78. Anastas., Vita Eugen.: Hujus Pontificis tempore ubertas non modica totam non solum Romam, sed etiam pene totum invaserat orbem (affè che è un bel latino come se lo parlasse un Saraceno!) Maxima autem pax — nam ipse — pacis amicus. La Biografia di Eugenio si comprende in un sol paio di righe.
79. Sed non prius ordinatus est, quam legatus imp. Romam venit, et electionem populi, qualis esset, examinavit: Einh., Annal., a. 827. È il passo da cui si trae la probabilità che Lotario ordinasse quei rapporti con un suo decreto.
80. Leone III, ep. 4, scrive a Carlo: Littoraria nostra et vestra ab infestatione paganorum — tuta reddantur atque defensa. Il solo Einh., Annal. a. 813, parla della devastazione di Centumcelle. — Nell’anno 812 scriveva Leone III (ep. 8): ingressi sunt in insulam quandam, quae dicitur Isola majore, non longe a Neapolit. urbe miliaria XXX. Con questo nome si appellava fin d’allora in lingua volgare l’antica Aenaria. — La difesa di Corsica era stata affidata al conte Bonifacio di Lucca. — Di già Leone III adopera i nomi di Mauri, di Agareni (figli di Agar) e di Saraceni, quest’ultimo interpretato in varie guise e adottato dagli Italiani (Vedi il D’Herbelot a questo vocabolo).
81. Vedi la Storia dei Musulmani di Sicilia di Michele Amari (Firenze 1854), opera ricchissima di pregî, che al lume delle fonti arabiche corregge i perdonabili errori di Leone Africano, del Facello e del Martorana.
82. Così per lo meno in tempo più tardo, e ben anche allora. Ep. Hostientis qui debet consecrare et benedire Apostolicum prae omnibus aliis, dice Giovanni Diacono (Mabillon, Mus. It., II, 566), e dipoi enumera nella loro serie i Vescovi di santa Rufina, di Porto, di Albano, di Tusculum, di Sabina e di Preneste.
83. Vita Gregor. IV, n. 476: fecit — in praedicta civitate Ostiensi civitatem aliam a solo. — Tuttavolta, Nuova Ostia non fu edificata sul suolo dell’antica, ma in vicinanza. Similmente, intorno all’anno 841, furono abbandonate le ruine della vecchia Capua, e poco dopo sorse Capua la nuova. — Negli escavi di questi anni furono dissotterrati molti avanzi di Ostia antica, massimamente la via dei sepolcri: sembra che di quella terra classica sia per sorgere un’altra Pompei.
84. Eccone le precise parole: portis simul, ac seris, et catharactis — et desuper petrarias nobili arte composuit, et a foris — altiori fossato praecinxit, ne facilius muros contingere isti valerent.
85. La più profonda esposizione di questo rivolgimento dell’Impero franco è data da Ernesto Dümmler, Storia dello Impero dei Franchi orientali, Berlino, 1862.
86. Thegan., c. 42; Astron. c. 48; Si excommunicans adveniret, excommunicatus abiret. La Vita Walae, II, c. 16, narra che il Papa crucciavasi in grandi angustie, perocchè i Vescovi volevano deporlo (quod eundem apostolicum, quia non vocatus venerat, deponere deberent): perciò la fazione opposta lo confortava con proteste di devozione. Il Mansi, XIV, 521, ha una lettera di Gregorio ai Vescovi di Francia, in cui il Papa protesta che è memore del giuramento prestato all’Imperatore, ma che reputa dover suo di rimproverarlo di ciò che egli avea fatto contro l’unità e la pace della Chiesa. — Vedi il Gieseler, St. eccl. II, 1, 47. — Il Nithard, Hist., I, c. 4 dice espressamente che i figli ribellati guadagnarono alla loro causa il Pontefice: magnis precibus in supplementum suae voluntatis assumunt, e soggiunge: itineris poenitudine correptus tardius quam vellet Romam revertitur. Gli Annal. Bertin. narrano che Lotario lo aveva condotto con sè.
87. Il giuramento è riferito dal Nithard, III, 5. Il tedesco incomincia così: In Godes minna ind in thes christianes folches ind unser bedhero gehaltnissi, fon dhesemo dage frammordes, — voci belle della lingua bambina e ricche di vocali che nel suono si avvicinano al linguaggio romanesco. Il giuramento in francese principia: Pro Deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, dist di in avant. — Neppur gli Italiani hanno un documento di loro «lingua volgare» di quel secolo, e nemmeno del secolo successivo.
88. Omnia regna Italiae cum ipsa Romana urbe, quae et modo ab omni sancta ecclesia propter praesentiam apostolorum Petri et Pauli speciali quodam veneratur privilegio, et quondam propter Romani nominis invictam potentiam orbis terrarum domina dicta fuerat: così Regino, abate di Prüm, nella sua Cronica (a. 842) esprime il concetto di Roma.
89. Ancor in tempi più tardi la satira dei Tedeschi ne sbeffeggiava Roma:
Truncasti vivos crudeli vulnere sanctos:
Vendere nunc horum mortua membra soles.
(Epigramma su Roma, nel Cod. Udalrici XXI.)
90. Per lo più erano i Franchi che facevano di tali ruberie; se fosse vissuto nel secolo nono o nel decimo, Napoleone avrebbe imposto a Roma un tributo di cadaveri. — I Cronisti raccontano dell’arrivo dei santi Marcellino e Pietro in Aquisgrana (Annal. Xant. e Astron., c. 41). Sigberto afferma che il corpo di santa Elena era deposto nella chiesa di questi Martiri, ma il Baronio, ad a. 849, dice che v’era un’antica controversia fra i Latini e i Greci sul suo possedimento: anche i Veneziani vi pretendevano. I Francesi sostenevano perfino di possedere la salma di Gregorio I e quella di san Benedetto.
91. Però non da molto tempo. Nell’anno 1635, il Bonfante publicò il suo Triumpho de los Sanctos del Reyno de Cerdena, che è una raccolta delle antichissime iscrizioni cristiane di Sardegna. In ogni luogo in cui egli trovò le sigle B. M. (Bene Merens), le spiegò per Beatus Martyr, e creò di tal guisa più di trecento Santi. Si sparse il grido di questo tesoro; la città di Piacenza volle averne una parte, e i Sardi magnanimamente le regalarono venti Martiri che essa andò a torsi con grandissima allegrezza. Perfino il Campi, storico della Chiesa di Piacenza, giubilò di un così prezioso favore della grazia divina, finchè quei morti subirono la sezione anatomica dalla ragione critica. Vedasi la Diss. 58 del Muratori.
92. Per averne un esempio, si legga la Translatio S. Alexandri nel Monum. Germ., II, e la Einhardi Hist. Translatt. SS. Marcell. et Petri, Act. SS. Juni, 2, p. 201. Nell’anno 836 si rubava a Ravenna il cadavere del vescovo Severo, e si trasportava dall’arcivescovo Otgero a Magonza.
93. Santi diventarono patroni di città. Roma levò san Pietro e san Paolo sulle sue colonne; Venezia inalberò il leone di san Marco, Genova san Giorgio. Marco compiè da morto il suo più splendido miracolo coll’edificazione della magnifica chiesa di Venezia che ebbe incominciamento nell’anno 976.
94. Leo Ostiens., I, c. 24. — Esaminai a Monte Cassino due codici di leggende (n. 139 e 149), che sono della fine del secolo undecimo: narrano della traslazione di san Bartolomeo a Lipari e a Benevento; ma rilevai che nulla dicono del fatto che il Santo, ai tempi del secondo e del terzo Ottone, fosse trasportato a Roma nell’isola Tiberina.
95. Anon. Salern., c. 49.
96. Già nell’anno 744, Bonifacio arcivescovo di Milano scrive a Cutberto di Canterbury affinchè il Sinodo voglia divietare a donne e a monache (velatis feminis) illud iter et frequentiam, quam ad Romam civitatem veniendo et redeundo faciunt quia magna ex parte pereunt, paucis remanentibus integris. Perpaucae enim sunt civitates in Longobardia, vel in Francia, aut in Gallia, in qua non sit adultera vel meretrix generis Anglorum: quod scandalum est, et turpitudo ejus Ecclesiae. — Il Sinodo di Friuli dell’anno 791 (Canon. XII) proibì alle monache di peregrinare a Roma. Vedasi la Diss. 58 del Muratori.
97. Fra le Formulae veteres, che sono aggiunte al formulario Marculfi Monachi (Parigi 1613), leggesi al Lib. V, 214, la Tractoria pro itinere peragendo, il passaporto del peccatore dato dal Vescovo ad un penitente: de hoc vid. facto quod instigante adversario — proprium filium suum, sive nepotem — interfecerit. Poichè l’assassino era costretto a peregrinare tanti e tanti anni (si numeravano), non gli si neghi mansionem et focum, panem et aquam: il pellegrinaggio pertanto era adesso subentrato al guidrigildo degli antichi Germani per i rei d’omicidio. — Gli ambasciatori in viaggio ricevevano un trattamento qualche poco migliore di quello dei penitenti. Vedi la Tractoria legatorum, p. 33, n. XI, e il lungo elenco delle vivande di loro mensa.
98. Già Carlo aveva bandito una legge per reprimere queste trufferie: Capitulare n. 45, da Aquisgrana, dell’anno 802: ut mangones et cociones et nudi homines qui cum ferro vadunt non sinantur vagari et deceptiones hominibus agere. Mon. Germ. III, 100. Muratori, XXIII Dissert., su questo argomento.
99. Nella tribuna erano scritti questi distici:
Vasta tholi firmo sistunt fundamine fulcra,
Quae Salamoniaco fulgent sub sidere ritu.
Haec tibi proque tuo perfecit praesul honore
Gregorius Marce eximio cui nomine Quartus.
Tu quoque posce Deum vivendi tempora longa
Donet, et ad coeli post funus sydera ducat.
100. Formam, quae Sabbatina nuncupatur, quae jam perplurimos annos contracta — videbatur — sicut a priscis fuerat aedificata temporibus, ita quoque eam — noviter aedificare — nisus fuit: Anastas. n. 467.
101. Anast. n. 478. Che fosse situata lungo la via Portuense, lo deduco dalle cure operose che il Papa rivolse al territorio del basso Tevere.
102. Anast. ibid: in curte, quae cognominatur Draconis, domum satis dignam etc. In qua tam ipse, quamque etiam futuri Pontifices cum omnibus, qui eis obsequuntur, quamdiu eis placuerit ibidem statiose immorari valeant. Le Domus cultae qui hanno appellazione di curtes — Il Nibby, Annal. de’ dintorni di Roma, I, 553, la cui narrazione deesi completare con questo passo, registra il fundus Draconis e le odierne tenute dette «Dragone» e «Dragoncello», in quelle terre circostanti.
103. Martino Polono favoleggia che egli si appellasse Os Porci e che perciò, primo dei Papi, cambiasse di nome. Fu soltanto Giovanni XII, che principiò a mutar nome.
104. Anast. in Sergio II, n. 484. Gli Annal. Bertin., ad a. 844, danno espressamente come motivo della venuta di Lodovico: ne deinceps decedente apostolico quisquam illic praeter sui (imperatoris) jussionem missorumque suorum praesentiam ordinetur antistes.
105. Pontifex a quibusdam audierat, quod in hanc famosissimam Urbem hospitalitatis causa introire voluissent, sed munitis clausisque portis, ut fieret minime concessit: Anast., n. 485. Non v’ha dubbio che esisteva un patto mercè cui non era permesso all’esercito imperiale di pigliar quartiere in Roma. Anche i Romani antichi non vollero tollerare che soldati ponessero alloggiamento nella Città.
106. Dacchè Lodovico era di già re dei Longobardi, la sua incoronazione non poteva essere dappiù che benedizione. «Non aveva il Papa alcun diritto per coronare un re d’Italia», osserva a questo punto assai giustamente il De Meo, Apparato cronolog., p. 90.
107. Quia si vultis, Domino Lothario magno Imperatori hoc sacramentum, ut faciant solummodo consentio, atque permitto. Non Hludovico ejus filio, ut hoc peragatur nec ego, nec omnis Romanorum nobilitas consensit: n. 487.
108. Tunc vero laeti omnes cum conjugibus, ac liberis. Senatus Populusq. Romanus (questi concetti come l’altro di Quiritum Principes diventano adesso frequenti) ingenti peste liberati, et jugo tyrannicae immanitatis redempti, sanct. Sergium Praesulem velut salutis auctorem ac restitutorem pacis venerabantur: n. 489. Qui il Lib. Pontific. interrompe le sue preziose notizie, e di nuovo non fa che registrare doni votivi.
109. Della resistenza opposta dalle Scuole di stranieri dice la Histor. Ignoti Cassin. (Cam. Peregrin. IX, e completamente nei Mon. Germ. V): Saraceni ingressi Romam, Oratorium totum devastaverunt b. Princ. Ap. Petri, beatique et Eccl. Pauli, multosq. ibidem peremerunt Saxones, aliosque quam plurimos utriusque sexus et aetatis. Mi riporto inoltre all’iscrizione del san Michiele in Sassia che può servire come tradizione, e di cui feci nota nel Vol. II, a pag. 486.
110. Anast., Vita Benedicti, n. 576, fa menzione di un pharum cantharum argenteum sedentem in pedibus quatuor a Saracenis ablatum. Anche dai Romani si perpetravano ladronecci. Al tempo di Pasquale I s’era rubata dal Laterano la croce d’oro di Carlo (Vita Leonis, n. 502). Può darsi che anche una parte dei tesori del san Pietro fosse custodita nello scrigno Lateranense, e che perciò sfuggisse ai predoni.
111. Un emiro cacciò la lancia nel volto del Salvatore che era dipinto nell’abside, e dalla ferita sgorgò sangue: così narra Benedetto da Soratte, c. 25, più di mille anni dopo. Egli fa che i Saraceni ballino loro ridde all’intorno dell’altar maggiore: veniente juxta altare barbari giro ballantes manibus.
112. Portas quas destruxerat Saracena progenies, argentoque nudarat: Anast., in Leone IV, n. 540. Ablatis cum ipso altari, quod tumbae memorati apost. principis superpositum fuerat, omnibus ornamentis atque thesauris: Annal. Bertin., a. 846.
113. Anast., in Bened. III, n. 568: Pauli ap. sepulcrum, quod a Saracenis destructum fuerat. — Si fa menzione chiaramente del saccheggio delle due basiliche in questi passi: Vita Leon. IV, n. 495: Ecclesiae b. Petri et Pauli a Saracenis funditus depredatae. — Joh. Diacon., Chron. Neap. (Muratori, I, p. 2, 315): Africani — Ecclesias apostolor. — deripuerunt. — Historiola Ignoti Cassin.: Annal. Farf. (Mon. Germ. XIII, 588); Leo Ostiensis, I, c. 27. — Gli Annal. Xant., a. 846, e gli Annal. Weissenb., a. 846, tacciono del san Paolo. Cosa meravigliosa è che il Lib. Pontif. se la cavi con un paio di parole su questi avvenimenti.
114. Bened., Chronic., c. 26: Guido batte i Saraceni a portas Sassie civitas Leoniana, e a pontes S. Petri: di certo a quel tempo non esisteva ancora la città Leonina. Della sconfitta di Lodovico dice: propter hoc populi Romani in derisione abuerunt Franci, usque in odiernum diem. Della disfatta dei Franchi (al 4 Id. Nov.) racconta anche il Chron. Casin., c. 9, ma dice che avveniva in vicinanza di Gaeta. Martino Polono trascrive la narrazione di Benedetto quasi in compendio, un onore che pare non debba più toccare alla Cronica di Soratte. Vedi altri passi nel Dümmler, Storia dello Stato dei Franchi meridionali, I, 289 e segg.
115. Annal. Bertin., a. 847. La scarsa Vita Leon. IV, n. 497, narra parimenti del naufragio, e lo paragona alla punizione che toccò a Faraone.
116. Il suo epitaffio leggesi nel Baronio, ad a. 847. Monumento di lui in Roma è la basilica dei santi Silvestro e Martino, di cui era stato cardinale: egli la edificò a nuovo e la ampliò con un chiostro, ma questa antichissima chiesa è oggi assai mutata, e i musaici di Sergio non esistono più.
117. Anast., Vita Leonis IV, n. 497. Incerto è il giorno della ordinazione. I decreti riportati da Graziano, non dimostrano, come il Baronio opina, che Leone IV abbia contestato il diritto dell’approvazione imperiale.
118. Reputo che le abitazioni dei pellegrini fossero coperte di embrici di legno. Già negli editti di Rotari compare la voce scandulum. In diplomi dell’abazia di Farfa del secolo decimo trovasi spesso menzione di casa scandalicia o scindolica, ad esempio: una domo solorata scandalicia, e precisamente nel campo di Marte. I Romani, nel loro tempo barbarico, imitarono dai Germani le costruzioni in legno.
119. Anast., n. 505.
120. Apostolicus — cum magno armatorum procinctu — Ostiam properavit: Anast., n. 522. Questi armati erano genti romane, perocchè i Napoletani non si lasciassero entrare nella Città. Più addietro dice: excitavit Deus corda Neapolitanorum, Amalphitan., Cajetanorumque, ut una cum Romanis contra Saracenos insurgere ac dimicare fortiter diluissent. Perciò dice Sigberto, Chron., a. 849: Romani instantia Leonis papae, auxiliantibus sibi etiam Neapolitanis, eos (sc. Saracenos) bello excipiunt.
121. Ut de recepto triumpho nomen sanctum tuum in cunctis gentibus appareat gloriosum. Vedasi quanto luogo s’avessero sgombrato nella vita della gente umana, le figure simboliche di san Pietro e di san Paolo. Anastasio racconta questi fatti colla convinzione di un testimonio oculare.
122. Aliquantos etiam nos ferro constrictos vivere jussimus — et post haec ne otiose, aut sine angustia apud nos viverent aliquando ad murum, quem circa ecclesiam b. ap. Petri habebamus inceptum, aliquando per diversa artificum opera quicquid necessarium videbatur, per eos omnia jubebamus deferri: Anast. n. 524.
123. Super his novis, mysticisque miraculis: quest’è il linguaggio dei Romani cristiani. — Ivo, Decr., X, c. 83, e Graziano, Decr. II, 23, VIII, c. 8, riportano un frammento di lettera indiritta da Leone all’Imperatore, che il Guglielmotti, Storia della Marina Pontificia, I, Roma, 1836, riferisce alla battaglia di Ostia. È pur cosa mirabile che un pacifico frate domenicano abbia scritto la storia della marineria pontificia, delle navi da guerra di san Pietro.
124. Anast., n. 516. Il Muratori, ad a. 849, erroneamente dice che questa torre si elevasse a Porto. Ancor ne la vide Flavio Blondo (Roma Instaur., I, 37), ed anche il Torrigio (Le sacre grotte, pag. 524).
125. Civitatem, quam Leo P. III — aedificare coeperat, et cujus multis jam in locis fundamenta posuerat, licet post suum transitum a quibusdam ablata fuissent hominibus, ita ut nec aditus appareret ubi prius inchoationem praefatus habuerat murus: Anast., n. 532.
126. Ut de singulis civitatibus, massisque universis publicis, ac Monasteriis per vices suas generaliter advenire fecisset, sicut et factum est. Nel vol. II, a pag. 447, parlando di Capracorum, ho fatto menzione dell’inscrizione che a questa edificazione si riferisce. Allorquando Gregorio IV costruì le mura di Ostia, egli si accollò partem quandam murorum non modicam cum suis hominibus quasi in sortem: Anast., n. 476. Devesi intendere che le singulae civitates fossero del Ducato.
127. Anast., n. 534: Super posterulam, ubi mirum in modum castellum praeeminet, quae vocatur S. Angeli: così dunque omai nel secolo nono si appellava la tomba di Adriano. Da questa posterula, ancora ai tempi di Fulvio, s’entrava nei prati del Vaticano. Le costruzioni di Alessandro VI la fecero scomparire, ma si serbò il nome di «Porta di Castello», ed oggidì è attribuito ad una porta ossia arcata che ivi è nel muro. — Il nome Viridaria si spiega dalla vicinanza degli orti pontificî. Il Bunsen (Descrizione della città di Roma, II, 1, p. 34) vuole riconoscere la porta antica in quella di Alessandro VI, che oggidì è murata.
128. Super posterulam aliam, quae respicit ad Scholam Saxonum. I Mirabilia non parlano di questa porta, ma delle due altre. La Graphia non ne nomina alcuna; l’Anon. Magliabech. cita la Viridaria e la Melonaria (per Porta Castelli). Anche il Cod. Vatican. 3851 (è una descrizione regionale compilata nel secolo duodecimo o nel decimoterzo) parla di due sole porte: Civitas Leoniana habet turres XLIIII, propugnacula MCCCCXLIIII, portas duas. Un altro Cod. Magliab. (n. 24, XXII, del principio del secolo decimosesto) ha conoscenza della porta di Santo Spirito, ma denota la Porta Cavalleggieri per posterula Saxon. Si rammenti che anche il muro dell’Adrianeo aveva una porta (S. Petri o Aenea). Più tardi si aprirono nella città Leonina tre nuove porte: porta Pertusa sulla cima del Vaticano (oggi murata), Cavalleggieri (che all’età di Fulvio era detta «del Torrione» dalla torre di Leone che ancor dura), e la porta Fabrica oggi murata, per guisa che la città Leonina contava sei porte; sette con quella dell’Adrianeo.
129. Il Papa orò in prima dinanzi alla porta maggiore: ... Deus — hanc civitatem, quam novi ter te adjuvante fundavimus, fac ab ira tua in perpetuum manere securam, et de hostibus, quorum causa constructa est, novos ac multiplices habere triumphos. Indi pregava a porta S. Angeli e per ultimo alla posterula (Anastasio). Il Platina scambia queste preci super portam per vere inscrizioni.
130.
Qui venis ac vadis decus hoc adtende, viator,
Quod Quartus struxit nunc Leo Papa libens.
Memoria praeciso radiant haec culmina pulchra
Quae manibus hominum facta decore placent.
Caesaris invicti quod cemis iste Hlothari,
Tantum Praesul ovans tempore gessit opus.
Credo malignorum tibi nunquam bella nocebunt,
Neque triumphus erit hostibus ultra tuis.
Roma caput orbis, splendor, spes, aurea Roma,
Praesulis ut monstrat en labor alma tui.
Civitas haec a Conditoris sui nomine Leonina vocatur.
131.
Romanus, Francus, Bardusque viator et omnis
Hoc qui intendit opus cantica digna cantet;
Quod bonus Antistes quartus Leo rite novavit
Pro patriae ac plebis ecce salute suae.
Principe cum summo gaudens et ovans per annos
Quos veneranda fides nimio devinxit amore
Hos Deus omnipotens perferat arce poli.
Civitas Leonina vocatur.
Le due inscrizioni sono riferite nel Muratori, Dissert. XXVI, colle varianti del Cod. Passionei da me adottate; trovansi anche nella Roma subterr., II, c. 8. La seconda inscrizione nel quinto verso direbbe: Haec cuncta Joannes, con che Giovanni VIII avrebbe dato compimento alla città Leonina, come osserva il Muratori: ma Anastasio dice che essa fu da Leone undique consumata. A vece di cuncta Joannes propongo la dizione: junctus in annos. Il De Rossi (Le prime raccolte, p. 98) propone: cuncta Hlotharo.
132. Afferma il Bunsen che Leone avesse dato sede a’ Côrsi nella città Leonina: forse lo trae dal Blondo, I, 13, il quale dice: «e la empì di Côrsi.» Però non si fa menzione mai di una Scuola o di una chiesa di Côrsi nella città Leonina. Trovo per la prima volta fatto cenno della nuova città nel Dipl. XIII raccolto dal Marini, a. 854: Infra hanc nostram nova civit. Leonina.
133. Il praeceptum pontificale conteneva la statuizione così dei diritti dei Côrsi che dei loro oblighi in servitium b. Petri. I terreni erano stati per la più parte beni della Camera pontificia, alcuni in possesso di conventi e di uomini privati. Si noti la piega di questo discorso: pontificale eis, quod secundo promiserat ob serenissimorum Lotharii et Ludovici majorum Imperatorum, suamque simul mercedem, perpetuamque memoriam, praeceptum emisit.
134. Anastas., n. 548: cui ex nomine proprio Leopolim nomen imposuit.
135. Muratori, Annal., ad a. 854, e l’Holstein, annot. al Cluver. Il Frangipani, Istoria di Civitavecchia, riporta l’opinione di Scrittori posteriori, secondo la quale la novella città avrebbe avuto nome di Circella, e Leopoli sarebbe stata Corneto: egli crede che gli abitatori di Leopoli sieno ritornati a Centumcelle intorno all’anno 940. Il Guglielmotti, I, 42, assume per data l’anno 889, e opina che Centumcelle fosse distrutta nell’anno 829, ma, computati i quarant’anni di esilio e la fondazione di Leopoli avvenuta nell’anno ottavo del pontificato di Leone IV, ne risulta l’anno 813. Annal. Einhardi, ad a. 813: Mauri Cemtumcellas vastaverunt. Anastasio tace che i Mauri ponessero sede nella ruinata città.
136. Anast., n. 541, la appella: S. Dei Genitricis Mariae super Scholam Saxonum.
137. Vedi il vol. II, a pag. 486 di questa Storia.
138. Portas — multisque argenteis tabulis lucifluis salutiferisque historiis sculptis decoravit: Anast., n. 540. I predicati officiali: mirae magnitudinis et pulchritudinis, inclyta operatione celatum, ch’egli d’ordinario attribuisce ai sacri arredi, non sono fuor di luogo.
139. Al ricamo delle stoffe, talvolta appellato opus plumarium, attendevano certamente degli artefici in vicinanza al san Pietro, sì come i musaicisti fanno oggidì nella fabbrica dei musaici. La Cronica di Farfa, pag. 469, fa cenno al secolo decimo di una siffatta fabbrica, nella quale erano impiegate delle giovani donne: Curtem S. Benedicti in Silva Plana, ubi fuit antiquitus congregatio ancillarum, quae opere plumario ornamenta ecclesiæ laborabant. Di mantelli a cappa di foggia romana (cappae romanae) e di cinture d’oro (cingula romano opere) fa parola il Chron. Fontanell. (nel Dachery, II, c. 17, 280) come di cose preziose che s’usavano per donativo.
140. Di Leone IV è il corridoio dietro alla tribuna; una inscrizione in marmo nomina i Santi che egli vi seppellì.
141. Tre volte Anastasio ripete il cenno di questa chiesa come di edificio di Leone IV; n. 568, 569, 592. Il Platner, Descrizione della città (III, I, 368) dubita della identità della Maria Antiqua e della Nova, perocchè dall’Anonimo di Einsiedeln sembri emergere che la M. antiqua era posta in vicinanza all’arco di Severo. Certo è che Leone IV tramutò la Maria antiqua nella Nova, e precisamente fra le ruine del duplice tempio di Adriano. — Il Ciampini, ecc., c. 28, reputa che i musaici odierni sieno quelli dell’anno 848. Ma molti divarî dal carattere di questa età, ad esempio la posa del bambino ritto in piedi, e l’epigramma in versi leonini, dimostrano un secolo posteriore, anche senza dire della miglior fattura artistica.
142. Basilica S. Sebastiani, quae in Frascatis consistit: Anast., n. 515, n. 529: S. Maria, quae ponitur in Frascata; n. 546: S. Vincentii, quae ponitur in Frascata.
143. Sola notizia se ne ha negli Annal. Bertin.: Lotharius filium suum Hludovicum Romam mittit, qui a Leone papa honorifice susceptus, et in imperatorem unctus est. Il Muratori contesta la data del Pagi, che pone l’avvenimento ai 2 Dicembre.
144. Romani quoque urtati Saracenorum Maurorumque incursionibus, ob sui defensionem omnino neglectam apud imperatorem Lotharium conqueruntur: Annal. Bertin., a. 853.
145. Gli Atti sono nel Baron., a 853, n. XXXV; nel Labbé, Concil., IX, p. 1134; e le iscrizioni di Leone IV nel san Pietro trovansi negli Annal. Bertin., a. 868.
146. Anastas., n. 554 gli dà nome di Romani palatii egregius superista, ac consiliarius, e di Romanae urbi superista.
147. In tale nesso possono porsi i due frammenti di lettere che si attribuiscono a Leone IV; trovansi in Graziano, c. IX, dist. 10: De capitulis vel praeceptis imperialibus — irrefragabiliter custodiendis, e nella Pars. 2, caus. 2, qu. 7: Nos si incompetenter aliquid egimus, et subditis justae legis tramitem non conservavimus, vestro, ac Missorum vestrorum cuncta volumus emendare judicio etc.
148. Anast., verso la fine della Vita Leonis.
149. Papa Pater Patrum Peperit Papissa Papellum, dice un Autore favoleggiando; infatti di tal forma si spiegava un’inscrizione antica che apparteneva ad un sacerdote di Mitra (Pater Patrum), ma che il popolo ebbe riferito alla Papessa. Una statua antica che rappresentava una donna con un bambino s’ergeva lungo la via Lateranense, e per il corso dei secoli fu reputata simulacro della papessa Giovanna. Soltanto Sisto V ne la fece rimuovere.
150. Platina in Giovanni VIII, com’ei chiama la Papessa. — Sella stercoraria (seggetta) dicevasi veramente lo scanno su cui sedeva il Papa quando prendeva possesso. Cencio (Mabillon, Mus. ital., II, 211) così spiega quest’uso: ducitur a cardinalib. ad sedem lapideam, quae sedes dicitur Stercoraria, quae est ante porticum basil. Salvatoris patriarchatus Lateranensis: et in ea eumdem electum — ponunt, ut vere dicatur: «Suscitat de pulvere egenum, et de stercore erigit pauperem, ut sedeat cum principibus, et solium gloriae teneat.» Il Papa sedeva altresì sopra due altri fessi sedili di porfido nella cappella di san Silvestro in Laterano; dall’uno riceveva le chiavi della basilica, dall’altro le restituiva al Priore (Mabill. Iter. Ital., I, 57). Il bizzarro costume durò fino alla fine del secolo decimoquinto. Una tal sella di marmo rosso trovasi oggidì nel museo Vaticano. Nelle inscrizioni cristiane del Vaticano lessi: Stercoriae filiae: è un nome abbastanza strano per una donzella.
151. Intorno a questa favola v’hanno parecchie scritture: dopo della Riforma vi fu una mischia di dissertazioni fra Cattolici e Protestanti su questo subbietto, per guisa che una donna di cantafavola ebbe biografie in maggior copia delle più celebri regine che siano state nel tempo antico e nel moderno. Perfino Federico Spanheim sostenne il fatto in una sua dissertazione; ne la scalzò del fondamento la Histoire de la Papesse Jeanne del Lenfant (La Haye, 1720). Prima, Leone Allazio aveva scritto la sua Confutatio fabulae de Joanna Papissa, Colon. 1653, e David Blondel, in un’opera scritta in francese e nell’altra De Johanna Papissa, Amstel., 1657, aveva messo in sepoltura la Papessa. Il Leibnitz, l’Eckhart, il Labbé, il Baronio, il Pagi, il Bayle, il Launoy, il Novaes ne trattarono lungamente a confutazione, e ancora ai dì nostri il Bianchi Giovini scrisse in Torino un Esame critico degli atti e documenti relativi alla favola della papessa Giovanna, Milano, 1845. L’ultima scrittura è lo studio conchiudente del Döllinger intitolato: La Papessa Giovanna, nelle Fole pontificie del Medio evo, Monaco, 1863; ivi il lettore troverà la più ampia notizia su questa favola meravigliosa. Per quel che concerne la parte numismatica, noto come importante il Garampius, De Nummo Argenteo Benedict. III (Roma, 1749). La moneta tiene scritto sul suo rovescio: Hlotharius Imp., e poichè essa fu battuta ancora al tempo di questo Imperatore, ne consegue che Benedetto III fu immediato successore di Leone IV, e non Giovanna, cui si attribuì un reggimento di due anni, un mese e quattro giorni.