbe a risultamento che la Camera pontificia fu condannata a restituire tutti i beni confiscati a’ Romani; gli ingiusti giudici pontificî furono puniti coll’esilio, e Lotario senz’altro li fe’ tradurre nelle terre di Francia‍[70].

L’autorità imperiale ebbe in Roma un momento di splendore e di potenza, quale forse non ottenne mai più nell’avvenire così pacificamente. Il popolo plaudiva al Cesare germanico che proteggeva anche i diritti di esso, e il lieto commovimento degli animi crebbe, allorchè Lotario promulgò un suo Statuto. Questa Costituzione del Novembre dell’anno 824, che usciva fuor degli ordini consueti, intendeva soprattutto a guarentire le cose della giustizia, le quali erano cascate affatto in balìa della violenza. Vi si regolava in nove articoli la materia che concerneva l’amministrazione della giustizia e il sistema delle attinenze di maggiore importanza fra Roma, il Papa e l’Imperatore. Si sanciva quale norma di principio, la comunanza del reggimento temporale fra l’Imperatore e il Papa in Roma e nello Stato della Chiesa, per guisa che al Papa, come a signore territoriale, restava l’iniziativa di podestà immediata; all’Imperatore poi competeva l’autorità suprema, il sommo giudizio di appello nelle cose di giustizia e la sopravveglianza dei negozî civili. In nome dei due imperanti dovevano pertanto essere eletti dei legati, il cui officio era di riferire ogni anno all’Imperatore sul modo onde i Duces e i giudici pontificî rendevano giustizia al popolo e davano eseguimento alla Costituzione imperiale‍[71]. Ogni querela di doveri negletti da parte dei giudici doveva prima sporgersi al Papa, affinchè o riparasse al male col mezzo di suoi proprî legati, oppure facesse proposta che si spedissero dei Missi imperiali straordinarî. E per rendere più rigoroso il suo decreto, Lotario comandava che tutti i Duces e i giudici pontificî venissero in persona davanti a lui, perchè voleva conoscerne i nomi ed il numero, e ammonire ciascuno di loro del ministero che gli era confidato‍[72].

A questo ordinamento generale delle cose di giustizia si associava strettamente la determinazione speciale delle leggi individuali. Infatti, un altro articolo dello Statuto prescriveva ai nobili ed a quelli del popolo di significare la legge giusta la quale ognuno di loro voleva nel tempo avvenire essere giudicato. Ogni cittadino libero di Roma e del Ducato, dovette professare la sua soggezione ad un codice di leggi liberamente eletto. Se avessimo documenti che dessero notizia di queste dichiarazioni, che in Roma facilmente saranno state registrate in rapporto alla partizione regionale e nel Ducato in rapporto a ciascuna terra, ne avremmo giovamento come di importanti indici di statistica sul numero degli abitanti e sulle relazioni di famiglia, e noi potremmo renderci persuasi di quanto nella città stessa di Roma si fosse diffusa la stirpe germanica. L’ordinamento imperiale abolì pertanto il principio che il giure romano vigesse da legge territoriale, perciocchè in Roma e nel paese che ne dipendeva, fossero da grandissimo tempo venuti ad usanza anche il giure personale longobardo e il salico; quella Costituzione rese manifesta la contrarietà, fatta ognor più gagliarda, degli elementi germanici, i quali nel periodo di tempo in cui Roma stette sotto la suprema sovranità franca, non s’acconciarono a lasciarsi dominare dal giure romano, come i giudici pontificî, di ragione naturale, tentavano di fare. Il genio tedesco dell’individualità si afforzava sodamente e otteneva trionfo in Roma, e sebbene l’assetto giudiziario germanico qui non s’attuasse in principalità e da solo, tuttavia il suo scabinato incominciò poco alla volta ad operare mutazioni di forma anche nel rito della procedura romana‍[73].

La distinzione degli statuti personali dipinge al vivo la fisonomia del medio evo, la cui costituzione sociale riposava sulle differenze delle franchigie individuali, a riparo delle quali l’uomo individuo, al pari delle corporazioni, si schermiva dai soprusi; quella distinzione dimostra fino a che segno il suo organamento separativo dovesse alimentare il genio battagliero e ardito dell’individualità, il quale è uno dei caratteri mirabili del medio evo; e dimostra in pari tempo apertamente quanto fossero mal sicure e rozze le condizioni di quella società barbarica. La continua collisione dei diritti individuali doveva produrre una immensa confusione e difficoltà gravissime nell’organamento delle cose giuridiche. In Roma s’era sempre mantenuto fermamente in vigore il diritto giustinianeo, che i Longobardi avevano espulso da tutte le città cadute sotto la loro conquista; e si conservava legame efficace e durevole dei tempi nuovi coll’antichità, germe della vita civile dei Romani, vera e vivissima fonte dell’indole di nazione romana. Ora l’arbitrio di eleggersi liberamente una legge propria, avrebbe dovuto recar offesa ai Romani se con ciò s’avesse voluto supporre che taluno di loro potesse far professione di giure franco o longobardico. Ma l’editto di Lotario non poneva pur remotamente in dubbio la preponderanza grandissima che il diritto romano si aveva, nè dubitava del sentimento nazionale dei Romani, il quale, se allora non era così decisamente manifesto come fu un secolo dopo, ben viveva sempre fra essi. In Italia la razza germanica, pure, avendo accolto la lingua romanesca, prevaleva intieramente sulla stirpe latina del paese, così che di sè riempiva città e province, e teneva in mano sua tutti gli officî più elevati nello Stato e nella Chiesa; per lo contrario Roma sola a buona ragione poteva rappresentare la nazione latina. Vero è che anche i Romani da lunghissimo tempo si erano meschiati di sangue coi Goti, coi Longobardi, coi Franchi e coi Bizantini, laonde vi aveva difficoltà sempre maggiore di scoprirvi dei pretti discendenti di famiglie antiche del patriziato e del ceto plebeo; nondimeno la razza romana aveva serbato un’impronta essenzialmente latina, e i nomi dei Romani serbavano a preferenza suono romano o greco, laddove nel resto d’Italia tutti i documenti storici sono pieni di nomi che hanno accento germanico con loro desinenze old, bald, pert, rich, mund, brand, e così via. Precisamente dopo di quella Costituzione, il sentimento di nazione prese fra’ Romani un novello impulso di vita, perocchè la distinzione recisa delle leggi desse unità, forza e rilievo alla cittadinanza romana. Con siffatto criterio il Papa e i Romani considerarono questa professione di leggi, mentre l’Imperatore intendeva col suo editto a dare guarentia e fortezza agli elementi germanici che s’accoglievano in Roma. Le Scuole di stranieri che erano nella Città, affermarono così la loro legge di origine; lo stesso fece con grande suo trionfo il monastero imperiale di Farfa, e financo singoli uomini tedeschi poterono far valere i loro statuti personali innanzi a’ tribunali romani. La miscela di nazioni recò del resto dei proseliti alle leggi; donne conjugate professarono la legge dei loro mariti, donne vedove poterono tornare a quella dei loro padri‍[74]. Rapporti di clientela operarono sì che alcuni uomini franchi o longobardi dichiarassero di sottoporsi al codice giustinianeo, e furono pertanto proclamati con gran solennità cittadini romani, avvegnachè tornasse a vivere il concetto della Civitas romana. Una formula compilata nel secolo decimo (e forse anche risale al secolo nono) determinava le maniere giusta le quali la persona doveva ottenere accoglimento nel numero dei cittadini romani e nella legge di Roma‍[75].

Gli statuti personali conseguirono dunque publico riconoscimento in Roma, mercè l’editto di Lotario; la legge salica e quella dei Longobardi acquistarono vigore nella loro cerchia rispettiva, ma il diritto romano fu e rimase pressochè universale, finchè più tardi un editto di Corrado II lo confermò a legge territoriale.

La Costituzione di Lotario conobbe la podestà temporale del Papa, avvegnachè espressamente comandasse ai Romani di prestargli obbedienza. A tôrre qualsiasi impedimento che sturbasse la elezione pontificia, si bandì che nessun uomo libero o servo potesse intendere a porre ostacoli all’elezione, ma che soltanto quei Romani, cui l’età conferiva il diritto di elettori, potessero eleggere il Pontefice: ai trasgressori di questa statuizione fu imposta la pena dell’esilio.

La elezione pontificia, che era atto di così grande rilevanza per Roma, ottenne veramente in questa guisa regolamento dalla podestà suprema, ma giova osservare che la Costituzione non determinava il modo con cui doveva comportarsi l’Imperatore in riferimento ad essa. Gli Imperatori pretendevano al diritto di darvi conferma; Odoacre, i Re goti, gli Imperatori bizantini avevano esercitato quel diritto, nè i Carolingi potevano rinunciarvi. Fu spesse volte messo in dubbio se la determinazione di quel rapporto risalisse ad un patto fra l’Imperatore e il Papa, che Lotario avesse conchiuso, ma, quantunque un solo Cronista ne parli, pur tutte le circostanze concorrono ad affermare che ciò avvenisse. Secondo quello Scrittore, il clero e il popolo dei Romani prestavano all’Imperatore questo giuramento:

«Per Iddio onnipossente, e per questi quattro Evangelî, e per questa croce del signor nostro Gesù Cristo, e per il corpo di Pietro santo, principe degli Apostoli, giuro che da questo giorno in poi, per tutto il tempo venturo sarò fedele ai signori e imperatori nostri Lodovico e Lotario, secondo le forze e l’intelletto mio, senza falsità o malizia, salva la fede che ho promesso al Pontefice apostolico: e giuro, che, secondo le forze e l’intelletto mio, io non consentirò che in questa sede romana la elezione pontificia avvenga con modo diverso da quello che impongono i canoni e il dritto, nè con mio consentimento l’eletto sarà consecrato papa se prima egli non abbia pronunciato in presenza del Missus imperiale e del popolo, il giuramento che il signore e papa Eugenio per bene universale ebbe prestato spontaneamente con sua scrittura‍[76]».

All’energica riforma delle cose giuridiche, e all’ordinamento di tutti i rapporti publici e personali, deve per certo aver susseguito un assestamento conforme del governo civico di Roma. E qui deploriamo il silenzio in cui si chiudono tutti i documenti riguardo ad un subbietto così importante come è questo delle prime relazioni del Papa con Roma, da dopo ch’ebbe fondazione la sua signoria temporale. I Romani mercè di un patto tenevano l’amministrazione cittadina per mezzo di loro magistrati? e questi com’erano eletti? si restaurava l’officio del Prefetto, si instituivano dei Consoli? Sventuratamente su tutto ciò non v’ha altro che buio, e soltanto non abbiamo dubbiezza di credere che qualche cosa di somigliante avvenisse, e che la Costituzione di Lotario concedesse diritti maggiori alle necessità cittadine, che si facevano ogni giorno più imperiose, affine di riconciliarle col Papato. Per lo meno, in favore di questa ipotesi parla il fatto, che per un lungo tratto di tempo dopo che si promulgò la Costituzione, non si rivelano moti di tumulto in Roma‍[77].

Talmente operò Lotario alla sua seconda venuta in Roma; e ciò che ei fece segna un’epoca storica. Dopo che i Romani ed il Papa ebbero giurato fede alla Costituzione, Lotario potè partirsi della Città con animo contento e, reduce in patria, ottenerne lode dal padre suo, lieto di quanto egli aveva fatto.

Eugenio II morì nell’Agosto dell’anno 827. Benedetto fu il suo breve reggimento; all’animo temperato di questo Papa la Città dovette in particolar modo la pace onde godè l’Occidente al tempo suo, ma sopra tutto ne andò debitrice a quella Costituzione carolingia che per la prima volta diede una specie di autonomia al popolo romano rincontro al Papato‍[78].

§ 4. Valentino I, papa. — Gregorio IV, papa. — I Saraceni s’avanzano nel mar Mediterraneo. — Fondano loro dominazione in Sicilia. — Gregorio IV edifica Nuova Ostia. — Decadimento della monarchia di Carlo. — Muore Lodovico il Pio. — Lotario regna solo imperatore. — Divisione dell’Impero a Verdun nell’anno 843.

A succeditore di Eugenio eleggevasi con voce concorde Valentino I, figlio di un romano Pietro che abitava nella via Lata; ma dopo soli quaranta giorni moriva. Allora fu fatto papa Gregorio IV, figlio di un romano Giovanni, cardinale di san Marco. La volontà del popolo costrinse lui, reluttante, ad accettare l’officio cui era eletto; ma egli non ricevette l’ordinazione se non allora che ebbe ottenuto la confermazione dall’Imperatore‍[79]. Sortiva illustri natali ed era bello di persona; se per genio non appartenne alla schiera dei Papi maggiori, fece ad ogni modo prova di operosità e di intelletto.

I tempi correvano allora fortunosi e minacciavano procelle terribili. A settentrione la giovane monarchia di Carlo vacillava per dissensioni della sua famiglia che presto dovea spegnersi; al mezzogiorno, Saraceni e Mauri, venendo d’Africa, di Candia e delle Spagne, si avanzavano sempre più poderosi nel mar Mediterraneo anelando di impadronirsi della penisola italica, sì come gli Arabi, fino dal principio del secolo ottavo, avevano fatto conquista delle Spagne. Già da lungo tempo i loro corsari incrociavano nelle acque del mar Tirreno, sorprendevano di botto le isole, e mettevano a sacco le marine della terraferma. Fin dall’età di Leone III avevano dato minaccia alle costiere romane, per guisa che questo Papa, d’accordo con Carlo, ivi aveva tenuto dei presidî: rimontano a quel periodo le prime costruzioni di torri erette a guardia delle spiagge del Lazio e dell’Etruria, seminate oggidì ancora di quei torrioni crollati, chè massimamente tutta Italia e tutte le sue isole sono da quel tempo in poi coronate di così fatte torri di vedetta. Omai nell’anno 813 i Saraceni assaltavano Centumcelle (Civitavecchia), saccheggiavano Lampadusa e Ischia, sbarcavano in Corsica e in Sardegna, e corseggiavano nelle acque di Sicilia‍[80]. La debolezza del Patrizio di colà, che governava l’isola per l’Impero di Bisanzio, ne accordava loro agio favorevole, tanto più dappoichè i Napoletani si rifiutavano di prestare al Patrizio l’ajuto delle loro navi, e le città commerciali di Amalfi e di Gaeta, che crescevano in bel fiore, seguivano soltanto a mala voglia le sue domande di soccorso.

Costretto a saziare i Saraceni a forza di tributi, il Patrizio nell’anno 813 avea comperato una tregua di dieci anni. Ma in sull’incominciamento dell’anno 827 una rivolta militare decideva delle sorti dell’isola. Eufemio generale siciliano, irritato da un’ingiuria fattagli dal patrizio Gregorio, si ribellava, uccideva quel nemico suo, e tentava di sottrarre la terra al dominio dell’Imperatore di Bisanzio. Però le soldatesche dell’armeno Palata, composte di genti che non erano siciliane, lo batterono e lo costrinsero a fuggire in Africa. Il traditore della patria proponeva a Ziâdet-Allah, signore di Kairewan, di conquistare l’isola, poichè ei bramava di acquistarsi titolo d’imperatore. Aséd-ben-Forât, vecchio cadì di quella città, ebbe la capitananza dell’impresa. Una flotta portava alle costiere di Sicilia Arabi (Saraceni), uomini di Barberia (Mauri), Maomettani fuggiti di Spagna, Persiani, tutto il fiore delle genti d’Africa, e nel giorno 17 del Giugno 827 sbarcavano a Mazara. Palata fu trucidato, i vincitori s’avanzarono fin sotto le mura dell’antica Siracusa, e poichè non poterono farne conquista, si gettarono su Palermo. Questa bella città cadde sotto il dominio dei Maomettani addì 11 di Settembre dell’anno 831‍[81].

Colla conquista di Sicilia cadde il baluardo che teneva remoto l’Islamismo dalle terre d’Italia. Di quell’ora i Maomettani penetrarono nella penisola, e le province meridionali di essa diventarono il campo sanguinoso su cui si combatterono fra loro gli Imperatori d’Occidente e d’Oriente e i Sultani d’Africa. Atterrivasi il Papa udendo che Sicilia era caduta nelle ugne dei nemici del Cristianesimo, i quali nella vicina Palermo avevano posta la sede di un reame arabo, donde volgevano i loro ceffi biechi e terribili verso il santo Pietro. Dalla parte di mare, Roma era tutto aperta al nemico; le fragili città di Porto e di Ostia, che da’ tempi di Belisario in poi erano cadute più sempre, non potevano opporgli impedimento se gli prendeva il capriccio di entrare nel Tevere. Nelle ruine di quelle castella poteva tenersi ancora un presidio romano, ma poichè gli abitatori, cacciati dalla paura, si diradavano ogni giorno più, era a temersi che quelle terre si facessero deserte. Ostia era allora animata di maggior vita che Porto, dacchè le poche navi che risalivano la corrente del Tevere fino a Roma, prendevano via dal braccio sinistro del fiume, il quale era ancor navigabile. Gli abitatori di quel luogo vivevano di pesca e di poveri traffici, nella malsana aria della maremma, in mezzo a ruderi di monumenti antichi, di terme e di teatri altra volta magnifici: ivi era la cattedrale consecrata alla vergine Aurea, contemporanea di santo Ippolito, e vi risiedeva il Vescovo di Ostia, che per ragguardevole dignità aveva privilegio innanzi agli altri sei Vescovi suburbicarî, perocchè fosse il primo fra tutti a consecrare il Papa‍[82]. Gregorio determinava di munire fortemente Ostia, ma la completa ruina della vecchia città gli persuadeva che meglio era erigerne una nuova‍[83]. Egli costruì dunque una città novella coi materiali di Ostia antica, i cui monumenti adesso ne andarono interamente distrutti; e la cinse di alte e solide mura sui cui merli furono collocati petrieri‍[84]. Come ebbe compiuta l’edificazione della città, il Papa dal nome suo l’appellò Gregoriopoli, ma poichè mal s’acconciava all’orecchio, il nome non si serbò. Ignoto è l’anno in cui Nuova Ostia si fondava; certo è che la sua costruzione avveniva tosto dopo che i Musulmani avevano conquistato Palermo.

Mentre dunque il progredire dei Saraceni incuteva grande spavento alla Cristianità, le sciagurate discordie dei successori di Carlo toglievano speranza che l’Impero ne movesse a difesa. Sembrava che il nuovo Impero romano fosse omai per dissolversi; la corona imperiale del suo gran fondatore si copriva di onta sul capo del figliuolo di lui, e le mani audaci dei suoi nepoti la insozzavano innanzi agli occhi del mondo. Dopo di Carlo tornavano i tristi tempi dei Merovingi; l’ambizione, l’avarizia e la dissolutezza, vizî dell’antica dinastia dei Franchi, corrompevano anche la nuova stirpe di Principi; ribelli al padre i figli, l’alto clero parteggiante fra quei delitti; veniva in aperto il vero stato di quell’età di barbarie. Un risorgimento artistico della cultura, quale si ripetè più tardi in condizioni simili di cose, aveva desto l’intelletto degli uomini, ma la persona umana del gran Carlo doveva ben presto paragonarsi ad un baleno, che squarciando la tenebra aveva illuminato un istante la terra, per indi lasciare dietro a sè nuovamente tenebra. Così fatta, per lo meno nell’aspetto della superficie, appare essere quell’età, sebbene la forza vitale che l’epoca di Carlo aveva infuso profondamente nel mondo, non potesse spegnersi mai più.

La Storia della Città non può rivolgere che un rapidissimo sguardo sulle tragiche lotte che si combatterono fra il padre e i figliuoli, tanto per non perdere di vista le fila che congiungevano Roma al rimanente del mondo‍[85]. Nell’anno 819, Lodovico, passato a seconde nozze, aveva sposato Giuditta, la bella figlia di Guelfo duca di Baviera, primo di questo nome, fatale anche nella storia d’Italia. Giuditta, nell’anno 823, gli partoriva un figliuolo che fu appellato Carlo; laonde se ne struggevano di dispetto i principi Lotario, Pipino di Aquitania e Lodovico di Baviera, i quali prevedevano gli intendimenti della matrigna maestra di raggiri. Si mutò la primitiva divisione dell’Impero, e il giovane Principe ne ebbe in dono una parte. Quindi s’inacerbirono vieppiù le ire. Fra il padre debole e dominato dal clero, e i figliuoli audaci, si frappose un ministro temerario, Bernardo duca di Settimania, ajo di Carlo, e, come l’odio andava buccinando, drudo della Imperatrice. I figliuoli cospirarono contro il padre. Nell’anno 830 scoppiava aperta rivolta; Lotario levavasi in arme in Italia, Pipino assaliva il padre in Francia, e, fattolo prigioniero, tutti e due lo premevano affinchè si seppellisse sotto un sajo di monaco. Egli resisteva. Il popolo lo riponeva sul trono; la discordia disuniva i fratelli, e l’uno giocava d’inganni contro all’altro. Nell’anno 833 tornavano uniti, e da tutte le parti correvano nuovamente alle armi. Si accampavano contro il padre in Alsazia nel «campo delle menzogne», dove Lotario chiamava o conduceva con sè il Papa perchè s’intromettesse paciero. I Franchi però videro in Gregorio IV un intruso che favoreggiava i disegni ribelli dei figliuoli; il vecchio Imperatore lo accolse innanzi alle fronti del suo esercito senza dargli segno di onoranza, e pien di sospetto; i Vescovi che parteggiavano per l’Imperatore (eglino combattevano ancora risolutamente contro la supremazia della cattedra romana) giunsero a protestare, che se il Papa fosse venuto per iscagliare la scomunica, se ne tornerebbe egli scomunicato. Gregorio, tutto smarrito, riedeva al campo dei fratelli; anche qui nulla conchiudeva, e finalmente facea ritorno a Roma «senza onore, e pentito d’essere andato»‍[86].

Il capo della Chiesa cristiana avea veduto co’ proprî occhi i figli ribelli trarre in prigionia ignominiosa il padre, dopo che lo avea diserto il suo partito corrotto; avea visto Arcivescovi e Vescovi farsi sostenitori di frivole cause politiche contro la ragione santa di natura; e poco dopo udiva che un concilio raccolto a Compiegne scagliava l’anatema contro l’Imperatore detronato. Del resto, assai equivoco era stato il suo tentativo di intromissione, e l’esito di esso sbassava la sua autorità. Chiamato all’opera più sublime che si comprenda nell’officio vero del sacerdozio, alla missione di ammansare le ribellioni della natura colle voci soavi dell’amore, a comporre la pace fra Principi e popoli, Gregorio IV dimostrò ch’ei non era capace di un còmpito così augusto, e che mirava da egoista soltanto al consiglio del suo tornaconto. Poichè non avea quella grandezza di sacerdote, che in una lotta così tragica avrebbe elevato il Papa al di sopra di tutti i Re, ne guadagnò il disprezzo di tutti i partiti, e dovette allentare le redini ai Vescovi, per guisa che perfino l’istituto del Papato sofferse per colpa di lui una gravissima sconfitta nelle sue relazioni morali col mondo.

Dopochè i fratelli s’ebbero spartito l’Impero, e furono venuti un’altra volta a discordia, dopochè coll’ajuto di Lodovico di Germania, l’Imperatore deposto fu di nuovo salito sul trono, Lotario venne in Italia. Il Papa, che non poteva approvare publicamente ciò che il Principe avea fatto, dovette in nome della Chiesa ammonire quell’empio figliuolo, e Lotario se ne vendicò sui beni della Chiesa, e perfino officiali suoi massacrarono delle genti del Papa. Lo sventurato imperatore Lodovico lo scongiurava di desistere da quelle male opere, e desiderava andarne in persona a Roma, alla tomba dell’Apostolo, per liberarsi del fardello di colpa e di disgrazia che gli pesava sul capo; ma poichè questo suo proposito non poteva condurre a compimento, mandava ambascerie al figliuolo ed al Papa. Gregorio spediva suoi nunzî in Francia, ma Lotario, impaurendoli, li respingeva, per modo che soltanto alla celata le lettere pontificie arrivarono di là delle Alpi. Sono questi i casi che avvenivano nell’anno 836, e la Cronica della città di Roma si chiude in un silenzio così impenetrabile, che lo Storico deve di gran voglia profittare di essi per riempierne il vuoto di questi anni.

L’infelice Lodovico morì addì 20 di Luglio dell’anno 840: sul trono di Carlo, salì allora, unico Imperatore, Lotario, cui, morendo, il padre aveva mandato la corona, lo scettro e la spada imperiale. Ma il fuoco che covava nel profondo dell’Impero, scoppiò tosto in gran fiamme, e un’orribile guerra civile incominciò, riuscendo inutili gli sforzi onde Gregorio cercò con suoi ammonimenti di farla posare. Dopocchè Lotario ebbe sfoderata la spada per difendere contro a’ suoi fratelli l’unità della monarchia, e poichè fu vinto nella omicida battaglia di Auxerre (addì 25 di Giugno dell’anno 841), i fratelli Lodovico il Tedesco e Carlo il Calvo convennero insieme a Strasburgo nell’anno 842, e si promisero amicizia con quel celebre giuramento che fu pronunciato in lingua tedesca e nella lingua neo-romana della giovane Francia‍[87]. I combattenti conchiusero finalmente a Verdun, nell’anno 843, un trattato che sanciva la partizione dell’Impero: per esso la monarchia di Carlo fu divisa nelle sue congregazioni nazionali di popoli, e Germania, Italia, Francia ne guadagnarono loro esistenza di vita individuale. L’imperatore Lotario toccò in parte tutti i regni italici colla «Città romana,» per guisa che egli nominò il figliuol suo Lodovico II a re d’Italia‍[88]. Tale fu dunque la forma che, trascorso appena il periodo di una generazione dalla incoronazione di Carlo, assunse l’Impero che il grande uomo aveva fondato a foggia di una teocrazia, ispirata ai principî del Cristianesimo.

§ 5. Fervore per il possedimento di reliquie. — Salme di Santi. — Loro traslazioni. — Caratteri dei pellegrinaggi di quell’età. — Gregorio IV riedifica la basilica di san Marco. — Restaura l’Aqua Sabbatina. — Costruisce la villa pontificia «del Dragone». — Muore nell’anno 844.

Allo Storico di Roma non soccorrono in questo periodo di tempo altre fonti che gli annali dei Cronisti franchi, scarsissimi di notizie, e le Biografie dei Papi, le quali in loro arido tenore registrano poco più che edificazioni e doni votivi. La è dunque disperata impresa quella di dare in qualsiasi modo una descrizione della vita civile di Roma a questa età; ma poichè essa è pur sempre tutto consecrata ai negozî di religione, potremo volgerci un tratto a esaminare di che foggia fossero siffatte condizioni di cose.

Roma continuava ad essere dispensiera di reliquie in tutto Occidente, come aveva fatto al tempo di Astolfo e di Desiderio. Un nuovo fervore passionato di certa specie di possedimenti che era stata ignota ai bei tempi antichi, la brama cioè di possedere cadaveri santi, s’era impadronita del mondo cristiano, e in quel tempo, che si faceva sempre più scuro di tenebre, era diventata un vero delirio. Chi vive ai nostri giorni non può che sentir compassione di quella età, in cui lo scheletro di un morto si levava sull’altare della gente umana, donde ne accoglieva le doglianze, i voti, le estasi che mettono ribrezzo. I Romani, che in ogni tempo seppero con intelletto pratico far loro pro delle passioni del mondo, esercitavano allora un vero traffico di cadaveri, di reliquie e di imagini di Santi; questo, come forse anche il commercio di vecchi codici, era tutta la loro industria‍[89]. La copia innumerevole di pellegrini che visitavano Roma, non volevano partire della santa Città senza recarne con sè qualche sacra ricordanza. Comperavano reliquie ed ossa delle catacombe, sì come i visitatori d’oggidì fanno acquisto di gioielli, di quadri e di lavori in marmo antico o moderno. Però non v’erano che Principi o Vescovi, i quali avessero potenza tanta da portarsi via dei cadaveri interi. V’avea in Roma dei preti che ne vendevano sotto mano, ed è facile imaginare di quali inonestà costoro si facessero lecite. I guardiani delle catacombe e delle chiese vigilavano notti affannose, come se avessero dovuto difendersi da assalti di jene, mentre ladri strisciavano di soppiatto tutt’all’intorno, e mille trappole mettevano in moto per giungere ai loro scopi di furto: ma spesso l’inganno vinceva gl’ingannatori, chè i cadaveri erano di Santi posticci e forniti di soprascritte inventate.

Nell’anno 827 alcuni Franchi rubarono gli avanzi dei santi Marcellino e Pietro, che furono trasportati a Soissons; nell’anno 849 un prete di Reims trafugava la salma di santa Elena, o qualche altro cadavere che egli spacciava per il corpo della madre di Costantino‍[90]: il possedimento di reliquie sante era tenuto per qualche cosa d’inestimabile, così che l’onta del suo ladroneccio andava coperta come se si fosse trattato di un pio inganno. Si procurava che i cadaveri strada facendo improvvisassero qualche bel miracolo, chè in tal guisa i Santi dimostravano di starsi contenti alla violenta mutazione di loro domicilio, e crescevano di prezzo. Sembrava che di questa guisa si rinnovassero le costumanze dei Romani antichi, i quali solevano recare con sè idoli di città straniere per collocarli nei loro templi. Il sentimento morale dell’uomo colto può sentir repugnanza a fissar l’occhio sulla desolante tristizie di questi tempi, ma lo Storico ha debito di considerare anche i lati tenebrosi della società di cui descrive la vita, per rallegrarsi colla gente umana che, procedendo nel suo cammino, si lasciò dietro le spalle cosiffatte miserie‍[91]. Spesso i Papi acconsentivano che Santi romani migrassero in altre terre, perocchè non mancavano città e chiese e principi, che fervidamente li assediassero di suppliche affinchè loro concedessero di sì segnalati favori. Allorquando si trasportavano fuor della Città di quei morti adagiati su carri splendidamente adorni, i Romani gli accompagnavano per un tratto di via con solenne corteo, tenendo cerei accesi in mano, e cantando inni religiosi. In tutte le terre da cui passavano torme di popolo correvano incontro al carro funebre, implorando miracoli, massimamente guarigioni di morbi; giunti poi al luogo di loro destinazione, fosse questo una città od un convento di Alemagna, di Francia o di Inghilterra, i morti erano festeggiati con grandi funzioni che duravano parecchi giorni. Quei raccapriccevoli corteggi trionfali movevano allora di sovente da Roma per le province dell’Occidente, e, passando dalle città e in mezzo a’ popoli, spandevano un’onda cieca di passioni superstiziose, a capire l’indole delle quali oggidì ci basta appena l’idea‍[92].

Giusto in questo tempo destarono d’ogni dove gran reverenza le traslazioni dei corpi di due celebri Apostoli, e se ne crebbe in tutti la smania di avere simiglianti tesori. Nell’anno 828 alcuni mercanti veneziani, in mezzo a molte avventure, recarono di Alessandria la salma dell’apostolo Marco, e la portarono alla loro città, di cui il Santo diventò il patrono‍[93]. Nell’anno 840, veniva a Benevento un altro Apostolo, san Bartolomeo, il quale lungo tempo prima avea avuto la valentia di passare a nuoto i mari, tuttochè chiuso nella sua urna di marmo, e delle Indie era giunto all’isola di Lipari. I Saraceni, amanti del buon vivere e della lieta ciera, non dividevano coi Cristiani la venerazione per le mummie, e, saccheggiando in quell’anno Lipari, avevano gettate le ossa del Santo fuor della sua tomba. Un eremita le raccoglieva, e le portava a Benevento, dove Sicardo, principe della terra, loro compose sepoltura nella cattedrale, in mezzo a giubilo indescrivibile‍[94]. Gli Italiani del mezzogiorno, già fin d’allora immersi nella più crassa superstizione, usavano a qualche occasione di morti Santi per farne delle proteste politiche. Nell’anno 871, i Capuani, volendo indurre a spiriti di mitezza l’animo di Lodovico II, movevano al suo campo portando sulle spalle il cadavere del loro santo Germano. L’ansiosa brama di possedere ossa di Santi non s’accoglieva in altri luoghi con più gran fanatismo di quello che fosse alla corte degli ultimi Principi longobardi che v’ebbero in Italia. Come nel secolo decimoquinto e nel decimosesto Papi e Principi andavano raccogliendo con fervida gara anticaglie e manoscritti, così Sicardo spediva suoi agenti in tutte le isole e in tutte le marine, perchè gli facessero incetta di ossa e di cranî e di scheletri interi e di altre reliquie, che egli ammassava nella chiesa di Benevento: così ei tramutava questo tempio in un museo di fossili santi, e possiam credere se i suoi uomini lo servissero per bene. Egli profittava delle sue guerre per estorcere cadaveri, sì come altra volta i Re avevano cavato tributi dai vinti; costringeva quelli di Amalfi a dargli la mummia di santa Trifonema, parimenti come il padre di lui, Sicone, animato di egual fanatismo, aveva obligato, nell’anno 832, i Napoletani a cedergli il cadavere di san Gennaro, che egli poi traeva con pompa di trionfo a Benevento in mezzo alla gioia inenarrabile delle genti‍[95].

A questo culto de’ morti si associava il grande via vai di pellegrinaggi, che allora, come nei secoli che vennero dopo, percorrevano d’un capo all’altro l’Occidente. È una legge di natura che gli uomini si muovano; guerre e negozî, traffici e viaggi hanno sempre uguagliato la vita della società alle correnti di un fiume, ma in quel tempo il moto pacifico dell’umanità consisteva generalmente in andare peregrinando, e più tardi ottenne il suo culmine nelle Crociate, massimo dei pellegrinaggi che abbia visto la storia del mondo. Vi prendevano parte genti di tutti i sessi, di tutte le età, di tutti i ceti; pellegrini andavano l’Imperatore e il Principe, il Vescovo e l’accattone; bambini, giovani, nobili, matrone, vecchi, tutti andavano all’ingiro con in mano il bordone e a piè scalzi. Questo impulso spandeva fra la gente umana un amore al romanzo, un desiderio allo strano e all’avventuroso. Roma, prima d’ogni altro paese, aveva destato vaghezza a questo moto di girovaghi, e lo aveva attirato entro le sue mura; nè cessarono le genti di indirizzarsi a quella volta, anche dopo che tanti e tanti sepolcri santi furono raccolti con cura nelle province dell’Impero, come a provvisione delle necessità più urgenti. Quasi da due secoli s’era raffermata la insana credenza che una pellegrinazione a Roma, alla città dei Martiri e degli Apostoli, recasse al possedimento immancabile di quelle chiavi che schiudevano le porte del paradiso. I Vescovi alimentavano questa fede, dappoichè erano essi che bandivano i pellegrinaggi. La credenza fanciullesca di quell’età, in cui non s’era peranco discoperto che le vie della espiazione siedono nell’intimo cuore degli uomini, ma si cercavano invece nelle pratiche esteriori, con un viaggio rivolto a qualche simbolo di salute corporeo e remoto, bastava a render beato il pellegrino virtuoso che in mezzo all’ira avversa degli elementi, fra i pericoli di strade mal sicure e tribolate di assalti nemici, in mezzo alle privazioni previste di un cammino lungo e faticoso, passava quasi attraverso di un purgatorio, prima che giungesse alla meta dove lo attendevano le misericordie della grazia. Ogni dolore che derivava da peccato o da sventura innocente, ogni forma di male terreno, perfino ogni delitto poteva volgersi a Roma colla speranza di esserne cancellato in quei luoghi santi o a’ piedi del Papa. L’immenso valore che la fede degli uomini attribuiva a quest’una città, a questa Roma, non ebbe mai più ripetizione di esempî, e neppur l’avrà. Ed in vero le genti d’allora dovevano reputare ventura benedetta che, in una età di rotta e feroce barbarie, vi avesse un cosiffatto santuario di pace e di riconciliazione. Turbe innumerevoli di pellegrini movevano a Roma; vere migrazioni di popoli incessantemente valicavano le Alpi o venivano da mare, tutte a Roma, trattevi da un impulso morale. Ma la virtù afflitta o pavida del pellegrino era troppo di sovente costretta a camminare a fianco del vizio sfrontato e del furbo raggiro; e mentre procedeva lungo la via della salute, era condannata dal contatto infetto a seguire essa medesima la empietà. La comunanza depravatrice con uomini che avevano infranto ogni vincolo di famiglia, le avventure e le seduzioni che s’incontravano lungo il viaggio, le arti della corruzione in mezzo alle dissolute città del mezzogiorno, contaminavano l’onestà di un grandissimo numero di giovinette; e molte donne che erano partite dal loro paese pudiche fanciulle, e vedove e monache caste, nell’intendimento di render più forti i loro voti di purezza sulla tomba del san Pietro, tornavano femmine traviate ai loro luoghi natii, seppure non si fermavano nella ridente Italia, cortigiane in titolo alla corte di qualche giocondo cavaliere‍[96].

Ogni giorno turbe di pellegrini si rovesciavano dentro alle mura di Roma. All’occhio di chi li mirava alcuni di essi offrivano l’aspetto di uomini veramente pii, ma altri mettevano spavento con loro figure miserabili e feroci, e molti di loro erano macchiati dei più orrendi delitti. I principî sui quali ha fondamento la nostra società impongono di sottrarre il delinquente agli occhi degli uomini, di separare gli onesti dal suo contatto, di lasciarlo solo alla sua pena, al suo emendamento; nel medio evo invece avveniva tutto l’opposto. L’uomo colpevole era di proposito mandato in mezzo al mondo, provveduto di un’attestazione del suo Vescovo che apertamente lo proclamava assassino o reo di delitti di sangue, e gli prescriveva il suo viaggio, i modi e la durata di questo, ma in pari tempo lo muniva di diritti. L’uomo viaggiava col suo delitto patentato dalla scritta del Vescovo, come se questa fosse un vero passaporto datogli dal magistrato, ed ei la mostrava lungo il suo cammino a tutti gli Abati ed ai Vescovi dei luoghi pei quali passava. A queste lettere, che teneva a sua condanna e a sua raccomandazione, il peccatore andava debitore di accoglienze ospitali, così ch’ei poteva, senza darsi un pensiero al mondo, peregrinare di stazione in stazione fino al santuario, che gli era statuito a meta del suo cammino‍[97]. Il codice penale del medio evo è una contraddizione vivissima di barbarie brutale e di mitezza da angeli. Le dottrine eccellenti per cui il Cristianesimo insegna di usar carità a chi falla, e di aprire con amorevolezza la via della riconciliazione al peccatore, cozzavano con grande contrasto contro l’ordinamento della società civile. Quella stessa età, che per decreto di sacri sinodi faceva martoriare o svellere gli occhi ai rei di maestà, o a vitupero li faceva attraversare le città a bisdosso di un asino scabbioso, dava in mano un passaporto di pellegrino a chi aveva ucciso suo padre o sua madre, e impediva alle furie che lo perseguitassero come avevan fatto di Oreste. Roma, grande refugium peccatorum, dava accoglimento a tutti i delitti che mai abbiano avuto un nome e una forma; e nelle chiese o nei loro vestiboli si vedevano entrare ed uscire assassini, avvelenatori, ladri, truffatori d’ogni maniera e d’ogni paese. La storia dei pellegrinaggi di quell’età ben ne potrebbe formare la storia criminale, ma noi di buon grado tralasciamo di leggerne le pagine tristi. Spesso s’incontravano figuri spaventosi: uomini che, a somiglianza dei penitenti dell’India, portavano addosso catene, altri mezzo nudi con un pesante anello di ferro intorno al collo, o con un cerchio di ferro ribattuto intorno al braccio. Erano uccisori di loro genitori, di loro fratelli o di loro figli, cui un Vescovo aveva imposto di peregrinare a Roma in quella foggia. Con gemiti e con grida si prostravano davanti alle tombe, si flagellavano, dicevano orazioni, andavano in estasi, e talvolta riusciva alla loro maestria di far cadere in pezzi i loro anelli di ferro innanzi ad una cripta di Martiri. Chi potrebbe negare che in mezzo a questi uomini vi fossero anche dei peccatori veramente contriti, ma chi può non anco credere che fra essi vi fossero altrettanti, e più ancora, di indegni furfanti? Poichè la penitenza di un delitto offeriva in pari tempo un brevetto di buon trattamento, non di rado avveniva che dei mariuoli, i quali non avevano mai ucciso nè padre, nè madre, nè anima nata, si coprivano colla maschera della scelleratissima opera, soltanto per avere occasione di viaggi avventurosi e di trufferie profittevoli a’ loro guadagni. Nudi, coperti di ceppi di ferro, essi movevano con falsi salvocondotti attraverso i paesi, soltanto per destare la irragionevole compassione degli uomini, e per cibarsi a spalle altrui nelle abbazie o negli alberghi di pellegrini. Molti la facevano da ossessi, passavano per le città trinciando in aria dei gesti stravaganti, si prostravano innanzi le imagini dei Santi nei conventi, e mentre, al vederle o al toccarle, tutt’a un tratto tornavano ai sensi o ricuperavano la favella, ciuffavano non pochi donativi ai frati tutto lieti dell’accaduto, e indi se ne andavano ridendo della burletta, per continuare altrove le loro ciurmerie‍[98]. Non in Roma soltanto, ma anche in altri paesi vedevansi di questi spettacoli; sennonchè la santità delle tombe dei Martiri, e in pari tempo la lontananza della Città, per cui maggiore era la penitenza del viaggio, dovevano far sì che Roma vedesse capitar il maggior numero di quelle genti dentro delle sue mura. Il culto delle reliquie non ha accusatori più terribili della immoralità e della menzogna che, durante il medio evo, ne furono le conseguenze.