Roma fu tosto messa sossopra a causa di una discorde elezione pontificia. Clero e nobili (principi dei Quiriti, come il Libro Pontificale comincia a dire con dignità di stile romano) eleggevano Sergio, cardinale dei santi Martino e Silvestro; ma un ambizioso Diacono di nome Giovanni era condotto in Laterano con violenza di popolo armato. La nobiltà represse il moto sedizioso, e Sergio II fu ordinato papa: egli apparteneva ad una illustre famiglia romana, laonde aveva dalla sua gli ottimati[103]. La consecrazione di lui avvenne senza che l’Imperatore vi avesse espresso il suo consentimento, probabilmente perchè il tumulto avvenuto in Roma sforzava a far presto. Però quella lesione de’ suoi diritti imperiali destò grave ira in Lotario, per guisa ch’ei comandò al Re d’Italia di muover su Roma con un esercito. Lodovico partì, accompagnato da Drogone, figliuolo di Carlo magno, vescovo allora di Metz, e da molti altri prelati e conti. I guasti e le violenze che la soldatesca operava nella sua via attraverso lo Stato della Chiesa, annunciavano fin da lontano la collera del Re. Come ei fu giunto in vicinanza della sgomentata Città, Sergio lo mandava ad incontrare con accoglienze onorifiche; nè più festose in tempo passato erano state fatte, nemmanco a Carlo magno. Presso la nona colonna miliare, il Re d’Italia era ossequiato da tutti i giudici; un miglio fuori di Roma lo attendevano tutte le Scuole della milizia ed il clero. Era la domenica dopo la Pentecoste. Sulla gradinata del san Pietro stava il Pontefice: salutato ed abbracciato da lui, il Re, tenendosi dalla sua mano destra, entrava nell’atrio e veniva fino alla porta d’argento della basilica, ma essa con tutte le altre porte era chiusa. E il Papa accorto e fermo, diceva al Re che se ne meravigliava: «Se tu venisti con animo sincero e benevolo alla salute della Republica, di tutta la Città e di questa Chiesa, ti si apriranno queste porte ad un mio cenno, ma se altrimenti è, nè io, nè un comandamento mio te le schiuderà[104]». Il Re protestò che era venuto con buone intenzioni; si spalancarono allora le porte del duomo, ed eglino entrarono al canto solenne: Benedictus qui venit in nomine Domini. Il Papa, Lodovico e la loro accompagnatura orarono davanti alla tomba dell’Apostolo, perocchè a questa, prima d’ogni altro luogo, si guidassero i Principi, e spesso la loro ira, come lampo inoffensivo, si dissipava innanzi alla sacra urna di bronzo che chiudeva il santo Pietro.
L’esercito di Lodovico s’attendava fuor delle mura, probabilmente nel campo di Nerone; mieteva allegramente l’erba e il grano della Campagna, e finalmente chiedeva accesso nella Città, ma Sergio teneva serrate le porte, a guardia delle quali vegliava la milizia cittadina[105]. La presenza di Lodovico e della sua soldatesca era di peso gravissimo ai Romani che erano obligati di nutrirli; si fe’ dunque a gran fretta per liberarsene. Innanzi a ogni altra cosa l’elezione di Sergio fu sottoposta all’esame di un Sinodo; la fazione franca ne combattè irosamente la validità, ma i Franchi furono ammansati, e prestarono omaggio al Pontefice. Nella domenica successiva, era il giorno 15 di Giugno, Sergio unse e coronò il figliuolo di Lotario a re d’Italia, ponendogli in capo una preziosa corona, e facendogli impugnare una spada regale ch’era deposta sull’altare. La credenza che una mistica virtù si contenesse in quella ceremonia vinse per vero ogni dubbiezza del Re ad accettarla[106]; ma tosto dopo ei levava pretese che oltrepassavano di gran lunga i limiti dei diritti spettanti alla sua corona regia. Drogone di Metz, Giorgio di Ravenna ed altri Vescovi dell’Italia superiore e di Toscana, ed anche i Conti franchi, s’adoperarono con gran fervore in negoziati col Papa e colla nobiltà, peraltro non ottennero alcun risultamento dei loro desiderî: chè Lodovico bramava che al Re d’Italia si concedesse su di Roma podestà pari a quella che aveva l’Imperatore da signore supremo, laonde chiedeva che i maggiorenti romani gli prestassero giuramento di fedeltà. Ma il Papa tenne duro niegando, i Romani gli prestarono man forte, e con grande fermezza protestarono non essere sudditi al Re d’Italia, ma soltanto all’Imperatore, capo dello Stato romano. «Questo solo e non più, vo’ concedere», diceva Sergio, «che i Romani prestino giuramento al signore Lotario grande imperatore, ma nè io, nè la nobiltà dei Romani consentiremo che questo sacramento sia fatto a Lodovico suo figliuolo». Roma non volle discendere al grado di una città regia; perciò fu nuovamente giurata in san Pietro una promessa solenne all’imperatore Lotario, e così fallì quel tentativo degno di nota, per cui il Re italiano avrebbe cercato di assoggettare a sè Roma e il Papato[107]. Sergio però convenne di nominare il vescovo Drogone a vicario apostolico nelle Gallie e in Alemagna; riconobbe solennemente la podestà suprema dei Franchi su Roma, e la influenza di loro si restaurò anche nell’Italia meridionale. Infatti, giusto in questo tempo, veniva a Roma Siconolfo, principe di Benevento e di Salerno, con corteo sì numeroso che pareva un esercito. Premuto dai Saraceni, correva a Roma in gran fretta per conchiudere un trattato con Lodovico e per conservarsi il suo trono; dichiarava di voler esser vassallo del Re d’Italia, e si obligava di pagargli un tributo di diecimila solidi d’oro. Lodovico poco tempo dopo si partì per Pavia; i Romani furono contenti di vedernelo andare, e tributarono lodi alla energia del loro Papa. Fu questo nella storia della Città uno dei pochi momenti in cui la volontà del Pontefice, della nobiltà e del popolo fosse tutta di un pezzo; la resistenza contro agli intendimenti di Lodovico giovò a far crescere in mezzo ai Romani il sentimento di nazione[108].
Anche Siconolfo se ne andò in pari tempo di Roma. Dopo l’uccisione del fratel suo Sicardo, avvenuta nell’anno 840, quel Principe era stato liberato del carcere in cui era sostenuto a Taranto; aveva assediato senza alcun pro Benevento, dove Radelchi si era impadronito del trono di suo fratello, e finalmente s’era dovuto contentare del possedimento di Salerno. Da quell’ora in poi, il bel regno di Arichi e di Grimoaldo si frastagliò in tre brani, Benevento, Salerno e Capua, e questa divisione schiuse, in mezzo a condizioni orribili di cose, la via ai Saraceni perchè penetrassero nel cuore d’Italia. Radelchi stesso aveva chiamato a Bari in suo soccorso quelle orde brigantesche; ivi dapprima posero loro sede, più tardi di colà strapparono a sè anche Taranto, dando il guasto a tutte le Puglie ed alle Calabrie.
Mentre gli Arabi di Sicilia venivano ad annidarsi nel continente meridionale, le flotte di Kairewan, o di Palermo, incrociavano sul mare, minacciavano le isole, alcune ne occupavano, e nell’anno 845 s’impadronivano dell’antico Miseno in vista di Napoli. Il desiderio di quegli audaci pirati era rivolto a Roma; eglino speravano di piantare la mezza-luna sui pinnacoli del san Pietro, e, similmente a quello che avevano fatto i Vandali d’Africa, si struggevano di voglia di saccheggiare la Città santa, piena dei tesori della Chiesa.
Nell’Agosto dell’anno 846 un’armata saracena entrava nella foce del Tevere; schiacciava il presidio pontificio che era in Nuova Ostia, oppure vi passava oltre senza torsene pensiero. Un’orda di loro s’avanzava da Civitavecchia, un’altra risaliva la corrente del fiume, e nel medesimo tempo i Saraceni movevano a gran passi per la via di Ostia e per quella di Porto. Non sappiamo se veramente dessero assalto alle porte di Roma, perocchè nessun Cronista ne parli, ma è assai probabile che i Romani difendessero robustamente le loro mura, laddove il Vaticano indifeso da muro e il san Paolo cadevano in balìa dei nemici. Ben ve li combattevano i Sassoni, i Longobardi, i Frisoni ed i Franchi che risiedevano nel borgo Vaticano, ma soggiacevano alla possa dei Saraceni, i quali allora entravano nel san Pietro e lo spazzavano di quanto v’era dentro[109]. Questo tempio magnifico era fatto santo da cinquecento anni di vita, da grandi e solenni avvenimenti della storia del mondo, da molti concilî che di quel luogo avevano dato ordinamento alla Chiesa in Oriente e in Occidente. Pareva che sul suolo della basilica, non profanato mai, fossero impresse le orme dei secoli, le tracce della vita, dei pellegrinaggi e delle morti della gente umana. Quanti Imperatori, quanti Re, e in che tempi! v’erano entrati ed usciti! e i loro nomi erano cancellati nell’oblio, e i loro reami crollati! quanti Papi ivi dormivano l’ultimo sonno nei loro avelli! A ragione la basilica di san Pietro era divenuta santuario dei popoli, sì come il tempio di Salomone era stato per gli Israeliti, e la venerazione dell’Occidente non conosceva luogo più sacro di esso. Questo tesoro del culto e della storia della Cristianità non avevano mai tocco i Goti, nè i Vandali, nè i Greci o i Longobardi, e adesso (così mutevoli sono le sorti delle cose umane e tanto grande ne è il contrasto) era fatto preda al saccheggio di una sola audace torma di masnadieri d’Africa.
Non giunge l’idea a comprendere la copia dei tesori che ivi erano ammassati. Da Costantino, da Teodosio e da Onorio in poi, gli Imperatori di Roma e di Costantinopoli, i Re dell’Occidente ed i loro ottimati, i Carolingi, la massima parte dei Papi vi avevano tributato loro doni votivi; ivi era custodita una gran quantità di quei vasi d’oro onde udimmo i nomi meravigliosi, e il san Pietro potevasi considerare massimo museo delle opere d’arte di cinque secoli. Fra esse eccellevano alcune per decoro di forma e per rarità di memoranda importanza storica; tali erano l’antica croce d’oro inalberata sulla tomba dell’Apostolo, il grande faro di Adriano, la mensa d’argento di Carlo adorna del disegno di Bisanzio[110]. Si imagini quanti fossero i lavori preziosi di cui i Papi, i Gregorî, i Leoni e gli Adriani avevano ornato la Confessione, l’altare, le cappelle, perfino le porte della basilica: e tutti questi tesori diventavano bottino dei figli d’Ismaele, che vi si scagliavano dentro con alti sghignazzamenti; non avevano mano, nè spalle, nè occhi, nè tempo bastanti a vuotare quel mondo fantastico zeppo d’oro. Così i nepoti romani pagavano tarda pena del sacco e del vitupero che i loro antichi avevano inflitto al tempio di Salomone nell’età di Tito, e può darsi che gli Ebrei, i quali vivevano angustamente stretti nelle loro dimore di Transtevere, gioissero in secreto di quelle opere furibonde dei Mauri, loro parenti d’origine. I predoni avevano appena tempo di fare onta alle imagini dei santi; alla fuggita colpivano per beffa con loro lance l’effigie del Cristo e degli Apostoli, che dalla tribuna miravano in basso l’onta fatta alla loro chiesa[111]. Svellevano le lamine d’argento che guarnivano le porte, strappavano i tegumenti d’oro ond’era selciato il pavimento della Confessione, portavano via perfino il maggior altare ch’era d’oro[112]. Con grida ingiuriose e con scede devastavano la cripta d’oro dell’Apostolo, e poichè non riuscivano a trascinarsi dietro la grande urna di bronzo, l’avranno spezzata per desio di preda e per curiosità di frugarvi, e non ne avranno risparmiato il mistero: senza dubbio ne buttavano fuori e distruggevano tutto ciò che si trovava nell’arca. Pensiamo che quegli infedeli cacciavano le mani dentro al simbolo santissimo del culto cristiano, in quell’urna di Pietro, il cui secreto nessun occhio umano aveva scrutato mai; pensiamo che quest’urna racchiudeva le ossa del Principe dommatico della Cristianità, cui, secondo il detto non cristiano di un Papa, i fedeli veneravano come un Dio in terra, i cui succeditori si credevano i Pontefici, innanzi alle cui ceneri tutti i Principi e tutti i popoli venivano a prostrare le loro fronti nella polvere: dobbiamo pensare a tutto questo per comprendere il gavazzo diabolico dei Saraceni alla distruzione di questa tomba del Maometto dei Cristiani, per farci un’idea della mostruosità della profanazione, del dolore della Cristianità.
Anche san Paolo subì le sorti istesse del suo socio Apostolo. Nella basilica di lui i Saraceni rinvennero un tesoro poco minore di ricchezza, e diedero pari guasto alla tomba[113]. Veramente, i Romani e la gente della campagna opponevano resistenza al nemico in vicinanza al san Paolo, ma impedirne non potevano il sacco. Se si stia al racconto di Benedetto monaco, i Saraceni tentarono di stabilire loro sede nel territorio Vaticano, dove saccheggiarono tutte le chiese, ma le narrazioni del Cronista, riguardo a quel tempo tanto lontano da lui, sono certo confuse e inesatte. Egli fa perfino che l’imperatore Lodovico discenda da Monte Mario a combattere i Saraceni e che ne tocchi una disfatta vergognosa nei prati di Nerone, ma tributa lode a Guido, margravio di Spoleto, il quale, chiamato in soccorso dal Papa, conduce i suoi valorosi Longobardi, e, unito ai Romani, batte i Saraceni in una formidabile battaglia e gli insegue fino a Civitavecchia[114]. Non v’ha ragione di dubitare che Guido movesse in soccorso di Roma, e che una pugna disperata si combattesse nel borgo Vaticano o al ponte di san Pietro, di dove i Maomettani speravano di entrare nella Città. I briganti allora si ritirarono, dopo di aver devastato la Campagna e di aver raso al suolo le Domus cultae ed il vescovato di Silva Candida. Inseguita da Guido, una parte di loro col bottino e coi prigionieri andò a Civitavecchia per gettarsi colle sue navi nelle acque napoletane, nel tempo stesso che un’altra orda, in mezzo a indescrivibili devastazioni, per la via Appia giungeva a Fundi. Però un uragano distruggeva parecchie navi piratesche, e le onde vomitavano sulla spiaggia cadaveri di Saraceni che, fuori dalle tasche, restituivano parecchi splendidi gioielli[115]. Quelli che andavano per la via di terra erano inseguiti dall’esercito longobardo fin sotto le mura di Gaeta; ivi s’appiccava una battaglia, e Guido di Spoleto aveva salvezza soltanto per l’arrivo del valoroso Cesario, figlio di Sergio, ch’era maestro de’ militi di Napoli. Alla fine i Saraceni si tennero contenti di poter far vela per l’Africa, ma, prima che toccassero terra, scendeva su di loro a punirli una seconda procella suscitata dalla collera di Santi celesti.
Alla terribile profanazione della basilica di san Pietro tenne dietro una miseria indicibile, e con essa ebbe termine il reggimento dello sventurato Sergio II, uomo d’animo gagliardo e forse generoso, che aveva dovuto sopravvivere a tanta onta. Ei morì addì 27 di Gennaio dell’anno 847, ed ebbe sepoltura in quella stessa chiesa del Santo, di cui il saccheggio e la devastazione gli avevano spezzato il cuor di dolore[116].
Morto Sergio, la elezione cadeva sul Cardinale dei «Quattro Coronati»: era un romano di origine longobardica, figliuolo di Radoaldo, e si appellava Leone. Roma era tuttavia sotto il terrore dei Saraceni; temevasi un nuovo assalimento. Pertanto la presta ordinazione dell’eletto era chiesta dal popolo con grida violente, e Leone IV ricevette la consecrazione, non immantinenti, ma senza pur che si attendesse l’approvazione dell’Imperatore, che forse tardava. L’urgente necessità poteva giustificare appo lui i Romani, massimamente dacchè con loro lettere lo accertavano, che rispetterebbero in buona coscienza i suoi dritti[117].
Mentre tutti gli animi erano sgomentati dalla tema dei Saraceni, un terremoto e un incendio accrescevano l’angustia; minacciavano tornare i tempi orribili di Gregorio magno. Il quartiere dei Sassoni era divorato dalle fiamme; l’incendio secondato dal vento s’appiccava alle case dei Longobardi, distruggeva il portico di san Pietro e, ravvolgendosi intorno alla basilica, minacciava di recare l’ultima ruina al tempio devastato. Il fuoco trovava alimento nelle case degli stranieri, i quali, secondo il costume di loro terre settentrionali, avevano recata a Roma le edificazioni in tavola, massime delle scale, e la copertura delle case con embrici di legno[118]. La credenza pia divulgò che l’incendio cessasse per virtù delle orazioni di Leone, il quale era corso in gran fretta, e col segno della croce aveva comandato tregua alle fiamme. La tradizione di questo infortunio si mantenne lungo tempo nella Città, e Raffaello la immortalò con un affresco dipinto in una camera del Vaticano, che ne ha nome di «sala dell’incendio»[119].
Frattanto, la energia di Gaeta, il valore dei Napoletani condotti da Cesario e le vittorie degli Imperiali nel territorio di Benevento costringevano i Saraceni alla ritirata; ma fresche bordaglie di predoni succedevano alle prime, e il ricco bottino raccolto in Roma allettava la ladronaia d’Africa a una novella impresa. Intanto che i Romani in fretta e in furia afforzavano le loro mura, e munivano di trincee il quartiere del san Pietro, metteva loro spavento l’approssimarsi di una grande armata corsara. I Saraceni s’erano ragunati presso Sardegna, e i loro intendimenti contro Roma venivano in chiaro. Era l’anno 849. Per buona ventura, questa spedizione di Mauri dava occasione che si conchiudesse una lega fra le città marittime del mezzogiorno, la prima che compaia nella storia del Mediterraneo. Ad istanza fervente del Papa, Amalfi, Gaeta e Napoli, già fiorenti in questo tempo per loro traffici e quasi indipendenti da Bisanzio, univano le loro galere e conchiudevano alleanza con Roma. I collegati si schierarono innanzi a Porto per attendere che comparissero sul mare le vele dei Saraceni, e annunziarono a Roma il fausto arrivo. Il Papa fe’ venire nella Città i suoi alleati, l’ammiraglio Cesario ed altri capitani della flotta, ed ivi nel palazzo Lateranense fe’ loro giurare propositi d’amicizia: indi Leone, alla testa della milizia romana e della soldatesca dello Stato ecclesiastico, mosse ad Ostia per benedire la flotta e l’esercito[120]. Ostia vedeva dentro di sè un operoso affaccendamento di guerrieri coraggiosi, come in antico ai tempi degli eroi Belisario e Totila. Quell’ora era solenne di trepidazione; trattavasi di salvare Roma dal più formidabile di tutti i nemici della Cristianità. Il Papa, in mezzo al canto maestoso degli inni, condusse in processione l’esercito alla basilica di santa Aurea; ivi amministrò la comunione, e inginocchiato supplicò vittoria: «O Signore, tu che liberasti dal sommergere l’apostolo Pietro quando solcava le onde del mare, tu che salvasti dai gorghi profondi l’apostolo Paolo nel suo terzo naufragio, ci ascolta benevolo; concedi, per i meriti di quei due Santi, fortezza al braccio di questi fedeli tuoi che pugnano contro ai nemici della tua Chiesa; così avvenga che il conseguito trionfo glorifichi il nome tuo santo presso tutti i popoli»[121].
Compiuta questa solennità, Leone tornò alla Città, e già nel dì successivo le navi saracene erano in vista innanzi ad Ostia. I Napoletani coraggiosamente vogarono contro di loro, e le galere attaccarono mischia. Ma una subitanea procella separò la battaglia che ferveva, e scompigliò la pugna; i bastimenti nemici furono dispersi, o colarono a fondo o furono gittati sulla costiera. Molti Mauritani, che naufragarono contro le isole del mar Tirreno, vi furono trucidati; molti caddero in mano dei capitani romani. Alcuni furono impiccati per la gola in Ostia, altri in catene furono tratti a Roma, dove i Romani, meravigliando, loro corsero incontro con grida di trionfo. Li condannarono a lavorare nelle trincere, e, come anticamente i Greci di Sicilia dopo la grande vittoria di Himera avevano adoperato i prigioni Cartaginesi nella edificazione dei templi di Agrigento e di Selino, parimenti adesso, in proporzioni minori, i Romani obligarono quei Saraceni a lavorare nella costruzione della città Vaticana[122]. Roma possedeva nuovamente degli schiavi di guerra, e dopo quattrocento anni s’allieta ancora della festa di un trionfo, sebbene per verità il testimonio oculare di questi avvenimenti non parli delle geste d’armi che i Romani operavano in quella gloriosa giornata, di cui il giovane Cesario fu l’anima e l’eroe. Se pur la colonna di Duilio, ornata di rostri di nave, e rinnovata da Tiberio, sia stata ancora a quel tempo ritta in piedi dominando i ruderi del vecchio foro, non v’era tuttavia più un solo Romano che comprendesse la significazione di essa e della sua inscrizione: la vittoria di Ostia, cui senza dubbio avevano avuto parte anche le galere pontificie, era celebrata nelle chiese di Roma con solenni orazioni di grazie, ma attribuivasi a miracolo del principe degli Apostoli[123]. Quasi sette secoli dopo, Raffaello dipingeva la storia di quel combattimento marittimo, in Vaticano, nella medesima «sala dell’incendio», e un mezzo secolo dopo che il quadro era terminato, la gloria ma non l’importanza della battaglia di Ostia fu rinnovellata a Lepanto dal valore di un ammiraglio romano; e i Romani affisarono di bel nuovo con isguardi di meraviglia prigionieri di guerra maomettani lavorare intorno alle loro fragili mura, sì come era avvenuto in antico al tempo di Leone IV.
Un anno innanzi a quella battaglia di mare i Romani avevan posto mano alla restaurazione delle loro mura. Il pericolo che pendeva minaccioso, operava prodigî; il Papa mostrava il massimo fervore correndo a piedi od a cavallo a sopravvegliare i lavori e ad infondere lena operosa. Tutte le porte furono fortificate e munite di sbarre; si costruirono a nuovo quindici torrioni che erano caduti, e due torri si innalzarono presso la porta Portuense sulle due rive del fiume, così che si potesse distendere fra esse una catena[124]. Ma la più gloriosa impresa di Leone IV fu il fortificamento del territorio Vaticano, vero avvenimento nella storia della Città; n’ebbe origine la Civitas Leonina, nuovo quartiere di Roma e arnese nuovo di difesa, che nei secoli successivi acquistò grandissima rilevanza.
Quando Aureliano imperatore aveva cinto Roma di mura, non s’era allora manifestata la necessità di chiudervi entro il Vaticano, laonde questo territorio era rimasto affatto aperto ed esteriore alla Città. Ancor dopo che s’era eretto il duomo di san Pietro, e dopo che, intorno ad esso, s’erano edificati chiostri, ospitali e case di parecchie fogge, e dalla parte sinistra s’erano fondate colonie di stranieri, nessun Pontefice aveva pensato mai di proteggere quel territorio con mura, chè finora gli inimici di Roma erano stati tutti di gente cristiana. Leone III pel primo ne concepiva l’idea, e, se la avesse mandata a compimento, la basilica non avrebbe sofferto il saccheggio dai Saraceni. Le opere incominciate da lui erano state sospese a causa dei tumulti interiori, ed avevano avuto distruzione dai Romani, che s’erano impossessati dei loro materiali[125]. Adesso, dopo il sacco, Leone IV riprendeva quel progetto, e procedeva alacremente a condurlo ad eseguimento. Egli ne propose il disegno a Lotario imperatore, chè, senza il consentimento del signore supremo, egli non avrebbe osato d’intraprendere un’opera tanto grandiosa: non soltanto ne ottenne approvazione, ma altresì soccorso di moneta. La edificazione, che importava gran costo, fu ripartita per modo che ogni città dello Stato ecclesiastico, tutti i patrimonî publici della Chiesa o della Città, e tutti i conventi contribuissero con loro denari e con loro genti a fornire una parte determinata del lavoro[126].
La costruzione ebbe incominciamento nell’anno 848, e fu compiuta nell’852. Il territorio Vaticano, ossia il portico di san Pietro, ne fu quindi recinto così, che dall’Adrianeo, cui si appoggiava, la muraglia da un fianco saliva tutto lungo l’altezza del monte Vaticano, indi, ripiegando in arco, serrava entro a sè il san Pietro, e, scendendo dritta dal monte, nuovamente giungeva a toccare il fiume, al di sotto dell’odierna porta di Santo Spirito, che più tardi fu aperta nel muro di Leone. Costruita a strati di pietra di tufo e di mattoni, era alta quaranta piedi e larga in proporzione. Ventiquattro forti torrioni la rendevano munita; il modo della costruzione di quelli puossi oggidì ancora ravvisare nella grossa torre angolare di forma rotonda, che sta sul più alto vertice del Vaticano. S’entrava nella nuova città da tre porte; due erano nella linea del muro che si dipartiva dalla tomba di Adriano: una, minore, posta vicino a questo castello, era detta Posterula S. Angeli; l’altra, grande, in prossimità della chiesa di san Pellegrino, aveva perciò nome di Porta S. Peregrini: più tardi s’appellò Viridaria, Porta Palatii e S. Petri, ed era la porta maggiore della città Leonina, da cui tenevano loro ingresso anche gli Imperatori[127]. La terza porta metteva dalla città nuova nel Transtevere; era chiamata Posterula Saxonum dal quartiere dei Sassoni in cui s’erigeva, e stava nel luogo dov’è oggidì la porta di Santo Spirito[128]. Questo anello di mura edificato da Leone IV, e somigliante quasi ad un ferro di cavallo, si conserva tuttavia in alcuni luoghi, o vi mostra le sue tracce; così vedesi in Borgo, presso al corridoio di Alessandro VI, in vicinanza alla zecca ed ai giardini pontificî fino alla grossa torre angolare, nella linea di mura che si dirige a porta Pertusa, e là dove la linea stessa dipartendosi da un’altra torre angolare, ripiega verso porta Fabrica. Però i posteriori edificî del nuovo Borgo, i bastioni di castel Sant’Angelo, l’allargamento del Vaticano, i bastioni di Santo Spirito, interruppero le mura di Leone, e qua e colà le distrussero; e quando il più moderno e grande circuito di muro del Vaticano ebbe, dopo di Pio IV, chiusa dentro di sè l’antica città Leonina, quelle vecchie mura subirono in minori proporzioni la sorte istessa che avevano avuto le antiche di Servio dopo l’edificazione di Aureliano.
Allorchè Leone ebbe dato l’ultima mano al suo lavoro, impose con un senso di orgoglio il nome di Civitas Leonina alla nuova città. Roma, su cui adesso i Papi stampavano il marchio della loro signoria, non aveva da secoli celebrato festività maggiore di quella che fu alla consecrazione delle novelle mura: essa avveniva nel dì 27 di Giugno dell’anno 852. Tutti i Vescovi, i preti e le congregazioni monastiche della Città, guidati dal Papa, a piè scalzi, col capo cosperso di polvere, mossero salmodiando in giro attorno dei baluardi. Camminando innanzi a tutti, i sette Cardinali vescovi aspergevano le mura di acqua benedetta; avanti ad ogni porta la processione si arrestava, e ad ogni volta il Papa implorava dal cielo benedizioni sulla nuova città[129]. Compiuto tutt’intorno il cammino, Leone dispensava con mano liberale doni d’oro, d’argento e di palii di seta ai nobili, al popolo ed alle colonie straniere.
Si magnificò la nuova fondazione con pompa di epigrafi. I Papi avevano ereditato siffatta costumanza dai Romani antichi, che di tutti i popoli erano stati primi per vaghezza di inscrizioni, onde ancora a quel tempo si leggevano le scritte allogate sopra le porte di Onorio. Dai tempi di Narsete in poi s’era perduto il genio epigrammatico della vecchia Roma, ma adesso sopra ciascuna delle tre porte si incidevano, parimenti come s’usava nelle chiese, dei distici composti in un latino zeppo di barbarismi. Due di quelle epigrafi si sono conservate in copie di tempi posteriori.
Sulla porta maggiore di san Peregrino era scritto:
«O tu, viatore, che entri ed esci, mira questo splendido edificio che Leone IV papa con lieto animo costruì. Belli di marmo squadrato rifulgono questi pinnacoli eccelsi, che, lavorati dalla mano degli uomini, piacciono per loro ornato decoro. Monumento dell’età di Lotario invitto, è quest’opera grande che il Pontefice trionfalmente compose. A te in verità non noceranno mai guerre di empî, nè l’inimico celebrerà più suoi trionfi. Roma, principe del mondo, splendore, speranza, aurea città, alma sei come nell’opera sua ti addimostra il Pontefice. Quest’è città che Leonina s’appella, dal nome del suo edificatore[130].»
Sulla porta del castello leggevasi:
«Romani, Franchi, pellegrini Longobardi, e voi tutti che mirate quest’opera, magnificate con inno condegno: il buon pontefice Leone IV l’ha consecrata solennemente al bene della patria e del popolo. Lieto e trionfante per lunghi anni insieme col Principe sommo, compiè il monumento che celebra la gloria altissima di lui. Veneranda fede gli strinse con nodo di amore: Iddio onnipotente gli adduca al castello de’ cieli. Città Leonina ha nome[131].»
La novella città, che il Papa aveva consecrata al Redentore e raccomandata ai santi Pietro e Paolo come a patroni (Leone si fece dipingere sopra a pallii d’altare con in mano il disegno della città), continuò ad essere abitata da stranieri; ed anche Romani o Transteverini furono indotti con privilegî a respirarne l’aria malsana, accanto alle genti nordiche. La fondazione della città segnò un’epoca nella storia monumentale di Roma medioevale, del paro che nella storia della dominazione pontificia, la quale adesso per la prima volta ebbe ampliato il pomerio di Roma[132].
Gregorio IV aveva restaurato Ostia; Leone riedificò Porto. Questa città marittima di Roma, celebre un dì, era quasi discomparsa; soltanto l’ombra e il nome di essa si conservavano in mezzo alle paludi formate dal Tevere, perciocchè fosse sede di un vescovato antichissimo, e durassero tuttavia la chiesa di santo Ippolito nell’isola santa, e l’altra di santa Ninfa posta sulla marina. Dopo che i Saraceni ne ebbero cacciato anche gli ultimi abitatori, Leone IV vide con grande dolore, Porto essere precipitato all’estremo decadimento. Cercò di porvi un argine cingendo la deserta città di nuove mura ed erigendovi novelli edificî; in quello gli capitavano molti Côrsi cacciati dagli Arabi fuor di loro patria, e furono coloni quasi speditigli dal cielo. Un trattato in piena regola si conchiuse con essi, e Roma ebbe una nuova colonia. Dopochè per via di scritture pontificie, e colla confermazione degli imperatori Lotario e Lodovico, Porto fu ceduta ai Côrsi con provvisione di terre, di mandre di bestiami e di cavalli, eglino vi si misero dentro nell’anno 852, in condizione di liberi proprietarî e di vassalli della Chiesa romana. Però la città cadente non si rianimò più a vita; la giovane colonia soggiacque mietuta dalle febbri o dalla scimitarra dei Saraceni, od altrimenti i Côrsi, che fra tutti i popoli sono fervidissimi dell’amore di patria, tornarono ai monti della loro piccola terra natìa, desiderosi del sole che gli inonda. Un buio profondo copre la storia di loro, mentre vissero in Porto[133].
Il porto di Trajano a questi dì si era tramutato in laguna ossia in palude. Nessuna nave toccava le sue acque, e quando le barche mercantesche di Napoli, di Gaeta o di Amalfi s’avventuravano verso il Lazio, esse toglievano la via del Tevere dalla parte di Ostia. Per lo contrario, Centumcelle, l’altro porto edificato da Trajano, aveva serbato ancora fino a’ tempi di Pipino e di Carlo qualche poco di vita, ma i Saraceni avevano assalita di già nell’813 quell’antica città tusca, e, più tardi, probabilmente nell’anno 829, la devastarono. Temevasi che le toccasse la sorte di Luni, la quale nell’anno 849 era stata rasa al suolo dai Maomettani: abbandonato era il porto e tutto colmo di sabbie, infrante in pezzi le mura, e omai da quaranta anni gli abitatori, fuggitine, vivevano appiattati nelle gole dei monti vicini. Sembrava che la città di Centumcelle fosse destinata alla ruina senza speranza di salvamento, per guisa che Leone IV la lasciò nella sua desolazione, e cercò di fondare la dimora di quegli abitanti in un altro luogo, distante dall’antico dodici miglia entro terra. Procedette all’opera con fervore istancabile; al cenno della sua mano sorsero chiese, case, mura e porte. Consecrò la novella città con ceremonie simili a quelle che aveva celebrato per la città Leonina, correndo allora l’ottavo anno del suo pontificato, e chiamò Leopoli la città[134]. Ma il nome e il luogo non ebbero lunga durata; gli abitatori di Leopoli erano strascinati dalla brama della patria abbandonata, e corre una leggenda che Leandro, un vecchione venerabile, li congregasse a parlamento sotto una quercia, e gli inducesse a far ritorno alla città antica, ond’eglino si ridussero nuovamente a Centumcelle, e da questo tempo in poi la appellarono Civitas vetus (Civitavecchia)[135].
Leone IV restaurò anche due altre città di Tuscia, Orta ed Ameria, ossia le fornì di mura e di porte. D’ora in poi il solo modo di tenere unita la cittadinanza, era quello di afforzare le terre: poichè i Saraceni correvano saccheggiando tutte le marine di Tuscia e del Lazio, avveniva facilmente che luoghi indifesi, massime della pianura, si lasciassero in deserto abbandono, e i loro terrieri si ricoverassero sui greppi delle montagne; laonde fin dall’incominciamento delle piraterie musulmane, che avveniva nei primi anni del secolo nono, si alzavano nella Campagna castella e torri in gran numero, destinate ad essere più tardi rocche di signori feudali.
Lo splendore di città edificate involse nell’ombra le costruzioni di chiese cui attese Leone IV, e sì che anche in questo ei fu grandemente operoso. L’incendio di Borgo aveva recato guasti molti, e probabilmente aveva distrutto anche l’antica basilica di santa Maria dei Sassoni, perocchè il Papa la erigesse a nuovo: nel luogo ov’essa era, sta oggidì la chiesa di Santo Spirito[136]. Può essere eziandio che Leone abbia restaurato la chiesa dei Frisoni, il san Michiele in Sassia, a tergo di cui si erigeva la nuova muraglia; per lo meno narra la tradizione che egli la costruisse a ricordanza di quei Sassoni che ivi erano periti sotto la spada dei Saraceni[137]. Riparò ai danneggiamenti che aveva sofferto il portico del san Pietro, e ne restaurò anche l’atrio.
Il saccheggio dei Saraceni lo costrinse a rifornire il san Pietro dei suoi ornati preziosi. La magnificenza che egli vi adoperò, ci dimostra quanto sterminate fossero le dovizie che il tesoro della Chiesa possedeva. Leone ricoprì il maggior altare di lamine d’oro seminate di pietre preziose, e sopra di esse, in mezzo a molti disegni, miravasi anche l’imagine del Papa e quella di Lotario, probabilmente composte in ismalto. Una sola di queste tavole d’oro pesava dugento sedici libbre; un crocifisso d’argento dorato sparso di giacinti e di diamanti aveva il peso di settanta; sull’altare si collocava un ciborio d’argento a colonne, decorato di gigli dorati, ed era grave nientemeno che di mille seicento e sei libbre; una croce d’oro massiccio tutta scintillante di perle, di smeraldi e di prasine giungeva alle libbre mille. Oltracciò il Papa provvedeva il tempio di vasi, di incensieri, di lampade sostenute da catene d’argento e pendenti da palle d’oro, e vi allogava candelabri d’argento a colonne, erigeva delle arcate d’argento, vi forniva calici sparsi di gemme, leggìi o pulpiti d’argento a lavoro battuto, rivestiva nuovamente le porte «di molte lamine d’argento lampeggianti di luce, sulle quali erano figurati fatti di sacre istorie»[138]. A tutto questo si aggiunga ricchezza di arazzi e di cortine pendenti da colonne e da porte, e sontuosità di paramenti sacerdotali tessuti in seta: erano lavori mirabili d’arte e di valore, poichè s’adornavano di sottilissimi ricami d’oro che rappresentavano istorie a molte figure, arabeschi, e disegni di piante e di animali; di solito erano seminati di perle e di pietre preziose[139]. Poichè si faceva profusione tanta di stoffe orientali di seta e di porpora, e di sì gran copia di perle e di gioielli, se ne cava la conseguenza che Italia coltivava un grande commercio coll’Oriente. Ne erano mezzani i Napoletani, quelli di Gaeta e di Amalfi che comperavano dai Saraceni: e quei pagani medesimi che avevano saccheggiato il san Pietro e il san Paolo, divelte le pietre preziose dagli arredi rubati, le rivendevano ghignando a Roma coll’intermezzo degli Ebrei; fornivano la Chiesa romana dei metalli e delle perle d’Asia e di Africa, mentre dal settentrione i Veneziani facevano pari traffico con Roma, dopo di aver ricavato le loro mercanzie da Bisanzio.
Non soltanto al san Pietro erano dedicati quei magnifici doni votivi; di simili ne otteneva anche il devastato san Paolo; altre chiese della Città e financo delle province furono regalate in proporzione, e Roma da questa dovizia di lusso assiro poteva a ragione essere nomata città «aurea». Oltre a questo, la moneta che Leone IV impiegò nella edificazione della città Leonina, e di quelle di Porto, di Leopoli, di Ostia e di Ameria, dimostra che allora il tesoro della Chiesa era più ricco di quello che fosse più tardi all’età di Leone X; infatti Leone IV poteva spendere tanti milioni, traendoli massimamente dalle rendite dirette dello Stato, chè non ancora si ricavavano considerevoli tributi dai paesi stranieri, sebbene ognor più crescesse la dovizia per redditi ricavati dal di fuori, per lasciti di testamenti e per donativi. In quel tempo i Papi non aggruzzolavano tesori a beneficio loro proprio, nè ancora le profusioni ai nepoti s’erano aperta la via: per di più, la vita della Curia non aveva peranco rinnegata la semplicità monacale, laonde avveniva che gli scrigni della Chiesa erano sempre ricolmi, e il suo patrimonio poteva essere impiegato a scopi così grandi e benefici.
Leone IV, che era stato cardinale dei «santi Quattro Coronati», ricostruì sontuosamente anche questa basilica. Ma l’incendio di Roma, avvenuto all’età di Roberto Guiscardo sulla fine del secolo undecimo, distrusse il suo edificio, e soltanto poche reliquie se ne sono conservate nella chiesa che fu rinnovata più tardi[140]. Nella via Sacra Leone eresse a nuovo la chiesa di santa Maria, che fino allora era stata detta antiqua, ed ebbe quindi nome di nova. È quella chiesa che, non lungi dall’arco di Tito, s’eleva fra le ruine del tempio di Venere e di Roma, e che nel secolo decimosettimo ebbe titolo di santa Francesca Romana. Nicolò I, che la compiè, ne adornò la tribuna di musaici; ma è difficile che quelli che vi si vedono oggidì appartengano al secolo nono[141].
Leone estese le sue cure altresì alle chiese ed ai conventi di altre città. Alcuni dei loro nomi sono meritevoli di menzione; così vale far cenno del convento di Benedetto e di Scolastica a Subiaco (che ancor di questo tempo ha nome di Sub Lacu), il chiostro di Silvestro sul monte Soratte, le chiese di Fundi, di Terracina e di Anagni; e per la prima volta nella Biografia di questo Pontefice viene a galla il nome di Frascati o Frascata. Esso significa una terra che era omai abitata, perocchè in essa esistessero chiese parecchie: per tal modo quel luogo dei monti Albani, dove oggi siede il vago Frascati, era già fin dal secolo nono coperto di edificî, ed era appellato con pari nome[142].
La guerra contro ai Saraceni e le fondazioni di Leone seppelliscono nell’ombra tutti gli altri avvenimenti di Roma; pochi soltanto se ne devono registrare durante questo pontificato. Nell’anno 850, Lodovico II riceveva nella chiesa di san Pietro la corona imperiale per mano del Papa, poichè ancor prima Lotario, seguendo la consuetudine, lo aveva coronato publicamente nella dieta dell’Impero. Ignoto è il giorno in cui si compiè l’incoronazione[143]. Il novello Imperatore combattè i Saraceni nell’Italia meridionale, chè nell’anno 852 ei strinse di assedio Bari; però si ritirò tosto nell’Italia superiore, e fu conseguenza di ciò che i Romani mossero loro doglianze a Lotario, lamentando che Lodovico nulla operasse a difesa di loro[144]. Un Concilio che trattò d’argomento di disciplina, nel Dicembre dell’anno 853, assorbì per qualche tempo l’attenzione dei cittadini; in esso si pronunciò condanna contro di Anastasio, cardinale di san Marcello, e lo si privò della sua dignità sacerdotale. Da cinque anni egli aveva abbandonato la sua chiesa, e non era comparso ad onta della citazione che il Pontefice gliene aveva fatto; scomunicato nella primavera di quell’anno, era fuggito ad Aquileja, e senza frutto era stata la ricerca che ne avea comandato l’Imperatore, poichè Leone lo aveva richiesto che gli desse in mano il Cardinale[145]. Questo fatto dimostra quanto alto si fosse levato l’orgoglio di quei preti che s’appellavano Cardinali, e del cui gremio già da lungo tempo andavansi eleggendo i Pontefici; poco a poco eglino riuscirono a soppiantare l’influenza dei ministri di Palazzo, fino a che, più tardi, diventarono essi il sacro collegio dominatore, ossia il senato ecclesiastico.
Poco tempo dopo, il Papa aveva ragione di allegrarsi per l’arrivo di due Principi britanni. Etelvolfo veniva a Roma per farsi consecrare e coronare da Leone, e con sè conduceva il suo giovane figlio Alfredo, quel desso che più tardi doveva far isplendere la sua corona della gloria immortale di eroe e di sapiente. Rimasero questi Principi un anno nella Città, e il loro soggiorno fruttò di molti donativi alla Chiesa ed al popolo di Roma, e giovò a grande incremento della colonia degli Anglosassoni che aveva tanto sofferto dall’incendio; il Re liberalmente diede ai suoi concittadini i mezzi di ricostruire le loro case, e confermò altresì, a favore della Chiesa romana, l’obolo di san Pietro.
Gli ultimi tempi della vita di Leone IV furono amareggiati da una controversia, che troppo a fondo dimostrò la stretta dipendenza in cui Roma era tenuta sotto la mano dell’Imperatore. Daniele, maestro dei militi, andava a Lodovico, e proferiva gravi querele contro Graziano nemico suo, cui mirava a perdere. Quest’uomo, che era parimenti capitano dell’esercito e nell’istesso tempo «consiliario e superista» pontificio, fu accusato di intelligenze traditrici coi Greci[146]. Dopo che i Saraceni avevano saccheggiato i loro due maggiori santuarî, i Romani facevano udire discorsi assai acerbi contro l’Imperatore; non avevano riserbo di parole ingiuriose all’indirizzo dell’Impero franco, il quale (così senza dubbio dicevano) era stato da loro eletto a difesa di Roma e della Chiesa; e può darsi che dessero a capire, meglio essere di restituire l’Impero a Bisanzio. Per verità gli Imperatori avrebbero potuto far tacere il mormorìo dei Romani per poco che avessero loro additato le ruine delle molte città franche e perfino i ruderi del bel palazzo di Aquisgrana, opera di Carlo magno, che eglino non avevano saputo difendere contro ai Normanni. Lodovico aveva omai compreso ancor più addentro qual fosse l’intendimento degli animi in Roma; lo stesso Papa era stato accusato di maneggiamenti contro la costituzione dell’Impero o di propensione a novità. Leone s’era giustificato con lettere presso l’Imperatore, ed aveva perfino protestato di volersi assoggettare a qualunque giudizio, purchè si chiarisse se egli aveva dato offesa alle leggi dell’Impero. Ove tutti questi fatti non v’avessero preceduto, l’accusa di un solo Romano non avrebbe potuto destare tanto furore in Lodovico[147].
«Infiammato di grandissima collera», ei corse in gran furia a Roma, senza dare avviso al Papa ed alla nobiltà della sua venuta. Leone lo accolse con tutti gli onori, e aspettò con animo tranquillo l’inquisizione. Il placito imperiale fu tenuto nelle case di Leone III presso il san Pietro, dove si radunarono il Pontefice, la nobiltà dei Romani e quella dei Franchi. Comparvero accusatori, accusati e testimonî; Daniele fu convinto di audace menzogna e fu posto in balìa del calunniato Graziano: ma l’Imperatore lo assolse e gli ridonò la sua grazia[148].
Pochi giorni dopo di questo procedimento morì Leone IV, addì 17 di Luglio dell’anno 855. Nella storia della Città quest’uomo illustre tiene il luogo di Aureliano secondo, grazie l’opera ch’ei diede alla restaurazione ed alla ampliazione delle mura di essa; a buon dritto egli avrebbe potuto appellarsi Restaurator Urbis, e la memoria di lui si raccomanda in Roma al monumento della città Leonina, ed è splendida per fondazioni di altre: aver edificato città è per i Principi gloria eletta, poco meno che quella di averne distrutto.
Una delle favole più meravigliose che abbia inventato la fantasia del medio evo diede a succeditore dell’operoso ed energico Leone IV una femmina avventuriera: per lunghi secoli, Storici e Vescovi, e financo Papi, e tutto il mondo, ebbero creduto che la cattedra di san Pietro sia stata per due anni tenuta dalla papessa Giovanna. Questa leggenda esce fuor della cerchia dei fatti storici, ma non della storia delle credenze del medio evo, laonde noi dobbiamo qui in brevi tratti registrarla.
Narrossi che una bella giovinetta, figlia di un Anglosassone, quantunque nata in Ingelheim, andasse a studio nelle scuole di Magonza, e fosse ornata di sì eletti pregî di mente che se ne rivelasse un genio fuor dell’ordine consueto. Amata da un giovane scolastico, celò le grazie del suo sesso sotto la tonaca di frate, ch’ella vestì a Magonza nel convento di Benedettini, dove il damo suo era monaco: appararono insieme tutte le scienze umane; viaggiarono l’Inghilterra, visitarono Atene, dove la bella travestita s’addottrinò alla sublime scuola dei filosofi, di cui la fantasia dei Cronisti credeva che ancor formicolasse quella città. Ivi le venne a morte l’amante, e allora Giovanna, ossia Giovanni Anglico come s’era battezzata, venne a Roma. La sua scienza le ottenne una cattedra di professore alla scuola dei Greci, poichè in iscuola la favola tramuta la diaconia che noi conosciamo sotto il nome di S. Maria Scholae Graecorum. I filosofi romani ne furono ammaliati, i Cardinali (anche senza sospettare il sesso di lei), ne andarono in visibilio; ella diventò il portento di Roma. Però l’animo ambizioso della donna mirava alla corona pontificia, e allorchè Leone IV fu morto, i Cardinali convennero nella sua elezione, perocchè niun uomo credessero degno di porre a capo della Cristianità più di Giovanni Anglico, esemplare di tutte le perfezioni teologiche. La Papessa entrò in Laterano, ma il suo sesso, anche sotto ai santi paludamenti, continuò a far sentir vive le voci dei suoi istinti, ed ella si die’ in braccio al suo fidato cameriere. Le larghe pieghe del vestimento pontificio ne celarono le prime conseguenze, ma venne tempo che la natura tradì la peccatrice. Mentre ella moveva in processione al Laterano, giunta fra il Coliseo e san Clemente, fu assalita dalle doglie del parto, diede alla luce un bambino, e morì[149]. I Romani inorridendo le diedero sepoltura in quel luogo, e a memoria dell’avvenimento inaudito ivi elevarono una statua che rappresentava una donna bella, la quale teneva in capo la corona pontificia e un bimbo fra le braccia. D’allora in poi i Papi schivarono di passare da quel sito, allorchè lungo la via Sacra andavano al Laterano per prenderne possedimento, e si assoggettarono ad un formale esame del loro sesso maschile, seduti sulla Sella stercoraria, che era un fesso sedile di marmo nel portico del Laterano[150].
Questa rozza favola fu parto dell’ignoranza, dell’avidità di racconti da romanzo, e forse anche dell’odio che i Romani sentivano contro la signoria temporale dei Papi. Vi si ravvisa l’età dei Mirabilia, che però non ne fanno narrazione, ossia del secolo decimoterzo. Il racconto si foggiò sulla metà di quel secolo, e lo si trovò per la prima volta interpolato in alcuni manoscritti di Martino Polono e di Mariano Scoto; indi la fecero loro tutti i Cronisti, ed ottenne fede sì ferma ed universale, che intorno all’anno 1400 non si ebbe riserbo di dar luogo al busto della papessa Giovanna nella serie delle imagini dei Papi, onde si ornarono le pareti della bella cattedrale di Siena. La non credibile ingenuità di tempi, nei quali la critica non ardiva di sturbare la credenza di qualsiasi favola o di qualsiasi tradizione, serbò sotto la sua protezione il busto allogato in quel duomo, ond’esso ivi durò senza ostacolo di sorta, fra quelli degli altri Papi per il corso di duecento anni, con questa inscrizione: «Giovanni VIII, donna inglese»: finalmente il cardinale Baronio indusse Clemente VIII a farnelo rimuovere; la figura di femmina si mutò in quella di papa Zaccaria[151].